Federer, la storia si ripete: stessi dubbi anche se le parole del manager...

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Federer, la storia si ripete: stessi dubbi anche se le parole del manager…

La biografia di René Stauffer appena uscita in Italia, ci riporta al 26 luglio 2016, un giorno che ricalca perfettamente il 20 febbraio 2020. Dopo tre anni e mezzo Roger saprà ripartire di nuovo?

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Giovan Battista Vico sarebbe stato felicissimo di poter constatare che anche il mondo del tennis non è esente dai suoi corsi e ricorsi storici. Quanto ebbe a dichiarare Roger Federer il 26 luglio 2016 ricalca esattamente quanto lo stesso Roger ha dichiarato nuovamente, e usando gli stessi canali, giovedì 20 febbraio 2020 alle 11:30 del mattino. E le reazioni di allarmato sbigottimento delle falangi dei suoi fan sono esattamente le stesse di quasi quattro anni fa, gli interrogativi (Tornerà? Non tornerà? Sarà possibile il miracolo?) anche, sebbene i 3 anni e mezzo nel frattempo trascorsi non giochino davvero a favore di un atleta straordinario che ad agosto, un mese dopo la fine di Wimbledon, compierà comunque 39 anni. Fenomeni sì, ma fino a quando? E per quanto?

Ho potuto apprezzare le analogie, che riguardano il modo di comunicare di Roger, i commenti di alcuni addetti ai lavori, le dichiarazioni improntate all’ottimismo del suo manager Tony Godsick, soprattutto perché per l’appunto mi è arrivato proprio in mattinata il libro dell’amico Renè Stauffer – lo conosco dal 1981 e mi chiama affettuosamente “The Borg of the Pencil” (anche nella dedica del libro che mi ha mandato mi si rivolge così) dacché gli anticipai uno scoop per il quale mi è ancora grato in un’occasione del Masters al Madison Square Garden (1985?): avevo infatti saputo da McEnroe che si sarebbe preso un periodo sabbatico; mi pare avesse appena perso da Brad Gilbert… – intitolato “Roger Federer, la biografia definitiva” che in questo momento per la verità può apparire anche un tantino… menagramo.

E il primo capitolo di questo libro ha un titolo ancor più… drammatico: “La fine si avvicina”. Comincia con questa frase: “Il 26 luglio 2016 Federer diffonde tramite Twitter e Facebook una notizia che fa tremare il mondo del tennis e getta nel panico i fan: ha deciso di interrompere la stagione“. Il resto lo potete leggere qui di seguito, e vedrete le incredibili somiglianze con quanto sta succedendo, con le reazioni del suo manager. Mi immagino anche che le conversazioni con Mirka siano molto simili.

CAPITOLO I – La fine si avvicina

Il 26 luglio 2016 Federer diffonde tramite Twitter e Facebook una notizia che fa tremare il mondo del tennis e getta nel panico i fan: ha deciso di interrompere la stagione. Così, a metà anno e poco prima delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, che ha programmato da tempo e che per lui rappresentano un appuntamento importante. Eppure ci teneva a diventare campione olimpico nel singolo giocando tra il Pan di Zucchero e il Corcovado! Inoltre, insieme a Stan Wawrinka e Martina Hingis avrebbe avuto ottime possibilità di conquistare una medaglia anche nel doppio. Dovrà rinunciare pure agli US Open, agli Swiss Indoors e alle ATP Finals a Londra… Ma dopo questa interruzione riuscirà a tornare ancora una volta sulla scena del tennis?

Federer compirà trentacinque anni da lì a due settimane, un’età biblica per il mondo del tennis, e ha vinto quasi tutto quello che c’è da vincere in questa disciplina: diciassette titoli del Grande Slam, a Melbourne, Parigi, Wimbledon e New York; altri settantuno tornei maggiori; ha guadagnato un montepremi di oltre 100 milioni di dollari, e ancora di più da sponsor ed entrate secondarie. Ha trionfato in Coppa Davis, ha conquistato per sei volte il titolo di campione alle ATP Finals, è stato eletto per quattro volte sportivo dell’anno, ha vinto le Olimpiadi nel doppio e ha guidato la classifica mondiale per 302 settimane di seguito, più a lungo di qualunque altro tennista. Nel frattempo è diventato padre quattro volte, è il responsabile della Roger Federer Foundation, in continua crescita, e insieme a Tony Godsick ha creato l’agenzia Team8.

Tuttavia ora, dopo vent’anni nel circuito tennistico, più di milleduecento partite a livello professionistico e le intense sollecitazioni a cui è sottoposto un campione impegnato in tornei in tutto il mondo, il suo fisico mostra evidenti segni di usura. I problemi sono cominciati alla fine di gennaio del 2016. Il giorno dopo essere stato eliminato nella semifinale degli Australian Open da Novak Djoković si trova all’hotel Crown Towers di Melbourne e sta preparando il bagnetto per le figlie Myla e Charlene, quando sente una specie di scatto al ginocchio sinistro. «È successo mentre facevo un movimento semplice, che sicuramente avevo già fatto un milione di volte», racconta in seguito. Quel giorno fa un giretto allo zoo con la famiglia, ma si accorge che il ginocchio si sta gonfiando. Tornato in Svizzera si fa controllare. La diagnosi è una mazzata: il menisco è rotto ed è necessario un intervento in artroscopia.

Federer si rende conto che l’accaduto rappresenta una svolta importante nella sua vita. «Pensavo di poter avere una lunga carriera senza subire operazioni. Sentire il verdetto dei medici è stato uno choc e una delusione.» Quando si sveglia dopo l’intervento, si ritrova pieno di paure. Ha poca sensibilità al ginocchio, come se non fosse più attaccato al corpo. Lo spavento dura poco, ma è intenso. La sua carriera è finita? È costretto a camminare con le stampelle per dodici giorni, e all’inizio stenta a riacquistare fiducia nel ginocchio. Ma fa progressi, e le prime settimane di terapia in Svizzera procedono bene. Federer reagisce con ottimismo, è di buon umore e impaziente.


A sole sette settimane dall’operazione dovrebbe andare a Miami per ricominciare a giocare, ma all’improvviso deve annullare la partenza a causa di problemi allo stomaco.Tre settimane dopo, però, riesce a tornare in campo, a Montecarlo: arriva addirittura ai quarti di finale, dove però viene battuto, per un soffio, da Jo-Wilfried Tsonga. Federer è ancora molto lontano dal completo recupero. Il fisico non si è ancora ristabilito completamente, ma lui non desiste. A Madrid avverte un dolore alla schiena ed è costretto ad abbandonare anche questo torneo. Eppure non si dà per vinto così facilmente. A Roma riesce con fatica a disputare due partite, poi deve ammettere che qualcosa non va al ginocchio sinistro.

Roger Federer, Campionati Internazionali BNL d’Italia 2016 – Foro Italico – Roma (foto di Monique Filippella)

«Dopo Montecarlo dev’essere successo qualcosa», riflette in seguito. A malincuore decide di rinunciare al Roland Garros. Dopo avere giocato in sessantacinque tornei del Grande Slam senza soluzione di continuità – un record –, per la prima volta non partecipa a uno dei quattro tornei più importanti. La breve stagione su erba che inizia dopo Parigi, e che per lui di solito rappresenta il punto culminante dell’anno, non comincia come sperato: viene sconfitto da Dominic Thiem a Stoccarda e da Alexander Zverev ad Halle.

Per Federer sono tempi difficili, e non è in forma nemmeno a Wimbledon, anche se qui dimostra ancora una volta quanto sia forte e quanta voglia abbia di lottare. Nei quarti di finale contro il croato Marin Čilić annulla tre match point e vince 6-7, 4-6, 6-3, 7-6, 6-3. Nel turno successivo, però, non riesce a ottenere la vittoria contro il canadese Milos Raonic. L’8 luglio viene eliminato in semifinale: dopo essere stato in vantaggio per due set a uno subisce un crollo, tanto che qualcuno pensa che si sia nuovamente infortunato al ginocchio sinistro.

Diciotto giorni dopo, quando Federer annuncia l’interruzione della stagione, la domanda che tutti si pongono è ovvia e inevitabile: è finita? La sua eccezionale carriera è giunta alla fine? È davvero terminata, stop, goodbye? Non c’è più spazio per un’ultima partita eccezionale, per le emozioni dell’addio o per un’altra vittoria nel Grande Slam? Sono già quattro anni che ne insegue una senza successo, spesso mancandola di pochissimo. Mi tornano in mente le parole del padre Robert quando, nella primavera del 2016, gli avevo chiesto per quanto tempo secondo lui il figlio avrebbe ancora giocato: «Forse qualche anno, ma anche meno, non si può sapere».

Nel suo comunicato, però, Federer non allude al fatto che la lunga pausa a cui è costretto potrebbe essere l’inizio della fine. «Il mio ginocchio ha semplicemente bisogno di essere sottoposto a terapie più lunghe», dichiara. Ha preso la decisione di comune accordo con i medici e il suo team. Riesco a raggiungere telefonicamente il suo manager, Tony Godsick, che tranquillizza gli animi: «Se Roger vuole continuare a giocare ancora per qualche anno senza preoccuparsi in continuazione del fisico e degli infortuni, deve prendersi una pausa. Purtroppo deve farlo a metà stagione, ma questo significa soltanto che si sacrifica per un breve periodo così da riuscire a ottenere risultati a lungo termine». Poi aggiunge: «Da questo punto di vista, la notizia appare addirittura positiva per i suoi fan». Belle parole che però insinuano un dubbio: servono forse a tranquillizzare il pubblico e concedere a Federer il tempo di trovare il momento giusto per annunciare il suo ritiro?

Intorno al tennista cala il silenzio, come succede sempre quando esce di scena per dedicarsi esclusivamente alla vita privata… Federer si confronta con la moglie, chiedendosi se non sia davvero arrivato il momento di ritirarsi. Roger descrive così la scena: «È stato durante una cena, quando ci siamo trovati da soli. Non ricordo bene, forse le ho chiesto se dovevo smettere o se pensava che avrei potuto ancora vincere qualche partita importante. Lei ha detto: ‘Se giochi ancora volentieri e bene e ti senti in forma, non vedo perché non dovresti più vincere un grande torneo’». E con quella risposta l’argomento era esaurito. «Allora le ho detto: ‘Okay, e domani qual è il programma con i bambini?’»

 
Roger Federer – Australian Open 2017

Beh credo proprio che abbiate ravvisato in queste pagine quanto vi dicevo all’inizio. Renè Stauffer era la persona più indicata per scrivere una biografia che se non ha i crismi dell’ufficialità lo è quasi di fatto, perché Roger è stato sempre molto collaborativo con Renè e tantissimi aneddoti erano noti solo a lui. Roger non ha mai voluto scrivere la sua autobiografia. Forse il suo agente gli suggerisce di aspettare la fine della sua carriera. Ma Renè è uno dei pochissimi che conosce direttamente il pianeta Federer, che parla al telefono con il suo manager, con Mirka perché ha seguito Roger da quando lui aveva appena 15 anni.

Questa biografia è basata sui moltissimi incontri one&one che i due hanno avuto e ai quali Federer ha attivamente partecipato. C’è il ritratto di un atleta straordinario ma anche di un uomo che ha conquistato l’affetto e la stima di tutti. Roger infatti non solo è amatissimo da milioni di fan, ma è anche un esempio e un punto di riferimento per gli altri tennisti, grazie al suo carattere leale e pacato e all’intenso impegno sociale. In questo libro l’autore descrive il “metodo Federer“, le persone, gli allenatori e i mentori che hanno accompagnato la sua carriera eccezionale e rivela perché la sua influenza nel mondo del tennis continuerà anche quando deciderà di non giocare più. L’editore della versione italiana è Sperling&Kupfer. Il libro, 349 pagine, è reperibile in tutte le principali librerie (oltre che su Amazon) al costo di 18,90 euro (16,06 acquistandolo su internet).

Sulla copertina di fondo c’è un virgolettato: “Ho versato lacrime sia dopo aver vinto sia dopo aver perso. La gente capisce che cosa significa per me il tennis, ci crede quando dico di amarlo. Dopo aver pianto sono contento di aver mostrato le mie emozioni. All’interno del libro ci sono anche 16 fotografie a colori (gran parte di Getty) molto particolari di Roger. 

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Racconti dalla International Tennis Hall of Fame

Le “Original Nine” hanno illuminato la cerimonia del 2021, durante la quale sono stati celebrati anche Conchita Martinez e Goran Ivanisevic

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The Original Nine at their Hall of Fame induction (Credit: @WTA_insider on Twitter)

Dal 1995, ho partecipato ad ogni cerimonia di ammissione alla International Tennis Hall of Fame. Quest’arco di tempo ha coperto più di un quarto di secolo, e recarmi a Newport per i festeggiamenti ha sempre rappresentato per me uno dei momenti più belli della stagione. Ho assistito all’ammissione di Chris Evert nel 1995, ho visto Jimmy Connors accettare lo stesso riconoscimento con grande onore tre anni dopo, ho ascoltato il lungo discorso di John McEnroe nel 1999 ed ero lì quando Martina Navratilova entrò nel tempio della Hall of  Fame nel 2000. 

Seguì negli anni successivi una successione di superstar, tra cui Ivan Lendl nel 2001, Mats Wilander l’anno successivo, Boris Becker nel 2003 e poi Stefan Edberg e Steffi Graf nel 2004, quando la Hall of Fame celebrò il suo giubileo d’oro. Estate dopo estate, nel fine settimana dopo Wimbledon, giocatori dai grandi nomi e dai risultati prodigiosi hanno ottenuto il più alto onore nel gioco del tennis, entrare nella Hall of Fame. Yannick Noah e Jim Courier furono premiati nel 2005, Gabriela Sabatini e Pat Rafter seguirono nel 2006, Pete Sampras scoppiò in lacrime quando venne ammesso nel 2007. Quattro anni dopo, Andre Agassi prese il suo posto tra gli immortali. Lindsay Davenport, Amelie Mauresmo e Justine Henin furono riconosciute per i loro successi dal 2014 al 2016. Kim Clijsters e Andy Roddick sono stati i protagonisti nel 2017, quando anche io ho avuto la fortuna di essere inserito nella Hall of Fame come collaboratore per la mia lunga dedizione al giornalismo tennistico. E poi, nei due anni successivi, Michael Stich, Helena Sukova, Li Na e Mary Pierce si sono uniti a questa grande famiglia di Newport.

L’anno scorso, la pandemia ha impedito lo svolgersi della cerimonia, e così questa volta se n’è tenuta una combinata per gli anni 2020 e 2021. A mio parere, per molte ragioni, la celebrazione di quest’anno è stata tra le più toccanti e di forte impatto che abbia mai visto. Dopo un pomeriggio torrido, il cielo si è fatto grigio ed è arrivata la nebbia, cosa che ha accresciuto la drammaticità ed il fascino dell’evento.

 

LE ORIGINAL 9

Come previsto, tutto è iniziato con l’arrivo delle “Original Nine” (Ubitennis ne ha parlato in una serie di articoli, ndr). Per la prima volta nella storia della Hall of Fame, un gruppo è stato premiato per il suo contributo al tennis come se fosse un solo individuo, e nessuno tra gli intenditori del tennis avrebbe avuto il coraggio di contestare il merito di queste magnifiche e audaci donne.

Il 23 settembre 1970, a Houston, Texas, le nove giocatrici – Billie Jean King, Rosie Casals, Nancy Richey, Kerry Melville Reid, Judy Tegart Dalton, Kristy Pigeon, Valerie Ziegenfuss, Peaches Bartkowicz e, ultima ma sicuramente non meno importante, Julie Heldman – firmarono un contratto da professioniste da un dollaro con la stimabile promotrice e fondatrice del World Tennis Magazine, Gladys M. Heldman.

Giocarono il loro primo torneo allo Houston Racquet Club, sponsorizzato da Virginia Slims e con 7.500 dollari di montepremi. Sfidarono così gli organi sportivi dei loro Paesi, sapendo di rischiare delle sospensioni e di conseguenza un potenziale stop alle loro carriere, e rendendosi conto che avrebbero potuto ritrovarsi erroneamente etichettate come fuorilegge dall’establishment maschile del tennis. Eppure si rifiutarono di essere sviate dalle loro convinzioni. Lottavano affinché le donne avessero un trattamento equo nel tennis piuttosto che un montepremi in denaro otto volte inferiore (e a volte anche peggio) se paragonato a quello degli uomini.

Nel 1971 nacque un vero e proprio circuito per le donne. King si affermò come prima atleta donna a guadagnare 100.000 dollari in un anno. Nel 1973, le donne ricevettero per la prima volta lo stesso premio in denaro degli uomini allo US Open, con Margaret Court e John Newcombe che si portarono a casa 25.000 dollari di premio. Il tennis femminile iniziò così a fiorire, in gran parte perché le “Original Nine” avevano fatto da apripista. Per tale motivo, sette delle nove giocatrici si sono riunite a Newport, con la Dalton che è apparsa su Zoom e si è rivolta calorosamente alle sue compagne e al pubblico. La Richey non era presente, ma la sua decisione di non presentarsi a Newport non ha intaccato il profondo entusiasmo di tutte nel conoscere l’importanza del loro contributo non solo al tennis femminile, ma a tutte le donne, grazie a quanto fatto 51 anni fa.

King è intervenuta per prima alla cerimonia e ha contestualizzato ciò che le “Original Nine” avevano fatto per plasmare il futuro del loro sport. Come lei stessa ha detto, “noi nove insieme alla nostra coraggiosa leader Gladys Heldman avevamo una visione comune per il futuro del tennis femminile. Volevamo che ogni ragazza di talento avesse un posto dove competere, che fosse riconosciuta per i suoi risultati e non solo per il suo aspetto, e soprattutto che fosse in grado di guadagnarsi da vivere giocando a tennis da professionista. Le giocatrici professioniste di oggi stanno vivendo un sogno. Il tennis oggi è lo sport femminile per eccellenza“.

Billie Jean King – Australian Open 2018 (@RDO foto)


La seconda a salire sul podio è stata la taciturna Kerry Melville Reid, sempre timida e modesta. Reid è stata una giocatrice stabile nella top 10 mondiale e ha vinto l’Australian Open nel 1977. La stella australiana ha parlato con commozione della vittoria del torneo Virginia Slims a Newport cinquant’anni fa, vincendo in finale su Françoise Durr dopo aver sconfitto King in semifinale. La finale si decise sul 4-4 nel tiebreak del terzo set, si trattava quindi di un match point simultaneo per entrambe le giocatrici, ma la Reid riuscì a mantenere i nervi saldi e ad assicurarsi la vittoria. “Guardando quanta strada ha fatto il tennis femminile da allora, sono davvero orgogliosa di averne fatto parte… Allora vidi che Judy e Billie Jean erano disposte a mettere in gioco le loro carriere, e così decisi anche io di unirmi alle Original Nine e oggi sono davvero felice di averlo fatto“.

A seguire Kristy Pigeon. Questa energica giocatrice californiana dal grande servizio e dal gioco avventuroso fu la numero 8 degli Stati Uniti in quella storica stagione del 1970. Pigeon ha ricordato: “Nel 1968 arrivai sulla scena internazionale del tennis. A quel tempo le donne giocavano su campi secondari e gli sport femminili erano banalizzati. Quello stesso anno, all’età di 17 anni, diventai la numero 1 del mondo tra i junior, vincendo i titoli di Wimbledon e degli Stati Uniti. Mi prefissai così un nuovo obiettivo: andare al college, giocare in una squadra e ricevere una borsa di studio. Ma non esisteva una cosa del genere. Il telefono non ha squillato per me. Poi nel 1970 Jack Kramer [direttore del torneo Pacific Southwest di Los Angeles] venne sconfitto da nove donne. Eravamo delle disadattate, combinaguai e ribelli abbastanza pazze da poter cambiare il mondo del tennis. Sono orgogliosa degli sforzi fatti, che hanno portato le tenniste e anche altre sportive e atlete universitarie ad avere una maggiore gamma di opportunità”,

Una dopo l’altra, le “Original Nine” hanno raccontato i loro pensieri con originalità, umorismo e verve. Ziegenfuss non ha fatto eccezione. Settima tra le americane nel 1970, grande giocatrice in singolare ma ancor di più in doppio. Sempre nota per essere una bravissima persona, semplice e modesta, ha parlato col cuore delle “Original Nine” e del loro contributo allo sport: “Questo premio significa che la nostra storia è e sarà parte della storia del tennis per sempre, e ciò significa che anche le future generazioni saranno in grado di risalire a me e scoprire il contributo del nostro gruppo al mondo – il che è divertente. Pensate: siamo cresciute con palle da tennis bianche, racchette di legno, una sola rivista di tennis (World Tennis) e niente scarpe da tennis Stan Smith“.

Ziegenfuss ha suscitato così notevoli risate tra i presenti alla cerimonia, compreso lo stesso Smith, presidente dell’International Tennis Hall of Fame, miglior giocatore del mondo nel 1972 quando ha vinto Wimbledon ma forse più famoso ora per la scarpa da tennis Adidas che porta il suo nome. Anche lui si è lasciato andare ai sorrisi provocati dal delicato umorismo di Ziegenfuss, che ha continuato: “Ciò che è ancora più sorprendente è che siamo più vecchi di internet, della televisione a colori, dei personal computer e dei telefoni cellulari, per non parlare della nostra amica Alexa. A proposito, Alexa sa chi siamo e ha persino pronunciato correttamente Bartkowicz e Ziegenfuss. Ne abbiamo fatta di strada!“.

Diventando più filosofica, Ziegenfuss ha detto: “Il tennis mi ha sempre dato più di quanto avrei mai potuto restituirgli. Mi ha preparata all’età adulta, mi ha dato la capacità di guadagnarmi da vivere e mi ha dato amicizie che dureranno tutta la vita. Il tennis è sempre stato lì per me. Fa parte del mio passato, del mio presente e spero del mio futuro. È sempre stato fonte di tanta gioia per me, sia giocandolo che allenando, seguendolo da appassionata e anche nel mio ruolo di genitore. Sono molto orgogliosa che mia figlia Allison Bradshaw abbia giocato nel tour femminile per tre anni. Forse un giorno i suoi figli, Mathew e Ashley, seguiranno le nostre orme“.

Dopo il toccante discorso di Ziegenfuss, è stato il momento di Julie Heldman. Julie è la figlia della grande Gladys Heldman ed è cresciuta con il gioco e con la passione principale di sua madre, il World Tennis Magazine. Julie si è classificata seconda negli Stati Uniti nel 1969, raggiungendo inoltre la Top 5 mondiale. Tra le giocatrici più cerebrali della sua epoca, è divenuta in seguito un’eccezionale commentatrice televisiva.

Il suo discorso è stato a mio parere il migliore. Le sue parole hanno colpito me e chiunque là fuori volesse chiarezza completa sul significato e sull’impatto delle “Original Nine”. È stata incredibilmente eloquente e a momenti persino lirica. Queste le sue parole: “Mi sento entusiasta e profondamente onorata che la Hall of Fame ci stia presentando come gruppo e che riconosca il nostro contributo al tennis femminile e alle donne di tutto il mondo. Ormai la maggior parte di voi ha visto l’iconica foto del nostro gruppo scattata a Houston nel 1970, poco prima dell’inizio del rivoluzionario torneo che siamo venute a celebrare. Quella foto mostra otto tenniste di alto livello che sorridono e sollevano banconote da un dollaro accanto a mia madre, artefice e organizzatrice del primo tour. Lei non è più con noi, ma le siamo grati per tutti i miracoli che ha fatto”.

Heldman ha spiegato perché non era in quella famosa foto. “Non avevo programmato di gareggiare a Houston perché in quel momento ero in un pessimo stato sia fisicamente che mentalmente, e quindi non sarei riuscita a competere. Ma io, come le altre otto donne, capii l’importanza del momento. E quando sentii che le mie amiche e rivali stavano correndo un rischio per il tennis femminile, mi buttai per unirmi a loro. Così gareggiai a Houston giocando un solo punto per solidarietà, per oppormi a quelle associazioni di tennis maschiliste che minacciavano il nostro diritto a guadagnarci da vivere in questo modo. Billie Jean King ed io eravamo su un campo laterale e dopo alcuni momenti di tennis pietoso colpii intenzionalmente la palla nella rete, un atto totalmente estraneo alla mia natura“.

Ha continuato: “Una volta cementato l’accordo con la stretta di mano a rete, il nostro gruppo è diventato le ‘Original Nine’. Noi nove eravamo le ribelli, ma non eravamo sole. Il torneo di Houston poteva ospitare solo otto giocatrici, ma molte altre donne avrebbero corso il rischio se solo ne avessero avuto la possibilità. È vero che non tutte le giocatrici hanno scelto di unirsi a noi subito, ma non dimentichiamo che subito dopo l’inizio del tour le giocatrici sono arrivate in massa da tutto il mondo, pronte a restare unite. Senza questo tipo di solidarietà il tour sarebbe svanito in fretta. Le Original Nine vengono onorate oggi per la coraggiosa presa di posizione, ma anche come rappresentanti di tutte le prime tenniste professioniste che vi si sono unite per il presente e il futuro del tennis femminile“.

Verso la fine del suo illuminante discorso, Heldman ha detto: “Tutto ciò è stato fatto 51 anni fa, ma rimane decisamente attuale. Dal 1970 in poi un numero sempre maggiore di ragazze e donne ha preso parte a numerosi sport, e molte hanno eccelso. E ancora una volta l’eco della ribellione è nell’aria, guidata dalla squadra nazionale di calcio ma presente un po’ in tutti gli sport femminili, sottolineando la nostra vecchia richiesta di essere rispettate e pagate per fare ciò che ci riesce meglio. Onorando le ‘Original Nine’ oggi l’International Tennis Hall of Fame sta inviando un messaggio alle atlete di tutti gli sport. Il messaggio è ‘continua a lottare. Il tuo momento sta arrivando’”.

Il discorso di Heldman è stato straordinario dall’inizio alla fine, e così a Casals spettava un compito molto duro. Ma Rosie – che insieme a King e Richey era già stata inserita in precedenza nella Hall of Fame per i suoi successi individuali – si è fatta notare per il suo solito spirito e la sua sincerità. “Sono spaventata a morte dopo tutti questi discorsi”, ha detto. “E dovrei concludere io! Beh, procediamo a chiudere questa fantastica serata”.  Si è poi congratulata con alcuni degli ammessi del 2020 e ha ringraziato Ilana Kloss per il suo ruolo di supporto alle “Original Nine” nell’ottenere il riconoscimento che meritano. Poi ha aggiunto: “Grazie a tutti voi per aver completato il nostro viaggio e aver permesso ancora una volta alle ‘Original Nine’ di fare la storia nel gioco che abbiamo amato e contribuito a formare per il futuro. Grazie alle mie guerriere che sono state coraggiose e invincibili tanto tempo fa, affinché il tennis femminile potesse diventare ciò che è adesso: il meglio di tutti gli sport femminili. Infine, sono orgogliosa di essere qui con loro, a dimostrazione di come tutto sia possibile se le donne rimangono unite“.

DENNIS VAN DER MEER

Era giunto poi il momento di ascoltare Lucy Garvin, ex presidente della USTA, amica di lunga data e grande ammiratrice del defunto Dennis Van Der Meer. Van Der Meer è stato meritevolmente annesso alla classe del 2021 per il suo straordinario ruolo di professionista dell’insegnamento del tennis nel corso dei decenni – era universalmente considerato il “maestro dei maestri”, e nel suo settore nessuno era più stimato di lui.

Garvin ha concluso il suo discorso così: “Il genio di Dennis Van Der Meer è chiaro a tutti. Era un allenatore brillante, un rivoluzionario nel suo pensiero, un vero visionario e un mentore per migliaia di persone, me compresa. Era l’insegnante degli insegnanti. Il suo dono più grande era il suo amore per le persone e per il gioco del tennis. Lui è parte di tutti i membri della Hall of Fame, è davvero un’icona“.

CONCHITA MARTINEZ

Dopo che Pat, partner dentro e fuori dal campo del defunto Van Der Meer, ha ringraziato Garvin e la Hall of Fame per l’onore, è stato il momento di Raquel Giscafre su Zoom nel presentare Conchita Martinez. Giscafre fu la giocatrice argentina più quotata negli anni ’70 e si affermò come una delle prime promotrici di tornei del WTA Tour a partire dalla metà degli anni ’80.

Garbine Muguruza e Conchita Martinez – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Ha elogiato Martinez per i suoi numerosi successi. Come detto da Giscafre sull’esteta spagnola, “è rimasta in Top 10 per nove anni di seguito. Nel 1995 era la numero 2 del mondo. Prima spagnola a vincere Wimbledon nel 1994, battendo in finale la grande Martina Navratilova. Ha raggiunto la finale all’Open di Francia e d’Australia ed è stata almeno semifinalista in ogni Grande Slam. Ha anche vinto quattro titoli consecutivi agli Internazionali d’Italia“. Martinez è stata lodata anche per aver condotto la Spagna a cinque trionfi in Billie Jean King Cup, per essere diventata la prima donna spagnola ad essere capitano della sua squadra di Coppa Davis dal 2015 al 2017, e per essere stata capitano di Billie Jean King Cup dal 2013 al 2017. Poi Giscafre ha sottolineato il grande coraggio dimostrato dalla Martinez, che è sempre rimasta fedele a se stessa: modesta, distinta, riconoscente e onesta. È stata grande. “È un grande onore per me essere qui oggi e far parte della storia del tennis mondiale“, ha poi detto Martinez. “È la mia prima volta qui [a Newport]. È una sensazione incredibile ed è qualcosa di cui farò tesoro per tutta la vita“.

Infine, ha parlato della gioia di vincere Wimbledon 27 anni fa. Ha detto: “Quando i giornalisti e i fan mi chiedevano quale fosse il titolo più speciale per me, non avevo dubbi a dire Wimbledon. Avevo sentimenti contrastanti sul giocare sull’erba a quel tempo, probabilmente perché i giocatori spagnoli non avevano molta esperienza di gioco su quella superficie. Ma ogni anno miglioravo il mio gioco, lavorando duramente e accettando di dover cambiare alcune cose per ottenere risultati. E ho ottenuto grandi risultati. Sono così orgogliosa di essere stata la prima donna spagnola a portare a casa il titolo. Il ricordo di aver giocato contro Martina Navratilova – che stava inseguendo il suo decimo Wimbledon – e di averla sconfitta rimarrà con me per sempre“.

Ha parlato dell’orgoglio di essere stata contemporaneamente capitano di entrambe le squadre di Fed Cup e Coppa Davis e di giocare per il suo Paese, sottolineando come non sia cosa facile. “La responsabilità è enorme”, ha detto. “Senti che stai portando le speranze del tuo Paese sulle tue spalle”. Martinez ha concluso dicendo: “Questo meraviglioso sport mi ha regalato momenti indimenticabili, momenti che hanno richiesto dedizione, sacrificio, sforzo, pazienza, positività, ottimismo e, soprattutto, fiducia in sé stessi. Se vuoi che i tuoi sogni si avverino, queste parole devono diventare parte della tua vita quotidiana“.

GORAN IVANISEVIC

E la cerimonia andava poi concludendosi nel migliore dei modi, con il campione di Wimbledon 2001 che ha accettato questo onore con gratitudine, humour e riconoscenza. Ivanisevic, che ha raggiunto altre tre finali negli anni ’90, ma ne ha perso due contro Pete Sampras (1994 e 1998) e una contro Andre Agassi (1992), è stato presentato da John McEnroe in video. McEnroe ha detto: “Posso solo dire subito che amo Goran Ivanisevic e sono assolutamente entusiasta di introdurre nella International Tennis Hall of Fame qualcuno che è stato probabilmente più pazzo di me sul campo. Ma, ecco, la verità è che è stato grande per lo sport del tennis… Il punto è questo: sia dentro che fuori dal campo Goran ha sempre fatto le cose a modo suo, e avremmo certamente bisogno di più giocatori come lui”.

Ivanisevic – che ha raggiunto in carriera la seconda posizione mondiale – si è molto commosso per l’introduzione di McEnroe. Ha poi detto: “40 anni fa ho iniziato questo viaggio dalla piccola città di Spalato in Croazia e oggi sono a Newport“. Ha parlato dei suoi fan e di quanto sia stato frustrante per loro. “Non deve essere stato facile essere mio fan. Era deludente e triste. Probabilmente diverse persone hanno divorziato a causa mia. Ma una cosa è certa: era anche divertente essere miei fan“, ha detto Goran.

LONDON, ENGLAND – JULY 04: Goran Ivanisevic of Croatia in action during his Gentlemen’s Invitation Doubles match alongside team-mate Cedric Pioline of France against Jacco Eltingh and Paul Haarhuis of the Netherlands on day nine of the Wimbledon Lawn Tennis Championships at the All England Lawn Tennis and Croquet Club on July 4, 2012 in London, England. (Photo by Julian Finney/Getty Images)

Ha poi citato un eccezionale giornalista croato di nome Neven Berticevic, sempre gentile con lui sulla stampa nel corso degli anni, proclamando: “Grazie, Neven, per tutte le belle cose scritte su di me!

Poi Ivanisevic ha espresso un sentito ringraziamento ai suoi genitori per tutto quello che hanno fatto per formarlo e guidarlo nel corso degli anni. “E ora“, ha detto, “la cosa più importante – le due persone più importanti della mia carriera, mia madre e mio padre, due persone che hanno sacrificato la loro salute e la loro carriera e mi hanno dato amore incondizionato per aiutarmi a raggiungere il successo. Mamma e papà – non ci sono abbastanza ringraziamenti, non c’è niente che io possa dire o fare per ringraziarvi per tutto quello che avete fatto per me. E se mai dovessi rifare questo viaggio, vi sceglierei di nuovo come mia mamma e mio papà e lo affronterei di nuovo insieme a voi. Vi voglio bene, grazie di tutto“.

Ivanisevic ha inoltre menzionato sua moglie e i suoi tre figli, ha parlato in modo commovente del suo Paese e in modo divertente di Wimbledon per avergli dato una wild card nel 2001 che lo portò al tanto atteso trionfo su quei prati. Ha poi salutato il palco lasciando tutti i presenti felici di aver assistito alla sua introduzione nella Hall of Fame.

È stata una cerimonia eccezionale e una delle più belle che abbia visto. Ha tirato fuori il meglio da tante belle persone e ha suscitato in tutti noi un apprezzamento ancora più profondo per i nuovi membri dell’International Tennis Hall of Fame. Già adesso non vedo l’ora che arrivi il 2022.

Traduzione a cura di Claudia Marchese

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Andreas Seppi non concede il bis della sfida all’ultimo Roland Garros e viene sconfitto in rimonta da un Felix Auger-Aliassime partito malissimo e in piena confusione ma progressivamente salito di livello, capace di mettere grande pressione al nostro a partire dal servizio – decisivo per invertire la freccia del match nel secondo set – e da lì facendosi viepiù solido e con le idee chiare su cosa fare. 2-6 6-2 6-2 a favore del ventenne di Montreal, per due ore di lotta assolutamente godibili in cui Seppi, a dispetto del netto punteggio dei due parziali conclusivi, si è battuto con onore ed è stato sempre vicino a poter rientrare, ma la qualità e la fisicità dell’avversario non gli hanno perdonato alcune imprecisioni.

IL MATCH – Felix comincia al servizio ed è subito chiaro che non vuole permettere all’avversario di intrappolarlo nelle ragnatele di scambi che sa tessere con grande intelligenza e accuratezza. Nei primissimi giochi si presenta così a rete con inaspettata frequenza, ma Andreas non ci mette molto a carburare con il passante. Il canadese regala con i fondamentali e al terzo game il nostro ha già la testa avanti. Non sbaglia praticamente nulla, Seppi, ma di sicuro l’altro si guarda bene dal dargliene il tempo – un ATM di gratuiti impazzito che vorresti avere con te una borsa perché le tasche sono ormai traboccanti. In risposta sul 5-1, la Seppia nazionale si esibisce pure in un passantino a una mano che stroncherebbe le ambizioni di un toro, ma FAA è bravo almeno ad annullare i due set point consecutivi, situazione che lo può rendere pericoloso. Infatti conquista i primi due “15” del game successivo e tocca ad Andreas metterci qualcosa in più, compito che esegue alla perfezione assicurandosi il parziale.

Più convinto e meno falloso alla ripresa, Auger-Aliassime approfitta di alcune imperfezioni azzurre per lo strappo che lo porta avanti 3-0. Seppi muove il punteggio, ma al quinto game non approfitta di un avversario che, dopo lo slancio iniziale, sembrava pronto a concedere nuovamente qualcosa. Si tratta solo, per così dire, di adeguarsi a un rivale che adesso sta giocando davvero; magari non da fenomeno, ma ha saputo costruirsi fiducia attorno al servizio. Adeguamento che non arriva e allora Felix restituisce il 6-2: peccato, sia perché sarebbe stato interessante vederlo servire per chiudere il set, sia perché significa inseguire nella partita finale.

 

Come previsto, Auger riparte molto tranquillo, spinge, contiene, trova grande profondità limitando gli errori e con estrema facilità si issa sul 2-0. Seppi non ci sta, si fa aggressivo tornando a vincere due punti in un turno di risposta, evento che non si verificava dal primo set; ecco allora il doppio fallo seguito da un altro errore che rimette momentaneamente in corsa il trentasettenne. Grande intensità negli scambi, anche un po’ di fortuna per Felix, ma il suo vantaggio è ristabilito con merito, mentre Andreas, sull’1-3 come nella seconda partita, non capitalizza una situazione potenzialmente favorevole. E, di nuovo, Auger-Aliassime stringe i tempi per chiudere in risposta; Seppi annulla quattro match point, addirittura uno con il dritto in salto e un altro con l’ace di seconda, ma deve arrendersi al quinto assalto. Agli ottavi, Felix troverà il vincente tra Frances Tiafoe e Jenson Brooksby.

GLI ALTRI MATCH – Dopo le due finali consecutive in Messico e ad Atlanta che lo hanno portato in top 100, Brandon Nakashima parte con il piede giusto anche al Citi Open nel giorno del suo ventesimo compleanno, regolando con un doppio 6-3 un Alexei Popyrin in pieno periodo di crisi dopo un buon avvio di stagione. Dal successo su Jannik Sinner a Madrid, infatti, il ventunenne di Sydney è alla nona sconfitta a fronte di un sola vittoria. Punteggio in equilibrio nel primo set fino all’ottavo gioco, quando un punto vinto dopo l’iniziale risposta con il telaio fa capire a Nakashima che il momento è propizio. In realtà, non ci mette tantissimo del suo, a parte un tentativo di controsmorzata che fingiamo di non aver visto, perché un doppio fallo e due brutti dritti dell’altro gli danno il break che subito conferma facendo suo il parziale. Omaggiato di una wild card, Brandon serve bene (8 ace e soprattutto vince complessivamente tre punti su quattro), muove la palla con attenzione, sbaglia poco, capisce il momento di prendere la rete; Popyrin, invece, mette pochissime prime, commette anche sei doppi falli, il dritto – il suo colpo preferito – va un po’ dove capita. Non è quindi una sorpresa il break sul 2 pari e nemmeno quello del game che conclude la sfida, giocato da Alexei con evidente rassegnazione.

Senza mai riuscire a strappargli la battuta, Feliciano Lopez si arrende a Denis Kudla in tre set, che ha concesso e appunto salvato 6 palle break. Lopez inizia a carburare al servizio quando lo ha già ceduto al secondo game, complici un doppio fallo e un tocco naturalmente elegante che atterra in corridoio per una quantità dolorosa di decimetri. Per lo statunitense, il game più duro al servizio è quello che si allunga sul 5-3; dopo tre set point, un dritto affossato regala a Lopez la palla per riaprire il discorso, ma scompare nel lampo di un ace e al quinto tentativo Kudla si prende il parziale. Nel secondo, entrambi si affidano con successo alla battuta, ma Denis ha parecchi rimpianti sul 5 pari alla seconda opportunità consecutiva: Feli si consegna dopo la volée in allungo, ma il comodo passante di dritto colpito con i piedi ben dentro il campo finisce largo di un metro. L’occasione enorme non gli lascia però strascichi nella mente, forse perché mancata con il colpo meno sicuro. Nel tie-break, il passantone bimane che pareggia il conto dei mini-break è vanificato dall’errore di dritto che spedisce Lopez a doppio set point. La prima esterna fa il suo dovere rimandando tutto al terzo set. Kudla ne ha di più e un suo bel punto in recupero seguito dallo smash spagnolo fallito gli valgono il 4-2, vantaggio che conserva fino alla stretta di mano.

Dai match che si sono giocati nella serata italiana è emerso anche il primo avversario di Jannik Sinner, che nel frattempo ha passato il primo turno del doppio assieme a Korda (vittoria al super tie-break contro Paire e Withrow): sarà Emil Ruusuvuori, che ha battuto in – facile – rimonta l’indiano Gunneswaran, che aveva vinto il primo set.

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Al femminile

Tokyo 2020: le Olimpiadi delle giocatrici ritrovate, da Bencic a Vondrousova

Belinda Bencic e Marketa Vondrousova era reduci da un 2020 di crisi, ma ai Giochi di Tokyo hanno saputo riproporre il loro miglior tennis

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Belinda Bencic - Olimpiadi di Tokyo

Belinda Bencic ha vinto la medaglia d’oro nel tennis femminile alle Olimpiadi di Tokyo, al termine di una settimana ricchissima di spunti, tecnici ed extratecnici. E non si è discusso solo durante il torneo, ma anche prima. Procediamo con ordine, e cominciamo con il tema più interessante emerso alla vigilia.

1. Il valore del tennis alle Olimpiadi e le polemiche nella Repubblica Ceca
Un primo tema, che regolarmente aleggia sul torneo olimpico ogni volta che va in scena, è stabilire il suo peso rispetto agli altri classici appuntamenti del tennis. Quanto vale la vittoria olimpica rispetto a uno Slam? E rispetto al Masters? Di più o di meno?

Per quanto mi riguarda ho una idea piuttosto drastica sul rapporto tra i diversi sport e le Olimpiadi: secondo me gli sport per i quali la competizione olimpica non risulta la più importante per un atleta, semplicemente non dovrebbero far parte delle Olimpiadi. Per esempio, alle Olimpiadi sarebbe meglio non avere il calcio (nel calcio i Mondiali valgono più delle Olimpiadi); e per la stessa ragione nemmeno il tennis. Perché non penso che una tennista baratterebbe un titolo a Wimbledon con una vittoria alle Olimpiadi.




 

Ma questa è la mia posizione del tutto personale, che conta zero. Fra le tenniste le sfumature sono diverse e variegate, in parte determinate dalla cultura sportiva di provenienza. Infatti ci sono nazioni dove le Olimpiadi sono considerate il massimo dello sport, sempre e comunque, con notevoli conseguenze sul modo di pensare. Per esempio Li Na, giocatrice che ha avuto un ruolo epocale per lo sviluppo del tennis in Cina, raccontava che nel suo paese il tennis aveva ricevuto un grande impulso dopo che ad Atene 2004 Li Ting e Sun Tiantian avevano vinto il titolo del doppio femminile. Li Ting e Sun Tiantian: alzi la mano, tra gli appassionati di tennis italiani, chi si ricorda di loro.

La testimonianza di Li Na ci conferma che in alcune nazioni l’Olimpiade ha un fascino e un valore che travalica il puro aspetto tecnico. E penso che qualcosa di simile non si avverta solo in Cina, ma anche nell’Europa dell’Est (diciamo oltre la vecchia cortina di ferro). Una grande giocatrice come Elena Dementieva ha sempre considerato la vittoria alle Olimpiadi di Pechino 2008 come una impresa sufficiente a dare senso a tutta la sua carriera, che pure si è conclusa senza Slam.

Però anche nell’Est Europa le posizioni non sono tutte unanimi, e oggi ci sono tenniste con una scala di valori differenti. Per capirlo, racconto come sono andate le cose quest’anno in Repubblica Ceca, la nazione che al momento ha più giocatrici ai vertici della classifica mondiale (quattro nelle prime 23 del ranking: Pliskova, Kvitova, Krejcikova, Muchova).

Sino a qualche mese fa, sembrava che i quattro posti (il massimo consentito) per le Olimpiadi fossero assegnati: come singolariste, in base al ranking sarebbero andate in Giappone Pliskova, Kvitova, Muchova e Vondrousova. Sempre che nessuna avesse deciso di rinunciare, perché Pliskova non sembrava particolarmente entusiasta per l’impegno. Sin dall’inizio del 2020, quando ancora non si sapeva che le Olimpiadi sarebbero state rinviate, aveva espresso dubbi sulla partecipazione.

Ricordo che Pliskova aveva rinunciato a Rio 2016, ufficialmente per non correre il rischio di contrarre il virus Zika. In quell’agosto di cinque anni fa, evitando la trasferta in Brasile, Karolina si era preparata al meglio per lo US Open 2016, nel quale avrebbe raggiunto la finale, punto di partenza fondamentale per diventare qualche mese dopo numero 1 del mondo. Invece Kvitova, medaglia di bronzo a Rio, non aveva mai espresso dubbi sulla trasferta in Giappone, malgrado a Tokyo fosse previsto un clima ancora più caldo della edizione brasiliana.

Questo sino a giugno 2021. Ma proprio in extremis le cose cambiano. La prepotente salita in classifica di Krejcikova (vincitrice a sorpresa del Roland Garros), e i punti in scadenza della edizione Slam del 2019 rimescolano le carte: di fatto, Krejcikova scalza Vondrousova. Dunque in vista di Tokyo, la classifica WTA recita: Pliskova 10, Kvitova 11, Krejcikova 15 e Muchova 22. Escluse dal singolare Vondrousova 41, Bouzkova 50 e Siniakova 75. L’articolo di Ubitennis uscito il 16 giugno, fotografa alla perfezione lo stato delle cose.

Tutto appare ormai definito, quando arriva il colpo di scena: il 21 giugno si scopre che Marketa Vondrousova ha deciso di fare ricorso al ranking protetto (previsto per chi ha subito lunghi stop per infortuni), e grazie a questo “jolly” è ammessa di diritto nel quartetto ceco. Un ranking protetto che fa riferimento a due stagioni prima, quando a causa di un infortunio al polso non aveva giocato da luglio a dicembre 2019. Il diritto non è ancora scaduto, e ITF lo conferma. Al momento dell’infortunio, Vondrousova era numero 14 WTA (reduce dalla finale persa al Roland Garros contro Barty). Marketa aveva custodito quella virtuale posizione numero 14 in attesa del torneo con l’entry list più severa, il torneo che davvero le stava a cuore: le Olimpiadi.

Con Pliskova, Kvitova e Krejcikova che decidono di partire per il Giappone, la scelta di Vondrousova ha una conseguenza automatica: a Tokyo non potrà andare Karolina Muchova. Numero 22 del mondo, eppure fuori dai Giochi. Nella Repubblica Ceca la decisione di Vondrousova viene aspramente criticata: è accusata di essere egoista, di avere utilizzato un escamotage per far fuori una compagna ben più avanti di lei in classifica. E di sicuro l’esito di Wimbledon non aiuta a calmare le acque: Muchova raggiunge i quarti di finale, mentre Vondrusova perde malamente al secondo turno contro una wild card locale, la numero 338 Emma Raducanu.

Volete sapere cosa ne penso? A me, un utilizzo così posticipato del ranking protetto, suona un po’ contro lo spirito della norma. Ma in punta di diritto nessuno può accusare Marketa: le regole glielo consentono. E così a Muchova non rimane che pubblicare un tweet di rammarico: “Sono delusa dal fatto di non poter giocare alle Olimpiadi di Tokyo. Non vedevo l’ora. Ma devo rispettare le regole ITF e tiferò da casa per la squadra ceca”.

Dopo questa vigilia avvelenata, arriva il momento del torneo. E i risultati ribaltano completamente la situazione. Al secondo turno Kvitova si dissolve nel caldo-umido di Tokyo, subendo contro Van Uytvanck un parziale conclusivo di dieci game a zero (5-7, 6-3, 6-0). Al terzo turno Pliskova perde contro Camila Giorgi (6-4, 6-2), come già accaduto a Eastbourne. Anche Krejcikova si ferma al terzo turno, sconfitta dalla futura vincitrice Bencic (1-6, 6-2, 6-3). Mentre Vondrousova, la reietta Vondrousova, diventa eroina nazionale regalando a se stessa e al proprio paese la medaglia d’argento; dopo avere battuto, fra le altre, Naomi Osaka.

Evidentemente Marketa teneva moltissimo a partecipare alle Olimpiadi, altrimenti non avrebbe speso il “jolly” per un evento che non distribuisce punti WTA e nemmeno montepremi, oltre tutto mettendo a rischio i rapporti interpersonali della squadra ceca (il team che ha vinto più volte la Fed Cup negli ultimi anni).

Se associamo questa vicenda alle lacrime inconsolabili della polacca Iga Swiatek (eliminata al secondo turno), che per il 2021 aveva dichiarato di puntare innanzitutto alle Olimpiadi, abbiamo un quadro più variegato su come venga considerato questo evento dalle protagoniste. In sostanza c’è chi ha rinunciato a Tokyo pur avendo diritto di esserci (Kenin, Andreescu, Azarenka, Serena, Kerber, Keys, etc.) e chi, come Vondrousova, non ha lasciato nulla di intentato pur di essere presente.

a pagina 2: Le condizioni di gioco e l’esempio di Camila Giorgi

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