Finali Davis: le lacrime dei serbi dopo l'eliminazione commuovono tutti

Editoriali del Direttore

Finali Davis: le lacrime dei serbi dopo l’eliminazione commuovono tutti

MADRID – Djokovic fatica a parlare ma “non mi chiedere della nuova Davis, leggi…”. Zimonjic si interrompe due volte e si copre il volto. Occhi arrossati per tutti quando Troicki: “È colpa mia, scusate. Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno e oggi mi ha tolto tutto”. Da Tipsarevic una grande lezione

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Team Serbia in conferenza - Davis Finals Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Madrid, il direttore

Piangono tutti. Una scena che non ricordo d’aver mai visto. Da Troicki che s’è mangiato due match point, a Djokovic che ne ha fallito uno, a Krajinovic che ha perso il suo singolare e piange come un bambino al capitano Nenad Zimonijc che si interrompe singhiozzando due volte (con Djokovic che gli mette prima una mano su una spalla e poi su una gamba per confortarlo).

Scrivevo l’altro giorno che credo di aver presenziato a 18000 conferenze stampa in 45 anni (e più…) da giornalista, ma una scena del genere giuro che non l’avevo mai vista, tanto che mi sono sentito in dovere a un certo punto di chiedere ai giornalisti presenti un applauso per Team Serbia, dopo aver ascoltato il commovente discorso strappalacrime anche per noi di un Troicki letteralmente devastato che con gli occhi arrossati di pianto e un’espressione da funerale si assumeva tutte le colpe: “Una volta Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno, mi ha dato la fortuna di vincere la Coppa Davis con il punto decisivo. Ora me l’ha portata via. Sono davvero molto deluso con me stesso. Ci sono state tante emozioni, un match durissimo, un solo punto che l’ha deciso, sono davvero delusissimo con me stesso per non essere riuscito a stare attento fino alla fine e chiudere!”). Un altro applauso spontaneo sarebbe scoppiato a fine conferenza dopo il toccante discorso di Tipsarevic (leggi più in basso).

 

I tennisti serbi non sono dei bambini, né degli junior. È gente esperta, passata attraverso mille battaglie – e non sto parlando di quelle vere che molti di loro hanno vissuto di persona o indirettamente tramite familiari e amici durante la sanguinosa guerra dei Balcani – ragazzi (Krajinovic) e giovanotti (Djokovic, Tipsarevic, Lajovic, Troicki, Zimonjic) che da sempre vivono nello sport e hanno giocato migliaia di incontri, vinto Davis, Slam e naturalmente anche perso diverse partite con match point a favore come contro, in singolo come in doppio.

Vederli tutti così disperati, tutti in lacrime come se avessero davvero perso una guerra con morti e feriti, evidentemente travolti da una commozione collettiva che deve averli coinvolti nell’ora e mezzo che hanno vissuto insieme negli spogliatoi prima di affrontare la stampa, ha finito per turbare e commuovere anche il sottoscritto.

Questa nuova Coppa Davis sta ricevendo grosse critiche da chi ricorda la vecchia – senza averne sempre compreso a fondo la crisi senza fine che attraversava – e i nostalgici sembrano oggi come oggi in maggior numero rispetto ai nuovi anche perché sono fortemente influenzati dalle carenze organizzative di questa prima edizione, dalle tribune insufficientemente riempite (tranne che quando gioca la Spagna, come è normale che sia), dagli orari folli e tuttavia inevitabile per i troppi incontri compressi in soli sette giorni, dai calcoli eccessivi che occorre fare per stabilire chi esce dai gironi e si batte per un secondo posto, dalle regole sbagliate e dalle tante magagne che emergono.

Ma tutto ciò premesso, chi dubitasse della voglia di battersi e di vincere questa Coppa Davis da parte dei giocatori avrebbe torto.

Non sono quindi d’accordo con Adriano Panatta per quel che ha detto ieri (ma anche Pietrangeli non le ha mandate a dire). Ho letto sulla rassegna stampa che trovate ogni giorno in fondo alla nostra home page di Ubitennis il suo pensiero in un’intervista resa a Gaia Piccardi del Corsera. Inciso per il lettore: la rassegna stampa consente di leggere (anche dall’estero dove magari i giornali italiani non è così facile comprarli) tutto quel che scrivono di tennis i nostri colleghi sulle varie testate. Io la consulto quotidianamente con grande interesse e posso capire che sia deformazione personale, ma mi stupisce che, sebbene tocchi scendere molto in basso per trovarla, non lo facciate un po’ tutti voi lettori.

Adriano appartiene certamente alla squadra dei nostalgici come tutti quelli che hanno giocato la Davis 40 anni fa. Riprendo questo stralcio dell’intervista, dacchè Adriano decreta: “I giocatori di oggi sono mercenari al servizio del business”.Io, premesso che penso che gran parte dei tennisti professionisti lo fossero anche 40 anni fa, riferisco qui l’osservazione della collega: -Però a Madrid danno l’anima fino alle prime luci dell’alba…

E lui: “E te credo! Non vogliono giocare la Davis spalmata nell’anno e gli va bene così: in una settimana, tutti insieme appassionatamente, si garantiscono l’ingaggio e la qualificazione per i Giochi. E nessuno, in patria, può accusarli di non essere attaccati alla bandiera. Ma è convenienza, non patriottismo. Si lavano la coscienza in sette giorni: cosa chiedere di più? Ma perché dovrei guardare la Davis ridotta così? Le cambino nome, sarebbe più serio”.

Beh, se Panatta fosse stato presente a questa conferenza stampa dei serbi, non avrebbe detto quello che ha detto. E, penso che non lo avrebbe detto anche se avesse seguito tutti i match che abbiamo visto noi a Madrid.

Non sono certo un ingenuo, è certo possibile che molti tennisti degli 80/90 che sono qui per le 18 squadre non sarebbero venuti a Madrid se non ci fossero stati tutti questi soldi in palio – 9 milioni e mezzo di montepremi – ma è vero che in campo danno tutti l’anima, financo all’alba come si è visto fra i doppisti italiani e americani. E la danno i tennisti multimilionari come gli altri meno ricchi. Ovunque ho notato uno spirito di squadra fortissimo e grande solidarietà fra compagni di equipe. Non solo serbi, ma russi, inglesi, italiani, americani, belgi…tutti insomma. Quindi tutti sono liberi di pensare quel che vogliono su questa Coppa Davis, ma chi sostenga che si tratta di esibizioni oppure che i giocatori se ne fregano, beh si sbaglia di grosso.

Non posso farvi vedere i visi di Djokovic e compagni, altro che con in fotografia, ma trascrivo qui alcune delle risposte. All’inizio tutte le domande sono per Djokovic che non ha nessuna voglia di rispondere, nero come un calabrone…con gli occhi rossi. Bill Simons, giornalista californiano veterano di Tennis Inside, la prende alla larga: “Novak giornata dura per te… Lo sport si riassume tutto in vittoria e sconfitta e tu sei stato parte di momenti molto speciali. So che sei appena uscito dal campo, puoi paragonare l’emozione di quando hai battuto Roger quest’estate e questa dura sconfitta?”.

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

Djokovic, occhi bassi, quasi se lo mangerebbe se avesse la forza: “Non sono d’accordo, con tutto il rispetto. Lo sport non è solo vittorie e sconfitte, è molto di più. Non si comincia a giocare a tennis perché si vuole vincere nella vita, ma perché ci piace fare quel che facciamo. Certo vincere o perdere a un livello professionistico influenza il tuo umore, la tua carriera. Quindi questa fa male, molto male. Questo tipo di incontri capitano una volta … magari per sempre, è così, la stagione è finita, voltiamo pagina e domani sarà diverso”. Un giornalista americano di ESPN fa peggio: “Cosa hai pensato prima di scendere in campo in doppio e cosa pensi del formato di questa Coppa Davis?  Djokovic non crede alle sue orecchie e si trattiene a stento: “Comincio dalla seconda domanda. Ho già parlato di questo argomento da 3 giorni, puoi leggere le precedenti conferenze…”.

Quando finalmente chiedono a Troicki dei tre match point, lasciando in pace Novak (cui mi son ben guardato di fare alcuna domanda), il povero Viktor parla a voce bassissima: “Non mi sono mai sentito peggio. Non ho mai sperimentato una momento del genere nella mia carriera, nella mia vita. Ho fatto perdere la mia squadra e me ne scuso…”.Fa proprio pena, avreste dovuto vedere la faccia. Può sembrare un’esagerazione tutto questo, quanto volte abbiamo sentito dire a tennisti sconfitti malamente ‘Beh non è la fine del mondo’?. Evidentemente in Serbia, probabilmente per cause storiche, il senso di appartenenza alla bandiera, al Paese, il patriottismo è quasi esagerato. Troicki prosegue dicendo la frase sopra già riportata ‘Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno…eccetera’.

Poi viene interpellato il capitano e gli viene chiesto: “I tuoi ragazzi sono davvero… sofferenti ora, come ti comporti con loro?”. E lui: “Quando giochi per il tuo Paese, una volta che decidi di farlo, fai di tutto per dare il meglio di te. Loro hanno dato tutto. A volte vinci, a volte perdi. Novak doveva vincere i due singolari (per arrivare ai quarti) ma dovevamo vincere come squadra altre partite per arrivare qua. Si vince e si perde come squadra, non importa chi porta un punto o l’altro. Tutti hanno fatto la loro parte, non solo ora, ma durante la carriera, e era una sensazione molto molto forte perché sapete che per Janko era l’ultima partita….”. E lì il grande e forte, barbuto Nenad, ha il groppo in gola, non trattiene le lacrime…si interrompe nascondendosi il viso con le mani. Poi dice solo: “Sorry” mentre il vicino Djokovic gli mette una mano sulla spalla, poi su una gamba.

In quel momento, con tutti un po’ turbati, mi viene spontaneo richiedere un applauso dei presenti alla squadra serba. “Potete fare un applauso alla squadra serba per lo sforzo che hanno compiuto?” Tutti applaudono convinti, all’unisono.

“Sorry, non è perchè abbiamo vinto o perso…” riprende Zimonjic che, per farla breve qui per voi, pur commuovendosi ancora sottolinea “siamo davvero grandi amici, il sogno era di celebrare tutti insieme una vittoria, ma a volte non accade. La cosa più importante però è quanto ciascuno di noi tiene all’altro, quando ci vogliamo bene e questo ci ha portato qui, voglio ringraziarli tutti. Oggi comincia a chiudersi il ciclo della generazione d’oro del tennis serbo, con il ritiro di Tipsarevic. Ma ci sarà una nuova generazione con Filip e Dusan che porteranno avanti il testimone e con Novak che rimarrà ancora per anni il nostro leader. Oggi abbiamo perso, ma si vince e si perde come team, ovviamente ci sarebbe piaciuto celebrare in altro modo la fine della carriera di Tipsarevic, e mi dispiace che lo abbiamo deluso”.

E giù lacrime di tutti sulle gote. Finché interviene il saggio, e più colto, della compagnia, Janko Tipsarevic: “Non sono le vittorie, le sconfitte, è questo sport che ti fa diventare duro; quelle emozioni che ti spingerebbero al suicidio in un giorno come questo, sono quelle emozioni che si vivono in 20 anni di gioco per il mio Paese e per me individualmente. Qualcuno di voi si è scusato con me, amici, ma io non accetto le vostre scuse perché nessuno di voi mi ha abbandonato in questi 20 anni. E non sono d’accordo con te Viktor (quando dici, ndr) che Dio ti ha tolto questo. Tu ci hai portato fino a quell’ultimo punto. Riguardo alla squadra, tutti sono miei fratelli e sarò sempre con la squadra in un ruolo o in un altro e vorrei ringraziarli tutti per essere stati con me in questo viaggio”.

Janko Tipsarevic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

Parte spontaneo un altro applauso all’indirizzo di tutti. Edmondo de Amicis con il suo “Cuore” non sarebbe riuscito a far di meglio. Se non avete versato nemmeno una lacrima… peggio per voi!

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)

È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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Editoriali del Direttore

Sinner e Musetti, attenti a quei due, ma non pretendete miracoli. E meno male che c’è Berrettini

La fortuna dell’uno è che c’è l’altro. E Matteo a fare da ombrello. Due tennisti precoci l’Italia non li ha mai avuti. Personalità e carattere da vendere. E se l’assenza del pubblico agli Internazionali di Roma aiutasse?

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Jannik Sinner - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Un giorno Musetti, un giorno Sinner, provano a farci dimenticare che il numero 1 del tennis italiano si chiama Matteo Berrettini e che è il tennista romano quello che ha nettamente più risultati, miglior classifica e più chances di andare avanti nel torneo al quale tutti i tennisti italiani tengono naturalmente e tradizionalmente tantissimo, in molti casi quanto e più che a uno Slam. Tant’è che in passato spesso alcuni tennisti italiani hanno avvertito una tale pressione da far registrare risultati deludenti, quando non veri e propri flop.

Tutto il mondo è Paese. Sam Stosur ha sempre giocato Australian Open disastrosi, idem Amelie Mauresmo al Roland Garros. Non era una questione di nemo propheta in patria. Era una questione di nervi fragili. Corrado Barazzutti, che pure è stato top-ten, era certo uno specialista della terra rossa e veniva considerato un duro a morire (anche se era un piangina, frignava sempre), a Roma ha perso quattro volte al primo turno, tre al secondo, cinque volte al terzo e due sole volte è arrivato nei quarti come miglior risultato. Anche Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Flavia Pennetta, come Corrado, hanno certamente giocato meglio altrove che a Roma.

Quest’anno, forse perché non c’è il pubblico sugli spalti, i tennisti italiani stanno facendo in gruppi risultati straordinari, sembrano esprimersi meglio. Sono più tranquilli. Anche se non cominciano bene reagiscono serenamente senza angosciarsi (Caruso con Sandgren, Berrettini con Coria), anche se non chiudono un set (Travaglia con Coric) o un match (Musetti nel secondo set con Wawrinka, Sinner nel secondo set con Tsitsipas) non perdono la testa, ma con calma vanno avanti per la loro strada, con personalità. E anche nei tiebreak, che una volta i “nostri”, da latini più emotivi, perdevano quasi sempre, adesso invece spesso li portano a casa. Che sia perché nessuno gli fa “buuhh” quando sbagliano una palla facile o mancano un’opportunità? Il dubbio c’è.

 

Che un tennista più esperto ci riesca è in fondo più normale. Che riescano a restare freddi anche i giovanissimi lo è meno. La componente emotiva, l’ambiente, ha sempre condizionato parecchio i nostri giocatori. I tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi anche per questo motivo. Farina, Schiavone, Pennetta, Vinci hanno giocato meglio e con maggior consapevolezza, quando erano più vicine alla trentina che a 20 anni. Ma anche fra gli uomini abbiamo avuto tanti casi di tennisti “sbocciati” in ritardo con il loro best ranking, quasi mai prima dei 23/24/25 anni ai loro migliori livelli: Pietrangeli, Panatta, Sanguinetti, Pozzi, Seppi, Starace, Fabbiano, Lorenzi, cito in ordine sparso. Altre nazioni hanno avuto enfant-prodige, Spagna, Francia, Svizzera, Germania, USA, Russia, Australia, Serbia, Croazia, Svezia, Argentina. Noi fino a oggi no.

Quindi, tornando ab ovo, Berrettini è sì il nostro miglior giocatore, 65 posti virtuali davanti a Sinner (n.73 virtuale dopo la vittoria su Tsitsipas), 193 davanti a Musetti (che ha fatto un balzo di 48 posti nella classifica virtuale per aver battuto Wawrinka, da 249 a 201), ma avrete notato che tutti i titoli dei media per questi primi degli Internazionali d’Italia se li sono presi i due ragazzini, Musetti e Sinner. Ci sarebbe, in aggiunta a Berrettini, anche un Fabio Fognini, 33 anni e a ridosso dei top-ten, da non dimenticare per quanto ha fatto negli ultimi dieci anni, di certo il miglior tennista italiano dai tempi di Panatta e Barazzutti. Ma ora non sembra ancora pronto e nessuno si aspetta granché da lui, per via dell’operazione alle caviglie e forse non solo. Avrà voglia di mettersi sotto torchio?

Ma si sa che le novità, i giovanissimi, hanno un appeal tutto particolare presso l’opinione pubblica e noi media, un po’ troppo ruffianamente a volte, gli diamo corda. È stato chiesto ieri a Berrettini se lui si sentisse un leader di questa covata di giovani promesse e lui è stato onesto a non cavalcare l’onda, ma a ricordare che “il tennis è uno sport individuale, ognuno corre per sé, anche se poi sono molto contento se il tennis italiano va bene e conquista successi importanti con più giocatori”.

Lo scorso anno, dopo la vittoria di Sinner nel torneo ATP-Next-Gen di Milano sui media si era finito per dare più spazio al “fenomeno” Sinner che a Matteo semifinalista a New York, top-ten e uno dei Magnifici Otto al Masters ATP di Londra. Talvolta Matteo, pur sorridendo, con tatto e ironia, aveva finito per mostrare qualche piccolissimo segno di insofferenza a ritrovarsi messo sullo stesso piano di Jannik, il quale naturalmente non aveva nessuna colpa se una vittoria fra i Next-Gen e con quelle regole bislacche veniva paragonata ai successi di Matteo fra gli adulti del massimo circuito professionistico, nel tennis vero.

Non c’è dubbio che battere Wawrinka e Tsitsipas siano due ottimi risultati. Restano tali anche se né Wawrinka, inguardabile nel primo set e fino al 3-1 del secondo, né Tsitsipas, irriconoscibile nel primo set e nel terzo, si sono certo espressi al meglio. I due ragazzi sono entrambi avanti rispetto a tutti i loro coetanei, lo dice la classifica, lo dicono i risultati, hanno entrambi talento e soprattutto hanno personalità, intelligenza, voglia di arrivare e attorno a loro equipe professionali fatte di persone in gamba. Oltre a un background familiare impeccabile: genitori seri, modesti, lavoratori, di sani principi. Tutto ciò aiuta. Aiuta tanto.

I due ragazzi sono sufficientemente umili. Sanno di essere solo all’inizio, di dover mangiare ancora tante pagnotte per salire ai vertici. Hanno le spalle forti. Sanno che senza lavoro non si arriva da nessuna parte importante nemmeno se si sembra predestinati. Sono giustamente ambiziosi e pensano di potercela fare a salire in alto, anche molto in alto, ma sanno anche che ci vorrà tempo. Anni, non mesi. Quanti nessuno può saperlo.

Stanno facendo esperienza, sono ben assistiti, ben programmati. Forse se Sinner non fosse andato a Kitzbuhel per approcciare il tennis sulla terra rossa, anche se al secondo turno ha giocato malissimo e c’è chi gli ha subito gettato la croce addosso, non avrebbe battuto Tsitsipas ieri. Soprattutto dopo essersi lasciato sfuggire di mano il secondo set quando pareva vinto. E i due matchpoint mancati non hanno lasciato tracce nella sua testa. Chapeau. Così come non le avevano lasciate nella testa di Musetti la rimonta di Wawrinka nel secondo set, il ritrovarsi a giocare un tiebreak contro un campione di 17 anni più anziano e mille volte più esperto. Entrambi hanno superato, in questi giorni e alla loro giovanissima età, momenti psicologici tutt’altro che semplici. Come quello di una vittoria quasi raggiunta che rischia di scivolarti di mano. Quanto carattere, quanta personalità ci vuole in quei casi!

L’Italia è fortunata ad avere trovato un Berrettini, cresciuto come tennista e uomo al fianco di una persona perbene e in gamba, dedicata come Vincenzo Santopadre, ma anche ad aver torvato due ragazzi come Sinner e Musetti per tutto quanto ho scritto sopra. E so bene che dietro di loro ce ne sono altri. Zeppieri con Musetti ha perso di strettissima misura. Mi dicono bene di Gigante, ma non ricordo di averlo visto giocare.

Ma la gran fortuna di Sinner è di avere un Musetti alle sue spalle che incalza, e la gran fortuna di Musetti è di avere un Sinner che gli sta davanti. Ciascuno dei due sa che… la scimmia sulle spalle pesa meno quando si è in due a portarla. Adesso l’attenzione generale si sposterà da uno all’altro – ed entrambi coperti dall’”Ombrello Berrettini”, senza pesare troppo né sulle spalle dell’uno né su quelle dell’altro. È un vantaggio di cui, ad esempio, Fognini ha potuto godere assai poco. E forse ha pagato anche questo handicap, a parziale giustificazione di troppe sue altre carenze manifestatesi negli anni.

Da anni e per anni è stato lui il n.1, quindi gioie e dolori, trionfi e disastri come ammonisce Rudyard Kipling fin dall’ingresso della club house dell’All England Club, applausi e fischi lo hanno regolarmente inseguito, anche perché per quel suo carattere spesso indisponente in campo quanto magari apprezzabile fuori (non con tutti, non con me), ha finito sempre per relegare al ruolo di comprimari quasi tutti i suoi connazionali e compagni di Davis. Il talento tennistico di Fognini non lo avevano altri che potessero aspirare ai suoi stessi traguardi. O lui o nessuno, si è detto per anni, poteva approdare fra i top-ten. E lui alla fine ce l’ha fatta, anche se ci ha messo una vita e ha centrato quel traguardo soltanto a 32 anni.

Per Sinner e Musetti, invece, tutti pensano che le possibilità ci siano per entrambi. Il potenziale però è una parola vuota. Quanti sembrava che ce l’avessero e non hanno combinato un bel nulla? E nel frattempo c’è un Matteo Berrettini che è n.8 del mondo e permette ai due giovani rampolli d’umile famiglia (molto meglio non essere ricchi e presuntuosi per arrivare) di percorrere la loro strada con maggior pazienza, senza ansie, senza che siano in troppi a pretendere subito miracoli a ripetizione. Quelli, per ora, vengono richiesti a Matteo. E troppe volte, lui per primo lo sa, si esagera.


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