L’amabile, e vincente, crisi di Novak Djokovic

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L’amabile, e vincente, crisi di Novak Djokovic

“A proposito dell’incredibile maratona vincente di Novak Djokovic contro Roger Federer nella finale di Wimbledon”. Ubitennis propone la traduzione integrale dell’articolo di Bryan Phillips pubblicato da ‘The Ringer’

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

Novak Djokovic ha la capacità di vincere anche mentre sta perdendo. Possiede una dote che gli consente di subire pazientemente il gioco più devastante dell’avversario, facendo giusto ciò che serve per rimanere in vita, e di scegliere il momento più adatto per restituire tutto. È capace di perdere uno scambio spettacolare e poi, mentre i commentatori sono ancora impegnati a magnificare il rivale, vincere quasi in anonimato il punto successivo. Uno pensa che stia per essere spazzato via dal campo, ma poi lui azzecca un paio di vincenti di dritto e te lo ritrovi ad un passo dalla vittoria del set.

Il tennis è un gioco di attimi nascosti dentro a correnti di alti e bassi e non credo di aver mai visto un giocatore in grado di illustrare questa dinamica in modo migliore di Novak Djokovic. Da un lato, Novak è perfettamente in grado di dominare in maniera clamorosa, meglio di qualsiasi giocatore sia mai esistito, e di smontare gli avversari con chirurgica spietatezza, come ha fatto ad esempio mercoledì scorso con il povero David Goffin, nei quarti di finale di Wimbledon: ha vinto il secondo set 6-0 ed è sembrato addirittura un punteggio troppo generoso. Sa esplodere dei colpi che lasciano increduli davanti alla TV. Ma è l’altra sua faccia, il suo lato “oscuro” fatto di resistenza tattica, che lo rende il giocatore più temibile dell’ultimo decennio e, probabilmente, di tutti i tempi.

Novak è un genio nel districarsi nelle fasi negative, in modo da assicurarsi le migliori chance per capitalizzare i momenti chiave. Il miglior esempio di questa attitudine di Djokovic si è visto nella finale della scorsa domenica a Wimbledon, nella quale ha retto per cinque ore l’urto con Roger Federer – il giocatore più vincente di sempre nei tornei major, idolo delle folle internazionali e inimitabile leggenda dello sport – vincendo 7-6 (5), 1-6, 7-6 (4), 4-6, 13-12 (3). Dico, rileggiamo un attimo il punteggio. È ridicolo, no? 13-12 non è un set di tennis, ha più a che fare con un compito per casa di matematica delle scuole medie. Eppure, nascosta tra quella sequela di numeri e parentesi, sta scritta la storia della perseveranza quasi soprannaturale di Djokovic, che ben potrebbe non avere eguali nella storia del tennis.

Mettiamo le carte in tavola. Chiunque stia leggendo queste righe e non sia originario di una ristrettissima zona geografica dell’est Europa, molto probabilmente avrà parteggiato per Federer, oggi. Altrettanto probabilmente, non amerà particolarmente Djokovic. L’adorazione per Federer è diventata – talvolta stucchevolmente – la norma sia per i fan occasionali che per gli esperti e Djokovic non è mai stato granché amato. Per i suoi tifosi, la sua relativa impopolarità è dovuta allo sciovinismo del pubblico americano e dell’ovest europeo, alla riluttanza di certi fans privilegiati provenienti da nazioni tradizionalmente dedite al tennis nei confronti di un serbo che s’imbucava senza invito nella torre di vetro di Nadal e Federer.

Per chiunque altro, è la conseguenza del suo essere in qualche modo arrogante e stressante da guardare, del suo apparente bisogno un po’ eccessivo di essere amato, del fatto che si strappi la maglia quando è furioso e del modo in cui ammicca, sbraita e gigioneggia con il pubblico, con atteggiamenti non richiesti e non graditi. Possiamo dire che ambedue le fazioni hanno la loro parte di ragione. In ogni caso, non c’è nessuno con cui abbia parlato oggi che non tifasse per Federer. Io stesso ho tifato per Federer. Nick Kyrgios, che sa ben più di un paio di cose sul pubblico e sul suo affetto, tifava per Federer. Lo stesso Kyrgios che lo scorso maggio sintetizzò alla perfezione l’opinione diffusa tra i fan in una chiacchierata durante un podcast, quando disse che Djokovic aveva “un’ossessione malata di essere amato”. “Vuole essere come Roger”, dichiarò, e aggiunse “è molto imbarazzante”. Ieri, Nick ha twittato “Federer, per favore, vinci!”, seguito da un emoji di un fantasmino.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Per cui, se avete appena finito di assistere ad una finale esaltante, ma probante, durata cinque ore, compreso il primo tie-break al quinto set della storia dell’All England Club – sul quale McEnroe ha espresso più di qualche perplessità dalla cabina di commento – se avete appena visto il giocatore che amate live su ESPN con il cuore spezzato, è comprensibile che non siate dell’umore adatto per leggere una disquisizione sulla feroce forza mentale dell’avversario che lo ha battuto. E questo è, in essenza, il dramma di Djokovic. È arrivato un po’ troppo presto o un po’ troppo tardi sulla scena della rivalità tra Federer e Nadal – troppo tardi per essere un coprotagonista della favola, troppo presto perché questa potesse finire prima di lui – e di conseguenza si è sempre sentito come un estraneo, nonostante abbia vinto 16 majors e sia stato il miglior giocatore del mondo per buona parte dell’ultimo decennio. (Con l’eccezione di alcuni inciampi imbarazzanti e qualche misterioso infortunio, il suo picco prestazionale è probabilmente durato di più di quello di Federer).

I tifosi di tennis lo applaudono quasi a malincuore e, anche nelle sue giornate migliori, c’è quasi sempre la sensazione che il titolo debba essere “Federer perde” anziché “Djokovic vince”. E questo è un vero peccato, perché Djokovic, anche se qualcuno di voi gli tifa contro, è diventato il personaggio più affascinante del tennis. La sua vittoria oggi è stata così implausibile da sembrare assurda, ma è anche emblematica delle sue caratteristiche ed illustra perfettamente il percorso che ha dovuto compiere per trasformare le sue debolezze in punti di forza. È sufficiente dare un’occhiata alle statistiche.

Federer (quasi unanimemente considerato il più grande giocatore di tutti i tempi) ha vinto 36 games in una finale Slam… e ha perso. Federer ha vinto almeno sei games in tutti e cinque i set… e ha perso. Federer non ha dovuto affrontare nessun break point a sfavore per i primi tre set… e ha perso (peraltro, perdendo due di quei primi tre set). Federer ha vinto più games di Djokovic: 36-32. Ha vinto più punti di Djokovic: 218-204. Ha servito meglio di Djokovic sotto ogni punto di vista: più ace (25-10), meno doppi falli (6-9), una percentuale più alta di prime palle in campo (63%-62%) e percentuali migliori di punti vinti sia con le prime palle di servizio (79% contro 74%), che con le seconde (51%-47%). Ha anche vinto più punti a rete (51-24) con un rendimento globalmente più alto (78% contro 63%). Ha brekkato più spesso (7 volte contro 3) convertendo una percentuale più alta di palle break (54%-38%).

Djokovic è probabilmente il miglior ribattitore della storia del tennis, eppure, in finale, Federer ha vinto più punti in risposta (79 contro 64), con una miglior percentuale (36%-32%). Lo svizzero ha commesso più errori gratuiti di Djokovic (79-64) – il suo dritto è stato traballante all’inizio del match e il suo rovescio, ultimamente assai solido, è diventato più incostante all’approssimarsi della quinta ora di gioco – ma ha ampiamente compensato il deficit mettendo a segno 40 vincenti in più del serbo, 94-54. Federer è stato il giocatore migliore in praticamente qualsiasi categoria immaginabile, eppure ha perso. Se si fosse guardata la partita senza tenere d’occhio il punteggio, e magari non conoscendo la storia di Djokovic in match come questo, si avrebbe avuto l’impressione di un dominio di Federer. (Essendo invece a conoscenza della storia di Djokovic, probabilmente, non si avrebbe mai avuto la sensazione di una possibile vittoria dello svizzero, nemmeno quando ha avuto a disposizione due match point).

 
Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Federer è stato più propositivo, più aggressivo e più propenso a dar sfoggio di colpi memorabili; ha passato il pomeriggio correndo a rete, depositando soffici drop-shots in posizioni impossibili e mettendo a segno ace. E ha perso. Federer ha dominato il gioco di correnti, ma non è riuscito ad impedire a Djokovic di comandare il gioco degli attimi. Dopo esser stato spazzato via dal campo nel secondo set, il serbo ha eretto un muro attorno a sé, si è tolto pressione di dosso ed ha ignorato il pubblico, mettendo le basi per un terzo set che è sembrato non avere ritmo. Federer aveva il momentum dalla sua e Djokovic, anziché attaccare, si è messo a faticare e difendere. Incapace di scalfire i turni di battuta dello svizzero, ha badato a sopravvivere per arrivare al tie break. E una volta arrivatoci, è stato capace di innalzare abbastanza il suo gioco, da arrivare per primo a sette punti. È stata un’esibizione di tennis tirato, brutale e poco poetico, con nessun margine di errore, ma ce l’ha fatta, diventando così il primo uomo a vincere Wimbledon avendo dovuto annullare match point a sfavore dai tempi di Bob Falkenburg nel 1948.

Ciò che affascina di questa storia è che è possibile tracciare un collegamento diretto tra la forza mentale quasi indistruttibile di Djokovic e i tratti caratteriali che gli hanno impedito di essere maggiormente amato dai fan. Supponiamo che Kyrgios avesse ragione e che Djokovic sia davvero disperatamente alla ricerca di essere benvoluto dai tifosi. Dovunque Federer vada, la folla lo adora; ha giocato con il vantaggio del pubblico a favore per l’intera durata del suo infinito tramonto, come nessun altro prima di lui. Quando vince, la folla condivide ed esalta la sua gioia; quando perde gli chiede di tornare. Sotto di lui c’è una rete, come quella che gli sta di fronte quando gioca, ed affronta ogni match con un grande supporto emozionale.

Ma consideriamo la situazione di Djokovic. Vorrebbe quel tipo di affetto, ma non lo riceve quasi mai. Dopo aver vinto Wimbledon, mentre avanzava impettito ed ammiccava alla folla o mentre si esibiva nel suo rito di mangiare un filo d’erba, l’applauso è stato… cordiale. Prima di vincerlo, quasi tutti, nello stadio o tra gli spettatori davanti al televisore, milioni di persone in tutto il globo, quasi pregavano che lui perdesse. Il giocatore che più di tutti brama l’amore della folla è proprio colui al quale la folla, testardamente, seguita a negarlo. Mi spiace, ma dev’essere davvero struggente. In un certo senso, è come se giocasse in un incubo, partita dopo partita. Una persona normale, probabilmente, collasserebbe. Cosa c’è di sbagliato in me? Perché non mi amano? Ma Djokovic, in qualche modo, ha tramutato questo scenario in una ricetta per continuare a vincere.

È forse sbagliato dire che Djokovic sia stato in grado di sopravvivere alle avversità, e di farlo così bene nei momenti di maggior stress, perché essenzialmente è abituato ad affrontare difficoltà e pressioni di continuo? Che sia diventato il giocatore mentalmente più forte della storia, pur essendo in origine uno dei più fragili? Il gioco di Federer s’è fatto confusionario nei momenti cruciali della finale – i due match point a favore nel quinto set, i tre tie break- e certamente è sembrato sopraffatto dalla pressione. È parso visibilmente contratto, come se stesse pensando: non rovinare tutto; tutte queste persone tifano per te. Poi ha cominciato a commettere errori da fondo. Djokovic, invece, è rimasto impassibile.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Sa come rimanere calmo e giocare con intelligenza quando i colpi dell’avversario lo mettono sotto, perché è abituato a percepire quando la situazione gli è sfavorevole. Sa come capitalizzare nei momenti di crisi, perché è come se si trovasse perennemente in uno stato di mini-crisi. Ha imparato a fare affidamento su sé stesso perché non può contare sul pubblico. Tutto ciò, naturalmente, è una teoria, perché non sono in grado di leggere la mente di Djokovic, ma mi sembra in grado di spiegare perfettamente partite come quella di oggi, in cui Novak riesce a vincere apparentemente contro ad ogni logica tennistica.

Vorrebbe che noi lo amassimo, ma noi non lo facciamo; quindi lui ha trovato un modo per superare anche noi, oltre al suo avversario. Augurandoci che lui perdesse, lo abbiamo aiutato ad imparare a vincere.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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Tsitsipas vince una bella edizione delle Finals: è Maestro a soli 21 anni

LONDRA – La finale è la degna conclusione di uno splendido torneo. Thiem si fa rimontare ma esce dal campo con onore. Stefanos è il più giovane Maestro dal 2001

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Stefanos Tsitsipas - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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[6] S. Tsitsipas b. [5] D. Thiem 6-7(6) 6-2 7-6(4) (da Londra, il nostro inviato)

Stefanos Tsitsipas soffia la polvere dai libri di storia dell’ATP vincendo il torneo di fine stagione a soli 21 anni e tre mesi. Il greco è il ‘Maestro’ più giovane dallo Hewitt poco più che ventenne che si impose nel 2001, ed è soprattutto il vincitore all’esordio più giovane dai tempi del 19enne McEnroe nel 1978, praticamente una vita fa. Maestro a 21 anni come, nel recente passato, Zverev lo scorso anno (21 anni e sette mesi) e soprattutto Djokovic nel 2008 (21 anni e sei mesi).

 

Un torneo già di grande livello trova quindi nella finale una conclusione meravigliosa. Tsitsipas ha battuto con merito un grandissimo Thiem, capace di risorgere dopo aver vinto un primo set di livello eccelso ed equilibratissimo e perso nettamente il secondo. La maggiore propositività di Tsitsipas, molto solido anche in difesa, oggi avrebbe steso sin da subito molti giocatori. Non Thiem, che ha annullato un set point e poi ha sfruttato l’unico vero errore di Tsitsipas, un rovescio quasi steccato che Thiem ha trasformato nel 7-4 finale. Nel secondo set l’austriaco è però sparito dal campo, seppellito da una versione di Tsitsipas simile a un Federer ateniese. Non tanto per qualche colpo di pregio ma per la capacità di variare degna dello svizzero, come volare in campo per chiudere a rete, offrire dal fondo parabole di rovescio e dritti imprevedibili. Il terzo set è stato l’epilogo più alto di queste Finals, con Tsitsipas che salito 3-1 ha subito l’orgoglio e il grande gioco di Thiem, che ha subito contro-breakkato portando il match al tie-break. Stefanos è salito fino al 4-1 con due servizi a disposizione, ma ancora una volta in un’arena ormai tutta per Stefanos, Dominic ha impattato sul 4-4. Un altro errore di dritto però, il suo colpo più deficitario oggi, ha mandato Tsitsipas sull’Olimpo, Maestro a 21 anni.

PRIMA DELLA PARTITAStefan Edberg, Maestro nel 1989, segue da ospite d’onore nello Star Box B (quello dietro il giudice di sedia), in attesa di premiare il vincitore di questa edizione. Nell’altro box degli ospiti d’onore, lo Star Box A (esattamente di fronte al B, quasi perché i VIP si guardino negli occhi invidiando i privilegi altrui o vantandosi dei propri), ci sono Hugh Grant e Woody Harrelson. Entrambi sono grandi appassionati sportivi. nel calcio capita spesso di vedere il bellone di Notting Hill sugli spalti di Craven Cottage per i match del Fulham, mentre il capo della polizia Bill Willoughby di Tre Manifesti a Ebbing Missouri compare ogni tanto con maglie da calcio del tutto imprevedibili (un vecchio tweet lo immortalava addirittura con quella della Reggina). L’ultima immagine di Harrelson ‘sport addicted’ è però il magico show offerto a Wimbledon, quando con addosso un’evidente sbornia ha tentato di riguadagnare il suo posto sul Central Court, venendo invece respinto dallo steward. Nacque addirittura un account Twitter celebrativo, poi tornato alla normalità, ma chi non conosce la storia può rimediare cliccando qui. I precedenti dicono 4-2 Thiem, con Tsitsipas che ha vinto solo uno dei quattro incontri sul duro al 1000 (Toronto 2018).

UN ROVESCIO COSTA CARO A STEF – La finale parte molto bene, anche se notiamo qualche posto vuoto qua e là: è un peccato per l’ultimo grande match dell’anno (Davis by Cosmos a parte) ma i prezzi sono da grande evento londinese. L’intensità degli scambi è subito molto forte, i servizi ben oliati ma gli scambi superiori ai tre colpi sono parecchi. Sul 1-1 40-0 servizio Tsitsipas, Thiem indovina un gran rovescio lungolinea, uno dei colpi migliori e più dolorosi per l’avversario, ma è troppo presto per capire se lo potrà utilizzare spesso nella partita. Il finalista degli ultimi due Roland Garros annulla una palla break sul 2-1 e poi sul 4-3, mentre nel gioco prima, è il due volte giustiziere di Federer (qui ieri e all’Australian Open, non proprio due vittorie in tornei da poco) a salvare il servizio in un’occasione. Il tie-break viene deciso da un rovescio sbagliato da Stefanos nel momento peggiore e dopo aver annullato con uno smash a rete un set point. Poco più di un’ora di grande tennis, che si porta a casa il freddo viennese.

Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

TUTTO DA RIFARE PER DOMINIC – Nel secondo set Zeus interviene subito e affianca a Tsitsipas Ade, Dio degli inferi, perché la ferocia con cui reagisce per rispondere al set perso sembra del tutto adatta a mandare l’amico Dominic negli inferi. Naturalmente Ermes dai piedi alati è con lui dal primo turno contro Medvedev. Due divinità dalla tua spiegano bene perché il semifinalista di Melbourne, Roma e Shanghai si porti sul 4-0, ma il campo lo fa certamente meglio. Giunto sul 5-2 40-15 e servizio, la seconda sopra i 200 km orari sul secondo set point rimanda tutto al terzo set, dove Dominic è chiamato a non pensare neanche per un attimo perché in un amen ha perso il set di vantaggio ottenuto dopo più di un’ora di battaglia. Sul 3-0 pesante per Stefanos, la pausa è buona per inquadrare sui maxi-schermi il succitato Woody Harrelson. Anche per quanto detto sopra, un attore così poliedrico e insieme un personaggio così bizzarro, è difficile da odiare e infatti il pubblico si esalta in un’espressione di entusiastica sorpresa cui Woody risponde con un saluto e un’espressione delle sue. Il set non ha storia, complice anche la rottura prolungata dell’austriaco (25 punti a 12, nessun punto portato a casa da Thiem con la seconda di servizio).

LOTTA SENZA QUARTIERE – Apre Thiem al servizio e sul 30 pari un punto da colpi di velocità siderale viene deciso da un vincente lungo linea del n.6 del mondo che manda in visibilio tutta l’O2 Arena. Thiem deve annullare una palla break, ma il servizio viene ceduto due giochi dopo. Dopo 1 ora e 49 minuti di partita, sull’1 pari del terzo, si rompe l’equilibrio. Serve l’austriaco, ma il greco sale 15-40; la prima viene annullata da una buona volèe di Dominic (nonostante l’indegno urletto di disturbo appena prima del colpo di un cretino, versione peggiore dei discendenti della grande civiltà greca), ma sulla seconda il compagno di Kiki Mladenovic manda in rete il dritto in uscita dal servizio. Tsitsipas sembra inarrestabile, conferma il break e sale 3-1. A impressionare di Tsitsipas è l’intelligenza tattica ben superiore ai suoi 21 anni. I colpi difensivi liftati del greco per recuperare il campo quando viene cacciato indietro sotto le bombarde dell’artigliera asburgica sono eloquenti a tal proposito, un’astuzia degna di Ulisse ma senza il suo opportunismo (lui non avrebbe mai lottato alla morte con Nadal, meno male che nel XI secolo abbiamo Stefanos!).

A questo punto il trofeo dei Maestri sembra prendere la strada di Atene, ma la fanteria austriaca ha già mostrato le sue capacità di ricorrere alla rete e di non mollare niente (se non come Nadal – come lui a rifiutare la sconfitta chi altri? – certamente come Michael Chung). Quando Stefanos serve per sul 3-2 15 pari, spedisce inopinatamente lungo uno schiaffo al volo a rete e lo paga a carissimo prezzo: Dominic recupera correndo come Bolt (copyright del collega Ferri) e alla seconda palla del contro-break si giova di un errore di rovescio del greco, che lo scaraventa dall’Olimpo alla terra, nel luogo dove i comuni mortali contano le ore, a Greenwich. Nel momento a lui più sfavorevole e con un pubblico tutto per il semidio ateniese, Thiem mette in campo due dritti anomali mostruosi, giocati girando attorno alla palla, mostruosi perché non indirizzati lungolinea ma strettissimi a lambire la rete.

EPILOGOSul 5 pari, il Colosseo contemporaneo trova la sua estasi. “Tsitsipas, Tsitsipas, Tsitsipas”. L’acustica è perfetta, la battaglia di più. Ma Dominic Thiem, che per il pubblico è ora il cattivo, non fa una piega e serve da Dio sotto gli occhi dell’Olimpo. Dopo quasi due ore e mezza di sublime battaglia, l’epilogo al tie-break è il più giusto, il più epico. Sul 2-1 per il greco, la perfezione di Tsitsipas costringe Thiem ai due errori meno gratuiti di sempre, ma sul 4-1 il roccioso Thiem prima fa due punti sul servizio avversari, agganciandolo sul 4 pari, ma a quel punto dimostra anche lui di essere umano e fragile, con un dritto in rete che pone fine alla contesa. Sul 6-4, Tsitsipas chiude al primo match point e si laurea Maestro 2019.

Stefanos Tsitsipas a terra – ATP Finals 2019 (via Twitter, @atptour)

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ATP

Thiem: “Ho un buon rapporto con Tsitsipas, ma sul campo è sempre battaglia”

LONDRA – Le ambizioni dell’austriaco crescono, alla vigilia della sua venticinquesima finale in carriera. Questa sarà la più importante

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Dominic Thiem - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il nostro inviato

Dominic Thiem è forse l’unico giocatore, tra quelli nati negli anni ’90, che sinora è stato capace di inserirsi con una certa continuità all’inseguimento delle quattro leggende del tennis. Il suo salto di qualità è arrivato soprattutto negli ultimi due anni, un lasso di tempo in cui ha vinto otto tornei (metà dei quali sul veloce, dove a inizio carriera difettava parecchio), battuto nove volte giocatori compresi in top 5 – tra questi due volte Nadal, due volte Djokovic, tre volte Federer – e raggiunto due volte la finale al Roland Garros. Adesso l’austriaco sembra pronto per fare persino qualcosa in più, ovvero iniziare a togliere qualche titolo pesante ai mostri sacri, come ha già saputo fare quest’anno battendo Federer in finale a Indian Wells. Intanto giocherà da favorito contro Tsitsipas (inizio del match alle 19 italiane), che ha battuto in quattro confronti diretti su sei.

 

Domani affronterai Stefanos Tsitsipas che hai avuto modo di conoscere meglio alla Laver Cup. Ce ne puoi parlare un po’?
Ho sempre avuto un buon rapporto con lui ma sicuramente alla Laver Cup ci siamo conosciuti tutti meglio. C’era una bellissima chimica tra tutti noi. Ci siamo divertiti molto. Sono tutti ragazzi simpatici. E anche negli altri tornei passiamo dei bei momenti insieme. Ma quando siamo sul campo combattiamo una battaglia e per due o tre ore mettiamo da parte l’amicizia.

Quella di domani sarà una finale con due giocatori con il rovescio a una mano, cosa che non capitava da 13 anni. Ci sapresti dire cosa fa si che questo modo di giocare il rovescio renda lo spettacolo più interessante e gradevole?
È una bella cosa perché per un lungo periodo ci sono stati pochi giocatori con questa caratteristica. Ora grazie a me, Stefanos, Shapovalov avremo modo di vederlo per 10 o 15 anni e credo sia grandioso. Se lo si sa giocare bene come noi sulle superfici indoor offre grandi vantaggi perché offre molte opzioni.

Poco fa Zverev ha detto che secondo lui nel 2020 qualcuno vincerà un torneo dello Slam per la prima volta. Condividi?
Sì. Non al 100%, ma lo credo possibile anche io pur se i primi tre continueranno ad essere ancora i favoriti. Per quel che mi riguarda spero che nel 2020 riesca a proseguire nella mia crescita che mi pare vada nella giusta direzione. Perciò dopo questo torneo mi prenderò un po’ di riposo ma poi tornerò ad allenarmi per migliorare ancora. Sono molto motivato e credo che nel 2020 farò ancora meglio di quest’anno.

A fine anno sarai numero 4 al mondo. È meglio che essere il numero 3 per qualche settimana durante l’anno? Ci sono 5 anni di differenza tra te e Tsitsipas come tra Federer e Nadal. Ti fa pensare a nulla questo fatto?
In vista dell’Australian Open è certamente importante. Meglio arrivare allo Slam come quarta testa di serie che come quinta. Per quanto riguarda la differenza d’età è una curiosa coincidenza. Ho visto una foto in cui ci alleniamo insieme nel 2016. Credo che nessuno dei due potesse anche solo immaginare che tre anni dopo saremmo arrivati qui.

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Tsitsipas: “Ho vissuto i breakpoint come una sfida”

Stefanos Tsitsipas dopo la conquista della sua prima finale alle ATP Finals: “Sono orgoglioso di me, non ho ceduto sotto pressione”

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Stefanos Tsitsipas e Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Hai definito una vittoria da sogno quella contro Federer. È meglio di quanto ti aspettassi?
Sì e in due set. Non ho dovuto andare neppure questa volta al terzo. Non ho mai disputato il terzo set contro di lui. Sono contento di avere giocato bene e avere mantenuto la calma. È un grande momento per me, la mia squadra, il mio Paese. Sono orgoglioso di me. Di come mi sono concentrato sui break point. Non ho ceduto sotto pressione. Ho fatto scelte composte e mature.

Parlaci ancora di quei break point.
Per me non costituiscono motivo di pressione. Li ho visti come una sfida a superare le difficoltà. Un’opportunità di rendermi aggressivo di non dargli tempo e spazio per fare cose. Certo che non è bello trovarsi in quei frangenti e io faccio di tutto per evitarlo, ma fanno parte del tennis. Lui è molto bravo e mi ha reso la vita difficile in campo. È arrivato ai break point perché se lo è meritato ma poi io sono riuscito a mantenere la calma e a non pensarci troppo.

Sei rimasto sorpreso dalla tua capacità di gestire con così tanta calma queste situazioni difficili?
No. Ho cercato di fare la stessa cosa contro di lui a Basilea e uscii deluso dal campo perché sentivo di non avere dato il mio meglio. Potevo fare molto di più. Però da quella esperienza ho imparato tanto. Lui allora giocò bene ma io ebbi la possibilità di studiarlo meglio e di arrivare pronto oggi.

Abbiamo visto molti tifosi greci qui oggi per te. Quanto conta il loro sostegno?
Molto anche se oggi mi è parso di vedere e sentire più tifosi svizzeri (risate n.d.t.). Ho cercato di non farmi condizionare dal tifo contrario e di sentire solo quello dei miei compatrioti che gridavano incitamenti e il mio nome in greco. È importante. È importante per la crescita dello sport in Grecia. Mi fanno sentire a casa. Mi dà una grande carica.

Quali differenze vedi tra la vittoria ottenuta in Australia e quella odierna?
La prima è che oggi abbiamo giocato due set e in Australia quattro. Io mi sento molto migliorato da allora. mi sento più adulto. Più maturo. Un’altra persona. Oggi la differenza in campo è stata minima. Nonostante servissi a mio parere piuttosto bene lui è andato vicino a togliermi il servizio tante volte. Rispondeva bene e questo mi rendeva la vita difficile.

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