Barazzutti e Fognini: le frecciatine all’assente Sinner sono condivisibili o no?

Editoriali del Direttore

Barazzutti e Fognini: le frecciatine all’assente Sinner sono condivisibili o no?

Tutti i motivi per cui non sono andato a Cagliari. Il normale egoismo di un capitano. Lo smemorato Fognini. Gli antichi vizi “politici” delle federazioni Salire sul carro dei vincitori. A Madrid giochino i migliori

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Corrado Barazzutti, Simone Bolelli e Fabio Fognini - Italia-Corea del Sud, Coppa Davis 2020 (foto Felice Calabrò)

Non sono andato a Cagliari a seguire il match di Coppa Davis fra Italia e Corea del Sud. Ma non è stato per via del Corona Virus.

Non ci sono andato perché era un incontro senza storia e perché, avendo una tantum entrambi i figli a casa – entrambi in smart working da remote per le loro aziende – soprattutto dopo una lunga assenza dovuta all’Australian Open ho preferito rimanermene in famiglia.

Ha contribuito alla decisione, oltre ai motivi di cui sopra, anche il fatto che l’atmosfera degli incontri casalinghi di Davis non mi entusiasma.

 

Barazzutti che risponde soltanto quando è costretto a farlo dal suo ruolo in conferenza stampa, Fognini che cerca di non rispondere o risponde sgarbatamente, Binaghi e i federales che se potessero seppellire Ubitennis (cui, pur non apprezzandone l’autonomia dei giudizi e le conseguenti critiche, dovrebbero invece essere anche grati per il contributo che dà alla promozione del tennis e anche alla costante segnalazione dei programmi di Supertennis) lo seppellirebbero volentieri disconoscendone gli indubbi meriti…sono tutti motivi per i quali andare ad immergermi in un’atmosfera che mi mette di cattivo umore è privo di senso.

Ciò detto mi dispiace non aver avuto l’occasione di festeggiare e congratularmi per l’esordio in Davis di Mager e Travaglia, due ragazzi che meritano di aver coronato quel sogno che certo hanno fatto quando hanno cominciato a fare i primi risultati agonistici con la racchetta in mano. Se ho sognato perfino io di giocare con la maglia della nazionale, ed ero più che orgoglioso per le prime convocazioni a Formia per la nazionale junior assieme ai vari Panatta, Bertolucci e soci, mi immagino la loro grande soddisfazione. Sono stati bravi, anche se il loro compito non era difficile.

CONGRATULAZIONI A MAGER E TRAVAGLIA

Fra qualche anno, poi, pochi ricorderanno che la loro prima convocazione  – e auguro che ne seguano altre – è stata dovuta anche alle assenze di Berrettini e Sinner e che quelle prime vittorie che figureranno per sempre nell’albo d’oro della Davis azzurra furono “aiutate” anche (non solo…) dalla modestia dei loro avversari coreani.

Alla fine nello sport conta vincere e, in questo caso, contribuire a portare l’Italia alle fasi finali della nuova Davis, a Madrid. Alla faccia del barone de Coubertin, per cui  invece l’importante era soprattutto partecipare. Hanno partecipato i coreani, hanno vinto gli azzurri.

E spero presto di avere l’occasione di felicitarmi di persona sia con Travaglia, che ho avuto occasione di incontrare più volte, sia con Mager che invece non conosco quasi. So diverse cose però del loro percorso, e non solo per averle lette in questi giorni. 

Travaglia ha vissuto tutta una fase ricca di eventi sfortunati, di infortuni. Mager aveva quasi pensato di abbandonare il tennis, dopo un episodio occorsogli da ragazzino che lui stesso preferirebbe dimenticare (se non glielo ricordassero ogni piè sospinto).

Tutto ciò detto ecco alcune mie personali considerazioni, a seguito di quanto emerso via news e dichiarazioni di questi ultimi giorni, in particolare alcune di Barazzutti e di Fognini.

Io capisco benissimo che il capitano di una squadra vorrebbe sempre avere a disposizione tutti i suoi migliori giocatori. Più che comprensibile. Spesso un capitano dice certe cose anche per esprimere pubblicamente una forma di solidarietà a chi invece ha dato la propria disponibilità e gli consente di vincere un match che – se nessuno lo fosse – potrebbe essere perso. Anche se con questi coreani sarebbe stata una impresa…all’incontrario.

CONDIVIDETE LE DICHIARAZIONE DELLA VIGILIA DI DAVIS DI CORRADO BARAZZUTTI?

Barazzutti: “La salute prima di tutto. Sinner? Lo volevo qua”

E’ vero peraltro – a contrario – che il capitano di una nazionale riveste anche il ruolo di tecnico nazionale. E questo ruolo dovrebbe ispirargli una visione più lungimirante. Orizzonti più ampi di quelli circoscritti all’incontro contingente di Davis.

Onestamente ditemi voi, cari amici di Ubitennis che non siete sospettati di sostenere opinioni preconcette nei confronti di questo o quello, se fosse più saggio, per un giocatore come Sinner, cercare di disputare il match di Davis con la Corea del Sud sulla terra rossa di Cagliari oppure invece affrontare la doppia trasferta in California, Challenger e Masters 1000 di Indian Wells, con la prospettiva di giocare anche il Masters 1000 di Miami?

Del resto Riccardo Piatti è stato coerente con il proprio pensiero, che ha sempre sostenuto anche quando per gli juniores, riteneva che fosse meglio fare esperienze costruttive partecipando ai tornei challenger che alle gare junior.

Quindi ha optato – ed è la seconda volta – per aiutare Sinner a crescere più rapidamente anziché fargli fare l’esperienza Davis che a suo – e mio – avviso, sarebbe stata soprattutto una perdita di tempo.

Ecco allora che, sebbene vada dato atto a Barazzutti di non avere troppo calcato la mano sull’assenza di Sinner, forse anche dire soltanto “Avrei preferito avere anche Sinner qui”, secondo me è un messaggio sbagliato. Ho messo quel forse per attenuare, ma vorrei spiegare il perché penso ugualmente che sia sbagliato.

A me le parole di Corrado sono suonate ingiustamente un tantino critiche verso la scelta invece opportuna di Piatti (nei confronti del quali spesso in Federazione si avverte ormai scarsa simpatia; ho sentito più di un dirigente federale sottolineare con punte di invidiosa acrimonia i guadagni del Piatti Center e quanto costi agli allievi “figli di papà” esservi ammessi) e mi sono apparse – se non miopemente egoiste – certamente poco altruiste nei confronti di Sinner e del suo avvenire.

Barazzutti per primo, e con lui tutta la federtennis, dovrebbero congratularsi con chi fa scelte oculate e professioniste, quindi con Piatti e Sinner. E ciò senza far trapelare frecciatine del tipo: “Eh ma allora Sinner se vuol fare i cavoli suoi, rinunci ai soldi che a lui e Piatti passa la FIT”. Frecciatine che circolano nell’ambiente, vi assicuro.

Dovrebbe essere invece chiaro a tutti che prima Sinner si afferma come giocatore forte, semrpe più forte, e tutti ne guadagneranno, FIT e Barazzutti compresi.

Il discorso fatto per Sinner vale naturalmente anche per Berrettini. Anche se in questo caso nessuno ha “sfiorato” il suo diritto di professionista a fare le sue scelte, perché dopo aver Matteo “saltato” per infortunio un bel po’ di tornei in Sud e Centro America, non gli si poteva umanamente chiedere di compromettere la sua partecipazione ai Masters 1000 americani d’inizio stagione.

Passare in due giorni o tre dalla umida terra rossa sarda al cemento californiano non aveva davvero alcun senso tecnico.

Fra l’altro se non ricordo male, il problema fisico occorso a Matteo era nato proprio a Madrid quando forse si era sforzato un po’ troppo per difendere i colori della nazionale fino alle prime ore dell’alba. Poi si era presentato a Melbourne, ma senza aver pienamente recuperato, tant’è che poi non l’abbiamo più visto.

FOGNINI PUNZECCHIA GLI ASSENTI, PIU’ SINNER CHE IL BERRETTINI INFORTUNATO, MA È SMEMORATO…

Riguardo a quel che ha detto Fabio Fognini, che peraltro spesso parla un po’ a ruota libera, devo dire che le sue dichiarazioni non le ho sentite di persona ma le ho lette sulla Gazzetta dello Sport nell’articolo a firma Federica Cocchi (da noi ripreso anche nella nostra quotidiana Rassegna Stampa che per l’ennesima volta invito i lettori di Ubitennis a leggere anche se si trova posizionata in fondo alla nostra home page). Il titolo della Gazzetta non l’ho fatto io.

Fognini punge: “Io qui, altri no…”

Ebbene oggi Fognini ha 32 anni, quasi 33, ed è padre di due figli. La sua carriera l’ha fatta. E’ vero che ha quasi sempre risposto all’appello della Davis, che ha lottato e vinto tante partite per la nazionale, ma anche lui deve capire che un ragazzo a 18 anni che si sacrifica da quando ne ha 13 per centrare certi obiettivi si trova in una posizione diversa.

Come è accaduto a chi pratica questo sport da professionista, la programmazione è e non  può essere che individuale, dai tempi di Nikki Pilic che scelse di non giocare (gratis…ma non è questo il punto) per la Jugoslavia nel 1973 preferendo disputare un torneo e fu ingiustamente squalificato dalla sua federtennis, suscitando i moti di solidarietà di tutti gli altri professionisti, il boicottaggio di un’ottantina di giocatori a Wimbledon 1973 – edizione non a caso vinta dal ceco Kodes che battè in finale il russo Metreveli perché all’Est il diritto di sciopero non era consentito –  di fatto dando una spinta decisiva alla nascita e all’affermazione di un “sindacato” giocatori professionisti, l’ATP.

Di casi di giocatori che hanno scelto di giocare tornei invece della Davis ce ne sono a bizzeffe. Quasi mai, inevitabilmente, quelle scelte sono state apprezzate dalle loro federazioni che – a seconda se fossero più liberali e permissive o meno – spesso hanno adottato sanzioni economiche punitive o hanno espresso opinioni di condanna particolarmente forti.

Ricordate quel che disse Nicola Pietrangeli a proposito di Simone Bolelli quando il tennista di Budrio rinunciò a giocare contro la Lettonia del solo Gulbis a Montecatini preferendo giocare i tornei asiatici (Bangkok, etcetera) con il dichiarato obiettivo di entrare a fine anno fra i primi 32 del mondo e rientrare fra le teste di serie dell’Australian Open?

Nicola Pietrangeli disse che Bolelli aveva sputato sulla bandiera tricolore, la federazione con Binaghi si indignò e proclamò la squalifica di Simone e perfino dei circoli che lo avrebbero ospitato per gli allenamenti!

E Fognini ha per caso dimenticato quando, battuto malamente da Seppi al Foro Italico, si dichiarò “non pronto a rispondere ad una convocazione di Coppa Davis”a Barazzutti ma decidendo però di giocare quello stesso weekend nel torneo ATP di… casa Djokovic a Belgrado?

E cosa accadde a Andreas Seppi, che si trovava dall’altra parte del mondo, quando chiese di non giocare contro la modesta Bielorussia del solo Myrni (più Ignatik) a Castellaneta? La FIT lo costrinse a fare quell’inutile giro del mondo per “presentarsi in ginocchio” al cospetto di Corrado Barazzutti, minacciandolo in caso contrario di una squalifica o di una sanzione economica?

E i casi di Francesca Schiavone quando non volle giocare un match di Fed Cup, dove averne giocati (e vinti) a decine?  E Volandri quando non volle andare in Sardegna per giocare un match di Davis programmato sul cemento nel bel mezzo della sua programmazione? E Camila Giorgi quando per il fatto che si era potuta allenare a Tirrenia e aveva preso tanti soldi doveva ugualmente accettare di giocare in un ambiente che pareva respingerla più che accoglierla (anche se magari si voleva respingere più il padre che lei stessa)? Idem. Eppure Bolelli non era fondamentale per battere la Lettonia, Fognini non era fondamentale per affrontare l’Olanda, Seppi non lo era per battere la Bielorussia, etcetera etcetera.

Non solo la nostra federazione -i cui casi conosco certo meglio – ma anche altre di altri Paesi, hanno più volte adottato atteggiamenti simili all’insegna di questo concetto: “Poiché noi ti diamo dei soldi, o ti abbiamo dato dei soldi a suo tempo – ricordate che è stato addirittura concertato un contratto vincolante per tutta la carriera –  e allora tu devi fare quel che vogliamo noi. Anche se la tua programmazione prevede tre tornei sul cemento di fila, dove puoi fare tanti punti che ti servono al prosieguo della tua annata …ma noi abbiamo un match di Coppa Davis sulla terra rossa, te devi renderti disponibile!”.

Beh, secondo me, questi non sono più quei tempi per imporre simili posizioni, simile contratti capestro ad un professionista din uno sport individuale. Anche perché gli obiettivi di un professionista che vuole difendere la propria classifica dovrebbero essere anche quelli della propria federazione. Se una federazione crede nel futuro di un giovane e ci investe sopra dei soldi è a mio avviso immorale pretendere che questi si leghi a vita…per grazia ricevuta. Se la federazione non ci crede non ci investa. Nessuno la obbliga. La mentalità di vincolare un ragazzo e un suo team tecnico a futuri comportamenti non la trovo eticamente giustificabile.

Che è cosa diversa dal fare semmai presente al tennista a lungo sponsorizzato che un minimo di riconoscenza sarebbe giusto che venisse osservato. Ma spontaneamente, senza un obbligo vincolante

In conclusione le frecciatine, pur non avvelenatissime, di Fognini, a mio parere Fabio poteva risparmiarsele (proprio per esserci passato attraverso anche lui stesso e suoi colleghi della sua generazione). Che cosa avrebbe fatto lui se si fosse trovato, a 18 anni, al posto di Jannik Sinner?

L’ANTICO VIZIO “POLITICO” DELLE FEDERAZIONI

Da cronista di lungo corso posso garantirvi che il difetto di pretendere la presenza obbligatoria dei giocatori agli eventi delle squadre nazionali, ma anche ai singolari junior risale a vecchia data. Fin da quando il vecchio presidente della FIT Paolo Galgani, avvocato fiorentino, teneva da matti a vincere la Coppa Valerio under 18 o la De Galea under 20  per poter menar vanto “politico”.

A livello giovanile l’Italia vinceva parecchio, o comunque abbastanza, ma poi a livello senior non si vinceva nulla. Ma così come oggi sembra che ogni vittoria di Berrettini o Sinner sia merito anche di Tirrenia o di un’illuminata dirigenza che non ci ha avuto quasi nulla a che fare con i loro risultati – non è accaduto anche per tanti exploit delle nostre 4 moschettiere top-ten? – così certi risultati in competizioni giovanili di pochissimo significato servivano politicamente a mascherare pessimi risultati del movimento ai vertici. Più perdurava la crisi e più si cercava di mascherarla con artifizi e raggiri per gli ingenui.

Ricordo quando Claudio Pistolesi, e direi la Garrone, vinsero titoli mondiali under 18 – più tardi sarebbe successo anche con Giorgio Galimberti che riuscì a strappare un assurdo contratto faraonico all’Asics di circa 500.000 euro – negli anni in cui un under 18 come Boris Becker trionfava a Wimbledon e certamente a tutto pensava fuorchè a misurarsi nei tornei junior! Idem per Chang e Sanchez campioni a Parigi a 17 anni.

Invece quei risultati junior venivano presentati come trionfi di una dirigenza illuminata, che aveva messo in piedi chissà quale (inesistente) struttura. In realtà, premesso che quei risultati non meritavano certo di essere denigrati, purtroppo non valevano davvero il significato che la propaganda politica voleva assegnar loro. Nessuna colpa – è ovvio – da imputare a Pistolesi, la Garrone, Galimberti, ma chi cercava di gettarci fumo negli occhi, andava smascherato. Ieri come l’altro ieri ed eventualmente domani.  Così quando Binaghi e soci hanno cercato di “impadronirsi” dei risultati delle nostre quattro top-ten, “siamo campioni del mondo!”, tipico esempio italico del “salir sul carro dei vincitori” come se fosse merito loro, non si doveva stare zitti e assecondarli, salvo che si avesse necessità di arruffianarseli, trarne qualche beneficio personale. Non era il mio caso.

L’ULTIMO ASPETTO CRITICO: CHI DEVE GIOCARE LE FASI FINALI?

Un altro aspetto si ripete ogni qualvolta una squadra conquista un traguardo intermedio. Accade in tutti gli sport, non solo nel tennis. E in tutti i Paesi del mondo, non solo in Italia

Certi atleti ti hanno consentito di qualificarti per una fase finale e l’allenatore, il capitano, vorrebbero mostrar la loro gratitudine e riconoscenza a coloro che lo hanno permesso. Fosse stato per gli assenti la partita sarebbe stata persa, il traguardo mancato.

Così oggi ho letto che a Barazzutti piacerebbe l’idea di portare tutti a Madrid. Il proclama appare un tantino demagogico.

Finchè si tratta di portarne alcuni per farli scendere in campo e altri per stare in panchina da sicuri panchinari più che riserve, va benissimo se ai panchinari l’idea soddisfa.

Però un capitano e un Paese che si trovino ad aver comunque – ripeto: comunque – conquistato la fase finale di un evento, devono a mio avviso rifuggire dai sentimentalismi e schierare la miglior formazione possibile, i migliori giocatori disponibili.

Salvo che una federazione adotti un sistema para-contrattuale come quella americana.

La USTA nelle competizioni a squadre ha adottato il criterio di far firmare all’inizio di ogni anno un contratto di disponibilità a un certo numero di giocatori. Chi lo firma ne è vincolato per tutto l’anno.

Così gli USA hanno raggiunto diverse finali di Fed Cup con un gruppo di ragazze – anche contro l’Italia sia a San Diego sia in Italia – e hanno giocato tutte le loro partite con quelle. Le Williams non avevano sottoscritto il contratto? In qualche caso ci sono stati estremi tentativi per un loro recupero, ma per solito non l’hanno esperiti.

Con tutta la simpatia, la stima, la riconoscenza che dobbiamo a Mager e Travaglia, se a Madrid Berrettini e Sinner fossero loro davanti in classifica, nel risultati e nella considerazione di Barazzutti, a giocare dovrebbero essere loro.

Anche qui: de Coubertin non sarebbe d’accordo ma si dovrebbe giocare sempre per vincere. E alla fin fine, al di là di proclami buonisti comprensibili al momento, sarà certamente quel che farà Corrado Barazzutti. Anche perché in teoria, con un Fognini ancora in pista (dubito che darà seguito a quella che considero una battuta: “Se non si gioca Montecarlo mi ritiro!”), un Berrettini e un Sinner in salute e con i progressi che potrebbero fare da qui a novembre, l’Italia ha una squadra niente male. Con una panchina abbastanza lunga.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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