33esima finale Slam per Serena: "Questa volta arrivo preparata". Ma Andreescu vuole il primo Major

Interviste

33esima finale Slam per Serena: “Questa volta arrivo preparata”. Ma Andreescu vuole il primo Major

Bianca giocherà per la prima volta una finale Slam a 19 anni ed è pronta alla battaglia: “Sabato voglio mettere la spunta sul titolo agli US Open”. Williams punta il record di Court: “Avrei potuto superarlo da tempo”

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Serena Williams - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Bianca Andreescu e Serena Williams si contenderanno il titolo dell’Open degli Stati Uniti 2019 sabato 7 settembre. Non c’è stata lotta nella prima semifinale tra la finalista uscente ed Elina Svitolina, mentre le debuttanti Belinda Bencic e Bianca Andreescu hanno giocato due set tiratissimi e la più giovane delle due è riuscita a spuntarla dopo oltre due ore. Serena ha anche eguagliato il record di vittorie a Flushing Meadows, 101, al pari con Chris Evert e avrà l’occasione di agganciare il record di Slam di Margaret Court nella sua decima finale agli US Open.

“In realtà non mi aspettavo molto meno della finale” ha detto dopo la semifinale. “Oggi non ho giocato il mio miglior tennis, ma sono stata solida. Rispetto agli altri Slam in cui ho raggiunto la finale di recente mi sento più preparata. In Australia mi sentivo così bene, ma ho preso una storta alla caviglia; a Wimbledon ho avuto una settimana per prepararmi, ma prima ho dovuto saltare il Roland Garros. Quest’anno ho avuto diversi infortuni, sono stata sfortunata. Avevo bisogno di stare a posto fisicamente“.

Nel 1999 Serena conquistò il suo primo titolo Slam battendo sull’Arthur Ashe Stadium Martina Hingis e venti anni dopo ha la grande chance di vincere – da mamma – il 24esimo torneo Major a quasi 38 anni. Due anni prima, anno in cui l’Arthur Ashe venne inaugurato, fece anche il suo esordio in un torneo dello Slam giocando il doppio con la sorella maggiore Venus. Aveva appena 16 anni Serena e pensava: A 28, 29 anni mi sarò già ritirata. Se qualcuno mi avesse detto che vent’anni dopo avrei giocato la mia decima finale qui, non ci avrei mai creduto!”.

Ma è quel record maledetto, che Serena proverà finalmente a raggiungere dopo tre tentativi falliti a Wimbledon 2018 e 2019 e US Open 2018, che la spinge a continuare? Non mi sarei ritirata neanche se avessi già sorpassato Margaret Court“, ha risposto Williams.Ho avuto così tante occasioni per superarlo e averne molti di più, ma ho vissuto… cinque ere tennistiche con un sacco di giocatrici pazzesche! Guardando a tutta la mia carriera e a tutte le avversarie che ho affrontato, è incredibile aver vinto così tanti Slam”. Ci riproverà, un anno dopo la sconfitta oltremodo analizzata e chiacchierata contro l’esordiente (e ora campionessa affermata) Naomi Osaka. Anche Andreescu sarà al debutto in una finale Major, ma Serena non ha intenzione di ricollegarsi ai fatti di dodici mesi fa: “Non ne ricavo motivazioni in più, non mi è passata per la testa”.

 

Sono ben 18 gli anni di differenza tra le due e non ne aveva nemmeno 18 Serena quando vinse il suo primo Slam a Flushing Meadows. Bianca Andreescu ha raggiunto la sua prima finale Slam a 19 anni dopo i titoli a Indian Wells e a Toronto, dove ha sfidato proprio Serena Williams in finale, approfittando del suo ritiro per infortunio alla schiena dopo appena 19 (guarda caso) minuti. “Un anno fa non avrei mai pensato di raggiungere una finale qui, ma se qualcuno me l’avesse detto un paio di settimane fa penso che ci avrei creduto“, ha ammesso Bianca dopo la vittoria su Bencic con tanta sicurezza di sé. “Non è stata una partita semplice oggi. Belinda colpisce la palla sempre molto forte e piatta. Avevo le ginocchia per terra. Penso che non sia troppo divertente giocare contro di lei, ma questo la rende una grande tennista. Sono contenta di come ho gestito la partita, cambiando sempre il ritmo. Anche sotto 4-1 nel secondo non ho mai mollato”.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Dodici mesi fa non riuscì nemmeno a giocare il suo primo US Open, uscì nelle qualificazioni al primo round perdendo in due set da Olga Danilovic. Ora si presenta alla prima finale Major senza perdere un incontro sul campo da febbraio. “Ricordo che allora non stavo passando un bel periodo nella mia vita. Avevo problemi con alcune relazioni, con il mio corpo e anche nella mai testa. Giocavo i 25K e i 60K in Canada prima degli US Open. Sono orgogliosa di come ho superato quel momento, penso di aver imparato tanto. Ora sono più forte fisicamente anche dopo aver superato diversi infortuni: ho un grande team attorno a me, compreso il mio fisioterapista”.

In chiusura ha raccontato anche un aneddoto simpatico ai giornalisti: “Quando ho vinto il titolo all’Orange Bowl ho fatto una lista di obiettivi tra i quali c’è la vittoria degli US Open. Da quel momento continuo a tenerlo a mente e se dovessi mettere una spunta sabato su quella voce sarebbe fantastico“.

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Feliciano Lopez sulla cancellazione di Madrid: “Il tennis senza vaccino non è molto praticabile”

Il direttore del torneo di Madrid: “Non ha senso correre rischi”. E il futuro è buio: “Quest’anno è perso e il 2021 sarà uguale”

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Feliciano Lopez - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è il secondo anno per Feliciano Lopez da direttore del torneo di Madrid e questo ruolo di responsabilità è diventato ulteriormente difficile in tempi di coronavirus. Sul campo lo spagnolo è sempre stato un giocatore fumantino che senza troppe cerimonie mostra le proprie emozioni, ma in giacca e cravatta è la serietà a prendere il sopravvento e in nessun modo ha potuto evitare la decisione di annullare il Mutua Madrid Open, in programma dal 12 al 20 di settembre (che era programmato inizialmente in maggio, ed è diventato così il primo torneo ‘bi-cancellato’ del tour). Abbiamo fatto tutto il possibile, ma la situazione sanitaria deve essere la priorità ha detto al quotidiano spagnolo ABC.

“Quando abbiamo deciso che il torneo si sarebbe trasferito a settembre, abbiamo avuto dubbi su cosa sarebbe potuto accadere durante l’estate. Avevamo intuito che con la riapertura delle attività il numero di contagi sarebbe aumentato. Ma pensavamo che si sarebbe potuto controllare e che avremmo potuto giocare. Un mese fa l’abbiamo dato per scontato. Abbiamo pensato che fosse molto ragionevole giocare con il 30% del pubblico, credevamo di poterlo fare. Ma nelle ultime due settimane sono cambiate molte cose.. Lo scenario di Madrid è peggiorato e non possiamo correre rischi. Non ha senso” ha spiegato Lopez durante l’intervista.

Attualmente il tennista si trova a Luarca nel nord della Spagna con la sua famiglia, ma è sempre rimasto in contatto con le personalità politiche interessate alla questione. “Con la Comunità di Madrid abbiamo avuto una comunicazione molto fluida e molto sincera” ha fatto sapere Feliciano, che da loro inizialmente aveva ricevuto l’invito ad annullare il torneo. “La Comunità, voglio chiarire questo aspetto, ci ha aiutato in ogni momento. Quando abbiamo consegnato il protocollo, lo hanno apprezzato e ci hanno detto che tutto ciò che avevamo proposto era molto ragionevole. Quando la situazione è peggiorata, abbiamo parlato con Antonio Zapatero (Vice Ministro della Salute, ndr) e il suo team, e ci hanno messo di fronte alla realtà. È stato lì che ci siamo posti la domanda: che senso ha andare avanti visto come stanno le cose a Madrid?”.

 

L’obiettivo principale è sempre stato quello di ridurre i rischi, ma quando è parso evidente che ciò andava oltre le possibilità degli organizzatori, non c’erano soluzioni alternative alla cancellazione. Del resto, va preservata anche l’immagine del torneo. “Non volevamo correre rischi. Nessuno nell’organizzazione voleva che si parlasse del torneo a causa di un contagio o di un focolaio, ma soprattutto nessuno voleva che le persone si trovassero in una situazione pericolosa. Non volevamo apparire sui giornali o fare notizia a causa di qualsiasi contagio, che si trattasse di giocatori, allenatori o arbitri, né di mettere a rischio lo staff. La cosa principale è proteggere la salute di tutti”.

La decisione del resto è stata condivisa anche da Ion Tiriac, proprietario del Mutua Madrid Open, come ha spiegato Feliciano. “La situazione è stata molto sfavorevole per noi. Questo fine settimana sono stato con Ion Tiriac a Nizza e più tardi l’ho incontrato a Madrid e ha detto: ‘Senti, Feli, non metteremo a rischio la salute di nessuno. Per me, è quella la priorità. Ho questa licenza da 50 anni e mi dispiace molto, ma non posso mettere a rischio la salute di nessuno'”.

Al momento il tennis professionistico è proiettato in Nord-America dove dal 22 agosto a New-York dovrebbe andare in scena la doppietta Masters 1000 e Slam, e Lopez sembra cautamente fiducioso. Penso che negli Stati Uniti si giocherà, ma non vedo la cosa con molta chiarezza. Non è facile. È uno Slam e ci sono 3.000 o 4.000 persone che devono arrivare da tutto il mondo. Vediamo cosa succederà… Ci sono molti giocatori che non vogliono andare, e anche questo è un punto di vista da rispettare (in realtà la maggior parte dei top 100 è iscritta, ndr). Altri hanno bisogno di soldi… però disputare uno Slam in quelle circostanze è un dramma. Capisco anche l’organizzazione, in quanto vi sono molte entrate in denaro per la televisione e altri interessi. Un major può sopravvivere con i diritti televisivi.”

La domanda a questo punto viene spontanea: quando si potrà giocare un torneo… normale, se è vero che bisogna accettare il fatto che al momento si può seguire soltanto una ‘nuova mormalità’? E la risposta purtroppo è altrettanto spontanea quanto lapidaria. Il tennis, senza vaccino, non è molto praticabile. Le persone si concentrano su quest’anno, ma quest’anno è perso. E per quello che verrà, sarà la stessa cosa. Il tour australiano inizia il 1 gennaio e siamo nella stessa situazione. Dobbiamo sopravvivere nel 2021 fino all’uscita del vaccino e nel 2022 ripristinare la normalità. Il tennis soffre molto e ci resta ancora molto tempo. Cosa faranno le persone dopo l’Australia? Vai a Rio de Janeiro? In Argentina? Ad Acapulco? A Miami a marzo? Senza vaccino…” .

Questi puntini di sospensione rappresentano un’incertezza sul futuro condivisibile, e per questo ogni tentativo di ripartenza va ben accolto.

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Interviste

Nei dintorni di Djokovic: la lunga strada di Ivo Karlovic. “A volte non bisogna essere realisti”

Rientrato in Croazia dalla Florida, “Dr. Ivo” ha ricordato le difficoltà di inizio carriera. Con un po’ amarezza (“A mio figlio direi che non ne vale la pena”), ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di non scontato (“Non è stato un percorso normale”). Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio (“Non c’era niente che sapessi fare meglio”)

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Ivo Karlovic - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Avevamo lasciato Ivo Karlovic a Melbourne, in gennaio, dove alla sua 17° presenza nello Slam australiano aveva conquistato un altro paio di record di longevità. Era diventato il primo over 40 nel main draw australiano da Ken Rosewall nel 1978 e poi, superando al primo turno Pospisil in tre set, anche il primo over 40 a vincere un match del tabellone principale, quarantadue anni dopo il leggendario “Muscle”. In realtà, il tennista zagabrese era sceso in campo ancora in un paio di ATP 250 e infine al Challenger canadese di Calgary – dove al secondo turno il francese Blancaneaux gli aveva tolto la soddisfazione di festeggiare, il giorno dopo, il suo 41° compleanno in campo – prima che la pandemia fermasse il mondo del tennis (e non solo, purtroppo).

Dopo aver trascorso il periodo del lockdown in Florida, dove vive insieme alla moglie Alsi e ai due figli Jada Valentina e Noah, il gigante croato un paio di settimane fa è rientrato in Croazia, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo “Sportske Novosti”. Prima tappa ovviamente la città natale, Zagabria, per riabbracciare genitori e parenti, prima di passare qualche giorno di vacanza al mare, in attesa di decidere quando riprendere l’attività agonistica. “Non ho ancora deciso se andrò allo US Open, nel caso in cui venga disputato. C’è ancora tempo. Vedremo cosa succede”. Per il momento, Ivo, è nella entry list del torneo.

Per uno che non si è ancora stancato di andare in giro per tornei dopo aver iniziato a calcare i campi a livello Challenger al crepuscolo del secolo scorso (era il 29 novembre 1999 quando esordì in India, a Lucknow, battendo il giocatore di casa Mustafa Ghouse, oggi noto per essere l’Amministratore Delegato di JSW Sport, la Divisione sportiva della multinazionale indiana JSW) la risposta alla domanda se il tennis gli è mancato, è stata un pochino  – ma non troppo, conoscendo il gusto per la battuta di Ivosorprendente: “Devo ammettere che il tennis non mi è mancato molto. È bello stare a casa con la famiglia. Abbiamo avuto molto tempo a disposizione e abbiamo potuto fare tante cose che altrimenti non avremmo potuto fare”.

 

Dopo un commento su come siano cambiati i rapporti tra le persone dopo il lockdown (“Dopo qualche tempo, le persone sono tornate a una vita relativamente normale, ma si percepisce l’insicurezza nello stabilire contatti con le altre persone”) al n. 124 del mondo è stata anche chiesta un’opinione sulle varie iniziative a sostegno dei tennisti non di prima fascia, in considerazione delle loro difficoltà economiche a causa dello stop. “Penso che alcuni tennisti abbiano sicuramente bisogno di un aiuto finanziario. E per me, personalmente, è molto bello vedere la solidarietà dei tennisti di vertice nell’aiutare i colleghi meno fortunati”.

Quando si parla di Ivo Karlovic il pensiero va immediatamente al “suo” colpo: il servizio. Logico che sia così, considerato che si tratta del giocatore che ha piazzato più ace di tutti nel circuito ATP –  ben 13.599 in 687 match –  e che sull’efficacia di questo fondamentale ha basato la sua ormai ultraventennale carriera. Ma un best ranking di n. 14 della classifica mondiale, otto tornei ATP vinti e altre undici finali disputate, 369 partite vinte nel circuito maggiore, non sono risultati che si raggiungono solo con il servizio, seppur scagliato da 211 cm di altezza, ma con un impegno e una dedizione al lavoro assoluta. Specie se parliamo di un giocatore che da ragazzo erano veramente in pochissimi a pensare avesse qualche chance di sfondare nel tennis che conta. “Credo che nessuno si aspettasse che raggiungessi la top 100, figuriamoci il 14° posto e vent’anni di carriera professionistica”.

Il famoso servizio di Ivo Karlovic – US Open 2015 (foto: Luca Baldissera)

Chi conosce anche solo un po’ la storia del tennista croato, sa che il percorso di Karlovic per arrivare al tennis che conta non è stato per niente facile. Basterà ricordare come a causa del fallimento dell’attività imprenditoriale del padre il giovane Ivo si trovò a non aver la possibilità di affidarsi ad allenatori costosi o ad accademie e a non poter viaggiare per disputare i tornei in cui avrebbe potuto guadagnare qualcosa, privo anche di un qualsiasi sostegno da parte della Federtennis croata. Persino trovare degli sparring partner era un’impresa: in pochi infatti volevano giocarci assieme, dato che il servizio era già a ottimi livelli mentre gli altri colpi assolutamente no e quindi le sessioni di allenamento con lui erano ritenute poco proficue (una situazione con cui si è ritrovato a convivere anche a livello “pro”).

A queste si aggiungevano le difficoltà nella sfera personale: timido e riservato, Ivo non aveva molte amicizie, anche perché la balbuzie di cui soffriva lo ostacolava nel rapporti con gli altri. E proprio in virtù del suo vissuto, giusto chiedere al gigante croato se abbia dei consigli da dare ad un giovane che desidera diventare un giocatore di tennis (“Beh, molti giovani giocatori con cui mi alleno mi chiedono un consiglio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove le persone sono generalmente più disponibili a ricevere consigli”), soprattutto se con lui Madre Natura sembra non essere stata particolarmente generosa quando ha dispensato il talento tennistico. “Nel mio caso hanno giocato un ruolo determinate la mia perseveranza e la mia volontà di allenarmi quando ero giovane. Non ho avuto delle buone condizioni, spesso nemmeno le opportunità, per allenarmi, ma ho lottato in tutti i modi per progredire il più possibile. Nel tennis, a volte, è necessario non essere realisti e perseverare, qualunque cosa accada“.

E se a chiedergli un consiglio fosse suo figlio? “Se decidesse di farlo, lo sosterrei. Perché so che per lui la strada sarebbe più semplice rispetto alla mia. Se dovesse passare tutto quello che ho passato io, gli direi che non ne vale la pena.” Dalle parole di Ivo si percepisce che tanta è stata la fatica e tanti sono stati i bocconi amari ingoiati, ma nel chiedergli quali siano state le maggiori difficoltà, la sua ironia e la sua capacità di sdrammatizzare hanno la meglio. “La cosa che mi ha facilitato nel cercare di sfondare nel tennis mondiale è stato il fatto che non c’era niente che sapessi fare meglio. Per me, in quel momento, era una cosa normale. Non ero consapevole di nient’altro se non dei bisogni fondamentali. Oggi, a volte, ripenso a com’è stato il mio percorso: non è stato normale!”. Una risposta più di tutte, seppur sempre tra il serio e il faceto, fa capire quanto “Dr. Ivo” si sia impegnato per arrivare. Quella alla domanda se abbia mai saltato un allenamento perché non aveva voglia, soprattutto all’inizio della carriera. “Mai, quando ero più giovane. Adesso capita sempre più spesso”.

Interessante anche sapere se secondo lui – un giocatore da vent’anni nel circuito professionistico – fosse più facile diventare uno sportivo di alto livello ai suoi tempi o se sia più facile adesso. “Oggi dal punto di vista logistico-organizzativo tutto funziona molto meglio. Dall’organizzazione del viaggio alle tattiche in campo, dove molte informazioni si possono ottenere anche su You Tube. I bambini si allenano meglio. Quindi da un lato oggi è più facile sistemare le cose che non vanno e raggiungere un certo livello nel tennis, ma dall’altro è più facile per tutti e quindi questo crea più competizione, cioè ci sono molti più tennisti di prima”.

E quale sarà il domani di Ivo Karlovic? Ivo si vede ancora nel tennis il giorno che smetterà di impallinare gli avversari con la prima di servizio? ”Penso che rimarrò sicuramente nel tennis. In che modo… Questa è una domanda a cui devo ancora trovare una risposta. Dipende da dove sceglierò di trascorrere la maggior parte del mio tempo al termine della carriera. Naturalmente ho anche altri interessi, che spero quindi di aver il tempo di approfondire”.  Un’ipotesi è quindi anche quella di allenare. Anni addietro, prima di mettere radici in Florida, Ivo aveva manifestato il desiderio di aprire una propria accademia a Zagabria. Un’idea che sembra non del tutto tramontata, magari spostando la sede al di là dell’Atlantico. “Vedremo a fine carriera”. Anche se, come detto, una decisione su dove la famiglia Karlovic si stabilirà definitivamente una volta che il capofamiglia appenderà la racchetta al chiodo non è stata presa. Sebbene un’idea di massima ci sia già. “La Croazia è un paese bellissimo, e indipendentemente da ciò che la gente dice la qualità della vita è buona. Trascorrerò sicuramente parte dell’anno in Croazia. Allo stato attuale, molto probabilmente il rapporto sarà otto mesi negli Stati Uniti e quattro in Croazia”.

Ma quali doti deve avere, secondo Karlovic, un allenatore? “La cosa più importante è adattarsi al singolo giocatore. Cioè capire come il giocatore recepisce le indicazioni più facilmente. Il tennis è uno sport individuale in cui i livelli di stress sono piuttosto elevati e frequenti. Affrontare tante situazioni stressanti tende a far diventare le persone testarde. Di conseguenza non è facile riuscire a relazionarsi con un tennista”.

Di certo senza quella testardaggine, che lo ha aiutato a non mollare quando in molti gli consigliavano di lasciar perdere, quel timido e silenzioso giovane spilungone del quartiere zagabrese di Salata non si sarebbe ritrovato a battere nel 2003, all’esordio in un tabellone Slam, il campione uscente Lleyton Hewitt al primo turno di Wimbledon (era la prima volta nell’Era Open e la seconda nella storia del torneo – nel 1967 Charlie Pasarell batté Manolo Santana – che il defending champion veniva subito eliminato). Fu la vittoria della svolta: il 24enne Karlovic raggiunse poi il terzo turno e due mesi dopo entrò per la prima volta in top 100, lui che prima di quella edizione dei Championships non era mai nemmeno arrivato tra i primi 150.

Wimbledon 2003, I turno: Ivo Karlovic elimina Lleyton Hewitt, campione in carica (Foto: Getty)

Ma a farci percepire quanto lavoro, quanta dedizione e quanti sacrifici c’erano dietro a quel risultato e a tutti quelli che seguirono, è ancora una volta una risposta semi-seria di Ivo ad un’altra domanda, quella del ricordo della sua prima volta a Church Road, ovviamente lo Slam preferito per un battitore di razza come lui. “Uh, è stato tanto tempo fa. Avevo 21 anni. Persi al terzo turno delle qualificazioni (contro l’attuale capitano di Coppa Davis israeliano, Harel Levy, ndr), giocate su un prato a venti minuti da Wimbledon (in realtà i campi del “The Bank of England Tennis Center” di Roehampton, ndr). Ma dopo quella partita andai a Wimbledon a vedere l’allenamento di Goran (Ivanisevic, ndr). Ma più che all’atmosfera di Wimbledon, ero interessato all’allenamento di Goran”.
Ancora convinti che Ivo Karlovic sia arrivato ai vertici solo perché aveva un gran servizio?

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Interviste

Oliviero Palma in esclusiva: “Organizzare Palermo è un atto d’amore per il tennis”

Il direttore del torneo siciliano ha parlato con Ubitennis delle inevitabili perdite economiche di un evento a capienza ridotta, ma non ha escluso l’idea di un bis verso fine anno

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L’intervista è stata originariamente condotta in inglese da Adam Addicott di ubitennis.net. Qui l’articolo originale


Come noto, il Palermo Ladies Open segnerà la ripresa ufficiale del WTA Tour in seguito alla pandemia da coronavirus, che sul tennis femminile ha avuto un impatto ancora più devastante a causa della cancellazione del remunerativo swing asiatico. L’International del capoluogo siculo sta a sua volta avvertendo l’onda lunga del COVID-19, dato che, oltre al necessario contingentamento del pubblico, sono arrivate rinunce sanguinose come quella di Simona Halep, a cui non sono bastate le rassicurazioni circa l’esenzione dalla quarantena e che si è infine chiamata fuori per paura di viaggiare, e di Jo Konta, iscrittasi invece alla seconda Battle of the Brits, conclusasi domenica.

Come se non bastasse, una giocatrice iscritta alle qualificazioni (la bulgara Viktoriya Tomova) è risultata positiva al tampone durante il weekend, un’eventualità con cui ogni torneo dovrà bene o male fare i conti.

 

Oliviero Palma, il direttore del torneo, è il primo a riconoscere le difficoltà dell’edizione 2020: il centrale da 1500 posti del Country Time Club potrà arrivare ad ospitarne al massimo 350 (meno di un quarto), e il montepremi è stato tagliato di circa il 18% dai 275.000 dollari complessivi dello scorso anno ai 222.500 di quest’anno (circa 190.000 dei quali per il singolare). Ciononostante, la responsabilità e l’entusiasmo per la ripartenza del tennis mondiale la fanno da padrone nelle sue parole, nonché nella qualità del tabellone – a dispetto delle rinunce pesanti di cui sopra, tutte le teste di serie sono delle top 30, con Petra Martic, N.15, nel ruolo di favorita.

Parlando con Ubitennis, Palma ha detto: “Essendo il primo torneo dopo la sospensione, ci interessa prima di tutto il rispetto dei protocolli di sicurezza – lo sport viene dopo. Anche se abbiamo avuto poco tempo, siamo stati in grado di prevedere e controllare ogni tipo di eventualità”. Ha poi continuato: “Il mondo ha aspettato per mesi il primo torneo dopo la pandemia per capire se potrà esserci il pubblico e se si potrà tornare alla normalità, pur nel rispetto di tutte le precauzioni. Il passato non conta più: questo non è il trentunesimo Palermo Ladies Open, è il primo torneo post-lockdown. È cambiato tutto”.

Anche tornando a giocare, non si può dissimulare fino in fondo un’atmosfera di incertezza: oltre alla cancellazione dei tornei asiatici, Madrid è a forte rischio di cancellazione, mentre agli organizzatori degli Internazionali d’Italia è stato intimato di giocare a porte chiuse, per non parlare dello status ballerino degli eventi in programma negli Stati Uniti – Lexington per il femminile e la doppietta combined newyorchese.

Date le circostanze, il fatto che Palermo si disputi è già di per sé un grande risultato. Secondo Palma, il semaforo verde è arrivato grazie a un basso numero di contagi nella regione e grazie al sostegno delle amministrazioni locali per la manifestazione: “La giunta della Regione Sicilia ha fiducia nel torneo di Palermo, e ci ha consentito di aprire il Centrale con posti contingentati per testare le nuove misure di sicurezza. Per quanto riguarda Roma e le porte chiuse, sono stato talmente concentrato sul mio evento da non prestare troppa attenzione agli sviluppi del caso”.

CONTI E PROTOCOLLI SANITARI

Palma non usa perifrasi per nascondere le fosche prospettive finanziarie di questa edizione del torneo. In una recente intervista con Reuters, ha dichiarato che è disposto a “sopportare le perdite” pur di favorire una ripresa del tour femminile. Ma di che tipo di perdite stiamo parlando? “Il nostro è un atto d’amore per il tennis, quest’anno non abbiamo pensato ai bilanci. Gli addetti al marketing ci hanno spiegato che i guadagni andranno valutati su base biennale, includendo quelli del prossimo anno. In ogni caso, la perdita economica stimata per il 2020 è di circa 50.000 euro” (in linea con le previsioni di un mese e mezzo fa, dunque, quando Palma si era detto pronto ad assorbire perdite fino a 80.000 euro, ndr).

Piuttosto che indugiare sui travagli pecuniari, però, gli organizzatori del torneo sperano di diventare un modello per quanto riguarda i test sui giocatori: a Palermo, tutti i partecipanti verranno sottoposti a PCR ed esami sierologici.

“Grazie al rigore dei controlli, siamo riusciti a intercettare rapidamente un caso di positività”, ha affermato Palma in merito all’annuncio di sabato. “Il protocollo prevede che le giocatrici arrivino a Palermo dopo aver già fatto una PCR circa quattro giorni prima. Appena arrivate, fanno un sierologico e un’altra PCR per poi recarsi in albergo, dove non sono autorizzate a lasciare la propria stanza fino alla pubblicazione dei risultati dei test, che nella norma si hanno entro 12 ore. Una volta accertata la negatività, possono lasciare l’isolamento, ricevere il pass per il circolo, ed iniziare ad allenarsi”.  

Come detto, la positività del weekend riguarda la bulgara Viktoriya Tomova, anche se non c’è stata alcuna conferma ufficiale da parte del torneo: la venticinquenne, N.130 WTA, era asintomatica al momento dei controlli, e si è ritirata dal torneo per una malattia non specificata, mentre il comunicato del torneo non l’ha menzionata per nome, specificando però che dal suo arrivo non aveva mai lasciato la sua camera, e che sarebbe stata immediatamente trasferita in un centro per pazienti asintomatici.

Il caso Tomova è l’epitome delle difficoltà che atleti e tornei dovranno affrontare, visto che le linee guida vengono costantemente aggiornate. Per esempio, in un’intervista all’Hindustan Times (un quotidiano indiano) del 29 luglio, Palma aveva detto che, se avessero voluto, le giocatrici avrebbero potuto fare “un giro della città, visto che ci sono pochissimi casi”. Cinque giorni dopo, tuttavia, il suo punto di vista è cambiato: “I protocolli WTA non incoraggiano a girare per le città come turisti ordinari, anzi, iniziative del genere sono apertamente osteggiate”. In realtà, come si può apprendere da Instagram, qualche giocatrice sfugge a questi protocolli – vediamo qui Donna Vekic in Piazza Pretoria.

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Ciao 🇮🇹🍋

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A prescindere da ciò che succederà nel corso della settimana, il tennis è ufficialmente ripartito, e Palermo rimarrà per sempre la prima tappa della nuova era. Visto che altri tornei continuano a essere cancellati sia dall’ATP che dalla WTA, però, l’organizzazione del torneo non ha pensato di proporsi per un secondo Palermo Open (o un evento equivalente) più in là nel corso dell’anno? Oliviero Palma non lo esclude: “Perché no? Dovremmo solo vedere che condizioni ci saranno”.

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