L’amabile, e vincente, crisi di Novak Djokovic

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L’amabile, e vincente, crisi di Novak Djokovic

“A proposito dell’incredibile maratona vincente di Novak Djokovic contro Roger Federer nella finale di Wimbledon”. Ubitennis propone la traduzione integrale dell’articolo di Bryan Phillips pubblicato da ‘The Ringer’

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

Novak Djokovic ha la capacità di vincere anche mentre sta perdendo. Possiede una dote che gli consente di subire pazientemente il gioco più devastante dell’avversario, facendo giusto ciò che serve per rimanere in vita, e di scegliere il momento più adatto per restituire tutto. È capace di perdere uno scambio spettacolare e poi, mentre i commentatori sono ancora impegnati a magnificare il rivale, vincere quasi in anonimato il punto successivo. Uno pensa che stia per essere spazzato via dal campo, ma poi lui azzecca un paio di vincenti di dritto e te lo ritrovi ad un passo dalla vittoria del set.

Il tennis è un gioco di attimi nascosti dentro a correnti di alti e bassi e non credo di aver mai visto un giocatore in grado di illustrare questa dinamica in modo migliore di Novak Djokovic. Da un lato, Novak è perfettamente in grado di dominare in maniera clamorosa, meglio di qualsiasi giocatore sia mai esistito, e di smontare gli avversari con chirurgica spietatezza, come ha fatto ad esempio mercoledì scorso con il povero David Goffin, nei quarti di finale di Wimbledon: ha vinto il secondo set 6-0 ed è sembrato addirittura un punteggio troppo generoso. Sa esplodere dei colpi che lasciano increduli davanti alla TV. Ma è l’altra sua faccia, il suo lato “oscuro” fatto di resistenza tattica, che lo rende il giocatore più temibile dell’ultimo decennio e, probabilmente, di tutti i tempi.

Novak è un genio nel districarsi nelle fasi negative, in modo da assicurarsi le migliori chance per capitalizzare i momenti chiave. Il miglior esempio di questa attitudine di Djokovic si è visto nella finale della scorsa domenica a Wimbledon, nella quale ha retto per cinque ore l’urto con Roger Federer – il giocatore più vincente di sempre nei tornei major, idolo delle folle internazionali e inimitabile leggenda dello sport – vincendo 7-6 (5), 1-6, 7-6 (4), 4-6, 13-12 (3). Dico, rileggiamo un attimo il punteggio. È ridicolo, no? 13-12 non è un set di tennis, ha più a che fare con un compito per casa di matematica delle scuole medie. Eppure, nascosta tra quella sequela di numeri e parentesi, sta scritta la storia della perseveranza quasi soprannaturale di Djokovic, che ben potrebbe non avere eguali nella storia del tennis.

Mettiamo le carte in tavola. Chiunque stia leggendo queste righe e non sia originario di una ristrettissima zona geografica dell’est Europa, molto probabilmente avrà parteggiato per Federer, oggi. Altrettanto probabilmente, non amerà particolarmente Djokovic. L’adorazione per Federer è diventata – talvolta stucchevolmente – la norma sia per i fan occasionali che per gli esperti e Djokovic non è mai stato granché amato. Per i suoi tifosi, la sua relativa impopolarità è dovuta allo sciovinismo del pubblico americano e dell’ovest europeo, alla riluttanza di certi fans privilegiati provenienti da nazioni tradizionalmente dedite al tennis nei confronti di un serbo che s’imbucava senza invito nella torre di vetro di Nadal e Federer.

Per chiunque altro, è la conseguenza del suo essere in qualche modo arrogante e stressante da guardare, del suo apparente bisogno un po’ eccessivo di essere amato, del fatto che si strappi la maglia quando è furioso e del modo in cui ammicca, sbraita e gigioneggia con il pubblico, con atteggiamenti non richiesti e non graditi. Possiamo dire che ambedue le fazioni hanno la loro parte di ragione. In ogni caso, non c’è nessuno con cui abbia parlato oggi che non tifasse per Federer. Io stesso ho tifato per Federer. Nick Kyrgios, che sa ben più di un paio di cose sul pubblico e sul suo affetto, tifava per Federer. Lo stesso Kyrgios che lo scorso maggio sintetizzò alla perfezione l’opinione diffusa tra i fan in una chiacchierata durante un podcast, quando disse che Djokovic aveva “un’ossessione malata di essere amato”. “Vuole essere come Roger”, dichiarò, e aggiunse “è molto imbarazzante”. Ieri, Nick ha twittato “Federer, per favore, vinci!”, seguito da un emoji di un fantasmino.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Per cui, se avete appena finito di assistere ad una finale esaltante, ma probante, durata cinque ore, compreso il primo tie-break al quinto set della storia dell’All England Club – sul quale McEnroe ha espresso più di qualche perplessità dalla cabina di commento – se avete appena visto il giocatore che amate live su ESPN con il cuore spezzato, è comprensibile che non siate dell’umore adatto per leggere una disquisizione sulla feroce forza mentale dell’avversario che lo ha battuto. E questo è, in essenza, il dramma di Djokovic. È arrivato un po’ troppo presto o un po’ troppo tardi sulla scena della rivalità tra Federer e Nadal – troppo tardi per essere un coprotagonista della favola, troppo presto perché questa potesse finire prima di lui – e di conseguenza si è sempre sentito come un estraneo, nonostante abbia vinto 16 majors e sia stato il miglior giocatore del mondo per buona parte dell’ultimo decennio. (Con l’eccezione di alcuni inciampi imbarazzanti e qualche misterioso infortunio, il suo picco prestazionale è probabilmente durato di più di quello di Federer).

I tifosi di tennis lo applaudono quasi a malincuore e, anche nelle sue giornate migliori, c’è quasi sempre la sensazione che il titolo debba essere “Federer perde” anziché “Djokovic vince”. E questo è un vero peccato, perché Djokovic, anche se qualcuno di voi gli tifa contro, è diventato il personaggio più affascinante del tennis. La sua vittoria oggi è stata così implausibile da sembrare assurda, ma è anche emblematica delle sue caratteristiche ed illustra perfettamente il percorso che ha dovuto compiere per trasformare le sue debolezze in punti di forza. È sufficiente dare un’occhiata alle statistiche.

Federer (quasi unanimemente considerato il più grande giocatore di tutti i tempi) ha vinto 36 games in una finale Slam… e ha perso. Federer ha vinto almeno sei games in tutti e cinque i set… e ha perso. Federer non ha dovuto affrontare nessun break point a sfavore per i primi tre set… e ha perso (peraltro, perdendo due di quei primi tre set). Federer ha vinto più games di Djokovic: 36-32. Ha vinto più punti di Djokovic: 218-204. Ha servito meglio di Djokovic sotto ogni punto di vista: più ace (25-10), meno doppi falli (6-9), una percentuale più alta di prime palle in campo (63%-62%) e percentuali migliori di punti vinti sia con le prime palle di servizio (79% contro 74%), che con le seconde (51%-47%). Ha anche vinto più punti a rete (51-24) con un rendimento globalmente più alto (78% contro 63%). Ha brekkato più spesso (7 volte contro 3) convertendo una percentuale più alta di palle break (54%-38%).

Djokovic è probabilmente il miglior ribattitore della storia del tennis, eppure, in finale, Federer ha vinto più punti in risposta (79 contro 64), con una miglior percentuale (36%-32%). Lo svizzero ha commesso più errori gratuiti di Djokovic (79-64) – il suo dritto è stato traballante all’inizio del match e il suo rovescio, ultimamente assai solido, è diventato più incostante all’approssimarsi della quinta ora di gioco – ma ha ampiamente compensato il deficit mettendo a segno 40 vincenti in più del serbo, 94-54. Federer è stato il giocatore migliore in praticamente qualsiasi categoria immaginabile, eppure ha perso. Se si fosse guardata la partita senza tenere d’occhio il punteggio, e magari non conoscendo la storia di Djokovic in match come questo, si avrebbe avuto l’impressione di un dominio di Federer. (Essendo invece a conoscenza della storia di Djokovic, probabilmente, non si avrebbe mai avuto la sensazione di una possibile vittoria dello svizzero, nemmeno quando ha avuto a disposizione due match point).

 
Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Federer è stato più propositivo, più aggressivo e più propenso a dar sfoggio di colpi memorabili; ha passato il pomeriggio correndo a rete, depositando soffici drop-shots in posizioni impossibili e mettendo a segno ace. E ha perso. Federer ha dominato il gioco di correnti, ma non è riuscito ad impedire a Djokovic di comandare il gioco degli attimi. Dopo esser stato spazzato via dal campo nel secondo set, il serbo ha eretto un muro attorno a sé, si è tolto pressione di dosso ed ha ignorato il pubblico, mettendo le basi per un terzo set che è sembrato non avere ritmo. Federer aveva il momentum dalla sua e Djokovic, anziché attaccare, si è messo a faticare e difendere. Incapace di scalfire i turni di battuta dello svizzero, ha badato a sopravvivere per arrivare al tie break. E una volta arrivatoci, è stato capace di innalzare abbastanza il suo gioco, da arrivare per primo a sette punti. È stata un’esibizione di tennis tirato, brutale e poco poetico, con nessun margine di errore, ma ce l’ha fatta, diventando così il primo uomo a vincere Wimbledon avendo dovuto annullare match point a sfavore dai tempi di Bob Falkenburg nel 1948.

Ciò che affascina di questa storia è che è possibile tracciare un collegamento diretto tra la forza mentale quasi indistruttibile di Djokovic e i tratti caratteriali che gli hanno impedito di essere maggiormente amato dai fan. Supponiamo che Kyrgios avesse ragione e che Djokovic sia davvero disperatamente alla ricerca di essere benvoluto dai tifosi. Dovunque Federer vada, la folla lo adora; ha giocato con il vantaggio del pubblico a favore per l’intera durata del suo infinito tramonto, come nessun altro prima di lui. Quando vince, la folla condivide ed esalta la sua gioia; quando perde gli chiede di tornare. Sotto di lui c’è una rete, come quella che gli sta di fronte quando gioca, ed affronta ogni match con un grande supporto emozionale.

Ma consideriamo la situazione di Djokovic. Vorrebbe quel tipo di affetto, ma non lo riceve quasi mai. Dopo aver vinto Wimbledon, mentre avanzava impettito ed ammiccava alla folla o mentre si esibiva nel suo rito di mangiare un filo d’erba, l’applauso è stato… cordiale. Prima di vincerlo, quasi tutti, nello stadio o tra gli spettatori davanti al televisore, milioni di persone in tutto il globo, quasi pregavano che lui perdesse. Il giocatore che più di tutti brama l’amore della folla è proprio colui al quale la folla, testardamente, seguita a negarlo. Mi spiace, ma dev’essere davvero struggente. In un certo senso, è come se giocasse in un incubo, partita dopo partita. Una persona normale, probabilmente, collasserebbe. Cosa c’è di sbagliato in me? Perché non mi amano? Ma Djokovic, in qualche modo, ha tramutato questo scenario in una ricetta per continuare a vincere.

È forse sbagliato dire che Djokovic sia stato in grado di sopravvivere alle avversità, e di farlo così bene nei momenti di maggior stress, perché essenzialmente è abituato ad affrontare difficoltà e pressioni di continuo? Che sia diventato il giocatore mentalmente più forte della storia, pur essendo in origine uno dei più fragili? Il gioco di Federer s’è fatto confusionario nei momenti cruciali della finale – i due match point a favore nel quinto set, i tre tie break- e certamente è sembrato sopraffatto dalla pressione. È parso visibilmente contratto, come se stesse pensando: non rovinare tutto; tutte queste persone tifano per te. Poi ha cominciato a commettere errori da fondo. Djokovic, invece, è rimasto impassibile.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Sa come rimanere calmo e giocare con intelligenza quando i colpi dell’avversario lo mettono sotto, perché è abituato a percepire quando la situazione gli è sfavorevole. Sa come capitalizzare nei momenti di crisi, perché è come se si trovasse perennemente in uno stato di mini-crisi. Ha imparato a fare affidamento su sé stesso perché non può contare sul pubblico. Tutto ciò, naturalmente, è una teoria, perché non sono in grado di leggere la mente di Djokovic, ma mi sembra in grado di spiegare perfettamente partite come quella di oggi, in cui Novak riesce a vincere apparentemente contro ad ogni logica tennistica.

Vorrebbe che noi lo amassimo, ma noi non lo facciamo; quindi lui ha trovato un modo per superare anche noi, oltre al suo avversario. Augurandoci che lui perdesse, lo abbiamo aiutato ad imparare a vincere.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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Racconti

Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

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Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
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Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
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Uno contro tutti: da Borg a McEnroe

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Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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Focus

1×04: Ubi Radio vi parla di Ubitennis ai tempi del coronavirus

Cosa è cambiato nella routine redazionale da quando non si gioca più? La quarta puntata di Ubi Radio (inizio ore 19) conclude il breve viaggio dietro le quinte di Ubitennis

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La quarta puntata di Ubi Radio, il nuovo podcast in diretta di Ubitennis, conclude il breve viaggio dietro le quinte del nostro portale iniziato nella scorsa puntata. Se giovedì scorso ci eravamo soffermati su come si muovono normalmente le rotative e come si sono mosse fino a inizio marzo, evidenziando le differenze tra la copertura di un grande torneo e quella di una settimana in cui i big riposano, oggi vi parliamo di come abbiamo cambiato la nostra routine lavorativa da quando la pandemia di coronavirus ha interrotto l’attività dei circuiti.

Come si ‘sopravvive’ a un periodo senza uno straccio di quindici ufficiale? C’è anche qualche aspetto positivo? Accedere alle notizie è più semplice o più difficile? Quanto è forte la tentazione di mettersi a pubblicare video di gattini? Ne parlano Vanni Gibertini e Alessandro Stella.

UBI RADIO – IL TENNIS IN DIRETTA: EPISODIO 4

 

Ascolta anche su Spotify.

Sintonizzatevi sulla pagina Spreaker di Ubitennis, che consentirà anche di mandare commenti e domande in diretta durante la trasmissione. Si potrà accedere alla trasmissione live del podcast da questo articolo (alle 19 inseriremo il link in cima), dalla pagina Facebook di Ubitennis e, una volta terminata la diretta, si potrà riascoltare l’episodio anche sulle principali piattaforme di podcast come Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

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