All'ultimo respiro: la strana storia di Bob Falkenburg

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All’ultimo respiro: la strana storia di Bob Falkenburg

Nato a New York nel 1926, Falkenburg trionfò a Wimbledon nel 1948 (annullando due match point consecutivi in finale). I problemi respiratori, il trasferimento in Brasile e la creazione della catena di fast food “Bob’s”

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Bob Falkenburg - Wimbledon 1948

L’aspra contesa tra due uomini che si contendono un trofeo è un topos narrativo che appassiona la nostra specie dalla notte dei tempi. Che essa si disputi davanti alle mura di Troia, su un ring, su un campo di calcio, di basket, una pista automobilistica o un campo da tennis ha poca importanza. Ciò che conta è che susciti emozioni forti, immediate e accessibili a tutti come, per esempio, un pugno da ko che non richiede competenze particolari per essere capito nei suoi elementi essenziali. È altresì importante che le vicende personali dei protagonisti siano altamente drammatiche.

La boxe, per citare uno sport oggetto di infinite trame cinematografiche e letterarie, abbonda di personaggi che hanno alle spalle storie di riscatto e redenzione che creano empatia e immedesimazione in chi le guarda o legge. Il tennis sotto il profilo sociologico è invece percepito come uno sport riservato alle classi più privilegiate, praticato da gentiluomini e gentildonne vestiti di bianco in cui i contatti fisici sono rigorosamente banditi. Emblematica a questo proposito era l’espressione perplessa di Mike Tyson seduto in tribuna a Indian Wells quest’anno. L’ex campione dei pesi massimi sembrava domandarsi per quale insondabile ragione due atleti sani e vigorosi fossero separati da una rete.

L’infanzia dei tennisti è poi di solito idilliaca rispetto a quella dei loro colleghi pugili. Alcuni tra loro – da una parte e dall’altra – fanno eccezione a questo cliché. Ma una cosa è crescere a Brownsville senza padre e con una madre alcolizzata e diventare un pugile perché si è costretti a fare a botte tutti i giorni come il sopra citato Tyson; un’altra è crescere a Roma e diventare tennisti perché si è figli del custode del circolo tennis Parioli, come è capitato ad Adriano Panatta. Forse, la storia delle sorelle Williams che si allenavano nel ghetto schivando pallottole potrebbe fornire il materiale per un futuro film di successo.

Nel frattempo l’ottimo film “Borg McEnroe” ha regalato al tennis una dimensione epica, ma è l’eccezione che conferma la regola. Il nostro sport preferioa sembra sia oggettivamente più adatto alla grande – e pacata – narrazione storica. Tuttavia, se si ha la pazienza di indagare tra le sue pieghe quotidiane si possono trovare piccoli tesori degni di essere raccontati. Quello che segue è uno di questi.

Prima della finale di Wimbledon probabilmente poche persone, oltre al nostro Direttore, avevano mai sentito nominare Robert “Bob” Falkenburg. Chi scrive è tra le tante che non lo conoscevano. Eppure la sua è un’esistenza eccezionale. Falkenburg è un tennista americano nato nel 1926 il cui nome è stato citato in questi giorni poiché nel 1948 vinse i Championships annullando in finale due match point consecutivi all’australiano John Bromwich così come Djokovic ha fatto con Federer.

Il punteggio altalenante di quell’incontro – 7-5 0-6 6-2 3-6 7-5 – è riconducibile al fatto che Falkenburg in campo soffriva di problemi respiratori che lo costringevano a concentrare tutte le proprie energie solo su alcuni set e buttando letteralmente via i restanti. Jack Kramer affermò che la tipica partita di Falkenburg poteva finire con il risultato di 6–4, 0–6, 6–4, 0–6, 7–5 ed era caratterizzata da frequenti cadute tra uno scambio e l’altro che Falkenburg utilizzava ad arte per riprendere fiato (fonte Wikipedia). Il pubblico inglese era all’oscuro di questi fatti. Ritenne quindi antisportivi i comportamenti di Falkenburg e non esitò a manifestare sonoramente allo statunitense il proprio disappunto.   

La parte più affascinante della biografia di Falkenburg inizia però dopo il suo ritiro dall’attività sportiva, avvenuto a metà degli anni ’50. Qualche anno prima Falkenburg aveva sposato una brasiliana. Nel 1950 insieme alla moglie si trasferì a Rio de Janeiro, ottenne la cittadinanza brasiliana e disputò alcune edizioni della coppa Davis indossando la maglia del Paese sud-americano. Durante i viaggi lungo il Brasile Falkenburg prese nota nota del fatto che in quell’enorme Nazione non esistevano negozi che vendessero i gelati come piacevano a lui e decise di porvi rimedio in prima persona.

Declinò quindi una generosa offerta economica di Kramer che lo voleva nel circuito tennistico professionistico e nel 1952 investì tutti i suoi risparmi per aprire a Copacabana una gelateria: “Bob’s”. Poco dopo nel suo negozio ai gelati affiancò hamburger, hot dog e milkshake creando così il primo fast food ufficiale del Brasile. Al primo se ne aggiunsero altri undici che fecero di lui un uomo molto più ricco di quanto avrebbe mai potuto diventare con il tennis. Nel 1970 rientrò con la famiglia nel Paese di origine e si dedicò – ovviamente con grande successo – alla pratica del golf amatoriale.

Bob Falkenburg nel 1952 (foto @Wikipedia)

Nel 1974 infine vendette il marchio dei suoi negozi a una multinazionale brasiliana. Attualmente Bob’s è una catena di fast food presente in Brasile con oltre 1000 punti vendita. Il nostro protagonista è invece un signore di 93 anni che vive con la moglie in California. Sicuramente ha visto l’ultima finale di Wimbledon e sicuramente si è commosso. E anche se così non fosse, non ditecelo. Come disse Sam Silverman: mai rovinare una bella storia con la verità.

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Roland Garros: la nuova copertura del Philippe Chatrier

Vi sveliamo i segreti architettonici del ‘nuovo’ centrale del Roland Garros, sperando che possa essere inaugurato già quest’anno. Non solo il tetto, ma tante altre innovazioni

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Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

Il 2020 sarebbe dovuto essere l’anno in cui tutti e quattro i tornei del Grande Slam si sarebbero infine dotati di un campo centrale coperto, da utilizzare in caso di maltempo. La Rod Laver Arena è provvista di tetto retraibile fin dalla sua costruzione nel 1987; il Centre Court di Wimbledon dal 2009 e l’Arthur Ashe Stadium lo installò nel 2016. Mancava solo il mitico Court Philippe-Chatrier del Roland Garros, che avrebbe presentato al mondo la sua nuova copertura mobile se non fosse arrivato l’ondata epidemica a stravolgere e rinviare tutti i calendari sportivi di questa annata. C’è ancora speranza che il torneo francese possa disputarsi a settembre e le ultime dichiarazioni di Bernard Giudicelli a riguardo sono sembrate possibiliste. Si rimane in attesa di conferme, e inevitabilmente di buone notizie.

Sin dal 1891 lo Slam parigino si è sempre svolto sugli stessi campi del XVI Arrondissement, evolvendosi e allargandosi in quasi 130 anni di storia interrotta solo dalle due Guerre Mondiali. Il nuovo Philippe-Chatrier aveva già debuttato durante l’edizione 2019 del torneo e il primo match giocato nella nuova cornice vide la sconfitta di Kerber contro la russa Potapova. Nei giorni successivi al match point che ha consegnato a Rafa Nadal la sua dodicesima Coppa dei Moschettieri nell’atto conclusivo contro Thiem, è stato riaperto il cantiere del colossale progetto di rimordernizzazione dell’intera area in cui svolge il torneo che comprende la nuova Place des Mousquetaires dove sorgeva il Court 1, il nuovo Village Roland Garros, il Court Simonne-Mathieu (un vero gioiello tra le serre d’Auteuil), e una nuova sistemazione dei campi al Fonds des Princes.

Secondo il sito ufficiale dedicato al progetto l’intero costo dell’investimento della Féderation Francaise de Tennis raggiungerebbe i 380 milioni di Euro. L’intero edificio ha aumentato la sua larghezza di 10 metri ed di 15 metri più alto di prima, la capacità del campo Centrale è stata mantenuta a 15.000 posti, ma le nuove tribune offrono una migliore visuale agli spettatori e un miglior comfort a giocatori e media attraverso nuovi spazi ricavati al di sotto delle tribune.

 

Il progetto è stato affidato agli studi di architettura parigini ACD Girardet & Associates in partnership con Daniel Vaniche & Associates che hanno concepito un tetto composto da 11 travi a cassone in acciaio con un profilo che ricordano le ali di un aeroplano, in omaggio al pioniere che dell’aviazione che dà il nome al torneo.

Ognuna di queste “ali” pesa 350 tonnellate, ha un’altezza di circa 3 metri e copre una luce di oltre 100 metri. Collegate l’una con l’altra sono innestate su due rotaie principali sui lati lunghi dello stadio permettendo il loro scorrimento. Il sistema di apertura e chiusura è alimentato da motori elettrici e azionando il meccanismo da un computer è possibile di coprire l’intera superficie di 10.000 metri quadrati in quindici minuti, in modo tale da non raffreddare eccessivamente gli atleti impegnati in un match.

Nella realizzazione di questa struttura vi è anche un’importante presenza italiana di cui essere orgogliosi: gli elementi della copertura sono stati studiati e pre-fabbricati dall’azienda italiana Cimolai, azienda impegnata in tutto il mondo in progetti di ingegneria metallica con sede in Friuli-Venezia-Giulia. Ognuna delle undici ali è stata suddivisa in sette tronconi realizzati in Italia, in seguito consegnati e assemblati nell’allée centrale del Roland Garros e infine issate sui carrelli sopra le tribune tramite due gru comandate via joystick.


Pietro Tovaglieri, architetto

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Opinioni

L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

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Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenare con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolaristi e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

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