Barazzutti e Fognini: le frecciatine all’assente Sinner sono condivisibili o no?

Editoriali del Direttore

Barazzutti e Fognini: le frecciatine all’assente Sinner sono condivisibili o no?

Tutti i motivi per cui non sono andato a Cagliari. Il normale egoismo di un capitano. Lo smemorato Fognini. Gli antichi vizi “politici” delle federazioni Salire sul carro dei vincitori. A Madrid giochino i migliori

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Corrado Barazzutti, Simone Bolelli e Fabio Fognini - Italia-Corea del Sud, Coppa Davis 2020 (foto Felice Calabrò)

Non sono andato a Cagliari a seguire il match di Coppa Davis fra Italia e Corea del Sud. Ma non è stato per via del Corona Virus.

Non ci sono andato perché era un incontro senza storia e perché, avendo una tantum entrambi i figli a casa – entrambi in smart working da remote per le loro aziende – soprattutto dopo una lunga assenza dovuta all’Australian Open ho preferito rimanermene in famiglia.

Ha contribuito alla decisione, oltre ai motivi di cui sopra, anche il fatto che l’atmosfera degli incontri casalinghi di Davis non mi entusiasma.

 

Barazzutti che risponde soltanto quando è costretto a farlo dal suo ruolo in conferenza stampa, Fognini che cerca di non rispondere o risponde sgarbatamente, Binaghi e i federales che se potessero seppellire Ubitennis (cui, pur non apprezzandone l’autonomia dei giudizi e le conseguenti critiche, dovrebbero invece essere anche grati per il contributo che dà alla promozione del tennis e anche alla costante segnalazione dei programmi di Supertennis) lo seppellirebbero volentieri disconoscendone gli indubbi meriti…sono tutti motivi per i quali andare ad immergermi in un’atmosfera che mi mette di cattivo umore è privo di senso.

Ciò detto mi dispiace non aver avuto l’occasione di festeggiare e congratularmi per l’esordio in Davis di Mager e Travaglia, due ragazzi che meritano di aver coronato quel sogno che certo hanno fatto quando hanno cominciato a fare i primi risultati agonistici con la racchetta in mano. Se ho sognato perfino io di giocare con la maglia della nazionale, ed ero più che orgoglioso per le prime convocazioni a Formia per la nazionale junior assieme ai vari Panatta, Bertolucci e soci, mi immagino la loro grande soddisfazione. Sono stati bravi, anche se il loro compito non era difficile.

CONGRATULAZIONI A MAGER E TRAVAGLIA

Fra qualche anno, poi, pochi ricorderanno che la loro prima convocazione  – e auguro che ne seguano altre – è stata dovuta anche alle assenze di Berrettini e Sinner e che quelle prime vittorie che figureranno per sempre nell’albo d’oro della Davis azzurra furono “aiutate” anche (non solo…) dalla modestia dei loro avversari coreani.

Alla fine nello sport conta vincere e, in questo caso, contribuire a portare l’Italia alle fasi finali della nuova Davis, a Madrid. Alla faccia del barone de Coubertin, per cui  invece l’importante era soprattutto partecipare. Hanno partecipato i coreani, hanno vinto gli azzurri.

E spero presto di avere l’occasione di felicitarmi di persona sia con Travaglia, che ho avuto occasione di incontrare più volte, sia con Mager che invece non conosco quasi. So diverse cose però del loro percorso, e non solo per averle lette in questi giorni. 

Travaglia ha vissuto tutta una fase ricca di eventi sfortunati, di infortuni. Mager aveva quasi pensato di abbandonare il tennis, dopo un episodio occorsogli da ragazzino che lui stesso preferirebbe dimenticare (se non glielo ricordassero ogni piè sospinto).

Tutto ciò detto ecco alcune mie personali considerazioni, a seguito di quanto emerso via news e dichiarazioni di questi ultimi giorni, in particolare alcune di Barazzutti e di Fognini.

Io capisco benissimo che il capitano di una squadra vorrebbe sempre avere a disposizione tutti i suoi migliori giocatori. Più che comprensibile. Spesso un capitano dice certe cose anche per esprimere pubblicamente una forma di solidarietà a chi invece ha dato la propria disponibilità e gli consente di vincere un match che – se nessuno lo fosse – potrebbe essere perso. Anche se con questi coreani sarebbe stata una impresa…all’incontrario.

CONDIVIDETE LE DICHIARAZIONE DELLA VIGILIA DI DAVIS DI CORRADO BARAZZUTTI?

Barazzutti: “La salute prima di tutto. Sinner? Lo volevo qua”

E’ vero peraltro – a contrario – che il capitano di una nazionale riveste anche il ruolo di tecnico nazionale. E questo ruolo dovrebbe ispirargli una visione più lungimirante. Orizzonti più ampi di quelli circoscritti all’incontro contingente di Davis.

Onestamente ditemi voi, cari amici di Ubitennis che non siete sospettati di sostenere opinioni preconcette nei confronti di questo o quello, se fosse più saggio, per un giocatore come Sinner, cercare di disputare il match di Davis con la Corea del Sud sulla terra rossa di Cagliari oppure invece affrontare la doppia trasferta in California, Challenger e Masters 1000 di Indian Wells, con la prospettiva di giocare anche il Masters 1000 di Miami?

Del resto Riccardo Piatti è stato coerente con il proprio pensiero, che ha sempre sostenuto anche quando per gli juniores, riteneva che fosse meglio fare esperienze costruttive partecipando ai tornei challenger che alle gare junior.

Quindi ha optato – ed è la seconda volta – per aiutare Sinner a crescere più rapidamente anziché fargli fare l’esperienza Davis che a suo – e mio – avviso, sarebbe stata soprattutto una perdita di tempo.

Ecco allora che, sebbene vada dato atto a Barazzutti di non avere troppo calcato la mano sull’assenza di Sinner, forse anche dire soltanto “Avrei preferito avere anche Sinner qui”, secondo me è un messaggio sbagliato. Ho messo quel forse per attenuare, ma vorrei spiegare il perché penso ugualmente che sia sbagliato.

A me le parole di Corrado sono suonate ingiustamente un tantino critiche verso la scelta invece opportuna di Piatti (nei confronti del quali spesso in Federazione si avverte ormai scarsa simpatia; ho sentito più di un dirigente federale sottolineare con punte di invidiosa acrimonia i guadagni del Piatti Center e quanto costi agli allievi “figli di papà” esservi ammessi) e mi sono apparse – se non miopemente egoiste – certamente poco altruiste nei confronti di Sinner e del suo avvenire.

Barazzutti per primo, e con lui tutta la federtennis, dovrebbero congratularsi con chi fa scelte oculate e professioniste, quindi con Piatti e Sinner. E ciò senza far trapelare frecciatine del tipo: “Eh ma allora Sinner se vuol fare i cavoli suoi, rinunci ai soldi che a lui e Piatti passa la FIT”. Frecciatine che circolano nell’ambiente, vi assicuro.

Dovrebbe essere invece chiaro a tutti che prima Sinner si afferma come giocatore forte, semrpe più forte, e tutti ne guadagneranno, FIT e Barazzutti compresi.

Il discorso fatto per Sinner vale naturalmente anche per Berrettini. Anche se in questo caso nessuno ha “sfiorato” il suo diritto di professionista a fare le sue scelte, perché dopo aver Matteo “saltato” per infortunio un bel po’ di tornei in Sud e Centro America, non gli si poteva umanamente chiedere di compromettere la sua partecipazione ai Masters 1000 americani d’inizio stagione.

Passare in due giorni o tre dalla umida terra rossa sarda al cemento californiano non aveva davvero alcun senso tecnico.

Fra l’altro se non ricordo male, il problema fisico occorso a Matteo era nato proprio a Madrid quando forse si era sforzato un po’ troppo per difendere i colori della nazionale fino alle prime ore dell’alba. Poi si era presentato a Melbourne, ma senza aver pienamente recuperato, tant’è che poi non l’abbiamo più visto.

FOGNINI PUNZECCHIA GLI ASSENTI, PIU’ SINNER CHE IL BERRETTINI INFORTUNATO, MA È SMEMORATO…

Riguardo a quel che ha detto Fabio Fognini, che peraltro spesso parla un po’ a ruota libera, devo dire che le sue dichiarazioni non le ho sentite di persona ma le ho lette sulla Gazzetta dello Sport nell’articolo a firma Federica Cocchi (da noi ripreso anche nella nostra quotidiana Rassegna Stampa che per l’ennesima volta invito i lettori di Ubitennis a leggere anche se si trova posizionata in fondo alla nostra home page). Il titolo della Gazzetta non l’ho fatto io.

Fognini punge: “Io qui, altri no…”

Ebbene oggi Fognini ha 32 anni, quasi 33, ed è padre di due figli. La sua carriera l’ha fatta. E’ vero che ha quasi sempre risposto all’appello della Davis, che ha lottato e vinto tante partite per la nazionale, ma anche lui deve capire che un ragazzo a 18 anni che si sacrifica da quando ne ha 13 per centrare certi obiettivi si trova in una posizione diversa.

Come è accaduto a chi pratica questo sport da professionista, la programmazione è e non  può essere che individuale, dai tempi di Nikki Pilic che scelse di non giocare (gratis…ma non è questo il punto) per la Jugoslavia nel 1973 preferendo disputare un torneo e fu ingiustamente squalificato dalla sua federtennis, suscitando i moti di solidarietà di tutti gli altri professionisti, il boicottaggio di un’ottantina di giocatori a Wimbledon 1973 – edizione non a caso vinta dal ceco Kodes che battè in finale il russo Metreveli perché all’Est il diritto di sciopero non era consentito –  di fatto dando una spinta decisiva alla nascita e all’affermazione di un “sindacato” giocatori professionisti, l’ATP.

Di casi di giocatori che hanno scelto di giocare tornei invece della Davis ce ne sono a bizzeffe. Quasi mai, inevitabilmente, quelle scelte sono state apprezzate dalle loro federazioni che – a seconda se fossero più liberali e permissive o meno – spesso hanno adottato sanzioni economiche punitive o hanno espresso opinioni di condanna particolarmente forti.

Ricordate quel che disse Nicola Pietrangeli a proposito di Simone Bolelli quando il tennista di Budrio rinunciò a giocare contro la Lettonia del solo Gulbis a Montecatini preferendo giocare i tornei asiatici (Bangkok, etcetera) con il dichiarato obiettivo di entrare a fine anno fra i primi 32 del mondo e rientrare fra le teste di serie dell’Australian Open?

Nicola Pietrangeli disse che Bolelli aveva sputato sulla bandiera tricolore, la federazione con Binaghi si indignò e proclamò la squalifica di Simone e perfino dei circoli che lo avrebbero ospitato per gli allenamenti!

E Fognini ha per caso dimenticato quando, battuto malamente da Seppi al Foro Italico, si dichiarò “non pronto a rispondere ad una convocazione di Coppa Davis”a Barazzutti ma decidendo però di giocare quello stesso weekend nel torneo ATP di… casa Djokovic a Belgrado?

E cosa accadde a Andreas Seppi, che si trovava dall’altra parte del mondo, quando chiese di non giocare contro la modesta Bielorussia del solo Myrni (più Ignatik) a Castellaneta? La FIT lo costrinse a fare quell’inutile giro del mondo per “presentarsi in ginocchio” al cospetto di Corrado Barazzutti, minacciandolo in caso contrario di una squalifica o di una sanzione economica?

E i casi di Francesca Schiavone quando non volle giocare un match di Fed Cup, dove averne giocati (e vinti) a decine?  E Volandri quando non volle andare in Sardegna per giocare un match di Davis programmato sul cemento nel bel mezzo della sua programmazione? E Camila Giorgi quando per il fatto che si era potuta allenare a Tirrenia e aveva preso tanti soldi doveva ugualmente accettare di giocare in un ambiente che pareva respingerla più che accoglierla (anche se magari si voleva respingere più il padre che lei stessa)? Idem. Eppure Bolelli non era fondamentale per battere la Lettonia, Fognini non era fondamentale per affrontare l’Olanda, Seppi non lo era per battere la Bielorussia, etcetera etcetera.

Non solo la nostra federazione -i cui casi conosco certo meglio – ma anche altre di altri Paesi, hanno più volte adottato atteggiamenti simili all’insegna di questo concetto: “Poiché noi ti diamo dei soldi, o ti abbiamo dato dei soldi a suo tempo – ricordate che è stato addirittura concertato un contratto vincolante per tutta la carriera –  e allora tu devi fare quel che vogliamo noi. Anche se la tua programmazione prevede tre tornei sul cemento di fila, dove puoi fare tanti punti che ti servono al prosieguo della tua annata …ma noi abbiamo un match di Coppa Davis sulla terra rossa, te devi renderti disponibile!”.

Beh, secondo me, questi non sono più quei tempi per imporre simili posizioni, simile contratti capestro ad un professionista din uno sport individuale. Anche perché gli obiettivi di un professionista che vuole difendere la propria classifica dovrebbero essere anche quelli della propria federazione. Se una federazione crede nel futuro di un giovane e ci investe sopra dei soldi è a mio avviso immorale pretendere che questi si leghi a vita…per grazia ricevuta. Se la federazione non ci crede non ci investa. Nessuno la obbliga. La mentalità di vincolare un ragazzo e un suo team tecnico a futuri comportamenti non la trovo eticamente giustificabile.

Che è cosa diversa dal fare semmai presente al tennista a lungo sponsorizzato che un minimo di riconoscenza sarebbe giusto che venisse osservato. Ma spontaneamente, senza un obbligo vincolante

In conclusione le frecciatine, pur non avvelenatissime, di Fognini, a mio parere Fabio poteva risparmiarsele (proprio per esserci passato attraverso anche lui stesso e suoi colleghi della sua generazione). Che cosa avrebbe fatto lui se si fosse trovato, a 18 anni, al posto di Jannik Sinner?

L’ANTICO VIZIO “POLITICO” DELLE FEDERAZIONI

Da cronista di lungo corso posso garantirvi che il difetto di pretendere la presenza obbligatoria dei giocatori agli eventi delle squadre nazionali, ma anche ai singolari junior risale a vecchia data. Fin da quando il vecchio presidente della FIT Paolo Galgani, avvocato fiorentino, teneva da matti a vincere la Coppa Valerio under 18 o la De Galea under 20  per poter menar vanto “politico”.

A livello giovanile l’Italia vinceva parecchio, o comunque abbastanza, ma poi a livello senior non si vinceva nulla. Ma così come oggi sembra che ogni vittoria di Berrettini o Sinner sia merito anche di Tirrenia o di un’illuminata dirigenza che non ci ha avuto quasi nulla a che fare con i loro risultati – non è accaduto anche per tanti exploit delle nostre 4 moschettiere top-ten? – così certi risultati in competizioni giovanili di pochissimo significato servivano politicamente a mascherare pessimi risultati del movimento ai vertici. Più perdurava la crisi e più si cercava di mascherarla con artifizi e raggiri per gli ingenui.

Ricordo quando Claudio Pistolesi, e direi la Garrone, vinsero titoli mondiali under 18 – più tardi sarebbe successo anche con Giorgio Galimberti che riuscì a strappare un assurdo contratto faraonico all’Asics di circa 500.000 euro – negli anni in cui un under 18 come Boris Becker trionfava a Wimbledon e certamente a tutto pensava fuorchè a misurarsi nei tornei junior! Idem per Chang e Sanchez campioni a Parigi a 17 anni.

Invece quei risultati junior venivano presentati come trionfi di una dirigenza illuminata, che aveva messo in piedi chissà quale (inesistente) struttura. In realtà, premesso che quei risultati non meritavano certo di essere denigrati, purtroppo non valevano davvero il significato che la propaganda politica voleva assegnar loro. Nessuna colpa – è ovvio – da imputare a Pistolesi, la Garrone, Galimberti, ma chi cercava di gettarci fumo negli occhi, andava smascherato. Ieri come l’altro ieri ed eventualmente domani.  Così quando Binaghi e soci hanno cercato di “impadronirsi” dei risultati delle nostre quattro top-ten, “siamo campioni del mondo!”, tipico esempio italico del “salir sul carro dei vincitori” come se fosse merito loro, non si doveva stare zitti e assecondarli, salvo che si avesse necessità di arruffianarseli, trarne qualche beneficio personale. Non era il mio caso.

L’ULTIMO ASPETTO CRITICO: CHI DEVE GIOCARE LE FASI FINALI?

Un altro aspetto si ripete ogni qualvolta una squadra conquista un traguardo intermedio. Accade in tutti gli sport, non solo nel tennis. E in tutti i Paesi del mondo, non solo in Italia

Certi atleti ti hanno consentito di qualificarti per una fase finale e l’allenatore, il capitano, vorrebbero mostrar la loro gratitudine e riconoscenza a coloro che lo hanno permesso. Fosse stato per gli assenti la partita sarebbe stata persa, il traguardo mancato.

Così oggi ho letto che a Barazzutti piacerebbe l’idea di portare tutti a Madrid. Il proclama appare un tantino demagogico.

Finchè si tratta di portarne alcuni per farli scendere in campo e altri per stare in panchina da sicuri panchinari più che riserve, va benissimo se ai panchinari l’idea soddisfa.

Però un capitano e un Paese che si trovino ad aver comunque – ripeto: comunque – conquistato la fase finale di un evento, devono a mio avviso rifuggire dai sentimentalismi e schierare la miglior formazione possibile, i migliori giocatori disponibili.

Salvo che una federazione adotti un sistema para-contrattuale come quella americana.

La USTA nelle competizioni a squadre ha adottato il criterio di far firmare all’inizio di ogni anno un contratto di disponibilità a un certo numero di giocatori. Chi lo firma ne è vincolato per tutto l’anno.

Così gli USA hanno raggiunto diverse finali di Fed Cup con un gruppo di ragazze – anche contro l’Italia sia a San Diego sia in Italia – e hanno giocato tutte le loro partite con quelle. Le Williams non avevano sottoscritto il contratto? In qualche caso ci sono stati estremi tentativi per un loro recupero, ma per solito non l’hanno esperiti.

Con tutta la simpatia, la stima, la riconoscenza che dobbiamo a Mager e Travaglia, se a Madrid Berrettini e Sinner fossero loro davanti in classifica, nel risultati e nella considerazione di Barazzutti, a giocare dovrebbero essere loro.

Anche qui: de Coubertin non sarebbe d’accordo ma si dovrebbe giocare sempre per vincere. E alla fin fine, al di là di proclami buonisti comprensibili al momento, sarà certamente quel che farà Corrado Barazzutti. Anche perché in teoria, con un Fognini ancora in pista (dubito che darà seguito a quella che considero una battuta: “Se non si gioca Montecarlo mi ritiro!”), un Berrettini e un Sinner in salute e con i progressi che potrebbero fare da qui a novembre, l’Italia ha una squadra niente male. Con una panchina abbastanza lunga.

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: WTA rischia il fallimento dopo i sette tornei cancellati, incluse Finali e Race?

Il COVID-19 sciagura imprevedibile, ma la WTA ha commesso anche diversi errori. Il bluff di Federer. Il caso Halep: niente Palermo? Sono pessimista sull’US Open. Come minimo un’edizione maschile in tono minore

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Selfie di gruppo a Shenzhen - WTA Finals 2019 (foto @WTAFinals)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Direttore, lei ha scritto un paio di mesi fa che non credeva probabile, ma semmai demagogica, una “fusione” tra Atp e Wta, anche se in tanti l’avevano suggerita come ipotesi possibile…e anche Roger Federer aveva buttato un ballon d’essai un tantino populista, se posso permettermi di usare questa frase: “Sto pensando che potremmo unire ATP e WTA, in modo da avere una sola istituzione con uomini e donne insieme” – twittò Roger. Subito si erano dichiarati d’accordo Rafa Nadal e Simona Halep. Mentre la prevedibile risposta di Billie Jean King era stata: “Contenta che Roger lo pensi…io lo dico fin dagli anni Settanta!” Dopo questi mesi di…buone intenzioni, la pensa ancora così? Carmelo Scalabrino (Messina)

Sì, e ora anche più di prima. La sua lettera giunge a proposito. Roger se ne uscì con quella “provocazione” il 22 aprile scorso. Niente è accaduto, mi pare, perché vi sia stato dato alcun seguito. Dirò di più: quanto appena accaduto con l’annullamento del circuito asiatico, tanto per la WTA che per l’ATP, crea una situazione di ulteriore disparità finanziaria fra le due sigle dei tennisti professionisti. Mortifera agli effetti di una potenziale e quantomai improbabile fusione.

 

Già prima di questo disastro cinese la WTA aveva un bilancio da piccola società, con un utile di 6 milioni di dollari e attività liquide per soli 5 milioni. Decisamente meglio stava l’ATP con 19 milioni di utili ma soprattutto 160 milioni di attività liquide.

Anche per questi motivi di modestissima liquidità la WTA si era trovata costretta ad aggrapparsi alla Cina e ai suoi tornei, pur nella consapevolezza di affluenze modestissime nei vari stadi e, di conseguenza, un’immagine abbastanza compromessa anche agli occhi dei potenziali sponsor. Una scelta che personalmente avevo sempre considerato discutibile e rischiosa, a lungo andare. D’altra parte è anche vero che la WTA non ha potuto contare, fatta eccezione per Serena Williams (che non è stata più imbattibile come una volta), su personalità del carisma e dell’appeal di un Federer, un Nadal, un Djokovic. L’unico possibile contraltare di Serena, anche se dal 2004 non era più riuscita a batterla, era Maria Sharapova. Che si è ritirata a miglior vita. Tutto questo ha comportato una gran differenza! Non è stato neppur tanto un problema di natura tecnica, di spettacolo, di due set su tre invece che tre set su cinque. I protagonisti del circuito ATP sono stati decisamente di diversa caratura. E ora, grazie al COVID-19 (si fa per dire)… agli zoppi grucciate!

Per la WTA l’apporto economico cinese era fondamentale. Ma oggi si può dire – anche se nessuno poteva immaginarsi la pandemia del COVID-19 – che così come si suggerisce sempre agli investitori in borsa di diversificare gli investimenti anziché puntare su un solo titolo, la scelta ormai decennale della WTA di puntare troppo – se non quasi tutto – sull’Oriente, sul contiente asiatico, si è rivelata decisamente infelice.

Fu l’attuale direttrice dell’US Open, Stacey Allaster a credere che il fenomeno Li Na, avrebbe fatto proseliti, che i cinesi, gli orientali tutti, avrebbero riversato sul tennis la stessa passione che hanno per il ping-pong e il badminton, che sarebbero proliferate nuove Li Na, nuova campionesse e – chissà? – magari anche qualche maschietto competitivo. Non è successo. Né giocatori, né boom di spettatori e di interesse. Invece abbiamo visto soltanto stadi vuoti dappertutto, da Singapore alle varie località cinesi che pure si sono date da fare – vedi l’eterna lotta per una egemonia nazionale fra Shanghai e Pechino – dando vita a una grande concorrenza interna che ha portato tante diverse città ad allestire una dozzina di tornei WTA, di ogni possibile categoria.

Però il tennis non ha sfondato. E chissà che il Governo cinese, pronunciandosi per il blocco del circuito per via del Covid-19, non abbia in fondo pensato che investire (e far investire) tutti quei soldi sul tennis, fosse tutto sommato una cosa da evitare. Soprattutto quest’anno che neppure gli spettatori possono affollare gli stadi (semmai volessero farlo). Così, portando la WTA sull’orlo del baratro, del dissesto finanziario, sono saltati 11 tornei di questo autunno: 7 femminili e 4 maschili. Non ho elementi sufficienti per dire che la WTA rischi il fallimento, ma non mi stupirebbe assolutamente una discreta riduzione dei tornei nel 2021 in Cina e non solo (se prima o poi riprenderanno dovunque…) e montepremi più bassi. Per rispondere al lettore di Messina mi domando: se aumenterà il gap di interesse, dei montepremi fra ATP e WTA, chi mai glielo farà fare all’ATP di dividere equamente una torta che per tre quarti appartiene all’ATP? Come accetterebbero i tennisti di rinunciare a una bella fetta dei loro guadagni per consentire alle tenniste di spartirsi i montepremi a metà?

Roger con la sua uscita… ha acquisito nuovi consensi – come se non ne avesse abbastanza! – presso il pubblico femminile e le colleghe. Nadal si è accodato all’amico che raramente contraddice. Che Halep fosse favorevole, e con lei tutte le tenniste, beh dove sta la sorpresa?

Il punto è che l’ATP, che conta comunque di poter organizzare le sue finali ATP all’02 Arena di Londra – l’ultimo anno prima dei 5 anni di Torino (vi immaginate che bagno di sangue sarebbe stato per la nostra FIT se il COVID-19 fosse coinciso con il primo anno delle finali a Torino? Meglio non pensarci…) – può sopportare la perdita di quattro suoi tornei, quello di Pechino, il Masters 1000 di Shanghai e i due tornei di Chengdu e Zhuhai. Ma la WTA no. La WTA, intanto, di tornei ne perde ben sette. E fra questi soprattutto le finali di Shenzhen (14 milioni di dollari il montepremi e la maggior fonte annuale di reddito per la WTA), trovandosi costretta a cancellare perfino la Porsche Race. Un vero disastro, una catastrofe. Sono saltate infatti la settimana del 12 ottobre a Pechino, del 19 a Wuhan e Jiangxi, del 26 a Zhengzhou, del 9 novembre a Shenzhen, del 16 a Zhuhai, del 23 a Guangzhou. E con questi 7 tornei tutti i loro munifici sponsor. I sette tornei “offrivano” globalmente alle tenniste montepremi intorno ai 26 milioni di euro. E se fino a 6 anni fa le finali WTA apportavano alla stessa WTA il 35% delle proprie entrate, adesso la percentuale era parecchio salita.

Fino a pochissimi giorni fa Steve Simon, CEO della WTA, diceva: “Ci sono il 50% delle possibilità che sul suolo cinese il circuito tennistico proceda”. Si sbagliava. Forse pensava che il Governo cinese avrebbe dato via libera al tennis perché ospitare – fra gli altri – un torneo a Wuhan, la città più colpita in primis dal COVID-19, avrebbe potuto avere un forte significato simbolico e politico. Ora la scelta cinese – con Shenzhen che aveva deciso di investire un miliardo di dollari in 10 anni – si è rivelata purtroppo disastrosa. Steve Simon forse non ha colpe, forse sì. Di certo la WTA non si è dimostrata troppe volte all’altezza della situazione. Perché ad esempio non consentire a Palermo di ospitare un torneo da 48 giocatrici, con tante di quelle tenniste che desideravano giocarlo? Per proteggere i tornei americani che chissà se mai si disputeranno?


Gentile direttore, perché se è stato cancellato il torneo di Washington a 3 settimane dalla sua disputa, non si dovrebbe cancellare anche l’US open (e il prologo del Masters 1000 di Cincinnati a New York?)Carlo Tirinnanzi (Firenze)

Money, money, money. Ci sono molti più soldi in ballo fra uno Slam a New York (più un Masters 1000 trasferito nella stessa bolla) rispetto al torneo di Washington. Ciò premesso però, io a questo punto sebbene l’USTA stia facendo di tutto e di più per garantire che lo Slam di Flushing Meadows verrà giocato a qualunque costo, io sono sempre più pessimista. Gli americani vogliono far giocare il loro torneo anche se sanno benissimo che le defezioni saranno numerose. Almeno fino a quando il discorso quarantena non verrà chiarito. Se lei da giocatore – e in maggioranza i giocatori più forti sono europei – dovesse mettere sulla bilancia d’una sofferta decisione uno Slam (US Open) e un Masters 1000 (Cincinnati a New York) contro un altro Slam (Roland Garros), 2 Masters 1000 (Madrid e Roma) e una serie di tornei in Europa, che tipo di scelta farebbe?

È talmente evidente che non rispondo. Ma agli americani interessano i diritti tv, più che chi gioca e chi non gioca. Tuttavia mentre in campo femminile basta quasi la presenza di Serena, e di giocatrici nordamericane interessanti ce ne sono comunque a far da contorno (Kenin, Andreescu, Stephens, Keys, Riske), nel field maschile se oltre a Nadal, Wawrinka e Federer assenti, non dovessero andare neppure Djokovic, Zverev e Tsitsipas (che non si sono ancora pronunciati a differenza di Thiem), beh sarebbe certo un’edizione in tono minore.


Ma è vero che Simona Halep, data per sicura a Palermo dopo le sue stesse dichiarazioni, non potrebbe partecipare se il Governo italiano non cambia idea riguardo alla quarantena imposta a chi provenga da Romania e Bulgaria? – Giuseppe Accordi (Padova)

Purtroppo questa tegola parrebbe esserci. Il ministro della salute Roberto Speranza ha firmato un’ordinanza che impone una quarantena di 14 giorni a chiunque si sia trovato recentemente in Romania e Bulgaria. Ma il direttore del Country Time di Palermo Oliviero Palma, che ha invitato perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c., ad assistere al Ladies Open, spera ancora di strappare un provvedimento di esenzione per Simona. Sarebbe una vera beffa, per i siciliani che hanno fatto di tutto per allestire il loro torneo, se venisse a mancare la campionessa di Wimbledon in carica e la protagonista più attesa. Ciò detto, il torneo è di un tale livello, con altre 5 tenniste fra le prime 20, che anche nella peggiore delle ipotesi resterebbe comunque il migliore mai ospitato dal capoluogo siciliano.


Egregio Direttore, è con vero piacere che io ed altri appassionati di Tennis vediamo la Sua bella e interessante trasmissione. C’è però una cosa che ci incuriosisce: come mai nelle partite in cui gioca Nadal questi perde quasi sempre… Possiamo capire quando gioca contro Fognini, ma con gli altri?? Quando perse contro la Vinci, l’entusiasmo era più che comprensibile, ma contro le altre… Certamente saranno delle coincidenz , ma…. – Romano Morando

Confesso che non so a quali trasmissioni lei alluda. Io scrivo su Ubitennis. Non mi scambierà per un qualche dirigente o telecronista di Supertennis? Forse è a quelle trasmissioni cui allude. Io non c’entro. È probabilmente vero che Nadal fa più notizia quando perde che quando vince, idem Serena. Quindi forse Supertennis privilegia la notizia. Non credo che si voglia programmare apposta le sconfitte di Nadal e Serena, ma – insomma – io creda che lei abbia potuto sbagliare destinatario. Mi fa piacere però che segua anche Ubitennis (che qualche buontempone in passato aveva ribattezzato UbiNadal… ma doveva essere certamente un tifoso di Federer o di Djokovic).


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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Editoriali del Direttore

L’impari lotta del ministro Spadafora. Troppi nemici. Malagò e Binaghi, nemici alleati e poltrone assicurate

Il testo unico della legge di riforma dello sport prevede un massimo di 2 mandati per il presidente CONI e di 3 per i presidenti federali. Così Angelo Binaghi, per garantirsi il suo sesto, ha fissato le elezioni per settembre, contando che la legge non passi rapidamente

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Credo che Spadafora andrà a sbattere contro un muro. E si farà pure male. Leggo su Repubblica di questo martedì (che riprende la Gazzetta dello Sport di lunedì): Il ministro ha dichiarato guerra a quei 16 presidenti che guidano le loro federazioni da quando c’erano ancora le Torri Gemelle. E in diretta Facebook Spadafora ha annunciato il testo unico di riforma dello sport che, nelle sue maglie, contiene il limite di tre mandati per i presidenti federali. Mentre per il CONI verrebbe introdotto da subito il limite di due mandati. Se la norma non sparirà dalla bozza, Malagò sarebbe ineleggibile già nel 2021.

Il testo è una legge delega che non necessita di approvazione parlamentare, ma deve passare in Consiglio dei ministri a fine mese – le vacanze estive però incombono – e prima per i partiti di maggioranza: questo martedì tocca a LEU e Italia Viva, mercoledì a PD e 5 Stelle. Molti scommettono che il testo unico possa essere ampiamente ritoccato. Troppi presidenti federali, in carica dal 2000, non vogliono mollare la loro poltrona e cercano di accelerare le nuove elezioni – quando essendo state rinviate le Olimpiadi queste avrebbero potuto essere indette fino all’autunno 2021 – perché l’obiettivo principe è conquistarsi altri quattro anni di potere. Così si è subito mosso Angelo Binaghi – come avete letto in questo articolo – che ha prima convocato il consiglio direttivo della FIT al Fort Village un paio di weekend fa (ovviamente tutti spesati i consiglieri per il viaggio e l’alloggio in Sardegna, ma non i 60 invitati a celebrare il suo sessantesimo compleanno nel costoso resort sardo) e poi ha fissato l’assemblea elettiva per settembre. 

Se Binaghi avesse aspettato il 2021 magari avrebbe potuto diventare legge il testo unico di Spadafora e il dirigente sardo avrebbe dovuto nominare un “re travicello”, da sostituire dopo un quadriennio, un po’ come ha fatto in Russia Putin quando, avendo esaurito i tempi del suo mandato, aveva messo al suo posto il debole Medvedev, giusto il tempo necessario per poi tornare in sella, dopo aver continuato a guidare i Paese alle sue spalle. Il problema di Spadafora è che sta pestando troppi piedi “illustri” e pesanti, in una sola volta, per non essere costretto a rivedere la sua posizione. Malagò e Binaghi, giusto per menzionare due persone che sarebbero toccate dal testo unico Spadafora, sono come cane e gatto ormai da tempo. Cioè da quando Binaghi si era alleato con la Lega e il precedente responsabile dello sport, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, per esautorare il CONI sotto il profilo economico e dar vita a “Sport e Salute” che dei 450 milioni annui che “gestiva” il CONI se ne è presi circa 400, lasciando briciole di soldi e potere a Malagò. 

 

Se avesse potuto, Malagò avrebbe “fulminato” Binaghi, come già aveva sognato di poter fare all’epoca in cui Binaghi si era schierato nelle elezioni del presidente del CONI a favore di Pagnozzi (candidato del precedente presidente CONI Petrucci) dicendone di cotte e di crude sul conto di Malagò, accusato di combinare ogni tipo di disastro. Poi Binaghi, grazie anche ad alcune astute passerelle televisive offerte a Malagò su Supertennis (lo strumento di potere di cui Binaghi si serve disinvoltamente per favorire gli amici di vecchia data, e quelli da conquistare, in aggiunta ai circoli elettori che pur di comparire su “Circolando” farebbero carte false) si era riavvicinato a Malagò (per una volta assai ingenuo), prima di pugnalarlo alle spalle facendo lobby per “Sport e Salute”. 

Ma ora, così vanno le cose nel nostro Bel Paese, il testo unico di Spadafora ha il suo tallone d’Achille nel fatto che ricompatta anche i nemici Malagò e Binaghi che in questa battaglia contro le intenzioni di Spadafora si ritrovano alleati. 

Troppi centri di potere, ammanicati con i più diversi partiti, mi fanno ritenere che non prevarrà la logica di chi dice basta “a 16 presidenti che guidano la loro federazione sin da quando c’erano ancora le Torri Gemelle”. Non frequento i salotti, anzi… i corridoi della politica, ma quando c’è da mettersi contro troppa gente tutta insieme, anche i presunti “rottamatori” di solito si arrendono. Ogni allusione al mio concittadino Matteo Renzi è puramente casuale. 

Il ministro Vincenzo Spadafora

Voglio aggiungere, peraltro, a quanto ho appena scritto – nel probabile caso che i lettori mi attribuiscano, a seguito di queste righe, la volontà di mandare a casa Binaghi… che purtroppo e pur con tutti i gravi difetti che certamente imputo a Binaghi, non vedo (soprattutto da qui a settembre) né un qualche coraggioso oppositore degno di considerazione, né all’interno dell’attuale compagine governativa federale, qualcuno in grado di sostituirlo con benefici per l’immediato futuro del tennis italiano. 

Che è poi l’unica cosa che mi sta a cuore. Fra l’altro in tempi recenti la FIT si è ravveduta su diversi punti che io sostenevo da sempre: 

  1. la necessità di non far più guerra ai team privati e ai loro coach, affiancandoli invece con strutture e personale federale
  2. il sostegno economico ed organizzativo a chi volesse organizzare tornei di livello professionistico, ATP, WTA (come Palermo) e challenger
  3. promuovere il tennis anche attraverso eventi tennistici (vedi ATP-Next Gen, pur costata un occhio della testa al bilancio) e le finali ATP a Torino per il prossimo quinquennio, una manifestazione di indubbio prestigio e risonanza mondiale. 

Eppure Binaghi, che queste considerazioni le condivide certamente, è talmente terrorizzato di poter perdere la poltrona (che nessuno gli può togliere da sotto il sedere nell’arco di tre mesi e secondo me neppure in un anno o due) che per non correre il minimo rischio, ha fissato le elezioni per settembre. Ciò per prendere in contropiede qualsiasi testo legislativo non approvato e qualsiasi abbozzo di candidatura alternativa da parte di una improbabile opposizione. La quale, ricordo a chi non lo sa, per una norma statutaria introdotta da Binaghi nel 2009, dovrebbe essere avallata dalle firme dichiarate (e quindi con il brutto rischio di dispiacere a Binaghi e ai suoi che probabilmente manterranno il potere… perchè organizzati da anni per farlo). Lo statuto prescrive che una candidatura alle elezioni della FIT debba essere sostanziata dalla firma di 300 società sportive (appartenente a più di 5 regioni) e non solo.

  • Le 300 società sportive sono i circoli di tennis gli Affiliati aventi diritto al voto, appartenenti ad almeno cinque regioni con un minimo di dieci per regione (una norma che dice tutto…)
  • devono firmare anche almeno duecento atleti maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di quindici per regione
  • devono firmare in appoggio al candidato almeno venti tecnici maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di tre per regione.

Il problema è trovare 300 società che firmino? Certo!

Si lasci perdere il punto 2 e 3 per i quali chi voglia candidarsi alla presidenza può sempre riuscire ad organizzarsi. Ma trovare, per chi non lo è già e non ha quindi rapporti con i comitati regionali, 300 circoli… che sottoscrivano una candidatura alternativa a quella del presidente, e minimo 10 per regione in 5 regioni, significa mettere su una tal macchina organizzativa …che ci vorrebbero almeno un paio d’anni per metterla in moto. Forse Trump o Biden potrebbero provarci. E talmente dispendiosa da scoraggiare chiunque a buttarsi dentro a una simile battaglia. Bisognerebbe che fosse ricchissimo, appassionatissimo, e…nullafacentissimo! 

Binaghi poteva stare tranquillo anche se le elezioni si fossero fatte nel 2022, credetemi. Organizzandole per il settembre 2020, secondo me, lascia solo l’impressione di uno che ha paura dei fantasmi e, di nuovo, non fa una bella figura. Sembra davvero troppo interessato, ma perché? Ma è anche vero che alla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis, queste vicende non interessano proprio per nulla.

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Editoriali del Direttore

Federer può giocare le finali ATP! E Nadal snobbare l’US Open, come Medvedev e Berrettini. Thiem no

Il nuovo calcolo delle classifiche ATP dà adito a possibili speculazioni. A favore dei “Fab 3” e di chi i punti li ha già. Djokovic sicuro n.1 a fine anno. Un James Bond per ogni top-player. Coscienza vs convienienza

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Non era facile trovare una soluzione al problema del calcolo dei punti, in questa fase di estrema incertezza. Si gioca o non si gioca? Potranno farlo tutti o magari qualcuno no? È giusto “costringere” a giocare chi non se la sente, penalizzandolo se rinuncia? E la quarantena c’è o non c’è da un continente all’altro? Che succede se il contagio si diffonde in un Paese, in un torneo, provvisto o meno di una “bolla protettiva”? E come tutelare i giocatori che avevano fatto i punti all’inizio dell’anno senza poter approfittare del ranking raggiunto per difenderli? E quelli che se li erano costruiti a fine 2019?

Erano davvero troppe le incognite. In un mio precedente editoriale avevo accennato alle 17 ipotesi che erano state avanzate da un team di esperti consultati dall’ATP. Dopo varie scremature erano rimaste in piedi un paio di tesi… ma alla fine ne è scaturita una nuova, quella che abbiamo descritto già ieri sera, quasi in tempo reale con l’annuncio.

Poco dopo l’uscita di quella “prima copertura”, forzatamente essenziale, tre dei miei quattro “vice” hanno anche improvvisato un podcast nel quale hanno discusso di tante situazioni che potevano venirsi a creare. Nel frattempo il sottoscritto, sapendo che – piaccia o non piaccia – gran parte dei nostri lettori non ha ancora fatto l’abitudine all’idea di ascoltare gli audio, così come di guardare i video (sebbene in audio e video si stiano investendo parecchie energie di Ubitennis), ho deciso di scrivere questo editoriale perché credo sia opportuno commentare l’importante decisione dell’ATP. Di certo non si è trattato di una decisione banale, né di una decisione improvvisata.

 

Di fatto l’ATP, tenuto conto di tutte le incertezze cui poco sopra alludevo e delle circostanze che potrebbero anche verificarsi – chi può sapere se il COVID-19 si placherà ovunque o magari invece accadrà il contrario anche soltanto in qualche Paese dove potrebbe doversi disputare un torneo oppure nel Paese di qualche tennista impossibilitato a espatriare? – ha deciso per il “liberi tutti”. Liberi tutti di giocare o non giocare qualunque torneo.

Preoccupandosi così in primis dei giocatori e in secundis degli organizzatori dei tornei che non possono più contare sulla partecipazione obbligatoria di tutti i migliori, come è invece sempre accaduto per tutti quei tornei (salvo Washington) che si dovrebbero giocare dal 13 di agosto in poi. D’altra parte l’ATP è nato e si comporta come un sindacato dei giocatori, prima che dei direttori dei tornei che pure si cerca di rispettare in quanto importanti parte in causa. I soldi li tirano fuori questi ultimi.

Questa manovra mi pare abbastanza equilibrata: favorisce i più ricchi che hanno più punti, certo, ma tutela indirettamente anche i meno ricchi e con meno punti. Se infatti più giocatori di vertice eviteranno di partecipare ai 7 tornei “mandatory” filati, si libereranno conseguentemente posti per i giocatori meno ricchi e in possesso di ranking che non avrebbero consentito loro la partecipazione a quei tornei. Magari sarà più difficile salire in classifica, ma qualcuno si metterà in tasca dei soldini cui altrimenti non avrebbe avuto accesso.

Quindi a livello di scelta “sindacale” quella dell’ATP ha una logica, dopo che la si è sempre accusata di fare soltanto gli interessi dei più ricchi. La scelta dunque ha una sua ratio. Ma come tutte le scelte “orizzontali” può favorire qualcuno e svantaggiare qualcun altro. Soprattutto può indurre qualcuno a far dei calcoli che altrimenti non avrebbe fatto. In linea di massima favorisce certamente chi i punti li aveva già, perché consente a questi giocatori già “ricchi” di punti di non avere alcuna necessità di difenderli.

Ciascuno conterà i suoi migliori 18 risultati. E parteciperà a un torneo oppure a un altro secondo coscienza o secondo convenienza? Forse questo è il punto – coscienza o convenienza? – destinato a sollevare dubbi, critiche, speculazioni. Il fatto che diversi dei top-player abbiano anche responsabilità politiche in seno all’ATP, tutti e tre i Fab 3, teoricamente dovrebbe far prevalere la coscienza. Ma, come San Tommaso, finché non vedo non ci credo.

Difficile pensare che, magari ispirati dai manager con meno scrupoli, i giocatori in toto rinuncino a fare calcoli. Calcoli relativi alla propria partecipazione a un torneo, alla programmazione più idonea a ottimizzare i loro sforzi.

Perfino Roger Federer, che aveva dato l’arrivederci al 2021, potrebbe rivedere i propri programmi. Potendo conservare fino alle ultime finali ATP di Londra i punti conquistati in Australia quest’anno e nel 2019 la finale di Indian Wells, la vittoria a Miami, la semifinale di Parigi, la finale di Wimbledon, i quarti di US open… chi mai può togliergli la qualificazione per la 02 Arena? Secondo voi Gaudenzi e management dell’ATP, che organizza le Finals per l’ultima volta a Londra non ci hanno pensato?

Non siamo ingenui, please. Da qui a novembre il ginocchio di Roger sarà a posto, esattamente come sarebbe stato a posto a gennaio per la trasferta australiana. Per l’ATP recuperare Federer per le finali sarebbe un colpo da jackpot! E chi mai si sognerebbe di dire a Federer: “Scusa Roger, avevi detto che non giocavi fino al 2021 e invece ora ti vuoi già presentare all’02 Arena?”.

Arriviamo a Rafa Nadal. Nadal ha oggettivamente molte più chance di fare il filotto Madrid, Roma e Roland Garros (con quest’ultimo torneo che resta comunque il suo obiettivo principale) se non va a New York a difendere il suo titolo e gli annessi 2.000 punti che a questo punto non perderebbe comunque, ma conserverebbe fino a settembre 2021.

Abbia o non abbia Rafa il timore di contrarre il COVID-19 a New York, in tutta franchezza chi glielo fa fare di andare a Flushing Meadows? Solo la gloria. Se si pensa che zio Toni Nadal, ancor prima di conoscere le intenzioni dell’ATP, glielo sconsigliava, è detto tutto. Andando a New York Rafa può fare solo peggio… sia là negli USA sia in Europa. Forse il più grande stimolo per andare a New York sarebbe quello di poter eguagliare là i 20 Slam di Roger e di superarlo poi con il 21° Slam a Parigi. Anche eguagliare i cinque trionfi all’US Open di Connors, Sampras, Federer per uno orgoglioso come Rafa…non sarebbe pungolo da poco, per la verità. Ma, anche se non mi piace citare i proverbi a sostegno di una tesi, ricordate il “chi troppo vuole a volte nulla stringe?”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E Djokovic? Beh, lui diventa praticamente impossibile da scalzare dal trono del tennis, con tutti i punti che ha. I 2.000 dell’Australian Open (che sono i soli 2.000 d’annata), i 2.000 intoccabili di Wimbledon, i 1000 di Madrid e i 600 di Roma in cassaforte, la semifinale di Parigi. Giochi o non giochi, per lui reduce dal coronavirus che ha vinto nel 2019 anche Bercy e potrebbe fare tranquillamente meglio alle finali ATP (dopo aver perso nel girone), cambia pochino.

Sarà quindi decisiva anche la voglia di competere di tutti. I campioni ce l’hanno connaturata, non sarebbero diventati tali se non l’avessero avuta, molto più dei calcoli. I calcoli li fanno gli agenti, di solito. Occorrerà vedere fino a che punto gli agenti “pesano”. E anche le famiglie “pesano”. I nostri Fab 3 hanno tutti mogli non proprio docilissime (Rafa forse escluso).

Potrebbe accadere – lo dico scherzando ma passando un messaggio su cui riflettere – che i giocatori decidano di allargare ulteriormente la compagine del loro team a un nuovo elemento: un agente di spionaggio. Questo James Bond delle racchette dovrà cercare di capire se uno dei competitor del suo cliente andrà o meno a giocare quel determinato torneo. Un torneo depauperato di tutti i big concorrenti, potrebbe essere un bell’incentivo a giocarlo occupando spazi più agevoli. Più che per i punti (comunque non in discussione), più che per i soldi (ne hanno già talmente tanti!), per il prestigio, per un titolo importante. Slam soprattutto, ma anche un 1000 non fa schifo al palmares.

Prendiamo il caso di Medvedev, protagonista di un’estate 2019 straordinaria. Vive in Costa Azzurra, nei tornei europei ha tutto da guadagnare perché lo scorso anno ha fatto poco o nulla. In quelli in America è abbastanza difficile che possa far meglio del 2019, quindi magari resterebbe anche volentieri in Francia… ma se potesse accarezzare l’idea di vincere uno Slam, lui come un Thiem, uno Zverev, un Tsitsipas, finora implacabilmente bocciati dai Fab 3 (e 4), voi dite che rinuncerebbe?

Ci può essere un momento più favorevole per un Next-Gen (o quasi Next-Gen) e un break through nell’albo d’oro di un Major?

Pensate a Thiem, n.3 del mondo e plurifinalista di Slam: lo scorso perse al primo turno all’US Open. Voi non ci andreste a New York – sicurezza sanitaria permettendo – per cercare il grande exploit, magari favorito dall’assenza di due Big Three, se non di tutti e tre?

Due parole anche sui “nostri” uomini di punta. Berrettini si trova in Europa, al momento non si sa neppure se il problema della quarantena con gli USA verrà risolto, ma potersi mantenere fino al settembre 2021 i punti della semifinale dell’US Open, non è cosa da poco. Significa, per i tornei europei (Madrid, Roma e Parigi) dove non ha cambiali da onorare, mantenersi una superclassifica e una posizione di testa di serie, come minimo la n.7 se ci sono proprio tutti i sei davanti (Federer no…), che non è poco.

Vero anche – va considerato in tutte queste ipotesi – che se uno non gioca… non guadagna soldi. Ma forse pur non guadagnandoli lì nell’immediato, quella posizione nel ranking potrebbe fruttare di più. Chissà… se a Matteo mancasse troppo Ajla Tomljanovic e lei non venisse in Europa, sarebbe il cuore a comandare la programmazione.

E Fognini? Ecco un altro che può tenere i 1000 punti di Montecarlo 2019 fino a fine anno (anche se lui li avrebbe conservati comunque). Lui, da n.11, potrebbe voler approfittare di qualche defezione più o meno calcolata di chi gli sta davanti, per recuperare quelle posizioni che gli consentirebbero di centrare finalmente l’obiettivo delle finali di Londra: all’US Open ha perso al primo turno, a Cincinnati non andò, a Roma e Madrid si è fermato al terzo, a Parigi giocherebbe con la ciambella di sicurezza degli ottavi raggiunti lo scorso anno. Insomma, se dall’operazione finalmente affrontata fosse uscito bene e avesse recuperato appieno, perché non sognare di raggiungere a 33 anni quel che finora – anche per via di una programmazione che lui stesso ha definito sbagliata (eppure non ci voleva un genio a pensarla diversamente) – gli è sempre sfuggito e che invece Matteo ha centrato quasi al primo tentativo serio?

Sinner infine. Per lui, come per il neocampione d’Italia Sonego, le cose non sembrerebbero cambiare teoricamente troppo. Però i risultati che farà eventualmente Jannik – auguri! Guai a considerarli scontati… gli creeremmo tutti troppa pressione – saranno comunque frenati da chi gli sta davanti che non gli cederà il passo con la stessa rapidità con cui l’avrebbe fatto in una situazione di punti non “congelati” per chi fa peggio rispetto all’anno precedente.

Il discorso per Sinner vale anche per gli italiani fuori dai top 100: però il rovescio della medaglia è che non sarebbero entrati nei tabelloni degli Slam e dei Masters 1000, mentre magari invece, a seguito delle defezioni di diversi giocatori contrari ad affrontare transvolate transoceaniche, potranno farvi irruzione. Travaglia, Seppi, Caruso, potrebbero giocare a Washington, se ci potessero e volessero andare. Lorenzi e Gaio – ma magari non solo loro – a New York e a Parigi (Paolo è 121, Federico 130) – possono sperare di giocare qualche partita ben ricompensata, dopo un anno disgraziato per le finanze.

Insomma, anche i “semiricchi” potrebbero forse godere di questo provvedimento… ma saranno peraltro quasi spinti a essere più coraggiosi, a sfidare il COVID-19, più dei ricchi Altrimenti far breccia fra i top 100 per tutti coloro che già non lo sono sarà più difficile, visto che a quelli già top 100, i punti non glieli potrà togliere nessuno.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Si dirà che la scelta ATP appare conservativa, certo è poco dinamica e un tantino ipocrita quando sostiene di voler premiare i giocatori che otterranno buoni risultati alla ripresa del gioco nel 2020. Vero che chi farà bene otterrà i punti previsti, ma non guadagnerà le stesse posizioni che avrebbe guadagnato, dal momento che chi stava davanti a lui non scalerà punti..

Bisogna però riconoscere che individuare una soluzione equa non era per nulla semplice. E comunque chapeau all’ATP… che, come avrebbe detto Galileo Galilei, “eppur si muove”. Avete per caso capito che farà la WTA? Da due mesi non riesce neppure a decidere se consentire a Palermo di ospitare un tabellone di 48 giocatrici, quando ci sarebbe la ressa per partecipare e già così come è ora – anche se alla fine per stani motivi Simona Halep e Karolina Pliskova decidesero di non partecipare – c’è un cast di partecipanti da far paura. Ma da dar grande lustro a quel grandissimo appassionato, prima ancora che direttore di torneo, che risponde al nome di Oliviero Palma. Il quale, per non lasciar nulla di intentato, ha pensato bene di invitare al Ladies Open perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c. che ha sempre abitato nella centralissima via della Libertà. E non è detto che all’invito non faccia seguito un sì.  

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