Australian Open 2020, l'entry list maschile: ben otto azzurri al via

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Australian Open 2020, l’entry list maschile: ben otto azzurri al via

Da Berrettini a Caruso passando per l’esordio di Sinner: sono tre gli italiani in più aventi diritto all’accesso diretto rispetto allo scorso anno. Si rivedono del Potro e Dolgopolov

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È ufficiale la lista d’ingresso al tabellone maschile dell’edizione numero centootto del primo Major stagionale, la cinquantaduesima nell’era Open. Stilato dunque l’elenco dei centoquattro magnifici aventi diritto a un posto nel main draw, per un parterre dalle fortissime tinte azzurre: saranno addirittura otto gli italiani ai nastri di partenza, in attesa dei possibili rinforzi in arrivo dalle qualificazioni.

Un numero in crescita rispetto all’edizione dello scorso anno, quando gli italiani già all’inizio di dicembre sicuri di partecipare erano cinque. Come nel 2019, saranno al via Matteo Berrettini, Fabio Fognini, Marco Cecchinato e Andreas Seppi, mentre al momento è escluso Thomas Fabbiano, il quale spera tra gli alternates insieme a Paolo Lorenzi, Gianluca Mager e Alessandro Giannessi. La pattuglia sarà però incrementata dalle figure di Lorenzo Sonego, Jannik Sinner – in procinto di sperimentare per la prima volta la stagione dell’estate australe -, Salvatore Caruso e Stefano Travaglia. Stetone aveva in realtà preso parte alla kermesse di Melbourne anche lo scorso anno, ma passando dal tabellone cadetto.

(clicca per ingrandire)

Il listone, aperto dal numero uno del mondo Rafa Nadal e chiuso dal novantotto Egor Gerasimov, racchiude al solito la crème del tennis mondiale, ed è completato da sei giocatori in potere di appellarsi al ranking protetto: parliamo di Mackenzie McDonald, Vasek Pospisil, Cedrik-Marcel Stebe, Yen-Hsun Lu e soprattutto di Alex Dolgopolov e Juan Martin del Potro. L’ucraino, che inaugurerà il 2020 al Qatar Open di Doha, ha disputato l’ultimo match agli Internazionali d’Italia del 2018; Palito è fermo dall’ultimo torneo del Queen’s, dove si è fratturato il ginocchio destro nel corso del match di primo turno contro Denis Shapovalov.

In attesa di conoscere i nomi dei sedici giocatori che emergeranno dal torneo di qualificazione, sono già note tre delle otto wild card previste, quelle relative ai noti accordi trilaterali tra Australia, Francia e Stati Uniti: si tratta di Marcos Giron (USTA), Tatsuma Ito (Asia-Pacifico) e Hugo Gaston (FFT). Il cosiddetto Happy Slam scatterà lunedì 20 gennaio e chiuderà i battenti domenica 2 febbraio 2020.

AUSTRALIAN OPEN 2020: L’ENTRY LIST AGGIORNATA

 

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Australian Open: Halep va come un treno, Kontaveit maratoneta vincente

La rumena impartisce un duplice 6-4 a Mertens e approda ai quarti. Non ha concesso un set dall’inizio del torneo. Sfiderà la 25enne estone che è dovuta rimanere in campo oltre due ore e mezza per sconfiggere la giovane Swiatek

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Simona Halep - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Simona Halep fa sul serio a questi Australian Open. E, negli ultimi due anni, quando la rumena è arrivata in forma ad uno Slam, in pochissime sono riuscite a fermarla. Dall’inizio del torneo non ha concesso nemmeno un set alle sue avversarie. Ma se nei primi tre turni dall’altra parte della rete si era trovata di fronte tenniste ben meno attrezzate di lei, la sfida di ottavi di finale contro la belga Elise Mertens, testa di serie n.16 e capace di sorprenderla nella finale di Doha dello scorso anno, si presentava sulla carta come particolarmente insidiosa. E invece così non è stato, con Halep che con un periodico 6-4 ha liquidato la pratica in poco più di un’ora e mezza di gioco. La campionessa di Costanza ha così staccato il biglietto per i suoi quarti quarti (si perdoni la ripetizione) di finale a Melbourne. È dovuta stare in campo un’ora di più Anett Kontaveit, testa di serie n.28, per domare le velleità della giovane polacca Iga Swiatek. Kontaveit è venuta a capo di un’autentica battaglia conclusasi 6-7 7-5 7-5. Il modo migliore per raggiungere i primi quarti Slam, dove affronterà per l’appunto Halep. 

Simona Halep – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

HALEP-MERTENS – È Halep a fare il primo strappo nel match. Avanti per 2 a 1 nel primo set, la rumena sfrutta la terza palla break e mette la testa avanti. Mertens però la riaggancia subito sul 3 pari. La belga però soffre tanto sul suo turno di servizio ed è costretta di nuovo a cedere nel nono gioco. Con il servizio a disposizione, nonostante qualche patema, la due volte campionessa Slam chiude il parziale. Rincuorata dall’avvio positivo, Halep si porta sul 3 a 0 pesante nel secondo set. Mertens però continua a crederci e recupera entrambi i break, fino al 4 parti. È ancora il nono gioco ad essere fatale per lei però. Halep vince il suo quinto turno di risposta e poi va a portare a casa il match. A fronte di un maggior numero di vincenti (36 a 21), la fiamminga paga un numero molto più alto di gratuiti, ovvero 38, contro i soli 8 di Halep. A dimostrazione di una prova solida da parte della n.3 del mondo. 

KONTAVEIT-HALEP – Match come detto pieno di emozioni quello tra Kontaveit e Swiatek. Primo set equilibratissimo con le due tenniste che si scambiano break e contro-break fino ad arrivare al tiebreak, dove a prevalere è la 18enne polacca per 7 punti a 4. Secondo parziale altrettanto tirato e apparentemente destinato a concludersi nuovamente al tiebreak. A scongiurare questa eventualità arriva un break decisivo nel dodicesimo gioco in favore della estone che riporta in parità il conto dei set. Sulle ali dell’entusiasmo, Kontaveit si invola sul 5 a 1 nel parziale decisivo. La partita sembra finita quando l’estone va servire per il match. Ma da lì inizia la risalita di Swiatek che, con uno scatto di orgoglio, conquista 4 giochi consecutivi. Il super tiebreak sembrerebbe il finale più giusto. Ma Kontaveit piazza sul 6-5 in suo favore il break che le permette di conquistare il match dopo oltre due ore e quaranta di gioco. A fare la differenza per lei è un pizzico in più di lucidità nelle palle break rispetto all’avversaria: 64% di trasformazione contro 37% di Swiatek.

L’estone, allenata da Kim Sears, suocero di Andy Murray, dovrà recuperare le energie in vista di un complicatissimo primo quarto Slam contro Halep. Non vedo l’ora di giocare contro Simona. È una grande tennista e dovrò mettere in campo il mio miglior tennis. Questo è poco ma sicuro. È molto consistente. Dovrò essere aggressiva per metterla in difficoltà”, ha detto in conferenza stampa. Nelle uniche due occasioni in cui si sono affrontate, entrambe nella stagione 2017, a Roma e Miami, non c’era riuscita, rimediando nove game in due partite. Ma in questi due anni è migliorata tanto. Così come Halep d’altro canto si è trasformata da perdente di lusso in tennista di vertice, capace di travolgere le avversarie con il suo forsennato ritmo da fondocampo. Ci sono tutte le premesse perché riesca a farlo ancora. 

Anett Kontaveit – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il tabellone del torneo femminile (con i risultati aggiornati)

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Stavolta Rafa elogia Kyrgios, che si smentisce il giusto. Con un pensiero a Kobe

Nadal non ha obiezioni: “Ha dato il suo meglio per tutta la partita, quando il suo atteggiamento è questo può giocarsela con chiunque”. Ma Nick: “Lo sapevo già e mi interessa di più essere cresciuto come essere umano. Bryant per sempre un esempio”

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Rafa Nadal supera lo scoglio, anche psicologico, rappresentato dal nemico giurato Nick Kyrgios e attracca ai quarti di finale dello Slam australiano. Lo fa con una prova al solito sostanziosa e convincente, battendo un rivale che ha dato tutto concedendo poco alle digressioni extra campo. Stacca il pass, per giunta, imponendo lo stesso identico score dell’ultimo precedente andato in scena a Wimbledon: seitre, tresei, settesei, settesei; eppure, ascoltando Nick, ma anche Rafa se è per quello, la sfida dal punteggio identico è stata molto più combattuta sotto il cielo di Melbourne.

Mi sono sentito molto più vicino a lui stavolta rispetto al match di Londra – ha dichiarato Kyrgios -, perché ho giocato meglio e avuto molte più occasioni. Sul quattro pari al terzo sono riuscito ad arrivare un paio di volte ai vantaggi sul suo servizio, e se avessi vinto quel set credo avrei avuto molte chance di vincere la partita“. Il problema, e chi meglio di Nick può saperlo, è la ferocia con cui il mostro dall’altra parte del net gioca i punti da cornicione. “Lui è un campione, è ovvio, ha giocato molto bene, servito molto bene, usato lo slice e variato i colpi molto bene. In più, cosa fondamentale, ha interpretato i punti decisivi meglio di quanto abbia fatto io“. Chissà cosa sarebbe successo, qualora le condizioni fossero state più inclini alle sue preferenze… “Il campo era lento in modo snervante, soprattutto quando è calato il sole. Negli ultimi tre set la palla non viaggiava e io dovevo rischiare l’impossibile per fargli punto. Già normalmente è difficile, perché lui ti fa giocare sempre una palla in più, così è davvero troppo“.

Sia come sia, l’incontro è girato su non moltissimi game, anche se Rafa, avendo le sue ragioni, ha a lungo avuto la sensazione di avercelo sotto controllo, il match. “Ho governato i miei turni di battuta abbastanza serenamente e per lunghi tratti mi è sembrato di poter controllare piuttosto bene. Il problema è quando serve lui: è uno dei migliori battitori del circuito ma a differenza degli altri specialisti gioca benissimo anche da fondo, quindi ti mette sotto pressione per tutta la partita“. Soprattutto, e Rafa è costretto a commentare il fatto per l’ennesima volta, se l’unico obiettivo dell’australiano è vincere una partita di tennis. “Ho già risposto due giorni fa alla stessa domanda e non ho cambiato idea. Se riesce a pensare solo alla partita, proprio come ha fatto oggi, diventa molto pericoloso perché ha un talento enorme e può giocarsela con tutti, in qualsiasi torneo”.

 
Rafa Nadal – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La carineria viene riferita a Nick, il quale replica con modalità che non necessariamente stupiscono gli astanti. “Ringrazio Rafa, ma lo sapevo già. Lo so io e lo sanno tutti: il mio problema è mantenere un alto livello di concentrazione agonistica per più ore nella stessa partita e per più giorni nello stesso torneo. Ma ora mi sento motivato a proseguire su questa strada“. Soprattutto in un momento come questo, segnato da profondi rivolgimenti emozionali. “La situazione climatica e ambientale del mio Paese è ancora disastrosa, adesso l’attenzione si è spostata sul torneo e sembra che di problemi non ce ne siano più, invece poco è cambiato. Io ho provato e proverò a dare una mano per quanto sarò in grado di fare ma non per questo mi sento un eroe, mi sento solo molto triste“.

Perché l’atteggiamento di Kyrgios si può sezionare in mille modi e a volte se ne parla persino troppo, ma la sensibilità e il profondo istinto di solidarietà umana che permea il suo essere non dovrebbero essere in discussione. “Il periodo è nero. La notizia della morte di Kobe Bryant mi ha sconvolto. Non ho avuto il piacere di conoscerlo ma è stato un’icona dello sport, prima ancora che del basket. La pallacanestro è la mia vita, non passo una giornata intera senza guardare un match. Questa tremenda disgrazia mi ha dato un’ulteriore spinta per dare tutto me stesso in campo e credo che questa sensazione non mi abbandonerà“.

Nick Kyrgios con la canotta dei Lakers di Kobe Bryant – Australian Open 2020 (via Twitter, @atptour)

Rafa è ancora scottato dalle ultime vicende che lo legano al rivale appena battuto e non può concedere troppo agli elogi, ma le sue parole, oggi, hanno un altro sapore rispetto alle più recenti dichiarazioni in merito. “Io non ho mai avuto nulla contro Nick, contro il suo modo di essere imprevedibile e di interpretare le partite in modo inusuale. Ho avuto problemi con lui solo quando non ha reso giustizia al suo talento; quando con i suoi comportamenti non ha restituito una buona immagine del nostro sport. Ha il dovere di dare sempre il massimo, come ha fatto oggi, perché tutto il movimento ne gioverebbe. Io per primo mi diverto moltissimo a guardare le sue partite“. Kyrgios, com’è naturale, raccoglie fino a un certo punto. “Diventare un giocatore migliore non mi interessa, io voglio diventare un uomo migliore e credo che la strada sia quella giusta. Non avrei dovuto aver bisogno dei tremendi eventi sociali e umani che stiamo vivendo per diventarlo ma ognuno vive e segue il proprio percorso“. Che ci venga conservata una rivalità così.

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Del ranking che non dice tutto e di Tennys Sandgren

Per essere forti nel tennis servono tre cose. Se le hai tutte e tre, sei Nadal. Se ne hai due sei Ferrer. Se ne hai soltanto una, ma sai giocartela bene, forse sei Tennys Sandgren

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Tennys Sandgren - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Mi chiedo come mai non abbia una classifica migliore, ad essere onesti. Ogni volta che lo vedo giocare mi sembra che lo faccia molto bene. Ha molte armi a disposizione e merita di stare più in alto“. A parlare così di Tennys Sandgren, che ha estromesso Fognini dall’Australian Open, è stato il suo avversario successivo, Roger Federer. Non uno qualsiasi.

Lo svizzero interpreta un pensiero condiviso e condivisibile sul conto del tennista del Tennessee. Nella biografia minima di Sandgren c’è un best ranking di numero 41 e un titolo nel circuito maggiore (Auckland 2019) con una finale persa (Houston 2018). Di continuità, però, dalle sue parti se ne trova pochetta. Dopo il titolo di Auckland dello scorso anno, per esempio, Tennys ha perso tutte le partite giocate fino ad aprile, quando ha deciso di tornare transitoriamente nel circuito challenger fino a metà maggio per recuperare vittorie e fiducia. Sembrerebbero le statistiche di un tennista piuttosto mediocre, eppure Sandgren ha giocato tre ottavi Slam, due dei quali convertiti in quarti di finale. Il secondo lo ha giocato e (incredibilmente) perso contro Federer stanotte. Insomma, il suo score si impenna vertiginosamente verso l’alto quando si analizzano i suoi risultati negli Slam, molto più di quanto il suo rendimento medio lascerebbe intuire.

In top 100 – che Tennys chiudeva nell’ultimo aggiornamento di classifica, occupando proprio l’ultimo posto disponibile – ci sono 43 giocatori che hanno almeno l’età di Sandgren e quasi la metà di loro (19) non ha mai giocato un quarto Slam. 16 di questi 19 giocatori (si escludono solo Bedene, Berankis e Travaglia) hanno un best ranking migliore di quello di Sandgren, un dato che ci indurrebbe – forse frettolosamente – a considerarli giocatori migliori dello statunitense. Ma è davvero così? Il ranking, pur essendo una misura discretamente efficace nel determinare il valore di un tennista in un determinato momento della sua carriera, quanto ci dice della sua forza effettiva?

 

Questa considerazione vuole andare oltre il semplice quanto ovvio assunto che Sandgren non vale la centesima posizione che occuperà ancora per pochi giorni. Per accorgersi di questo basta vederlo giocare pochi minuti e apprezzare il servizio efficace, il grande atletismo e le doti di tocco per nulla disprezzabili. In generale, è il caso che esistano dei giocatori in grado di esprimere un picco di rendimento che per una serie di motivi non si traduce in una continuità apprezzabile sul lungo periodo. Raggiungere i quarti Slam una volta può anche essere un caso, ripetersi (dopo aver giocato un altro ottavo a Wimbledon) non è più ascrivibile all’insieme degli eventi casuali. Soprattutto quando si ha un bilancio di 7 vittorie e 7 sconfitte contro top 20 che questa settimana è diventato addirittura un 5-2 negli Slam. Dove in teoria il livello dovrebbe salire, assieme alle difficoltà di battere i migliori giocatori del mondo.

C’è chi dice che i numeri, torturati a sufficienza, confesseranno qualsiasi cosa. È altresì vera la considerazione opposta, ovvero che i numeri bisogna saperli leggere. Tra i sette top 20 sconfitti in carriera da Sandgren c’è per esempio Cecchinato un anno fa a Auckland, rispetto al quale è ragionevole affermare che non abbia mai valso – né probabilmente mai varrà – le prime venti posizioni del mondo sul veloce. Ci sono anche Berrettini e Fognini (due volte!), battuti a distanza di pochi giorni questa settimana, che però sono due tennisti molto diversi. Potente, metodico e ‘leggibile’ il primo, estroso, imprevedibile e dal servizio più tenero il secondo. Sandgren si è adattato con profitto a entrambi i matchup, dimostrando di non essere soltanto il classico americano impostato per fare sempre la stessa cosa. Ma c’è di più, perché non è mai soltanto una questione di tennis (o di Tennys).

Tennys Sandgren – Australian Open 2018 (foto via Twitter, @AustralianOpen)

Perché so cogliere bene le occasioni? Forse perché non me ne sono capitate così tante” ha spiegato Sandgren in conferenza dopo aver battuto Fognini. “Forse non dovrei essere qui. Il fatto che io sia qui mi fa sentire un po’ su di giri e voglio andare oltre le mie possibilità. Voglio fare bene, non voglio dare per scontato il tempo che passo sul campo circondato da così tanti tifosi dopo aver giocato molte volte di fronte a poche persone. Questo mi fa tirare fuori il meglio“. Qualche minuto dopo questa interessante considerazione, ha contestualizzato meglio cosa intendesse con quel ‘forse non dovrei essere qui’. “Ho trascorso gran parte della mia carriera senza neanche poter annusare queste opportunità. Ci sono giocatori anche migliori di me, contro cui ho giocato in challenger o futures, che hanno smesso di giocare perché non ci stavano dentro economicamente o a causa di infortuni. Io ho avuto abbastanza fortuna da poter continuare a cullare il mio sogno, ma c’erano sicuramente molte possibilità che andasse diversamente. I margini per avere queste opportunità sono sempre molto stretti“.

La chiave, probabilmente, è qui. La vulgata sulla capacità di tenere alta la concentrazione per molte settimane come parametro principale per valutare un tennista forse ha distorto la nostra prospettiva di analisi. Essere mediamente più pronti, disporsi nella condizione di cogliere il maggior numero delle occasioni di cui parla Sandgren non significa che poi le si coglierà. Certo le probabilità sono maggiori, e infatti rimane il modo migliore di riuscirci. Quando però tutto è concentrato nei confini di un singolo match, quando tutto il lavoro che hai svolto nella tua carriera dovrebbe confluire nella capacità di vincere l’ultimo quindici di una partita, la dedizione è un validissimo alleato ma non basta. Serve un po’ di sfrontatezza, serve un istinto particolare, bisogna essere dotati di una forma di talento – sì, è talento anche questo – che consente di trasformare un’opportunità in una conquista. Oppure di azzerare le opportunità per gli altri, come Sandgren ha saputo fare con le cinque palle break di Fognini.

Talvolta passa qualcuno che a questo istinto sa unire una cultura del lavoro spaventosa e vanta un talento fuori dal comune, e ti conviene fermarlo e chiedergli un autografo perché sicuramente si tratta di Federer, Nadal o Djokovic. C’è chi ha istinto e cultura del lavoro ma è dotato di un talento ‘solo’ importante e non straordinario, come per esempio David Ferrer. E poi c’è chi, come Tennys Sandgren, a fronte di un talento normale e di una dedizione alla causa tennistica non certo nadaliana può vantare quell’istinto che non si insegna. La capacità di comprimere nevrosi e insicurezze per un istante e mandare quell’ultima palla sopra la rete, entro le righe e fuori dalla portata dell’avversario.

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