US Open, guida al day 7: i match scelti dalla redazione

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US Open, guida al day 7: i match scelti dalla redazione

La Svizzera apre e chiude la giornata: da Federer-Goffin a Wawrinka-Djokovic. I nostri consigli per la settima giornata di gioco

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Stan Wawrinka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

L’ordine di gioco completo del day 7

Federer vs Goffin (Arthur Ashe, ore 18)

Il confronto è sulla carta piuttosto favorevole a Roger, come dimostrano anche i precedenti (8-1 per lo svizzero), ma a prescindere dal risultato si dovrebbe vedere del bel tennis. Variazione, attacchi, grandi anticipi e soprattutto ottime geometrie. Uno spettacolo per gli amanti del tennis pulito e ragionato, senza tener conto di eventuali conigli estratti qua e là.

Konta vs Ka. Pliskova (Louis Armstrong, ore 19 circa)

Altro incontro molto equilibrato. Sia Pliskova che Konta hanno sofferto davvero molto poco in queste prime fasi del torneo: un solo set perso a testa, più per distrazione che per altro. Davvero difficile azzardare un pronostico. A New York Karolina si trova sempre bene, ma la lentezza dei campi potrebbe anche moltiplicare gli scambi lunghi più favorevoli a Konta. Probabile che la partita si decida su pochi punti.

 

S. Williams vs Martic (Arthur Ashe, ore 21 circa)

Serena sembra piuttosto lanciata, ma se c’è una giocatrice che potrebbe sfruttarne il maggiore punto debole (la mobilità), quella è proprio Martic. La croata ha un tennis completo e le armi per spostare la propria avversaria, costringendola a colpire fuori equilibrio. Ovviamente bisognerà vedere quanto spazio di manovra le verrà concesso da Serena, quantomai decisa a prendere l’iniziativa e il comando dello scambio con i colpi di inizio gioco.

Svitolina vs Keys (Arthur Ashe, ore 01)

Forse l’ottavo più interessante della parte bassa. Entrambe sono uscite abbastanza agevolmente dai derby, potenzialmente complicati, contro Yastremska e Kenin. Svitolina ha lasciato appena due giochi alla connazionale, mentre Keys ha gestito con grande cinismo e pazienza le difficoltà del secondo set. Insomma un’incontro equilibrato tra due giocatrici in forma, non si può chiedere di meglio.

Djokovic vs Wawrinka (Arthur Ashe, ore 03 circa)

I due ci hanno abituato a grandi battaglie negli Slam e stavolta potrebbero esserci le premesse per un’altra bella sfida. Ancora poco chiare le condizioni di Nole che non ha sofferto contro Denis Kudla, ma ha giocato comunque con cautela, soprattutto dalla parte del rovescio. La palla di Stan però ha tutto un altro peso e il serbo lo sa bene. Sebbene i precedenti parlino di un netto 19-5 in suo favore, il bilancio diventa 4-3 negli Slam e in ben tre delle sue vittorie Djokovic è stato comunque costretto al quinto set. Vero che Stan non è ai livelli del quadriennio 2013-16, ma è altrettanto vero che nei grandi tornei può trasformarsi e contro Lorenzi ha dato prova di grande solidità mentale. Da non perdere.

Ok, da oggi si inizia a fare sul serio. Ci sono solo otto partite in programma, ma siccome sappiamo che tra di voi c'è…

Pubblicato da Ubitennis su Domenica 1 settembre 2019

Il tabellone maschile completo (con tutti i risultati aggiornati)
Il tabellone femminile completo (con tutti i risultati aggiornati)

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Lettere al direttore: dai doppi falli di Djokovic a ATP-WTA. I lamenti di Pietrangeli e gli Slam di Federer

Una fusione poco probabile per San Tommaso. Rafa Nadal più penalizzato fra i top player se non si giocasse nel 2020. Angelo Binaghi per una volta…

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Roger Federer e Novak Djokovic - ATP Parigi-Bercy 2018 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle sei domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Buongiorno Direttore, chieda a Djokovic, da parte mia, se ritiene salutari i beveroni ipotonici che tracanna ad ogni cambio campo, se ha fatto vaccinare i suoi 2 figli o se somministra loro un antipiretico a seguito di uno stato febbrile. Come lei ben sa la parola farmaco significa non solo rimedio/cura ma anche veleno. Tutto sta nel conoscerne il confine… rispetto moltissimo l’atleta ma detesto fortemente la persona. SalutiDr. Luca Daniele Berta, Abbott Diabetes Care (città non indicata)

C’è stato il coronavirus che ha fermato tutto il tennis, ma non ha davvero fermato Novak Djokovic dalle sue esternazioni, dai suoi Instagram-video, da una bulimica esposizione su tutti i social media esistenti. Un’attività quasi forsennata, quanto certi suoi allenamenti. Ma ben più discussa e discutibile. Di sicuro Nole ha dimostrato di non temere i contraccolpi negativi conseguenti alle tesi che ha spavaldamente sostenuto, ma di certo ha ricevuto più commenti negativi che positivi e mi chiedo chi glielo abbia fatto fare. La mia sarà psicologia da supermercato ma mi è parso quasi che Nole, orfano del tennis giocato, abbia sentito l’insopprimibile esigenza di dover riempire quei vuoti agonistici a tutti i costi con una presenza da n.1, purtroppo anche in campi extratennistici dove la sua conoscenza non poteva che essere limitata ed era più facile commettere doppi falli piuttosto che ace.

Sì, ha messo a segno anche qualche vincente: non si può non applaudire le diverse iniziative filantropiche – la più recente è l’organizzazione dei weekend (Adria Cup) in aiuto alle regioni balcaniche, ma prima c’erano state anche le apprezzabili proposte in soccorso dei tennisti ATP peggio classificati e più in sofferenza -, e anche le chat con i vari top-players (Murray, Wawrinka, Fognini eccetera) hanno avuto il merito di tener viva l’attenzione sul tennis. Sono state spesso piacevoli da seguire.

Però gli errori gratuiti sono sembrati decisamente più numerosi dei vincenti. Anche chi non aveva mai dubitato dell’indubbia intelligenza di Novak si è chiesto – pur lasciando perdere le sue dichiarazioni No-Vax in parte edulcorate, ma comunque mal espresse in un momento delicatissimo, pandemico come l’attuale – se davvero sia stata una mossa saggia e intelligente quella di promuovere un venditore di integratori, Chervin Jafarieh, fondatore del brand ‘Cymbiotika’, arrivando a sostenere una sciocchezza sesquipedale come quella secondo cui “le molecole dell’acqua reagiscono alle nostre emozioni diventando positive o negative secondo lo stato d’animo”.

Proprio per il seguito che Novak ha, un po’ di prudenza nello sposare una qualsiasi tesi piuttosto che un’altra, a mio avviso sarebbe assolutamente auspicabile e necessaria. I lettori di Ubitennis sono a conoscenza della reciproca simpatia che intercorre fra DjokerNole e il sottoscritto – chi non ha ancora visto il video divenuto virale del “Not too bad” rilanciato decine di volte dalla stessa ATP? – ma ciò non mi basta a trasformare la cronaca dei suoi doppi falli in ace.

 
Novak Djokovic, conferenza – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Gentile direttore, ma lei crede al connubio ATP-WTA? O sono solo buoni propositi, di Federer, Gaudenzi, e di tutte le “santone” del tennis femminile, Billie Jean King, Pam Shriver, nonché tutte le tenniste che ovviamente hanno solo da guadagnarci?Luigi Santi, Roma

In questo caso sono un po’ come… San Tommaso, finchè non vedo non ci credo. Ne ho ho già un po’ parlato rispondendo a un altro lettore in questa rubrica. In nessuna altra disciplina sportiva lo sport femminile è così vicino a quello maschile come nel tennis. Pur essendone lontano. Ma c’è comunque parità di montepremi e di esposizione tv in quattro Slam e in mega tornei, Indian Wells, Miami e Madrid. Se per anni i due circuiti non si sono fusi è perché uno, quello maschile, ha più appeal di quello femminile. Lo dice l’interesse del pubblico, degli sponsor, delle tv. Capisco Gaudenzi quando dice che il prodotto tennis è uno solo e sarebbe forse “venduto” meglio unitariamente ma resta il fatto che assemblare, quasi fondere, due società, ATP e WTA che hanno risultati economici così diversi – e non per caso – è difficilissimo.

ATP ha fior di sponsor, Emirates, Fedex, Peugeot, Infosys, la WTA dacché ha perso Sony Ericsson nel 2012, non ne ha più trovati alla stessa altezza. La WTA nel 2017 ha registrato utili pari 6 milioni di dollari e attività liquide per soli 5 milioni. Le cifre equivalenti per l’ATP mostrano 19 milioni e 160 milioni! Come si fa a mettere sullo stesso piano situazioni così diverse, con la WTA che si è trovata costretta a spostare gran parte dei tornei più importanti di fine stagione in Cina, perché è dalla Cina che le sono arrivate le proposte economiche più importanti ma anche… meno prestigiose? Come si fa a convincere i giocatori ATP di seconda, terza e quarta fascia, a rinunciare a una parte dei loro premi e guadagni per venire in soccorso delle ragazze delle stesse fasce?

Se ATP porta 90 e WTA 10 a far 100, se si distribuisce il totale in 50 e 50, i giocatori ATP ci rimettono 40 mentre le giocatrici guadagnano 40. Chi potrebbe fare un sacrificio rilevante sono i giocatori ATP di prima fascia, cioè i super-ricchi se sono tali da più anni. Ma secondo voi lo faranno per il bene supremo del tennis, se non si trova qualche meccanismo che consenta loro di trasformare un grande sacrificio in un piccolo sacrificio? Mezzo secolo di reciproci sospetti sparirà nell’era del virus e di un qualche miracolo gestionale? San Tommaso aspetta di vedere la realizzazione dei buoni propositi per crederci.


Caro Ubaldo mi permetto di darti del tu in quanto ti leggo da sempre e mi sento in confidenza. Ma come è possibile togliere lo stipendio ad una leggenda del nostro tennis, e in che modo poi!, quando abbiamo politici che vivono ancora di vitalizi non meritati? La cosa che più mi da fastidio è il modo in cui è stato accantonato il caro Pietrangeli senza un briciolo di rispetto! Caro presidente FIT penalty point! Grazie x avermi letto!Rino Bertuzzi città non rivelata (Nota di UBI: per favore scrivete la città)

Riguardo al modo usato ho letto la campana Pietrangeli e quella FIT: divergono profondamente. Chi dice la verità? Posso credere più alla prima perché conosco sia Nicola da una vita sia purtroppo Baccini e, anche se non ho condiviso diverse esternazioni dell’ex campione (ricorderete quella su Bolelli “ha sputato sulla bandiera” quando rifiutò di giocare in Davis contro la modesta Lettonia a Montecatini nel 2008? Raccolse soltanto il plauso di Binaghi e federales) Nicola non è mai stato un bugiardo. Semmai qualche volta polemico a sproposito. È vero che Pietrangeli ha dato al tennis italiano per tantissimi anni più di quanto alcuni parlamentari – fra quelli che pretendono il vitalizio – abbiano dato quale servizio al Paese, sebbene abbiano prestato solo pochi mesi o pochi anni di legislatura.

Ma anche Pietrangeli, che ha potuto vivere alla grande per quasi tutta la sua vita (non mi spetta ne ha senso approfondire se li abbia legittimamente goduti più da cicala che da formica e se quindi le difficoltà di sopravvivenza odierne siano anche eventuale conseguenza di ciò) non dovrebbe dimenticare che l’aver potuto godere di un compenso non disprezzabile (si dice, per lui come per Lea Pericoli, di qualcosa intorno ai 35.000 euro l’anno) per tutti questi anni fino ai suoi 86 non è stato zero. Oltretutto la Federtennis ha dato lavoro anche ad entrambi i suoi figli, bravi quanto si vuole ma non – che io sappia – assunti tramite concorsi. Quindi stavolta Angelo Binaghi non ha tutti i torti a ritenersi “tradito” da ingratitudine.

Che poi il modo potesse o dovesse essere diverso, come denuncia Nicola, è probabile. Lo stile non fa parte di questa FIT. Che, infine, il Baccini che ha replicato polemicamente alle lamentationes di Nicola per conto della FIT si riveli anche in questa sua replica più realista del re e personaggio quindi poco credibile, è un altro paio di maniche. In passato Baccini ha scritto e detto di tutto sul conto di persone come Gianni Clerici e Rino Tommasi al cui cospetto dovrebbe soltanto inchinarsi. Con il sottoscritto nel delirante e penoso episodio che lo scorso anno ha comportato il ritiro del mio accredito stampa durante gli Internazionali d’Italia, proprio Baccini è stato con Piero Valesio (direttore della comunicazione FIT che non si è vergognato di firmare la richiesta di ritiro) uno dei principali attori protagonisti, se non il primo.

Nella replica a Pietrangeli Baccini ha avuto la faccia tosta di sostenere che la FIT ha “già stanziato 3 milioni per i circoli” quando tutti sanno che in realtà la FIT non ha fatto fondamentalmente altro che – in massima parte – restituire ai circoli le iscrizioni ricevute in anticipo per tutti i campionati a squadre che non ci sono stati! Tanto è vero che i circoli italiani sono letteralmente furibondi con la FIT per l’assenza di un sostegno ricevuto a seguito dei danni provocati dal lock-down per il Coronavirus (al di là di qualche tubo di palle da tennis) e stanno raccogliendo firme di protesta e sollecitazioni. Anche i tesserati che non hanno potuto giocare i tornei meriterebbero rimborsi parziali… che non vedranno mai.

Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, Steve Haggerty – Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Buongiorno Ubaldo, sono un appassionato di tennis, fedele lettore di Ubitennis. Non utilizzo però i social, niente FB, niente Twitter, niente Instagram. Le scrivo a proposito di AGF, di cui nemmeno ancora son riuscito a risalire al vero nome; le scrivo per esprimere tutta la mia stima verso questo giornalista, anzi, scrittore, i cui articoli sono sostanzialmente delle perle. AGF, a parer mio, è uno dei maggiori esperti di tennis sulla scena oggi; una competenza sbalorditiva, una chiarezza espositiva così disarmante da rendermelo, a tratti, “quasi odioso”; uno stile impeccabile (scarno, diretto, fluente); una memoria storica vastissima all’interno di una cornice di grande modestia ed umiltà; sempre pronto a ravvedersi qualora le sue affermazioni non vengano poi confermate dai fatti. Perché non ci è dato conoscere il suo nome? Senza nulla togliere agli altri (sono anche un super fan di Gibertini e dei suoi podcast), AGF è speciale, ha qualcosa di unico, svetta su tutti a livello nazionale. Sarebbe possibile avere il suo indirizzo email?Matteo (città non rivelata…)

Ho inoltrato la sua mail a AGF che la ringrazia calorosamente. Resta però un tipo assai riservato che preferisce mantenere la sua privacy.


A 33 anni appena compiuti Federer aveva 17 Slam, così come Nadal e anche lo stesso Djokovic che compirà 33 anni a maggio. Dopodichè Federer ha vinto 3 slam e Nadal 2. Pensa che Djokovic farà meglio oppure l’età si farà sentire pure sul fenomeno di Belgrado?Francesco Putignano (città non rivelata)

Intanto penso che se quest’anno non si giocasse più alcuno Slam Rafa Nadal, che era più favorito a Parigi di quanti fossero tutti i tre negli altri 2 Slam e avrebbe quindi probabilmente raggiunto quota 20 eguagliando Roger, sarebbe stato sfavorito più di tutti dal blocco dell’attività. Penso anche che Federer, che non avrei considerato favorito n.1 a differenza di Djokovic sia a Wimbledon sia a New York, abbia avuto invece il vantaggio di poter tenere a distanza i due rivali per un anno in più e quindi di essere stato favorito. Non tutti possono essere longevi come lui. Djokovic fermo a 17 Slam avrebbe potuto arrivare a 19… Ma sono tutte ipotesi. In conclusione, considerata la straordinaria solidità fisica di Djokovic, nonché la spaventosa determinazione che lo sostiene, penso che se non fino a 38 come Roger, almeno fino a 35/36 Novak possa essere ancora così competitivo da poter vincere nei prossimi otto Slam tre o quattro di essi. Salvo progressi oggi impronosticabili di qualche Next Gen.


Chi è stato il più grande talento sprecato del tennis, fra quelli da Lei visti all’opera? – Salvatore Perna (Napoli? Colpa mia: ho cancellato la città e non ricordo!)

Occorrerebbe prima di tutto intendersi su cosa significhi talento. La capacità di adattarsi a situazioni differenti? La capacità di effettuare colpi che ad altri non riescono? Ma accompagnata da una buona dose di continuità nel riuscire a farli, giusto? Ma la continuità nell’arco di un match, di un anno, di una vita? Poi anche sul termine spreco si potrebbe discutere. Spreco perché il talento non è stato accompagnato da una testa all’altezza del braccio? O da una determinazione costante? Una durata anagrafica? La mia risposta varierebbe a seconda di quale delle diverse ipotesi (e ne ho accennate solo alcune) si prenda in considerazione.

Un esempio: Bjorn Borg non viene unanimemente considerato uno straordinario talento, eppure ha inventato – insieme a Vilas – un tipo di tennis che non esisteva, basato sul top-spin, sulla palla che passava alta sopra la rete (riducendo i rischi dell’impatto sulla stessa) e ruotava fino a sopra la spalla di chi non sapesse anticiparla. Inoltre ha vinto Parigi e Wimbledon tre volte a distanza di una settimana quando le due superfici proprio non si assomigliavano. Più talento di così! Ma smettere a 26 anni non è stato uno spreco per uno che quando si misurava su più discipline atletiche batteva tutti gli altri campioni?

Henri Leconte viene considerato uno straordinario talento: ma se non ha mai vinto uno Slam, e ha fatto una sola finale, perdendola malamente con Wilander, si può dire che sia stato un talento sprecato? No. Non aveva la testa per stare concentrato per 7 partite e prodursi sempre su quei livelli. Un po’ come Fabio Fognini, sulla cui abilità di mano, tocco di palla e resto, nessuno può discutere. Fognini uno spreco? Anche no. Se si considera i limiti del servizio, dovuti in buona parte a un’altezza non… all’altezza dei grandi di oggi (tutti dal metro e 85 in su), Fabio ha fatto quasi miracoli ad arrivare dove è arrivato e a restarci a lungo.

Fabio Fognini – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Fabrice Santoro, il Mago: beh, chi più di lui è stato capace di tirare fuori conigli dal cilindro? Con il fisico che aveva ha fatto miracoli. Poteva fare di più? Forse no. Si è presentato a oltre una cinquantina di Slam consecutivi, di che cosa lo si può rimproverare? Adriano Panatta: talento tanto, continuità poca, voglia di sacrificarsi… a sprazzi. Purché non gli rovinassero le vacanze agostane in Sardegna anche se c’era una semifinale di Coppa Davis da vincere in Sud Africa. Spreco? Forse, ma magari se avesse dovuto sacrificarsi di più in palestra si sarebbe depresso, mortificato. Nessuno dei Fab-Four può ovviamente incarnare l’ipotesi spreco, ma neppure nessuno degli arrotini spagnoli può impersonare il talento puro.

Ernest Gulbis? Beh, ma è come Leconte. Simpatico, estroso, pazzerello. E Wawrinka che fino a 29 anni ha vinto pochissimo? Si vede che gli mancava qualcosa. John McEnroe? Certo, forse più di tanti, ma come si fa a dire che è stato uno spreco uno che ha vinto 7 Slam, che è stato n.1 del mondo, anche se dai 25 anni in poi non ha più vinto Slam? Tutti quelli che sono stati top-5, o anche top-10 in teoria non possono essere considerati talenti sprecati. Qualcuno poteva fare di più? Sì, quasi tutti potevano vincere molto di più, non solo Panatta, ma anche Agassi, Kafelnikov… per non parlare di Safin. Se devo scegliere uno al di fuori dei top-ten o top-20, dovrei prendere uno come potrebbe essere fra le donne Camila Giorgi, capace di battere 9 top-ten ma incapace di entrare fra le top 25 del mondo. Fra gli uomini un “modello” Giorgi non mi viene in mente, tranne Nick Kyrgios. Ma anche lui… che testa ha?


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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Focus

Verso la ripresa? Lo US Open sarà l’ago della bilancia

I vari scenari proposti da l’Équipe. L’ATP stima che i protocolli sanitari costeranno 150.000 dollari a tornei. Il rompicapo “cinese” per la WTA e per le ATP Finals ci potrebbero essere possibiltà di uno spostamento

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

I “segnali di fumo” che si ricevono dalle associazioni professionistiche e dalle federazioni che controllano i tornei dello Slam ancora in ballo in questo disastrato 2020, ovvero la Federazione Francese e la USTA statunitense, sembrano suggerire che si stanno togliendo i teloni per preparare i campi ad una ripartenza della stagione che verosimilmente dovrebbe arrivare a fine estate-inizio autunno.

Il prestigioso quotidiano francese “l’Équipe” ha presentato alcuni possibili scenari, tra cui una cancellazione totale della stagione 2020 (che secondo gli esperti del giornale ha il 33% di chance di verificarsi), una ripresa al 1° agosto come attualmente progettato (1%, ovvero quasi impossibile), ed una ripresa autunnale con la cancellazione o lo spostamento di qualche mese dello US Open e una mini-stagione sulla terra che introduce il Roland Garros (secondo i transalpini quest0 è lo scenario più probabile cn il 66% di possibilità).

Prima dello Slam parigino, che potrebbe essere spostato avanti di una settimana rispetto alla data attuale, secondo le fonti de l’Équipe ci sarebbe il tempo per uno dei due tradizionali Masters 1000 combined. Madrid sarebbe in vantaggio rispetto a Roma, grazie alla categoria superiore del torneo femminile (Premier Mandatory invece di Premier 5). Gli Internazionali d’Italia potrebbero eventualmente essere scambiati con le NextGen Finals di Milano, al penultimo anno di contratto, che ora come non mai appaiono come un vaso di coccio tra i vasi di ferro in quella che potrebbe essere una folle lotta per accaparrarsi un posto nel calendario autunnale.

 

Al momento l’ATP ha formato un “comitato virus” che sta preparando un protocollo sanitario per i tornei che hanno ancora intenzione di mettere in scena l’edizione 2020. Un fascicolo di 30 pagine è stato inviato agli organizzatori la settimana scorsa, dice una fonte del giornale francese, specificando che il costo delle misure sanitarie supplementari richieste dall’ATP può essere stimato in circa 150.000 dollari a torneo, una cifra che poche manifestazioni possono permettersi di sborsare senza far sprofondare i conti nel rosso più profondo.

A questo punto l’ago della bilancia sembra essere lo US Open: se la USTA dovesse riuscire a trovare il modo di far disputare il torneo, tutto il circuito potrebbe seguire la scia dello Slam americano e far ripartire il circo tennistico, a patto naturalmente che la Federazione Americana riesca nella straordinaria impresa di creare una situazione di relativa sicurezza per giocatori e staff nella quale si possa gareggiare senza sostanziali problemi.

Spostando l’orizzonte un po’ più avanti, ci sono due nodi cruciali da affrontare per ATP e WTA. Il tour femminile è tenuto in pugno dalla Cina, che organizza ben nove tornei, ed è imperativo che si riesca a salvare il Premier 5 di Wuhan e il Premier Mandatory di Pechino, oltre al WTA Championships di Shenzhen. L’ATP del nostro Andrea Gaudenzi, dal canto suo, deve preoccuparsi oltre che di non bruciare i ponti con la Cina anche di salvaguardare le ATP Finals di Londra, che contribuiscono per più del 60% (qualcuno dice fino all’80%) agli introiti annuali dell’associazione del tennis maschile. Tuttavia, la crisi provocata dal COVID-19 potrebbe dare una mano al tennis da questo punto di vista: “Ci sono state parecchie cancellazioni di concerti alla O2 Arena – ha dichiarato il direttore del torneo di Marsiglia Jean-Francois Caujolle – per cui è possibile che si aprano delle possibilità per disputare le Finals più tardi del previsto a Londra, lasciando qualche settimana in più per disputare altri tornei”.

Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa la Kosmos di Piqué di questa idea dell’ATP, visto che la Coppa Davis è programmata subito dopo le ATP Finals… Le prossime settimane saranno cruciali.

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La piccola biblioteca di Ubitennis. “Il Palpa”, storia di Roberto Palpacelli

Federico Ferrero, voce di Eurosport, ha scritto un libro su uno strano personaggio, Roberto Palpacelli, talentuoso enfant-prodige, disperso fra tossicodipendenza e autodistruzione. La nostra recensione

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Palpacelli R. e Ferrero F., “Il Palpa” – Ed. Rizzoli, 2019

“Chi da giovane sceglie solo di divertirsi perché non capisce il motivo di doversi impegnare in faccende difficili e noiose si condanna da adulto a non divertirsi mai”. È l’assunto categorico che, per voce del protagonista stesso, meglio esemplifica mezzo secolo di vita spinta a velocità folli, senza alcuna forma di controllo.

Un passo indietro. L’indimenticabile Robertino Lombardi era solito definire il tennis come la disciplina del diavolo. Molteplici i motivi, tra questi la capacità intrinseca di uno sport meraviglioso di estrarre il peggio dall’animo umano. Succede. Molto più raro, invece, è che l’esercizio ludico meno consigliato al mondo per accompagnare una vita di eccessi distruttivi si riveli alla fine di un percorso sinusoidale, quello in cui creste e gole si susseguono implacabili senza soluzione di continuità, come l’unica salvezza possibile. Pare un ossimoro: domandare al tennis di moderare una psiche tumultuosa è come chiedere a Erode di amare i bambini. Impossibile, salvo rarissime eccezioni.

 

Ma Roberto Palpacelli, per tutti il Palpa, non ha niente di convenzionale e se oggi finalmente ha modo di raccontare la sua incredibile avventura è perché lo sport leggendario che fu di Bill Tilden, in maniera talvolta bizzarra, non l’ha mai abbandonato del tutto anche quando ne avrebbe avute le ragioni. Colla sulla pelle, dunque, di quello che con ogni probabilità sarebbe potuto diventare un campione di razza. Invece niente di tutto ciò, ma è vivo.

Di treni potenzialmente buoni, Roberto, ne ha infatti visti passare diversi a portata di mano, tuttavia con una coerenza inscalfibile, a volte lucida ma più spesso alterata, ha sempre scelto cocciutamente di rimanere fermo in stazione, immobile. Anche quando a guidare la locomotiva con destinazione professionismo era nientepopodimeno che Adriano Panatta. O Riccardo Piatti, il Re Mida del tennis italiano. Troppo forte in ogni circostanza il richiamo dello spaccato balordo e malato di società, assunto fin dall’adolescenza a famiglia adottiva, benché un nucleo in cui crescere con serenità e amore lo avesse incondizionatamente al proprio fianco. Sintomatico, ciò, di quanto male possa fare a un uomo l’inquietudine.

A ripercorrere passo dopo passo mezzo secolo di esistenza travagliata e vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore anche in curva è l’ottimo Federico Ferrero, il cui merito – libro a parte – è quello di aver trovato le chiavi per aprire il cuore di un uomo ontologicamente impermeabile, schivo e solitamente poco incline a mettersi a nudo; innamorato e geloso, così come lo è sempre stato, della propria non barattabile libertà. Duecento pagine che in tutta la loro drammaticità – la morte è purtroppo un’eventualità ricorrente – restituiscono veridicità e rigore alle tante leggende che il passaparola nato nell’ambiente dei circoli di provincia ha contribuito a diffondere. Ciò che ne emerge, allora, è il ritratto veritiero di un uomo consapevole dei propri reiterati sbagli, che si porta appresso il dolore lancinante che si prova solo avendone provocato agli altri e che, ancora una volta grazie al tennis, ha un’altra fiche da buttare sul tavolo della vita. L’ultima.

Dotato per una gentile concessione di Madre Natura di una forma abbacinante di talento condensata nella mano sinistra e in un fisico da Superman, Roberto Palpacelli, di questi tempi, insegna tennis presso un dopolavoro ferroviario, dove è adorato come una star e coccolato come un fratello, ha una compagna che nella burrasca lo ha traghettato sulla terra ferma e un figlio da tirare grande con l’amore del caso. Luce, quindi, in fondo a un tunnel di tossicodipendenza e autodistruzione che sembrava destinato a non finire mai. Un autentico miracolo, considerato che molti dei suoi compagni di sventura non hanno avuto nemmeno il tempo per redimersi.

E di miracoli, sebbene assai meno importanti al cospetto della sopravvivenza terrena, il Palpa ne ha confezionati parecchi sui playground, ovvero l’unico recinto che Roberto il ribelle ha sempre riconosciuto come tollerabile intorno a sé. Se è vero che non ha mai sconfitto Boris Becker come taluni sostengono, ma è bello credere sia solo perché non lo abbia incontrato in una di quelle giornate di grazia, sono però diversi i campioni del recente passato messi in riga, parafrasando David Foster Wallace, da un Palpacelli Moment. Quindi ubriaco, ad andare bene, e senza uno straccio di allenamento alle spalle.

In uno sport in cui – parola di Juan Carlos Ferrero – la competenza tecnica conta quasi niente rispetto alla solidità cerebrale, che Roberto si sia misurato con successo, forte del solo talento e in condizioni che a definire impari si sbaglia per difetto, contro chi poi ha sfondato tra i Pro fa della somma dei “se” che usualmente lasciano il tempo che trovano una certezza grande come una casa. E così il sottotitolo del libro che recita “il più forte di tutti” assume un connotato per nulla iperbolico. Roberto, in altri termini, ha dilapidato una fortuna sportiva inestimabile e ne è perfettamente conscio. Ma è vivo, tocca ribadirlo, e ora ha anche la certezza che, per citare un monumentale Jannacci, iniettarsi morte è ormai anche fuori moda.

La verità, per sua stessa ammissione, è che il mondo del tennis, in fondo, non gli sia mai appartenuto. Era altrove, vicino ma lontanissimo, giocava lo stesso sport degli avversari ma stava da un’altra parte, con la testa e con il cuore. Qualunque essa fosse questa sua personale dimensione spaziale, tuttavia, ci confida non senza un velo di commozione che nonostante un rapporto sui generis “senza il tennis sarei morto. Giunti alla fine del libro, col cuore in gola e sollevati da un epilogo che innanzitutto dà speranza, credergli è tutto fuorché un atto di fede.

In bocca al lupo, Palpa, e buona lettura.


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