Numeri: i punti "premio" dell'ATP Cup e la scalata di Andrey Rublev

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Numeri: i punti “premio” dell’ATP Cup e la scalata di Andrey Rublev

Ben sette giocatori hanno ottenuto almeno 200 punti dalla nuova ATP Cup. Il russo, con il titolo a Doha, ha guadagnato 60 posizioni in 6 mesi. Serena torna a vincere un titolo dopo tre anni

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7 – i tennisti che sono riusciti a guadagnare almeno 200 punti partecipando alla ATP Cup. Ai numeri uno delle finaliste Serbia e Spagna, Djokovic e Nadal, vanno infatti aggiunti i nomi di Medvedev, Bautista Agut, Goffin, Lajovic e Evans come giocatori capaci di ritoccare in positivo la loro classifica con la partecipazione all’esordio di questa manifestazione. Per capire meglio l’impatto sul ranking da parte della ATP Cup – alla quale hanno partecipato otto top ten (mancavano Federer e Berrettini) e complessivi sedici top 20 – basti pensare che diventano nove (si devono aggiungere Khachanov e Shapovalov) i tennisti che hanno incamerato almeno 150 punti, il bottino assegnato a chi raggiunge la finale in un ATP 250. La nuova competizione a squadre nazionali inventata dal sindacato giocatori a differenza dell’analoga Coppa Davis, ha dalla sua il grosso vantaggio di distribuire punti pesanti (sino a un massimo di 750 a giocatore) e anche tanti soldi (il montepremi complessivo di ben 15 milioni permetteva di far vincere a un singolo tennista potenzialmente oltre 800.000 dollari). Inoltre, sebbene posizionata in un momento della stagione in cui il vero obiettivo dei big è trovare la migliore forma in vista degli Australian Open, tecnicamente l’ATP Cup ha anche saputo fornire utili indicazioni in vista di Melbourne.

Ci ha detto che Nadal e soprattutto Djokovic sono in gran forma, così come lo è anche Medvedev (il russo ha perso solo uno dei suoi cinque incontri,  cedendo al fotofinish contro il numero 2 del mondo e da questa settimana è al best career ranking di 4 ATP). Almeno quattro incontri (sebbene giocando da numero 2 delle loro rappresentative e quindi contro avversari meno forti) sono stati vinti anche da Khachanov e Bautista Agut, con quest’ultimo che ha, come Djokovic, vinto tutte le sue sei partite giocate. Tra le delusioni, spicca Sasha Zverev: il tedesco ha rimediato un solo set complessivo nelle tre partite in cui è stato impegnato contro De Minaur, Shapovalov (nel rendimento uno dei migliori della ATP Cup) e Tsitsipas (anche il greco ha però deluso, perdendo gli altri due incontri con Kyrgios e Shapovalov). Analogo mediocre bottino tra i top ten lo ha raccolto Dominic Thiem, capace di sconfiggere Schwartzman, ma incappato in due sconfitte contro Hurkacz e Coric.

15 – i tornei giocati da Serena Williams prima di tornare a vincere un titolo e interrompere un’astinenza iniziata nel gennaio 2017. La ventitrè volte campionessa Slam – quando tre anni fa aveva lasciato temporanenamente l’attività per dare alla luce la figlia Alexis Olympia – era numero 1 al mondo, una posizione riconquistata con la vittoria degli Australian Open 2017 in finale sulla sorella Venus e che ha complessivamente occupato per 319 settimane (meglio hanno fatto solo Graf con 377 e Navratilova con 331). Serena, almeno sinora, non è più riuscita a trovare la forma e la continuità necessarie per tornare ai livelli ai quali aveva abituato: una serie di fastidi fisici (che l’hanno costretta anche a ritirarsi in tre dei tornei iniziati in questi due anni) non le hanno comunque impedito di raggiungere l’atto conclusivo del Premier 5 di Toronto la scorsa estate e soprattutto, di agguantare quattro finali nei Major (nelle ultime due edizioni di Wimbledon e US Open) e di risalire in classifica sino a stazionare con continuità nella top ten, a partire dallo scorso luglio.

Assente dal circuito dallo scorso settembre, quando aveva perso contro Andreescu nell’atto conclusivo del Major newyorkese, si è ripresentata per la seconda volta (aveva perso al secondo turno nel 2017) a Auckland per giocare il locale torneo della categoria International, per la prima volta da quando è diventata mamma. Una scelta fatta per trovare il giusto ritmo partita e che ha pagato doppiamente, regalandole anche fiducia in vista degli Australian Open: ha infatti incamerato il 73° titolo della carriera, un passaggio importante più dal punto di vista psicologico che tecnico. In Nuova Zelanda ha affrontato solo una top 30 (Anisimova, sconfitta in semifinale con un duplice 6-1), mentre le altre quattro vittorie sono arrivate contro tenniste comprese tra la 71° e la 100° posizione del ranking: nell’ordine ha infatti superato Giorgi (6-3 6-2), McHale (3-6 6-2 6-3), Siegemund (6-4 6-3) e, in finale, Pegula (6-4 6-3).

 

41- la posizione in classifica corrispondente sino alla scorsa settimana al best career ranking di Daniel Evans. Il giocatore britannico, reduce da una ATP Cup in cui si è imposto su Albot, Goffin e De Minaur (perdendo al terzo solo da Dimitrov), grazie ai 200 punti guadagnati in questa manifestazione ha fatto nella prima nuova classifica del 2020 il balzo in avanti più grande tra i tennisti presenti nella top 50, passando dalla 42° al 33° posto. E dire che quando nell’aprile del 2017 in seguito a un controllo dell’antidoping veniva trovato positivo alla cocaina e prima sospeso e poi squalificato per un anno, la sua carriera ad alti livelli sembrava conclusa. Pochissimi sembravano credere che a ventotto anni Evans avrebbe avuto la forza psicologica per tornare a buoni livelli, figuriamoci chi poteva immaginare sarebbe tornato più forte di prima.

Daniel, dotato di un gran talento tennistico, non aveva mai totalmente dedicato la sua vita alla sua professione, anzi nella sua “prima” carriera aveva terminato solo un anno nella top 100 (più che per i risultati, si era fatto notare per l’aforisma di Oscar Wilde “Ogni santo ha un passato, ogni peccatore ha un futuro” fattosi tatuare sull’avambraccio per ricordare di non giudicarlo). Proprio il 2017, l’anno della squalifica, era stata la sua migliore stagione in termini di risultati: la prima finale a livello ATP arrivava a Sydney (battendo per la prima volta un top ten, Thiem), seguita dai primi (e ancora unici) ottavi a livello Slam, conquistati a Melbourne. Terminata la squalifica e tornato nel circuito nel giugno 2018 senza classifica, è stato bravo a chiudere già nella top 200 quella stagione. L’anno scorso con la finale raggiunta all’ATP 250 di Delray Beach è rientrato nei primi 100, sino a trovare la continuità per chiudere al 42° posto del ranking. Il 2020 è partito per lui benissimo e ora (a maggio compirà 30 anni) il meglio sembra dover ancora venire.

60 – le posizioni scalate da Andrei Rublev in meno di sei mesi per raggiungere questa settimana il suo best career ranking. Il ventiduenne tennista russo era scivolato alla 78° posizione, a seguito di un periodo di involuzione- e di un infortunio al polso che lo aveva tenuto lontano dai campi per un mese e mezzo nella scorsa primavera- nel quale aveva raccolto appena undici vittorie negli ultimi diciotto tornei giocati in quel periodo. Allo storico e decadente torneo di Amburgo lo scorso luglio arrivava per lui la svolta: sconfiggeva nei quarti per la seconda volta un top ten (tra l’altro il verosimilmente secondo miglior giocatore al mondo sul ro cadjjbosso, Thiem) e arrivava sino in finale, dove si arrendeva in tre set a Basilashvili. Per colui che nel febbraio 2018 era stato sulla soglia della top 30 – grazie alla vittoria da lucky loser del torneo di Umago ed ai quarti agli Us Open 2017, più giovane tennista a riuscirci dal 2001 in poi – quella era la necessaria iniezione di fiducia per raggiungere i primi quarti di finale in un Masters 1000 a Cincinnati (sconfiggendo Wawrinka e, soprattutto, Federer), superare Tsitsipas a New York e vincere il secondo titolo della carriera a Mosca (in finale su Mannarino). La degna chiusura del 2019 era per lui rappresentata dalle quattro vittorie in altrettanti incontri di singolare alle Davis Cup Finals, dove ha aiutato la sua Russia a sfiorare la vittoria in semi contro il Canada. Avendo una classifica già molto buona, ma comunque da terzo giocatore russo, Andrei non ha potuto disputare l’ATP Cup e ha iniziato il 2020 partecipando per la terza volta consecutiva al ricco ATP 250 di Doha, dove nel 2018 aveva raggiunto la finale, persa contro Monfils. Per vincere -senza perdere un set- il terzo torneo in carriera Rublev non ha affrontato nessun top 60: nell’ordine ha prevalso su Kukhushkin(6-4 6-2), Herbert (6-4 6-3) e Kecmanovic (6-3 6-1) e, in finale, su Moutet (6-2 7-6).

89 – il numero percentuale di partite vinte in carriera in Australia da Novak Djokovic nel circuito maggiore. Il campione serbo, vincitore di sedici Slam e primatista assoluto agli Australian Open con ben sette successi (sei volte sono stati vinti da Roger Federer e Roy Emerson) ha confermato la scorsa settimana la sua grande capacità di arrivare in buonissima condizione a inizio anno e la grande adattabilità al clima e alla superficie di gioco australiana. Se a Melbourne vanta un invidiabile record di sessantotto vittorie e otto sconfitte, il suo bottino down under in partite ufficiali comprende anche i cinque match vinti -a fronte di nessuna sconfitta – ad Adelaide nel 2007 (quando vinse il terzo titolo della carriera, il primo sul cemento all’aperto) e i meno buoni bottini raccolti a Sydney (2W-1L) e Brisbane (sconfitta all’esordio), entrambi datati 2009.

Non sorprende il suo grande rendimento nella prima edizione della ATP Cup, dove è stato trascinatore della Serbia nella conquista della prima edizione di questa nuova competizione, grazie alla vittoria dei dei due doppi giocati (tra cui quello decisivo in finale contro la Spagna, in cui affinancato da Troicki ha affrontato Carreno Busta e Feliciano Lopez) e di tutti e sei gli incontri di singolare nei quali è stato impegnato (avendo tra l’altro la meglio su due top 5, un top 10 e un top 20). Non ha perso nemmeno un set nel girone preliminare giocato a Brisbane contro Garin (duplice 6-3), Anderson (in due tie-break) e Monfils (6-3 6-2) e a Sydney ha ulteriormente alzato il livello di gioco per uscire da due battaglie di oltre due ore e mezza contro Shapovalov (4-6 6-1 7-6) e Medvedev (6-1 5-7 6-4) e per superare in due parziali il numero 1 al mondo, Rafael Nadal (6-2 7-6). Un autentico trascinatore per una Serbia che per vincere l’ATP Cup nei sei tie necessari per il successo ha perso appena tre incontri (i due singolari di Lajovic contro Paire e Bautista Agut e il doppio, a risultato acquisito, contro il Cile). Per Nole anche preziosi 660 punti in classifica, che gli permettono di accorciare a 520 quelli di distanza da Nadal.

Novak Djokovic – ATP Cup 2020 (via Twitter, @ATPCup)

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Original 9: Jane ‘Peaches’ Bartkowicz

Quarto dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Jane ‘Peaches’ Bartkowicz, che trovò la sua prima racchetta tra i cespugli

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Jane 'Peaches' Bartkowicz (via Twitter, @WTA)

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La quarta protagonista è Peaches Bartkowicz, nata il 16 aprile 1949, che ripercorre gli esaltanti giorni di settembre 1970, quando sostenne le Original 9. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Originaria del Michigan, Jane ‘Peaches’ Bartkowicz aveva 21 anni quando si è iscritta per giocare nel controverso torneo Virginia Slims Invitational di Gladys Heldman. Dopo una carriera giovanile stellare coronata da innumerevoli titoli nazionali e dalla vittoria del singolare femminile a Wimbledon all’età di 15 anni, Bartkowicz ha conquistato consecutivamente il singolare e il doppio a Cincinnati nel biennio 1966-67, il Canadian Open nel 1968 e ha raggiunto due volte i quarti di finale allo US Open.

Membro della vittoriosa squadra americana di Fed Cup nel 1969, lasciò il Tour nel 1971 con all’attivo vittorie su Evonne Goolagong e Virginia Wade.

 

Peaches riflette: “La mia famiglia non poteva permettersi lezioni di tennis – mio padre lavorava nella catena di montaggio di una fabbrica di automobili – ma quando ero bambina vivevo vicino a un parco con dei campi pubblici, lì ho trovato una racchetta tra i cespugli. C’era un muro e ci avrei giocato contro per tutto il tempo. Ero determinata, diventai molto precisa e questo è stato probabilmente il mio più grande punto di forza. Mi ha aiutata perché non avevo il talento di molte altre giocatrici, e per di più non ero così veloce in campo!“.

Sono stata supportata come junior, ma in seguito il costo dei viaggi per gli eventi è diventato un vero problema. Ricordo di essere andata in Europa, di aver vinto i primi sei tornei a cui ho partecipato e in effetti di aver perso del denaro. Era fuor di dubbio che qualcosa andasse fatto, così quando venne organizzato il torneo di Houston non esitai, soprattutto perché sapevo che c’era Gladys Heldman dietro l’iniziativa. Era la proprietaria di una rivista di tennis, era una donna, e sua figlia Julie avrebbe partecipato al torneo, perciò sapevo che era interessata a noi. Onestamente, Gladys mi intimidiva, era una donna molto decisa, ma era anche molto gentile, ed ero sicura che sapesse cosa stava facendo”.

Quando in squadra hai qualcuno come Gladys, Virginia Slims e hai gente come Billie Jean, Rosie e Nancy, non credo che si possa sbagliare. Eravamo molto preoccupate della situazione nel tennis, ovviamente, ma allo stesso tempo credevamo che il cambiamento dovesse avvenire anche in altre aree della società. Capii che se si riesce a fare qualcosa del genere nel tennis, nel mondo del lavoro, o in qualunque altro campo, può esserci un effetto domino che alla lunga porterà benefici a tutti“.

Sapevo che sarebbe stato difficile, sapevo che ci sarebbe voluto del tempo, ma non ho mai pensato che il nuovo circuito avrebbe fallito. Ho sempre creduto che sarebbe stato qualcosa di grande. Tuttavia, nonostante amassi giocare a tennis, ho trovato molto difficile l’aspetto promozionale delle cose. Ero timida e non avevo un buon rapporto con il pubblico… è stato uno dei motivi per cui ho lasciato il tennis così giovane. Quando sono cresciuta, mi sono aperta di più e ho pensato: perché non avrei potuto essere così prima? Ma non ho rimpianti. Ho una famiglia meravigliosa, tutto ha funzionato“.

(Intervista realizzata da Adam Lincoln)


Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Peaches Bartkowicz.

Chi era il tuo idolo?
“Da giovane il mio idolo era Maria Bueno. Amavo la sua grazia e il suo stile di gioco perché il mio non era minimamente vicino al suo, apprezzavo molto l’armonia dei suoi movimenti in campo, quasi da ballerina (Maria Bueno, morta nel giugno 2018, veniva infatti soprannominata ‘Tennis Ballerina’)

I tuoi colpi migliori come tennista?
“I miei colpi migliori erano il rovescio a due mani e la precisione”.

Torneo preferito?
“Il mio torneo preferito era lo US Open a Forest Hills. All’epoca ero letteralmente incantata da quell’arena e anche se oggi può sembrare piccola, (nel frattempo il torneo si è spostato a Flushing Meadows, ndt) mi sono divertita a giocarci; in più era negli Stati Uniti”.

Cosa serve per essere un campione?
“Per essere un campione ci vuole un sacco di duro lavoro e penso che per rimanere al top si debba avere il killer-instinct, non arrendersi mai ed essere molto determinati”.

Momento clou della tua carriera nel tennis?
“Il momento clou della mia carriera tennistica è stato vincere incredibilmente 17 campionati nazionali dagli 11 ai 18 anni, ho sempre vinto contro giocatrici della mia stessa fascia di età e contro quelle più grandi, non ho mai perso una partita in quegli anni”.

La partita che credevi fosse vinta?
“Credo sia quella persa per un punto contro Ann Jones. In quegli anni bastava staccare di un punto l’avversario per vincere il tie-break, mentre oggi sono necessari due punti. Ho perso l’ultimo set 5 a 4, quindi tecnicamente solo un punto ha davvero fatto la differenza”.

La tua tennista preferita di oggi?
“In realtà non guardo molto tennis, ma quando lo faccio mi impressiona molto come gioca Osaka”.


Traduzione a cura di Andrea Danuzzo

  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman
  3. Original 9: Judy Dalton


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Djokovic e Barty, l’inquietudine dei numeri 1

Nole non apprezza le misure restrittive da adottare in caso si giochi lo US Open. Barty cauta: “Voglio avere tutte le informazioni prima di decidere”

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Novak Djokovic - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Con la sospensione dei due circuiti ancora ferma al 31 luglio, gli occhi di tutti sono puntati sul mese di agosto che ospita tradizionalmente i tornei dello swing nordamericano sul cemento. In particolare le preoccupazioni si affollano intorno agli US Open, il cui effettivo svolgimento è ancora in dubbio.

Recentemente sull’argomento si è espresso Rafael Nadal, il quale ha dichiarato che ad oggi non si sentirebbe sicuro ad andare a New York, ma che la situazione potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Lo spagnolo più che altro si è espresso affinché tutti i giocatori possano avere uguali possibilità. “È difficile per me pensare che si possano organizzare tornei sicuri per la salute di tutti e ‘giusti’ per tutti. Quando dico giusti, intendo che ogni giocatore di ogni parte del mondo deve avere la possibilità di poter viaggiare e giocare. (…) Finché non saremo sicuri al 100% secondo me dobbiamo aspettare un po’ di più. Il nostro sport non è come il football o altri sport che si possono giocare in un solo Paese, nel tennis si mischiano persone che provengono da tutto il mondo, le complicazioni sono tante“.

Sullo stesso tema ha rilasciato dichiarazioni anche il numero uno al mondo Novak Djokovic. Il serbo ha riferito a Prva TV di aver parlato con i piani alti del tennis per capire un po’ di più sulla situazione e ha giudicato negativamente le misure di sicurezza, a suo dire “estreme, pianificate dagli organizzatori. “Ho avuto una conversazione telefonica con i leader del tennis mondiale, si è discusso sul proseguimento della stagione, principalmente sugli US Open previsti a fine agosto, ma non si sa se si terranno. Le regole che hanno detto che dovremmo rispettare per essere lì, per giocare, sono estreme“.

 

Novak ha elencato poi con disappunto alcune di queste misure, non certo irragionevoli. “Non avremmo accesso a Mahnattan, dovremmo dormire negli hotel dell’areoporto, essere testati due o tre volte alla settimana. Inoltre potremmo portare una persona al club, il che è davvero impossibile. Voglio dire, è necessario il tuo allenatore, il preparatore atletico, il fisioterapista. Tutti i loro suggerimenti sono davvero rigorosi, ma posso capire che per motivi finanziari, a causa dei contratti già esistenti, gli organizzatori vogliono che si tenga l’evento. Vedremo cosa accadrà“.

Anche l’altra numero uno al mondo del tennis, Ashleigh Barty, ha voluto dire la sua, mantenendo una certa cautela sull’eventuale ripresa del circuito. L’australiana vuole essere certa della situazione per preservare la propria salute e quella del suo team. “È eccitante che si parli di nuovo del tennis e che le cose si stiano muovendo nella giusta direzione per iniziare le competizioni”, ha detto al Sydney Morning Herald. “Ma avrei bisogno di capire tutte le informazioni e i consigli della WTA e della USTA prima di prendere una decisione sui tornei statunitensi. Non riguarda solo me, devo considerare anche il mio team”. Ad ogni modo, sembra che ATP e WTA faranno un punto della situazione mercoledì prossimo (10 giugno) per quanto riguarda gli US Open e il resto della stagione.

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Quanto è importante una vittoria Slam junior?

Perché qualche piccolo campione diventa un campione da grande e qualcuno invece non lo diventa? Proviamo a scoprirlo con una mini-serie di tre articoli. Gli esempi di Quinzi e Berrettini

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Roger Federer - Wimbledon junior 1998

Quante volte ci è capitato di assistere alla finale di un importante torneo junior, magari proprio di un torneo dello Slam, e pensare ai giocatori in campo come futuri campioni? Si tratta di un esercizio comprensibile e affascinante, per cimentarsi nel quale è però difficile delineare parametri oggettivi di giudizio. Cercheremo di fare luce sull’argomento con una serie di tre articoli; se questo svilupperà in linea generale il tema dell’importanza di vincere uno Slam da ragazzi, nei due successivi si scenderà nel dettaglio con due casi esemplificativi – quantomai opposti. Quello di Gianluigi Quinzi, campione di Wimbledon juniores nel 2013 e poi invischiato in una difficile transizione verso il circuito maggiore, e quello di Matteo Berrettini, che invece ha auto una carriera juniores tutto sommato modesta e ora occupa la top 10.

PICCOLI CAMPIONI, CAMPIONI DA GRANDI? – Molti sostengono che il raggiungimento di certi traguardi a livello junior sia garanzia di una carriera di alto livello anche nel circuito maggiore. I numeri però parlano chiaro, e non confermano affatto questa tendenza.

In termini di risultati conseguiti, il parametro più veritiero da prendere in considerazione per definire “alto livello” è probabilmente la top 100. Se prendessimo in esame i vincitori junior nei tornei dello Slam maschili nel decennio 2006-2016, potremmo notare come tra i 40 diversi ‘campioncini’ soltanto 22 siano poi riusciti a confermarsi tra i grandi; si parla quindi di poco più del 50%.

Tra questi ci sono nomi che ormai siamo abituati a sentire. Qualcuno di loro ha raggiunto posizioni di vertice nel ranking ATP, come Zverev, Shapovalov, Dimitrov, Kyrgios, Auger Aliassime e Rublev. Poi ci sono nomi come quelli di Luke Saville o Filip Peliwo, che a molti non diranno nulla, ma che per alcuni periodi hanno dominato così tanto nel circuito junior da essere considerati, soprattutto nei rispettivi paesi, dei campioni in erba dal futuro certo. Ad oggi, entrambi si trovano fuori dai primi 300 ATP, ancora “impantanati” nel circuito challenger.

Partendo dal presupposto che non esiste una verità assoluta che spieghi perché la carriera di alcuni sia decollata e quella di altri no, può essere interessante provare ad analizzare quali siano i fattori che intervengono in questo passaggio, e che rendono cosi imprevedibile il futuro di questi promettenti ragazzi. Quel che è certo, è che la mancanza anche di un solo fattore può compromettere l’intera carriera.

Gael Monfils, campione di Wimbledon junior 2004 (ph. Gianni Ciaccia)

BRACCIO E TESTA – Il fattore tecnico e quello tattico sono certamente importanti ma non fondamentali da considerare, perché se un giocatore è in grado di vincere una prova Slam junior, è implicitamente supportato da mezzi tecnico-tattici adeguati che allenati e migliorati difficilmente non saranno competitivi nel circuito maggiore. Raramente abbiamo visto ragazzi under 18 di alto livello con evidenti difetti tecnici; chi ne aveva qualcuno e ci è arrivato comunque, aveva altre doti che compensavano queste mancanze. Questo discorso può valere anche per l’aspetto psicologico.

Raramente abbiamo visto fenomeni junior non emergere a causa di evidenti limiti di natura mentale. Semmai questo aspetto si è rivelato un ostacolo insormontabile per compiere il passo successivo, ovvero il salto di qualità per raggiungere posizioni di vertice nel ranking (noi italiani ne sappiamo certamente qualcosa).

 

IL FISICO – Di maggiore predominanza è il fattore fisico, sia in termini di preparazione ma anche di prevenzione degli infortuni, che in una fase di costruzione come questa rischiano di compromettere la carriera. I giocatori hanno sempre più caratteristiche simili con strategie di gioco altrettanto simili, palline e superfici di gioco si stanno uniformando sempre di più, per questo motivo l’aspetto fisico diventa fondamentale. Un dato che può ben rendere questo concetto, è l’altezza media dei migliori giocatori delle nuove generazioni. Zverev è alto 198 cm, Khachanov 198 cm, Medvedev 198 cm, il nostro Matteo Berrettini 196 cm, Opelka addirittura 211; numeri che fanno apparire i 183 centimetri di De Minaur, che non sono pochissimi, un altezza da pigmeo.

LE SCELTE – Ultimo, ma non meno importante è l’aspetto che riguarda le scelte del giocatore in termini di team e di programmazione, perché nella fase iniziale della carriera molti hanno commesso non poche leggerezze. Se è certamente vero che un campione Slam junior è pronto per affacciarsi tra i pro, è altrettanto vero che questo passaggio deve essere graduale e non repentino; ne sa qualcosa Donald Young, battezzato negli USA come futuro numero 1, che nei suoi primi passi nel circuito ha beneficiato di wild card a più non posso dalla USTA, con pessimi risultati.

Lo staff, in particolare il coach, diventa fondamentale sia per la programmazione, sia per filtrare la pressione mediatica che inevitabilmente si crea attorno a un ragazzo promettente.

Riccardo Piatti e Jannik Sinner – Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

Quindi è davvero importante una vittoria Slam a livello junior? Sì. È decisiva? Assolutamente no. L’attività under 18 al giorno d’oggi è probabilmente troppo esasperata, e questo non è affatto positivo perché si finisce per perdere di vista gli obiettivi a lungo termine, giocando tornei su tornei alla ricerca spasmodica del risultato quando la priorità dovrebbe essere la costruzione di un tennista completo. Rimane comunque una fase del cammino, sì transitoria, ma imprescindibile.

Carlo Piaggio

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