Federer come l’Edberg del ‘96, segnali di declino

Editoriali del Direttore

Federer come l’Edberg del ‘96, segnali di declino

LONDRA – Tre semifinali consecutive perse e 11 palle break mancate non sono un caso. Come i due match point di Wimbledon? Gli mancano sempre due centimetri. Non lo vedo più favorito nei grandi tornei. Tsitsipas futuro n.1, anche dovesse perdere oggi con Thiem

Pubblicato

il

Spazio sponsorizzato da Barilla

da Londra, il direttore

Avevo incontrato Gentleman Tim Henman, “true Brit” (non come Greg Rusedski!), quattro volte semifinalista a Wimbledon (e altre quattro nei quarti) e lui, classe 1974, ex n.4 ATP che aveva giocato 13 volte con Roger Federer perdendo le ultime 6 prima di ritirarsi nel 2007, pareva non avere il minimo dubbio.

Ora che sono fuori Djokovic e Nadal, il favorito naturale del torneo, anche per come ha giocato contro Djokovic, servendo due prime palle su tre (il 73% complessivamente, dopo un primo set addirittura all’83%) è certo Roger Federer. Dirò anzi – aggiungeva a Stuart Fraser del Times – che ero un po’ deluso dei nostri stessi commenti in TV, perché per il fatto che Nadal e Djokovic si sono divisi quest’anno i quattro Slam, ci siamo esposti troppo presto a considerarlo fuori gioco per una sua affermazione finale in queste ATP Finals, non appena lo abbiamo visto perdere da Thiem… e per la terza volta quest’anno. Invece, su una superficie indoor veloce come questa, avremmo dovuto essere più prudenti e…rispettosi nei confronti di un campione del suo smisurato talento ed orgoglio. Il modo in cui ha giocato contro Djokovic è stato impressionante sotto tutti i profili… la qualità straordinaria dei suoi servizi, la consistenza. Batteva costantemente 6 o 7 miglia più veloce di Novak (10 km circa) mettendone molte più dentro, sembrava decisamente perfino più veloce di uno dei giocatori più veloci che esistano, e pur prendendo sempre l’iniziativa, correndo grandi rischi, non ha fatto che pochissimi errori gratuiti (cinque!). È stata una delle migliori performance che io abbia visto. E ora, raggiunte nuovamente le semifinali (per la sedicesima volta su 17! N.d.UBS) avrà la fiducia alle stelle”.

 

Sic dixit Tim Henman. E sembrava proprio difficile non essere d’accordo con lui.

Così mi ritrovavo poi al tavolo del media restaurant della 02 Arena ieri mattina, un’oretta prima che scendessero in campo Roger Federer e Stefanos Tsitsipas in quella che era certamente la semifinale più attesa, a condividere quelle sensazioni espresse da Henman. A quel tavolo erano seduti un bel po’ di svizzeri, dall’ex campione olimpico di Barcellona ’92 Marc Rosset, all’ex capitano di Davis, ex giocatore e capitano di Davis Claudio Mezzadri, al giornalista di un gruppo editoriale svizzero Mathieu Aeschmann, all’inviato de l’Equipe, il francese Julien Reboullet, a Hervè Borsier di Radio Swiss.

Strafavorito adesso Roger?” provocavo un po’ i commensali, tutti federeriani iper-convinti dai piedi alla punta dei capelli. E lì, ma non so quanto fosse per scaramanzia, Mathieu Aeschmann, ex giocatore junior di buon livello coetaneo di Roger, mostrava inattesa cautela: “Attenzione Ubaldo, se Roger ha perso qui il Masters del 2017, quando gli altri tre semifinalisti erano Sock, Goffin e Dimitrov, tutto può succedere”.

Effettivamente quella era stata una clamorosa sorpresa: Roger vantava 6 vittorie a zero contro il suo avversario di semifinale Goffin e 6 vittorie a 0 anche con Dimitrov, probabilissimo finalista dovendo il bulgaro affrontare il mediocre Sock. Ebbene, Roger perse del tutto inopinatamente da Goffin 6-4 al terzo. Ancor più incredibilmente, perché aveva dominato il primo set 6-2.

Beh, ormai sapete come è andata fra Federer e Tsitsipas (6-3 6-4). E ricorderete che un anno fa Federer aveva perso in due set anche la semifinale con Zverev (7-5 7-6). Insomma per tre anni di fila Roger ha perso qui in semifinale, quando i più lo davano favorito. Del match e del torneo. Un caso? Sospetto di no. Addolorandomene.

Stefanos Tsitsipas e Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Immagino che basti pronunciare questo mio “sospetto di no, temo non sia un caso” per suscitare la ripulsa dei tifosi di Federer. “Ecco il direttore di Ubitennis che un giorno descrive Roger Federer come un fenomeno intramontabile che non finisce di stupire… e il giorno dopo, perché Federer perde da un ottimo Tsitsipas, adombra ipotesi di un suo declino, sottolinea i suoi 38 anni e mezzo ben diversamente dal giorno prima”. “I 38 anni gli stanno cadendo addosso tutti in una volta – eccetera eccetera – i soliti giornalisti del senno del poi”. Ecco, sì, mi sono immaginato che un fan sfegatato di Federer ragioni così.

Poiché però ci sono anche fan di Federer, fra i milioni, anche più distaccati, sereni, mi rivolgo a loro ricordando quel che da sempre ho potuto osservare sui campioni, quelli davvero grandi, dei numeri uno, che non sono più ragazzini. E faccio un esempio che considero significativo: Stefan Edberg classe 1966, all’inizio del ’96 – quando celebra appena il trentesimo compleanno che per una dozzina d’anni ha sempre compiuto durante l’Australian Open con tanto di torta in sala stampa – annuncia, che basta così. Quello sarà il suo ultimo anno di tennis.

Saranno 12 mesi con una passerella d’addio dopo l’altra, una più commovente dell’altra, da una città all’altra, per un grandissimo campione del serve&volley, un numero uno sul campo e fuori, ‘mister Fair Play’ ammirato da tutti, perfino dai beckeriani cui lui ha procurato tanti dolori, in particolare con le due finali di Wimbledon 1988 e 1990. E coach per un paio d’anni proprio di Roger Federer.

Ancora top-10 nel febbraio ’95, dopo essere stato n.1 del mondo per 72 settimane, l’Agnolo Biondo comincia il 1996 da n.23. Non ha dimenticato di come sa giocare, non ha perso il suo talento, può fare e vincere ancora partite straordinarie e perderne di orribili. Scivola al n.54, ma poi risale fino a n.14. Ma al di là della classifica, sono gli avversari che batte e quelli da cui perde, che spiegano benissimo secondo me quanto sta accadendo a Roger Federer che resta un fenomeno perché vive fra alti e bassi, da un giorno all’altro, quanto Edberg e decine di grandissimi campioni hanno vissuto con otto anni di meno.

Se non vi va di ripercorrere il dettagliato 1996 di Edberg con tutti i suoi alti e bassi passate pure al successivo paragrafo.

Il 1996 di Stefan Edberg

Stefanello, come lo chiamava vezzosamente Clerici, nell’anno del canto del cigno biondo va a Melbourne, batte il n.30 Novak (non Djokovic!) per perdere dal n.154 Fleurian. A Doha perde da Prinosil, che non è una pomata ma il n.50. A Scottsdale lascia 7 games a Todd Martin n.17 in due set, ma poi perde da Sandon Stolle n.125. Dopo qualche torneo senza infamia e senza lode, a Monaco di Baviera lascia 5 game a Berasategui n.32 e due anni prima finalista al Roland Garros, per cedere al turno successivo al modestissimo Karbacher, n.59. Eccolo a Roma: batte Pioline 19 e Ivanisevic 6, ma perde contro Krajicek 25. A Parigi, lui che aveva perso sorprendentemente con il miracolato Chang nella finale dell’89, lascia 4 game a Moya 20 e si vendica con Chang 4, per perdere da Rosset 15. Al Queen’s Edberg trova modo di battere due erbivori come Ivanisevic 7 e Martin 18 (che due settimane dopo sarà in semifinale a Wimbledon) prima di rimontare Muster n.2, sempre scherzato da Edberg (10-0 negli scontri diretti a fine carriera). Arriva a Wimbledon sulla scia di quei successi e che fa? Perde da Tillstrom n.58. A Stoccarda dal recentemente scomparso Volkov, 87. Riesce a fare peggio: ko con Caratti 141 a Cincinnati, con Roux 112 a Indianapolis.

Dai, ormai è finito! Macchè! All’US Open Stefan batte Krajicek n.8 due mesi prima campione di Wimbledon, Hharhuis 26, Henman 39 in ottavi. Batte Korda e Vacek in Davis, ma a Basilea cede a Goellner 79. Gioca il suo ultimo Masters 1000 (non si chiamava ancora così) centrando i quarti: batte Stich 17, la solita vittima Muster 6, per cedere di misura al connazionale Enqvist. Le ultime due sconfitte in carriera arriveranno in casa, contro il connazionale Kulti (71) sull’indoor di Stoccolma e nel match di apertura della finale di Davis contro Pioline (21), perso come l’intera sfida di Malmö dagli svedesi, che si arresero 3-2. In quell’ultima partita Stefan si fece anche male alla caviglia destra in un tentativo di serve&volley, ma riuscì comunque a completare l’incontro.

Stefan Edberg a terra dopo l’infortunio nel suo ultimo match contro Pioline

Federer come Edberg?

Che cosa volevo dimostrare in dettaglio? Che quel che manca a una certa età è la continuità. Può giocare e servire da favola contro Djokovic e due giorni dopo mettere soltanto poco più di una prima su due (56%) e così il rampante Tsitsipas che non aveva avuto alcun timore reverenziale a Melbourne, ma che non aveva saputo conquistarsi una sola palla break contro Rafa Nadal il giorno prima, gli strappa tre volte il servizio e rischia di farlo una quarta.I tifosi di Federer devono rassegnarsi. Il suo tennis varrà sempre il prezzo del biglietto, anche a 40 anni e oltre, ma quando affronterà avversari fra i primi 10/15 oggi, fra i primi 20/25 fra un anno, potrà sempre perdere, pur dando spettacolo.

Il game che ha dato il primo set a Tsitsipas sul 5-3, 22 punti e con il settimo set point che è stato quello buono dopo che Roger aveva mancato 2 palle break, è stato ricco di suspence, di scambi spettacolari, di punti magnifici (anche se c’è stato pure qualche errore). Ma se poi nel secondo set Roger gioca un game di battuta osceno contrassegnato da quattro errori proprio gratuiti, a cosa si può attribuire la colpa se non all’età che ti rende discontinuo? Reagisce con la fiammata del campione e si riprende il break, ma nel game successivo cicca due smash “Come non credo mi sia mai capitato” – dirà poi – e un secondo break a un Tsitsipas sempre più gasato non lo recupera neppure Federer nonostante le due palle break per il 5 pari che avrebbero potuto riaprire la partita.

Insomma i rimpianti per il Federer che era stato due giorni prima, che poteva essere e non è stato, non finiranno mai, ma si ripeteranno nell’anno a venire. Sempre di più. È triste ma è inevitabile. Federer non crollerà mai, almeno per un bel po’, perdendo un primo turno dopo l’altro. Ne sono sicuro. Anche perché a quel punto sarebbe lui per primo, orgoglioso com’è a voler smettere. Ma ora a smettere non ci pensa nemmeno. E perchè ancora si diverte. E perché guadagna ancora una montagna di soldi ogni piè sospinto. Non fosse così non andrebbe a fare cinque/sei esibizioni in Sud America con Zverev la prossima settimana ed altre quattro a fine anno in Cina. Probabilmente sono i suoi manager a spremerlo come un grappolo d’uva. Io al suo posto – sentite cosa vi dico! – starei più con Mirka. Non credo se la porti dietro con i bambini in Sud America, dove ogni giorno giocano in un posto diverso. E in Cina…mah!

Sia chiaro: lungi da mancare di rispetto a un grande campione come Roger che ha tutto il diritto di non arrendersi all’età per essere stato due volte a un punto dal trionfare ancora a Wimbledon – chissà per quanto li rimpiangerà! Lui e i suoi tifosi – ma anche per essersi appena preso qui a Londra una bellissima rivincita con Djokovic impedendogli di tornare n.1 del mondo per la sesta volta… credo però che i segnali di declino di Roger ci siano e siano anche abbastanza evidenti, anche se vince per la decima volta il torneo di Basilea.

Negli scambi da fondocampo, sulla spettacolare diagonale dei due rovesci a una mano, Roger era quasi sempre in affanno, in ritardo. Tsitsipas giocava molto più profondo, con maggiore potenza, prima di lasciar partire un tracciante lungolinea che lasciava secco Federer. E quando Roger, quasi disperato per l’impossibilità di trovare una via d’uscita nei palleggi, ha provato a buttarsi a rete, il greco d’Atene l’ha infilzato come un tordo. Poi c’erano quei lampi di genio tipicamente federeriani che ti facevano sperare nel terzo set, un paio di smorzate che parevano messe di là dalla rete con la mano, però erano fuochi di paglia.

Diciamo la verità: il miglior Federer avrebbe saputo trasformare qualche palla break in più – ne ha avute ben 12, ma gli è riuscito un solo break – soprattutto quando Tsitsipas (solo 6 ace, ma diversi prime battute efficaci) ha dovuto far ricorso alla seconda di servizio. A quelle Roger rispondeva peggio che alle prime. Perché i riflessi c’erano ancora, le gambe per gli spostamenti meno. Vedendogli mancare tutte quelle opportunità per un break, mi sono tornati a mente i match point falliti a Wimbledon. Stessa sindrome? Non casuali? Mah, si dice male quando un paio di centimetri decretano un verdetto. Però se a mancare quei due centimetri è sempre più spesso Federer…

Insomma, per finalmente concludere, augurando a me stesso, prima ancora che a lui e ai suoi tifosi, che mi smentisca, io credo che un Federer ancora vincente negli Slam, nei grandi tornei, non lo vedremo quasi più. Vero che lo pensavamo tutti già nel 2016, ma il tempo che passa non gioca a suo favore.

E Tsitsipas? Beh lui invece lo vedremo ancora, sempre più forte, sempre più deciso. Può anche benissimo perdere stasera dall’ottimo Thiem che sta accorciando in modo considerevole l’apertura del dritto e sta facendo progressi un po’ dappertutto, ma – e non solo perché Stefanos ha cinque anni di meno rispetto a Dominic e si ripropone lo stesso gap anagrafico esistente fra Nadal e Federer (mi si passi il doppio confronto, ma nei prossimi anni questa è una rivalità che vivrà parecchi episodi) – io ho l’impressione che Tsitsipas abbia il potenziale per diventare il n.1 del mondo. Soprattutto appena Djokovic, che ho rivisto parzialmente spento, gli darà anche lui via libera. Fra due anni? Secondo me ci sta. Ed è anche augurabile perché è un bel personaggio, come tennista e anche no. Francamente più di Thiem e Medvedev. Ciò detto però – e qui sono d’accordo con Zverevche tutti i quattro Slam nel 2020 vadano a finire nella bacheca dei soliti quattro non lo credo proprio.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Australian Open: Jannik Sinner ha più pazienza (e classe) dei suoi fan

Si pretende troppo da lui. Sbaglia chi si dichiara deluso per la sconfitta del tennista altoatesino con Shapovalov. E non era giusto dargli un giorno di riposo in più

Pubblicato

il

Per dare l’idea delle pesanti, esagerate aspettative che già perfino ieri sono cadute sui riccioli rossi di Jannik Sinner, siamo già al punto che una sconfitta arrivata per 6-4 al quinto set (3-6 6-3 6-2 4-6 6-4) dopo una maratona di quasi quattro ore e una palla mancata per il 5-5 contro il n.12 del mondo Denis Shapovalov, sembra essere percepita da molti impazienti appassionati come una piccola grande delusione.

Niente di più ingiusto. Il ragazzo altoatesino mostra una maggiore maturità rispetto ai suoi fan anche nella sconfitta che resta comunque dolorosa, la seconda al quinto set in uno Slam dopo il 76 s-ubito nel set decisivo con Khachanov a New York, e mi ha detto con grande lucidità e fairplay: “Ho dato quel che potevo, non ci sono scuse. Credo di aver fatto le scelte giuste anche se ho perso. Analizzerò con Riccardo Piatti se avrei dovuto giocare nel game finale lungolinea invece che incrociato, ma “Shapo” ha meritato di vincere perché i punti importanti li ha giocati meglio lui. Se perderò una terza volta al quinto set, magari mi preoccuperò, ma prima o poi vincerò”.

Jannik lo dice stropicciandosi gli occhi, come se non riuscisse neppure a tenerli aperti. Era visibilmente stanco, provato, ma ha rifiutato orgogliosamente di aggrapparsi al minimo alibi. Che tempra.

 

Eppure le attenuanti non mancherebbero. L’inevitabile stress per un torneo appena vinto meno di 24 ore prima, il secondo in carriera e di fila, tutta una serie di battaglie – anche due in un giorno – la “vendetta” consumata con un bel 7-6 al set decisivo in 3h e 10 m di rincorse con Khachanov dopo avergli annullato un match point.

Jannik ha perso la più bella partita del primo giorno d’Australian Open, dando ragione alle attese degli organizzatori che l’avevano programmata match clou nella sessione serale sulla Margaret Court Arena. La sfortuna ha voluto che Jannik si trovasse fra i 64 giocatori della metà alta del tabellone, quelli destinati a giocare il primo giorno.

Pazienza, dice lui. E noi con lui. Io stesso mi ero chiesto se non sarebbe stato più giusto che gli organizzatori consentissero ai finalisti di un altro loro torneo conclusosi domenica un giorno extra di riposo. Mi sono risposto che non sarebbe stato giusto. In fondo la finale del Melbourne 1 (Great Ocean Road) era previsto sulla corta distanza dei due set su tre (tant’è che Sinner ha vinto la finale in due). Perché quindi programmare due partite di fila di Slam, quindi tre set su cinque? Non sarebbe stato neppure conveniente per lo stesso Sinner. Figurarsi per Shapovalov. Non è colpa di Shapovalov se Sinner ha deciso di giocare un torneo che finiva di domenica, pur considerando le complicazioni che sono derivate dal giovedì in cui non si è potuto giocare.

Il neo 32 del mondo ha dimostrato che con il ventunenne mancino canadese non c’è proprio il gap di 20 posti del ranking ATP. Lo ha detto lui stesso in conferenza, a margine dei dei dovuti complimenti all’avversario: “Non c’è tutta questa differenza tra me e lui. Semplicemente, oggi ha giocato meglio di me i punti importanti“. Considerazione lucida e onesta che, mi pare, conti più di qualsiasi altra. Jannik ha 2 anni di meno, ve lo ricordo.

Nella prima ora di gioco, anzi, è stato decisamente superiore. Poi, calato d’intensità, ha perso secondo e terzo set per ritrovarsi sotto d’un break nel quarto. Ma con smisurato orgoglio ha rimontato e vinto il set. Purtroppo all’inizio del quinto ha subito lui il break che non è più riuscito a recuperare pur avendo sfiorato il cinque pari.

Non ha mai mollato insomma. Anzi ha lottato fino all’ultimissima palla, spendendo tutto quello che aveva. Ha perso, non ha accampato scuse, è una sconfitta che va vista in positivo. Forse è perfino più importante di una vittoria, e anche questa considerazione l’aveva fatta lui stesso in conferenza dopo aver battuto Travaglia. Non c’è nessuno motivo per perdere la nostra fiducia nelle sue qualità. Anzi, ce ne sono parecchi per credere ancora di più in lui.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Australian Open, 6 vittorie azzurre e 8 KO al primo turno: poteva andare meglio, no?

Con le delusioni Cecchinato e Seppi e l’amaro in bocca per Sinner, la risposta è sì. Bravissima Errani, e adesso può sorprendere Venus. Bello il derby Fognini-Caruso

Pubblicato

il

All’interrogativo posto dal titolo, a seguito di sei vittorie al primo turno e otto sconfitte, mi viene fatto di rispondere che sì, certo che poteva andare meglio.

Chiaro che è facile dirlo, scriverlo stando davanti a un computer, però le vittorie che io pensavo potessero arrivare con percentuali vicine al 50% e non sono venute – premesso che mi sarei accontentato della metà – erano quelle di Mager, Travaglia, Cecchinato, Cocciaretto e…(why not?) Sinner. Cinque speranze svanite.

Di vittorie inattese, comunque arrivate fuor di mio pronostico una sola: quella di Sara Errani sulla Wang. E brava Sara. Dovrei darle a questo punto fiducia anche con Venus Williams, 40 anni, all’ottantottesimo Slam? 73 anni in due, match più “anziani” anagraficamente è difficile ipotizzarli. Se Venus non riuscisse a fare 50 risposte vincenti sulle seconde dal basso di Sara, boh, magari ci scappa un’altra vittoria a sorpresa. Sara vanta un quarto di finale a Melbourne 2012, nove anni fa, ai suoi bei tempi (2012) e Venus ben altri record, compresa due finali (2003 e 2017), ma 40 anni pesano più di 33. Se – vista dalla prospettiva di Sara –  gli scambi si prolungassero e diventasse una gara di corsa, ci potrebbe essere lotta e sorpresa.

 

Tornando al bilancio di primo turno – con 14 azzurri al via: il record di 15 era stato nel ’92 – il primo duro colpo era arrivato dalla prima giornata dell’Australian Open, perché i maschi (che quest’anno eguagliavano il record di partecipazione del ’92 e di un anno fa con 9 presenze) sono schizzati fuori in tre su tre, Mager con Karatsev, seguito da Travaglia con Tiafoe e da Sinner con Shapovalov.

Nella seconda giornata gli altri sei uomini hanno chiuso sul 4-2, con le convincenti vittorie di Berrettini (Anderson), Fognini (Herbert), Sonego (Querrey) e Caruso (Laaksonen), tutte in tre set.  12 set a zero. Onestamente non pensavo che Seppi, ormai purtroppo un po’ in disarmo (anche se continua a battersi) potesse battere Cuevas, ma mi illudevo sul conto di Cecchinato, soprattutto dopo il primo set vinto su McDonald. Invece il Ceck ha perso le uniche due partite giocate qui in Australia (tra Slam e torneo di preparazione): la trasferta nella terra dei canguri è stata un vero disastro. Tant’è che ha dichiarato di essersene pentito. Se non si convince che sul cemento occorre giocare in modo diverso rispetto alla terra, temo che avrà poche soddisfazioni anche in avvenire.

BILANCI, TRA 2020 E 2021

Il bilancio uomini dunque è quattro vittorie, ben vissute, e cinque sconfitte, con quella di Sinner che brucia più delle altre solo perché è arrivato a un soffio dal 5 pari al quinto, quando avrebbe ancora potuto succedere di tutto dopo 4 ore di gioco e tanta stanchezza. Anche il bilancio delle cinque donne è negativo, due sole vittorie (Giorgi su Shvedova e Errani su Wang) e tre sconfitte (Trevisan con Alexandrova, Paolini con Karolina Pliskova, Cocciaretto con Barthel), ma direi che era nelle previsioni, salvo invertire la vittoria della Errani con la sconfitta della Cocciaretto.

Un anno fa il bilancio dei nove uomini si concluse allo stesso modo: quattro vittorie (Berrettini su Harris, Sinner su Purcell, Seppi su Kecmanovic, Fognini su Opelka), cinque sconfitte (Caruso con Tsitsipas, Travaglia con Garin, Sonego con Kyrgios, Cecchinato con Zverev, Giustino con Raonic). Delle quattro donne nel 2020 passò il primo turno solo Giorgi (su Lottner). Persero Trevisan con Kenin, Cocciaretto con Kerber, Paolini con Bunkova.

Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Un Sinner vittorioso avrebbe fatto la differenza, perché il secondo turno  che adesso è di Shapovalov (Tomic) lo avrebbe visto favorito e al terzo turno con Auger-Aliassime e poi al quarto con Schwartzman poteva esserci partita.

Ma rispetto a un anno fa, quando dei quattro superstiti tre persero (Sinner da Fucsovics, Berrettini da Sandgren, Seppi da Wawrinka) con Fognini che giunse agli ottavi (sconfitto da Sandgren) dopo aver battuto Thompson e Pella, forse stiamo un tantino meglio.

Intanto perché un azzurro al terzo turno c’è di sicuro e cioè il vincente del derby Fognini-Caruso, il cui esito mi incuriosisce non poco. E direi che si può pronosticare quasi sicuro anche Berrettini contro il ceco Machac n.199 ATP. Il quasi quarantenne Lopez, uno degli ultimi panda del serve&volley, ha sempre un tennis fastidioso per uno come Sonego che preferirebbe trovare avversari che gli danno ritmo, però 3 set su 5 dovrebbe far prevalere la sua maggiore freschezza. Insomma tre italiani al terzo turno come nel 2019 (Fognini, Seppi e Fabbiano) è un obiettivo eguagliabile.

Alle donne, il cui record di partecipazione è di nove e risale al 2004 (Garbin, Pennetta, Adriana Serra Zanetti e Grande eliminate al primo turno, Antonella Serra Zanetti, Schiavone e Camerin al secondo, Santangelo e Farina agli ottavi), credo non si possa chiedere che di… sopravvivere alla notte in cui, come detto, Errani affronta Venus Williams e, come non detto, Camila Giorgi sogna di ripetere contro Iga Swiatek il risultato conseguito quando Iga (sempre al secondo turno di Melbourne, due anni fa) non aveva ancora vinto il Roland Garros e… non era la Swiatek.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Sinner, Travaglia, ATP Cup: una domenica azzurra davvero speciale

Ma neppure bestiale. A Melbourne almeno un titolo non ci sfuggirà, con la settima finale tutta italiana. E battere la Russia di Medvedev e Rublev con Fognini e Berrettini è difficile, ma non impossibile

Pubblicato

il

ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non era mai successo che sei tennisti italiani si trovassero tutti impegnati, nella stessa domenica, in finale a tornei/eventi ATP, cioè quelli del maggior circuito. Finale tutta italiana fra Jannik Sinner e Stefano Travaglia nel Melbourne 1 (Great Ocean Road), finale di ATP Cup per l’Italia con Matteo Berrettini, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Andrea Vavassori che si troveranno alle prese – contro pronostico – con la Russia di Medvedev e Rublev.

Si tratta quindi di una circostanza che deve essere considerata assolutamente eccezionale. Intanto perché su 167 finali d’epoca professionista con un tennista italiano in gara dalla primissima dell’8 agosto del ’71 – quando Adriano Panatta batté Martin Mulligan a Senigallia – soltanto sei erano state fino a oggi le finali tutte italiane. E l’ultima, per l’appunto al mio circolo delle Cascine e che ricordo benissimo, risale a 33 anni fa! La vinse al CT Firenze, il 22 maggio 1988, Massimiliano Narducci su Claudio Panatta (3-6 6-1 6-4). Trentatre anni sono davvero tanti. Al “mio” torneo fiorentino i quarti furono giocati da Duncan-Mancini (6-2 5-7 7-5), Claudio Panatta-Rebolledo (6-1 7-6), Arraya-Frana (6-4 1-6 7-6) e Narducci-Yzaga (6-2 3-6 6-3), le semifinali Furono Panatta-Duncan (7-6 6-2) e Narducci Arraya (6-4 6-1).

Non ho avuto tempo di andare a ricercare chi fossero le prime teste di serie di quel torneo alle Cascine di 33 anni fa, ma in quello che si conclude oggi del Great Ocean Road Open – a proposito, che meraviglia la Great Ocean Road per raggiungere i “12 Apostoli”, 12 scoglioni pazzeschi al cui confronto i nostri due gloriosi Faraglioni di Capri escono ridimensionati – c’erano due top 20, Goffin n.14 e Khachanov n.20, poi Hurkacz n.29. Direi che questo torneo in cui Stefano Travaglia centra la prima finale in carriera – complimenti insieme al best ranking n.60! – e Sinner la seconda dopo quella vinta a Sofia contro Pospisil (6-4 3-6 7-6), fosse di livello superiore.

 

Jannik resterebbe n.36 se la perdesse, dovrebbe salire di 4 o 5 posti vincendo il torneo scavalcando così Lorenzo Sonego che dovrebbe scendere a 34. Insomma, se questo torneo si fosse potuto giocare una settimana prima, Sinner sarebbe stato testa di serie e avrebbe evitato di dover affrontare Shapovalov al primo turno. Non è per nulla scontato che Jannik debba perdere con il giovane canadese, però temo che possa arrivare ad affrontarlo un po’ stanco per le maratone di questi giorni, due partite venerdì, oltre tre di maratona con Khachanov questo sabato, la finale domenica e magari un tantino scarico prima di ritrovarsi subito già lunedì in campo contro Shapovalov in un duello sulla distanza dei tre set su cinque, dopo che gli organizzatori dell’Australian Open hanno deciso di far giocare i match della metà alta del tabellone maschile nel primissimo giorno, insieme a quelli femminili della metà bassa.

Jannik Sinner – ATP Melbourne 1, Great Ocean Road 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Forse Craig Tiley e il suo team avrebbero potuto (dovuto?) tener conto di chi era in finale questa domenica e dar loro un giorno di riposo in più. Sarebbe stato meglio, anche se poi c’è il rischio di dover giocare due match senza il consueto giorno di riposo. Intanto bravissimi Travaglia e Sinner, con il primo che ha vinto la sua semifinale con Monteiro in due set e con il secondo che ha avuto i nervi saldi e il coraggio per annullare un matchpoint sul 6-5 e ben 12 palle break in una giornata in cui il servizio (cinque break subiti e soltanto il 61% di prime palle) ha funzionato a intermittenza.

Ma bravissimo anche Fognini a vincere contro la sua bestia nera Carreno Busta che lo aveva messo sotto sette volte in sette precedenti duelli. Dopo la prima deludente prestazione di Fabio contro l’austriaco Novak c’era da preoccuparsi. Contro Paire si era tornati a sorridere ma con ancora qualche dubbio perché Paire per tutta la parte iniziale del match era sembrato più fuori di testa del solito. Ma adesso il tabù sfatato con Carreno Busta darà sicuramente ben altra fiducia a Fabio e al suo nuovo coach Alberto Mancini.

Con il suo avversario di stanotte, Rublev, Fabio ha un bel bilancio, cinque vittorie e una sconfitta (a Umago) e poi il suo tabellone all’Australian Open non è semplicissimo, il francese più forte in doppio Herbert e poi il vincente fra Caruso e Laaksonen per arrivare al terzo turno contro “leprotto” de Minaur, ma oggettivamente non è nemmeno così duro come quello toccato a Sinner (Shapovalov) e a Berrettini (Anderson).

E che dire adesso a proposito di Berrettini che dopo Thiem e Monfils ha dominato anche Bautista Agut senza perdere un set in tre partite ad altissimo livello? Beh, i superlativi usati “bravissimo” per gli altri tre tennisti per lui potrebbero risultare quasi “understatement”. Zero set persi contro giocatori di quel livello, sei game persi in totale sia con Thiem sia con Monfils, otto con Bautista Agut. Questo Berrettini ha tutta l’aria di poter essere competitivo anche con Medvedev, anche se è giusto considerarlo sfavorito. Ma per come ha giocato, e per il loro unico e combattuto precedente, Matteo potrebbe pure vincere. E poi c’è comunque il doppio. Non è che i russi siano due doppisti fenomenali. Fognini in Australia ha vinto uno Slam (con Bolelli), a Berrettini non è poi così facile strappare il servizio quando a rete c’è anche un Fognini che può intercettare le risposte. Insomma ragazzi… fiducia!

Si potrà pensare o dire che magari l’ATP Cup, alla sua seconda edizione è ancora una manifestazione di insufficiente tradizione (valore?) anche se dovevano parteciparvi 14 dei primi 16 tennisti del mondo. Si ha ancora la sensazione che i giocatori possano affrontarla con minor convinzione. Nadal che preferisce non giocarla, Thiem che un anno fa la giocò di peste ma poi invece fece un grandissimo Australian Open. Però è anche certamente vero che nessun top-player ha piacere di perdere e scende in campo fregandosene, soprattutto con rivali dello stesso calibro. Semmai si può avere un po’ meno concentrazione nelle fasi di preparazione al match. Anche il fatto che il capitano sia il coach del giocatore toglie un po’ di “stile” alla situazione, e non solo per il n.2 del team. Il capitano di Coppa Davis ha un altro impatto.

Matteo Berrettini – ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sarà dunque una domenica davvero speciale… Un po’ un peccato – non siamo mai contenti! – doverla vivere fino in piena notte e all’alba, dormendo poco per chi vorrà seguire la finale d’ATP Cup Italia-Russia da mezzanotte e la finale Sinner-Travaglia dalle 4 del mattino. Un programma che darà più ragione del solito a chi disse “la domenica è quel giorno che la mattina hai sonno, il pomeriggio hai mal di testa e la sera hai la paranoia del lunedì”. Un lunedì del tutto particolare, per l’appunto, perché cominciano due settimane di notti insonni per i veri appassionati e di superlavoro per chiunque collabori seriamente a un sito di tennis.

Una domenica speciale, ma comunque non… bestiale. Almeno un trionfo azzurro in un singolo evento siamo sicuri che potremo celebrarlo. E sarà il titolo numero 69 nella storia del tennis italiano Era Open. Gaudeamus.

TUTTI I 68 TITOLI ATP DEL TENNIS ITALIANO

1971 – A. Panatta (Senigallia)
1973 – A. Panatta (Bournemouth)
1974 – A. Panatta (Firenze)
1975 – A. Panatta (Kitzbuhel, Stoccolma), Bertolucci (Firenze)
1976 – Bertolucci (Barcellona, Firenze), A. Panatta (Roma, Roland Garros), Zugarelli (Bastad), Barazzutti (Nizza)
1977 – Barazzutti (Bastad, Parigi indoor, Charlotte), Bertolucci (Firenze, Amburgo, Berlino), A. Panatta (Houston)
1978 – A. Panatta (Tokyo)
1980 – A. Panatta (Firenze), Barazzutti (Cairo)
1981 – Ocleppo (Linz)
1984 – Cancellotti (Firenze, Palermo)
1985 – C. Panatta (Bari)
1986 – Canè (Bordeaux), Colombo (S. Vincent)
1987 – Pistolesi (Bari)
1988 – Narducci (Firenze)
1989 – Canè (Bastad)
1991 – Camporese (Rotterdam), Canè (Bologna), Pozzi (Brisbane)
1992 – Camporese (Milano), Pescosolido (Scottsdale)
1993 – Pescosolido (Tel Aviv)
1994 – Furlan (San Jose, Casablanca)
1998 – Gaudenzi (Casablanca)
2001 – Gaudenzi (St. Polten, Bastad)
2002 – Sanguinetti (Milano, Delray Beach)
2004 – Volandri (St. Polten)
2006 – Bracciali (Casablanca), Volandri (Palermo)
2011 – Seppi (Eastbourne)
2012 – Seppi (Belgrado, Mosca)
2013 – Fognini (Amburgo, Stoccarda)
2014 – Fognini (Vina del Mar)
2016 – Lorenzi (Kitzbuhel), Fognini (Umago)
2017 – Fognini (Gstaad)
2018 – Fognini (San Paolo, Bastad, Los Cabos), Cecchinato (Budapest, Umago), Berrettini (Gstaad)
2019 – Cecchinato (Buenos Aires), Fognini (Montecarlo), Berrettini (Budapest, Stoccarda), Sonego (Antalya)
2020 – Sinner (Sofia)

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement