Numeri: i punti "premio" dell'ATP Cup e la scalata di Andrey Rublev

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Numeri: i punti “premio” dell’ATP Cup e la scalata di Andrey Rublev

Ben sette giocatori hanno ottenuto almeno 200 punti dalla nuova ATP Cup. Il russo, con il titolo a Doha, ha guadagnato 60 posizioni in 6 mesi. Serena torna a vincere un titolo dopo tre anni

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7 – i tennisti che sono riusciti a guadagnare almeno 200 punti partecipando alla ATP Cup. Ai numeri uno delle finaliste Serbia e Spagna, Djokovic e Nadal, vanno infatti aggiunti i nomi di Medvedev, Bautista Agut, Goffin, Lajovic e Evans come giocatori capaci di ritoccare in positivo la loro classifica con la partecipazione all’esordio di questa manifestazione. Per capire meglio l’impatto sul ranking da parte della ATP Cup – alla quale hanno partecipato otto top ten (mancavano Federer e Berrettini) e complessivi sedici top 20 – basti pensare che diventano nove (si devono aggiungere Khachanov e Shapovalov) i tennisti che hanno incamerato almeno 150 punti, il bottino assegnato a chi raggiunge la finale in un ATP 250. La nuova competizione a squadre nazionali inventata dal sindacato giocatori a differenza dell’analoga Coppa Davis, ha dalla sua il grosso vantaggio di distribuire punti pesanti (sino a un massimo di 750 a giocatore) e anche tanti soldi (il montepremi complessivo di ben 15 milioni permetteva di far vincere a un singolo tennista potenzialmente oltre 800.000 dollari). Inoltre, sebbene posizionata in un momento della stagione in cui il vero obiettivo dei big è trovare la migliore forma in vista degli Australian Open, tecnicamente l’ATP Cup ha anche saputo fornire utili indicazioni in vista di Melbourne.

Ci ha detto che Nadal e soprattutto Djokovic sono in gran forma, così come lo è anche Medvedev (il russo ha perso solo uno dei suoi cinque incontri,  cedendo al fotofinish contro il numero 2 del mondo e da questa settimana è al best career ranking di 4 ATP). Almeno quattro incontri (sebbene giocando da numero 2 delle loro rappresentative e quindi contro avversari meno forti) sono stati vinti anche da Khachanov e Bautista Agut, con quest’ultimo che ha, come Djokovic, vinto tutte le sue sei partite giocate. Tra le delusioni, spicca Sasha Zverev: il tedesco ha rimediato un solo set complessivo nelle tre partite in cui è stato impegnato contro De Minaur, Shapovalov (nel rendimento uno dei migliori della ATP Cup) e Tsitsipas (anche il greco ha però deluso, perdendo gli altri due incontri con Kyrgios e Shapovalov). Analogo mediocre bottino tra i top ten lo ha raccolto Dominic Thiem, capace di sconfiggere Schwartzman, ma incappato in due sconfitte contro Hurkacz e Coric.

15 – i tornei giocati da Serena Williams prima di tornare a vincere un titolo e interrompere un’astinenza iniziata nel gennaio 2017. La ventitrè volte campionessa Slam – quando tre anni fa aveva lasciato temporanenamente l’attività per dare alla luce la figlia Alexis Olympia – era numero 1 al mondo, una posizione riconquistata con la vittoria degli Australian Open 2017 in finale sulla sorella Venus e che ha complessivamente occupato per 319 settimane (meglio hanno fatto solo Graf con 377 e Navratilova con 331). Serena, almeno sinora, non è più riuscita a trovare la forma e la continuità necessarie per tornare ai livelli ai quali aveva abituato: una serie di fastidi fisici (che l’hanno costretta anche a ritirarsi in tre dei tornei iniziati in questi due anni) non le hanno comunque impedito di raggiungere l’atto conclusivo del Premier 5 di Toronto la scorsa estate e soprattutto, di agguantare quattro finali nei Major (nelle ultime due edizioni di Wimbledon e US Open) e di risalire in classifica sino a stazionare con continuità nella top ten, a partire dallo scorso luglio.

Assente dal circuito dallo scorso settembre, quando aveva perso contro Andreescu nell’atto conclusivo del Major newyorkese, si è ripresentata per la seconda volta (aveva perso al secondo turno nel 2017) a Auckland per giocare il locale torneo della categoria International, per la prima volta da quando è diventata mamma. Una scelta fatta per trovare il giusto ritmo partita e che ha pagato doppiamente, regalandole anche fiducia in vista degli Australian Open: ha infatti incamerato il 73° titolo della carriera, un passaggio importante più dal punto di vista psicologico che tecnico. In Nuova Zelanda ha affrontato solo una top 30 (Anisimova, sconfitta in semifinale con un duplice 6-1), mentre le altre quattro vittorie sono arrivate contro tenniste comprese tra la 71° e la 100° posizione del ranking: nell’ordine ha infatti superato Giorgi (6-3 6-2), McHale (3-6 6-2 6-3), Siegemund (6-4 6-3) e, in finale, Pegula (6-4 6-3).

 

41- la posizione in classifica corrispondente sino alla scorsa settimana al best career ranking di Daniel Evans. Il giocatore britannico, reduce da una ATP Cup in cui si è imposto su Albot, Goffin e De Minaur (perdendo al terzo solo da Dimitrov), grazie ai 200 punti guadagnati in questa manifestazione ha fatto nella prima nuova classifica del 2020 il balzo in avanti più grande tra i tennisti presenti nella top 50, passando dalla 42° al 33° posto. E dire che quando nell’aprile del 2017 in seguito a un controllo dell’antidoping veniva trovato positivo alla cocaina e prima sospeso e poi squalificato per un anno, la sua carriera ad alti livelli sembrava conclusa. Pochissimi sembravano credere che a ventotto anni Evans avrebbe avuto la forza psicologica per tornare a buoni livelli, figuriamoci chi poteva immaginare sarebbe tornato più forte di prima.

Daniel, dotato di un gran talento tennistico, non aveva mai totalmente dedicato la sua vita alla sua professione, anzi nella sua “prima” carriera aveva terminato solo un anno nella top 100 (più che per i risultati, si era fatto notare per l’aforisma di Oscar Wilde “Ogni santo ha un passato, ogni peccatore ha un futuro” fattosi tatuare sull’avambraccio per ricordare di non giudicarlo). Proprio il 2017, l’anno della squalifica, era stata la sua migliore stagione in termini di risultati: la prima finale a livello ATP arrivava a Sydney (battendo per la prima volta un top ten, Thiem), seguita dai primi (e ancora unici) ottavi a livello Slam, conquistati a Melbourne. Terminata la squalifica e tornato nel circuito nel giugno 2018 senza classifica, è stato bravo a chiudere già nella top 200 quella stagione. L’anno scorso con la finale raggiunta all’ATP 250 di Delray Beach è rientrato nei primi 100, sino a trovare la continuità per chiudere al 42° posto del ranking. Il 2020 è partito per lui benissimo e ora (a maggio compirà 30 anni) il meglio sembra dover ancora venire.

60 – le posizioni scalate da Andrei Rublev in meno di sei mesi per raggiungere questa settimana il suo best career ranking. Il ventiduenne tennista russo era scivolato alla 78° posizione, a seguito di un periodo di involuzione- e di un infortunio al polso che lo aveva tenuto lontano dai campi per un mese e mezzo nella scorsa primavera- nel quale aveva raccolto appena undici vittorie negli ultimi diciotto tornei giocati in quel periodo. Allo storico e decadente torneo di Amburgo lo scorso luglio arrivava per lui la svolta: sconfiggeva nei quarti per la seconda volta un top ten (tra l’altro il verosimilmente secondo miglior giocatore al mondo sul ro cadjjbosso, Thiem) e arrivava sino in finale, dove si arrendeva in tre set a Basilashvili. Per colui che nel febbraio 2018 era stato sulla soglia della top 30 – grazie alla vittoria da lucky loser del torneo di Umago ed ai quarti agli Us Open 2017, più giovane tennista a riuscirci dal 2001 in poi – quella era la necessaria iniezione di fiducia per raggiungere i primi quarti di finale in un Masters 1000 a Cincinnati (sconfiggendo Wawrinka e, soprattutto, Federer), superare Tsitsipas a New York e vincere il secondo titolo della carriera a Mosca (in finale su Mannarino). La degna chiusura del 2019 era per lui rappresentata dalle quattro vittorie in altrettanti incontri di singolare alle Davis Cup Finals, dove ha aiutato la sua Russia a sfiorare la vittoria in semi contro il Canada. Avendo una classifica già molto buona, ma comunque da terzo giocatore russo, Andrei non ha potuto disputare l’ATP Cup e ha iniziato il 2020 partecipando per la terza volta consecutiva al ricco ATP 250 di Doha, dove nel 2018 aveva raggiunto la finale, persa contro Monfils. Per vincere -senza perdere un set- il terzo torneo in carriera Rublev non ha affrontato nessun top 60: nell’ordine ha prevalso su Kukhushkin(6-4 6-2), Herbert (6-4 6-3) e Kecmanovic (6-3 6-1) e, in finale, su Moutet (6-2 7-6).

89 – il numero percentuale di partite vinte in carriera in Australia da Novak Djokovic nel circuito maggiore. Il campione serbo, vincitore di sedici Slam e primatista assoluto agli Australian Open con ben sette successi (sei volte sono stati vinti da Roger Federer e Roy Emerson) ha confermato la scorsa settimana la sua grande capacità di arrivare in buonissima condizione a inizio anno e la grande adattabilità al clima e alla superficie di gioco australiana. Se a Melbourne vanta un invidiabile record di sessantotto vittorie e otto sconfitte, il suo bottino down under in partite ufficiali comprende anche i cinque match vinti -a fronte di nessuna sconfitta – ad Adelaide nel 2007 (quando vinse il terzo titolo della carriera, il primo sul cemento all’aperto) e i meno buoni bottini raccolti a Sydney (2W-1L) e Brisbane (sconfitta all’esordio), entrambi datati 2009.

Non sorprende il suo grande rendimento nella prima edizione della ATP Cup, dove è stato trascinatore della Serbia nella conquista della prima edizione di questa nuova competizione, grazie alla vittoria dei dei due doppi giocati (tra cui quello decisivo in finale contro la Spagna, in cui affinancato da Troicki ha affrontato Carreno Busta e Feliciano Lopez) e di tutti e sei gli incontri di singolare nei quali è stato impegnato (avendo tra l’altro la meglio su due top 5, un top 10 e un top 20). Non ha perso nemmeno un set nel girone preliminare giocato a Brisbane contro Garin (duplice 6-3), Anderson (in due tie-break) e Monfils (6-3 6-2) e a Sydney ha ulteriormente alzato il livello di gioco per uscire da due battaglie di oltre due ore e mezza contro Shapovalov (4-6 6-1 7-6) e Medvedev (6-1 5-7 6-4) e per superare in due parziali il numero 1 al mondo, Rafael Nadal (6-2 7-6). Un autentico trascinatore per una Serbia che per vincere l’ATP Cup nei sei tie necessari per il successo ha perso appena tre incontri (i due singolari di Lajovic contro Paire e Bautista Agut e il doppio, a risultato acquisito, contro il Cile). Per Nole anche preziosi 660 punti in classifica, che gli permettono di accorciare a 520 quelli di distanza da Nadal.

Novak Djokovic – ATP Cup 2020 (via Twitter, @ATPCup)

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Al femminile

Roland Garros 2020: Halep contro tutte

I pochi match sulla terra battuta hanno dato una indicazione precisa: Simona Halep, testa di serie numero 1, si presenta a Parigi da chiara favorita

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Simona Halep - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Sta per cominciare uno Slam del tutto inedito. Nella speranza che la situazione sanitaria in Francia non crei ulteriori problemi (abbiamo già avuto notizia di giocatori positivi al virus costretti a rinunciare alle qualificazioni), ci saranno comunque da fronteggiare situazioni tecniche completamente nuove.

Nell’era Open mai il Roland Garros si era tenuto in autunno, e mai a due settimane di distanza da un Major disputato sul cemento. Come è noto, giocare sulla terra non è esattamente la stessa cosa che giocare sul duro, e per questo nelle stagioni normali l’avvicinamento allo Slam sul rosso si svolge attraverso diversi tornei di preparazione. Nel calendario WTA, di solito sono quattro i Premier precedenti (più alcuni tornei International di contorno). Si comincia con la terra verde di Charleston, poi ci si sposta in Europa per la sequenza Stoccarda (indoor), Madrid, Roma.

Questa volta invece il cambio di superficie sarà repentino: solo Roma come preparazione, con l’eventuale ultima possibilità di scendere in campo a Strasburgo in queste ore, ma concludendo l’impegno a ridosso del torneo più importante. Nemmeno quando c’erano solo due settimane fra Roland Garros e Wimbledon la transizione era così complicata, perché questa, volta oltre al cambio delle condizioni di gioco, per chi proviene dallo US Open ci sarà da assorbire anche quello di fuso orario. Ma il 2020 è un anno di emergenza e occorre arrangiarsi per quanto possibile.

Purtroppo non è il solo aspetto critico del torneo. Senza arrivare alla falcidia di New York (dove erano mancate sei delle prime otto giocatrici del ranking) anche a Parigi dovremo fare il conto con alcune assenze pesanti. Mancheranno due, o forse tre, stelle extraeuropee. Innanzitutto la attuale numero 1 in classifica e campionessa in carica del Roland Garros, la australiana Ashleigh Barty, che ormai ha deciso di tornare a competere solo nel 2021. Quindi il “campionato del mondo su terra battuta” si disputerà senza la detentrice del titolo.

Mancherà anche la numero 1 d’Asia, la giapponese Naomi Osaka. La fresca vincitrice dello US Open ha rinunciato per i postumi dell’incidente alla coscia destra, non del tutto guarita. Dopo i guai alla spalla avuti nel 2019, che si erano trascinati a lungo (limitandola al servizio e penalizzando il suo rendimento complessivo) evidentemente Osaka ha scelto un approccio diverso: scendere in campo solo quando i guai fisici sono del tutto sanati.

Altra assenza probabile quella della canadese Bianca Andreescu. La campionessa dello US Open 2019, per quanto visto in passato dovrebbe disporre di un tennis piuttosto adatto alla terra battuta. Purtroppo per il secondo anno consecutivo non potrà dimostrarlo a causa di problemi fisici. Un paio di settimane fa il suo allenatore Sylvain Bruneau aveva rilasciato una intervista sulle condizioni di Bianca:

Dunque, dopo i guai al ginocchio del 2019, Andreescu si è di nuovo infortunata in giugno, questa volta al piede. ll coach diceva “dita incrociate” a proposito della partecipazione allo Slam parigino. Ma secondo i media canadesi avrebbe preso la decisione di rinunciare. A meno di sorprese positive in extremis, dovremo ancora fare a meno del suo talento.

E così, al momento, sono solo le statunitensi Sofia Kenin e Serena Williams le prime teste di serie di provenienza non europea. A questo proposito: vediamo come stanno le prime sedici teste di serie (salvo imprevisti) a pochi giorni dall’inizio del torneo.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

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Area test

Toalson S-Mach Pro, la scelta ibrida per potenza e controllo

Recensione e test della Toalson S-Mach pro in versione 310 e 295 grammi, un ibrido che soddisferà l’agonista alla ricerca di una valida alleata in campo

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Una racchetta da prendere in considerazione per l’agonista in cerca di un attrezzo di livello è sicuramente la Toalson S-Mach Pro 97. Questo marchio potrebbe sembrare non troppo famoso ma in realtà non è così: si tratta di un’azienda giapponese con oltre 60 anni di storia che produce telai e corde in Giappone, già questo dovrebbe dire parecchie cose in termini di qualità dei suoi prodotti. Toalson inoltre mette direttamente a disposizione, tramite il proprio sito, anche telai con piatto corde molto piccolo per allenamenti specifici, macchine incordatrici e altro.

La S-Mach Pro 310 grammi

A livello di racchette Toalson propone principalmente due linee di prodotto: la S-Mach Pro e la S-Mach Tour. Entrambe le serie hanno modelli in diverse opzioni di peso. La S-Mach Pro è l’oggetto di questo test, proposta in versione 310 grammi con bilanciamento a 31 centimetri e mezzo e in versione 295 grammi, con bilanciamento a 33 centimetri. Entrambe hanno un piatto corde ampio 97 pollici, il che specifica da subito che si tratta di racchette che si rivolgono a giocatori esigenti che cercano telai altrettanto performanti. Il profilo di questo telaio è variabile dai 23 millimetri del manico ai 21 degli steli passando per i 24 del cuore. Differenze cromatiche per i due pesi: il nero opaco domina il telaio, con l’aggiunta di piccole serigrafie e della scritta Toalson e S-Mach in blu elettrico per la versione 310 grammi e in verde per la versione 295 grammi. Il risultato finale, votato al minimalismo, è molto elegante, un fattore questo spesso apprezzato.

A livello di tecnologie impiegate su questa racchetta, costruita con un materiale proprietario dal nome Premium Carbon 30T, spicca il Flex Torque System, un sistema che ha nella struttura esagonale in zona cuore della racchetta la soluzione per prevenire perdita di potenza anche in occasione di colpi non centrati oltre alla riduzione di vibrazioni.

 

Caratteristiche tecniche

S-Mach Pro 310 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 310 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 31,5 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

S-Mach Pro 295 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 295 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 33 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

La S-Mach pro 295 grammi

In campo

Iniziamo con la 310 grammi: la rigidità dinamica è elevata, di fatto la sensazione di avere una racchetta tosta e reattiva si percepisce subito non appena si colpisce la palla con vigore. Il livello di flessione della racchetta è abbastanza basso in termini di localizzazione, e cioè in zona steli, ne consegue un impatto molto solido nello sweet pot. Lo schema di incordatura è un 16 x19 molto classico a livello di spaziature, una soluzione affidabile e senza fronzoli.

La versione pesante della Mach-S Pro è compatta negli impatti, che risultano pieni e molto solidi proprio grazie alla rigidità del telaio. Il livello di potenza “gratuita” è buono, per avere risultati maggiori bisogna lavorare di braccio, a questa potenza però si abbina in controllo di palla e la relativa precisione. Il taglio in back spin esce molto rapido e profondo. A livello di spin possiamo dire che il telaio non è progettato per essere una spin-machine, le rotazioni ci sono, funzionano bene su colpi con leggero effetto ma non è un telaio per gli amanti dello spin estremo.

Questo si ripercuote anche a livello di servizio: i migliori risultati si hanno quando si colpisce di piatto o in slice. Con leggero taglio insomma, questo telaio asseconda molto bene il gesto producendo ottimi risultati. Pur essendo una 97 pollici, con i limiti che ne conseguono a livello di impostazione di gioco, risulta più “gestibile” rispetto alle competitor, decisamente più esigenti.

La versione 295 grammi è invece diversa nell’impatto, che non risulta più pieno e compatto come con la 310 grammi. La mancanza di peso è ovviamente la causa di tutto ciò ma questo si traduce in una maggiore maneggevolezza e in una reattività nettamente maggiore. La 295 grammi è veloce, graffiante, delle due è quella maggiormente indicata per chi cerca maggiore spin. Potrebbe essere un’ottima soluzione per chi è in cerca di un telaio che non arrivi a pesare intorno ai 330 grammi, un attrezzo più difficile da gestire rispetto alla versione leggera che conserva le caratteristiche della serie ma in versione più aggressiva dal punto di vista della gestione, la Toalson ideale per i giocatori di attacco, per chi ama andare a rete e beneficiare di un attrezzo dal peso giusto per coniugare precisione da fondo campo, rotazioni e gestione della palla nel gioco di volo.

Entrambe le racchette comunque forniscono una sensazione di ibrido, la potenza e la facilità di uscita di palla tipica delle racchette profile con le caratteristiche di solidità di impatti e controllo delle classiche.

S-Mach Pro 295 grammi

Conclusione

Le due racchette coprono due tipi di giocatori differenti proponendo soluzioni leggermente diverse ma conservando il core delle qualità del prodotto: è come se fosse la stessa racchetta customizzata a livello di peso. Chi ama colpire in maniera pulita con leggera rotazione e che ha una buona tecnica di base troverà nella versione 310 grammi una fida alleata capace di rispecchiare in campo i gesti tecnici prodotti.

Chi invece ama giocate più arrotate e un gioco più veloce a livello di braccio potrà orientarsi verso la versione 295 grammi, specie gli amanti del gioco di rete (doppisti?) potranno beneficiare degli impatti solidi con una maneggevolezza superiore.

Si tratta di racchette comunque indirizzate entrambe ai giocatori attivi, non cioè ai controattaccanti da fondo campo soprattutto per via della dimensione del telaio, 97 pollici.

Racchetta testata con corde String Project Keen 1.18 (tensione 23/22) e String Project Armour 1.24  (23/22)

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ATP

ATP Amburgo: arriva la prima vittoria di Fognini, out Sonego. Humbert stende Medvedev

Il francese con una prova super, elimina il N.1 del seeding.
Fabio rimonta un set a Kohlschreiber. Nulla da fare per Lorenzo contro Auger-Aliassime

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SULLA BUONA STRADA – Nel percorso di rientro di Fabio Fognini dopo l’operazione a entrambe le caviglie, è buona la terza. Sconfitto in Austria dallo sconosciuto (ma poi semifinalista) Huesler e a Roma da Humbert con evidenti passi in avanti, arriva la vittoria ad Amburgo contro Philipp Kohlschreiber, anch’egli lontano dal suo massimo splendore ma avversario ostico per Fognini, come testimonia il 7-2 dei confronti diretti. Un match piacevole, al netto di parecchi errori non forzati da parte dell’azzurro che ha però dispensato scampoli del suo tennis migliore davanti a un Kohlschreiber sempre bravo nell’usare il campo e avveduto nelle scelte, ma ormai soggetto a cali di rendimento nell’arco di un incontro.

Nella prima partita, non mancano le occasioni per Fognini. In un quarto game da 18 punti, Fabio si guadagna tre opportunità di allungare: per due volte è bravo Kohli, ma resta il rimpianto sulla terza per una complicata veronica sul lob molto probabilmente destinato a cadere in corridoio. Preciso quando si tratta di contenere ed efficace quando è il momento di accelerare, è il tedesco a effettuare il sorpasso, con il nostro che commette un doppio fallo dopo la chiamata del fallo di piede e perde i successivi tre punti. Philipp si dimostra sempre molto più attento nei punti decisivi (si salva poi da un 15-40) e riesce così a mantenere il distacco fino ad assicurarsi il parziale.

C’è bisogno di andare a prendersi il break e Fabio lo fa al secondo game. Tranquillizzato dal vantaggio, Fogna regala qualche magia, spreca qualcosa forse esagerando, ma ha ormai preso il controllo del gioco di fronte a un avversario meno lucido e dilaga alla sua maniera pareggiando il conto dei set con un perentorio 6-1.

 

Il troppo entusiasmo, sotto forma di un dritto in salto, rischia di costargli la possibilità di strappare il servizio tedesco al terzo game, ma i piedi girano veloci e la mano è on fire e il break arriva. Non la conferma, però, perché un paio di “foot fault!” non possono non significare un turno di battuta ceduto a zero. Il match è godibile nonostante alcuni errori di troppo da parte di entrambi, con Fognini che si prende più rischi e Kohlschreiber che, come spesso gli accade, deve fare i conti con il dritto a tratti ballerino. Non chiude una prima volta con il servizio, il Fogna, ma non si distrae alla seconda occasione e si prende il 7-5 che vale la prima vittoria dalla Coppa Davis di marzo e, in torneo, addirittura dall’Australian Open. Al prossimo turno, affronterà il vincente fra Casper Ruud e Benoit Paire, che giocheranno però mercoledì.

HUMBERT STELLARE – Stupenda prestazione di Ugo Humbert che pochi giorni fa aveva battuto proprio Fognini a Roma. Il francese ottiene la vittoria più prestigiosa della carriera eliminando il N.1 del seeding e N.5 del mondo Daniil Medvedev dopo 82 minuti di tennis impeccabile con il 73% di prime in campo e 15 colpi vincenti a referto. 6-4 6-3 il punteggio finale. Per il russo certamente non il miglior viatico in vista del Roland Garros che inizierà domenica.

SONEGO OUT – Cede in due set a un avversario più quotato, Lorenzo Sonego, nonostante il Felix Auger-Aliassime della seconda parte di stagione non stia particolarmente impressionando. Non un buon momento per il venticinquenne torinese: è la quarta sconfitta negli ultimi cinque incontri, con la sola vittoria ottenuta a Roma contro quel poco che sta offrendo un Basilashvili dalla testa altrove. Il primo parziale è caratterizzato da troppi errori dell’azzurro sia nel palleggio sia quando ha in mano lo scambio e il 6-2 per un più concreto Auger-Aliassime arriva dopo trentasei minuti. Bravo Lorenzo nella seconda partita a trovare la misura dei colpi e a rimanere attaccato al servizio; è lui ad avere più opportunità, comprese due (non consecutive) sul 5 pari, ma è bravo Felix a prendersi i rischi e venire avanti per annullarle. Nel finale, tornano i gratuiti di Sonego che compromettono subito il tie-break; ne fa le spese una pallina scaraventata in direzione Brema, mentre Auger-Aliassime va al secondo turno contro Bublik o Ramos-Viñolas.

Risultati:
[4] R. Bautista Agut b. N. Basilashvili 6-4 6-3
[WC] Y. Hanfmann b. [3] G. Monfils 6-4 6-3
[6] F. Fognini b. [WC] P. Kohlschreiber 4-6 6-1 7-5
[8/WC] K.Khachanov vs J-L. Struff 7-6(5) 4-6 7-5
U. Humbert b. [1] D. Medvedev 6-4 6-3
C. Garin b. K. Nishikori 6-0 6-3
[SE] D. Koepfer b.Y. Nishioka 7-6(0) 4-6 6-1
F. Auger-Aliassime b. L. Sonego 6-2 7-6(2)
[LL] A. Bublik b. A. Ramos-Viñolas 6-2 7-6(5)
D. Lajovic vs A.Mannarino

Il tabellone completo

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