Barazzutti e Fognini: le frecciatine all’assente Sinner sono condivisibili o no?

Editoriali del Direttore

Barazzutti e Fognini: le frecciatine all’assente Sinner sono condivisibili o no?

Tutti i motivi per cui non sono andato a Cagliari. Il normale egoismo di un capitano. Lo smemorato Fognini. Gli antichi vizi “politici” delle federazioni Salire sul carro dei vincitori. A Madrid giochino i migliori

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Corrado Barazzutti, Simone Bolelli e Fabio Fognini - Italia-Corea del Sud, Coppa Davis 2020 (foto Felice Calabrò)

Non sono andato a Cagliari a seguire il match di Coppa Davis fra Italia e Corea del Sud. Ma non è stato per via del Corona Virus.

Non ci sono andato perché era un incontro senza storia e perché, avendo una tantum entrambi i figli a casa – entrambi in smart working da remote per le loro aziende – soprattutto dopo una lunga assenza dovuta all’Australian Open ho preferito rimanermene in famiglia.

Ha contribuito alla decisione, oltre ai motivi di cui sopra, anche il fatto che l’atmosfera degli incontri casalinghi di Davis non mi entusiasma.

 

Barazzutti che risponde soltanto quando è costretto a farlo dal suo ruolo in conferenza stampa, Fognini che cerca di non rispondere o risponde sgarbatamente, Binaghi e i federales che se potessero seppellire Ubitennis (cui, pur non apprezzandone l’autonomia dei giudizi e le conseguenti critiche, dovrebbero invece essere anche grati per il contributo che dà alla promozione del tennis e anche alla costante segnalazione dei programmi di Supertennis) lo seppellirebbero volentieri disconoscendone gli indubbi meriti…sono tutti motivi per i quali andare ad immergermi in un’atmosfera che mi mette di cattivo umore è privo di senso.

Ciò detto mi dispiace non aver avuto l’occasione di festeggiare e congratularmi per l’esordio in Davis di Mager e Travaglia, due ragazzi che meritano di aver coronato quel sogno che certo hanno fatto quando hanno cominciato a fare i primi risultati agonistici con la racchetta in mano. Se ho sognato perfino io di giocare con la maglia della nazionale, ed ero più che orgoglioso per le prime convocazioni a Formia per la nazionale junior assieme ai vari Panatta, Bertolucci e soci, mi immagino la loro grande soddisfazione. Sono stati bravi, anche se il loro compito non era difficile.

CONGRATULAZIONI A MAGER E TRAVAGLIA

Fra qualche anno, poi, pochi ricorderanno che la loro prima convocazione  – e auguro che ne seguano altre – è stata dovuta anche alle assenze di Berrettini e Sinner e che quelle prime vittorie che figureranno per sempre nell’albo d’oro della Davis azzurra furono “aiutate” anche (non solo…) dalla modestia dei loro avversari coreani.

Alla fine nello sport conta vincere e, in questo caso, contribuire a portare l’Italia alle fasi finali della nuova Davis, a Madrid. Alla faccia del barone de Coubertin, per cui  invece l’importante era soprattutto partecipare. Hanno partecipato i coreani, hanno vinto gli azzurri.

E spero presto di avere l’occasione di felicitarmi di persona sia con Travaglia, che ho avuto occasione di incontrare più volte, sia con Mager che invece non conosco quasi. So diverse cose però del loro percorso, e non solo per averle lette in questi giorni. 

Travaglia ha vissuto tutta una fase ricca di eventi sfortunati, di infortuni. Mager aveva quasi pensato di abbandonare il tennis, dopo un episodio occorsogli da ragazzino che lui stesso preferirebbe dimenticare (se non glielo ricordassero ogni piè sospinto).

Tutto ciò detto ecco alcune mie personali considerazioni, a seguito di quanto emerso via news e dichiarazioni di questi ultimi giorni, in particolare alcune di Barazzutti e di Fognini.

Io capisco benissimo che il capitano di una squadra vorrebbe sempre avere a disposizione tutti i suoi migliori giocatori. Più che comprensibile. Spesso un capitano dice certe cose anche per esprimere pubblicamente una forma di solidarietà a chi invece ha dato la propria disponibilità e gli consente di vincere un match che – se nessuno lo fosse – potrebbe essere perso. Anche se con questi coreani sarebbe stata una impresa…all’incontrario.

CONDIVIDETE LE DICHIARAZIONE DELLA VIGILIA DI DAVIS DI CORRADO BARAZZUTTI?

Barazzutti: “La salute prima di tutto. Sinner? Lo volevo qua”

E’ vero peraltro – a contrario – che il capitano di una nazionale riveste anche il ruolo di tecnico nazionale. E questo ruolo dovrebbe ispirargli una visione più lungimirante. Orizzonti più ampi di quelli circoscritti all’incontro contingente di Davis.

Onestamente ditemi voi, cari amici di Ubitennis che non siete sospettati di sostenere opinioni preconcette nei confronti di questo o quello, se fosse più saggio, per un giocatore come Sinner, cercare di disputare il match di Davis con la Corea del Sud sulla terra rossa di Cagliari oppure invece affrontare la doppia trasferta in California, Challenger e Masters 1000 di Indian Wells, con la prospettiva di giocare anche il Masters 1000 di Miami?

Del resto Riccardo Piatti è stato coerente con il proprio pensiero, che ha sempre sostenuto anche quando per gli juniores, riteneva che fosse meglio fare esperienze costruttive partecipando ai tornei challenger che alle gare junior.

Quindi ha optato – ed è la seconda volta – per aiutare Sinner a crescere più rapidamente anziché fargli fare l’esperienza Davis che a suo – e mio – avviso, sarebbe stata soprattutto una perdita di tempo.

Ecco allora che, sebbene vada dato atto a Barazzutti di non avere troppo calcato la mano sull’assenza di Sinner, forse anche dire soltanto “Avrei preferito avere anche Sinner qui”, secondo me è un messaggio sbagliato. Ho messo quel forse per attenuare, ma vorrei spiegare il perché penso ugualmente che sia sbagliato.

A me le parole di Corrado sono suonate ingiustamente un tantino critiche verso la scelta invece opportuna di Piatti (nei confronti del quali spesso in Federazione si avverte ormai scarsa simpatia; ho sentito più di un dirigente federale sottolineare con punte di invidiosa acrimonia i guadagni del Piatti Center e quanto costi agli allievi “figli di papà” esservi ammessi) e mi sono apparse – se non miopemente egoiste – certamente poco altruiste nei confronti di Sinner e del suo avvenire.

Barazzutti per primo, e con lui tutta la federtennis, dovrebbero congratularsi con chi fa scelte oculate e professioniste, quindi con Piatti e Sinner. E ciò senza far trapelare frecciatine del tipo: “Eh ma allora Sinner se vuol fare i cavoli suoi, rinunci ai soldi che a lui e Piatti passa la FIT”. Frecciatine che circolano nell’ambiente, vi assicuro.

Dovrebbe essere invece chiaro a tutti che prima Sinner si afferma come giocatore forte, semrpe più forte, e tutti ne guadagneranno, FIT e Barazzutti compresi.

Il discorso fatto per Sinner vale naturalmente anche per Berrettini. Anche se in questo caso nessuno ha “sfiorato” il suo diritto di professionista a fare le sue scelte, perché dopo aver Matteo “saltato” per infortunio un bel po’ di tornei in Sud e Centro America, non gli si poteva umanamente chiedere di compromettere la sua partecipazione ai Masters 1000 americani d’inizio stagione.

Passare in due giorni o tre dalla umida terra rossa sarda al cemento californiano non aveva davvero alcun senso tecnico.

Fra l’altro se non ricordo male, il problema fisico occorso a Matteo era nato proprio a Madrid quando forse si era sforzato un po’ troppo per difendere i colori della nazionale fino alle prime ore dell’alba. Poi si era presentato a Melbourne, ma senza aver pienamente recuperato, tant’è che poi non l’abbiamo più visto.

FOGNINI PUNZECCHIA GLI ASSENTI, PIU’ SINNER CHE IL BERRETTINI INFORTUNATO, MA È SMEMORATO…

Riguardo a quel che ha detto Fabio Fognini, che peraltro spesso parla un po’ a ruota libera, devo dire che le sue dichiarazioni non le ho sentite di persona ma le ho lette sulla Gazzetta dello Sport nell’articolo a firma Federica Cocchi (da noi ripreso anche nella nostra quotidiana Rassegna Stampa che per l’ennesima volta invito i lettori di Ubitennis a leggere anche se si trova posizionata in fondo alla nostra home page). Il titolo della Gazzetta non l’ho fatto io.

Fognini punge: “Io qui, altri no…”

Ebbene oggi Fognini ha 32 anni, quasi 33, ed è padre di due figli. La sua carriera l’ha fatta. E’ vero che ha quasi sempre risposto all’appello della Davis, che ha lottato e vinto tante partite per la nazionale, ma anche lui deve capire che un ragazzo a 18 anni che si sacrifica da quando ne ha 13 per centrare certi obiettivi si trova in una posizione diversa.

Come è accaduto a chi pratica questo sport da professionista, la programmazione è e non  può essere che individuale, dai tempi di Nikki Pilic che scelse di non giocare (gratis…ma non è questo il punto) per la Jugoslavia nel 1973 preferendo disputare un torneo e fu ingiustamente squalificato dalla sua federtennis, suscitando i moti di solidarietà di tutti gli altri professionisti, il boicottaggio di un’ottantina di giocatori a Wimbledon 1973 – edizione non a caso vinta dal ceco Kodes che battè in finale il russo Metreveli perché all’Est il diritto di sciopero non era consentito –  di fatto dando una spinta decisiva alla nascita e all’affermazione di un “sindacato” giocatori professionisti, l’ATP.

Di casi di giocatori che hanno scelto di giocare tornei invece della Davis ce ne sono a bizzeffe. Quasi mai, inevitabilmente, quelle scelte sono state apprezzate dalle loro federazioni che – a seconda se fossero più liberali e permissive o meno – spesso hanno adottato sanzioni economiche punitive o hanno espresso opinioni di condanna particolarmente forti.

Ricordate quel che disse Nicola Pietrangeli a proposito di Simone Bolelli quando il tennista di Budrio rinunciò a giocare contro la Lettonia del solo Gulbis a Montecatini preferendo giocare i tornei asiatici (Bangkok, etcetera) con il dichiarato obiettivo di entrare a fine anno fra i primi 32 del mondo e rientrare fra le teste di serie dell’Australian Open?

Nicola Pietrangeli disse che Bolelli aveva sputato sulla bandiera tricolore, la federazione con Binaghi si indignò e proclamò la squalifica di Simone e perfino dei circoli che lo avrebbero ospitato per gli allenamenti!

E Fognini ha per caso dimenticato quando, battuto malamente da Seppi al Foro Italico, si dichiarò “non pronto a rispondere ad una convocazione di Coppa Davis”a Barazzutti ma decidendo però di giocare quello stesso weekend nel torneo ATP di… casa Djokovic a Belgrado?

E cosa accadde a Andreas Seppi, che si trovava dall’altra parte del mondo, quando chiese di non giocare contro la modesta Bielorussia del solo Myrni (più Ignatik) a Castellaneta? La FIT lo costrinse a fare quell’inutile giro del mondo per “presentarsi in ginocchio” al cospetto di Corrado Barazzutti, minacciandolo in caso contrario di una squalifica o di una sanzione economica?

E i casi di Francesca Schiavone quando non volle giocare un match di Fed Cup, dove averne giocati (e vinti) a decine?  E Volandri quando non volle andare in Sardegna per giocare un match di Davis programmato sul cemento nel bel mezzo della sua programmazione? E Camila Giorgi quando per il fatto che si era potuta allenare a Tirrenia e aveva preso tanti soldi doveva ugualmente accettare di giocare in un ambiente che pareva respingerla più che accoglierla (anche se magari si voleva respingere più il padre che lei stessa)? Idem. Eppure Bolelli non era fondamentale per battere la Lettonia, Fognini non era fondamentale per affrontare l’Olanda, Seppi non lo era per battere la Bielorussia, etcetera etcetera.

Non solo la nostra federazione -i cui casi conosco certo meglio – ma anche altre di altri Paesi, hanno più volte adottato atteggiamenti simili all’insegna di questo concetto: “Poiché noi ti diamo dei soldi, o ti abbiamo dato dei soldi a suo tempo – ricordate che è stato addirittura concertato un contratto vincolante per tutta la carriera –  e allora tu devi fare quel che vogliamo noi. Anche se la tua programmazione prevede tre tornei sul cemento di fila, dove puoi fare tanti punti che ti servono al prosieguo della tua annata …ma noi abbiamo un match di Coppa Davis sulla terra rossa, te devi renderti disponibile!”.

Beh, secondo me, questi non sono più quei tempi per imporre simili posizioni, simile contratti capestro ad un professionista din uno sport individuale. Anche perché gli obiettivi di un professionista che vuole difendere la propria classifica dovrebbero essere anche quelli della propria federazione. Se una federazione crede nel futuro di un giovane e ci investe sopra dei soldi è a mio avviso immorale pretendere che questi si leghi a vita…per grazia ricevuta. Se la federazione non ci crede non ci investa. Nessuno la obbliga. La mentalità di vincolare un ragazzo e un suo team tecnico a futuri comportamenti non la trovo eticamente giustificabile.

Che è cosa diversa dal fare semmai presente al tennista a lungo sponsorizzato che un minimo di riconoscenza sarebbe giusto che venisse osservato. Ma spontaneamente, senza un obbligo vincolante

In conclusione le frecciatine, pur non avvelenatissime, di Fognini, a mio parere Fabio poteva risparmiarsele (proprio per esserci passato attraverso anche lui stesso e suoi colleghi della sua generazione). Che cosa avrebbe fatto lui se si fosse trovato, a 18 anni, al posto di Jannik Sinner?

L’ANTICO VIZIO “POLITICO” DELLE FEDERAZIONI

Da cronista di lungo corso posso garantirvi che il difetto di pretendere la presenza obbligatoria dei giocatori agli eventi delle squadre nazionali, ma anche ai singolari junior risale a vecchia data. Fin da quando il vecchio presidente della FIT Paolo Galgani, avvocato fiorentino, teneva da matti a vincere la Coppa Valerio under 18 o la De Galea under 20  per poter menar vanto “politico”.

A livello giovanile l’Italia vinceva parecchio, o comunque abbastanza, ma poi a livello senior non si vinceva nulla. Ma così come oggi sembra che ogni vittoria di Berrettini o Sinner sia merito anche di Tirrenia o di un’illuminata dirigenza che non ci ha avuto quasi nulla a che fare con i loro risultati – non è accaduto anche per tanti exploit delle nostre 4 moschettiere top-ten? – così certi risultati in competizioni giovanili di pochissimo significato servivano politicamente a mascherare pessimi risultati del movimento ai vertici. Più perdurava la crisi e più si cercava di mascherarla con artifizi e raggiri per gli ingenui.

Ricordo quando Claudio Pistolesi, e direi la Garrone, vinsero titoli mondiali under 18 – più tardi sarebbe successo anche con Giorgio Galimberti che riuscì a strappare un assurdo contratto faraonico all’Asics di circa 500.000 euro – negli anni in cui un under 18 come Boris Becker trionfava a Wimbledon e certamente a tutto pensava fuorchè a misurarsi nei tornei junior! Idem per Chang e Sanchez campioni a Parigi a 17 anni.

Invece quei risultati junior venivano presentati come trionfi di una dirigenza illuminata, che aveva messo in piedi chissà quale (inesistente) struttura. In realtà, premesso che quei risultati non meritavano certo di essere denigrati, purtroppo non valevano davvero il significato che la propaganda politica voleva assegnar loro. Nessuna colpa – è ovvio – da imputare a Pistolesi, la Garrone, Galimberti, ma chi cercava di gettarci fumo negli occhi, andava smascherato. Ieri come l’altro ieri ed eventualmente domani.  Così quando Binaghi e soci hanno cercato di “impadronirsi” dei risultati delle nostre quattro top-ten, “siamo campioni del mondo!”, tipico esempio italico del “salir sul carro dei vincitori” come se fosse merito loro, non si doveva stare zitti e assecondarli, salvo che si avesse necessità di arruffianarseli, trarne qualche beneficio personale. Non era il mio caso.

L’ULTIMO ASPETTO CRITICO: CHI DEVE GIOCARE LE FASI FINALI?

Un altro aspetto si ripete ogni qualvolta una squadra conquista un traguardo intermedio. Accade in tutti gli sport, non solo nel tennis. E in tutti i Paesi del mondo, non solo in Italia

Certi atleti ti hanno consentito di qualificarti per una fase finale e l’allenatore, il capitano, vorrebbero mostrar la loro gratitudine e riconoscenza a coloro che lo hanno permesso. Fosse stato per gli assenti la partita sarebbe stata persa, il traguardo mancato.

Così oggi ho letto che a Barazzutti piacerebbe l’idea di portare tutti a Madrid. Il proclama appare un tantino demagogico.

Finchè si tratta di portarne alcuni per farli scendere in campo e altri per stare in panchina da sicuri panchinari più che riserve, va benissimo se ai panchinari l’idea soddisfa.

Però un capitano e un Paese che si trovino ad aver comunque – ripeto: comunque – conquistato la fase finale di un evento, devono a mio avviso rifuggire dai sentimentalismi e schierare la miglior formazione possibile, i migliori giocatori disponibili.

Salvo che una federazione adotti un sistema para-contrattuale come quella americana.

La USTA nelle competizioni a squadre ha adottato il criterio di far firmare all’inizio di ogni anno un contratto di disponibilità a un certo numero di giocatori. Chi lo firma ne è vincolato per tutto l’anno.

Così gli USA hanno raggiunto diverse finali di Fed Cup con un gruppo di ragazze – anche contro l’Italia sia a San Diego sia in Italia – e hanno giocato tutte le loro partite con quelle. Le Williams non avevano sottoscritto il contratto? In qualche caso ci sono stati estremi tentativi per un loro recupero, ma per solito non l’hanno esperiti.

Con tutta la simpatia, la stima, la riconoscenza che dobbiamo a Mager e Travaglia, se a Madrid Berrettini e Sinner fossero loro davanti in classifica, nel risultati e nella considerazione di Barazzutti, a giocare dovrebbero essere loro.

Anche qui: de Coubertin non sarebbe d’accordo ma si dovrebbe giocare sempre per vincere. E alla fin fine, al di là di proclami buonisti comprensibili al momento, sarà certamente quel che farà Corrado Barazzutti. Anche perché in teoria, con un Fognini ancora in pista (dubito che darà seguito a quella che considero una battuta: “Se non si gioca Montecarlo mi ritiro!”), un Berrettini e un Sinner in salute e con i progressi che potrebbero fare da qui a novembre, l’Italia ha una squadra niente male. Con una panchina abbastanza lunga.

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Editoriali del Direttore

Un marziano sulla terra: Nadal 20 e lode

I record sono fatti per essere battuti e da qui all’anno 2100, in 80 anni, tante cose possono accadere, salvo che un giocatore vinca 13 Roland Garros, vincendo 100 partite e perdendone appena due in 16 anni

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Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

L’articolo che segue, a firma del direttore Scanagatta, è stato pubblicato questa mattina su La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno

Meno male che per anni si è sostenuto da più parti che Rafa Nadal, per via del suo tennis dispendioso, avrebbe avuto una carriera breve, “inevitabilmente accorciata da un logorio fisico dovuto agli strappi del suo tennis”. Premesso che, anche se appare banale sottolinearlo, ogni partita può fare davvero storia a sé, tant’è che in Australia Nadal fu letteralmente preso a pallate da Djokovic, e ieri invece è accaduto l’esatto contrario, ci sono un paio di aspetti sui quali non ci piove.

Il primo è la straordinaria condizione atletica del mancino di Manacor, che si produce a 34 anni in ripetuti scatti sulle palle corte di Novak, in recuperi talmente prodigiosi da farci prendere beffe oggi di quelle teorie che decretavano Nadal tennista logoro e finito già prima dei 30 anni! Il secondo è che i progressi tecnici compiuti da Nadal, ad esempio nel rovescio incrociato e tirato coperto a tutto braccio con angolazioni pazzesche, ma anche nel rovescio slice corto giocato sul rovescio bimane di Novak, o nella volée alta dorsale di rovescio che riesce perfino a schiacciare quasi fosse uno smash su lob per nulla banali, dicono che Rafa non ha mai smesso di lavorare e migliorare anche dopo il trentaquattresimo compleanno.

Infine, chi a suo tempo, lo ha bollato con l’etichetta di giocatore “arrotino”, “pallettaro” noioso, capace soltanto di rimandare di là tutto e di più, è chiaramente un incompetente, perché Rafa ha giocato ieri un match mostruoso sotto il profilo tattico, variando continuamente schemi e strategie, in un modo tale che soltanto con una grandissima abilità tecnica, completa a 360 gradi, in difesa come all’attacco, sarebbe stato possibile metterlo in atto. Ha dominato in lungo e largo un match vinto in condizioni climatiche e altro (campi, palle) che se fosse stato per lui, non avrebbe mai scelto. Una dimostrazione di classe pazzesca.

Che non significa che al prossimo duello non sia invece Djokovic a far valere le sue caratteristiche ieri assolutamente non emerse. Quando nei confronti diretti, nei vari anni, il bilancio dice 29 a 27, non si può sostenere la manifesta superiorità dell’uno sull’altro. Ci si deve rassegnare all’imprevedibilità dei pronostici anche se di certe circostanze si dovrà sempre tener conto. Come una partita che si giochi sulla terra battuta, oppure sul cemento.

Rafa Nadal ha dominato, anche tatticamente, Novak Djokovic così nettamente, 6-0 6-2 7-5, che nessuno poteva prevederlo. Difatti McEnroe, Wilander, Courier, Henman – gli opinionisti di Eurosport – avevano tutti pensato che il tennista dall’arsenale più completo e dal repertorio più vario, il serbo cioè, avrebbe sfatato stavolta il mito dell’invincibilità di Rafa Nadal nel suo regno, approfittando anche di un campo pesante che pareva poter costituire un handicap per un top-spin presumibilmente meno efficace di Rafa. Inoltre si è giocato sotto il tetto delle Chatrier e anche quello pareva un elemento a favore di Djokovic, perché normalmente è così.

Ci siamo sbagliati tutti soprattutto per le proporzioni assolutamente inimmaginabili della sconfitta. Djokovic non aveva mai perso così nettamente una finale di Slam e stupisce che Nadal avrebbe potuto vincere ancora più nettamente, per essere stato avanti di un break, 3-2 e servizio nel terzo set e poi, raggiunto sul 3 pari, per aver avuto una palla-break sul 4 pari. Il break decisivo lo ha rinviato di poco: è arrivato sul 5 pari con un doppio fallo finale. E sul 6-5 40-0 Rafa si è permesso invece di chiudere addirittura con un ace esterno che ha lasciato Djokovic di stucco e lui… in ginocchio e, poi al suono dell’inno, in lacrime.

Come si spiega un risultato così netto, se non vogliamo liquidarlo con la banalità del tipo, Rafa ha trovato una giornata magica e Novak una pessima?

1. Djokovic ha servito malissimo. Non metteva quasi mai dentro la “prima”. Nei due break iniziali ha messo due “prime” su otto e una “prima” su sei. Ha lottato per 33 minuti ma si è trovato sotto 4-0, quando ha perso anche il quinto game pur essendo stato avanti 40-0…

2. Si è innamorato durante il torneo dei punti rapidi conquistati con la smorzata (35 contro Tsitsipas, una trentina ieri), ma non si è reso conto che a provarne troppe – e soprattutto troppo presto – non si è mai dato il tempo per trovare misura e controllo nei palleggi. Se non giochi quasi mai scambi di 10/15 colpi, uno come lui che fa del ritmo e della capacità di spostare l’avversario una sua prerogativa, diventa dura contro un Nadal che non sbaglia mai, tre gratuiti nei primi due set.

3. Se di solito il dritto è il colpo decisivo di Nadal, ieri lo è stato almeno altrettanto il rovescio slice che rimbalzava poco sul rovescio di Djokovic, e lo faceva avanzare nella terra di nessuno, senza dargli una palla comoda da attaccare.

Insomma, Rafa ha vinto per la quarta volta il torneo che da sempre è nel suo cuore senza perdere neppure un set, come già nel 2008, nel 2010, nel 2017. L’unico che è arrivato a servire per un set contro di lui (sul 6-5) è stato il nostro Jannik Sinner. Se a 19 anni il tennista altoatesino è stato capace di tanto, chissà cosa potrà fare in futuro. Non mi è parso per nulla casuale.

Roger Federer, che questo weekend era Milano e che si è visto raggiungere nel numero degli Slam vinti, 20 lui e Rafa, 17 Novak, ha scritto subito sui suoi social: “Congratulazioni Rafa, il tuo è uno dei risultati più straordinari che si possono raggiungere nello sport.

Nadal ha replicato: “Io e Roger siamo amici da tanto tempo, credo che Roger sia contento quando io vinco come io sono contento quando vince lui… ma anche se ho sempre detto che bisognerà aspettare la fine delle nostre carriere per vedere chi ne avrà vinti di più. Chiaro che mi piacerebbe essere io, ma in questo momento a me interessa soprattutto aver vinto ancora una volta il Roland Garros. Era questo il mio obiettivo… ne sono strafelice, anche se al tempo stesso non posso dimenticare che il mondo sta attraversando un periodo molto triste e difficile, per cui anche nella mia gioia, e nella fortuna che abbiamo avuto per aver potuto giocare questi tornei, non posso essere contento come dopo altre vittorie”.

Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Nel 1930 ad Alfredo Binda, che aveva vinto 5 giri d’italia di fila, fu dato il primo premio (22.500 lire) perché non gareggiasse. Capiterà anche a Rafa Nadal? E quando Xisca gli darà un primogenito, i due non lo chiameranno per caso Rolando?

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Editoriali del Direttore

I sogni azzurri non sono finiti, anzi. Nadal sempre “fenomenal”, ma Sinner è una certezza

Djokovic cerca la vendetta di New York contro Carreno Busta, l’unico che lo “avrebbe” sconfitto. Ma forse guarda oltre… insieme a Federer! Rublev-Tsitsipas promette spettacolo. Ma per il tennis italiano questo Roland Garros resterà un torneo memorabile

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Rafa Nadal e Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Abbiamo sognato e i sogni stavolta non si sono realizzati. Ma hanno vinto i più forti, Rafa Nadal e Iga Swiatek. È la legge dello sport. Tuttavia non ci possiamo davvero lamentare di questo Roland Garros. Non avevamo avuto due azzurri nei quarti che nel ’73 (Panatta e Bertolucci) e nel 2011 (Fognini e Schiavone), ma in semifinale c’erano andati solo Adriano e Francesca (che, campionessa in carica, sarebbe approdata alla finale persa con la Li Na).

Nel video realizzato stamattina ho già detto cosa penso delle due partite dei ragazzi italiani, Jannik Sinner e Martina Trevisan, e li ho ringraziati pubblicamente per averci fatto divertire e sognare. Si sono battuti ai limiti delle loro possibilità, anche se in cuor loro entrambi penseranno di aver mancato qualche opportunità per far meglio e sarà loro dispiaciuto di non aver vinto neanche un set. Sinner per aver servito invano sul 6-5 del primo set e per essere stato in vantaggio di un break, 3-1, nel secondo. Martina per essere stata in vantaggio anche lei per 3-1, nel primo set, prima di subire una striscia negativa di otto game consecutivi all’interno dei quali però per due volte si è trovata 15-40 sul servizio di Swiatek.

E il sogno continua anche se a giocare le semifinali saranno il solito Nadal, che ha celebrato battendo Sinner la sua centesima partita al Roland Garros – ne ha perse solo 2 e ha vinto 292 set – e il per nulla solito Schwartzman. L’argentino venendo a capo del campione dell’US Open Thiem alla fine di una maratona incredibile e rocambolesca di 5 set e 5 ore e 8 minuti, ha conquistato in un colpo solo – anzi, per la verità in un migliaio di colpi e centinaia di corse – la sua prima semifinale in uno Slam, per la prima volta un posto tra i top-ten e per la seconda volta lo scalpo di un top-five dopo averci perso 24 volte su 24 fino a che a Roma due settimane fa non batté per la prima volta Rafa Nadal.

 

Lo dovrà affrontare nuovamente venerdì e forse con un pizzico di fiducia in più (se le gambette non gli faranno ancora male). “Ma Rafa qui è il re!” ha messo le mani avanti l’argentino al quale ci sono almeno due persone che chiedono il favore di “matare” Nadal: Federer che guarda le partite dal salotto di casa sua e Djokovic che vorrebbe dapprima prendersi oggi la rivincita su Carreno Busta che ha osato dire che a New York non si sentiva affatto battuto in partenza (“In fondo ero avanti io 6-5 e servizio… quando c’è stato l’incidente di Nole con la giudice di linea”), poi domare chi vincerà fra i giovani leoni rampanti Rublev e Tsitsipas e, infine, evitare di imbattersi nello spauracchio Nadal in finale.

Certo Thiem rimpiangerà di non aver chiuso il match in quattro set, ma è anche vero che sul 5-4 “El Peque” – che è comunque più alto di Maradona – aveva avuto tre setpoint consecutivi e di andare almeno al quinto set se lo meritava proprio. Thiem, che del decimo argentino capace di conquistare una semifinale a Parigi (cito a memoria Vilas, Clerc, Nalbandian, del Potro, Coria, Gaudio…) è grande amico ha detto alla fine con grande sportività, e dopo averlo abbracciato sul campo a sprezzo del COVID: “Diego ha meritato di vincere”.

Perché allora il sogno azzurro continua? Perché Sinner ha 15 anni meno di Nadal e a 19 anni non si può fare meglio di quanto ha fatto contro il miglior “terraiolo” di tutti i tempi. Chiunque abbia visto il match se ne sarà reso conto. Per le prime due ore, fino al 6-7 e 4 pari ha giocato meglio di Rafa, costretto ad impegnarsi allo spasimo e a caricarsi come quando sente che può anche perdere. Jannik ha perso per una pura questione di inesperienza, di difficoltà a concretizzare le opportunità favorevoli. E sul 4 pari 40-15 è stato anche parecchio sfortunato. Un net clamoroso e vincente di Nadal gli è praticamente costato il break del 5-4. E anche nell’ultimo game il nastro gli è stato nemico perché gli ha bloccato un dritto forse vincente.

Che però Sinner sia qualcosa di più di una promessa credo si possa sostenerlo ragionevolmente con chiunque. Del resto lo pensano tutti i campioni che si sono espressi sul suo conto. Ma come dice Piatti occorre aver pazienza. Un paio d’anni? Chissà, potrebbe bastarne anche uno solo.

Quanto a Martina siamo onesti: aveva fatto anche troppo. Da n.159 si ritrova adesso a n.83 e con il diritto di entrare nei tabelloni degli Slam, con un conto in banca finalmente importante, 283.000 euro cui potrà aggiungere come minimo i premi spettanti agli sconfitti nei primi turni di un paio di Slam, forse anche tre perché pesanti cambiali da pagare fino al luglio 2021 non ne ha. 150.000 euro in più? Io credo che lei abbia il talento per non accontentarsi più di un semplice primo turno, ma per fare più strada, anche se non quanto Swiatek cui è facile pronosticare un avvenire da top-ten. Aggiungo che Swiatek, pur più giovane di Martina, aveva molto più gare di livello alle spalle, molta più esperienza. Martina, che avrà sofferto non poco anche la lunghissima attesa (“Avevo mangiato e mi sono riscaldata tre volte aspettando la conclusione di Scwartzman-Thiem… sembrava potesse finire in 4 set”) dovrà lavorare duro con il suo coach Catarsi –nomen omen – per migliorare l’efficacia del servizio, soprattutto in termini di percentuale di prime palle.

Martina Trevisan – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il suo non è un caso Errani, sia chiaro. Anzi, da mancina quando batte nei punti dispari può giocare traiettorie esterne per nulla banali. Può buttare le avversarie fuori dal campo e aprirsi spazi vincenti, o anche rifugiarsi in bei kick quando la palla rimbalza più che su terreni pesanti come quelli di questa Parigi quasi invernale, con 9 gradi e un’umidità da portar via. Inciso: Nadal, sceso in campo alle 22:39 davanti a non più di 300 persone che alla fine saranno state sì e no un’ottantina, ha detto: Non mi ha dato tanta noia lo scendere in campo così tardi, anche se l’idea di programmare cinque incontri sul centrale era un rischio e lo si poteva immaginare, quanto il freddo che faceva. È facile farsi male in certe condizioni…”. Per uno che aspira a conquistare qui il ventesimo Slam e a eguagliare Roger Federer sarebbe una bella beffa, in effetti, fermarsi per qualche dolore muscolare.

Ma, riprendo un concetto accennato sopra, si può sognare azzurro, io credo, anche grazie a Lorenzo Sonego che ha fatto vedere contro Fritz di essere un ottimo tennista, anche se non un top-ten come Schwartzman. E sono persuaso che anche Berrettini, con il servizio e il dritto che si ritrova, possa confermarsi sui livelli che gli hanno permesso di salire così in alto. In Italia, soprattutto dacché siamo infestati dai leoni da tastiera che imperversano sui social, si fa presto a demolire chi subisca una sconfitta, come a esaltare chi vince due o tre partite. Il computer non capisce di tennis, come diceva sempre Rino Tommasi, ma la classifica non te la regala. E quella classifica non la si costruisce con due o tre risultati, ma lungo tutto un anno.

Questo è stato un anno molto particolare, non tutti sono stati capaci di allenarsi come avrebbero voluto e di fare i progressi necessari per restare ai vertici delle classifiche mondiali. Berrettini, poi, a mio avviso non ha nulla da rimproverarsi se ha perso al Masters di Cincinnati-New York da un Opelka che giuro non avevo mai visto servire così bene, a New York da un Rublev che vale certamente la top-ten e non a caso ha vinto Amburgo, mica il torneo di Cincirinella, e quindi ci possono perdere in tanti, tantissimi. (Inciso: già oggi Rublev concede la rivincita del match vinto in finale dieci giorni fa rimontando da 3-5 al terzo). Poi a Roma Matteo ha perso da quel Ruud che tutti valutano un top-ten della terra rossa o giù di lì. Quindi alla fin fine… ok, il romano ha perso da questo Altmaier che per via della sua modestissima classifica (dovuta agli infortuni di cui è stato vittima e non perché non sappia giocare a tennis assai bene) è sembrato ai non addetti ai lavori un disastroso passo falso. Io, che Altmaier non lo avevo mai visto giocare – colpa mia! In Italia ha giocato a Todi, Trieste, Cordenons… con alterne fortune – pensavo superficialmente che Matteo avrebbe vinto a spasso.

Ma dopo aver visto la partita, che Matteo ha giocato spento e privo di ogni reattività come non lo avevo mai visto, mi sono ricreduto sul conto di questo Altmaier che ha un rovescio a una mano che mi ha ricordato quello di Guga Kuerten, più ancora che quello del suo idolo Stan Wawrinka. Insomma, i soliti facili fustigatori depongano la frusta e abbiano fiducia. I tennisti che ho appena citato, più alcuni di quelli che stanno giocando l’interessante challenger di Parma – Musetti su tutti – ci daranno altre soddisfazioni… se non pretendiamo subito la luna, dopo aver visto per 40 anni soltanto “the dark side of the moon”.

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Editoriali del Direttore

Nadal autunnale non vale quello di maggio, ma se Sinner vincesse sarebbe più di un mezzo miracolo

Jannik ha battuto tre top-ten in circostanze piuttosto favorevoli. Sinner per ora è un fenomeno della sua età, più di una speranza, ma non ancora un campionissimo. Forse Martina Trevisan ha qualche chance in più di confondere Iga Swiatek. Ma dipenderà molto dalla polacca

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Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Armiamoci di santa pazienza oggi e concentriamoci su quel che abbiamo da fare in mattinata e primo pomeriggio, perché prima di poterci sedere davanti alla tv per seguire su Eurosport o Eurosport Player prima Martina Trevisan con Swiatek e poi Jannik Sinner con Rafa Nadal, sarà tarda sera.

LA DIFFICOLTÀ DI UN PRONOSTICO PIÙ SENSATO CHE PATRIOTTICO, COMINCIANDO DA MARTINA…

Dopo quel che abbiamo visto in questi giorni mi piacerebbe poter azzardare un pronostico per le due partite che riguardano i due italiani che ci hanno dato la grande soddisfazione di raggiungere i quarti dopo due grandi imprese… che poi non sono solo due in realtà. Perché Trevisan ha infilato tutta una serie di partite contro pronostico, e se contro Giorgi ha fruito di un ritiro di Camila, l’aver battuto Coco Gauff e Sakkari prima di Bertens sono ripetute… prove del nove. È chiaro che la ragazza di Firenze ha raggiunto una dimensione che non solo non ha più nulla a che vedere con la sua classifica di una settimana fa, n.159 WTA, ma forse nemmeno con quella virtuale di n.83.

Vero che contro Sakkari Martina aveva dovuto annullare due matchpoint nel secondo set e che quindi è stato a un soffio dalla sconfitta. Però l’averla rimontata dopo essere stata in netto vantaggio in quel set, non è roba da niente. Essere stata raggiunta, non essersi innervosita, essere stata capace di trovare la lucidità, la grinta e la forza di rovesciare l’esito di quel set, la dice lunga sulla sua condizione psicofisica. E poi nel terzo ha fatto il doppio dei game dell’avversaria. Un 6-3 femminile non è come un 6-3 maschile. Nel singolare femminile tutti i game partono alla pari o quasi. Se ne fai il doppio… sono tanti. Non è conseguenza di un break.

 

È INEVITABILE CHE SIA STANCA DI TESTA E DI FISICO PER 10 GIORNI MAI VISSUTI PRIMA?

Lei ha raccontato di essere poi molto stanca per aver vinto sette partite di fila. Sarà ancora più stanca stasera? Di certo non ha mai vissuto, fisicamente e mentalmente, situazioni simili a quelle di questi 10 giorni in vita sua.

Tuttavia anche con Bertens si è verificata una situazione che avrebbe potuto mandare in crisi una ragazza meno solida di testa, meno sicura: è stato quando ha avuto la palla del 4-0 nel secondo set e se l’è vista annullare. Poi sul 3-1 ha perso il servizio con l’unico black-out della sua partita: due doppi falli che l’avrebbero potuta mandare in ciampanella. Niente di tutto ciò: anzi, sul 3 pari, ha cancellato la palla break che avrebbe portato Bertens sul 4-3, dopo di che, dopo che anche sul 5-3 ha ceduto il servizio, non si è lasciata turbare ma è andata subito 0-30 sul game di battuta di Bertens, poi 0-40 grazie a un doppio fallo e al terzo matchpoint utile ha chiuso con un lob spettacolare anche se forse un tantino fortunato. Mentre nel tennis maschile la perdita di un servizio è quasi sempre, oltre che decisivo, anche il segnale di una certa fragilità nervosa, nel tennis femminile non è così.

DI TESTA SI È DIMOSTRATA SOLIDISSIMA… FIN QUI

Quindi i break subiti da Martina non devono essere necessariamente interpretati come sintomi di debolezza. Soltanto Serena Williams quando era ancora nei suoi panni, era tennista che poteva legare primariamente al rendimento del suo servizio l’esito dei suoi match. Conosco troppo poco Swiatek, e troppo poco le sue giornate di forma ed eventuali avvii incerti, per capire se sia una che può tremare in occasioni importanti. O se invece, al contrario, la sua giovane età la porti a giocare in tutte le circostanze con la sana incoscienza dei giovanissimi. Il talento di sicuro c’è, ma ad esempio non so come potrebbe reagire di fronte a una ragazza che non ha ancora nome, che non la si conosce bene, che è capace di giocare un tennis diverso da quello più consueto. E quando si pensa di essere favoriti. Con Halep ha giocato a tutto braccio perché sapeva di non aver nulla da perdere. Qui penserà che è lei cui tocca vincere per non deludere.

Martina Trevisan – Roland Garros 2020 (foto via Twitter @rolandgarros

LE SUE CHANCE STANNO NELLA VARIETÀ DEI SUOI SCHEMI RISPETTO A UNA GRAN PARTE DELLE TENNISTE

La maggior parte delle tenniste oggigiorno, anche di vertice, sono giocatrici di ritmo. Più da cemento forse che da terra battuta. Martina ha armi tecniche che alla terra battuta si adattano tantissimo: il tocco di palla, la smorzata, il senso tattico che la spinge ad andare a rete in controtempo (quali sono le altre tenniste che lo fanno? Dovrei chiederlo a AGF…), le volée che allenate giocando sempre anche tanti doppi in Italia, in serie A e non solo, sa fare meglio di molte altre tenniste che pure la precedono in classifica mondiale. Quando mancano punti di riferimento, precedenti attendibili, spesso sono importanti i primi game, che possono influenzare la successiva tensione nervosa di una giocatrice oppure di un’altra. Anche se è vero che nel tennis femminile si vedono mediamente molte più rimonte, capovolgimenti anche clamorosi di fronte, piuttosto che in quello maschile. Forse perché – ribadisco il concetto espresso poc’anzi – i vari game, quelli di servizio come quelli di risposta, hanno in partenza le stesse chance o quasi di aggiudicarseli sia chi serve sia chi ribatte. Nel tennis maschile non è così.

SINNER CONTRO NADAL, PUÒ FARCELA?

E Sinner contro Nadal? Altro discorso difficilissimo da affrontare, perché sostenere che un ragazzo di 19 anni, pur promettente come Jannik possa giocare ad armi pari contro un Nadal che a Parigi ha vinto 12 volte, sembra onestamente più un discorso… patriottico, da aficionado, che tecnico. Tutti i grandi campioni pronosticano un grande avvenire a Jannik, da McEnroe a Wilander, per ultimo ieri Tsitsipas che lo ha definito tennista di grande talento, ma quando Riccardo Piatti sostiene che il suo allievo ha bisogno ancora di tre anni prima di dare il meglio di sé, non credo che lo faccia solo per mettere le mani avanti. Anche se sarebbe più che comprensibile che lo facesse.

Un conto è ragionare in prospettiva, un altro è parlare di un match da giocare stasera. Sebbene Rafa abbia ormai 34 anni, ancora nessuno ha la sua intensità di gioco sulla terra rossa. Strappargli due set, come ha fatto Schwartzman a Roma – dove peraltro Rafa giocava il suo primo torneo dopo sei mesi di stop che era stato un vero stop… non aveva giocato neppure esibizioni – è una cosa, strappargliene tre mi sembra tutta un’altra. Anche se ovviamente a Jannik lo auguro e certo sarebbe una impresa straordinaria.

Ma appunto perché straordinaria, non troppo probabile. Lo stesso Jannik ha fatto presente che la terra rossa è tutto sommato la superficie sulla quale ha giocato di meno. A Ktzbuhel non ha davvero brillato. A Roma si è trovato di fronte un Paire reduce da mille casini Covid a New York – il francese lo ha detto in tutte le salse che per 14 giorni non era praticamente riuscito ad allenarsi sulla terra rossa – ha battuto un Tsitsipas (6-1 6-7 6-2) che ha giocato a corrente alternata, certo peggio di come l’ho visto giocare contro Dimitrov ieri, e poi proprio contro Dimitrov al Foro Italico ha giocato una partita molto discontinua, finendo per perdere 4-6 6-4 6-4 senza convincermi troppo.

LE CIRCOSTANZE OGGETTIVAMENTE FAVOREVOLI A SINNER E QUELL’INCERTEZZA CON ZVEREV

A Parigi – e approfitto qui per replicare a un lettore di Ubitennis che mi ha accusato di essere stato ingiusto per aver definito il tabellone di Parigi come piuttosto agevole – Jannik prima si è imbattuto nell’ombra di Goffin, ben presto rassegnato dopo aver perso il primo set (i colleghi del Belgio mi hanno detto di non averlo mai visto così poco combattivo), poi in Bonzi che era uno dei più scarsi giocatori dei 128 in tabellone, quindi in Coria n.99 ATP e francamente abbastanza modesto se confrontato a un Nadal, quindi Zverev. Contro Zverev Jannik ha dominato lungo quasi tutto il match, eccezion fatta per il terzo set che – giusto per farmi capire dal lettore – un Nadal non avrebbe mai perso. Nadal che vince i primi due set… all’inizio del terzo sta talmente attento a non perdere il focus, ma anzi ad ammazzare ogni tentativo di ripresa, che non va sotto 2-0. Va sopra 2-0 e chiude la partita. Salvo che di fronte non abbia uno dei suoi più grandi avversari. Che Jannik non possa essere ancora un Nadal mi pare evidente. Sarebbe un mostro. Invece per ora è… semplicemente un fenomeno per la sua età. Ma non ancora un mostro. Potrà diventarlo… e questo è un altro paio di maniche.

Jannik Sinner – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL DISCUTIBILE CASO ZVEREV

Oltretutto quel che ha poi dichiarato Zverev, assai ingenuamente peraltro perché dicendo di avere avuto 38 di febbre ma non avendolo dichiarato ai medici del Roland Garros ha commesso una leggerezza non da pocoper il protocollo di sicurezza distribuito ai giocatori non solo non avrebbe potuto giocare, ma avrebbe dovuto restare in isolamento in attesa del risultato del test – insinua qualche dubbio sulla partita che abbiamo visto vincere a Jannik. Vero che Sascha correva tanto e non faceva pensare a un tennista debilitato, ma vero anche che raramente lo avevamo visto così passivo, ancorato ai teloni di fondocampo come un qualsiasi Gasquet. Jannik ha sempre spinto e comandato, fin troppo. Ma la passività del tedesco gli ha tolto pressione. Con Nadal se lo può scordare. Come ha detto saggiamente Jannik – e non solo quando ha sottolineato di “non essere arrivato, devo ancora migliorare in tutto…”– …so di non poter giocare con il freno tirato.

GUAI A GIOCARE CON IL FRENO TIRATO

Dovrà sempre tirare infatti, dal primo punto all’ultimo come ha fatto Schwartzman a Roma senza aver il servizio di Jannik ma con una mobilità e un’aggressività straordinaria che Jannik non può avere dall’alto del suo metro e 88. Altrimenti Rafa lo farà correre da destra a sinistra, da sinistra a destra, consumandolo punto dopo punto, fino a prosciugargli tutte le energie come una sanguisuga. È sempre stata la gran forza di Rafa, quella. Vero anche – a contrario e a suscitare una speranziella – che l’arma solitamente più letale di Rafa, quella stessa che ha deciso gran parte dei suoi vittoriosi duelli con Roger Federer, è sempre stata il dritto pesantissimo e liftatissimo sul rovescio dei suoi avversari.

SUL CAMPO LENTO E UMIDO IL TOPPONE DI NADAL FARÀ MENO MALE… E FINISCE SUL ROVESCIO DI SINNER

Ecco, a Parigi, con palle e campi pesanti – e credo che il Philippe Chatrier stasera tardi sarà più pesante del solito, quantomeno sarà superumido – il toppone di dritto di Rafa prenderà meno spin. E diretto sul colpo migliore e più sicuro di Jannik, il rovescio bimane, potrebbe non rivelarsi così incisivo come in altre circostanze e con altri avversari. Anzi, la sua palla di dritto potrebbe rimbalzare proprio all’altezza più giusta per consentire a Jannik di controllarla e controbattere. Difficilmente gli finirà sopra la spalla, a lui così alto. Se di solito la diagonale sinistra è quella prediletta dal mancino di Manacor, questa potrebbe anche non essere del tutto sgradita a Jannik.

Vedremo, senza farsi troppe illusioni. Finora Jannik, che vale più del suo attuale ranking, e forse anche più del suo virtuale n.46, non ha ancora potuto battere un top 5 all’altezza del suo rendimento. Gli stessi scalpi top-10, Goffin, Tsitsipas e Zverev, sono stati strappati in circostanze un tantino favorevoli – so che dicendo questo i tifosi di Sinner si inalbereranno! – e se il Nadal di settembre-ottobre non vale il Nadal di maggio-giugno, è pur sempre una spanna superiore a tutti quei giocatori con i quali Jannik si è finora misurato ad armi pari. Tuttavia questo non mi esime dal tifare per lui, dallo sperare in quello che a Parigi e nel regno di Nadal, sarebbe per me qualcosa di più di un mezzo miracolo.

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