Storie di tennis: il ping pong di Perry e l'hockey di Drobny

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Storie di tennis: il ping pong di Perry e l’hockey di Drobny

Perché l’attualità è seducente, ma certe volte la storia lo è di più

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Jaroslav Drobny - Wimbledon 1953

I recenti articoli che hanno avuto come protagonisti Felicisimo Ampon e Bob Falkenbourg hanno inaugurato una serie dedicata a vicende non direttamente legate al tennis giocato, bensì alla vita di alcuni dei suoi interpreti. Qualcosa di simile a un “trivial pursuit” o di “non tutti sanno che” da leggere sotto l’ombrellone quando non si sa più come passare il troppo tempo libero generato dalle vacanze e le notizie di calcio-mercato della Rosea appaiono francamente improponibili anche al tifoso meno smaliziato. In questa puntata parleremo di polivalenza.

Gli sportivi professionisti sono di norma dotati di qualità fisiche e psicologiche che gli permettono di eccellere in svariate discipline sportive. All’interno dei nostri confini a titolo di esempio ad oggi insuperato citiamo un nome: Cesare Rubini. Rubini fu un eccelso pallanuotista (oro olimpico Londra ’48), ottimo cestista e grande allenatore di pallacanestro; è uno dei pochissimi atleti ad avere ricevuto l’onore di essere cooptato in due Hall of Fame: quella della pallanuoto in qualità di giocatore e quella del basket come allenatore.

Il tennis a sua volta vanta tra le proprie fila giocatori che si sono fatti onore ad alti livelli anche in altri sport. Noi ne abbiamo individuati sei. In ordine di anno di nascita essi sono:

1 Giovanni Balbo di Robecco
2 Fred Perry
3 Ellsworth Vines
4 Jaroslav Drobny
5 Tony Trabert
6 Ion Tiriac

Il Conte Giovanni Balbo di Robecco nacque a Genova nel 1883. La sua carriera sportiva di alto livello iniziò nel Genoa Football club nel 1905 quando esordì in prima serie nel ruolo di portiere e ala destra (!). La sua carriera di calciatore si esaurisce praticamente in quell’anno con due sole presenze all’attivo. I risultati che il Conte ottenne nel tennis, sport al quale si dedicò a tempo pieno dopo avere appeso le scarpette al chiodo, sono molto più significativi. Egli infatti conquistò 4 titoli italiani in singolare, partecipò alle Olimpiadi di Anversa del 1920 e alla Coppa Davis. In campo internazionale il suo successo più prestigioso è costituito dalla vittoria nel 1922 al torneo di Montecarlo nel quale mai prima di allora un italiano era riuscito a imporsi.

L’inglese Frederick John Perry ha bisogno di poche presentazioni. Qualunque appassionato sa che fu l’ultimo britannico a conquistare i Championships prima di Andy Murray e anche i non appassionati almeno una volta nella vita lo hanno sentito nominare per i capi di abbigliamento sportivo che – non per coincidenza – portano il suo nome. Quanti però sanno che prima di diventare uno dei migliori tennisti della sua epoca egli fu un campione di ping pong?

Nel 1928, a soli 19 anni, Perry conquistò la medaglia di bronzo di tennis tavolo ai mondiali di Stoccolma e l’anno successivo la medaglia d’oro a Belgrado. Probabilmente fu proprio grazie a questa disciplina che il britannico sviluppò capacità di coordinazione e di riflessi fenomenali che gli permettevano di colpire la palla con grande anticipo facendo di lui una specie di Agassi, Federer o Davydenko ante litteram.

Fred Perry

Il californiano Henry Ellswort Vines jr fu, risultati alla mano, il miglior tennista al mondo a livello professionistico nella seconda metà degli anni ’30 e, prima di passare tra i professionisti, aveva vinto due titoli agli US Open e uno a Wimbledon. Nel 1940 a soli 29 anni decise di abbandonare il tennis per dedicarsi dal 1942 all’altra grande passione sportiva della sua vita: il golf. Pur non riuscendo a eguagliare i risultati ottenuti nel tennis, anche in questa specialità Vines si difese molto bene. Nel suo palmares figurano infatti 3 tornei del PGA Tour, l’ente che organizza i maggiori tornei statunitensi.

Il cecoslovacco di nascita e britannico di passaporto (e per qualche anno anche egiziano) Jaroslav Drobny, vincitore negli anni ’50 di due titoli al Roland Garros e di uno a Wimbledon, ha in comune con Cesare Rubini l’onore di essere membro della Hall of Fame di due differenti discipline sportive: hockey su ghiaccio e tennis. L’hockey su ghiaccio è sport ancora oggi popolarissimo in Cecoslovacchia (Thomas Berdych ad esempio ne è appassionato) e Drobny prima di dedicarsi a tempo pieno al tennis ne fu un interprete di rilievo.

Con la nazionale cecoslovacca partecipò in veste di titolare ai mondiali del 1947 e alle Olimpiadi Invernali del 1948 conquistando rispettivamente la medaglia d’oro e d’argento. Drobny abbandonò l’hockey a favore del tennis a 28 anni nel 1949, anno in cui raggiunse, perdendo, la sua prima finale a Wimbledon. Desta comunque stupore constatare come, nei medesimi anni in cui gareggiava sui pattini, Drobny fosse altresì in grado di esprimersi ad alto livello con la racchetta: nel 1946 era arrivato sino alla semifinale a Wimbledon e nel 1948 aveva trionfato al Roland Garros nel doppio e nel doppio misto.

Marion Anthony Trabert fu un tennista incomparabilmente migliore di quanto non fosse come cestista. I 5 titoli conquistati tra Wimbledon, US Open e Roland Garros non sono controbilanciati da successi anche solo minimamente paragonabili nel basket. Purtuttavia, Trabert giocò due stagioni nel ruolo di guardia della squadra universitaria di Cincinnati che nella prima metà degli anni ’50 era figurava tra le più forti del Paese.

Il rumeno Ion Tiriac è il classico personaggio al quale calza a pennello il detto americano: “Bigger than life”. Il mentore nonché compagno di doppio di Ilie Nastase, è attualmente un ricchissimo banchiere che a 80 anni suonati si diletta ancora a organizzare il torneo combined di Madrid, meglio se su terra blu. Sotto il profilo sportivo Tiriac nacque hockeysta e divenne solo successivamente un buon tennista; in singolare giunse sino alla posizione numero 55 e nel doppio, specialità in cui vinse il RG in coppia con Nastase nel 1970, alla diciannovesima.

Ion Tiriac (a sinistra) e Ilie Nastase

L’hockey su ghiaccio gli diede la soddisfazione forse più grande per uno sportivo, ovvero quella di prendere parte ai Giochi Olimpici in rappresentanza del proprio Paese. Tiriac vi partecipò nel 1964 e, dato che il primo amore non si scorda mai, nel 2016 ha inaugurato nelle vicinanze di Bucarest un impianto dedicato agli sport su ghiaccio di 5.000 mq.

I sei personaggi dei quali abbiamo sin qui parlato hanno in comune il fatto di dovere la propria fama principalmente al tennis. Prima di accomiatarci dai lettori ne menzioniamo uno che, al contrario, è noto per i successi raggiunti in uno sport differente, ma che ha praticato anche il tennis a livello professionistico: John Lucas.

Lo statunitense Lucas tra gli anni ’70 e ’80 fu un professionista della National Basketball League e successivamente un allenatore nella medesima Lega. Negli anni ’70 fu però anche eccellente tennista a livello universitario e arrivò a disputare qualche torneo di categoria Challenger prima di abbandonare completamente il tennis a favore della palla a spicchi. Il sito ATP ci informa che nel dicembre del 1979 raggiunse il suo best ranking al numero 579.

E voi, cari lettori, sapete indicarci altri tennisti che si sono distinti in diversi sport?

 

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Storie di tennis: tra cielo e terra

Joseph Raphael Hunt, detto Joe, e Jack Kramer. Una storia che forse non conoscete e una foto che non dimenticherete

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Joe Hunt e Jack Kramer - Forest Hills 1943

La storia del tennis nella prima metà del ‘900 fu spesso frutto di fatali incontri tra il cielo e la terra. In questo articolo ne racconteremo due. È noto che il più importante torneo di tennis su terra prende il nome da un asso dell’aviazione francese di origine spagnola morto in azione sul finire della prima guerra mondiale: Roland Garros. Non è invece conosciuto il nome di chi abbatté il pilota francese. In teoria avrebbe potuto essere il barone Uberto de Morpurgo, dal momento che all’epoca della prima guerra mondiale prestava servizio come aviatore nell’esercito austro-ungarico.

Uberto Luigi de Morpurgo nacque nel 1896 a Trieste, città allora appartenente all’impero austro-ungarico; la madre era inglese e il padre era membro di una delle più ricche e potenti famiglie triestine, fondatrice del gruppo assicurativo Generali. Al termine del primo conflitto mondiale Trieste divenne italiana, e di conseguenza anche il barone de Morpurgo lo divenne. Simile a molti dei suoi colleghi dell’epoca sotto il profilo dell’estrazione sociale, il nobiluomo era però da loro molto dissimile per il comportamento in campo, caratterizzato da un agonismo spesso ben oltre le righe.

Nella sconfitta il suo comportamento fu spesso censurabile. Gianni Clerici in “500 anni di tennis” racconta della volta in cui il nostro protagonista rifilò un solenne ceffone a Giorgio de Stefani – suo allievo – al termine di una partita nella quale il discepolo osò batterlo. Nel tennis come nella vita però, molto viene perdonato ai vincenti e de Morpurgo lo fu, seppure nel suo palmares manchi l’acuto che regala l’immortalità tennistica. Il suo excursus honorum è pressoché privo di affermazioni dentro i confini patri poiché la sua natura cosmopolita lo indusse a cercare quasi sempre la gloria sui grandi palcoscenici internazionali. Solidissimo in entrambi i fondamentali di rimbalzo oltre che dotato di straordinaria vis agonistica, all’apice della sua arte tennistica coincisa con il triennio ’28-’30, il suo nome appare nella classifica mondiale a cavallo tra l’ottava e la decima posizione assoluta.

Nel 1928 a Wimbledon si arrese solo ai quarti di finale al vincitore di quella edizione, René Lacoste. Nel ‘29 a Parigi al terzo turno batté il tennista e aviatore italiano conte Leonardo Bonzi, protagonista di una nostra precedente storia, e nel 1930 arrivò sino in semifinale dove perse contro Henri Cochet. La terra rossa era la sua superficie preferita e proprio su quel terreno alle olimpiadi parigine del 1924 colse il suo alloro più prestigioso: la medaglia di bronzo. Ad oggi quella medaglia resta l’unica ufficiale nella storia olimpica italiana. Tra i suoi avversari figura anche il monarca del tennis dell’epoca Bill Tilden, che lo batté nettamente nella finale della prima edizione degli Internazionali d’Italia, disputata al Tennis Club Milano. L’incontro ebbe luogo sul campo centrale intitolato a un aviatore perito nel corso della Grande Guerra: Gilberto Porro Lambertenghi.

Uberto de Morpurgo non prese mai parte al major statunitense che funge da sfondo per la nostra seconda storia. Una storia che nasce da un incontro causale tra il suo autore e una fotografia: quella che ritrae Jack Kramer e Joe Hunt che si stringono la mano seduti uno di fronte all’altro al termine della finale dell’edizione 1943 di Forest Hills. Il torneo – seppure a ranghi ridotti – venne disputato anche durante il secondo conflitto mondiale e molti dei giocatori americani che vi presero parte dal ’43 al ’45 erano sotto le armi. Tra questi c’era il californiano Joseph Raphael Hunt, detto Joe.

Classe 1919, Joe Hunt era il prototipo del californiano: alto, biondo, bello, atletico e ricco. Suo padre era un importante avvocato militare con una grande passione per il tennis che il figlio fece propria sin dalla più tenera infanzia. Il nostro protagonista era uno specialista del serve & volley, tattica con la quale vinse il torneo riservato agli under 15, agli under 18 e agli studenti universitari. Talento precocissimo, nel torneo principale giunse sino al terzo turno nel ’36 e nel ’37 contro Don Budge; ai quarti nel 1938 contro John Bromwich e alle semifinali nel 1939 contro Bobby Riggs.

Nel 1940 decise di abbandonare temporaneamente lo sport (oltre al tennis praticava con ottimi risultati anche il football) per entrare nell’Accademia Navale e diventare pilota di caccia. Il sacro fuoco del tennis non era però spento e nel 1943 chiese e ottenne una breve licenza premio per tentare nuovamente la scalata a Forest Hills, che quell’anno per motivi bellici si disputava nell’arco di una sola settimana. Quattordici dei trentadue uomini che quell’anno presero parte al singolare erano militari in licenza. Spiccava l’assenza del campione in carica, Ted Schroeder, al quale le autorità militari avevano negato il congedo. La scalata di Hunt fu trionfale. Dopo avere superato ai quarti di finale Frank Parker che era arrivato a Forest Hills dalla base aerea di Guam guidando personalmente il suo aereo, in semifinale superò Bill Talbert e in finale sconfisse in quattro set un ragazzo di 22 anni che nel mondo del tennis avrà un certo peso negli anni successivi: Jack Kramer.

Non inganni il 6-0 dell’ultimo parziale: Hunt rischiò seriamente di perdere l’incontro a causa dei crampi che lo tormentarono nella parte finale del match. Al termine dell’ultimo scambio il vincitore si accasciò al suolo urlando non per la gioia, bensì per il dolore procuratogli dai crampi e non fu in grado di rimettersi subito in posizione verticale. Kramer con grande prontezza di spirito e innegabile fiuto scenico si sedette quindi di fronte a lui per stringergli la mano regalando così ai fotografi la memorabile immagine sopra descritta.

Il giorno successivo alla conquista del titolo, Hunt tornò in servizio. Nel 1944 non lo difese e il 2 febbraio 1945 morì precipitando al suolo con il suo Grunman Hellcat F6F. Fu incluso nella Tennis Hall of Fame nel 1966. Ad oggi Joe Hunt è l’unico uomo ad avere vinto, oltre al torneo principale di Forest Hills, il singolare under 15 e 18 nonché il titolo universitario.

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Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

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“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

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Storie di tennis: il ginocchio del Diavolo

Chi dice che iL Diavolo non ha mai calcato i campi del circuito ATP? C’è stato Kent Carlsson, secondo Gianni Clerici ‘il re degli arrotini’

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“Oggi ho perso contro il diavolo” (Massimo Cierro, torneo di Bari 1986) 

L’infortunio alla spalla sinistra di Djokovic ha tenuto banco nei forum tennistici nel corso delle ultime settimane. Ma, sempre per rimanere in tema di infortuni, si è parlato anche di Kim Clijsters e della sua volontà di tornare in campo nel 2020 e della vittoria di Filip Polasek a Cincinnati in doppio dopo essere stato lontano dal circuito per cinque anni a causa di gravi problemi fisici.

Oggi rimarremo quindi in argomento narrando le vicende sportive di uno dei più forti e sfortunati terraioli della seconda metà degli anni ’80. Un tennista noto agli appassionati italiani con il soprannome affibbiatogli da Massimo Cierro (best ranking 113) con la  battuta citata in apertura: lo svedese Kent Carlsson.

 

Carlsson nacque a Eskilstuna il 3 gennaio 1968. Alla nascita il neonato ricevette da mamma e papà grandi doti fisiche e un difetto che si rivelerà fatale: una gamba tre centimetri più corta dell’altra (o più lunga, secondo i punti di vista). Probabilmente il piccolo diavolo iniziò a palleggiare già in culla dal momento che lo troviamo a Ginevra nel tabellone principale del torneo nel settembre del 1983; lo vediamo poi aggiudicarsi il Roland Garros junior nel 1984 ed entrare nella top 100 nel luglio del 1985.

Il 1986 fu per lui un anno benedetto dall’assenza di infortuni e ciò gli permise di chiudere la stagione con le vittorie di Bari e Barcellona e il 14esimo posto nel ranking. A Indian Wells nel 1987 si dovette ritirare a causa del primo di una lunga serie di infortuni al ginocchio; da questo in particolare si riprese comunque bene e nella stessa stagione vinse prima a Nizza e poi a Bologna superando in entrambi i casi in finale Emilio Sanchez, uno che di terra rossa se ne intendeva parecchio.

Come lui stesso affermò anni dopo, a Bologna raggiunse probabilmente l’apice della sua arte tennistica e stabilì un record ancora oggi imbattuto, consistente nell’avere perso il minor numero di game complessivi nel corso di un torneo: dieci. Dopo averne concessi cinque al primo turno a Meinecke, nelle quattro partite successive ne smarrì complessivamente altrettanti: tre in finale contro Sanchez; uno contro Paolo Canè; zero contro Franco Davin (l’ex coach di Fognini) e uno 1 contro Rebolledo.

Il giorno successivo alla vittoria bolognese Carlsson raggiunse la top 10 e due mesi dopo fu costretto a entrare in sala operatoria per ricostruire i legamenti del ginocchio. Il ritorno in campo avvenne ad aprile del 1988.

Da quel momento in poi Carlsson giocò bardato da una ginocchiera alla Goldrake e non poté più calcare altri terreni di gioco al di fuori della terra rossa sulla quale si impose nei tornei di Madrid, Amburgo (6-2 6-1 6-4 in finale a Leconte che due mesi dopo giunse in finale al Roland Garros), Kitzbuhel (ancora in finale contro Emilio Sanchez che evidentemente doveva avergli fatto qualche cosa di male) Saint Vincent e Barcellona, che costituirà l’ultimo dei suoi 9 successi.

La ciliegina sulla torta di questa straordinaria annata arrivò a settembre: sesta posizione mondiale alle spalle di Becker, Agassi, Edberg, Lendl e Wilander.Non andò oltre; dove non poterono gli avversari poté il ginocchio che lo costrinse al ritiro ad appena 23 anni dopo avere perso al primo turno del torneo di Kitzbuhel del 1989. Il suo bilancio tennistico è rappresentato da 160 match vinti e 54 persi.

Non si può però parlare di Kent Carlsson senza soffermarsi sul suo modo unico di interpretare il gioco del tennis. I filmati dell’epoca ci mostrano un tennista con movenze curiosamente simili a quelle del cantante Alberto Camerini nel video di “Tanz bambolina”: una specie di marionetta sincopata.

Per avere poi un’idea dello spettacolo che Carlsson infliggeva agli inermi spettatori, prendiamo in prestito un commento scritto da Rino Tommasi per la Gazzetta dello Sport all’indomani della sua vittoria contro Joakim Nystrom nei quarti di finale degli internazionali d’Italia del 1987: “…infine l’ultimo quarto tra gli svedesi Carlsson e Nystrom, una partita alla quale solo uno psicopatico avrebbe potuto assistere”; le cronache parlano di una estenuante vicenda di pallettoni scagliati due metri sopra la rete durata circa tre ore e trenta.

Forte di una resistenza fisica prodigiosa, Kent poteva giocare con la medesima intensità dalle 11 del mattino alle 11 di sera rigorosamente ancorato alla riga di fondo campo. Non esistono testimonianze attendibili di sue discese a rete, e se ne trovate qualcuna su Internet diffidate: è quasi certamente un fake.

Gianni Clerici lo definì a ragione “re degli arrotini poiché egli, brandendo la racchetta con una impugnatura più chiusa di un riccio, con entrambi i colpi di rimbalzo infliggeva alla pallina rotazioni superiori a quelle raggiunte da un frullatore atomico.La sua nemesi tennistica fu un giocatore ancora più cocciuto (e più bravo) di lui, Mats Wilander, che lo batté quattro volte su quattro (tra cui anche una finale a Palermo, nel 1988). Ivan Lendl si prese addirittura il lusso di rifilargli un 6-0 al terzo set nella semifinale di Amburgo dopo avere perso il primo 6-3.

Mats Wilander e Kent Carlsson – Finale del torneo di Palermo 1988

Da tempo Carlsson è uscito dal mondo del tennis dove per qualche anno si distinse come coach di professionisti d’élite quali Magnus Norman e Thomas Johansson. Attualmente vive in Svezia dove alleva cavalli per i quali sin da ragazzo ha avuto una grande passione.

Rileggendo l’articolo ci siamo resi conto di avere omesso di dire quale ginocchio gli fu fatale, se il destro o il sinistro. Dal momento che parliamo del Diavolo ci sembra però superfluo precisarlo.

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