Fognini-Mager: è 2-0 sulla Corea (Cocchi, Semeraro, Azzolini, Frasca). Il senso di Lee per il tennis: "La sordità è un dono, così mi concentro meglio" (Piccardi)

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Fognini-Mager: è 2-0 sulla Corea (Cocchi, Semeraro, Azzolini, Frasca). Il senso di Lee per il tennis: “La sordità è un dono, così mi concentro meglio” (Piccardi)

La rassegna stampa del 7 marzo 2020

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Italia subito 2-0. Madrid è vicina. E Fognini punge: “Io qui, altri no…” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La prima giornata di Davis formato coronavirus si chiude con l’Italia felice per un 2-0 contro la Sud Corea che ci mette abbastanza al sicuro per la qualificazione alle Finals di Madrid, a novembre. […] Chi ben comincia La giornata particolare, a porte chiuse, è partita bene, con il successo netto, e non avrebbe potuto essere altrimenti, contro il numero due coreano Dukhee Lee (251 Atp), noto per essere il primo giocatore completamente sordo ad aver giocato, e vinto, un match sul circuito Atp. Fabio, in campo dopo qualche settimana di stop per un infortunio alla gamba sinistra, ha dilagato contro il rivale che non è mai stato in grado di metterlo in difficoltà. Un primo set volato via in meno di mezzora con uno spietato 6-0 e poi un’altra mezzoretta per chiudere il discorso in due set. […] Insomma, lo spettacolo è un’altra cosa ma Fabio ha comunque tratto buone sensazioni dal match: «Volevo vedere a che punto fossi, mi serviva tornare a giocare qualche partita. Tra poco c’è Montecarlo, dove difendo il titolo, e rischio anche di arrivarci senza giocare nemmeno un match ufficiale, visto che il mio viaggio per i tornei americani è a rischio». Sogno americano Le restrizioni imposte dagli Stati Uniti, che hanno portato l’Italia al livello 4 su 4 di pericolosità per il contagio, rischiano infatti di far saltare la trasferta dell’azzurro verso Indian Wells, al via la settimana prossima: «Berrettini e Sinner sono già là da un po’, ma le cose sono cambiate e adesso per noi italiani è molto difficile arrivare negli Usa. Ho parlato con Andrea Gaudenzi (il nuovo presidente Atp, ndr) per capire come risolvere la situazione, ma sarebbe davvero un guaio saltare i due Masters 1000 americani». Fabio avrebbe potuto volare direttamente negli Usa dalla Spagna, saltando la trasferta cagliaritana e mettendosi al sicuro dai divieti americani ma il suo attaccamento alla maglia azzurra non glielo avrebbe mai permesso: «L’ho sempre detto, per me giocare con questa maglia è importantissimo. Berrettini purtroppo è infortunato e non c’era, altri invece hanno preferito fare scelte diverse, non sta certo a me giudicare» . II riferimento all’assenza di Sinner sa di tirata d’orecchie del veterano al giovane tanto atteso alla prima in Davis, ma al suo posto ha comunque esordito Gianluca Mager, una freccia nuova per l’arco di Corrado Barazzutti. Mager è sceso in campo per secondo, dopo un acquazzone che ha ritardato il programma di un paio d’ore. Un match meno semplice del previsto quello con il n. 238 Nam per il 25enne sanremese, poi vittorioso 6-3 7-5: «Ero tesissimo, ma la prima volta con la Nazionale come si fa a non esserlo! Bravissimi i compagni a distrarmi durante lo stop per pioggia, Corrado mi ha spinto e sostenuto per tutto il match… che bello vincere per il mio paese» . Una prima volta che merita una dedica: «Alla mia compagna Valentine, alla famiglia, e a tutti quelli che stanno soffrendo per la difficile situazione che l’ Italia sta vivendo».

Italia, chiudi il conto (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

[…] La prima giornata della qualificazione di Coppa Davis fra Italia e Corea del Sud a Cagliari è finita con un prevedibilissimo 2-0 per gli azzurri, con i successi per 6-0 6-3 di Fabio Fognini su Duckhee Lee in un’ora e 4 minuti, e del debuttante Gianluca Mager sul numero 1 coreano, Ji Sung Nam, per 6-3 7-5 in un’ora e 35 minuti. Due ore e quaranta minuti in totale, intervallate da uno scroscio d’acqua che ha ritardato l’ingresso in campo di Mager aggiungendo una dose di nervosismo a quella, scontata, per il debutto in nazionale. Così mentre fra Fabio e il non udente Lee non c’è stata quasi storia, Mager ha tentennato un po’ all”mizio del secondo set, incassando un break con due doppi falli. Ha anche chiesto l’intervento del fisioterapista sul 43 per Nam, per un problema agli adduttori, ma ha poi riacchiappato l’avversario sul 4-4 e chiuso al terzo matchpoint cinque game dopo. «Ho sentito molto la tensione – ha ammesso Gianluca, promosso titolare dall’infortunio di Sonego – ma è normale all’esordio in Davis, e poi partivo favorito. Per fortuna Fabio ha vinto il primo match e questo mi ha tolto un po’ di nervosismo, e i ragazzi e Barazzutti in panchina sono stati bravissimi a sostenermi. E’ stato un match molto difficile, la cosa importante è che sono riuscito a portare un punto per ‘Italia. Ora cercherò di curarmi l’infortunio, la vittoria la dedico alla mia famiglia, ai miei coach, alla mia fidanzata e a tutti quelli che stanno soffrendo per il virus». Inevitabilmente soddisfatto anche Barazzutti: «II bilancio per ora è positivo, il 2-0 va benissimo. Sono stati due match diversi: Fabio ha giocato con tutta l’esperienza di chi la Davis la conosce da tanto tempo, Gianluca da esordiente ha fatto una buonissima partita, anche se a causa dell’infortunio non ha giocato il suo miglior tennis. II secondo set è stato più complicato, l’importante è che l’abbia portata a casa». Stamattina alle 11 tocca al doppio, che potrebbe chiudere rapidamente il discorso qualificazione alle Finals di novembre. Sulla carta sono scritti i nomi di Sonego e Travaglia, ma il torinese soffre ancora del problema al polso e non sarà in campo. Possibile/probabile che tocchi a Fognini e Bolelli, coppia collaudatissima. «E stato strano giocare nello stadio vuoto – ha ribadito Fabio – ma è un momento difficile per tutti. E triste perché Cagliari si era fatta avanti per ospitarci, ma la salute delle persone viene prima di tutto. Io dopo i problemi alla gamba avevo bisogno di giocare, credo di aver fatto quello che mi ha chiesto Corrado». Ora basta completare il compito

L’Italia vede subito Madrid, con l’eleganza e col cuore (Daniele Azzolini, Tuttosport)

[…] È possibile fare a meno del frastuono che viene dagli spalti, dei cori, degli incitamenti, e per quelli più sguaiati è perfino facile avviare un’opera di rimozione. Si può fare a meno delle distanze, che si sono d’improvviso allargate, e stanno diventando il simbolo di questi tempi da Coronavirus. Alla larga da tutto e tutti… Anche le distanze delle interviste si sono fatte bislunghe, innaturali, e da qualche giorno avvengono attraverso microfoni sempre più lontani. […] I giocatori sostituiscono un tocco a pugno chiuso alla consueta stretta di mano, figurarsi se non si possa fare a meno anche del consueto andirivieni di asciugamani, un vezzo da società classista per un tennis che su certi aspetti merita davvero di essere ripensato: trasformare i ballboys in valletti, che senso ha possibile privarsi anche del pubblico, nella sua accezione più completa, quella di una massa indistinta che ritrova unità nel sospingere i protagonisti in campo a una vittoria nel nome di tutti. Ma un cuore e un pizzico di eleganza faranno la differenza. E l’Italia li ha messi in campo, contro una Corea che non faceva paura, ma che non è stata a guardare. […] Fognini ha affrontato DuckHee Lee con quel tanto che bastava. Calma, serenità, colpi profondi, ritmo. Niente di astruso, di eccessivo. Ma niente anche che potesse apparire agli occhi vispi del ventunenne non udente di Jeacheong, simile a un regalo. Solo eleganza… Nei movimenti, nella corsa, nella facilità di centrare la palla. Un percorso netto e lindo che al giovane coreano deve essere apparso lucente come una ragnatela ai raggi del sole, e in quella si è ritrovato avvolto. Non c’è stata partita. Non ci sarebbe stata comunque, ma così le distanze hanno preso forma in modo così netto da sembrare in accordo con le ultime disposizioni in materia di sanità nazionale. «Avevo voglia di giocare, di colpire la palla, e di stare bene in camp o.A questa Davis chiedevo proprio queste sensazioni» racconta Fognini. Ha concesso a DuckHee un break, a riportare in parità l’avvio del 2° set. Poi s’è ripreso la partita «E stato solo un momento, ma il coreano ha giocato bene» dice Fabio, con quel tanto di eleganza. Poi c’è stata la pioggia. Un’ora buona E dopo Gianluca Mager. E lui ci ha messo il cuore, che era quel che serviva, per venire a capo di tutto ciò che non conosceva e ha dovuto imparare in fretta e furia. La Davis, le emozioni che provoca, le tensioni che sprigiona e che bloccano i muscoli. Ha vinto il primo e si è incasinato nel secondo, Mager, contro un avversario che di tanto in tanto tentava lo sgambetto. E successo che all’inizio del secondo set i muscoli della gamba si siano induriti, obbligandolo a ritrarsi dalla riga di fondo e concedere qualche metro in più al gioco lineare, ma abbastanza solido, di Jing Sun Nam, svelto a procurarsi l’unica palla break del suo match, e a centrarla, giusto per rendere ancora più torbidi i pensieri di Mager Sono questi i momenti che, in Davis, rischi di perdere contro chiunque. La risposta è giunta dal cuore, che ha consigliato a Mager di mettersi li e darci dentro. Non dev’essere stato facile, perché la risalita è giunta fra molti errori e infiniti sprechi. Diciassette palle break, 13 delle quali perse nel nulla. Il riaggancio, dal 3-1 per Nam, è giunto sul 4 pari, ma è servita un’altra dose di faccia tosta per far deflettere definitivamente il coreano dai suoi propositi. L’ultimo break è valso il set e il 2-0 per l’Italia, ma solo al 4° match point «Ho dato quello che potevo, con grande emozione e qualche problema che non mi aspettavo, come questo mini stiramento alla gamba. La Davis è davvero una grande esperienza”

Fognini, una vittoria nel silenzio e quel pugno che diventa saluto (Guido Frasca, Il Messagero)

Non c’è rumore più assordante del silenzio. Porte chiuse, zero pubblico e niente “raccatta asciugamani”. Anche la sfida di Coppa Davis tra Italia e Corea del Sud deve fare i conti con l’emergenza coronavirus. Al Tennis Club Cagliari è stato permesso l’accesso a un centinaio di persone tra staff, delegazioni, stampa e addetti ai lavori. […] E facevano uno strano effetto le stazioni igienizzanti con prodotto disinfettante (la tanto ricercata amuchina) installate nelle zone di maggior afflusso. Nel silenzio spettrale del club di Monte Urpinu gli azzurri hanno rispettato il pronostico che li vede nettamente favoriti: 2-0 dopo i primi due singolari. La foto simbolo di una giornata surreale è quella di Fabio Fognini e del suo avversario Duckhcc Lee che, al termine del match vinto 6-0 6-3, si sono salutati con il “pugnetto”. Niente stretta di mano in ossequio alle norme igieniche e stesso saluto da parte dei giocatori anche verso il giudice di sedia. «E’ stato molto strano giocare nello stadio vuoto – ha sottolineato Fognini – ma questo è un momento difficile per tutti. Ci sono regole che sono state dettate dal Governo, in questo periodo è giusto cosi. Prima viene la salute delle persone, poi lo sporte il divertimento». Sognava un esordio in Davis diverso Gianluca Mager, che ha battuto per 6-3 7-5 Ji Sung Nam. «Dedico la vittoria a tutte le persone coinvolte in questa difficile situazione», ha detto il 25enne di Sanremo. IL PROGRAMMA Oggi (diretta su SuperTennis dalle 11) l’Italia può chiudere la pratica e staccare il biglietto per le Finals di Madrid già vincendo il doppio che aprirà la giornata. A seguire gli altri due singolari. Ma il pensiero va alla trasferta americana, con il grosso punto interrogativo dovuto all’emergenza sanitaria che limita gli spostamenti. «Indian Wells e Miami sono a forte rischio per noi a causa delle nuove disposizioni – dice Fognini – mi seccherebbe molto doverci rinunciare. Ho saltato molti match per l’infortunio e rischio di arrivare alla stagione sulla terra rossa avendo giocato quasi nulla».

Il senso di Lee per il tennis: “La sordità è un dono, così mi concentro meglio” (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

Pugno contro pugno con il numero uno azzurro Fabio Fognini, alla fine, come le regole del tennis all’epoca del coronavirus impongono (strette di mano vietate), Duck-hee Lee accenna un inchino nel vuoto pneumatico dello stadio di Cagliari in cui l’Italia di Coppa Davis, a porte chiuse, ipoteca la qualificazione alle finali di Madrid: 2-o alla Corea del Sud, e oggi si chiude con il doppio. Cappellino alla maniera dei ciclisti, 21 anni, n.251 del mondo, Lee è sbarcato sull’isola preceduto dal mantra che pronuncia con fatica, però senza ma! tremare: «Leggo la compassione negli occhi degli altri per il mio handicap. In verità io lo vedo con un vantaggio, un dono speciale. Niente, infatti, può distrarmi: né i rumori né il tifo, quando c’è, e nemmeno gli aerei che sorvolano New York. Posso concentrarmi solo sul mio gioco». Duck-hee Lee non sente, è sordo dalla nascita. Legge il labiale, vede i giudici di linea che chiamano fuori le palle e quella volta proprio in Coppa Davis, Corea del Sud-Uzbekistan contro Istomin, febbraio 2017, aveva continuato a giocare nonostante l’arbitro avesse gridato «out!» non per spirito di ribellione ma perché non si era accorto della chiamata. Benché anche il New York Times si sia occupato della sua storia di atleta paralimpico piena di messaggi positivi, non tutti nel circuito sono a conoscenza del deficit. In campo c’è chi continua a parlargli: «Allora io mi indico l’orecchio, per far capire che sono sordo. Non voglio compassione. Né essere trattato come un diverso. Sono un giocatore di tennis». La Federtennis italiana, che organizza la Davis a Cagliari («Torneremo con Berrettini e Sinner» promette il presidente Binaghi agli appassionati delusi dalla necessaria serrata) si era posta il problema: Lee necessita di un traduttore del linguaggio dei segni? No grazie, ha risposto il ragazzo di Jacheon, l’aspirante stregone cresciuto nel mito di Roger Federer che nell’agosto dell’anno scorso ha ottenuto la prima vittoria nel tabellone principale di un torneo Atp in Carolina del Nord. Mai un giocatore non udente era riuscito nell’impresa. Sa capire e farsi capire, Duck-hee, con i compagni di squadra comunica attraverso una chat di WhatsApp e con il coach, suo cugino Chung-hyo Woo, s’intende con uno sguardo. Il senso di Lee per il tennis — e per la vita — è merito dei genitori: Mi-ja Park e il marito Sang-jin Lee si erano accorti subito che quel figlio primogenito, nato il 29 maggio 1998 mentre lui assolveva il servizio militare obbligatorio, aveva delle difficoltà. All’età di 2 anni, la diagnosi di sordità era definitiva. A 4 frequentava un istituto per bambini disabili a Chungju la mattina e una scuola per normodotati il pomeriggio: «Non volevamo che crescesse separato dal mondo — ha raccontato la mamma di Duck-hee —, né che conoscesse solo il linguaggio dei segni. Il nostro scopo di genitori era renderlo indipendente». Missione compiuta, complice il ruolo dello sport come straordinario strumento di integrazione. «Più che aiutarlo a battere Djokovic e Nadal, il mio ruolo è agevolarlo nel vivere una vita normale» sottolinea l’allenatore. In uno sport in cui la coordinazione palla-occhio è fondamentale, anche il senso dell’udito gioca un ruolo importante: sentire il suono della palla permette reazioni più veloci. […] «Lee è fenomenale — conferma l’americano Andy Roddick, ex n.1 del mondo — perché ascoltare la palla, che produce un suono diverso a seconda che sia colpita piatta, in slice, in back o in top, fa parte integrante del processo di reazione». «Usare occhi e orecchie ci aiuta a scegliere quale colpo giocare e quale velocità imprimergli» conferma Andy Murray, due volte re di Wimbledon. Il coraggio con cui Duckhee Lee ha abbracciato il suo handicap gli ha procurato un contratto con Hyundai, l’ammirazione dei colleghi, la prospettiva di un’esistenza che sembrava preclusa. E quel pugno contro pugno con Fabio Fognini al termine del match di ieri, codice d’accesso al mondo dei super professionisti del tennis, un gesto che vale più di tante parole

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Troppo Nadal, Sonego travolto (Crivelli, Giammò, Azzolini). Il futuro è adesso (Bertolucci)

La rassegna stampa di domenica 3 luglio 2022

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Nadal con il trucchetto si lamenta per le urla (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il veleno arriva in coda a una partita fin lì senza pathos, dominata con imperiosa autorevolezza da Nadal senza concedere il minimo appiglio tecnico a un Sonego impotente. Ma alle 20.20 locali, con la luce naturale declinante, si decide di chiudere il tetto e di illuminare artificialmente il Centrale. Rafa è avanti di due set e di un break (4-2) e aspetta solo di celebrare la fine dell’ennesimo rito vincente, anche se avrebbe voluto continuare senza l’intoppo della sosta forzata. E infatti la pausa, durata in tutto venti minuti (il tetto è pronto in 10 ma non viene azionato subito, e completata l’operazione i giocatori fanno di nuovo il riscaldamento) raffredda gli ardori dello spagnolo, che nell’ottavo game perde per la prima volta il servizio e rimette in corsa Sonego. È li che, con un pizzico d’astuzia e il peso del blasone, Nadal chiama a rete l’avversario e, peraltro in toni civilissimi, si lamenta delle sue urla mentre gli scambi sono ancora In corso. Sonego, stranito, lancia sguardi di sorpresa verso l’arbitro francese Dumusois, chiede conforto e spiegazioni che non arrivano. A ogni modo, con il turno di servizio per salire 5-4, Lorenzo si incarta e perde la battuta, consegnandosi così alla sconfitta. Al momento del saluto finale, un lungo ma sereno conciliabolo tra i due servirà a ristabilire la pace. A mente fredda, però, l’italiano continuerà a ritenere un piccolo sopruso il gesto di Nadal: «Può succedere nei tornei di terza categoria o tra veterani ma non a questi livelli. Doveva rivolgersi all’arbitro, non chiamarmi a rete, anche se lo ha fatto con educazione. E poi è vero che grido in campo, ma lo faccio sempre e soltanto dopo aver ottenuto II punto. Certamente l’episodio in quel momento mi ha condizionato, alla fine mi ha chiesto scusa e ci siamo chiariti. Sulla partita, c’è poco da dire: nei primi due set è stato fenomenale, ha disinnescato tutte le mie armi». Rafa, come sempre sfiora la perfezione quando l’ostacolo richiede di alzare il livello: «La mia miglior partita del torneo contro l’avversario che aveva le caratteristiche più adatte per mettermi in difficoltà sull’erba. Non c’è stata malizia quando mi sono rivolto a lui, lo dico dal profondo del cuore. Se si è sentito offeso gli chiedo davvero scusa, ma non l’ho fatto con animo cattivo. Gli auguro di proseguire la stagione alla grande». […]

Troppo Nadal, Sonego travolto (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

E’ della Spagna il primo punto del doppio confronto con l’Italia che oggi vivrà il suo secondo atto con la sfida tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Troppo forte Rafa Nadal per Lorenzo Sonego, una vittoria mai in discussione, quella del maiorchino, che ne rilancia la candidatura tra i favoriti di questo Slam confermando anche la bontà della terapia a cui ha sottoposto il suo piede malandato dopo il Roland Garros. La testa di serie n.2 ha impiegato poco più di un’ora per portarsi sul 2-4 in un crescendo di colpi e soluzioni che non lasciavano trasparire alcun indizio circa le precarie condizioni fisiche con cui ha dovuto fare i conti in questa prima metà di stagione. Se l’anno scorso la sconfitta per Sonego aveva in sé il suono riconciliante del ‘puf…puf… puf’ del tennis di Federer, quest’anno i colpi usciti dalla racchetta dello spagnolo hanno risuonato per lui su quello stesso campo come i rintocchi di un’inesorabile sentenza. A ritardarne l’esecuzione non poteva bastare l’ottimismo con cui l’italiano si era calato nel match («l’erba è la superficie migliore per provare a batterlo»), occorreva anche altro: una strategia, poca propensione all’errore e la capacità di mantenere il suo gioco su standard più elevati rispetto alle sue ultime uscite. Al contrario, fin dalle prime battute, Nadal ha cominciato a macinare gioco tessendo una tela che in breve ha finito col soffocare il piemontese. A Sonego va dato almeno merito di non aver alzato bandiera bianca. Ma la lezione è di quelle severe, perché era da tempo che non assistevamo a un Sonego così impotente di fronte al tennis altrui, lui che sempre con tempra e coraggio era riuscito a colmare le iniziali distanze che lo separavano da avversari dal ranking migliore. Per quanto severa pero non cancella quanto di buono fatto dall’azzurro durante il torneo, autore di due vittorie diverse tra loro ma altrettanto convincenti per conduzione e caratura degli avversari. Farne tesoro sarà adesso importante per calibrare bene i prossimi step, magari ripensando e ripartendo da quell’ottavo game del terzo set in cui Sonego è riuscito a strappare a zero il servizio al suo avversario. In nessun altro sport le cose possono cambiare così in fretta come nel tennis, e anche se Nadal si è dimostrato ancora una volta impermeabile a crisi di questo tipo restituendo subito il break, quel po’ di nervosismo da lui tradito per l’unico passaggio a vuoto che ha concesso all’azzurro l’unico break della partita E qui le proteste di Nadal. Il maiorchino si è lamentato prima con l’arbitro quindi con lo stesso Sonego, “convocato” a rete, per rimproverargli un grido di troppo durante lo scambio. Un siparietto che si è ripetuto al termine del match (6-1 6-2 6-4), con il torinese visibilmente contrariato e lo spagnolo con un altrettanto visibile piglio da maestro. «Mi dispiace moltissimo se gli ho dato fastidio – ha poi dichiarato lo spagnolo a fine match – volevo dirgli qualcosa e volevo farlo in modo gentile e mi dispiace tantissimo che ci sia rimasto male» . […]

Duellanti ai ferri corti (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Esiste un linguaggio dei campioni. Lorenzo Sonego ne era al comente, lo aveva già sperimentato con Federer, proprio sullo stesso Centre Court un anno fa. E pure con Djokovic che una volta ha battuto a Vienna e un’altra, in una notte romana, ha spinto fino al terzo set. E’ una lingua composta quasi esclusivamente da segnali, da articolazioni fonetiche, assai semplificate, il più delle volle gutturali. La domanda utile, per inoltrarsi nella lingua dei Rafa e dei Roger è la seguente: che cosa c’è sotto? Normalmente, la risposta è opposta al divenire dei fatti. L’esempio è facile trarlo dallo stesso match di ieri tra Nadal e Sonego, su un Centre Court ormai spelacchiato a metà. Mi sta tritando, è la domanda che inevitabilmente Sonego è stato indotto a porsi, dopo i primi due set che sulla propria autostima hanno avuto l’effetto di uno tsunami… Gli sto antipatico? No. Nessuna antipatia. Sono un bocconcino troppo comodo per lui? No, anche in questo caso. E allora? Mi teme? No, ci mancherebbe altro. Rafa non teme nessuna Ma la risposta è già più appropriata. L’urgenza di Nadal nel condurre così rapidamente la propria azione di smantellamento dei capisaldi del tennis di Sonny, nasce dalla buona considerazione che lo spagnolo ha del nostro. Ha ritenuto questo match tra quelli difficili nella fase iniziale del torneo. E lo ha detto a fine partita nell’intervista in campo. E ha scelto di giocare al massimo della sue attuali possibilità. Il risultato è quello che si è visto, ormai agli atti. In tutti e tre i set, Rafa ha fatto il break alla prima occasione. Match non c’è stato, sebbene Sonego uscito dal frullatore dei primi due set, abbia tenuto il campo (e gli scambi con Rafa) in modo più adeguato. Nel terzo il punteggio è stato sempre più vicino, e dopo lo stop di una ventina di minuti dovuto alla chiusura del tetto, per poter accendere le luci e trasformare il match in una notturna (una richiesta che Lore aveva già rivolto in più occasioni all’arbitro), Sonego ha avuto modo di ottenere l’unico break del suo incontro e pareggiare quello di Rafa, riportando il punte o sul 4 pari. E’ stato alla fine di quel game che Rafa ha organizzato un insolito cazziatone pubblico a Sonny. Lo ha chiamato a rete per chiedergli di smetterla con i suoi grunt. Conclusione mesta del match. In tutti i sensi. Subìto il break Rafa se l’è subito ripreso e la partita è finita lì. Ma le incomprensioni non fanno bene al tennis, vanno chiarite subito. «Voglio andare subito da lui per spiegarmi», spiega infatti Rafa. «Io gli ho posto un problema, ma ho cercato di farlo senza animosità alcuna. Mi dispiacerebbe se lui l’avesse presa male. Il suo grunting, sul campo, è molto forte, vivace e a tetto chiuso rimbomba ovunque. Gliel’ho detto, proprio perché era una situazione insolita». […]

Il futuro è adesso (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Se guardiamo all’età, nell’ottavo di oggi si affronteranno due sbarbatelli: 40 anni e 29 giorni in coppia. Nella seconda settimana di Wimbledon, bisogna risalire all’edizione del 1985 per trovare una partita con protagonisti più giovani nella somma degli anni: quarto di finale tra Becker e Leconte, 39 anni e sette mesi. Tuttavia, se guardiamo all’aspetto tennistico, quella tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz è la sfida tra i futuri dominatori del ranking mondiale. L’erba è ostica e richiede esperienza. Entrambi, prima di questo Wimbledon, avevano maturato pochissima esperienza sull’erba: Alcaraz ci aveva giocato due partite con una vittoria e una sconfitta, Sinner quattro senza mai ottenere un successo. I prati necessitano di tempo prima di dare confidenza, ma la forza di entrambi è che posseggono l’intelligenza e la struttura tecnica per imparare in fretta. Forse non sarà mai la loro superficie preferita, ma la capacità di adattamento, l’equilibrio tra tutti gli aspetti del gioco e la velocità di apprendimento lasciano ben sperare. E poi, alla quarta partita, i campi sono sicuramente più lenti: aspettiamoci dunque una partita più vicina ai canoni della terra. Aggressione da fondo, continuità nel pressing. Jannik secondo me non parte favorito, visti i precedenti e le caratteristiche tecniche dell’avversario. Inutile cercare di impostare la partita su una diagonale piuttosto che sull’altra. Al centro dell’attenzione metterei però la capacità di condurre le danze senza dover arretrare. Un pressing asfissiante lontano dal tennis percentuale potrebbe rivelarsi un fattore decisivo. La sfida contro Isner, per Sinner, è stata giocata a cento all’ora ma su pochi scambi; oggi, invece, il nostro dovrà essere in grado di mantenere la stessa velocità per un intervallo di tempo ben più superiore. Le altre armi, servizio e risposta, cambiano gli equilibri. Se la strategia è chiara, essa tuttavia va realizzata attraverso due armi fondamentali: la percentuale del servizio e la qualità della risposta. Un alto numero di prime, e l’abilità di leggere le traiettorie della battuta altrui rimettendo in gioco il maggior numero di palle, sarà alla base del successo tanto per l’azzurro quanto per lo spagnolo, perché consentirà di prendere in mano lo scambio, dettando ritmi e velocità sottraendosi all’immediata aggressione dell’avversario. […] La sfida contro un torello come Alcaraz rappresenta un test probante anche per valutare I progressi di Sinner sotto il profilo della resistenza. La testa. Sono simili: solidi e determinati. Su una cosa tutti gli esperti concordano: per mentalità, Sinner e Alcaraz sono decisamente i più forti giocatori della loro generazione. La loro testa, cioè, è già resettata per tutti i dettagli che devono formare un campione: malgrado la giovane età, sono professionisti che ragionano per l’obiettivo massimo, e questa determinazione si riverbera già sulla preparazione. Jannik e Carlos affrontano senza battere ciglio allenamenti da supermen, consapevoli che solo attraverso il sudore e il sacrificio si ottengono quel miglioramenti che servono a ottenere in campo i risultati desiderati. Sinner ci aggiunge un’altra qualità straordinaria: quando si trova di fronte a circostanze avverse, con le spalle al muro, in bilico sullo strapiombo riesce, nonostante tutto e contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà e a superarle in virtù di un cuore e un cervello da campione. Sorprende per la capacità di sopportare lo stress e la pressione senza abbattersi e addirittura è capace di reagire di fronte alle avversità. È in grado di prendere decisioni risolutive in pochi istanti con la naturalezza di un giocatore esperto e navigato. Possiede il «rifiuto della sconfitta», una dote che lo accomuna senz’altro all’avversario odierno: Alcaraz ormai ha dimostrato ampiamente di non soffrire la pressione ed anzi si esalta nel clima da battaglia e di fronte ai rivali più forti, senza venirne soggiogato dal blasone. Ecco perché la sfida di oggi è l’anticipazione di una rivalità destinata a cambiare il destino del tennis del futuro.

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Sonego e Sinner speranze azzurre (Crivelli). Sonego si regala un giorno con Nadal (Giammò). Sonego torna a essere Sonego (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 1 luglio 2022

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Sonego e Sinner speranze azzurre (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Se Wimbledon è il paradiso, come lo ha definito Sinner ammirato dalla perfezione di ogni dettaglio, le chiavi per accedervi richiedono giustamente la celebrazione di cerimonie sovrannaturali. Perso per Covid Berrettini, che aspirava decisamente ad ascendere al cielo, l’Italia del tennis, mai così poco rappresentata al terzo turno dal 2013, si aggrappa al fattore S, quello di Sonego e Sinner; ma l’ammissione alla visione celeste della seconda settimana richiede di passare attraverso esami terribili contro Nadal e Isner, cioè il vincitore di 22 Slam, tra cui due su questi prati nel 2008 e nel 2010, e il gigante americano redivivo capace di servire 90 ace in 50 turni di servizio, che significa in pratica partire quasi da 30-0 a ogni game di battuta: sull’erba, un’arma più che letale. Lollo si guadagna i galloni dell’affascinante sfida di domani con Rafa, probabilmente il Centrale, sul quale era stato sconfitto da Federer un anno fa, grazie alla miglior partita dell’anno, con la mortifera combinazione servizio-dritto a scardinare i tagli mancini del francese Gaston. Così, dopo aver affrontato due volte il Maestro di Basilea e due volte Djokovic, Sonego ha l’onore di incrociare la terza persona della trinità, che sta coltivando sotto traccia sogni di Grande Slam: «Fisicamente credo che Nadal stia bene, perché quest’anno i tornei importanti che ha giocato li ha vinti tutti, anche se magari sull’erba fa più fatica rispetto alla terra e al cemento. Le mie armi per batterlo sono sicuramente il servizio e il dritto. Non dovrò assolutamente giocare sulla difensiva, ma attaccare e rischiare. La palla qui salta meno e di solito rimane all’altezza del fianco: Rafa cercherà di farmi giocare tanti rovesci e dovrò fare in modo che i miei colpi siano profondi e veloci. L’evoluzione del mio tennis mi ha portato a cercare di fare il punto invece di attendere. Sono nato per difendermi, ma ora gioco per attaccare. Aspettare, a questi livelli, non paga mai». Lorenzo alla carica: contro i big ha sempre trovato motivazioni ed energie supplementari. Certo, la strada per un viaggio agli ottavi resta impervia, per lui e anche per Jannik, che tuttavia la sta percorrendo con la consapevolezza di una crescita graduale su una superficie ancora da digerire. Il test di oggi pomeriggio contro i due metri e otto di Isner e i suoi traccianti record al servizio (con una prima a 253km/h detiene il primato nella classifica riconosciuta dall’Atp), è il primo vero step di apprendimento per un ragazzo che sull’erba non aveva mai vinto una partita Atp fino a lunedì: «Non ho cambiato la mia routine della vigilia – racconta davanti a un caffé – perché sono abituato a concentrarmi sul mio gioco: so che devo tenere lo scambio io e non dargli occasioni sul mio servizio. Lui ha la miglior battuta del circuito, dovrò provare a leggere le traiettorie e poi sarà fondamentale l’aspetto mentale, perché non mi darà ritmo e dovrò abituarmi in fretta anche a una partita sporca, magari brutta. Dovrò avere un equilibrio perfetto in campo». […]

Sonego si regala un giorno con Nadal (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

Dopo Jannik Sinner impegnato oggi contro John Isner, l’Italia porta un altro uomo al terzo turno di Wimbledon. Merito di Lorenzo Sonego, che ieri in tre set (7-6(6), 6-4, 6-4) si è disfatto di Hugo Gaston al termine di una partita combattuta all’inizio e progressivamente risoltasi in suo favore. Partite ricche di insidie, quelle contro avversari simili. Sonego è giocatore che continua a dimostrarsi in crescita proprio perché in crescita sono ormai le sue prestazioni in match come quello di ieri. Giocare al meglio dei cinque set è condizione poi che ben si accorda a uno spirito che non conosce arrendevolezza e che sembra ricavare sempre più fiducia da risultati simili. Ieri il francese, intuita la consistenza del suo avversario nello scambio prolungato, ha provato a cambiare ritmo affidandosi a diverse smorzate che Sonego non solo è riuscito a disinnescare, ma da cui ha saputo anche innescare i suoi contrattacchi, tra lo stupore del pubblico presente. Adesso per Sonego il premio per il terzo turno sarà una sfida contro Nadal, lui che l’anno scorso aveva salutato il torneo sul Centrale perdendo da Federer. E non poteva esserci avversario migliore per tornare a specchiarsi su quel campo: crescita, progressi, solidità. Un anno dopo Rafa ci dirà quanta strada è stata fatta. «Dovesse essere Nadal? – ha scherzato Sonego a fine match – beh, lui è uno che ha vinto qualcosa ma forse l’erba è la superficie migliore per incontrarlo. Difendersi qui non conviene a nessuno e dovrei provare a essere aggressivo sia col servizio che col dritto. […] L’evoluzione del mio gioco è arrivata quando ho capito di poter contare su due armi come servizio e dritto e che dovevo andare a cercami il punto. A questo livello non si può aspettare».

Sonego torna a essere Sonego (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Un bel tweener non si nega a nessuno. Palla tra le gambe e via, fronte-retro, spalle alla rete in assetto di corsa come insegnò Vilas (ora lo chiamavano Gran Willy), o in demi volée, alla Kyrgios. E alla Gaston, íl francese meno fortunato dell’originale disneyano che Sonego ha attratto nel Palio dei Tweener, e si è fatto cogliere impreparato e un bel po’ balbettante sulla chiusura in volée del torinese. Metà primo set di una giornata che Gipo Arbino definisce la migliore del suo Lorenzo da lungo tempo a questa parte. «Finalmente in palla su tutti i colpi, in pace con se stesso e propositivo come voglio io». Tre set vista Rafa cui Sonny è felicemente arrivato nel momento migliore della sua stagione, quello in cui si sta ritrovando dopo infiniti alti e bassi. Pronto a regalare un tweener anche a Rafa. «Sarò propositivo. E’ vero, nasco difensore; da bimbetto lo ero a pieno titolo. Ma ho lavorato tantissimo per diventare più aggressivo. E propositivo, appunto. II tennis di oggi è così, e se non giochi per fare il punto, non arrivi da alcuna parte». Concetto ripreso e perfezionato da coach Arbino, che si dichiara grande appassionato di tutti coloro che non avevano le carte in regola per confrontarsi con i superatleti di oggi, ma non hanno rinunciato a essere aggressivi. «Guardateli, gente come Schwartzman, o anche Ruud, che certo non hanno i centimetri. Saltano sulla palla e la colpiscono come se non ci fosse un domani. Io li ammiro». Con Sonego è stato utile aspettare, la crescita ha portato i centimetri che servivano. «Ma convincerlo a lasciare le amate barricate difensive, è stato un lavoro lungo, insieme di convincimento e di pungolo». […]

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Rassegna stampa

Berrettini, che sfortuna (Crivelli). Berrettini esemplare (Azzolini). Berrettini Covid, Wimbledon trema (Giammò). Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Crivelli)

La rassegna stampa di mercoledì 29 giugno 2022

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Berrettini, che sfortuna (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Fuori prima ancora di scendere in campo. Le ambizioni che vanno in frantumi, le altissime aspettative personali ridotte in cenere da quel fuoco subdolo che si chiama Covid. Pensavamo fosse un incubo ormai lontano, e invece si è insinuato di nuovo, pesantemente tra di noi. Berrettini non giocherà a Wimbledon: un tampone positivo effettuato ieri mattina lo priva della possibilità di difendere la finale dell’anno scorso e soprattutto di andare oltre quel risultato, provando a vincere come gli pronosticavano tutti i bookmakers appena dietro il campione in carica Djokovic, che eventualmente avrebbe ritrovato all’ultimo atto, per una rivincita attesissima e scintillante. E così Matteo piomba di nuovo nel baratro apparentemente senza fondo del guai di salute che dal gennaio 2021, dal ritiro agli Australian Open prima degli ottavi con Tsitsipas a causa di uno strappo addominale, allungano ombre sulla sua carriera. Il conto con la sfortuna, adesso, comincia a farsi pesantissimo e se è vero che l’allievo di Santopadre è sempre uscito più forte dalle pause forzate, questa mazzata richiederà energie mentali supplementari per essere metabolizzata. Berrettini avrebbe dovuto scendere in campo alle 13 locali, le 14 Italiane, contro Garin. Il cielo minaccia pioggia, ma il Campo 1 ha íl tetto e dunque il match non può correre rischi. Solo che in agguato c’è un’altra tempesta. Attorno alle 11, infatti, prima ancora che il torneo emetta un comunicato ufficiale, è il profilo Instagram di Matteo a condividere con il mondo la ferale notizia: «Mi si spezza il cuore di dover annunciare il mio ritiro da Wimbledon a causa di un risultato positivo a un test per il COVID-19. Ho avuto un po’ di febbre e mi sono isolato nel corso degli ultimi giorni. Nonostante la mancanza di sintomi gravi, ho deciso di fare un altro test questa mattina (Ieri, ndr) per la salute e la sicurezza del miei colleghi e di tutti quelli coinvolti nel torneo. Non ho parole per descrivere quanto sono deluso. Per quest’anno íl sogno è svanito, ma tornerò ancora più forte. Grazie per il vostro supporto». Qualche minuto dopo, una scarna email degli organizzatori conferma il ritiro, aggiungendo che il suo posto verrà preso dal lucky loser svedese Elias Ymer. Nel frattempo, il tam tam dei social amplifica l’enorme delusione di milioni di appassionati, mentre alcuni segnali dei giorni precedenti diventano più decifrabili. Ad esempio, la mancata conferenza stampa pre torneo di Berrettini, incomprensibile per un finalista uscente, o ancora, i continui aggiornamenti del suo programma di allenamento fino alla definitiva cancellazione di domenica e lunedl. Peraltro, rimettendosi alle linee guida sul Covid del torneo, Matteo non era obbligato ad effettuare il tampone, nemmeno in presenza di sintomi. Cioè, avrebbe potuto tacere e giocare ugualmente, ma per senso di responsabilità ha optato per il test. La sua positività, come quella dell’altro ex finalista (nel 2017) Cilic, annundata lunedì, ha Improvvisamente fatto ripiombare íl torneo nei gorghi drammatici del terrore che íl virus possa stravolgere il tabellone: giovedì scorso, Berrettini e il croato si erano allenati sul Centrale rispettivamente con Nadal e con Djokovic, condividendone per un pomeriggio lo stesso spogliatolo. Significa perciò che in questo momento le prime due teste di serie del torneo sono contatti stretti di positivi, anche se in assenza della bolla è una situazione senza conseguenze immediate; e Infatti ieri lo spagnolo ha giocato il suo primo match, mentre il Djoker si è allenato tranquillamente con Sinner. Ma non c’è dubbio che l’esplosione di casi cui si sta assistendo sia seguita con una certa preoccupazione, anche se al momento gli organizzatori hanno riferito che non d saranno cambiamenti nel protocollo.

Berrettini esemplare (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Matteo si fa da parte. Ha il Covid. E lo dice. Anzi, si scusa. Lo fa tramite lnstagram. Voleva fosse il suo Wimbledon, lo lascia ad altri senza colpo ferire. Ha giusto un po’ di temperatura. Dicono che in quest’ultima versione quattro giorni di febbre siano assicurati, anche per i campioni del tennis. Lui, Matteo Berrettini, campione lo è per certo, e anche tessera ad honorem di correttezza. E di sfiga. Non basta… Da ieri il circo del tennis gli attribuisce anche la patente di “eroe fesso”. E questa, se permettete, merita una breve indagine. Eroe sembra un po’ troppo, chiediamo in giro, ma addirittura fesso è quasi inspiegabile. Tra le risposte ricevute, ne scegliamo una di un amico manager che chiede l’anonimato. Intervista autentica, se vi va di crederlo, al cento per cento. Dice l’amico: «Sì, un fesso da ammirare. Sembra strano, vero? Be, guardatevi intorno…», ci dice mostrandoci la lieta bagarre di saluti e sorrisi che si agita sulla terrazza riservata a giocatori e familiari, accesso consentito a un ristretto numero di giornalisti. «Ecco, di tutti i giocatori che vedete, le giocatrici, i loro accompagnatori, la metà ha il Covid. Ma non lo dicono. Tutti, esclusi Berrettini e Ciic, gli unici che si siano ritirati, sono pronti a giocare. Se va bene, tornano in campo dopo due giorni sperando che il Covid sia passato, se va male, diranno di avere una bua da qualche parte, e chi s’è visto s’è visto». La nostra espressione incredula, da un lato, e il subitaneo ricorso alla mascherina, dall’altro, ci costano un bel po’ di prese per i fondelli. «Tenete conto che Matteo, facendosi da parte, rinuncia a un premio intorno alle 100 mila sterline fra primo e secondo turno. Parliamo di 140 mila euro». Dunque, eroico? «Bé, Matteo ha preso una decisione per non creare problemi agli altri giocatori, una decisione che la gran parte non avrebbe preso. Ha carattere, non si tira indietro, paga di persona. Che volete di più? Eroico e fesso. Come si vede…». «Ai tennisti – racconta Jasmine Paolini – hanno detto di fare come se la sentivano». Senza regole, insomma. Allo stesso Benettini hanno detto che se avesse voluto giocane, nessuno si sarebbe opposto. L’ha fatto lui, anche per gli altri, Ha preferito non essere causa di problemi per nessuno. Ora il governo inglese è in agitazione e c’è chi chiede che si torni all’ufficialità dei tamponi. E il torneo si preoccupa per Djokovic (che si è allenato con Cilic, il primo a ritírarsi) e per Nadal, partner – guarda un po’ – proprio di Matteo. Resta la sfiga. E quella prima o poi dovrà pur finire.

Berrettini Covid, Wimbledon trema (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Proprio nel giorno del suo debutto. Per di più nel torneo che l’anno scorso lo vide finalista e che stavolta avrebbe affrontato con legittime ambizioni di vittoria, Il Covid non poteva scegliere momento meno opportuno per mettere fine ai sogni inglesi di Matteo Berrettini, risultato positivo ieri mattina a un tampone e per questo costretto a ritirarsi dal tabellone di Wimbledon. A darne l’annuncio è stato lo stesso azzurro dai suoi profili social: «E’ col cuore spezzato – si legge nel suo post – che sono costretto a ritirarmi da Wimbledon a causa di un tampone risultato positivo. Ho avuto alcuni sintomi influenzali e sono rimasto in autoisolamento negli ultimi giorni. Nonostante i sintomi fossero lievi ho deciso che fosse importante sottopormi a un altro test stamattina (ieri, ndr) per salvaguardare la salute dei miei colleghi e di tutte le persone coinvolte nel torneo. Non ho parole per descrivere quanta io sia dispiaciuto. Per quest’anno il sogno finisce qui, ma tornerò ancora più forte. Grazie a tutti per il vostro sostegno». Vittorioso al Queen’s lo scorso 19 giugno e allenatosi con Rafa Nadal (che ieri ha giocato e vinto) sul Centrale giovedì 23, il contagio dovrebbe esser avvenuto nei giorni successivi: domenica infatti Berrettini aveva cancellato la sua sessione di allenamento e la conferenza stampa che aveva in programma. L’amarezza è tanta, così come la sfortuna che questa stagione sembra perseguitare Berrettini. Se nelle occasioni precedenti Berrettini aveva sempre dato prova di caparbietà, l’italiano questa volta ha dimostrato anche grande responsabilità. I protocolli anti Covid a Wimbledon quest’anno sono infatti assai laschi e tutto è lasciato alla discrezionalità e all’iniziativa dei giocatori. Nessun obbligo di tampone a gestirne il via vai all’interno dell’AEC né tantomeno negli spogliatoi, ambienti comuni per eccellenza dove il virus ha più probabilità di proliferare. Una gestione discutibile, vista la recrudescenza di casi cui si sta assistendo, che però sembra trovare riscontri anche altrove a giudicare da quanta dichiarato da Alizé Cornet al termine del match da lei vinto contro Putintseva: «Al Roland Garros c’è stata un’epidemia di Covid e nessuno ne ha parlato. Tutti l’hanno avuto negli spogliatoi, e quando abbiamo saputo del ritiro di Krejcikova (risultata positiva dopo aver perso al primo turno) ci siamo resi conto di avere gli stessi sintomi. Dev’esserci stato un tacito accordo – ha poi concluso la francese – non ci siamo autotestati per non metterci nei guai da soli, ma ho visto colleghe indossare la mascherina e questo mi ha fatto pensare». Cornet ha poi precisato che di sospetti si tratta, e che prove a sostegno della sua tesi non ce ne sono. Ma il rischio, ora, è che anche Wimbledon debba fare i conti col suo focolaio.

Orgoglio e fatica. Serena cede ai suoi 40 anni (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ci vuole Armonia. Per comprendere che l’era della gloria, così fiammeggiante nel lunghi periodi di dominio, resta ormai un dolce ricordo: Wimbledon, dove ha vinto sette volte in carriera, e probabilmente il tennis, non sono più la casa di Serena Williams. E alla soglia dei 41 anni (li compirà a settembre), con interessi multiformi ed extrasportivi da gestire fuori dal campo e il fisico ammaccato da mille battaglie e altrettanti infortuni, è probabilmente il prezzo normale da pagare, nonostante la passione mia sopita e il sogno mai davvero abbandonato di conquistare finalmente il 24° Slam della leggenda per staccare la Court. Festeggia dunque Harmony Tan, che alle nipoti, quando la carriera agonistica sarà un ricordo, potrà dire di aver battuto un mito dello sport. La francese con radici cambogiane e vietnamite era alla prima partita di sempre sui sacri prati di Church Road e non ha tremato di fronte alla monumentale grandezza della rivale, neppure quando ha fallito il match point sul 6-5 del terzo set o si è ritrovata sotto 4-1 nel super tie break. Aiutata, va detto, dall’ombra di Serena, arrugginita dalla lunghissima assenza (in singolare, non giocava una partita dal 29 giugno 2021, quando si ritirò qui al primo tunro contro la Sasnovich) e senza più l’esplosività degli anni ruggenti: «Per me è un sogno, qualcosa di incredibile – dirà un’ emozionatissima Tan – sono cresciuta ammirandola in tv». Sic transit gloria mundi. Intanto, il martedì nero del tennis italiano, con il ritiro forzato di Berrettini e le eliminazioni di Musetti, Paolini e Giorgi, trova un pizzico di conforto solo nel faticoso successo di Sonego su Kudla al culmine di una battaglia di 3 ore e48′. Neanche a dirlo, a ergersi a protagonista di giornata è il solito, ineffabile Kyrgios, e non tanto per la vittoria da pronostico, anche se molto più difficile del previsto, contro la wild card inglese Jubb, ma piuttosto per le solite mattane, iniziate con un battibecco con la giudice di sedia, continuate con la polemica contro i giudici di linea ( «Hanno 90 anni, non possono vederci bene») e culminate con uno sputo a uno spettatore ripreso dalla tv e da lui stesso confermato: «Qualcuno del pubblico mi ha mancato di rispetto. È vero, gli ho sputato, ma non l’avrei mai fatto a qualcuno che mi stava sostenendo. La colpa è anche dei social, noi atleti siamo i più odiati. Rispettate il nostro lavoro, non ho mai visto nessuno rimproverare un addetto al supermercato che mette a posto le verdure». Fuoco alle micce.

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