Una risposta sciocca e maleducata di Nadal. Ora attendo le sue scuse

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Una risposta sciocca e maleducata di Nadal. Ora attendo le sue scuse

LONDRA – Una mia domanda innocente sul suo recente matrimonio è stata così male interpretata da Rafa Nadal che alla fine è sbottato in un offensivo: “Questa è una stronzata!”

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Rafael Nadal - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

da Londra, il direttore

NOTA PER I LETTORI – C’è stato un franco chiarimento con Rafa Nadal subito dopo la sua partita con Medvedev. Ci siamo entrambi spiegati i motivi che hanno portato al reciproco equivoco e a espressioni non consone, in buona parte dovuto all’inglese imperfetto – in particolare in questo episodio – di entrambi per reciproca ammissione. Basta così. Cambiamo argomento con soddisfazione generale e, fra Nadal e il sottoscritto, permane la immutata stima di sempre. Quanto ai lettori pensino, come sempre, quel che si sentono di pensare, ma a questo punto ogni ulteriore commento mi parrebbe davvero superfluo, con buona pace per tutti. Grazie a tutti per la partecipazione.

 

Mi ha stupito davvero molto la reazione di Rafa Nadal a una domanda che era più che legittima e assolutamente innocente. Una reazione che giudico non degna di lui, ma sciocca e maleducata. E a seguito della quale mi auguro che voglia farmi avere, personalmente e non tramite interposta persona, le sue scuse. Il rispetto non deve mancare mai, tu sia campione o l’ultimo arrivato. Nei confronti di tutti, Rafa mi ha incomprensibilmente mancato di rispetto.

Non avevo più visto Rafa dalla Laver Cup a Ginevra. Nel frattempo fra un torneo e l’altro… si era anche sposato. Non avevo la minima intenzione di fare né una domanda particolarmente originale né di fare, come ho già letto in qualche tweet, il ‘fenomeno’. Tanto meno il provocatore. Magari la domanda non sarà uscita fuori benissimo perché c’è sempre l’esigenza di farla breve e non puoi metterti a spiegare mille cose, ma il senso era semplicemente che mi spiegasse se quei giorni fossero stati emotivamente importanti, diversi dalla normale routine di chi solitamente deve pensare a tutt’altro. Tutto qua, nessuna malevola insinuazione, nessuna voglia di essere provocatorio né originale. Ma una banalissima curiosità legata a quella che io consideravo un momento speciale della sua vita. Sposarsi, per solito, non è come bere un bicchier d’acqua, neppure quando c’è tutto quel contorno, anche organizzativo – sebbene io possa presumere che dell’organizzazione Rafa non si sia fortunatamente dovuto preoccupare troppo – che ha accompagnato il weekend delle sue nozze.

Mi dispiace raccontare un episodio conseguente a un comportamento sbagliato proprio da Rafa Nadal, un campione, e prima ancora un ragazzo, che ho sempre stimato e con il quale ho sempre avuto un ottimo rapporto dacché l’ho visto giocare una delle prime volte a 17 anni a Montecarlo contro Albert Costa fino a notte fonda e con i riflettori, fra pochi intimi, quando la maggior parte dei colleghi era andata via per presenziare alla tradizionale soirée del Country Club di Montecarlo, “La notte delle stelle” allo Sporting Club, accanto al celebre Jimmy’z.

Questi i fatti e lo scambio di frasi avvenute a fine della sua conferenza stampa in inglese, prima di quella con i colleghi spagnoli. La mia domanda comincia al minuto 10:50.

In sostanza, ho chiesto a Rafa se per caso il matrimonio fosse stato magari un fattore, certo importante, distraente nella sua routine. Questa la trascrizione/traduzione del nostro scambio.

  • (Scanagatta) Mi piacerebbe sapere, poiché il matrimonio è un evento molto importante e certo distraente (nella vita di un uomo e di una donna, era sottinteso, ndU), sia prima del matrimonio, sia durante, sia dopo, vorrei sapere se la tua abituale concentrazione nella tua vita di tennista ne è stata un po’ intaccata, è stata un po’ diversa… e ciò anche se stavi con la tua ragazza da molti, molti anni (come per dire, sottinteso, non è stato un colpo di fulmine, quindi capisco che non si sia rivoluzionata la tua vita ma insomma un qualche effetto distraente potrebbe averlo avuto, c’era perfino il Re…. Non è che sia stato un matrimonio per pochi intimi, ndU).
  • (Nadal) Onestamente mi chiedi questo? È una domanda seria o uno scherzo? È seria?
  • (Scanagatta) Sì che è seria, non è che ci si sposa tutti i giorni (ho replicato senza microfono quindi il transcript non lo riporta, ndU), delle forti emozioni si possono anche provare, te, lei, i tuoi…
  • (Nadal) Okay, per me è una gran sorpresa che tu mi faccia questa domanda dopo che sono stato con la mia ragazza per 15 anni e abbiamo una vita molto normale e stabile. Non importa se tu metti un anello a un dito o no. A mio modo sono una persona molto normale. Forse per te è stato(voleva aggiungere diverso?, ndU)… Quanti anni sei stato con tua moglie?
  • (Scanagatta) 30 anni quest’anno…
  • (Nadal) E prima?
  • (Scanagatta) 5 anni
  • (Nadal) Ah forse (sottintende, per te è stato diverso…, ndU) perché non eri sicuro – qui sorride verso il resto della sala stampa, più che a me, e aggiunge – Ok, passiamo allo spagnolo perché questa è una stronzata (dice letteralmente ‘that’s bullshit’).

Purtroppo, essendoci stati mormorii nella sala, io non ho sentito quel ‘bullshit’ li per li, l’ho solo letto più tardi nel transcript, dopo che alcuni colleghi mi hanno avvertito della sua mancanza di rispetto. Infatti non appena sono rientrato in sala stampa, tutti i colleghi, francesi, svizzeri, perfino spagnoli, mi hanno espresso la loro solidarietà perché la mia domanda era perfettamente legittima, non era minimamente provocatoria, maligna, imbarazzante, indelicata. Tant’è che quando Rafa mi ha chiesto se fosse uno scherzo o una domanda seria, io non mi sono posto il minimo dubbio e ho immediatamente replicato “Si, è seria”. Mi stupivo anzi che lui me lo chiedesse.

Il fatto che Rafa stia da 15 anni con Cisca, Francisca, Maria Francisca o Meri, non significa che per giorni quel matrimonio, in una localita esclusiva con 500 invitati, tanti amici, il re Juan Carlos, campioni del basket (Pau Gasol), del tennis e di atri sport, sia stato – ribadisco – come bere un bicchier d’acqua, una roba da niente. Io non so, perché non c’ero, se i genitori di Rafa, di Meri, i parenti e gli amici più stretti, hanno pianto, si sono commossi, hanno provato quelle forti emozioni che per solito si accompagnano a ogni matrimonio.

Se lui, Rafa, non le ha provate solo perché sta da 15 anni con la stessa ragazza, è un problema suo. Per me, sarò magari più romantico o più… ‘rinco’, era normale che qualche emozione, qualche sensazione forte, nel dire sì, nel ricevere un sì, nel legarsi ufficialmente alla persona amata di fronte a tantissima gente, era o doveva essere una cosa importante, di quelle che non si dimenticano e che non è neppure giusto dimenticare. Le persone di solito vivono quel giorno come un giorno molto particolare. Se per Rafa, che in campo quando vince o fa un gran punto non lesina emozioni ed espressività – ben al di là dei suoi Vamos e dei suoi salti con i pugni levati al cielo – il giorno del matrimonio è stata un’esperienza banale, per nulla coinvolgente ma semplicemente la formalizzazione di una unione estrinsecata solamente col mettere un anello a una sposa e mettendone un altro a un suo dito… beh mi dispiace molto per Rafa. Non so che cosa ne pensi Xisca. Dalla risposta di Rafa è parso quasi che per il fatto di essersi accompagnato alla stessa donna per 15 anni non ci dovesse esser quasi entusiasmo, partecipazione emotiva capace di turbare un minimo la sua routine. Addirittura Rafa si sorprende che qualcuno, io nel caso specifico, possa ipotizzare delle emozioni capaci di turbarlo. Mah, francamente allibisco. Non facendone un casus belli, ma tuttavia sottolineandolo perché non mi è andato giù come si è permesso di trattarmi.

Io, molto semplicemente e serenamente, non credevo possibile che pur anche dopo 15 anni di relazione sentimentale… i giorni antecedenti e successivi a un matrimonio potessero essere normale, ordinaria routine, banale amministrazione. Per questo motivo ho fatto la domanda che ho fatto senza pensare che potesse essere male interpretata, considerata uno scherzo, né tanto meno essere valutata come una stronzata.

Può essere che Rafa fosse nervoso per aver appena perso (6-2 6-4 senza aver conquistato una sola palla break) da un avversario, Zverev, sempre battuto cinque volte su cinque, anche se per la verità alle domande precedenti non aveva dato modo di pensarlo, ma questo in parte può solo giustificarlo un pochino. L’ho sempre considerato una persona intelligente. Ma talvolta anche le persone intelligenti sbagliano e dicono sciocchezze. Poi però se ne scusano. Spero che Rafa prima o poi lo faccia. Se non lo farà pazienza. Ma non avrà fatto certamente una bella figura. Con me e con tutti i colleghi. Compreso gli spagnoli di Puntodebreak e di Eurosport che sono poi venuti a intervistarmi. E ai quali ho detto esattamente quel che ho scritto qui. Ripeto infine che la mia curiosità per come avesse potuto reagire a un periodo comunque importante della sua vita, che non credevo fosse un puro adempimento formale, era del tutto innocente. Lui non l’ha capito, evidentemente, spero che qualcuno glielo spieghi, anche se certo non sarà un episodio importante della sua vita. È vero peraltro che ci conosciamo e in qualche modo frequentiamo fino ad oggi con reciproco rispetto, da 15 anni.

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Wimbledon 2020 virtuale: fuori la numero 1 Barty, resistono Serena, Halep e Andreescu

Prima settimana dei Championships virtuali. Serena Williams, Bianca Andreescu o ancora Simona Halep. O forse una outsider: chi sarà la regina di Wimbledon?

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Simona Halep - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Una delle particolarità del torneo di Wimbledon è che, anno dopo anno, è sempre diverso e sempre uguale a se stesso. Ogni stagione il tabellone è differente, le partite cambiano, e cambiano anche vincitori e vinti. Ma il quadro di insieme che li accoglie, le regole e i costumi che governano la manifestazione, sono quasi immutabili; e si conformano a una idea di tradizione che forse solo gli inglesi riescono ad applicare così profondamente, al limite della maniacalità.

Questo atteggiamento non è un semplice segno di rispetto verso il passato: è molto di più. È l’idea che passato, presente e futuro debbano scorrere mantenendosi uguali per tutto ciò che è possibile. In poche parole, la tradizione a Wimbledon è coltivata con tale puntiglio e ambizione da sfidare il concetto di eternità.

Questo non significa che gli organizzatori rimangano immobili. Nel tempo sono stati presi provvedimenti per adeguare le strutture: per esempio le coperture del Centre Court e del Court 1, oppure il prossimo allargamento dell’area dedicata ai campi. Ma si tratta di provvedimenti adottati per fare in modo che la sostanza non cambi. Che Wimbledon, cioè, continui a essere il tempio del tennis.

Come in ogni tempio, le regole di comportamento vanno seguite nei minimi dettagli, e questo trasforma il torneo in una liturgia sportiva. E quando per caso si esce dal canone prestabilito, lo si ricorda come una avvenimento eccezionale:

Di fronte a una liturgia, c’è chi segue l’evento con assoluta dedizione e chi prova un certo disincanto, a volte con punte di fastidio e irritazione. Sta di fatto che quest’anno il “rito” non si è potuto svolgere, a causa delle miserie terrene e della imperfezione umana: ai tornei non disputati durante le guerre mondiali, si è aggiunta l’edizione del 2020, cancellata della pandemia.

In mancanza di tennis vero, dobbiamo accontentarci di soluzioni alternative. In questi giorni, per esempio, il sito ufficiale (Wimbledon.com) offre la possibilità di rivedere integralmente grandi match del passato. Qui invece proviamo a svolgere il torneo virtualmente, secondo regole che eleggeranno una vincitrice che, forse, avrebbe potuto essere la reale trionfatrice di quest’anno. Se solo si fosse potuto giocare.

Rispetto a qualsiasi altro torneo virtuale, sicuramente Wimbledon offre un vantaggio: dato che tutto è così preciso e prestabilito, secondo regole scritte (ma anche non scritte), è più semplice definire il contesto, e immaginare aspetti di contorno che aiuteranno a descrivere le vicende e i match che seguiremo turno dopo turno.

Il torneo virtuale
Qualche indicazione su come è concepito il torneo virtuale. Quando leggerete le cronache tenete presente che prima vengono i risultati e poi il commento. In pratica lo svolgimento di Wimbledon 2020 sarà così: primo turno giocato, primo commento (e senza sapere cosa succederà al secondo turno). Secondo turno giocato, secondo commento (senza sapere cosa succederà più avanti). Proprio come avviene a un normale inviato sul posto.

Per questo non ho assolutamente voluto adeguare i risultati a desideri “letterari”. Una volta definiti gli input, accadrà quello che dovrà accadere. Tanto che al momento ancora non so chi vincerà i Championships, visto che si è appena conclusa la prima settimana e i match decisivi devono ancora arrivare. E attendo di scoprire se il vero meteo dei prossimi giorni a Londra (pioggia, caldo, etc.) potrà incidere sui risultati.

Cominciamo con il tabellone. Per approfondire come è stato costruito rimando a queste spiegazioni. Ecco il nostro punto di partenza:

Per quanto riguarda invece i criteri che indirizzano la sorte e influiscono sui risultati, rimando alla Appendice di questo articolo (pagine 5 e 6), che spiega nel dettaglio la procedura utilizzata.

a pagina 2: Day One e oltre, cadono le prime teste di serie

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Editoriali del Direttore

Federer può giocare le finali ATP! E Nadal snobbare l’US Open, come Medvedev e Berrettini. Thiem no

Il nuovo calcolo delle classifiche ATP dà adito a possibili speculazioni. A favore dei “Fab 3” e di chi i punti li ha già. Djokovic sicuro n.1 a fine anno. Un James Bond per ogni top-player. Coscienza vs convienienza

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Non era facile trovare una soluzione al problema del calcolo dei punti, in questa fase di estrema incertezza. Si gioca o non si gioca? Potranno farlo tutti o magari qualcuno no? È giusto “costringere” a giocare chi non se la sente, penalizzandolo se rinuncia? E la quarantena c’è o non c’è da un continente all’altro? Che succede se il contagio si diffonde in un Paese, in un torneo, provvisto o meno di una “bolla protettiva”? E come tutelare i giocatori che avevano fatto i punti all’inizio dell’anno senza poter approfittare del ranking raggiunto per difenderli? E quelli che se li erano costruiti a fine 2019?

Erano davvero troppe le incognite. In un mio precedente editoriale avevo accennato alle 17 ipotesi che erano state avanzate da un team di esperti consultati dall’ATP. Dopo varie scremature erano rimaste in piedi un paio di tesi… ma alla fine ne è scaturita una nuova, quella che abbiamo descritto già ieri sera, quasi in tempo reale con l’annuncio.

Poco dopo l’uscita di quella “prima copertura”, forzatamente essenziale, tre dei miei quattro “vice” hanno anche improvvisato un podcast nel quale hanno discusso di tante situazioni che potevano venirsi a creare. Nel frattempo il sottoscritto, sapendo che – piaccia o non piaccia – gran parte dei nostri lettori non ha ancora fatto l’abitudine all’idea di ascoltare gli audio, così come di guardare i video (sebbene in audio e video si stiano investendo parecchie energie di Ubitennis), ho deciso di scrivere questo editoriale perché credo sia opportuno commentare l’importante decisione dell’ATP. Di certo non si è trattato di una decisione banale, né di una decisione improvvisata.

 

Di fatto l’ATP, tenuto conto di tutte le incertezze cui poco sopra alludevo e delle circostanze che potrebbero anche verificarsi – chi può sapere se il COVID-19 si placherà ovunque o magari invece accadrà il contrario anche soltanto in qualche Paese dove potrebbe doversi disputare un torneo oppure nel Paese di qualche tennista impossibilitato a espatriare? – ha deciso per il “liberi tutti”. Liberi tutti di giocare o non giocare qualunque torneo.

Preoccupandosi così in primis dei giocatori e in secundis degli organizzatori dei tornei che non possono più contare sulla partecipazione obbligatoria di tutti i migliori, come è invece sempre accaduto per tutti quei tornei (salvo Washington) che si dovrebbero giocare dal 13 di agosto in poi. D’altra parte l’ATP è nato e si comporta come un sindacato dei giocatori, prima che dei direttori dei tornei che pure si cerca di rispettare in quanto importanti parte in causa. I soldi li tirano fuori questi ultimi.

Questa manovra mi pare abbastanza equilibrata: favorisce i più ricchi che hanno più punti, certo, ma tutela indirettamente anche i meno ricchi e con meno punti. Se infatti più giocatori di vertice eviteranno di partecipare ai 7 tornei “mandatory” filati, si libereranno conseguentemente posti per i giocatori meno ricchi e in possesso di ranking che non avrebbero consentito loro la partecipazione a quei tornei. Magari sarà più difficile salire in classifica, ma qualcuno si metterà in tasca dei soldini cui altrimenti non avrebbe avuto accesso.

Quindi a livello di scelta “sindacale” quella dell’ATP ha una logica, dopo che la si è sempre accusata di fare soltanto gli interessi dei più ricchi. La scelta dunque ha una sua ratio. Ma come tutte le scelte “orizzontali” può favorire qualcuno e svantaggiare qualcun altro. Soprattutto può indurre qualcuno a far dei calcoli che altrimenti non avrebbe fatto. In linea di massima favorisce certamente chi i punti li aveva già, perché consente a questi giocatori già “ricchi” di punti di non avere alcuna necessità di difenderli.

Ciascuno conterà i suoi migliori 18 risultati. E parteciperà a un torneo oppure a un altro secondo coscienza o secondo convenienza? Forse questo è il punto – coscienza o convenienza? – destinato a sollevare dubbi, critiche, speculazioni. Il fatto che diversi dei top-player abbiano anche responsabilità politiche in seno all’ATP, tutti e tre i Fab 3, teoricamente dovrebbe far prevalere la coscienza. Ma, come San Tommaso, finché non vedo non ci credo.

Difficile pensare che, magari ispirati dai manager con meno scrupoli, i giocatori in toto rinuncino a fare calcoli. Calcoli relativi alla propria partecipazione a un torneo, alla programmazione più idonea a ottimizzare i loro sforzi.

Perfino Roger Federer, che aveva dato l’arrivederci al 2021, potrebbe rivedere i propri programmi. Potendo conservare fino alle ultime finali ATP di Londra i punti conquistati in Australia quest’anno e nel 2019 la finale di Indian Wells, la vittoria a Miami, la semifinale di Parigi, la finale di Wimbledon, i quarti di US open… chi mai può togliergli la qualificazione per la 02 Arena? Secondo voi Gaudenzi e management dell’ATP, che organizza le Finals per l’ultima volta a Londra non ci hanno pensato?

Non siamo ingenui, please. Da qui a novembre il ginocchio di Roger sarà a posto, esattamente come sarebbe stato a posto a gennaio per la trasferta australiana. Per l’ATP recuperare Federer per le finali sarebbe un colpo da jackpot! E chi mai si sognerebbe di dire a Federer: “Scusa Roger, avevi detto che non giocavi fino al 2021 e invece ora ti vuoi già presentare all’02 Arena?”.

Arriviamo a Rafa Nadal. Nadal ha oggettivamente molte più chance di fare il filotto Madrid, Roma e Roland Garros (con quest’ultimo torneo che resta comunque il suo obiettivo principale) se non va a New York a difendere il suo titolo e gli annessi 2.000 punti che a questo punto non perderebbe comunque, ma conserverebbe fino a settembre 2021.

Abbia o non abbia Rafa il timore di contrarre il COVID-19 a New York, in tutta franchezza chi glielo fa fare di andare a Flushing Meadows? Solo la gloria. Se si pensa che zio Toni Nadal, ancor prima di conoscere le intenzioni dell’ATP, glielo sconsigliava, è detto tutto. Andando a New York Rafa può fare solo peggio… sia là negli USA sia in Europa. Forse il più grande stimolo per andare a New York sarebbe quello di poter eguagliare là i 20 Slam di Roger e di superarlo poi con il 21° Slam a Parigi. Anche eguagliare i cinque trionfi all’US Open di Connors, Sampras, Federer per uno orgoglioso come Rafa…non sarebbe pungolo da poco, per la verità. Ma, anche se non mi piace citare i proverbi a sostegno di una tesi, ricordate il “chi troppo vuole a volte nulla stringe?”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E Djokovic? Beh, lui diventa praticamente impossibile da scalzare dal trono del tennis, con tutti i punti che ha. I 2.000 dell’Australian Open (che sono i soli 2.000 d’annata), i 2.000 intoccabili di Wimbledon, i 1000 di Madrid e i 600 di Roma in cassaforte, la semifinale di Parigi. Giochi o non giochi, per lui reduce dal coronavirus che ha vinto nel 2019 anche Bercy e potrebbe fare tranquillamente meglio alle finali ATP (dopo aver perso nel girone), cambia pochino.

Sarà quindi decisiva anche la voglia di competere di tutti. I campioni ce l’hanno connaturata, non sarebbero diventati tali se non l’avessero avuta, molto più dei calcoli. I calcoli li fanno gli agenti, di solito. Occorrerà vedere fino a che punto gli agenti “pesano”. E anche le famiglie “pesano”. I nostri Fab 3 hanno tutti mogli non proprio docilissime (Rafa forse escluso).

Potrebbe accadere – lo dico scherzando ma passando un messaggio su cui riflettere – che i giocatori decidano di allargare ulteriormente la compagine del loro team a un nuovo elemento: un agente di spionaggio. Questo James Bond delle racchette dovrà cercare di capire se uno dei competitor del suo cliente andrà o meno a giocare quel determinato torneo. Un torneo depauperato di tutti i big concorrenti, potrebbe essere un bell’incentivo a giocarlo occupando spazi più agevoli. Più che per i punti (comunque non in discussione), più che per i soldi (ne hanno già talmente tanti!), per il prestigio, per un titolo importante. Slam soprattutto, ma anche un 1000 non fa schifo al palmares.

Prendiamo il caso di Medvedev, protagonista di un’estate 2019 straordinaria. Vive in Costa Azzurra, nei tornei europei ha tutto da guadagnare perché lo scorso anno ha fatto poco o nulla. In quelli in America è abbastanza difficile che possa far meglio del 2019, quindi magari resterebbe anche volentieri in Francia… ma se potesse accarezzare l’idea di vincere uno Slam, lui come un Thiem, uno Zverev, un Tsitsipas, finora implacabilmente bocciati dai Fab 3 (e 4), voi dite che rinuncerebbe?

Ci può essere un momento più favorevole per un Next-Gen (o quasi Next-Gen) e un break through nell’albo d’oro di un Major?

Pensate a Thiem, n.3 del mondo e plurifinalista di Slam: lo scorso perse al primo turno all’US Open. Voi non ci andreste a New York – sicurezza sanitaria permettendo – per cercare il grande exploit, magari favorito dall’assenza di due Big Three, se non di tutti e tre?

Due parole anche sui “nostri” uomini di punta. Berrettini si trova in Europa, al momento non si sa neppure se il problema della quarantena con gli USA verrà risolto, ma potersi mantenere fino al settembre 2021 i punti della semifinale dell’US Open, non è cosa da poco. Significa, per i tornei europei (Madrid, Roma e Parigi) dove non ha cambiali da onorare, mantenersi una superclassifica e una posizione di testa di serie, come minimo la n.7 se ci sono proprio tutti i sei davanti (Federer no…), che non è poco.

Vero anche – va considerato in tutte queste ipotesi – che se uno non gioca… non guadagna soldi. Ma forse pur non guadagnandoli lì nell’immediato, quella posizione nel ranking potrebbe fruttare di più. Chissà… se a Matteo mancasse troppo Ajla Tomljanovic e lei non venisse in Europa, sarebbe il cuore a comandare la programmazione.

E Fognini? Ecco un altro che può tenere i 1000 punti di Montecarlo 2019 fino a fine anno (anche se lui li avrebbe conservati comunque). Lui, da n.11, potrebbe voler approfittare di qualche defezione più o meno calcolata di chi gli sta davanti, per recuperare quelle posizioni che gli consentirebbero di centrare finalmente l’obiettivo delle finali di Londra: all’US Open ha perso al primo turno, a Cincinnati non andò, a Roma e Madrid si è fermato al terzo, a Parigi giocherebbe con la ciambella di sicurezza degli ottavi raggiunti lo scorso anno. Insomma, se dall’operazione finalmente affrontata fosse uscito bene e avesse recuperato appieno, perché non sognare di raggiungere a 33 anni quel che finora – anche per via di una programmazione che lui stesso ha definito sbagliata (eppure non ci voleva un genio a pensarla diversamente) – gli è sempre sfuggito e che invece Matteo ha centrato quasi al primo tentativo serio?

Sinner infine. Per lui, come per il neocampione d’Italia Sonego, le cose non sembrerebbero cambiare teoricamente troppo. Però i risultati che farà eventualmente Jannik – auguri! Guai a considerarli scontati… gli creeremmo tutti troppa pressione – saranno comunque frenati da chi gli sta davanti che non gli cederà il passo con la stessa rapidità con cui l’avrebbe fatto in una situazione di punti non “congelati” per chi fa peggio rispetto all’anno precedente.

Il discorso per Sinner vale anche per gli italiani fuori dai top 100: però il rovescio della medaglia è che non sarebbero entrati nei tabelloni degli Slam e dei Masters 1000, mentre magari invece, a seguito delle defezioni di diversi giocatori contrari ad affrontare transvolate transoceaniche, potranno farvi irruzione. Travaglia, Seppi, Caruso, potrebbero giocare a Washington, se ci potessero e volessero andare. Lorenzi e Gaio – ma magari non solo loro – a New York e a Parigi (Paolo è 121, Federico 130) – possono sperare di giocare qualche partita ben ricompensata, dopo un anno disgraziato per le finanze.

Insomma, anche i “semiricchi” potrebbero forse godere di questo provvedimento… ma saranno peraltro quasi spinti a essere più coraggiosi, a sfidare il COVID-19, più dei ricchi Altrimenti far breccia fra i top 100 per tutti coloro che già non lo sono sarà più difficile, visto che a quelli già top 100, i punti non glieli potrà togliere nessuno.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Si dirà che la scelta ATP appare conservativa, certo è poco dinamica e un tantino ipocrita quando sostiene di voler premiare i giocatori che otterranno buoni risultati alla ripresa del gioco nel 2020. Vero che chi farà bene otterrà i punti previsti, ma non guadagnerà le stesse posizioni che avrebbe guadagnato, dal momento che chi stava davanti a lui non scalerà punti..

Bisogna però riconoscere che individuare una soluzione equa non era per nulla semplice. E comunque chapeau all’ATP… che, come avrebbe detto Galileo Galilei, “eppur si muove”. Avete per caso capito che farà la WTA? Da due mesi non riesce neppure a decidere se consentire a Palermo di ospitare un tabellone di 48 giocatrici, quando ci sarebbe la ressa per partecipare e già così come è ora – anche se alla fine per stani motivi Simona Halep e Karolina Pliskova decidesero di non partecipare – c’è un cast di partecipanti da far paura. Ma da dar grande lustro a quel grandissimo appassionato, prima ancora che direttore di torneo, che risponde al nome di Oliviero Palma. Il quale, per non lasciar nulla di intentato, ha pensato bene di invitare al Ladies Open perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c. che ha sempre abitato nella centralissima via della Libertà. E non è detto che all’invito non faccia seguito un sì.  

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Focus

Matteo Berrettini in esclusiva su Ubitennis: “Non vado a cuor leggero a New York”

Il vantaggio di allenarsi con Tsitsipas. Il ricordo di WImbledon, prima e dopo Federer. Matteo Berrettini parla anche del nuovo format di Mouratoglou

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Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tra la sconfitta di ieri contro Tsitsipas nella settima giornata dello Ultimate Tennis Showdown, il nuovo circuito messo in piedi da Patrick Mouratoglou, e la sfida di oggi (ore 18:30) contro Popyrin in un match decisivo per la qualificazione, Matteo Berrettini si è ritagliato un po’ di tempo per farsi intervistare in diretta su Facebook.

C’è stato qualche piccolo problema tecnico ieri sera, quando vi avevamo promesso di andare in diretta alle 19:30, e quindi siamo andati LIVE questa mattina. Mi avete visto un po’… emozionato? Beh, in fondo è normale: ero pur sempre con il numero uno d’Italia!

Trovate qui il video della nostra intervista:

 

In partenza abbiamo commentato la sua esperienza nel nuovo circuito di Mouratoglou. “Si usano più facilmente la carta del vincente che vale triplo e quella per rubare il servizio all’avversario. Mi sento bene fisicamente; è un tennis diverso, le partite sembrano andare in una direzione e poi può succedere di tutto. Nonostante il lungo stop, però, mi sento pronto per ricominciare. Questo evento è molto divertente ed è utile per avvicinarsi agli eventi ufficiali“. Berrettini però ci rassicura: ha giocato per troppo tempo con le regole classiche e ad agosto non avrà certo dimenticato come si fa.

Sulla partita con Tsitsipas, finita al ‘Sudden Death‘ (il quarto decisivo), Matteo commenta così “Un pochino troppo estremo!“, mi dice. “Però sto giocando partite di livello con avversari di livello – Goffin, Feliciano Lopez – e anche questo ha contribuito a farmi raggiungere la condizione che ho adesso“. A Montecarlo si è allenato anche con Sinner: “Gioca bene, devo stare attento quando giochiamo… mi devo impegnare: è giovane ma picchia duro“.

CAPITOLO US OPEN – “In questo momento veniamo testati due volte a settimana, e qui in Francia la situazione non è grave come a New York” esordisce Matteo. “Adesso la situazione negli Stati Uniti è nettamente peggiore; hanno trovato casi positivi sia in NBA che nel tennis stesso (si riferisce alla positività di Tiafoe, ndr). L’idea è quella di andare, ma bisogna vedere l’evolversi delle cose. Per tutti è importante capire cosa succederà nei vari tornei se un tennista verrà trovato positivo. Per queste cose ci vuole un parere scientifico“.

Matteo sta pensando di soggiornare in hotel, dovesse effettivamente partecipare allo US Open. “Dobbiamo cercare di adattarci, senza rischiare di fare casino” dice senza mezzi termini – e con un pizzico di apprezzata saggezza. “A cuor leggero credo che in questo momento non si faccia nulla, e se dovessi decidere di andare lo farei seguendo con tutte le precauzioni del caso. Cercherei di avere contatti solo con il mio team e rispettare i protocolli“. In ogni caso, per Berrettini sarà difficile avere tutte quelle persone a New York senza avere neanche un positivo.

Matteo fa poi una giusta puntualizzazione: “Senza nulla togliere alle persone ‘normali’, noi sportivi abbiamo una situazione particolare: se dobbiamo fare quarantena senza sintomi, a quel punto i successivi tornei diventano un po’ un casino perché non puoi allenarti. Essere positivi non è brutto solo per il rischio della malattia, ma perché andrebbe a influenzare tutta la programmazione“.

WIMBLEDON, VECCHIE RACCHETTE… E PROGRAMMI PER IL FUTURO – “La partita con Roger mi rimarrà dentro… sia per il punteggio, che per aver giocato contro di lui sul centrale. Un’emozione forte” (e qui gli ricordo, mio malgrado, del mio pronostico azzeccato… al contrario!). “Colpa mia, mica tua…” scherza Matteo. “Non ho servito bene, ed è successo. Ma a parte quello, è stata incredibile anche la partita precedente con Schwartzman, o quella con Baghdatis perché era la sua ultima partita. Sicuramente Wimbledon mi manca, mi mancano i tornei ‘normali’ e viaggiare”.

Lunedì mattina sarò a Kitzbuhel e giocherò martedì“, dice Matteo del suo prossimo impegno, l’esibizione ‘Thiem’s 7’. L’impegno si sovrappone in parte con le eventuali fasi finali dell’Ultimate Tennis Showdown, in programma domenica prossima: “Anche se dovessi fare il meglio possibile a Kitzbuhel, riuscirei a tornare qui in tempo per le semifinali. Probabilmente domenica mattina: nel caso, qualcosa mi inventerò!“.

In chiusura, gli chiedo se ha mai impugnato una racchetta di legno: “L’ultima volta ci ho giocato quattro o cinque anni fa con Vincenzo Santopadre. Lui giocava benissimo, era fastidiosissimo! Io per le mie impugnature facevo un po’ fatica, quindi alla fine ho impugnato continental e giocavamo solo slice… ma mi sono reso conto che, probabilmente, il mio gioco avrebbe pagato molto meno con quelle racchette“.

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