Look like a star? Il meglio e il peggio degli outfit dello US Open 2019

Focus

Look like a star? Il meglio e il peggio degli outfit dello US Open 2019

Lo Slam newyorkese è fatto per osare tra colori sgargianti e fantasie molto vistose. Qualche outfit ha colpito nel segno. Altri invece sono stati da dimenticare

Pubblicato

il

Coco Gauff e Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Dei quattro major, lo US Open è senza dubbio quello più chiassoso e grintoso. L’atmosfera elettrica ed euforica della Grande Mela si estende fino a Flushing Meadows; spazio dunque a musica, festa e colori, anche in campo. I tennisti a New York non sono solo atleti ma delle vere e proprie star e i campi da tennis un palcoscenico dove brillare, accendere il pubblico e portare l’adrenalina a mille. Per questo, anche le mise devono conformarsi alla scenografia dell’evento: ecco dunque che i vari brand di abbigliamento propongono per l’occasione i modelli più originali e imprevedibili, con tanto di abbinamenti cromatrici insoliti e colori accesi. Ma, se a volte originalità e vivacità si rivelano scelte azzeccate, c’è il rischio che l’estetica lasci un po’ a desiderare…

Serena Williams (Nike)

Serena Williams US Open 2019 (Foto Twitter @USOpen)

Laura Guidobaldi: ennesimo inciampo di Serena in una finale Major e il record dei 24 Slam resta ancora un miraggio. La regina del tennis mondiale (per ora non è più n. 1 ma i suoi 23 Slam le permettono di diritto di essere considerata tale) nel momento cruciale manca ancora una volta di lucidità ed equilibrio e si fa travolgere dalla giovane furia canadese Bianca Andreescu. E sembra quasi che questa mancanza di discernimento coinvolga anche il suo stile. Dopo il completino “da spiaggia” di Parigi e quello decisamente kitch di Wimbledon, ecco che Serenona agli US Open opta per un doppio outfit a maniche lunghe, superattillato e accollato, il cui effetto è un po’ quello di una seconda “pelle”.

Ma, se la variante viola si salva in extremis, aggraziata da un ampio e classico gonellino, la versione total black è decisamente inappropriata e, diciamolo pure, antiestetica. Infatti si tratta di una tutina-body con tanto di shorts, anch’essi attillatissimi, un po’ come quelli che vengono indossati sotto i gonnellini da tennis solo che, in questo caso, niente gonna. Certo, agli US Open si deve osare ma il completo nero sfoggiato dalla Williams è senza dubbio un autogol. Fortunatamente, almeno per la finale, Serena ha accantonato la sgraziata minitutina indossando il modello viola con la gonna. Che poi, anche sulla scelta della tinta viola ci sarebbe da discutere. Mah.

 
Serena Williams – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Valerio Vignoli: enigmatico. Mi viene in mente solo questo aggettivo per definire l’outfit di Serena in questi US Open. Perché le maniche lunghe in uno Slam dove fa notoriamente abbastanza caldo? Perché questa mancanza di fronzoli che fa tanto collezione basic? Poi vabbè del viola che ha caratterizzato la collezione Nike a Flushing Meadows ne parleremo diffusamente più tardi. Di solito gli abiti della regina del tennis femminile sono tutti molto studiati. Ogni minimo dettaglio è pensato per impressionare, distinguersi dalle altre, farsi notare. Qua è come se non sapesse come vestirsi la mattina e alla fine si è messa la prima cosa che le capitava a tiro, sbagliando stagione e colore. Insomma un outfit che riflette un certo stato confusionale per la più giovane delle sorelle Williams. Lo stesso che sopraggiunge ormai quando si trova in finale negli Slam, vicina a quel 24esimo titolo che le permetterebbe di eguagliare il record di Margaret Court.

Maria Sharapova (Nike)

Maria Sharapova – US Open 2019 (foto Garrett Ellwood/USTA)

Laura Guidobaldi: è sempre classy Maria Sharapova quando scende in campo. Un sobrio e alquanto raffinato abitino nero, con il tessuto leggermento “mosso” da leggere increspature ne valorizza perfettamente la statura e la linea. Nella parte superiore, in stile canotta, il profondo scollo a ‘v’ viene riempito dalla variante liscia del tessuto per spezzare un po’ l’uniformità del plissettato. Una fascia sulla vita – che separa corpetto e gonna – ne spezza la verticalità e conferisce a questo outfit un tocco di eleganza. La versione nera era destinata alla night session e, avendo Maria incontrato al primo turno Serena, le due sono state ovviamente programmate di sera. E allora, per Maria, niente abito color arancio a New York. Non ha fatto in tempo ad indossarlo perché Williams fa un sol boccone di quello che resta del tennis di Masha e la bella siberiana saluta subito Flushing Meadows.

Valerio Vignoli: quello che sarebbe stato di gran lunga il miglior outfit in campo femminile di questi US Open non si è potuto purtroppo praticamente mai ammirare. Per colpa di Serena. Magari glielo avevano detto: “Guarda quanto è bello l’abito che Nike ha fatto per Maria!”. E lei ha reagito impartendo una lezione più severa del solito alla sua rivale russa. Peccato perché questo abito era appunto assolutamente regale. Soprattutto nella sua versione color ocra. Sembra fatto apposta per andare ad una esclusiva serata in qualche locale super chic di SoHo. Di quelle dove camerieri tutti agghindati servono fiumi di champagne. Le increspature, la fascia nella vita, la lunghezza della gonna fino a metà coscia rendono questo completo smisuratamente sofisticato e chic. Proprio come l’avvenente tennista siberiana che speriamo possa continuare a calcare con la sua grazia i red carpet del tennis mondiale.

Roger Federer (Uniqlo)

Roger Federer – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Laura Guidobaldi: decisamente elegantissima la versione newyorkese di Uniqlo per Roger Federer. È vero, l’abbiamo detto mille volte, lo svizzero è sempre perfetto, qualsiasi cosa indossi. Però questa volta, l’abbinamento classico del bianco e del nero gli stava a meraviglia. Il tocco in più è destinato alla polo, con il collo alla coreana, che a Federer sta benissimo. La versione bianca è arricchita da bordini neri sul colletto e sulla parte inferiore delle maniche. Che dire? Delicato e carismatico al tempo stesso. Ma non può mancare per Roger la versione grintosissima con un completo total black per le sessioni serali. Carismatico Federer, certo, ma non più invincibile contro Grigor Dimitrov. Tradito dal mal di schiena, lo svizzero si è dovuto arrendere al bulgaro per la prima volta in otto scontri diretti.

Roger Federer – US Open 2019 (foto Twitter @usopen)

Valerio Vignoli: ok, non lo si può negare. In quanto a stile, Federer si conferma un passo avanti a tutti nel circuito maschile. Così come agli Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon, il suo outfit è impeccabile. Che sia in total white, spezzato bianco/nero, o total black. Però, arrivato all’ultimo Slam della stagione, mi sento di cogliere l’occasione per lanciare un appello: “Stop alla coreane!” o Henley come le chiamano dall’altra parte dell’oceano. Sì d’accordo sono molto eleganti, con quel tocco alla canottieri di Oxford e Cambridge. Sì va bene non hanno il problema del colletto che può dare fastidio ai tennisti (ma a chi ha dato mai fastidio, seriamente?). Ma anche basta. Le coreane hanno invaso il guardaroba del circuito maschile come il K-pop (per restare in tema) ha dilagato nelle classifiche mondiali di musica. E Federer, trendsetter per eccellenza, è stato anche il principale responsabile di questa omologazione. Ora starà sempre a lui rompere gli schemi, fissando nuovi benchmark di raffinatezza. Perché la moda è anche andare controcorrente.

Novak Djokovic e Daniil Medvedev (Lacoste)

Novak Djokovic – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Laura Guidobaldi: quest’anno il coccodrillo è un po’ timido a New York. I modelli del brand francese previsti per questi US Open non brillano per originalità e grinta, non riuscendo a valorizzare le personalità decise di Djokovic e Medvedev. Migliore tuttavia la versione indossata dal serbo che, seppure non proprio elegante, almeno si distingue per il bel blu elettrico della polo. Quella bianca a strisce sottili sparse qua e là di Medvedev appare invece alquanto spenta. Il contrario di Daniil che, pur non avendo un tennis così appariscente, sta sfoderando da mesi un gioco chirurgico che non perdona.

Daniil Medvedev – US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

Valerio Vignoli: è un po’ sempre la stessa storia con Lacoste. Quando va sul sicuro, con colori brillanti e trame classiche, fa quasi sempre centro, realizzando gli outfit più sofisticati del circuito. Quando invece cerca di osare, e si lascia andare a delle fantasie più stravaganti, convince di meno. Ma a New York bisogna rischiare e così il brand del coccodrillo non si è risparmiato. E i risultati sono stati discutibili. Quelle righe che sembrano dipinte da Pollock sulla polo di Djokovic fanno rimpiangere assai la rigorosa geometria di Melbourne e Parigi. Inoltre, bisogna sottolineare come il blu e l’azzurro si confondano cromaticamente sui campi newyorkesi. E Lacoste è già il secondo anno di fila che compie quest’errore con il completo di Djokovic. L’anno scorso almeno si era rivelato vincente. Quest’anno il blu non ha portato altrettanta fortuna al campione serbo. Indecifrabile la fantasia sulla polo di Medvedev, con il giallo fluo che sul bianco stona non poco. L’interruzione a metà sulla schiena non si sa se peggiori e migliori le cose. Così come il fatto che dovendosi trovare un fornitore di scarpe, il russo piazzi delle Nike nere e viola su un total white, mettendoci anche del suo.

Matteo Berrettini (Lotto)

Laura Guidobaldi: un Matteo Berrettini deluxe a New York. E allora poco importa cosa abbia indossato; il suo magico exploit e il suo tennis dirompente hanno acceso l’Arthur Ashe Stadium e i tifosi italiani di tutto il mondo. In effetti, la t-shirt gialla e grigio-scura non è del tutto esaltante. Tuttavia, se ci pensiamo un attimo, il giallo potrebbe riflettere il carattere solare e affabile di Matteo, mentre la parte scura della maglietta ci ricorda la sua grande grinta e il suo tennis devastante. Perché no?

Valerio Vignoli: era una stagione da incorniciare quella del giovane tennista romano. Ed è stata incorniciata a New York, con la prima semifinale Slam. Tuttavia, di pari passo con il raggiungimento di risultati sempre più prestigiosi, in questo 2019 è cominciato a delinearsi un Berrettini style, coadiuvato da Lotto che sembra dedicargli degli outfit non riservati agli suoi altri atleti. Un look giovane, fresco, dinamico, come lui. La maglietta con collo a v in tre sfumature di blu indossata quest’estate (ad esempio nella vittoria a Stoccarda) a Flushing Meadows è stata declinata in giallo-grigio scuro e verde oliva, con pantaloncini grigio chiaro e scarpe che richiamano il contrasto con la maglietta. I colori sono forse fin troppi ma il risultato è tutto sommato gradevole.

Johanna Konta (Ellesse)

Johanna Konta – US Open 2019 (foto via Twitter, @WTA)

Laura Guidobaldi: ancora una volta Ellesse fa centro. La firma italiana si distingue per raffinatezza ed eleganza presentando anche a New York un abitino semplice ma di gran gusto. Johanna Konta sfoggia al meglio un bel vestito il cui bianco viene vivacizzato e spezzato dalle due fasce diagonali, rossa e nera, che si incontrano nel centro del busto, nella parte anteriore e posteriore del vestito. Un abito semplice ma d’effetto.

Valerio Vignoli: Jo Konta ed Ellesse ci deliziano anche a New York con un outfit che sembra rubato alla costumista del film “La Battaglia dei Sessi”. Molto anni settanta, molto Billie Jean King. Nel circolo dedicato a Billie Jean King. Il colletto a polo lungo e quelle due fasce rosse e nere oblique sul bianco candido danno a questo abito un tocco meravigliosamente retrò. Degno di nota anche l’altro completino presentato dalla tennista britannica a questi US Open. T-Shirt con la stessa fantasia sui fianchi e una gonna molto corta e svolazzante. Anche quello straordinariamente grazioso. Cara Johanna ti stai ormai guadagnando un posto d’onore in questa rubrica, e nei nostri cuori.

Collezione Nike

Laura Guidobaldi: non particolarmente esaltante, nel complesso, la collezione Nike per gli US Open 2019. Ma ci sono le eccezioni. Cominciamo da Nadal. Il completo indossato da Rafa è un classico se pensiamo allo stile dello spagnolo in tutti questi anni. Tante altre volte lo abbiamo visto in campo con le t-shirt smanicate e i pantaloncini alquanto corti. Il maiorchino è sempre il guerriero da battere e il suo outfit, estremamente grintoso, ricorda giustamente il gladiatore che è. Il tutto con tinte rigorosamente scure e decise, come il nero e il viola, in perfetto stile US Open. Così come lo sono, in campo femminile, i modelli indossati da Svitolina e Bencic: la t-shirt tra bianco, nero e viola presenta immancabili motivi asimmetrici. Attenzione, però: la maglietta annodata sulla schiena conferisce una certa aria sbarazzina e dinamica alle giovani ed esplosive Elina e Belinda. Molto originale in un outfit da tennis. Inoltre, la svizzera opta per i pantaloncini camuffati da gonnellino. Carini e decisamente comodi.

Ma Naomi Osaka le supera tutte. Per la campionessa uscente, un outfit bianco e nero (con la variante arancione e nera) ma diverso nella linea, nel movimentato e vezzoso al tempo stesso. Si tratta di un vestitino con tanto di gonna larga (nera col bordo bianco), a pieghe, di lunghezza asimmetrica, essendo un po’ più corta sui fianchi, dove viene arricchita da due o tre strati di tessuto che però non la appesantiscono affatto. La parte superiore dell’abito è senza maniche con un colletto a chiusura lampo. Ma il dettaglio che sorprende è il volant cucito nella parte posteriore del corpetto, corpetto che, sempre sulla schiena, ne lascia scoperta una piccola porzione. Insomma, un completo che accoglie insieme uno stile classico, romantico e leggermente audace. Osare con gusto, per Naomi obiettivo raggiunto.

Valerio Vignoliper questa collezione newyorkese Nike ha sembra aver seguito il consiglio della band gispy rock Gogol Bordello che ormai più di una decade suggeriscono di sdoganare il colore viola nell’abbigliamento. Tuttavia più che dai Balcani, gli outfit creati dal marchio del baffo sembrano venire direttamente dai campetti da basket degli anni novanta. Il viola abbinato sì al bianco e al nero ma anche al giallo fluo. Le striature effetto stintura che abbondano. I nodi nelle magliette delle ragazze. Un look molto giovanile e sbarazzino insomma. Che ad esempio si sposa perfettamente con l’educata sfrontatezza della 19enne Bianca Andreescu, vincitrice del titolo nel singolare femminile.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ma anche con l’esuberanza di altri Next Gen come Denis Shapovalov e di un ribelle come Nick Kyrgios. Oltre a Serena, Nike ha dedicato degli outfit personalizzati anche per Nadal e, per la prima volta, a Naomi Osaka. Il campione spagnolo ha purtroppo deciso nuovamente di fare a meno delle maniche. Evidentemente non gli servono per triturare gli avversari. Ma potrebbero evitare al pubblico di dover ammirare le sue ascelle. Viola o nero per la canotta cambia poco. Sempre in spiaggia sembra di stare. Osaka invece sorprende con una mise un po’ in stile scolaretta giapponese, con la combo colletto a polo-gonna a pieghe. Resa però moderna dall’arancione sul nero nella versione notturna e da un’apertura nella schiena. Insomma, un completino che fa emergere perfettamente la personalità della tennista nipponica, la quale sembra uscita da un fumetto manga.

Collezione Adidas

Alexander Zverev – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Laura Guidobaldi: il verde acqua sul nero ci sta tutto nell’atmosfera elettrica degli US Open. Ma l’effetto psichedelico della t-shirt indossata da Zverev, come se fosse stata immersa nella candeggina, è un déjà vu molto sfruttato e, per giunta, antiestetico. Deludente.

Valerio Vignoli: dopo essersi ben distinto nelle tre precedenti prove dello Slam, il colosso dell’abbigliamento sportivo tedesco cade a Flushing Meadows. La collezione del marchio delle tre strisce è tutta improntata contrasto verde acqua (già di per se un colore poco entusiasmante) e il nero. Il risultato è tutt’altro che trascendentale nel caso della polo di Dominic Thiem (vista ben poco grazie al nostro Thomas Fabbiano) e nell’abito della sua fidanzata, la francese Kiki Mladenovic. Leggermente, ma solo leggermente, più interessante la maglietta indossata da Sascha Zverev, con una stampa che ricorda un ecografia.

Collezione New Balance x Gitman Bros

Coco Gauff – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Laura Guidobaldi: tutti pazzi per Coco e allora anche il suo outfit doveva in qualche modo rispecchiare la sua eccezionalità, suscitare curiosità, rompendo gli schemi e trovando uno stile nuovo. Sfida che la New Balance raccoglie con successo perché il vestitino indossato dalla statunitense è certamente una novità assoluta. Chi avrebbe mai pensato di indossare un patchwork di campi da tennis? I campi verdi – che ricordano l’erba calcata a Wimbledon – e quelli blu di Flashing Meadows, rappresentano forse i primi due Slam che la prodigiosa ragazzina ha disputato quest’anno per la prima volta, a soli 15 anni. Con un tocco di arancione, per ricordare l’altra superficie major, la terra rossa parigina. Una predestinata, certo (a patto di operare le scelte giuste nella gestione della carriera e degli allenamenti). Nonostante sia ancora una ragazzina, Gauff ha già legato il suo nome a due dei campi più grandi del mondo. Però, c’è un però… Se l’abito indubbiamente colpisce, l’estetica un po’ meno, poiché i dettagli dei campi da lontano non si distinguono e si ha l’impressione di vedere un vestito con un ammasso di figure geometriche rettangolari o quadrate e basta. Messaggio indovinato ma gusto discutibile…

Valerio Vignoli: per questi US Open New Balance unisce le proprie forze con il marchio statunitense di abbigliamento vintage Gitman Bros. E dal cilindro saltano fuori gli outfit più creativi e originali visti in queste due settimane nella grande mela. A fare da testimonial d’eccezione la giovanissima Coco Gauff. Il motivo in stile patchwork anni ottanta e i colori sgargianti si fondono in un armonioso contrasto con i suoi quindici anni e la sua pelle scura. In effetti però il verde e l’azzurrino avrebbero risaltato ancora meglio ad esempio sull’arancione della terra del Roland Garros. La stessa fantasia la si poteva ritrovare nei pantaloncini del gigante americano Opelka, visto all’opera nel match contro l’azzurro Fabio Fognini, abbinati ad una maglietta rossa. La chicca assoluta però di questa collezione erano i pantaloncini a scacchi blu e rossi con bandana abbinata che avrebbe dovuto esibire Milos Raonic e che invece si possono ammirare e acquistare sul sito del brand di Boston.

Laura Guidobaldi e Valerio Vignoli

Continua a leggere
Commenti

Opinioni

Classifica ATP: l’ipotesi ‘algoritmo’ potrebbe essere favorevole a Nadal

Se si dovesse scalare una quota fissa per ogni settimana (ma fino a quando?), lo spagnolo rischierebbe molto meno rispetto ai 5360 punti in ballo in sette settimane. E potrebbe scegliere più a cuor leggero dove giocare

Pubblicato

il

Rafael Nadal con il trofeo del numero 1 - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Penso che bisognerà riflettere a lungo e con attenzione su come gestire i punti del ranking“. Il monito in vista della ripresa arriva da Andy Murray, tornato in campo nei giorni scorsi nella Battle of The Brits. L’ATP ha annunciato il dove e il quando della ripartenza, non ancora come riprendere il filo delle classifiche la cui logica è stata chiaramente stravolta dal lungo stop.

Primo appuntamento della “nuova” stagione a Washington (che Murray ha messo nel mirino), per poi spostare tutto a New York e rinchiudersi nella bolla Cincinnati-US Open. Immediatamente dopo l’Europa: Madrid, Roma e il Roland Garros. “Non si potrà fare tutto, bisognerà scegliere dove andare a giocare“, ha spiegato lo scozzese, sottintendendo come la conoscenza del criterio applicato per i punti potrebbe indirizzare le agende. Un ragionamento di interesse generale e non personale, considerando il suo tormentato 2019. “Non sarebbe sicuro per la salute di chi dovesse arrivare anche solo ai quarti o in semifinale allo US Open spostarsi subito in Europa – spiega il tre volte campione Slam -, ritrovandosi in altura a Madrid e sulla terra dopo tanti mesi passati senza giocarci“.

IDEA BIENNALE – La proposta – non lontana da quella già avanzata da Nadal – è di ragionare sull’ipotesi di un ranking biennale. “In questo modo – ha spiegato – chi ha fatto bene nel 2019 e non può difendere i punti in modo ottimale non verrebbe penalizzato. Se si potessero mantenere i punti conquistati nella passata stagione, le classifiche risulterebbero meno alterate“. C’è da dire – lo ha fatto qualche giorno fa il direttore Scanagatta, in un’analisi più ampia – che non sembra questa l’ipotesi più calda. La controindicazione più evidente sarebbe l’ostacolare la peculiare fluidità del ranking, andando ad ampliare il gap tra chi è avanti adesso in classifica (e magari ha fatto incetta di Slam nel biennio precedente) e chi vedrebbe ridursi al minimo le speranze di sorpasso. Discorso valido per le posizioni di vertice, ma anche per le possibilità di accedere alla top 100.

 

ALGORITMO – In realtà, secondo quanto riportato da Marca, il tennis potrebbe optare per un calcolo che sembra mettere d’accordo ATP e WTA. I punti attuali di ciascun giocatore verrebbero divisi per le 52 settimane di cui si compone la stagione, il risultato verrebbe poi scalato ogni sette giorni. Non risulta al momento chiaro per quante settimane. Si potrebbe concedere un anno di tempo per il riallineamento, andando però a toccare così una stagione, la prossima, che ci si augura possa tendere alla normalità.

Il caso Nadal aiuta a orientarsi meglio nell’immediato, anche perché il maiorchino sarebbe il primo beneficiario di questa soluzione algebrica. Secondo la tabella di marcia diffusa dall’ATP, infatti, si ritroverebbe a difendere in sole sette settimane ben 5360 punti. In ordine decrescente: i titoli di US Open (2000) e Roland Garros (2000), quello di Roma (1.000) e la semifinale di Madrid (360). Proprio quella spagnola sembrerebbe la tappa maggiormente pregiudicata, come sostenuto da Murray: per chi dovesse arrivare in fondo allo US Open, catapultarsi alla Caja Magica diventerebbe proibitivo. Allo stesso modo anche gli Internazionali, successivi a Madrid e subito prima del Roland Garros, potrebbero essere sacrificati da chi volesse decidere di arrivare in anticipo a Parigi.

Ma vale anche un altro discorso: mettendo a rischio, quantomeno nel breve, un totale di 1325 punti (189 per sette settimane) invece che di 5360, il numero due del mondo potrebbe rinunciare allo US Open più a cuor leggero per buttarsi anima e corpo in Europa, con la priorità di Parigi. Resterebbe aperta una questione di opportunità: con quali motivazioni ufficiali il campione in carica potrebbe annunciare il suo forfait a Flushing Meadows?

Continua a leggere

Opinioni

Il tennis va modernizzato? Ultimate Tennis Showdown e nuovi merletti (prima parte)

La risposta breve è ‘sì’: il successo dei nuovi format in altri sport lo dimostra. Ben vengano Berrettini, Thiem e Tsitsipas da Mouratoglou. La risposta lunga è complessa, e l’ha spiegata molto bene Matthew Willis su ‘The Racquet’

Pubblicato

il

Dominic Thiem - Ultimate Tennis Showdown (via Twitter, @UTShowdown)

Lo sappiamo, qualcuno di voi sta già storcendo il naso: ancora questo affare di Mouratoglou? Non ne abbiamo parlato abbastanza? Nì. Ci siamo convinti che la soluzione migliore per affrontare il tema del rinnovamento del tennis fosse comprenderlo in una trattazione più ampia, che contemplasse un confronto con gli altri sport e un’analisi dei dati più raffinata di quella citata dallo stesso Mouratoglou. Volevamo proporvi un articolo completo, letto il quale chiunque di voi avrebbe dovuto avere le idee veramente più chiare su questa faccenda.

Cominciando la nostra ricerca ci siamo imbattuti in questo pezzo scritto da Matthew Willis, fondatore del blog ‘The Racquet‘. Dopo averlo letto e riletto, ci siamo resi conto che era tanto completo ed esaustivo che difficilmente saremmo riusciti a fare un lavoro migliore senza ripetere molti dei concetti da lui brillantemente espressi. Per questo abbiamo contatto l’autore del longform, che ha gentilmente acconsentito alla traduzione e alla pubblicazione su Ubitennis. L’articolo è molto lungo, per questo lo abbiamo diviso in due parti: nella prima è spiegato perché il tennis in realtà non è in crisi e perché, al contempo, non deve aver paura di sperimentare nuovi format (banalmente: negli altri sport funziona!). La seconda, che tira le conclusioni e vi introduce al concesso di ‘accessibilità’ di uno sport, sarà pubblicata sabato.


Patrick Mouratoglou, l’occasionalmente controverso coach di Serena Williams, ha lanciato il suo Ultimate Tennis Showdown e ha sfruttato l’occasione per fare alcune affermazioni piuttosto forti sullo stato del tennis: “Dieci anni fa l’età media degli appassionati era di 51 anni. Oggi è di 61, e fra dieci anni sarà di 71… Il tennis non sa ringiovanire la fanbase… Il mondo si è evoluto negli ultimi 10-20 anni, mentre il tennis non è mai cambiato. Il gioco è nei guai, e io voglio che sopravviva”.

 

Sono abbastanza sicuro che Mouratoglou volesse solamente destare clamore con le sue frasi, anche eccettuando l’errore nella citazione e una mancata comprensione delle curve statistiche. Sostenere che l’età media degli appassionati di tennis sia di 61 anni è quasi certamente insensato (e affermare che fra 40 anni la media sarà di 101 lo è ancora di più). Quel numero è arbitrariamente estrapolato da uno studio già di per sé molto ristretto sul pubblico del tennis (in chiaro e in pay-per-view) nei soli Stati Uniti. La ricerca ignora non soltanto i consumi degli altri Paesi, ma non include nemmeno le cifre legate allo streaming e al digitale, le piattaforme con un pubblico più giovane.

Per di più, non tiene in considerazione la demografia di coloro che fisicamente vanno a vedere i tornei: l’età media di queste persone sta apparentemente calando in Nord America, ed è sempre stata molto più bassa in mercati dalla rapida crescita come quello cinese (per esempio, il 70% degli spettatori a Pechino 2018 era sotto i 40 anni). Personalmente, i tornei a cui sono stato in Europa sembrano avere una buona distribuzione anagrafica a loro volta, e gli esponenti della Generazione Z o i Millennials non sono mai mancati.

Di conseguenza, “61” è una cifra inutilizzabile se si vuole fare una stima accurata dell’effettiva età media degli appassionati di tennis. Gli americani che guardano la TV con metodi tradizionali non stanno ringiovanendo, sfortunatamente per loro, e quindi non è una grossa sorpresa che il dato riguardanteli sia rimasto stabile nell’ultimo decennio, e che sia addirittura aumentato.

L’enclave tennistica di Twitter, quell’eccentrico nugolo di fan ossessivi che è rappresentativo del gioco quanto Twitter lo è del mondo (cioè poco), non è stata particolarmente felice delle parole ‘escatologiche’ di Mouratoglou. Immagino che le sue parole sarebbero state un po’ più digeribili se non fossero suonate come un epitaffio per il tennis e per i suoi tifosi più coinvolti, il cui feretro è ormai in procinto di essere trasportato presso il più vicino cimitero per sport che non vogliono cambiare, mentre Patrick lo scienziato pazzo fa spallucce e si propone, novello Frankenstein, di adescare i supposti giovani salvatori con il suo abominio mezzo tennis e mezzo Mario Kart.  

La domanda però rimane: al di là di tutti gli allarmismi, Mouratoglou ha ragione o no? Il tennis è nei guai?

“Nì”

La risposta breve, quanto meno per i massimi livelli del gioco, è no:

  • A livello globale, la audience televisiva dei tornei ATP (anche senza includere gli Slam) è quasi raddoppiata fra il 2008 e il 2018, passando da 464 a 919 milioni, e continua a crescere. I guadagni, nello stesso periodo, sono più che raddoppiati, da 61.3 a 143.4 milioni di dollari, stando al sito ATP.
  • Nella fascia d’età 18-49, Tennis Channel è il canale televisivo che è cresciuto di più del 2019 negli USA, aumentando il pubblico del 67%. La fascia 25-54 è a sua volta cresciuta del 44%, con un aumento del 40% per nucleo abitativo. Il canale ha visto aumentare lo share in 51 settimane su 52, e ha accresciuto il numero degli spettatori unici del 13%.
  • Su Tennis TV, il servizio in streaming dell’ATP, la visione delle repliche è arrivato a costituire fra il 25 e il 50% del minutaggio consumato sul sito, indicando una crescita nell’utilizzo abitudinario della app che può essere monetizzata. Tennis TV è stata uno dei primi, profetici esempi di un servizio in streaming lanciato da un’associazione sportiva stessa, essendo nato nel 2009.
  • Il Roland Garros del 2019 ha visto una crescita del 31% di spettatori unici su Eurosport Player e sulla app ufficiale del torneo. L’Australian Open del 2020 ha visto un aumento del 35% nella stessa metrica, mentre lo US Open è cresciuto del 22%.

Questo tipo di espansione digitale è trascinato dai fan più giovani, non da quelli più anziani – e si può tranquillamente affermare che il mitico, fantomatico tifoso di 61 anni non ne sia responsabile.

Per quanto riguarda gli spettatori sul posto, il 2019 ha fatto segnare la più grande affluenza di sempre per una stagione ATP, assestandosi a 4.82 milioni di spettatori paganti, cifra che ha superato i record del biennio precedente. In particolare, lo US Open, l’Australian Open e il Roland Garros hanno toccato vette mai raggiunte in precedenza, marcando un trend generale di crescita per gli eventi più importanti, come si può vedere dalla grafica:

Fonte: Infosys Knowledge Institute

Se si volesse isolare la performance WTA da quella ATP, nel circuito femminile la situazione fotografata è piuttosto simile:

La vetta del gioco sembra, dunque, godere di ottima salute. Per i più curiosi, le cifre dei due tour possono essere consultate qui per l’ATP e qui per la WTA. È presumibile che senza questa pandemia ammazza-sport il 2020 sarebbe stato un ulteriore mattoncino nella crescita recente del tennis, sia a livello digitale che di botteghino. Insomma, il gioco è molto lontano da un’imminente apocalisse.

“Ma”

Questo non significa che non ci siano minacce per il futuro del tennis, esogene ed endogene. Credere che non sia così sarebbe segno di auto-compiacimento, e quindi pericoloso. Il tennis è ben lungi dallo scomparire, ma non si può avere la certezza che continui a prosperare nel nuovo decennio e oltre. Questo è il motivo per cui le frasi di Mouratoglou potrebbero risultare contro-produttive: quello che ha detto non è sbagliato, ma la natura iperbolica delle sue parole rischia di far passare in secondo piano il concetto stesso, vale a dire che uno sport vecchio di 160 anni ha in effetti bisogno di un rimodernamento, e rischia di far passare in secondo piano i modi con cui farlo.

(Nota importante: la crescita dei livelli più bassi del tennis è in forte contrasto con quello che succede ai vertici. Negli ultimi anni, ATP e ITF hanno avuto problemi a trovare soluzioni condivise per migliorare il gioco alla base, e il risultato è che vengono regolarmente pubblicate storie di giocatori più o meno giovani che faticano a farsi strada, disillusi dal circolo vizioso che è la struttura elitista dei circuiti. In particolare, la distribuzione non qua del prize money fa sì che le abbondanti risorse economiche dei tornei non raggiungano i livelli più bassi. L’annuncio di questa settimana sullo US Open, e in particolare l’assenza del torneo di qualificazione (da sempre la migliore opportunità di guadagno economico e di classifica per i giocatori con un ranking basso), non hanno certo contribuito a far cambiare questa percezione. Questo argomento meriterebbe un saggio a parte, ma per ora basti sapere che il tennis ha numerosi problemi per quanto riguarda le fondamenta competitive del gioco. Per sua fortuna, l’iceberg è momentaneamente sommerso (almeno sul breve termine), risultando invisibile per l’appassionato medio, abituato com’è all’opulenza degli eventi del circuito maggiore).   

Quindi la domanda è: come accidenti si “modernizza” uno sport?

Opzione 1: cambiare o “perfezionare” il format

L’UTS di Mouratoglou fa chiaramente parte di questa categoria, uno sfrontato tentativo di accorciare e rendere più immediato un match. Nell’UTS, i giocatori possono usare delle carte, come una sorta di universo parallelo in cui gli appassionati di Magic escono di casa, e hanno la possibilità di fare cose come togliere la prima di servizio all’avversario o far valere triplo i propri vincenti. Al massimo 15 secondi possono intercorrere fra un punto e l’altro, e gli incontri sono suddivisi in quattro movimentati quarti da 10 minuti l’uno. Il format è pensato anche per far risaltare più del solito le “personalità” dei giocatori, con interviste a metà partita, discorsi d’incoraggiamento da parte dei coach e un aperto invito a mostrare le emozioni sul campo, presumibilmente in modi che siano in linea con i soprannomi stile wrestling che sono stati affibbiati a ciascun partecipante prima del torneo, come Stefanos “The Greek God” Tsitsipas o il vagamente offensivo (a noi non sembra così offensivo, semmai poco rappresentativo, ndr) David “The Wall” Goffin.

Finora è stato un esperimento interessante, un taglio netto rispetto al format tradizionale. Siccome l’UTS è un torneo d’esibizione che si disputa durante l’interruzione dei tour causata dal COVID-19, sembra l’ambiente perfetto per questo tipo di sperimentazioni. Va dato credito a Mouratoglou per aver pensato “outside the box”, anche se la prima bozza della sua visione potrebbe risultare un po’ contorta. A essere onesti, guardare i match dell’UTS ricorda un pochino questa scena di Futurama.

Breve cronistoria delle modifiche ai format nello sport

Il desiderio di ritoccare i format non riguarda solo il tennis. Dibattiti equivalenti impazzano in molti sport tradizionali, anch’essi impegnati nel tentativo di stare al passo con l’evoluzione dei consumi e delle piattaforme. All’interno di questi dibattiti, la dicotomia è più o meno sempre la stessa: da una parte gli appetiti dei fan casuali di recente acquisizione, dall’altra quelli dei puristi di lunga data.

CRICKET – Twenty20 (un format più breve) ha attirato elogi e critiche in egual misura, ma è generalmente visto come un passo avanti per il gioco. I fattori positivi riguardano soprattutto la capacità di attirare nuovi fan, la maggior facilità di consumo e la maggiore adattabilità alle esigenze di sponsor e TV. Gli scettici invece prendono di mira la svalutazione dei test match tradizionali (come The Ashes, la tradizionale serie fra Inghilterra e Australia) e l’impatto negativo che match più brevi avrebbe sullo sviluppo dei battitori.

RUGBY – La palla ovale ha inaugurato ha introdotto un format accorciato già nel diciannovesimo secolo, il Sevens (il mio tipo preferito di rugby). Il successo di questa variante ha spinto molti a chiedersi se finirà per entrare in diretta competizione con il tradizionale assetto a 15. Anni fa, in alcuni Paesi i giovani cominciavano giocando a sette per migliorare la corsa e i passaggi, ma oggi l’opinione diffusa è che siano due sport diversi, soprattutto per la maggior stazza richiesta dalla versione tradizionale.

FORMULA 1 – Nel 1989, le corse vennero uniformate alla lunghezza massima di 305 chilometri, mentre negli anni ’50 si poteva arrivare a 600. Già nel 1974, inoltre, era stato introdotto un limite di due ore, un cambiamento che ebbe un impatto positivo sia sugli ascolti che sulla sicurezza dei piloti.

GOLF – Si è provato a introdurre espedienti come il “Powerplay Golf”, ma anche una serie di modifiche più sottili e divertenti come gli “alternate shot” per le gare a quattro. La Ryder Cup, un clamoroso successo commerciale, ha a sua volta un format differente rispetto a quello di un torneo tradizionale. Infine, alcune delle branche golfistiche in più rapida espansione sono attività “off-course” come il Topgolf o il Driveshack, essenzialmente versioni più immediate e accattivanti di un driving range [campo dove si pratica lo swing, ndr] che costituiscono degli eccellenti punti d’accesso per i neofiti.

SCACCHI –Negli ultimi anni sono diventate molto popolari le versioni “Blitz” e “Rapid”, osteggiate però da puristi come Magnus Carlsen, Vladimir Kramnik e Bobby Fischer, che le vedono come forme di puro intrattenimento nonché dannose per la concentrazione nei match sulla lunga distanza.

Infine, il tennis stesso ha già accorciato il format, limitando il tre su cinque agli Slam. Fino a qualche anno fa, le partite potevano arrivare al quinto anche nelle finali 1000 (fino al 2007) [tecnicamente, non c’è mai stata una finale 1000 al quinto, all’epoca erano ancora chiamati Masters Series, ndr], in quelle olimpiche (fino al 2016), e in Coppa Davis (fino al 2018). Anche il quinto set a oltranza è stato sostanzialmente abolito in favore del tie-break [con l’eccezione di Parigi, ndr], principalmente a causa dell’abilità di John Isner di rimanere aggrappato al proprio servizio come un gatto al suo padrone quando questo vuole fargli fare un bagnetto. Nuove variazioni come il Fast4, il Tiebreak10 o l’UTS sono mere estremizzazioni di questi tentativi.

La tematica più comune quando si parla di format sperimentali era, ed è ancora oggi, l’effetto prosciugante che hanno sullo sport tradizionale, oppure la l’eccessiva timidezza – le modifiche avvenute nel tennis non fanno eccezione, come il caso Mouratoglou dimostra ampiamente.

Vale sicuramente la pena dibattere su quanto i nuovi format completino gli sport tradizionali o su quanto li distruggano. Il cricket, il rugby e gli scacchi hanno beneficiato di considerevoli boom economici grazie all’affiancamento dei format più rapidi a quelli tradizionali. Le nuove versioni attirano appassionati più giovani e un maggior numero di spettatori casuali. Ergo, nell’immediato ci sarà inevitabilmente una sorta di simbiosi fra il nuovo e il vecchio, e potenzialmente una cannibalizzazione a lungo termine. Questi dati potrebbero spingere il tennis a lavorare internamente su un nuovo format, per paura di essere fagocitato in futuro da un nuovo format (o un nuovo sport) nato al di fuori del proprio controllo istituzionale, come successo al Real Tennis, di cui si parlerà a breve.  

In ogni caso, il tennis differisce da quasi tutti gli altri sport maggiori in un aspetto fondamentale: nessuno dei suoi format ha un limite di tempo o di gioco. A causa del sistema di punteggio, non ci potrà mai essere certezza su quando una partita si concluderà, visto che in teoria potrebbe durare per sempre. Il Twenty20 del cricket ha un limite di “over”, il rugby ha un limite di tempo in tutte le sue versioni, la Formula 1 ha un limite di tempo e distanza, le versioni rapide degli scacchi sono, appunto, rapide, e via dicendo. Per molti puristi, il mistero legato alla durata di un match è una delle cose più belle del gioco, un generatore di eventi cauali che tessono dettagli complessi e imprevedibili nella storia di un incontro. Per altri, soprattutto coloro che si interessano all’ottimizzazione degli spazi televisivi e alla soglia d’attenzione degli spettatori, il “mistero” di cui sopra è visto come qualcosa di gratuitamente démodé per cui nessuno ha più tempo. Non è un caso che quasi tutti gli esperimenti più recenti includano il No-Ad e un focus maggiore sui tie-break, e/o dei serrati confini temporali.      

Il problema, almeno per gli iconoclasti, è che il format tradizionale va ancora alla grande ai livelli più alti del gioco. Nonostante l’immancabile tropo “i MiLleNniALs HanNo UNa SoGLIa dELl’AtTenZiOnE dI mERdA” [coprolalia nell’originale ma sentimento condivisibile, ndr], gli spettatori aumentano su tutte le piattaforme, come visto, e quindi non ci sono molti dati concreti a suggerire un disamore dei giovani per il tennis, una volta esposti al gioco (tema che verrà approfondito di seguito). Una delle poche ricerche in materia (nessuno di questi studi è granché, cosa che potrebbe essere parte di un problema più grande per il gioco) suggerisce che i giovani fan preferiscono lo score tradizionale con una maggioranza bulgara:

La morale della favola, quindi, è che il format del futuro sarà da qualche parte a metà fra la rivoluzione di Mouratoglou e l’intransigenza dei puristi. Sul fronte del coach francese, la corsa degli sport per l’attenzione dei fan (e il loro conseguente e furioso tentativo di rintuzzare i format) è un po’ come quella dei supermercati ad abbassare i prezzi, una corsa da cui nessuno emerge realmente vincitore. L’acquirente (tifoso) si trova in mano un prodotto di merda [vedi sopra, ndr] e insoddisfacente, e i supermercati (associazioni sportive) non guadagnano, finendo esclusivamente a lottare con competitor che sono la loro immagine sbiadita. Si può discutere finché si vuole della competizione fra sport e Netflix o fra sport e gaming, ma se il tennis si piegasse a una rivoluzione tanto radicale del format finirebbe forse per trovarsi a combattere guerre ancora più aspre con queste forme di intrattenimento generico – sarebbe il caso di prendere in considerazione l’idea che alcuni sport possano provare a differenziarsi e offrire esperienze più profonde.   

D’altra parte, però, sebbene il format del tennis non necessiti aggiustamenti al livello più alto, non c’è motivo per cui non bisognerebbe sperimentare come hanno fatto altri sport, di modo da renderlo più accessibile di quanto già sia. L’innovazione andrebbe provata nelle sfere più basse (dove i guadagni e la crescita non sono così cospicui), o in concomitanza con i tour. La Laver Cup è un buon esempio di cosa può essere fatto buttando un po’ della tradizione dalla finestra (La Laver Cup è una competizione a squadre e enfatizza l’interazione con la panchina e gli aspetti più ludici) ma al contempo mantenendo gli aspetti fondamentali dello sport (ad esempio il punteggio, ancorché in una versione parzialmente corretta). Un altro esempio è il World Team Tennis, che incorpora alcune modifiche del punteggio nelle sue sfide miste a squadre – è un campionato davvero divertente, seppur America-centrico al momento.  

Francamente, se una versione “rivale” del gioco dovesse crescere tanto in fretta da minacciare lo status del tennis tradizionale, quasi tutti vedrebbero questa competizione positivamente in retrospettiva (se si eccettuano i puristi, rumorosi e attualmente importanti). Dopo tutto, ci sono dei buoni motivi per la decadenza del Real Tennis a favore del Lawn Tennis. E non è difficile indovinare come la pensassero i puristi del primo in relazione al neonato rivale. In particolare, una frase dell’articolo linkato svetta per attualità: “Il Real Tennis si basa sul tocco, sulla tecnica e sulla capacità di fare aggiustamenti all’ultimo secondo, non sulla forza bruta [a differenza del Lawn Tennis]”.

La cosa divertente è che risulta sinistramente simile a ciò che alcuni, cocciuti fan del tennis su erba dicono a proposito della brutalità e della mancanza di raffinatezza dei match su cemento o terra se paragonato al gioco dei prati, puro e fondato sul talento. A volte mi chiedo se gli organizzatori di Wimbledon, che ci ricordano continuamente di quanto disperatamente e irrazionalmente siano aggrappati alla tradizione, sarebbero ancora così altezzosi se venisse ricordato loro che una volta era il loro torneo ad essere l’iconoclasta foriero di ‘volgare brutalità’.

La storia ci viene in aiuto, perché ci ricorda che all’inesorabile incedere del tempo non potrebbe fregare di meno delle nostre preziose e puriste tradizioni, specialmente in un arco di tempo sufficientemente lungo.

Continua a leggere

Italiani

Campionati Assoluti di Todi di segno ‘Macho’… ma non fatelo sapere a Billie Jean King

Sedici anni dopo, la FIT ha rispolverato gli Assoluti. Vittorie di Lorenzo Sonego e Jasmine Paolini: applausi. Ma il montepremi (23.000 euro) è discriminatorio: 18.000 per gli uomini, 5.000 per le donne. Fischi

Pubblicato

il

Lorenzo Sonego e Jasmine Paolini - Premiazione Campionati Assoluti di Todi (ph. Marta Magni)

Ne “Il Più Grande Uomo Scimmia del Pleistocene”, illuminante ed esilarante romanzo di Roy Lewis, si narrano le vicende di una famiglia alle prese con i primi passi sulla terra, dopo aver abitato per millenni sui rami degli alberi. Tra i protagonisti, spicca la figura dello Zio Vania, che, ostinatamente contrario ad ogni forma di progresso, si rifiutava persino di camminare su due “zampe”, considerandolo un affronto insanabile nei confronti della pura razza scimmiesca. La posizione eretta, per lui, era una bestemmia urlata nel pieno di una sacra funzione. Tra i mille aspetti del racconto dell’alba della vita umana, potete ben immaginare come l’autore descriva il rapporto tra gli uomini e le donne, che può sinteticamente ridursi al confronto tra predatori superiori e prede inferiori.

Dopo milioni di anni di storia e un paio di secoli di lotte e rivendicazioni non ancora terminate, dalle Suffragette alle Mondine, dal movimento femminista ai giorni nostri, siamo ancora qui a domandarci perché gli uomini riescano a occupare ruoli apicali nella società con più facilità e perché le donne, per farlo, debbano essere eccezionali. Perché sono ancora così evidenti le differenze di trattamento economico tra i due sessi. Perché ancora è di gran moda pensare alla donna come primariamente procreatrice ed angelo del focolare. Perché, nelle pubblicità, la donna stende, stira e cucina e l’uomo si sollazza al computer, per lo più fingendo di lavorare.

Le lotte delle tenniste come Billie Jean King e del gruppo delle Original 9 (che vi stiamo raccontato in questa serie di articoli) per ottenere un montepremi pari a quello dei tennisti, una battaglia portata a compimento – quantomeno negli Slam – a metà degli anni 2000, hanno ottenuto un discreto successo, ma il tema rimane assai dibattuto e ancora non si può ipotizzare il giorno in cui, in tutti i tornei di pari livello, il trattamento economico sarà identico per gli uni e le altre. Non è detto che quel giorno arrivi perché il business detta regole anche sul tema dei diritti: si pensi, per portare un esempio, a quanto è condizionato dagli affari il diritto alla salute. Non solo negli Stati Uniti.

 

Dopo anni di assenza, su lodevole iniziativa della nostra Federazione, si sono organizzati i Campionati Assoluti di Tennis, che assegnano il titolo di miglior giocatore nazionale tra gli iscritti al torneo. Considerata la mancanza di tennis, vissuta dagli appassionati per qualche mese a causa del virus che ha còlto impreparato il mondo, gli Assoluti si sono ritagliati uno spazio di primordine, anche televisivo, e hanno suscitato l’interesse non solo degli amici del tennis, ma dello sport in generale. Tenniste e tennisti italiani di gran livello si son trovati in quel di Todi per giocarsi l’ambito titolo, vinto infine da Lorenzo Sonego in campo maschile e Jasmine Paolini in quello femminile.

Una volta stabilito il discreto montepremi di 23.000 euro, si è deciso di suddividerlo in questa maniera:

  • 18.000 euro per il torneo maschile
  • 5.000 euro per il torneo femminile

Per evitare il rischio di trascendere, non essendo mio uso, non aggiungo alcun commento, lasciando tale compito, se mai volessero, ai gentili lettori.

Qualche domanda, però, mi sorge spontanea: 

  • Chi ha deciso tale ripartizione?
  • Perché, tra i giornalisti sportivi e gli operatori del settore, nessuno ha sentito il bisogno di commentare pubblicamente tale ripartizione?
  • Comprendendo appieno le ragioni del silenzio sul tema da parte di tennisti e tenniste in attività, mi chiedo, poi, perché ex tennisti o ex tenniste non abbiano rilasciato qualche dichiarazione a riguardo.
  • Infine, non sarebbe stato meglio, considerata la differenza di trattamento, assegnare l’intero montepremi ai maschietti e riservare alle femminucce solo un bel trofeo con un sontuoso bouquet di fiori da lanciare tra gli spalti plaudenti?
Jasmine Paolini – Premiazione Campionati Assoluti di Todi (ph. Marta Magni)

Qualche passo in avanti rispetto al Pleistocene, comunque, è stato fatto: lo Zio Vania avrebbe certamente vietato alle donne la partecipazione al torneo, obbligandole in caverna a far le pulizie come si deve. Come si deve.

Marcos


Marcos è stato uno dei primissimi collaboratori del mio blog Servizi Vincenti. Per diversi anni ha curato egregiamente la rubrica di “critica televisiva”. Bentornato! 

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement