Federer come l’Edberg del ‘96, segnali di declino

Editoriali del Direttore

Federer come l’Edberg del ‘96, segnali di declino

LONDRA – Tre semifinali consecutive perse e 11 palle break mancate non sono un caso. Come i due match point di Wimbledon? Gli mancano sempre due centimetri. Non lo vedo più favorito nei grandi tornei. Tsitsipas futuro n.1, anche dovesse perdere oggi con Thiem

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da Londra, il direttore

Avevo incontrato Gentleman Tim Henman, “true Brit” (non come Greg Rusedski!), quattro volte semifinalista a Wimbledon (e altre quattro nei quarti) e lui, classe 1974, ex n.4 ATP che aveva giocato 13 volte con Roger Federer perdendo le ultime 6 prima di ritirarsi nel 2007, pareva non avere il minimo dubbio.

Ora che sono fuori Djokovic e Nadal, il favorito naturale del torneo, anche per come ha giocato contro Djokovic, servendo due prime palle su tre (il 73% complessivamente, dopo un primo set addirittura all’83%) è certo Roger Federer. Dirò anzi – aggiungeva a Stuart Fraser del Times – che ero un po’ deluso dei nostri stessi commenti in TV, perché per il fatto che Nadal e Djokovic si sono divisi quest’anno i quattro Slam, ci siamo esposti troppo presto a considerarlo fuori gioco per una sua affermazione finale in queste ATP Finals, non appena lo abbiamo visto perdere da Thiem… e per la terza volta quest’anno. Invece, su una superficie indoor veloce come questa, avremmo dovuto essere più prudenti e…rispettosi nei confronti di un campione del suo smisurato talento ed orgoglio. Il modo in cui ha giocato contro Djokovic è stato impressionante sotto tutti i profili… la qualità straordinaria dei suoi servizi, la consistenza. Batteva costantemente 6 o 7 miglia più veloce di Novak (10 km circa) mettendone molte più dentro, sembrava decisamente perfino più veloce di uno dei giocatori più veloci che esistano, e pur prendendo sempre l’iniziativa, correndo grandi rischi, non ha fatto che pochissimi errori gratuiti (cinque!). È stata una delle migliori performance che io abbia visto. E ora, raggiunte nuovamente le semifinali (per la sedicesima volta su 17! N.d.UBS) avrà la fiducia alle stelle”.

 

Sic dixit Tim Henman. E sembrava proprio difficile non essere d’accordo con lui.

Così mi ritrovavo poi al tavolo del media restaurant della 02 Arena ieri mattina, un’oretta prima che scendessero in campo Roger Federer e Stefanos Tsitsipas in quella che era certamente la semifinale più attesa, a condividere quelle sensazioni espresse da Henman. A quel tavolo erano seduti un bel po’ di svizzeri, dall’ex campione olimpico di Barcellona ’92 Marc Rosset, all’ex capitano di Davis, ex giocatore e capitano di Davis Claudio Mezzadri, al giornalista di un gruppo editoriale svizzero Mathieu Aeschmann, all’inviato de l’Equipe, il francese Julien Reboullet, a Hervè Borsier di Radio Swiss.

Strafavorito adesso Roger?” provocavo un po’ i commensali, tutti federeriani iper-convinti dai piedi alla punta dei capelli. E lì, ma non so quanto fosse per scaramanzia, Mathieu Aeschmann, ex giocatore junior di buon livello coetaneo di Roger, mostrava inattesa cautela: “Attenzione Ubaldo, se Roger ha perso qui il Masters del 2017, quando gli altri tre semifinalisti erano Sock, Goffin e Dimitrov, tutto può succedere”.

Effettivamente quella era stata una clamorosa sorpresa: Roger vantava 6 vittorie a zero contro il suo avversario di semifinale Goffin e 6 vittorie a 0 anche con Dimitrov, probabilissimo finalista dovendo il bulgaro affrontare il mediocre Sock. Ebbene, Roger perse del tutto inopinatamente da Goffin 6-4 al terzo. Ancor più incredibilmente, perché aveva dominato il primo set 6-2.

Beh, ormai sapete come è andata fra Federer e Tsitsipas (6-3 6-4). E ricorderete che un anno fa Federer aveva perso in due set anche la semifinale con Zverev (7-5 7-6). Insomma per tre anni di fila Roger ha perso qui in semifinale, quando i più lo davano favorito. Del match e del torneo. Un caso? Sospetto di no. Addolorandomene.

Stefanos Tsitsipas e Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Immagino che basti pronunciare questo mio “sospetto di no, temo non sia un caso” per suscitare la ripulsa dei tifosi di Federer. “Ecco il direttore di Ubitennis che un giorno descrive Roger Federer come un fenomeno intramontabile che non finisce di stupire… e il giorno dopo, perché Federer perde da un ottimo Tsitsipas, adombra ipotesi di un suo declino, sottolinea i suoi 38 anni e mezzo ben diversamente dal giorno prima”. “I 38 anni gli stanno cadendo addosso tutti in una volta – eccetera eccetera – i soliti giornalisti del senno del poi”. Ecco, sì, mi sono immaginato che un fan sfegatato di Federer ragioni così.

Poiché però ci sono anche fan di Federer, fra i milioni, anche più distaccati, sereni, mi rivolgo a loro ricordando quel che da sempre ho potuto osservare sui campioni, quelli davvero grandi, dei numeri uno, che non sono più ragazzini. E faccio un esempio che considero significativo: Stefan Edberg classe 1966, all’inizio del ’96 – quando celebra appena il trentesimo compleanno che per una dozzina d’anni ha sempre compiuto durante l’Australian Open con tanto di torta in sala stampa – annuncia, che basta così. Quello sarà il suo ultimo anno di tennis.

Saranno 12 mesi con una passerella d’addio dopo l’altra, una più commovente dell’altra, da una città all’altra, per un grandissimo campione del serve&volley, un numero uno sul campo e fuori, ‘mister Fair Play’ ammirato da tutti, perfino dai beckeriani cui lui ha procurato tanti dolori, in particolare con le due finali di Wimbledon 1988 e 1990. E coach per un paio d’anni proprio di Roger Federer.

Ancora top-10 nel febbraio ’95, dopo essere stato n.1 del mondo per 72 settimane, l’Agnolo Biondo comincia il 1996 da n.23. Non ha dimenticato di come sa giocare, non ha perso il suo talento, può fare e vincere ancora partite straordinarie e perderne di orribili. Scivola al n.54, ma poi risale fino a n.14. Ma al di là della classifica, sono gli avversari che batte e quelli da cui perde, che spiegano benissimo secondo me quanto sta accadendo a Roger Federer che resta un fenomeno perché vive fra alti e bassi, da un giorno all’altro, quanto Edberg e decine di grandissimi campioni hanno vissuto con otto anni di meno.

Se non vi va di ripercorrere il dettagliato 1996 di Edberg con tutti i suoi alti e bassi passate pure al successivo paragrafo.

Il 1996 di Stefan Edberg

Stefanello, come lo chiamava vezzosamente Clerici, nell’anno del canto del cigno biondo va a Melbourne, batte il n.30 Novak (non Djokovic!) per perdere dal n.154 Fleurian. A Doha perde da Prinosil, che non è una pomata ma il n.50. A Scottsdale lascia 7 games a Todd Martin n.17 in due set, ma poi perde da Sandon Stolle n.125. Dopo qualche torneo senza infamia e senza lode, a Monaco di Baviera lascia 5 game a Berasategui n.32 e due anni prima finalista al Roland Garros, per cedere al turno successivo al modestissimo Karbacher, n.59. Eccolo a Roma: batte Pioline 19 e Ivanisevic 6, ma perde contro Krajicek 25. A Parigi, lui che aveva perso sorprendentemente con il miracolato Chang nella finale dell’89, lascia 4 game a Moya 20 e si vendica con Chang 4, per perdere da Rosset 15. Al Queen’s Edberg trova modo di battere due erbivori come Ivanisevic 7 e Martin 18 (che due settimane dopo sarà in semifinale a Wimbledon) prima di rimontare Muster n.2, sempre scherzato da Edberg (10-0 negli scontri diretti a fine carriera). Arriva a Wimbledon sulla scia di quei successi e che fa? Perde da Tillstrom n.58. A Stoccarda dal recentemente scomparso Volkov, 87. Riesce a fare peggio: ko con Caratti 141 a Cincinnati, con Roux 112 a Indianapolis.

Dai, ormai è finito! Macchè! All’US Open Stefan batte Krajicek n.8 due mesi prima campione di Wimbledon, Hharhuis 26, Henman 39 in ottavi. Batte Korda e Vacek in Davis, ma a Basilea cede a Goellner 79. Gioca il suo ultimo Masters 1000 (non si chiamava ancora così) centrando i quarti: batte Stich 17, la solita vittima Muster 6, per cedere di misura al connazionale Enqvist. Le ultime due sconfitte in carriera arriveranno in casa, contro il connazionale Kulti (71) sull’indoor di Stoccolma e nel match di apertura della finale di Davis contro Pioline (21), perso come l’intera sfida di Malmö dagli svedesi, che si arresero 3-2. In quell’ultima partita Stefan si fece anche male alla caviglia destra in un tentativo di serve&volley, ma riuscì comunque a completare l’incontro.

Stefan Edberg a terra dopo l’infortunio nel suo ultimo match contro Pioline

Federer come Edberg?

Che cosa volevo dimostrare in dettaglio? Che quel che manca a una certa età è la continuità. Può giocare e servire da favola contro Djokovic e due giorni dopo mettere soltanto poco più di una prima su due (56%) e così il rampante Tsitsipas che non aveva avuto alcun timore reverenziale a Melbourne, ma che non aveva saputo conquistarsi una sola palla break contro Rafa Nadal il giorno prima, gli strappa tre volte il servizio e rischia di farlo una quarta.I tifosi di Federer devono rassegnarsi. Il suo tennis varrà sempre il prezzo del biglietto, anche a 40 anni e oltre, ma quando affronterà avversari fra i primi 10/15 oggi, fra i primi 20/25 fra un anno, potrà sempre perdere, pur dando spettacolo.

Il game che ha dato il primo set a Tsitsipas sul 5-3, 22 punti e con il settimo set point che è stato quello buono dopo che Roger aveva mancato 2 palle break, è stato ricco di suspence, di scambi spettacolari, di punti magnifici (anche se c’è stato pure qualche errore). Ma se poi nel secondo set Roger gioca un game di battuta osceno contrassegnato da quattro errori proprio gratuiti, a cosa si può attribuire la colpa se non all’età che ti rende discontinuo? Reagisce con la fiammata del campione e si riprende il break, ma nel game successivo cicca due smash “Come non credo mi sia mai capitato” – dirà poi – e un secondo break a un Tsitsipas sempre più gasato non lo recupera neppure Federer nonostante le due palle break per il 5 pari che avrebbero potuto riaprire la partita.

Insomma i rimpianti per il Federer che era stato due giorni prima, che poteva essere e non è stato, non finiranno mai, ma si ripeteranno nell’anno a venire. Sempre di più. È triste ma è inevitabile. Federer non crollerà mai, almeno per un bel po’, perdendo un primo turno dopo l’altro. Ne sono sicuro. Anche perché a quel punto sarebbe lui per primo, orgoglioso com’è a voler smettere. Ma ora a smettere non ci pensa nemmeno. E perchè ancora si diverte. E perché guadagna ancora una montagna di soldi ogni piè sospinto. Non fosse così non andrebbe a fare cinque/sei esibizioni in Sud America con Zverev la prossima settimana ed altre quattro a fine anno in Cina. Probabilmente sono i suoi manager a spremerlo come un grappolo d’uva. Io al suo posto – sentite cosa vi dico! – starei più con Mirka. Non credo se la porti dietro con i bambini in Sud America, dove ogni giorno giocano in un posto diverso. E in Cina…mah!

Sia chiaro: lungi da mancare di rispetto a un grande campione come Roger che ha tutto il diritto di non arrendersi all’età per essere stato due volte a un punto dal trionfare ancora a Wimbledon – chissà per quanto li rimpiangerà! Lui e i suoi tifosi – ma anche per essersi appena preso qui a Londra una bellissima rivincita con Djokovic impedendogli di tornare n.1 del mondo per la sesta volta… credo però che i segnali di declino di Roger ci siano e siano anche abbastanza evidenti, anche se vince per la decima volta il torneo di Basilea.

Negli scambi da fondocampo, sulla spettacolare diagonale dei due rovesci a una mano, Roger era quasi sempre in affanno, in ritardo. Tsitsipas giocava molto più profondo, con maggiore potenza, prima di lasciar partire un tracciante lungolinea che lasciava secco Federer. E quando Roger, quasi disperato per l’impossibilità di trovare una via d’uscita nei palleggi, ha provato a buttarsi a rete, il greco d’Atene l’ha infilzato come un tordo. Poi c’erano quei lampi di genio tipicamente federeriani che ti facevano sperare nel terzo set, un paio di smorzate che parevano messe di là dalla rete con la mano, però erano fuochi di paglia.

Diciamo la verità: il miglior Federer avrebbe saputo trasformare qualche palla break in più – ne ha avute ben 12, ma gli è riuscito un solo break – soprattutto quando Tsitsipas (solo 6 ace, ma diversi prime battute efficaci) ha dovuto far ricorso alla seconda di servizio. A quelle Roger rispondeva peggio che alle prime. Perché i riflessi c’erano ancora, le gambe per gli spostamenti meno. Vedendogli mancare tutte quelle opportunità per un break, mi sono tornati a mente i match point falliti a Wimbledon. Stessa sindrome? Non casuali? Mah, si dice male quando un paio di centimetri decretano un verdetto. Però se a mancare quei due centimetri è sempre più spesso Federer…

Insomma, per finalmente concludere, augurando a me stesso, prima ancora che a lui e ai suoi tifosi, che mi smentisca, io credo che un Federer ancora vincente negli Slam, nei grandi tornei, non lo vedremo quasi più. Vero che lo pensavamo tutti già nel 2016, ma il tempo che passa non gioca a suo favore.

E Tsitsipas? Beh lui invece lo vedremo ancora, sempre più forte, sempre più deciso. Può anche benissimo perdere stasera dall’ottimo Thiem che sta accorciando in modo considerevole l’apertura del dritto e sta facendo progressi un po’ dappertutto, ma – e non solo perché Stefanos ha cinque anni di meno rispetto a Dominic e si ripropone lo stesso gap anagrafico esistente fra Nadal e Federer (mi si passi il doppio confronto, ma nei prossimi anni questa è una rivalità che vivrà parecchi episodi) – io ho l’impressione che Tsitsipas abbia il potenziale per diventare il n.1 del mondo. Soprattutto appena Djokovic, che ho rivisto parzialmente spento, gli darà anche lui via libera. Fra due anni? Secondo me ci sta. Ed è anche augurabile perché è un bel personaggio, come tennista e anche no. Francamente più di Thiem e Medvedev. Ciò detto però – e qui sono d’accordo con Zverevche tutti i quattro Slam nel 2020 vadano a finire nella bacheca dei soliti quattro non lo credo proprio.

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Editoriali del Direttore

Ma a Roma si giocherà davvero? Madrid sì, Foro Italico nì

Il presidente FIT Angelo Binaghi è parso super-ottimista. Ma se si giocassero sia US Open che Roland Garros potrebbe esserci posto per un solo Masters 1000 prima di Parigi. In tal caso fra i due prevarrebbe Madrid

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Rafael Nadal - Conferenza Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il presidente FIT Angelo Binaghi ha tenuto venerdì una conferenza stampa per diffondere (cauto o incauto?) ottimismo circa l’effettuazione degli Internazionali d’Italia fra metà e fine settembre. Non penso lo abbia fatto soltanto per evitare di restituire i biglietti a chi li ha comprati, anche se a pensar male… facendo peccato spesso ci si azzecca (diceva Giulio Andreotti).

Premesso che auguro vivamente a Binaghi, alla FIT, a Ubitennis, a me stesso e a tutti gli appassionati di tennis che davvero le fauste previsioni del presidente FIT si avverino, mi pare serio non comportarmi da… Mago Ubaldo e osservare alcune cose, a cui ho associato le lettere dell’alfabeto – completandolo quasi tutto.

a) La stagione sulla terra rossa europea dipende strettamente dalla decisione che prenderanno insieme l’US Open e il torneo (legato a doppio filo con l’USTA) di Cincinnati, come autorevolmente raccontato venerdì  dall’Equipe e ripreso da Vanni Gibertini.

 

b) Ad oggi l’Open del Canada a Toronto sembra decisamente più a rischio di Cincinnati. E non solo perché lo si giocherebbe una settimana prima, quindi con minor tempo per capire se il virus si è ammorbidito e ha perso d’intensità come si comincia da più parti a sostenere, ma anche per le posizioni fin qui prese dall’establishment politico canadese. Tuttavia è chiaro che a Cincinnati nessun giocatore europeo si recherebbe mai se sapesse che l’US Open verrebbe poi cancellato. Un viaggio rischioso negli USA per un solo Masters 1000 non avrebbe alcun senso.

c) È sempre più netta la sensazione che a New York siano decisi a far disputare lo Slam.

d) Diversamente dagli Internazionali d’Italia che per bocca di Binaghi la FIT si spingerebbe a farli disputare sempre, comunque e dovunque, anche a ottobre sulla terra rossa, anche a Milano indoor eventualmente al posto delle NextGen oppure a Torino al coperto, il proprietario del torneo di Madrid Ion Tiriac e il direttore del torneo Gerard Tsobonian hanno invece una solida convinzione: o si gioca prima del Roland Garros o non se ne fa di nulla. Se si gioca – dicono a Madrid – non è escluso che al 50% si possa far entrare nella Caja Magica anche il pubblico. Quella struttura lo consentirebbe con il rispetto delle distanze previste dai protocolli di sicurezza contro il COVID-19. Per Roma, in un caso analogo, sarebbe oggettivamente più difficile aprire a una simile percentuale di pubblico.

e) L’Equipe, dopo che un paio di valenti colleghi hanno fatto un giro d’orizzonte fra addetti ai lavori come ho fatto anch’io, scrive che se si giocherà l’US Open nelle date previste, ovvero dal 31 agosto al 13 settembre (e l’USTA sembra propenso a farli disputare molto più di quanto non apparisse soltanto 10 giorni fa) ci sarebbe spazio poi per un Masters 1000 ma non per due Masters 1000 prima del Roland Garros (inizialmente riprogrammato per il 20 settembre, poi per il 27).

f) Se infatti i protagonisti della finale di domenica 13 settembre all’US Open dovessero precipitarsi in Europa (fatti salvi i problemi di quarantena ancora non risolti) per giocare dal 14 al 20 un Masters 1000, come farebbero fra voli, jet-lag e altri ostacoli a essere in campo in condizioni dignitose già al martedì (sebbene a Madrid sia stato proposto di prendere in esame anche l’ipotesi di un tabellone con soli 48 giocatori)?

Novak Djokovic – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

g) Madrid non è favorevole a questa soluzione. Il torneo di Tiriac rischierebbe di dover rinunciare ai due protagonisti a quel punto proprio più attesi, cioè i finalisti dell’US open. Questi dovrebbero infatti partire immediatamente dopo una finale disputata sul cemento per rimettersi in discussione in 48 ore su campi in terra rossa e in altitudine. Perfino Rafa Nadal, campione in carica all’US Open e che pure ha meno problemi di altri a ritrovare ritmo e abitudine all’amata terra rossa, difficilmente vorrebbe correre quel rischio in casa propria, davanti al proprio pubblico. Tantomeno vorrebbero correre quel rischio gli sponsor del torneo di Madrid, dovessero essere orfani di Nadal o di altri top player eventualmente protagonisti nelle fasi finali a New York. Ma chi potrebbe garantir loro che il problema non si porrebbe? E gli organizzatori sarebbero disposti a pagare una penale agli sponsor in caso di assenza di uno dei big?

h) I giocatori non vogliono giocare a Roma prima di Madrid, per via dell’altitudine. Quindi uno scambio di date fra i due tornei, ancorchè – come detto – Roma farebbe carte false pur di ospitare comunque il proprio torneo, in qualsiasi data e superficie, sarebbe inattuabile. I giocatori difficilmente ci starebbero.

i) A Madrid temono anche che alla fine si decida di giocare a New York e che i giocatori che ancora oggi appaiono più perplessi e orientati negativamente alla trasferta americana per timori oggi più che giustificati, poi – e magari soltanto a metà luglio – cambino invece idea. E vadano tutti a New York. Si sa che spesso i tennisti non sono modelli di coerenza. Se si accorgono che alcuni vanno e magari possono fare incetta di punti preziosi per il ranking (ancor più che soldi) e’ abbastanza probabile che vadano di corsa anche loro.

j) In quel caso ecco che si tratterebbe di dover rassicurare tutti gli sponsor che quegli stessi giocatori, campionissimi compresi, verrebbero poi anche a Madrid a spron battuto. Ma come?

k) Ma se poi – ecco un altro caso che non è impossibile da escludere ma è impossibile da prevedere e circoscrivere – invece qualche tennista si ammalasse di coronavirus a New York e tutto venisse sospeso nell’imminenza del torneo di Madrid, con già un altro pacco di milioni di spese affrontate? Ad oggi le spese per la mancata effettuazione del torneo – cioè quanto già anticipato da un anno a questa parte, il personale impiegato, la promozione – non dovrebbero superare i 5-6 milioni di euro. Ma sono però i guadagni messi a budget – cifre molto più pesanti – che verrebbero a mancare. Proprio quei soldi che verrebbero a mancare, più o meno, alla FIT come lamenta da noi il super angosciato Binaghi ogni piè sospinto.   

l) Ecco perché con un Roland Garros slittato al 27 settembre, nella prima settimana post US open (ovvero dal 14 settembre) Madrid preferirebbe lasciare spazio a un altro torneo. Quello di Amburgo?

m) In quest’ultimo caso resterebbe dunque una sola altra settimana “giocabile” per un Masters 1000 prima del Roland Garros.

n) Madrid ha estrema fiducia che ATP e WTA, dovendo scegliere fra Madrid e Roma, scelgano Madrid. Il perché è stra-evidente per la WTA: Madrid, come i quattro Slam, Indian Wells e Miami, è il solo altro combined con un montepremi non “discriminante”: uomini e donne prendono gli stessi soldi (salvo errori, omissioni o cifre irrisorie legate a quisquilie varie).

Karolina Pliskova, campionessa in carica a Roma

o) Ma è evidente che anche per l’ATP, l’effettuazione del torneo di Madrid comporta maggiori introiti rispetto a Roma: il montepremi complessivo di Roma è 9.243.818 euro, così suddivisi: 5.791.280 per gli uomini e 3.452.538 per le donne. Quello complessivo di Madrid è 13.072.320€, diviso esattamente a metà tra uomini e donne, che si spartiscono 6.536.160€ a torneo. Ci sono quasi 3 milioni e 800.000 euro in più a Madrid. Oltre alla cospicua differenza in campo femminile, Madrid offrirebbe quindi più soldi anche agli uomini – 744.880 euro in più rispetto a Roma, non proprio briciole.

p) Si aggiunga, come se ciò non bastasse, che le recenti dichiarazioni di Andrea Gaudenzi e di tanti altri addetti ai lavori, fanno pensare che si stia lavorando per cercare di assemblare il più possibile, se non proprio di unificare, le situazioni disuguali fra ATP e WTA. Sebbene Gaudenzi e Calvelli siano italiani – e anzi, a contrario, proprio per evitare possibili accuse di… sciovinismo – sembra assai improbabile che nel caso in cui si fosse obbligati a scegliere un solo Masters 1000 fra Madrid e Roma per via di quell’unica settimana disponibile, l’ATP sposi Roma anziché Madrid.

q) In conclusione, se si giocherà l’US Open è tutt’altro che da escludere che Roma possa doversi accontentare di ospitare un torneo con minor appeal dopo il Roland Garros. Insomma, il sogno di Binaghi di riuscire a vedere gli Internazionali d’Italia prima del Roland Garros – e Dio sa quanto vorrei sbagliarmi! Non sarebbe certo interesse di Ubitennis – potrebbe svanire.

r) Se questo fosse il caso a Binaghi e alla FIT (le cui casse sarebbero in forte sofferenza se il torneo non si giocasse: 36 milioni di fatturato su 58 di bilancio annuo sono budgettati grazie al torneo) certo converrebbe di più che saltasse tutto il circuito nord-americano sul cemento, ivi compreso l’US Open. Converrebbe di meno, semmai, agli appassionati e a Ubitennis che dalla disputa di due Slam di 15 giorni hanno più da vedere e guadagnare. Ma senza US Open si potrebbe recuperare gran parte del circuito europeo sulla terra battuta e si potrebbe giocare sia il torneo di Madrid che quello di Roma. Questo, del resto, al momento è l’obiettivo dichiarato dell’ATP nel corso dell’ultimo meeting settimanale con tutti i direttori dei tornei: “Cerchiamo di far disputare entrambi i Masters 1000”. Probabilmente è anche questa dichiarazione di volontà espressa dall’ATP ad aver ispirato ottimismo a Binaghi. L’ATP ha ufficialmente sempre dichiarato che la disputa degli Slam è per il Board assolutamente prioritaria e i giocatori (256 fra uomini e donne, più quelli che aspirano a entrare dalle “quali”) hanno sempre detto di pensarla allo stesso modo. Però l’US Open è un torneo dello Slam, gestito dall’USTA. Dalla federazione americana. Non dall’ATP.

s) Ci sarebbe poi da vedere che cosa accadrebbe a Parigi-Bercy: se il Roland Garros si concludesse l’11 ottobre, ritrovare tutti gli stessi top player soltanto tre settimane dopo nella stessa città, il 2 novembre, quando tante altre città europee avrebbero invece perso il proprio torneo… avrebbe davvero un senso logico? E se fosse quella di Bercy, più che quella dell’ATP Next Gen, la settimana attraverso cui l’ATP potrebbe cercare di compensare la FIT per una eventuale mancata disputa a Roma degli Internazionali d’Italia? Ma dove però? Quale stadio italiano indoor sarebbe eventualmente disponibile? Anche in questo caso tornerebbero in auge Torino e Milano. Ma non Roma, perchè a novembre sarebbe un rischio troppo grosso pensare di giocare all’aperto.

Allianz Cloud di Milano – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

P. S. Molti hanno osservato che forse anche i Masters 1000, che piangono miseria per i mancati incassi, potevano anche pensare ad assicurarsi contro la mancata effettuazione del torneo. Come ha fatto Wimbledon. Ma è senno di poi. In 52 anni di tennis open (e cospicui incassi) non era mai piombata sul tennis una pandemia terribile come questa. Wimbledon è un torneo che non ha la stessa logica di business: è quasi un no-profit, un charity a favore della LTA e di altri enti. Si può permettere di versare 200.000 euro l’anno ai LLoyds. Un imprenditore privato, un Tiriac, una private equity, non ci pensa neppure – anche in ragione di un volume d’affari inferiore rispetto a uno Slam. Tiriac non accettò di investire 150.000 euro di assicurazione neppure anni fa quando aleggiò su Madrid la minaccia del terrorismo, potete immaginare se avrebbe mai accettato l’idea di spendere molti più soldi per coprirsi da una previsione remota quale una pandemia?

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: dai doppi falli di Djokovic a ATP-WTA. I lamenti di Pietrangeli e gli Slam di Federer

Una fusione poco probabile per San Tommaso. Rafa Nadal più penalizzato fra i top player se non si giocasse nel 2020. Angelo Binaghi per una volta…

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Roger Federer e Novak Djokovic - ATP Parigi-Bercy 2018 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle sei domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Buongiorno Direttore, chieda a Djokovic, da parte mia, se ritiene salutari i beveroni ipotonici che tracanna ad ogni cambio campo, se ha fatto vaccinare i suoi 2 figli o se somministra loro un antipiretico a seguito di uno stato febbrile. Come lei ben sa la parola farmaco significa non solo rimedio/cura ma anche veleno. Tutto sta nel conoscerne il confine… rispetto moltissimo l’atleta ma detesto fortemente la persona. SalutiDr. Luca Daniele Berta, Abbott Diabetes Care (città non indicata)

C’è stato il coronavirus che ha fermato tutto il tennis, ma non ha davvero fermato Novak Djokovic dalle sue esternazioni, dai suoi Instagram-video, da una bulimica esposizione su tutti i social media esistenti. Un’attività quasi forsennata, quanto certi suoi allenamenti. Ma ben più discussa e discutibile. Di sicuro Nole ha dimostrato di non temere i contraccolpi negativi conseguenti alle tesi che ha spavaldamente sostenuto, ma di certo ha ricevuto più commenti negativi che positivi e mi chiedo chi glielo abbia fatto fare. La mia sarà psicologia da supermercato ma mi è parso quasi che Nole, orfano del tennis giocato, abbia sentito l’insopprimibile esigenza di dover riempire quei vuoti agonistici a tutti i costi con una presenza da n.1, purtroppo anche in campi extratennistici dove la sua conoscenza non poteva che essere limitata ed era più facile commettere doppi falli piuttosto che ace.

Sì, ha messo a segno anche qualche vincente: non si può non applaudire le diverse iniziative filantropiche – la più recente è l’organizzazione dei weekend (Adria Cup) in aiuto alle regioni balcaniche, ma prima c’erano state anche le apprezzabili proposte in soccorso dei tennisti ATP peggio classificati e più in sofferenza -, e anche le chat con i vari top-players (Murray, Wawrinka, Fognini eccetera) hanno avuto il merito di tener viva l’attenzione sul tennis. Sono state spesso piacevoli da seguire.

Però gli errori gratuiti sono sembrati decisamente più numerosi dei vincenti. Anche chi non aveva mai dubitato dell’indubbia intelligenza di Novak si è chiesto – pur lasciando perdere le sue dichiarazioni No-Vax in parte edulcorate, ma comunque mal espresse in un momento delicatissimo, pandemico come l’attuale – se davvero sia stata una mossa saggia e intelligente quella di promuovere un venditore di integratori, Chervin Jafarieh, fondatore del brand ‘Cymbiotika’, arrivando a sostenere una sciocchezza sesquipedale come quella secondo cui “le molecole dell’acqua reagiscono alle nostre emozioni diventando positive o negative secondo lo stato d’animo”.

Proprio per il seguito che Novak ha, un po’ di prudenza nello sposare una qualsiasi tesi piuttosto che un’altra, a mio avviso sarebbe assolutamente auspicabile e necessaria. I lettori di Ubitennis sono a conoscenza della reciproca simpatia che intercorre fra DjokerNole e il sottoscritto – chi non ha ancora visto il video divenuto virale del “Not too bad” rilanciato decine di volte dalla stessa ATP? – ma ciò non mi basta a trasformare la cronaca dei suoi doppi falli in ace.

 
Novak Djokovic, conferenza – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Gentile direttore, ma lei crede al connubio ATP-WTA? O sono solo buoni propositi, di Federer, Gaudenzi, e di tutte le “santone” del tennis femminile, Billie Jean King, Pam Shriver, nonché tutte le tenniste che ovviamente hanno solo da guadagnarci?Luigi Santi, Roma

In questo caso sono un po’ come… San Tommaso, finchè non vedo non ci credo. Ne ho ho già un po’ parlato rispondendo a un altro lettore in questa rubrica. In nessuna altra disciplina sportiva lo sport femminile è così vicino a quello maschile come nel tennis. Pur essendone lontano. Ma c’è comunque parità di montepremi e di esposizione tv in quattro Slam e in mega tornei, Indian Wells, Miami e Madrid. Se per anni i due circuiti non si sono fusi è perché uno, quello maschile, ha più appeal di quello femminile. Lo dice l’interesse del pubblico, degli sponsor, delle tv. Capisco Gaudenzi quando dice che il prodotto tennis è uno solo e sarebbe forse “venduto” meglio unitariamente ma resta il fatto che assemblare, quasi fondere, due società, ATP e WTA che hanno risultati economici così diversi – e non per caso – è difficilissimo.

ATP ha fior di sponsor, Emirates, Fedex, Peugeot, Infosys, la WTA dacché ha perso Sony Ericsson nel 2012, non ne ha più trovati alla stessa altezza. La WTA nel 2017 ha registrato utili pari 6 milioni di dollari e attività liquide per soli 5 milioni. Le cifre equivalenti per l’ATP mostrano 19 milioni e 160 milioni! Come si fa a mettere sullo stesso piano situazioni così diverse, con la WTA che si è trovata costretta a spostare gran parte dei tornei più importanti di fine stagione in Cina, perché è dalla Cina che le sono arrivate le proposte economiche più importanti ma anche… meno prestigiose? Come si fa a convincere i giocatori ATP di seconda, terza e quarta fascia, a rinunciare a una parte dei loro premi e guadagni per venire in soccorso delle ragazze delle stesse fasce?

Se ATP porta 90 e WTA 10 a far 100, se si distribuisce il totale in 50 e 50, i giocatori ATP ci rimettono 40 mentre le giocatrici guadagnano 40. Chi potrebbe fare un sacrificio rilevante sono i giocatori ATP di prima fascia, cioè i super-ricchi se sono tali da più anni. Ma secondo voi lo faranno per il bene supremo del tennis, se non si trova qualche meccanismo che consenta loro di trasformare un grande sacrificio in un piccolo sacrificio? Mezzo secolo di reciproci sospetti sparirà nell’era del virus e di un qualche miracolo gestionale? San Tommaso aspetta di vedere la realizzazione dei buoni propositi per crederci.


Caro Ubaldo mi permetto di darti del tu in quanto ti leggo da sempre e mi sento in confidenza. Ma come è possibile togliere lo stipendio ad una leggenda del nostro tennis, e in che modo poi!, quando abbiamo politici che vivono ancora di vitalizi non meritati? La cosa che più mi da fastidio è il modo in cui è stato accantonato il caro Pietrangeli senza un briciolo di rispetto! Caro presidente FIT penalty point! Grazie x avermi letto!Rino Bertuzzi città non rivelata (Nota di UBI: per favore scrivete la città)

Riguardo al modo usato ho letto la campana Pietrangeli e quella FIT: divergono profondamente. Chi dice la verità? Posso credere più alla prima perché conosco sia Nicola da una vita sia purtroppo Baccini e, anche se non ho condiviso diverse esternazioni dell’ex campione (ricorderete quella su Bolelli “ha sputato sulla bandiera” quando rifiutò di giocare in Davis contro la modesta Lettonia a Montecatini nel 2008? Raccolse soltanto il plauso di Binaghi e federales) Nicola non è mai stato un bugiardo. Semmai qualche volta polemico a sproposito. È vero che Pietrangeli ha dato al tennis italiano per tantissimi anni più di quanto alcuni parlamentari – fra quelli che pretendono il vitalizio – abbiano dato quale servizio al Paese, sebbene abbiano prestato solo pochi mesi o pochi anni di legislatura.

Ma anche Pietrangeli, che ha potuto vivere alla grande per quasi tutta la sua vita (non mi spetta ne ha senso approfondire se li abbia legittimamente goduti più da cicala che da formica e se quindi le difficoltà di sopravvivenza odierne siano anche eventuale conseguenza di ciò) non dovrebbe dimenticare che l’aver potuto godere di un compenso non disprezzabile (si dice, per lui come per Lea Pericoli, di qualcosa intorno ai 35.000 euro l’anno) per tutti questi anni fino ai suoi 86 non è stato zero. Oltretutto la Federtennis ha dato lavoro anche ad entrambi i suoi figli, bravi quanto si vuole ma non – che io sappia – assunti tramite concorsi. Quindi stavolta Angelo Binaghi non ha tutti i torti a ritenersi “tradito” da ingratitudine.

Che poi il modo potesse o dovesse essere diverso, come denuncia Nicola, è probabile. Lo stile non fa parte di questa FIT. Che, infine, il Baccini che ha replicato polemicamente alle lamentationes di Nicola per conto della FIT si riveli anche in questa sua replica più realista del re e personaggio quindi poco credibile, è un altro paio di maniche. In passato Baccini ha scritto e detto di tutto sul conto di persone come Gianni Clerici e Rino Tommasi al cui cospetto dovrebbe soltanto inchinarsi. Con il sottoscritto nel delirante e penoso episodio che lo scorso anno ha comportato il ritiro del mio accredito stampa durante gli Internazionali d’Italia, proprio Baccini è stato con Piero Valesio (direttore della comunicazione FIT che non si è vergognato di firmare la richiesta di ritiro) uno dei principali attori protagonisti, se non il primo.

Nella replica a Pietrangeli Baccini ha avuto la faccia tosta di sostenere che la FIT ha “già stanziato 3 milioni per i circoli” quando tutti sanno che in realtà la FIT non ha fatto fondamentalmente altro che – in massima parte – restituire ai circoli le iscrizioni ricevute in anticipo per tutti i campionati a squadre che non ci sono stati! Tanto è vero che i circoli italiani sono letteralmente furibondi con la FIT per l’assenza di un sostegno ricevuto a seguito dei danni provocati dal lock-down per il Coronavirus (al di là di qualche tubo di palle da tennis) e stanno raccogliendo firme di protesta e sollecitazioni. Anche i tesserati che non hanno potuto giocare i tornei meriterebbero rimborsi parziali… che non vedranno mai.

Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, Steve Haggerty – Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Buongiorno Ubaldo, sono un appassionato di tennis, fedele lettore di Ubitennis. Non utilizzo però i social, niente FB, niente Twitter, niente Instagram. Le scrivo a proposito di AGF, di cui nemmeno ancora son riuscito a risalire al vero nome; le scrivo per esprimere tutta la mia stima verso questo giornalista, anzi, scrittore, i cui articoli sono sostanzialmente delle perle. AGF, a parer mio, è uno dei maggiori esperti di tennis sulla scena oggi; una competenza sbalorditiva, una chiarezza espositiva così disarmante da rendermelo, a tratti, “quasi odioso”; uno stile impeccabile (scarno, diretto, fluente); una memoria storica vastissima all’interno di una cornice di grande modestia ed umiltà; sempre pronto a ravvedersi qualora le sue affermazioni non vengano poi confermate dai fatti. Perché non ci è dato conoscere il suo nome? Senza nulla togliere agli altri (sono anche un super fan di Gibertini e dei suoi podcast), AGF è speciale, ha qualcosa di unico, svetta su tutti a livello nazionale. Sarebbe possibile avere il suo indirizzo email?Matteo (città non rivelata…)

Ho inoltrato la sua mail a AGF che la ringrazia calorosamente. Resta però un tipo assai riservato che preferisce mantenere la sua privacy.


A 33 anni appena compiuti Federer aveva 17 Slam, così come Nadal e anche lo stesso Djokovic che compirà 33 anni a maggio. Dopodichè Federer ha vinto 3 slam e Nadal 2. Pensa che Djokovic farà meglio oppure l’età si farà sentire pure sul fenomeno di Belgrado?Francesco Putignano (città non rivelata)

Intanto penso che se quest’anno non si giocasse più alcuno Slam Rafa Nadal, che era più favorito a Parigi di quanti fossero tutti i tre negli altri 2 Slam e avrebbe quindi probabilmente raggiunto quota 20 eguagliando Roger, sarebbe stato sfavorito più di tutti dal blocco dell’attività. Penso anche che Federer, che non avrei considerato favorito n.1 a differenza di Djokovic sia a Wimbledon sia a New York, abbia avuto invece il vantaggio di poter tenere a distanza i due rivali per un anno in più e quindi di essere stato favorito. Non tutti possono essere longevi come lui. Djokovic fermo a 17 Slam avrebbe potuto arrivare a 19… Ma sono tutte ipotesi. In conclusione, considerata la straordinaria solidità fisica di Djokovic, nonché la spaventosa determinazione che lo sostiene, penso che se non fino a 38 come Roger, almeno fino a 35/36 Novak possa essere ancora così competitivo da poter vincere nei prossimi otto Slam tre o quattro di essi. Salvo progressi oggi impronosticabili di qualche Next Gen.


Chi è stato il più grande talento sprecato del tennis, fra quelli da Lei visti all’opera? – Salvatore Perna (Napoli? Colpa mia: ho cancellato la città e non ricordo!)

Occorrerebbe prima di tutto intendersi su cosa significhi talento. La capacità di adattarsi a situazioni differenti? La capacità di effettuare colpi che ad altri non riescono? Ma accompagnata da una buona dose di continuità nel riuscire a farli, giusto? Ma la continuità nell’arco di un match, di un anno, di una vita? Poi anche sul termine spreco si potrebbe discutere. Spreco perché il talento non è stato accompagnato da una testa all’altezza del braccio? O da una determinazione costante? Una durata anagrafica? La mia risposta varierebbe a seconda di quale delle diverse ipotesi (e ne ho accennate solo alcune) si prenda in considerazione.

Un esempio: Bjorn Borg non viene unanimemente considerato uno straordinario talento, eppure ha inventato – insieme a Vilas – un tipo di tennis che non esisteva, basato sul top-spin, sulla palla che passava alta sopra la rete (riducendo i rischi dell’impatto sulla stessa) e ruotava fino a sopra la spalla di chi non sapesse anticiparla. Inoltre ha vinto Parigi e Wimbledon tre volte a distanza di una settimana quando le due superfici proprio non si assomigliavano. Più talento di così! Ma smettere a 26 anni non è stato uno spreco per uno che quando si misurava su più discipline atletiche batteva tutti gli altri campioni?

Henri Leconte viene considerato uno straordinario talento: ma se non ha mai vinto uno Slam, e ha fatto una sola finale, perdendola malamente con Wilander, si può dire che sia stato un talento sprecato? No. Non aveva la testa per stare concentrato per 7 partite e prodursi sempre su quei livelli. Un po’ come Fabio Fognini, sulla cui abilità di mano, tocco di palla e resto, nessuno può discutere. Fognini uno spreco? Anche no. Se si considera i limiti del servizio, dovuti in buona parte a un’altezza non… all’altezza dei grandi di oggi (tutti dal metro e 85 in su), Fabio ha fatto quasi miracoli ad arrivare dove è arrivato e a restarci a lungo.

Fabio Fognini – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Fabrice Santoro, il Mago: beh, chi più di lui è stato capace di tirare fuori conigli dal cilindro? Con il fisico che aveva ha fatto miracoli. Poteva fare di più? Forse no. Si è presentato a oltre una cinquantina di Slam consecutivi, di che cosa lo si può rimproverare? Adriano Panatta: talento tanto, continuità poca, voglia di sacrificarsi… a sprazzi. Purché non gli rovinassero le vacanze agostane in Sardegna anche se c’era una semifinale di Coppa Davis da vincere in Sud Africa. Spreco? Forse, ma magari se avesse dovuto sacrificarsi di più in palestra si sarebbe depresso, mortificato. Nessuno dei Fab-Four può ovviamente incarnare l’ipotesi spreco, ma neppure nessuno degli arrotini spagnoli può impersonare il talento puro.

Ernest Gulbis? Beh, ma è come Leconte. Simpatico, estroso, pazzerello. E Wawrinka che fino a 29 anni ha vinto pochissimo? Si vede che gli mancava qualcosa. John McEnroe? Certo, forse più di tanti, ma come si fa a dire che è stato uno spreco uno che ha vinto 7 Slam, che è stato n.1 del mondo, anche se dai 25 anni in poi non ha più vinto Slam? Tutti quelli che sono stati top-5, o anche top-10 in teoria non possono essere considerati talenti sprecati. Qualcuno poteva fare di più? Sì, quasi tutti potevano vincere molto di più, non solo Panatta, ma anche Agassi, Kafelnikov… per non parlare di Safin. Se devo scegliere uno al di fuori dei top-ten o top-20, dovrei prendere uno come potrebbe essere fra le donne Camila Giorgi, capace di battere 9 top-ten ma incapace di entrare fra le top 25 del mondo. Fra gli uomini un “modello” Giorgi non mi viene in mente, tranne Nick Kyrgios. Ma anche lui… che testa ha?


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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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