Credo che Jannik Sinner sia un fenomeno

Editoriali del Direttore

Credo che Jannik Sinner sia un fenomeno

MILANO – Per la sua età lo è indiscutibilmente. Dove possa arrivare, però, è un altro argomento. Confronto fra lui e gli enfants prodiges extraterrestri, Federer, Nadal, Djokovic. E con Berrettini. Perché sono ottimista

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Jannik Sinner - ATP Next Gen Finals 2019 (foto via Twitter, @nextgenfinals)

Questo articolo è stato scritto prima delle finale, che poi Sinner avrebbe vinto nettamente contro de Minaur

da Milano, il direttore

L’ho detto chiaramente nel video che potete guardare qui sopra. E lo ripeto qui. Jannik Sinner il suo torneo lo ha già vinto, anche se dovesse perdere stasera da quel Alex de Minaur che non è numero 18 del mondo per caso, non ha vinto tre tornei ATP per caso (Sydney, Atlanta, Zhuhai) – il più giovane tennista ad aver realizzato il tris e uno dei sei giocatori ad aver vinto tre tornei come minimo – non è arrivato in finale a Basilea contro Federer per caso (anche se lì il KO di Zverev e i sorprendenti successi di Opelka che gli ha tolto di mezzo Garin, Goffin e Bautista Agut gli hanno spalancato la strada), non è stato finalista al Next Gen di un anno fa (battuto solo da Tsitsipas) per caso.

Così come non è un caso che l’australiano arrivi in finale senza aver perso neppure un match, vincendo in più occasioni i primi due set e il quarto. Quasi sempre molto nettamente. Anche un anno fa aveva vinto tutti e quattro i match precedenti la finale. Questa sera, se battesse anche Sinner, porterebbe a casa un bottino di 429.000 dollari. Niente male.

Ma un ragazzo di 18 anni e 2 mesi, Jannik Sinner, che entra alle Next Gen dalla porta di servizio, grazie a una wild card, e che non prova alcun imbarazzo ad esibirsi in un catino ribollente di entusiasmo come quello del nuovo Allianz Cloud e batte uno dopo l’altro tre tennisti molto meglio piazzati del suo posto nel ranking (n.95)… e cioè Tiafoe 47 (ed è stato n.29 a febbraio), Kecmanovic 60 (ma era 47 il 9 settembre ed è già stato finalista in un torneo del circuito maggiore ATP, ad Antalya), Ymer 74… beh non può essere un bluff.

È un falso numero 95. È soltanto n.95 perché ha fatto pochi tornei di categoria, dopo avere fatto il primo exploit al torneo challenger di Bergamo. A ricordare e sottolineare oggi che lui è l’unico classe 2001 (16 agosto, quindi appena diciottenne) a figurare nei primi 100 ora come ora può apparire quasi come un understatement, una diminutio rispetto ai suoi meriti. Jannik ha già battuto un top 15 come Monfils (sia pure quel giorno poco volitivo… di fatto poi al secondo duello si è preso la rivincita), ha lottato alla pari in uno Slam con Wawrinka (anche lui più attento al secondo match rispetto al primo), insomma certamente per la sua età Jannik può essere presentato come un fenomeno.

Lo dicono i risultati di questo finale di stagione. La sua classifica reale, in termini di gioco, è già a ridosso dei primi 50. Vedremo nei primi tre mesi del 2020, a Doha dove ha chiesto wild card, all’Australian Open e se riuscirà a entrare in tabellone a Indian Wells e Miami, se mi sbaglio oppure no. Certo dovrà avere anche un po’ di fortuna nei sorteggi, perché se dovesse imbattersi in Djokovic o un altro top-player in tutti i primi tornei allora l’avvicinamento alla top 50 sarà più lento. Ma arrivarci prima dei 19 anni, cioè prima del 16 agosto 2020, sarebbe comunque un grande exploit.

Questa valutazione comporta che diventerà anche lui un top-ten come Berrettini? Calma e gesso. È un altro paio di maniche. È vero che lui ha cinque anni meno di Matteo, ma come mi ha detto ieri sera saggiamente lo stesso Jannik subito dopo aver battuto Kecmanovic (qui alcuni estratti della conferenza stampa), a dispetto di un primo set nel quale per la prima volta aveva avvertito la tensione e aveva commesso parecchi errori: “Ognuno ha un suo percorso. Matteo è stato straordinario quest’anno, ha meritato ampiamente di trovarsi al Masters, è una grandissima impresa e io non posso sapere se riuscirò a fare altrettanto fra cinque anni, fra due, fra dieci… o forse mai”.

Io posso dire, dopo averlo visto da vicino per tre sere, ma anche a Roma e all’US Open dal vivo, e in altre occasioni in tv, che la stoffa del futuro campione c’è tutta. È molto avanti sulla tabella di marcia a suo tempo percorsa dai Berrettini ma anche di tutti i migliori tennisti italiani che io ho visto giocare. Matteo non era una così folgorante promessa alla sua età. Ma nemmeno Adriano, Corrado, Paolo, Tonino, i nostri moschettieri di Davis, anche se dei primi tre si parlava benissimo fin da ragazzini. Ma, appunto, vincevano fra i ragazzini. Ma questo non vorrebbe dire che a questa precocità debbano far seguito necessariamente grandi risultati. È certo vero, d’altro canto, che alcuni giocatori, come il Nadal diciassettenne, il Federer diciannovenne-ventenne, sembravano già garantire un luminoso futuro.

Però, vedete, nel 2013 Kyrgios era il n.1 del mondo junior, mostrava un talento pazzesco, nel 2016 già vinceva quattro tornei – quindi per uno del 1995 era quasi meglio di De Minaur – e sembrava che potesse spaccare il mondo e poi dopo essersi arrampicato al n.13, ha fatto il passo del gambero per via di quel carattere mattoide. Jannik non ha l’eleganza di Federer, né la forza letale del mancino Nadal, assomiglia forse di più a Murray, anche se spinge di più la palla alla Djokovic, ma insomma al giorno d’oggi questi sono decisamente paragoni eccessivamente prematuri. Me ne rendo perfettamente conto. Quei nomi che ho fatto sono i nomi dei “Mostri” del terzo Millennio, quelli che hanno dominato la scena come nessun altro prima di loro. Però non tutti i top 10 degli ultimi 20 anni sono stati extraterrestri come quei quattro.

Quindi siamo legittimamente fiduciosi, ma restiamo con i piedi per terra, per non danneggiare con eccessive aspettative il percorso di Jannik, il quale peraltro, mi sembra per sua fortuna refrattario a subire condizionamenti diversi da quelli che Riccardo Piatti può trasmettergli. Quel che scriviamo noi media non gli farà un baffo. Diversamente da altri giocatori invece assai più influenzabili.

Rispetto a Matteo – con il quale viene più spontaneo fare confronti perché è quello che mi chiede e si chiede ormai sempre più spesso l’appassionato – Jannik parte avvantaggiato, al di là dei già accennati cinque anni di vantaggio anagrafico, perché non palesa veri punti deboli, né tecnicamente né nel fisico. Matteo ha compiuto progressi straordinari nel rovescio quest’anno, nella risposta e nella mobilità. Quelle erano sue carenze che si portava dietro da anni. Ci ha lavorato e lavorato, e ancora lavorato con grande determinazione, con il fido Santopadre. E a furia di seminare ha cominciato a raccogliere. E che raccolti!

Jannik al momento veri e proprio punti deboli sui quali soffermarsi in maniera quasi ossessiva non li mostra. Risponde bene, si muove bene, ha un rovescio stupendo e anche il dritto – un tantino meno spettacolare e tuttavia spesso terrificante – è comunque molto più solido del rovescio di Matteo. Un ragazzo di 18 anni così alto non può non avere vissuto qualche problemino fisico, la schiena, le gambe, però all’Accademia di Piatti sono stati attenti – con Sirola – a farlo crescere fisicamente in modo armonico. Berrettini ha dovuto affrontare diversi stop per problemi fisici, un polso e il braccio, un ginocchio, una caviglia. Dà la sensazione di essere più fragile. E con il metro e 96 inevitabilmente anche meno mobile. Ancora oggi è molto più forte quando riesce a comandare piuttosto che in difesa. Sinner invece sembra non penare particolarmente neppure quando si trova costretto a difendersi.

Matteo oggi è quasi intrattabile quando mette la prima: può servire stabilmente oltre i 200 km orari. Oggi, sia chiaro perché non voglio essere frainteso, il confronto fra i due mi sembra ancora abbastanza improponibile. Stiamo parlando del n.8 del mondo e di un n.95 che sta giocando da numero 60/70 e forse meglio. Era n.551 all’inizio dell’anno! Il balzo di Matteo, da n.54 a n.8, è straordinario, ma quello di Jannik non è da meno. Siamo lì lì, di nuovo considerando l’età.

Jannik, che pure già serve sopra i 210, non ha certamente la stessa potenza e continuità di Matteo nella combinazione servizio-dritto. Però a 18 anni la solidità mentale di Jannik è sorprendente, quasi anomala. E in questi giorni che c’è stata la possibilità di parlarci un po’ più del solito – una ventina fra domande e risposte – ho potuto apprezzare anche la maturità e l’intelligenza del suo ragionare. Intanto a 18 anni è il più giovane finalista delle finali Next Gen ATP Finals, ma questo se testimonia sulla sua indubbia precocità, non è una garanzia di per sé che sia un sicuro campione. Lo è in pectore, avrebbero detto i latini.

Consentitemi di essere molto ottimista dopo averlo visto sparare dritti e rovesci a 128 km orari contro Tiafoe che pure sembrava sovrastarlo sotto il profilo fisico – due spalle che paiono ante d’un armadio – ma che non riusciva a superare i 112 km orari con i suoi colpi. Dopo averlo visto giocare un dritto… “mascherato” in chop (video ripreso dal sito ATP, che potete ammirare qui) spettacolare sul dritto di Kecmanovic, che mi ha ricordato i colpi “fintati” di Panatta. Dopo averlo visto conquistare prima il break decisivo del quarto set con il serbo e poi trasformare il quarto matchpoint sul 3-2 dopo i tre annullati da Kecmanovic con tempestive discese a rete chiuse da perfette volée senza braccino.

“Con Riccardo stiamo lavorando molto sul gioco a rete, sulle volée”. Bene, anzi benissimo che ne sia consapevole. L’altro grande altoatesino, Andreas Seppi, ha ripetuto a se stesso migliaia di volte che avrebbe dovuto venire più spesso a rete, ma poi gli è mancato spesso il coraggio, soprattutto nei momenti chiave di un match. Beh, il giovane Sinner, ha già fatto vedere che il coraggio non gli manca. Non cambierò idea su quel che penso di Jannik, neppure se dovesse perdere con de Minaur, statene certi.

 

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Berrettini: il gran giorno dell’improbabile rivincita

Roger Federer indoor, seppur poco brillante con Thiem, non sembra alla portata del romano strapazzato da Djokovic. Far meglio che a Wimbledon il primo obiettivo

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

da Londra, il direttore

Una risposta sciocca e maleducata di Rafa: ora attendo le sue scuse

Se chiamassimo quello di oggi “il giorno della verità per Matteo Berrettini” saremmo tremendamente ingiusti. Matteo deve affrontare un signore svizzero che ha vinto questo Masters sei volte, un campione che nonostante la veneranda età talvolta cominci a giocargli qualche brutto scherzo (leggi scivolone), quattro mesi fa ebbe due matchpoint per strappare a Djokovic il titolo di Wimbledon.

È vero, altresì, che oggi a Matteo si chiede di far meglio almeno di quel che fece quel lunedì 8 luglio a Wimbledon contro lo stesso Roger Federer, il suo idolo che lo intimidì dal momento in cui i due fecero ingresso nel mitico Centre Court dell’All England Club. Finì, voi ricorderete e certo Matteo non scorderà mai, 6-2 6-1 6-1 in 74 minuti appena. Con Matteo che sbagliò tutto quel che poteva sbagliare, arrivando anche a sotterrare uno smash sulla rete da principiante, a dir poco imbarazzante, che palesò tutta la sua confusione mentale di quel giorno. In undici turni di battuta di Roger, Matteo raccattò soltanto undici punti. E i suoi primi servizi entrarono una volta su tre, intorno al 35%.

Matteo ha perso domenica contro il miglior ribattitore del mondo, Djokovic, 6-2 6-1, giocando meglio che a Wimbledon sì, ma non certo bene. Subito i leoni da tastiera che infestano il web, soprattutto di questi tempi in cui il tennis paga la sua cresciuta popolarità con l’approdo al mondo digitale di un sacco di gente che di tennis sa poco o niente ma sputa subito grandi sentenze da super intenditore – una delle più in voga ultimamente è che Sinner è già più forte di Berrettini e non perderebbe mai così netto da Djokovic o da Federer… – hanno bocciato severamente sia Berrettini dopo l’infausto esordio con Nole, sia i telecronisti di Sky Elena Pero e Paolo Bertolucci che si sono affannati a ripetere a più riprese – giustamente (io non li ho sentiti, ma lo immagino) come un esordiente al Masters non possa non pagare lo scotto della propria inesperienza contro i più esperti top-ten che il Masters lo hanno frequentato da anni.

Insomma il povero Berrettini è stato subito flagellato dai critici dell’ultima ora. Quasi hanno cancellato tutto quel di buono che lui ha fatto, due tornei vinti, otto semifinali concentrate negli ultimi sette mesi per salire da n.57 a n.8 del mondo.

Ora c’è una nuova mission impossible. Affrontare un Federer che dopo la terza sconfitta patita in un anno da Thiem non ha alternative che battere Matteo per scongiurare una clamorosa eliminazione. Roger ha tutto da perdere, ma a situazioni “pesanti” psicologicamente in tutti questi anni ha fatto il callo, Matteo nulla… se non che se prendesse un’altra stesa la sua immagine di aspirante campione potrebbe risentirne. Insieme alla fiducia nei propri mezzi, anche se il suo clan – Santopadre, Rianna, Massari – non ha fatto che ripetergli che lui è qui per fare esperienza e che questo è ancora un periodo in cui deve imparare dai veri big.

L’altro giorno Djokovic ha ricordato che lui non aveva vinto un match nel 2007, quando aveva 20 anni. Poi l’amico Stefano Meloccaro mi ha ricordato oggi che l’anno dopo, sempre a Shanghai, quello stesso Djokovic che all’esordio non aveva vinto un set con Nadal (e fin lì…), Gasquet e Ferrer, avrebbe poi vinto il suo primo di cinque Masters. Magari Matteo fosse in grado di realizzare lo stesso exploit. Oggi come oggi è proprio impensabile. I suoi limiti, rovescio, mobilità, attitudini difensive, paiono ancora importanti. Gli auguro un bel match con Federer. Vedremo.

 
Matteo Berrettini e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Instagram, @matberrettini)

Intanto la seconda giornata è stata caratterizzata dai contropiedi di Tsitsipas con Medvedev e di Zverev con Nadal. Entrambi i vincitori di giornata avevano perso cinque volte su cinque con i loro avversari. E invece hanno vinto in due set, senza neppure offrire una palla break alle due vittime. Leggete le cronache dell’attento Canevazzi (qui la vittoria di Tsitsipas, qui quella di Zverev). Fra Medvedev e Tsitsipas non corre davvero buon sangueleggete qui le origini della loro spiccata antipatia (“Di certo non andremmo mai a cena insieme” ha detto Tsitsipas che ha esultato come un matto dopo la trasformazione del matchpoint… e non solo per aver posto fine alla striscia negativa) –, ma la sconfitta più importante è quella patita con Zverev da Nadal (a proposito del quale ho raccontato una poco simpatica vicenda di cattiva educazione mostrata nei miei confronti da Rafa).

Nadal infatti non è ancora sicuro di chiudere l’anno come n.1 del mondo per la quinta volta in carriera (eguaglierebbe così Federer e Djokovic). Se Rafa vincerà una sola partita nel round robin, Nole dovrà arrivare in finale da imbattuto per prendersi il trofeo di numero 1. Se Nadal invece ne vincerà due, che siano round robin più semifinale o due nel round robin, allora Djokovic dovrà vincere il titolo. Evito di addentrarmi nelle svariate ipotesi per non confondervi le idee. Anche a me stesso… Per il dettaglio di tutti gli scenari vi rimando però a questo pezzo.

Ieri sera quando siamo corsi in sala conferenza stampa dopo il 6-2 6-4 di Zverev ai suoi danni (tre break per il tedesco che non ha concesso una palla break) si è pensato che Rafa – incerto nella partecipazione a causa del problema all’addominale che lo aveva costretto a ritirarsi a Bercy – potesse annunciare un nuovo ritiro. Se il forfait fosse arrivato sarebbe stato il sesto qui, quattro dei quali nelle ultime sette edizioni londinesi. E quando ha giocato aveva colto risultati ben al di sotto del suo standard: 16 vittorie e 13 sconfitte (ora 14). Questo record modesto spiega anche perché Rafa non abbia mai vinto questo torneo.

Rafa non ha accampato scuse, ha effettivamente servito senza mostrare alcuna paura nel forzare la battuta alle consuete velocità. Nadal aveva detto, prima di affrontare Zverev (che non dimentichiamo essere il campione in carica di questo Masters che ha avuto quattro campioni diversi negli ultimi 4 anni, Dimitrov nel 2017, Murray nel 2016, Djokovic nel 2015): “Ho 33 anni e mezzo, sono dunque vecchiarello per giocare tennis ad alto livello, mi sento fortunato a essere dove sono con tutti gli infortuni che ho avuto… si dice di tanti giovani come Zverev per esempio che sono il futuro del tennis, ma secondo me sono già il presente. Sarò felice di poter competere con loro per ancora un po’… poi sarò contento di guardare il tennis in tv!”. Mentre Zverev era al settimo cielo dopo aver sconfitto il tabù Rafa: “Avevo battuto gli altri due grandi (Novak e Roger), mi mancava solo Rafa…”.

Stasera chiudono Djokovic e Thiem. 6-3 per il serbo il bilancio dei confronti diretti, ma al Roland Garros l’austriaco si conquistò l’ultimo, il più bello e importante.

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Editoriali del Direttore

Guai a chi mi tocca Berrettini! Ha perso, ma come è normale che sia

La mia comprensione e quella di Novak Djokovic. Ora un altro duello impari? Sarà uno spareggio che solo Roger Federer non può permettersi di perdere. Le chances di Matteo esistono se… Mentre Sinner…

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Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Video sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

Matteo Berrettini ha tutta la mia comprensione. E ha anche quella di Novak Djokovic. Forse non avrà quella di Roger Federer, che questo martedì dovrà giocare contro di lui un match di spareggio per la sopravvivenza. Infatti Federer, dopo aver perso per la terza volta su tre quest’anno con Thiem – e stavolta pure peggio, in due set anziché in tre come a Indian Wells e a Madrid – dovrebbe battere sia Berrettini sia Djokovic per avere la quasi certezza di passare il turno. Insomma a Berrettini, cui già era toccato esordire contro l’avversario peggiore possibile qui a Londra, cioè Djokovic per le sue note caratteristiche di grande ribattitore, non poteva andar peggio che dover affrontare al secondo match un Roger Federer costretto a vincere e che avrà come al solito tutto il pubblico a suo favore.

Matteo dovrà prepararsi a sentire una onda di “let’s go Roger!, let’s go Roger!” dalla prima palla all’ultima. Chieda informazioni al proposito a Djokovic sul trattamento ricevuto all’All England Club quando ha giocato la finale contro Roger. Nole, quando ci ripensa, scuote ancora la testa. Vero che in caso di vittoria dello svizzero su Thiem, Matteo si sarebbe trovato nelle stesse condizioni anche contro l’austriaco, però – a parte il fatto che contro l’austriaco il pubblico non gli sarebbe stato così contrario – secondo me sarebbe stato preferibile giocarsi uno spareggio su questa superficie contro Thiem, già battuto a Shanghai e dopo averci perso di misura a Vienna, piuttosto che contro l’idolo della sua gioventù che già a Wimbledon gli aveva dato una tristemente memorabile stesa. Leggete che cosa mi ha detto Thiem, quando gli ho chiesto di ricordare i suoi due precedenti con Matteo.

 

I vantaggi di Matteo per la sfida numero 2 a Federer saranno almeno due: a) Matteo non dovrebbe far peggio che a Wimbledon e l’aver già vissuto quell’esperienza contro il proprio idolo avrà contribuito almeno un pochino a una sua diversa serenità al momento di scendere in campo; b) Federer stavolta avrà un bel carico di tensione addosso: è lui che dopo aver perso da Thiem, con la brutta, spiacevole sensazione di aver giocato anche piuttosto maluccio, ha tutto da perdere. Vero che ci si è trovato mille volte in queste situazioni, ma fate che per caso lui cominci ancora così come male come gli è successo con Thiem ieri, e che quindi Matteo trovi un po’ di fiducia, e allora magari vedremo un vero match. Di sicuro Roger oggi come oggi non si muove e non si difende come Djokovic.

Ho scritto queste righe dando quasi per scontato il fatto che è assai probabile che il secondo duello Berrettini-Federer di martedì sarà uno spareggio, ma mi corre anche l’obbligo di ricordare che nel Masters è successo talvolta che sia approdato alle semifinali anche qualcuno che invece aveva vinto un solo match. In quello maschile come in quello femminile. L’ultimo che mi torna in mente è quello WTA di Singapore 2015, l’anno in cui c’era la mia adorata Flavia Pennetta – a proposito auguri per la figlia femmina in arrivo! – e che vide Radwanska conquistare il torneo: la ragazza polacca aveva perso due volte nel round robin (una proprio da Flavia).

Se infatti un giocatore termina al primo posto del suo gruppo avendo vinto tutti e tre i suoi match, può capitare che gli altri tre ne vincano uno ciascuno, A con B, B con C, C con A, e in quel caso non contano i confronti diretti (che conterebbero se ci fossero solo due giocatori a pari vittorie, due ad esempio ciascuno) ma decide il quoziente set e game. A questo punto Berrettini è messo peggio di Federer che perdendo di game ne ha fatti 10, mentre Matteo ne ha racimolati solo tre.

Accennavo alla comprensione manifestata da Djokovic nei confronti dell’esordiente Berrettini… che non ha avuto in sorte la fortuna di misurarsi contro un tennista inesperto, come altri due esordienti, Medvedev e Tsitsipas che per l’appunto duelleranno oggi alle 15 fra loro, quindi nella stessa situazione… della prima volta al Masters. Novak, che al Masters di Shanghai 2007 aveva 20 anni e mezzo, giocò tre partite e non solo non vinse una partita, ma non fece neppure un set. E, per carità, al Masters ci si imbatte sempre in top-10, però a parte Nadal, gli altri due erano Ferrer e Gasquet, insomma ottimi tennisti, ma non extraterrestri.

Djokovic ha interpretato alla perfezione, almeno secondo me, quello che deve essere stato lo stato d’animo di Matteo: “Ero teso… ero felice di esser là, naturalmente! Ero orgoglioso di far parte dell’élite del tennis mondiale, fra i primi otto, ma – capite – era un ambiente nuovo nel quale mi trovavo. C’è il solito campo da tennis, una partita da giocare (come in tante situazioni…), ma era tuttavia diverso, essere consapevoli che per te era la prima volta e dovevi giocare ogni duello contro un top-ten per emergere dal tuo gruppo.

È tantissima pressione…sai che devi fare del tuo meglio (e tutti si aspettano grandi cose altrimenti quasi li deludi… questa è un’aggiunta mia, di Ubaldo Scanagatta, lo specifico a scanso di equivoci, così come sono sicuro che qualcuno oggi in Italia è già capace di pensare o di dire ‘ah Sinner avrebbe fatto meglio!’. E a questi rispondo di non esagerare con le iperboli pro “altoatesino”: una cosa è misurarsi da n.95 del mondo con under 21 in un torneo anomalo, un’altra è farlo da n.8 contro i migliori del mondo) – mentre per gli altri top-players che hanno giocato ai massimi livelli per tanti anni c’è tanta esperienza in più a poter fare la differenza.

Noi top-players sappiamo come gestire queste situazioni emozionali. Siamo mentalmente più esperti, attrezzati. Ecco perché all’inizio del match, sapendo che lui sarebbe stato probabilmente teso e nervoso ho cercato di infrangere la sua resistenza molto rapidamente, e questo è quello che è capitato a metà del primo set. Ha sbagliato un dritto relativamente facile subendo il break (4-2). E da quel momento in poi ho cominciato a leggere meglio il suo servizio, a posizionarmi meglio sul campo, a muovermi davvero molto bene.

Questa spiegazione di Novak è venuta come risposta alla mia osservazione sul fatto che lui era riuscito a strappare per cinque volte consecutive la battuta a Matteo, sebbene Matteo (che non ha servito neppure malissimo come percentuale di prime palle, intorno al 70% nel primo set e al 65% nel secondo) abbia nel servizio uno dei suoi notori punti di forza. “Sì, sono molto contento del modo in cui ho saputo rispondere, sapendo come lui sia un ottimo battitore e quanto sia forte e veloce la sua battuta. Sono davvero felice per come sono riuscito a rispondere alla maggior parte dei suoi servizi da quel momento in poi”.

Anche se non si può dire che, pur con tutte le attenuanti del caso, Matteo non abbia giocato né bene né male, di certo contro Federer dovrà giocare meglio se vorrà tentare di dar vita a un match più equilibrato di quello di questa domenica e anche di quella volta a Wimbledon. Sia lui sia il suo coach mentale Stefano Massari che ho intervistato, ritengono di aver interpretato la partita contro Djokovic meglio che quella contro Roger a Wimbledon. Di certo Matteo non si è rassegnato e fino all’ultima palla, anche se era sotto 4-0, ha provato a fare qualcosa, ha mostrato i pugnetti al suo angolo ogni volta che un bel punto gli ha dato l’illusione di potersi rimettere in carreggiata. Il divario è sembrato ancora grande, ma questo non deve essere una sorpresa. Matteo non è un imbucato, ma è un last minute top-player. Occorre dargli tempo.

Il Federer visto contro Thiem non mi è parso trascendentale. Ha steccato diverse palle, mi è parso a tratti piuttosto lento. Ha cominciato talmente male, poi, che sembrava quasi un esordiente lui pure. Thiem ha giocato bene, ma gli ha dato anche qualche occasione per rimettersi in gioco. Il fatto che Federer debba assolutamente vincere non favorisce le chances di Matteo e contro Thiem sarà probabilmente la stessa cosa. Un diverso ordine degli incontri, anche se è raro che ce ne sia qualcuno all’inizio che non sia quasi determinante in un senso o nell’altro avrebbe potuto essere più propizio. Ma, come ha detto Djokovic, e avevano detto prima sia Santopadre sia il coach mentale Massari, sono tutte esperienze che gli faranno bene.

Ho notato, parlando con tutti i colleghi giunti da Milano, che sul fronte Sinner c’è un entusiasmo dilagante. Del resto anch’io, nel mio piccolo e ancor prima che desse una lezione di tennis al n.18 de mondo, ho scritto che “credo che Sinner sia un fenomeno”. Però mi sento di condividere appieno quel che ha detto Matteo nell’articolo-intervista scritto da Ruggero Canevazzi che mi ha dato grossa mano qui al suo esordio al Masters (sì, come Berrettini…): “Non vorrei essere male interpretato, ma Sinner è appena entrato nei primi 100 e io sono 8 del mondo. Lo dico perché non vorrei che si metta a lui troppa pressione. Ciò cui sono sottoposto io a questi livelli lui lo proverà nei prossimi anni, proprio per questo è fondamentale che ora venga lasciato tranquillo.

Chi conosce bene Matteo, e io credo di aver cominciato a conoscerlo abbastanza bene, ha capito il senso della sua dichiarazione. Non è stata fatta assolutamente con l’intento di sottolineare il fatto che lui Matteo è n.8 del mondo e che Jannik è ancora n.95 (seppur virtualmente si sia capito tutti che vale di più), ma proprio per calmierare un po’ un’attenzione e delle aspettative che forse sono ancora eccessive e premature, tutto sommato dannose per Jannik anche se il Pel di Carota di San Candiano sembra proprio avere i riccioli rossi ben solidi sulle spalle.

Certo sarebbe bello poter sognare di avere prossimamente – a Torino 2021? – due ragazzi italiani al Masters di fine anno. Soprattutto guardando agli otto protagonisti di quest’anno. Non c’è Paese che abbia due giocatori. Sono otto e di otto diversi Paesi. Se Bautista Agut avesse tenuto indietro Berrettini, la Spagna ne avrebbe avuti due fra gli otto Maestri. Ma altri Paesi in grado di portare alle ATP World Finals due rappresentanti, fra gli immediati rincalzi fra i quali figuravano il francese Monfils, il belga Goffin, l’argentino Schwartzman, l’americano Isner, l’australiano De Minaur, proprio non ce n’erano. Non voglio adesso ignorare l’appello testé ricordato di Matteo Berrettini, ma pensare che fra un paio d’anni – stante anche il progressivo inevitabile declino dei top-player ultratrentenni – l’Italia possa ritrovarsi con due giocatori tra i top-8, beh non è certo scontato ma è anche tutt’altro che da escludere a priori. Siamo d’accordo?

In conclusione riprendo il commento che ho scritto ieri pomeriggio anche sui giornali che mi danno l’opportunità di scrivere, la Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino, da quando Panatta prima e Barazzutti poi conquistarono il diritto a partecipare ai Masters del ’75 e del ’78. Dal 1976, l’anno dei trionfi di Adriano Panatta al Foro Italico e al Roland Garros, e con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli a Santiago per l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia, il nostro tennis non viveva un momento altrettanto magico. Già scritto, ma da ribadire, alla luce degli eventi più recenti. Così riassunti in cinque paragrafi:

1- Matteo Berrettini centra, dalla porta principale, l’ingresso fra i top 8 del mondo e ci sono tutti. Quando Adriano Panatta giocò il Masters del ’75, non c’era Connors, il n.1 per aver vinto i tre Slam cui poté partecipare. Quando Barazzutti giocò quello del ’78, Borg aveva dato forfait e a Vilas, in lite con lo sponsor Colgate, non furono conteggiati i punti.

2- Jannik Sinner vince le Next Gen ATP Finals under 21 pur avendo solo 18 anni e dominando in finale De Minaur n. 18 ATP assai più nettamente di quanto avesse fatto un anno prima Tsitsipas (oggi n.6 ATP) contro lo stesso avversario. Stefan Edberg aveva vinto a Milano il suo primo torneo nel 1984, idem Roger Federer nel 2001. Edberg aveva 18 anni, Federer 20. Il paragone ci sta. Anche se le Next Gen Finals sono un torneo sui generis, Sinner, fresco top-100, ha battuto 4 top 100: Tiafoe 47 (ex 29), Kecmanovic 60 (era 47 il 9 settembre), Ymer 74, De Minaur 18. È un fenomeno.

3- Otto italiani nei top 100 a fine anno. Mai successo prima: Berrettini n.8, Fognini 12, Sonego 53, Cecchinato 72, Seppi 73, Travaglia 86, Sinner 95, Caruso 97.

4- Appena eletto (in carica dal 2020) il nuovo presidente dell’ATP, l’italiano Andrea Gaudenzi, 46 anni, ex n.18 ATP e manager di comprovata esperienza.

5- L’Italia ha ottenuto, previa garanzia governativa per 75 milioni di euro, l’organizzazione delle finali ATP a Torino per 5 anni (2021-2025).

Non chiedetemi di aggiungere altro, parlano i fatti.

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Editoriali del Direttore

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Matteo Berrettini - Vienna 2019 (foto via Twitter, @atptour)

Sì, penso proprio che Matteo Berrettini abbia margini per migliorare ancora, più di Dominic Thiem che ha due anni e mezzo di più. Oggi ci gioca indiscutibilmente alla pari… una volta ci vince, un’altra ci perde di strettissima misura. Qui sotto, più avanti, spiegherò i motivi della mia personalissima convinzione. Lo penso dopo aver guardato con grande attenzione sia la partita di Shanghai vinta da Matteo che quella di Vienna vinta da Dominic. E non solo.

NON È PATRIOTTISMO NÉ TIFO. I MIEI GRANCHI

Non credo, francamente, che il mio giudizio sia condizionato da puro patriottismo né tantomeno dal tifo (sebbene certo abbia una spiccata simpatia sia per Matteo, sia per coloro che fanno parte della sua equipe). Spero che la mia storia professional-giornalistica sia garanzia sufficiente al riguardo. Nemmeno sono influenzato da quanto ho scritto su Berrettini in tempi in cui molti parevano ancora dubitare delle sue qualità, del suo potenziale. Non scrivo davvero oggi quel che penso con lo scopo di sottolineare “guardate come sono bravo, io l’avevo detto”.

 

Ho infatti scritto tantissime volte anche dei granchi che ho preso. Esempi? Riguardo a partite singole – una per tutte, fra le più recenti – quella alla vigilia degli ottavi di finale di Wimbledon quando scrissi che Federer avrebbe probabilmente vinto ma mai 6-1 6-2 6-2 e invece sapete come è finita. Ma anche riguardo a previsioni sul futuro dei giocatori: nel 2013 scrissi che ero persuaso che Fognini sarebbe diventato presto un top-ten e invece ci ha messo sei anni – meno male non mi ha sconfessato del tutto! – nel 2008 scrissi che Bolelli sarebbe arrivato tra i top 20 e invece non ce l’ha mai fatta. Se voglio continuare a percuotermi nell’autoflagellazione tafazziana potrei anche ricordare che negli anni ’90 avevo intravisto notevoli qualità in un ragazzino finlandese, Aki Rahunen, che ribattezzai il Chang della Finlandia o qualcosa del genere, e invece non è mai salito più del n.52 del mondo!

I lettori ricorderanno certo altre previsioni sballate del… Mago Ubaldo. Spero che ricordino però – sarebbe carino! – anche qualcuna di quelle azzeccate, che qui da parte mia non sarebbe elegante tirar fuori. Ripeto sempre, però (e come un mantra “tommasiano” al quale sempre mi ispiro citandolo), che quando vengono rimproverate predizioni errate “solo chi le azzarda corre il rischio di sbagliarle”.

NEPPURE IL “MAESTRO” RINO TOMMASI ERA PERFETTO

E, sempre citando il mio grande Maestro Rino Tommasi, se lui fra tante profezie indovinate e illuminate, poté dire una volta – nel corso delle nostre impareggiabili telecronache ah ah ah, mi pare durante una finale del torneo di Manchester all’inizio degli anni Novanta – che Sampras avrebbe avuto grandi difficoltà a vincere tornei sull’erba per la difficoltà di coniugare la velocità spaziale dei suoi servizi con la necessità di raggiungere altrettanto rapidamente la rete”… beh, ragazzi, “nobody is perfect” e infallibile. Si è sbagliato quella volta Rino, ho sbagliato decine di volte io, possiamo sbagliare tutti, noi comuni mortali.

PERCHÉ MI SBILANCIO SUL CONFRONTO MATTEO-THIEM

Torno a… sbilanciarmi sul conto di Berrettini a confronto con Thiem. Lo faccio sapendo che Matteo per primo, Vincenzo Santopadre e Umberto Rianna poi, non terranno giustamente in alcun conto quanto dico – sarebbe un guaio! – nel senso che né si adageranno sugli allori per una serie di considerazioni che non hanno certo lo scopo di attenuare il loro impegno e cioè “il lavorar duro” che è il prodromo degli ancora eventuali progressi tecnici, fisici e mentali di Matteo, né subiranno minimamente un qualsiasi tipo di pressione supplementare conseguente a… indebita pressione giornalistica! Ci mancherebbe!

GLI ALIBI INCONSISTENTI DI TANTI TENNISTI MEDIOCRI

Però l’ho scritto qui non per caso. Lo scrivo perché in passato ci sono stati tanti giocatori e giocatrici– ne ho conosciuti davvero diversi – che hanno attribuito alla stampa, e di riflesso all’opinione pubblica, la ragione dei loro insuccessi, dei mancati traguardi, di alcune partite perse, della loro mancata “esplosione”. O perché – a sentire loro – la stampa li caricava di eccessive pressioni, o perché ne sottolineava eccessive carenze facendo insorgere addirittura veri complessi. Ho le prove di quel che dico. Registrate. Una forma di vittimismo molto diffusa, direi più in Italia che altrove per quel che è la mia esperienza, e alimentata di solito dagli accondiscendenti amici-familiari degli stessi giocatori. Che spesso fanno, o hanno fatto, più danni della grandine.

La verità è che il campione deve o dovrebbe essere più forte mentalmente di qualunque cosa possa leggere o sentir dire sul suo conto. Ma senza dover fare lo struzzo e nascondersi. Ma, leggendo (perché no?), ascoltando e poi reagendo da campione. Sul campo. Non a chiacchiere. È il campo la sola cosa che conta, alla fine.

NON AVERE NERVI SALDI È COME NON AVERE IL DRITTO

Quando sento dire che quel giocatore sbaglia a interpretare i punti importanti (braccino?) o serve male (idem?), interpreta male le partite in cui è favorito (in Davis o altro? Idem!!!) perché la stampa, i lettori sui social, gli mettono dei complessi, mi cadono le braccia. Perché non ammettere, più semplicemente, che quel giocatore, quella giocatrice, non ha i nervi saldi che dovrebbero essere prerogativa del vero campione? Perché non capire che non avere nervi saldi è come non avere il dritto? O il rovescio, o la seconda palla di servizio? Quest’utima, credetemi, è un bel termometro per misurare le qualità nervose del tennista. A questo riguardo Pete Sampras era un fenomeno. Chi cerca alibi non è campione. Spesso i genitori cercano alibi per i figli. Senza rendersi conto che così facendo li indeboliscono. Matteo ha i nervi saldi, saldissimi per la sua età, il suo tipo di gioco rischioso, la sua ancor grande inesperienza. Punto e a capo.

BERRETTINI HA PERSO A VIENNA DA THIEM PERCHÉ ERA PIÙ STANCO, NON MENO FORTE

A mio avviso, in conclusione dopo queste lunghe premesse, Berrettini ha perso a Vienna perché era più stanco. Il suo percorso fino a quella semifinale, lungo altre sette semifinali precedenti, è stato molto più faticoso. Sotto tutti i profili. Fisico, psicologico, mentale.

QUANTO DIVERSE L’ETÀ E L’ESPERIENZA TRA I DUE

Thiem è sulla cresta dell’onda da almeno cinque anni. Cinque anni fa, quando Matteo non aveva neppure un punto ATP, Thiem giocava a Kitzbuhel la sua prima finale. Tre anni e mezzo fa (sì, conta anche il mezzo… vi ricordate dov’era Matteo sei mesi fa?) raggiungeva la sua prima semifinale – di quattro consecutive, con due finali 2018 e 2019! – al Roland Garros. Al Roland Garros Thiem era già stato, nel lontano 2011, finalista del torneo junior. Matteo aveva 15 anni. E non era, né sarebbe stato poi, fra i primissimi junior italiani. Tre anni fa Thiem era già top-ten.

Insomma Thiem ha quintali di esperienza alle spalle in più. Di partite importanti. Di semifinali, di finali. Di situazioni psicologiche diversamente complesse: partite da vincere “obbligatoriamente” perché favorito, “obbligatoriamente” perché giocate in casa, “obbligatoriamente” perché non aveva nulla da perdere contro i grandi che lo avevano più spesso battuto, partite da vincere “obbligatoriamente” perché in grande vantaggio nel punteggio, partite da rimontare “obbligatoriamente” perché un top 5 deve saper reagire a certe giornate no e trasformarle in giornate sì. Ovviamente quell’obbligatoriamente è avverbio del tutto ingiustificato.

Ma dà il senso della pressione che un campione deve imparare ad affrontare. Giorno dopo giorno. Due anni e mezzo in più all’anagrafe, sei-sette anni in più dal primo Roland Garros quale agonista.

EPPURE THIEM ANCORA SOFFRE LA PRESSIONE CASALINGA

Eppure, pensate un attimo, per 10 anni – 9 anni in tabellone, la prima partendo dalle quali mi pare – Thiem ha giocato il torneo di casa, a Vienna, senza mai riuscire a vincerlo prima di ieri. Ho chiuso sul discorso diversa esperienza. Ma, ribadisco, se oggi i due sono alla pari quando si affrontano, tranne che inevitabilmente nei diversi palmares e ranking, significa che Matteo è ben avanti a Dominic. A Vienna ha ceduto fisicamente, non mentalmente. Era Dominic a dimostrarsi più fragile mentalmente nel primo set, a commettere errori di dritto gratuiti, a fare doppi falli di pura tensione.

SEGUE A PAGINA 2: MATTEO PIÙ SOLIDO MENTALMENTE E TATTICAMENTE DI THIEM

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