Barazzutti e Fognini: le frecciatine all’assente Sinner sono condivisibili o no?

Editoriali del Direttore

Barazzutti e Fognini: le frecciatine all’assente Sinner sono condivisibili o no?

Tutti i motivi per cui non sono andato a Cagliari. Il normale egoismo di un capitano. Lo smemorato Fognini. Gli antichi vizi “politici” delle federazioni Salire sul carro dei vincitori. A Madrid giochino i migliori

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Corrado Barazzutti, Simone Bolelli e Fabio Fognini - Italia-Corea del Sud, Coppa Davis 2020 (foto Felice Calabrò)

Non sono andato a Cagliari a seguire il match di Coppa Davis fra Italia e Corea del Sud. Ma non è stato per via del Corona Virus.

Non ci sono andato perché era un incontro senza storia e perché, avendo una tantum entrambi i figli a casa – entrambi in smart working da remote per le loro aziende – soprattutto dopo una lunga assenza dovuta all’Australian Open ho preferito rimanermene in famiglia.

Ha contribuito alla decisione, oltre ai motivi di cui sopra, anche il fatto che l’atmosfera degli incontri casalinghi di Davis non mi entusiasma.

 

Barazzutti che risponde soltanto quando è costretto a farlo dal suo ruolo in conferenza stampa, Fognini che cerca di non rispondere o risponde sgarbatamente, Binaghi e i federales che se potessero seppellire Ubitennis (cui, pur non apprezzandone l’autonomia dei giudizi e le conseguenti critiche, dovrebbero invece essere anche grati per il contributo che dà alla promozione del tennis e anche alla costante segnalazione dei programmi di Supertennis) lo seppellirebbero volentieri disconoscendone gli indubbi meriti…sono tutti motivi per i quali andare ad immergermi in un’atmosfera che mi mette di cattivo umore è privo di senso.

Ciò detto mi dispiace non aver avuto l’occasione di festeggiare e congratularmi per l’esordio in Davis di Mager e Travaglia, due ragazzi che meritano di aver coronato quel sogno che certo hanno fatto quando hanno cominciato a fare i primi risultati agonistici con la racchetta in mano. Se ho sognato perfino io di giocare con la maglia della nazionale, ed ero più che orgoglioso per le prime convocazioni a Formia per la nazionale junior assieme ai vari Panatta, Bertolucci e soci, mi immagino la loro grande soddisfazione. Sono stati bravi, anche se il loro compito non era difficile.

CONGRATULAZIONI A MAGER E TRAVAGLIA

Fra qualche anno, poi, pochi ricorderanno che la loro prima convocazione  – e auguro che ne seguano altre – è stata dovuta anche alle assenze di Berrettini e Sinner e che quelle prime vittorie che figureranno per sempre nell’albo d’oro della Davis azzurra furono “aiutate” anche (non solo…) dalla modestia dei loro avversari coreani.

Alla fine nello sport conta vincere e, in questo caso, contribuire a portare l’Italia alle fasi finali della nuova Davis, a Madrid. Alla faccia del barone de Coubertin, per cui  invece l’importante era soprattutto partecipare. Hanno partecipato i coreani, hanno vinto gli azzurri.

E spero presto di avere l’occasione di felicitarmi di persona sia con Travaglia, che ho avuto occasione di incontrare più volte, sia con Mager che invece non conosco quasi. So diverse cose però del loro percorso, e non solo per averle lette in questi giorni. 

Travaglia ha vissuto tutta una fase ricca di eventi sfortunati, di infortuni. Mager aveva quasi pensato di abbandonare il tennis, dopo un episodio occorsogli da ragazzino che lui stesso preferirebbe dimenticare (se non glielo ricordassero ogni piè sospinto).

Tutto ciò detto ecco alcune mie personali considerazioni, a seguito di quanto emerso via news e dichiarazioni di questi ultimi giorni, in particolare alcune di Barazzutti e di Fognini.

Io capisco benissimo che il capitano di una squadra vorrebbe sempre avere a disposizione tutti i suoi migliori giocatori. Più che comprensibile. Spesso un capitano dice certe cose anche per esprimere pubblicamente una forma di solidarietà a chi invece ha dato la propria disponibilità e gli consente di vincere un match che – se nessuno lo fosse – potrebbe essere perso. Anche se con questi coreani sarebbe stata una impresa…all’incontrario.

CONDIVIDETE LE DICHIARAZIONE DELLA VIGILIA DI DAVIS DI CORRADO BARAZZUTTI?

Barazzutti: “La salute prima di tutto. Sinner? Lo volevo qua”

E’ vero peraltro – a contrario – che il capitano di una nazionale riveste anche il ruolo di tecnico nazionale. E questo ruolo dovrebbe ispirargli una visione più lungimirante. Orizzonti più ampi di quelli circoscritti all’incontro contingente di Davis.

Onestamente ditemi voi, cari amici di Ubitennis che non siete sospettati di sostenere opinioni preconcette nei confronti di questo o quello, se fosse più saggio, per un giocatore come Sinner, cercare di disputare il match di Davis con la Corea del Sud sulla terra rossa di Cagliari oppure invece affrontare la doppia trasferta in California, Challenger e Masters 1000 di Indian Wells, con la prospettiva di giocare anche il Masters 1000 di Miami?

Del resto Riccardo Piatti è stato coerente con il proprio pensiero, che ha sempre sostenuto anche quando per gli juniores, riteneva che fosse meglio fare esperienze costruttive partecipando ai tornei challenger che alle gare junior.

Quindi ha optato – ed è la seconda volta – per aiutare Sinner a crescere più rapidamente anziché fargli fare l’esperienza Davis che a suo – e mio – avviso, sarebbe stata soprattutto una perdita di tempo.

Ecco allora che, sebbene vada dato atto a Barazzutti di non avere troppo calcato la mano sull’assenza di Sinner, forse anche dire soltanto “Avrei preferito avere anche Sinner qui”, secondo me è un messaggio sbagliato. Ho messo quel forse per attenuare, ma vorrei spiegare il perché penso ugualmente che sia sbagliato.

A me le parole di Corrado sono suonate ingiustamente un tantino critiche verso la scelta invece opportuna di Piatti (nei confronti del quali spesso in Federazione si avverte ormai scarsa simpatia; ho sentito più di un dirigente federale sottolineare con punte di invidiosa acrimonia i guadagni del Piatti Center e quanto costi agli allievi “figli di papà” esservi ammessi) e mi sono apparse – se non miopemente egoiste – certamente poco altruiste nei confronti di Sinner e del suo avvenire.

Barazzutti per primo, e con lui tutta la federtennis, dovrebbero congratularsi con chi fa scelte oculate e professioniste, quindi con Piatti e Sinner. E ciò senza far trapelare frecciatine del tipo: “Eh ma allora Sinner se vuol fare i cavoli suoi, rinunci ai soldi che a lui e Piatti passa la FIT”. Frecciatine che circolano nell’ambiente, vi assicuro.

Dovrebbe essere invece chiaro a tutti che prima Sinner si afferma come giocatore forte, semrpe più forte, e tutti ne guadagneranno, FIT e Barazzutti compresi.

Il discorso fatto per Sinner vale naturalmente anche per Berrettini. Anche se in questo caso nessuno ha “sfiorato” il suo diritto di professionista a fare le sue scelte, perché dopo aver Matteo “saltato” per infortunio un bel po’ di tornei in Sud e Centro America, non gli si poteva umanamente chiedere di compromettere la sua partecipazione ai Masters 1000 americani d’inizio stagione.

Passare in due giorni o tre dalla umida terra rossa sarda al cemento californiano non aveva davvero alcun senso tecnico.

Fra l’altro se non ricordo male, il problema fisico occorso a Matteo era nato proprio a Madrid quando forse si era sforzato un po’ troppo per difendere i colori della nazionale fino alle prime ore dell’alba. Poi si era presentato a Melbourne, ma senza aver pienamente recuperato, tant’è che poi non l’abbiamo più visto.

FOGNINI PUNZECCHIA GLI ASSENTI, PIU’ SINNER CHE IL BERRETTINI INFORTUNATO, MA È SMEMORATO…

Riguardo a quel che ha detto Fabio Fognini, che peraltro spesso parla un po’ a ruota libera, devo dire che le sue dichiarazioni non le ho sentite di persona ma le ho lette sulla Gazzetta dello Sport nell’articolo a firma Federica Cocchi (da noi ripreso anche nella nostra quotidiana Rassegna Stampa che per l’ennesima volta invito i lettori di Ubitennis a leggere anche se si trova posizionata in fondo alla nostra home page). Il titolo della Gazzetta non l’ho fatto io.

Fognini punge: “Io qui, altri no…”

Ebbene oggi Fognini ha 32 anni, quasi 33, ed è padre di due figli. La sua carriera l’ha fatta. E’ vero che ha quasi sempre risposto all’appello della Davis, che ha lottato e vinto tante partite per la nazionale, ma anche lui deve capire che un ragazzo a 18 anni che si sacrifica da quando ne ha 13 per centrare certi obiettivi si trova in una posizione diversa.

Come è accaduto a chi pratica questo sport da professionista, la programmazione è e non  può essere che individuale, dai tempi di Nikki Pilic che scelse di non giocare (gratis…ma non è questo il punto) per la Jugoslavia nel 1973 preferendo disputare un torneo e fu ingiustamente squalificato dalla sua federtennis, suscitando i moti di solidarietà di tutti gli altri professionisti, il boicottaggio di un’ottantina di giocatori a Wimbledon 1973 – edizione non a caso vinta dal ceco Kodes che battè in finale il russo Metreveli perché all’Est il diritto di sciopero non era consentito –  di fatto dando una spinta decisiva alla nascita e all’affermazione di un “sindacato” giocatori professionisti, l’ATP.

Di casi di giocatori che hanno scelto di giocare tornei invece della Davis ce ne sono a bizzeffe. Quasi mai, inevitabilmente, quelle scelte sono state apprezzate dalle loro federazioni che – a seconda se fossero più liberali e permissive o meno – spesso hanno adottato sanzioni economiche punitive o hanno espresso opinioni di condanna particolarmente forti.

Ricordate quel che disse Nicola Pietrangeli a proposito di Simone Bolelli quando il tennista di Budrio rinunciò a giocare contro la Lettonia del solo Gulbis a Montecatini preferendo giocare i tornei asiatici (Bangkok, etcetera) con il dichiarato obiettivo di entrare a fine anno fra i primi 32 del mondo e rientrare fra le teste di serie dell’Australian Open?

Nicola Pietrangeli disse che Bolelli aveva sputato sulla bandiera tricolore, la federazione con Binaghi si indignò e proclamò la squalifica di Simone e perfino dei circoli che lo avrebbero ospitato per gli allenamenti!

E Fognini ha per caso dimenticato quando, battuto malamente da Seppi al Foro Italico, si dichiarò “non pronto a rispondere ad una convocazione di Coppa Davis”a Barazzutti ma decidendo però di giocare quello stesso weekend nel torneo ATP di… casa Djokovic a Belgrado?

E cosa accadde a Andreas Seppi, che si trovava dall’altra parte del mondo, quando chiese di non giocare contro la modesta Bielorussia del solo Myrni (più Ignatik) a Castellaneta? La FIT lo costrinse a fare quell’inutile giro del mondo per “presentarsi in ginocchio” al cospetto di Corrado Barazzutti, minacciandolo in caso contrario di una squalifica o di una sanzione economica?

E i casi di Francesca Schiavone quando non volle giocare un match di Fed Cup, dove averne giocati (e vinti) a decine?  E Volandri quando non volle andare in Sardegna per giocare un match di Davis programmato sul cemento nel bel mezzo della sua programmazione? E Camila Giorgi quando per il fatto che si era potuta allenare a Tirrenia e aveva preso tanti soldi doveva ugualmente accettare di giocare in un ambiente che pareva respingerla più che accoglierla (anche se magari si voleva respingere più il padre che lei stessa)? Idem. Eppure Bolelli non era fondamentale per battere la Lettonia, Fognini non era fondamentale per affrontare l’Olanda, Seppi non lo era per battere la Bielorussia, etcetera etcetera.

Non solo la nostra federazione -i cui casi conosco certo meglio – ma anche altre di altri Paesi, hanno più volte adottato atteggiamenti simili all’insegna di questo concetto: “Poiché noi ti diamo dei soldi, o ti abbiamo dato dei soldi a suo tempo – ricordate che è stato addirittura concertato un contratto vincolante per tutta la carriera –  e allora tu devi fare quel che vogliamo noi. Anche se la tua programmazione prevede tre tornei sul cemento di fila, dove puoi fare tanti punti che ti servono al prosieguo della tua annata …ma noi abbiamo un match di Coppa Davis sulla terra rossa, te devi renderti disponibile!”.

Beh, secondo me, questi non sono più quei tempi per imporre simili posizioni, simile contratti capestro ad un professionista din uno sport individuale. Anche perché gli obiettivi di un professionista che vuole difendere la propria classifica dovrebbero essere anche quelli della propria federazione. Se una federazione crede nel futuro di un giovane e ci investe sopra dei soldi è a mio avviso immorale pretendere che questi si leghi a vita…per grazia ricevuta. Se la federazione non ci crede non ci investa. Nessuno la obbliga. La mentalità di vincolare un ragazzo e un suo team tecnico a futuri comportamenti non la trovo eticamente giustificabile.

Che è cosa diversa dal fare semmai presente al tennista a lungo sponsorizzato che un minimo di riconoscenza sarebbe giusto che venisse osservato. Ma spontaneamente, senza un obbligo vincolante

In conclusione le frecciatine, pur non avvelenatissime, di Fognini, a mio parere Fabio poteva risparmiarsele (proprio per esserci passato attraverso anche lui stesso e suoi colleghi della sua generazione). Che cosa avrebbe fatto lui se si fosse trovato, a 18 anni, al posto di Jannik Sinner?

L’ANTICO VIZIO “POLITICO” DELLE FEDERAZIONI

Da cronista di lungo corso posso garantirvi che il difetto di pretendere la presenza obbligatoria dei giocatori agli eventi delle squadre nazionali, ma anche ai singolari junior risale a vecchia data. Fin da quando il vecchio presidente della FIT Paolo Galgani, avvocato fiorentino, teneva da matti a vincere la Coppa Valerio under 18 o la De Galea under 20  per poter menar vanto “politico”.

A livello giovanile l’Italia vinceva parecchio, o comunque abbastanza, ma poi a livello senior non si vinceva nulla. Ma così come oggi sembra che ogni vittoria di Berrettini o Sinner sia merito anche di Tirrenia o di un’illuminata dirigenza che non ci ha avuto quasi nulla a che fare con i loro risultati – non è accaduto anche per tanti exploit delle nostre 4 moschettiere top-ten? – così certi risultati in competizioni giovanili di pochissimo significato servivano politicamente a mascherare pessimi risultati del movimento ai vertici. Più perdurava la crisi e più si cercava di mascherarla con artifizi e raggiri per gli ingenui.

Ricordo quando Claudio Pistolesi, e direi la Garrone, vinsero titoli mondiali under 18 – più tardi sarebbe successo anche con Giorgio Galimberti che riuscì a strappare un assurdo contratto faraonico all’Asics di circa 500.000 euro – negli anni in cui un under 18 come Boris Becker trionfava a Wimbledon e certamente a tutto pensava fuorchè a misurarsi nei tornei junior! Idem per Chang e Sanchez campioni a Parigi a 17 anni.

Invece quei risultati junior venivano presentati come trionfi di una dirigenza illuminata, che aveva messo in piedi chissà quale (inesistente) struttura. In realtà, premesso che quei risultati non meritavano certo di essere denigrati, purtroppo non valevano davvero il significato che la propaganda politica voleva assegnar loro. Nessuna colpa – è ovvio – da imputare a Pistolesi, la Garrone, Galimberti, ma chi cercava di gettarci fumo negli occhi, andava smascherato. Ieri come l’altro ieri ed eventualmente domani.  Così quando Binaghi e soci hanno cercato di “impadronirsi” dei risultati delle nostre quattro top-ten, “siamo campioni del mondo!”, tipico esempio italico del “salir sul carro dei vincitori” come se fosse merito loro, non si doveva stare zitti e assecondarli, salvo che si avesse necessità di arruffianarseli, trarne qualche beneficio personale. Non era il mio caso.

L’ULTIMO ASPETTO CRITICO: CHI DEVE GIOCARE LE FASI FINALI?

Un altro aspetto si ripete ogni qualvolta una squadra conquista un traguardo intermedio. Accade in tutti gli sport, non solo nel tennis. E in tutti i Paesi del mondo, non solo in Italia

Certi atleti ti hanno consentito di qualificarti per una fase finale e l’allenatore, il capitano, vorrebbero mostrar la loro gratitudine e riconoscenza a coloro che lo hanno permesso. Fosse stato per gli assenti la partita sarebbe stata persa, il traguardo mancato.

Così oggi ho letto che a Barazzutti piacerebbe l’idea di portare tutti a Madrid. Il proclama appare un tantino demagogico.

Finchè si tratta di portarne alcuni per farli scendere in campo e altri per stare in panchina da sicuri panchinari più che riserve, va benissimo se ai panchinari l’idea soddisfa.

Però un capitano e un Paese che si trovino ad aver comunque – ripeto: comunque – conquistato la fase finale di un evento, devono a mio avviso rifuggire dai sentimentalismi e schierare la miglior formazione possibile, i migliori giocatori disponibili.

Salvo che una federazione adotti un sistema para-contrattuale come quella americana.

La USTA nelle competizioni a squadre ha adottato il criterio di far firmare all’inizio di ogni anno un contratto di disponibilità a un certo numero di giocatori. Chi lo firma ne è vincolato per tutto l’anno.

Così gli USA hanno raggiunto diverse finali di Fed Cup con un gruppo di ragazze – anche contro l’Italia sia a San Diego sia in Italia – e hanno giocato tutte le loro partite con quelle. Le Williams non avevano sottoscritto il contratto? In qualche caso ci sono stati estremi tentativi per un loro recupero, ma per solito non l’hanno esperiti.

Con tutta la simpatia, la stima, la riconoscenza che dobbiamo a Mager e Travaglia, se a Madrid Berrettini e Sinner fossero loro davanti in classifica, nel risultati e nella considerazione di Barazzutti, a giocare dovrebbero essere loro.

Anche qui: de Coubertin non sarebbe d’accordo ma si dovrebbe giocare sempre per vincere. E alla fin fine, al di là di proclami buonisti comprensibili al momento, sarà certamente quel che farà Corrado Barazzutti. Anche perché in teoria, con un Fognini ancora in pista (dubito che darà seguito a quella che considero una battuta: “Se non si gioca Montecarlo mi ritiro!”), un Berrettini e un Sinner in salute e con i progressi che potrebbero fare da qui a novembre, l’Italia ha una squadra niente male. Con una panchina abbastanza lunga.

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Editoriali del Direttore

Meno male che non sono andato a Montecarlo

Italiani k.o. Nadal e Djokovic irriconoscibili e inguardabili. Un clima orribile da Costa assai poco Azzurra. Cambio della guardia o De Profundis… alla Federer? Gli alti e bassi di Edberg nell’anno dell’addio

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Meno male che non sono potuto andare a Montecarlo! Si dirà magari che faccio il verso alla volpe e l’uva “Non ci arrivo, ma tanto è troppo acerba”.

Però ho sentito dire da Fabio Fognini che faceva un freddo boia, c’era un vento dal mare che avrebbe messo in imbarazzo lo skipper di Luna Rossa Spithill, un’umidità da tagliare con il coltello. E, per una volta, mi sento di condividere tutte le parole di Fabio dalla A alla Z. Se ne è rimasto quasi sconvolto lui che è nato e vive da quelle parti, oltre ad aver vissuto lì la più grande soddisfazione della sua carriera, figurarsi come lo sarei stato anch’io che al Country Club ho preso su quelle tribune sopraelevate e scomode più mal di gola che nel resto dei miei giorni. Costa Azzurra? Costa Nera semmai.

Del resto bastava guardare la TV per capire da quei volti incappucciati e non solo infelicemente mascherati, dai passamontagna da rapinatori senza pistola, dai piumini stra-abbottonati, che quei pochi che erano assiepati a bordo campo lì sotto i tendoni verdi che restituivano a Rolex tutta quella visibilità strapagata non erano per nulla dei privilegiati. Non c’era quasi alcuna traccia visibile dei VIP solitamente paparazzati al Country Club. Ricordo che una volta furono ribattezzati very important pigs da Gianni Clerici, certo più indignato che geloso delle rumorose abboffate che facevano sulle terrazze prospicienti il “Ranieri II” come tanti “wannabe” assai fieri di poter gozzovigliare a due passi dalla tavola del principe Alberto, di Nicola Pietrangeli e Lea Pericoli, con l’elite dei più ricchi cortigiani italo-monegaschi.

 

Problemi climatici a parte, questo torneo era nato sotto una cattiva stella fin dal giorno del sorteggio. E l’avevo subito scritto. Da una parte si celebrava il record delle nove partecipazioni azzurre in un 1000, dall’altra una sfiga bestiale negli accoppiamenti, nei corridoi che non c’erano o che, se c’erano, erano toccati ai nostri meno in forma. Reincarnatomi mio malgrado nelle scomode vesti bruciacchiate di Cassandra, purtroppo ho visto accadere tutto quel che temevo. Dal k.o. dell’ancor peso leggero Musetti contro il bulldozer russo Karatsev – già basta quel cognome ad intimorire  _  alla morìa degli altri otto piccoli italiani, uno dopo l’altro come in quel celebre film dove invece erano indiani.

Un altro articolo, ahinoi lugubre come un De Profundis, ha tentato di consolare gli inconsolabili, sottolineando la caducità delle umane cose, la rapida transumanza dagli altari di una presunta epoca d’oro per il tennis italiano alle polveri di un crollo che ha coinvolto senza misericordia otto italiani su nove, ultimo superstite dei nostri mohicani, il vecchio irriducibile Fabio Fognini. Gli altri? Tutti cacciati via, quasi senza ritegno e senza set (quasi) dal Principato già entro il secondo turno. Che per il nostro miglior classificato, Matteo Berrettini, top-ten ferocemente accusato di usurpazione, era in realtà il primo. Da Musetti in poi, solo bastonate.

Meno male che non c’ero a pigliar freddo e delusioni, ancorchè attese e pronosticate. E meno male che non ho incontrato Medvedev, certo con un diavolo per quei pochi capelli. Ma si può aver più sfortuna – di sfiga ho già scritto – che l’essere eliminato dal COVID la prima volta che in un torneo sulla terra battuta si è – stando al seeding fatto da un computer che non capisce di tennis – più favoriti di Rafa Nadal, el campeon principe di 11 tornei monegaschi?

Se Daniil fosse andato in hotel come tutti gli altri…a) forse non avrebbe beccato il virus b) gli avrebbero fatto un tampone ogni 4 giorni e intanto sarebbe arrivato a giocare contro Fognini. Con quel Krajinovic che ha dato via libera al nostro “vet” pur sfiduciato dopo la toccata e fuga da Marbella (Munar…), forse anche il Medvedev che odia la terra rossa… perché gli si sporcano i calzini…) – ma se non ha la lavatrice giochi con i calzini rossi! – i quarti li avrebbe probabilmente raggiunti.

Vabbè, dai, non ha senso dire che è stato meglio non andare a Montecarlo solo perché gli italiani hanno perso prima che si facesse sul serio. In fondo in quasi mezzo secolo di trasferte al Country Club, e al Casinò, le volte che i “nostri” mi hanno dato un po’ di soddisfazione patriottica, le posso contare sulle dita di una mano.

A veder Nicola Pietrangeli trionfare le sue tre volte infatti ci andò mio padre, non meno appassionato di me. E poi mia madre al Casinò vinceva sempre. Io ero ancora troppo piccolo. Più grandicello mi ricordo a malapena Barazzutti prendere una discreta stesa da Borg nel ’77 (6-3 7-5 6-0) ma era pur sempre una finale eh, e lungo il percorso aveva battuto bei giocatori (Okker, Taroczy, Kodes). Corrado l’anno dopo andò ancora bene, fino alle brutta semifinale persa 6-3 6-1 con un non irresistibile Tomas Smid. Mi ricordo poi Panatta e Bertolucci vincere a sorpresa il torneo di doppio del 1980 (6-2 5-7 6-4) in finale su McEnroe-Gerulaitis. Quella dei due amiconi newyorkesi era per la verità una coppia anomala, forse più affiatata nella vicina discoteca del Jimmy’z che sul campo da tennis, ma i nomi erano altisonanti. Eppoi Supermac era Supermac. Il suo abituale partner Peter Fleming aveva pronunciato, proprio più per convinzione che per umiltà, una “quote” rimasta celebre: “La coppia più forte di sempre? JohnMcEnroe e un altro”.

L’anno dopo Adriano Panatta arrivò in semifinale. Lo aspettava Vilas che lui aveva battuto nella finale di Roma nel ’76. Solo che Adriano la sera prima andò a letto alle 4 del mattino e… indovinate il risultato. Sciagurato Adriano? No, sciagurati i suoi due amici, Paolo Villaggio e Ugo Tognazzi che per vederlo giocare partirono da Roma troppo tardi. Non riuscirono ad arrivare a Montecarlo (anziché all’ora prevista, le 21) prima di mezzanotte. Di fatto lo costrinsero ad aspettarli. Mangiarono lautamente, annaffiando il tutto senza risparmio con del vino d’annata da Rampoldi, davanti al Casinò, e fra frizzi e lazzi fecero le due.

Quando Adriano sta finalmente per mettersi sotto le coltri pronto a riposare come il Principe di Condè, ecco che arriva una chiamata di soccorso. Tognazzi, l’ideatore dello “Scolapasta d’oro” e gran bella forchetta aveva esagerato a cena e si era sentito male. Era steso a terra in un giardino davanti all’hotel. Villaggio, preoccupatissimo, riuscì a rintracciare Adriano. Che non potè restare indifferente. Si alzò, rivestì, andò in soccorso dell’amico, lo sollevò di peso, lo portò al suo hotel, fino in camera arrivando a spogliarlo. “Andai a letto alle 4 e il giorno dopo – ha raccontato la vera vittima di quella serata di non programmata baldoria – con quel cagnaccio di Guillermo non ci fu gara. Finì 6-2 6-2”.

Da quel 1981 al 1995, alla semifinale che Andrea Gaudenzi avrebbe dovuto vincere ma perse (6-3 7-6) con l’amico di cui era sparring-partner Thomas Muster, a Montecarlo ho vissuto sporadici exploit azzurri, tipo un Pistolesi che sorprende uno spento Wilander  – forse anche lo svedese era stato da Rampoldi a cena la sera prima – ma niente di davvero memorabile fino a Fognini che centra la prima semifinale nel 2013 e poi il trionfo del 2019 quando però… seguito il torneo fino ai quarti, avevo lasciato Montecarlo per il Rajasthan e un viaggio con la famiglia.

Insomma, vi avevo detto, tanti ricordi monegaschi in azzurro come la Costa quante le dita di una mano, dito più o meno. Commentavo in TV, questo sì, e questo oggi mi manca più delle imprese azzurre che non ci sono quasi mai state. Ma torno ab ovo e al mio meno male che non sono andato a Montecarlo quest’anno. Eh sì, perché passi che gli italiani non ci abbiano regalato un solo risultato a sorpresa, un exploit degno di tal nome, però chi se lo poteva aspettare che Djokovic – il virgolettato riferisce parole sue dopo il k.o. più inatteso con Dan Evans – avrebbe giocato “una delle più brutte partite che io abbia mai giocato in vita mia”? Già che c’era …non era meglio se la giocava altrettanto brutta contro Sinner?

E chi poteva aspettarsi che Rafa Nadal, 11 volte principe a Montecarlo, fosse capace di perdere sette volte il servizio in tre set contro Rublev perdendo primo e terzo 6-2 dopo essere stato sotto 3-1 e palle break anche nel secondo set poi miracolosamente recuperato? “Il mio servizio è stato un vero disastro… e con il rovescio non ricordo di aver fatto un punto!” ha detto invece Rafa Nadal senza che nessuno potesse smentirlo. Io sarò anche come lo smemorato di Collegno, ma non ricordo un solo torneo importante giocato da Djokovic e Nadal in cui entrambi abbiano giocato così male, vere controfigure di se stessi. Imbarazzanti. Sospetto che non sia un problema di memoria. Credo non sia mai successo.

Djokovic a Montecarlo (ph. by Corinne Dubreuil/ABACAPRESS.COM)

E allora, mentre mi domando se le cause possano essere conseguenti ai due mesi di inattività – un bell’handicap soprattutto per giocatori che dell’allenamento agonistico, del ritmo di gara, hanno fatto un percorso religioso – o invece le prime avvisaglie di un possibile declino dovuto all’età.

Dopo che tanti – ricordo bene un articolo sul Corriere della Sera di 7, 8 o 9 anni fa, ma il Corrierone non fu davvero il solo “media” a inciampare fragorosamente– avevano preso un colossale abbaglio intonando anzitempo, molto anzitempo, il de Profundis nei confronti di un Roger Federer da poco over 30, invito tutti e per primo me stesso alla prudenza anagrafica. Non sarebbe la prima volta che Rafa zoppica in alcuni tornei che precedono il Roland Garros – a Montecarlo nel 2014 e nel 2019, a Madrid nel 2918 e nel 2019, a Roma nel 2017 e nel 2020 – e poi a Parigi straccia tutti senza pietà. Non tutti i suoi 13 trionfi sono stati preceduti da percorsi immacolati.

Ciò anche se forse ieri sera è stata la prima volta che ho visto Rafa piegarsi in due dalla fatica, e con la faccia stravolta, dopo gli scambi più lunghi, duri e lottati con Rublev che lo ha bombardato di missili dalla prima palla all’ultima, di dritto come di rovescio. Io mi spiego il nervosismo insolito di Rafa con le stesse sagge parole con cui lo ha spiegato lui “Quando non ti entra mai il servizio e lo perdi 7 volte, quando con il rovescio non ti apri gli angoli ma lo giochi corto… è normale innervosirsi. Giochi male, ti accorgi che l’altro gioca molto meglio di te e merita di vincere, per forza uno si innervosisce, è umano”.

Beh, Rafa negli ultimi 15 anni sulla terra rossa tanto umano non lo è stato, è stato piuttosto un marziano, un extraterrestre. Direi che si tratta di un fatto, non di un’iperbole. Così come è un fatto, altresì, che Rafa viaggia spedito verso i 35 anni e Nole verso i 34. Attenzione, non fraintendete: penso che saranno ancora loro i primi due favoriti al Roland Garros, ma –  e l’ho scritto ormai fino alla noia ricordando l’anno del canto del cigno di Stefan Edberg nel ’96  – quando gli anni e l’età incalzano non sono le punte di rendimento a crollare improvvisamente, è semmai la continuità di prestazione a vacillare.

Edberg battè fortissimi giocatori in quell’anno in cui aveva annunciato il suo addio alla racchetta, ma perse anche da mediocrissimi avversari. Ora, intendiamoci, Rublev è il n.8 del mondo e ieri mi è parso anche straordinariamente ispirato – sebbene abbia fatto ‘il Rublev’ sul 3-1 del secondo set fino a perdere il set 6-4 – e non è quindi un mediocre avversario, però ricordate la partita persa da Rafa a Roma con Schwartzman? Anche in quel caso Rafa era stato parecchio tempo fermo, e ha poi innestato la marcia superiore a Parigi dove il solo che gli ha creato una minima apprensione è stato Sinner, e solo per il primo set, però io non credo di sbagliarmi se penso che pian piano sia Djokovic che Nadal, fenomeni e mostri di continuità per tre lustri, incapperanno sempre più in giornate no. Ricordate Djokovic contro Sonego a Vienna?

I bassi non diventeranno troppo presto frequenti quanto gli alti, ma anche perché calerà presto il timore reverenziale dei loro avversari – è accaduto perfino con Federer – quelle che oggi noi non possiamo che definire clamorose sorprese saranno sempre meno clamorose. È inevitabile che sia così.

Molti saranno contenti di assistere ad un cambio della guardia – più o meno prossimo; se è morto perfino il Duca Filippo di Edimburgo… – altri saranno invece più nostalgici dei Fab Four. Per quanto mi riguarda, io sono abbastanza cinico perché data l’età avanzata…(ma mi sono vaccinato, ancora per un po’ reggo!)  di cambi della guardia, da Connors, McEnroe e Borg, a Lendl e Wilander, a Becker e Edberg, a Sampras e Agassi… ne ho già vissuti diversi senza troppi patimenti. Però alla fine di questo lungo tormentone, prima delle semifinali Tsitsipas-Evans (e sì che Evans ha un tennis d’antan che mi diverte… certo se penso che in Sardegna ha perso da Musetti il cuor mi si stringe) e della probabilmente più monotona sfida tutta Ru-Ru, Ruud-Rublev, ritorno a far la volpe con l’uva. E mi dico meno male che non sono potuto andare a Montecarlo! Si sta così bene a Firenze.

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Editoriali del Direttore

Su Jannik Sinner e gli altri azzurri a Montecarlo la penso così

8 k.o. su 9, ma quali sorprese? Molte analisi e qualche diagnosi. Cecchinato sottovalutato dall’opinione pubblica. Berrettini e Sonego diversi trend. Per Sinner pretese assurde

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Jannik Sinner - ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Solo il vecchio guerriero Fabio Fognini è in ottavi a Montecarlo, ma non è una sorpresa anche se gli azzurri al via e in tabellone di questo Masters 1000 erano nove (record). La tentazione di inserire qui un link all’articolo di presentazione al torneo nel giorno del sorteggio è irresistibile. Però quanto è successo, con quattro azzurri sconfitti contro avversari molto meglio classificati merita forse un’analisi e magari pure una diagnosi. Più facile la prima che la seconda.

Si è detto tanto volte che le classifiche, soprattutto con quelle “congelate” di questi tempi, lasciano spesso il tempo che trovano. Ma non proprio sempre quando il divario, sia di classifica sia di esperienza, è tanto alto. Fra Djokovic e Sinner 21 posti, da n.1 a n.22. Fra Goffin e Cecchinato 77 posti da n.15 a n.92. Fra Zverev e Sonego 22 posti da n.6 a n.28. Fra Rublev e Caruso 81 posti da n.89 a n.8. Insomma, tanta roba. E guarda caso l’unico a vincere Fognini su Thompson, 45 posti da n.18 a n.63. Avevano perso secondo classifica anche Musetti 84 con Karatsev 29, Fabbiano 171 con Hurkacz 16, Travaglia 67 con Carreno Busta 12. Quindi, a ben guardare, il solo ad aver perso contro un avversario peggio classificato è stato Matteo Berrettini, n.10 “congelato” con Davidovich Fokina n.58 in chiara ascesa.

Ai lettori di Ubitennis è inutile ricordare l’infortunio australiano di Matteo, lo stop di oltre due mesi, la diversa fatica che normalmente fa un giocatore d’un metro e 96 a ritrovare la miglior condizione psicofisica. Appena ha cominciato a giocare ha subito il break e non è mai stata la risposta la prerogativa tecnica che ha fatto le fortune del tennista romano. Che gli sia riuscito fare un break è già tanto. Ma se lui perde tre volte il servizio in due set, la maggior parte delle volte la campana suona a morto. Il trend sembra in discesa, ma certo quando sei n.10 e hai tanti cagnacci che ti vogliono mordere i polpacci è più facile scendere che salire.

 

Della sconfitta patita da Caruso con Rublev non c’è molto da analizzare. La differenza tecnica è troppo netta al momento. E non vedo come possa attenuarsi in prospettiva, perché il russo è pure più giovane di cinque anni. Vero che noi italiani siamo abituati a venire fuori alla distanza, ma è semmai Rublev che dovrebbe avere margini di progressi. Gli manca, ad oggi, un po’ di varietà e fantasia in più. Gioca bene, ma sempre uguale. Troppo prevedibile per fare quel salto di qualità che corrisponde ad un’affermazione in uno Slam.

Cecchinato si è detto contento di aver giocato alla pari con Goffin, a dispetto del 64 60: “Nel secondo set non ho mollato come parrebbe suggerire il punteggio, perché avremmo potuto essere 3 pari, non 6-0!”. Resta il fatto che credevo che Goffin fosse un po’ in calo e invece corre invece ancora come una spia. Ha ripreso come se nulla fosse – grazie anche all’indiscutibile intuito – anche alcune micidiali smorzate, specialità della casa Cecchinato. Certo a ripensare a quel “miracoloso” Roland Garros 2018 in cui Cecchinato battè proprio Goffin, sembra trascorso un secolo e non a favore del più giovane siciliano emigrato alla corte di Max Sartori. Ha vinto qualche partita però, dopo le delusioni australiane, e allora pian piano ritroverà la fiducia che gli serve. Tutti ricordano – è scontato – l’exploit parigino.

Però sul conto di Cecchinato e delle sue qualità mi sono accorto che serpeggia ovunque una certa sfiducia. Invece sarebbe giusto anche ricordare che uno che vince Budapest e Umago 2018, Buenos Aires 2019, fa finale a Cagliari al Forte Village 2020 e si comporta più che dignitosamente a Roma e al Roland Garros (dopo aver centrato in passato anche semifinali a Doha e Monaco 2019) scarso non è. Magari quel suo best ranking n.16 non lo centrerà mai più per il fatto che il suo miglior tennis sembra troppo circoscritto alla terra battuta e la stagione sul “rosso” è diventata troppo corta rispetto a un tempo, però che sotto la guida di una persona seria come Sartori Marco possa riguadagnare una cinquantina di posti secondo me è possibilissimo. Non è che i 40 che gli stanno davanti siano tutti fenomeni.

Per quanto concerne Sonego la testa è buona, il fisico anche, il coach è quanto di più serio e preparato ci sia in giro, i progressi per salire qualche posizione ancora ci sono. Magari non troppe. Ma i trentenni e over 30 che gli stanno davanti – augurando lunga vita agonistica a tutti – non sono pochi: a cominciare dai 3 Fab Four Djokovic, Nadal e Federer, per proseguire con Bautista Agut, Monfils, Goffin, Dimitrov, Fognini, Raonic, Wawrinka. Solo questi sono in dieci. Per carità, gli arriveranno tre, quattro o cinque che oggi gli stanno dietro (Musetti? Alcaraz? Karatsev?), però fategli fare qualche progresso che sicuramente farà e Lorenzo fra i primi 20 ci può arrivare, così come a suo tempo ci sono arrivati giocatori come Furlan, Gaudenzi, Seppi, Gaudenzi i quali avevano soprattutto nella testa, nella serietà, nella determinazione più che nelle caratteristiche tecniche la loro forza. Quindi il suo trend mi pare in ascesa, magari lenta, diesel, ma progressiva.

Lorenzo Sonego – ATP Cagliari 2021 (via Twitter, @atptour)

Arrivo al tennista cui sono dedicate le maggiori attenzioni, le profezie più lusinghiere: Jannik Sinner. La sua partita con Djokovic ha deluso chi stravedeva per lui, ma non chi conosce Djokovic e chi ha avuto modo di vedere quelle che sono ancora le carenze tecniche di Jannik. Carenze che Riccardo Piatti e lui conoscono benissimo, per fortuna.

Potrei partire dal post-match Djokovic-Sinner che, però, non dice in realtà niente che già non si sapesse o intuisse. Parla Djokovic e dice (come ampiamente titolato e riportato): “Sinner rappresenta il futuro del tennis, ma è già anche il presente”. Sinner, incassa il complimento, ma dice quel che pensa (lui e tutti…): “La strada è ancora lunga”. Farei qui una chiosa. Delle “investiture” (più o meno di cortesia) degli altri giocatori mi fido pochissimo. Ne ho sentite tante su tanti “prospect” che poi non si sono mai affermati. Da gran presuntuoso quale sono direi che mi fido più di me stesso. Perché su quei nomi che ho citato sopra non ricordo di avere avuto dubbi. Chissà, magari mi sono dimenticato invece quelli sui quali credevo di più. Ad ogni modo penso che la strada di Jannik sia più lunga di quanto pensi chi si illude anche se le premesse per un bel futuro ci sono tutte. Ho visto tanti dei migliori giocatori del mondo a 17-18-19-20 anni, come mi è capitato con Nadal, Federer, Djokovic e prima di loro, con Borg, McEnroe, Lendl, Noah, Wilander, Becker, Edberg, Chang. Non meno forte nelle giornate buone, Panatta. Forse un po’ d’occhio in tutti questi anni me lo sono fatto.

Sono proprio i limiti, ancora notevoli, di Sinner a farmi credere in lui. Moltissimi dei giocatori che ho citato sopra servivano proprio maluccio all’inizio della carriera. Penso in particolare a Borg, Lendl, Wilander, Djokovic, Chang: tutti hanno fatto progressi enormi qualche anno dopo i loro primi exploit. A Jannik oggi manca la capacità di scendere a rete quando si è aperto il campo. Se trova uno che gli rilancia – e come glieli rilancia Djokovic! – quattro missili, al quinto tentativo sbaglia, inevitabilmente.

Borg sapeva a malapena volleare ai suoi debutti, e batteva maluccio. Si preoccupava di mettere più del 90% di prime, in molte occasioni, come quando giocò la finale di Parigi contro il paraguaiano Victor Pecci al quale voleva impedire gli attacchi sulla sua “seconda”. Lendl tirava forte, ma soprattutto di dritto. Il rovescio lo migliorò tantissimo tre o quattro anni dopo i primi successi. Mentre Wilander non tirava mai così forte. Semmai, soprattutto di rovescio, anticipava tantissimo. Non c’erano tanti giocatori capaci di giocare il lungolinea come lui. E anche i lob passanti. Però Wilander imparò ad andare a prendersi i punti a rete nell’88, nella finale dell’US Open in cui rovesciò contro Lendl l’esito della finale dell’anno precedente, sei anni dopo aver vinto il primo di tre Roland Garros. E dopo aver vinto un doppio a Wimbledon, lui che a rete all’inizio carriera non ci andava mai e fu perfino fischiato per i suoi asfissianti palleggi nella finale parigina con Vilas dell’82.

E Chang che si fece allungare la racchetta di qualche centimetro per migliorare l’efficacia del servizio, e cominciò a fare 7 o 8 ace a partita, sia pur sacrificando qualcosa nel controllo? E il rovescio di Sampras? Quando lo vidi perdere a Parigi da Chang, in una partita che credo di aver commentato insieme a Rino Tommasi, mi fece un’impressione per nulla positiva. Vero, peraltro, che Pete è stato un grandissimo giocatore dappertutto fuorché sulla terra rossa; uno che è stato n.1 di fine stagione per sei anni di fila, a Parigi ha raggiunto una sola semifinale. Come Cecchinato, mi verrebbe voglia di dire.

Ma perché il rovescio di Federer, di Nadal, a 20 anni era efficace come quello che i due hanno fatto vedere dopo i 30 anni? Peter Lundgren, uno dei primi coach di Federer, mi disse una mattina all’aeroporto di Melbourne: “Roger a rete è ancora un pesce fuor d’acqua, anzi ci si muove come se fosse circondato dai pescicani!”.

Ora smetto di attraversare i miei amarcord che non interessano nessuno, ma suscitano tanti ricordi in me, e dico che Jannik poteva giocare già ieri certamente meglio contro Nole ma si è scontrato contro una muraglia che credeva di conoscere per averla vista in TV, ed essercisi allenato un paio di volte (con anche il set di esibizione ad Adelaide), ma in realtà non conosceva. Un conto è vedere uno che risponde benissimo ed è considerato il miglior ribattitore della sua epoca, un altro – pur dopo essersi allenato con lui e con Nadal – è ritrovarsi la palla che ti torna addosso in pancia, oppure già negli angoli, quando non hai ancora finito di riprenderti dall’esecuzione del servizio.

Fare il punto negli scambi da fondocampo a Djokovic è roba vera, non si può pretendere che ci riesca anche un pur promettentissimo giovanotto che sta lavorando duro da vero professionista. In qualche modo, eppure, ho avuto l’impressione che Novak lo temesse, ne fosse preoccupato. Forse era preoccupato del suo esordio sulla terra dopo due mesi di stop, fatto sta che l’urlo che ha cacciato quando ha vinto il primo set la dicono lunga.

Novak Djokovic – ATP Montecarlo 2021 (via Twitter, @atptour)

Oggi come oggi Jannik gioca il suo tennis basandosi su due colpi, in particolare il rovescio. E qualche gran dritto, incrociati come lungolinea, se la palla non gli arriva troppo bassa. Ma il servizio è da migliorare, come percentuale di prime, come angoli, come potenza, come velocità, come lancio di palla. La volée è da migliorare, sia come posizione sia come tocco. La smorzata è da migliorare. Il lob è da migliorare. Lo smash, al volo come al rimbalzo, è da migliorare. La tenuta fisica è da migliorare (questo lo ha ammesso anche lui stesso, che negli scambi lunghi fa fatica). L’approccio alla partita è da migliorare. La strategia di gioco, che a volte può essere anche semplicemente pazienza, oppure scelta del momento per spingere o per tenere, la capacità di pensare a un attacco in controtempo, a un serve& volley al momento giusto, al fattore sorpreso, è da migliorare. Oggi si può spendere per lui ancora l’ossimoro caro a Rino Tommasi: “un regolarista falloso”. Ma va aggiunto un bel… per ora!

Con tutti questi limiti – di cui per fortuna Jannik e il suo team sono perfettamente consapevoli (il guaio sarebbe se non lo fossero) e quindi sono certo che non si offenderanno se li ho elencati impietosamente – Jannik è a ridosso dei top 10. Considerando validi soltanto i punti ATP da metà agosto – quando si è interrotta la pausa COVID – a oggi Jannik sarebbe lì lì.

Quelli accennati sono limiti soltanto per chi viene considerato capace di migliorarli tutti, con il tempo e la pazienza che invoca Riccardo Piatti, perché per uno che ha le sue caratteristiche – solidità, maturità, potenza, serietà, determinazione, convinzione nei propri mezzi, formidabile timing sulla palla con entrambi i fondamentali, naturalezza e fluidità straordinarie (che i pur bravi Thiem, Tsitsipas, Zverev a mio avviso non hanno altrettanto sviluppato su tutti e due i lati…) per un ragazzo di 19 anni – è giusto, anzi sacrosanto, porsi obiettivi ambiziosi di crescita, di progresso.

Ripeto: anche contro Djokovic – che si è potuto allenare sulla terra rossa e proprio su quei campi da più di una settimana – Jannik ha mostrato personalità. Ha giocato decisamente male un paio di game, quello finale del primo set su tutti, il settimo game del secondo set quando poteva recuperare sul 2-4 il break, e si sa che nel tennis un paio di game, a volte un paio di punti, bastano a farti perdere una partita. Ma negli scambi ha retto molto meglio di tanti altri giocatori di nome contro il n.1 del mondo. Se avesse avuto uno un tantino più debole, e per tale intendo un Bautista Agut n.11 già battuto due volte, un Carreno Busta n.12, un Goffin n.15 – per non scomodare paragoni con un top-ten – l’esito secondo me sarebbe stato diverso. La verità è che da lui si pretende troppo e troppo presto. Pretese oggi assurde.

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Editoriali del Direttore

Il tennis azzurro lassù è sempre più blu

Quattro italiani nella top 30 del ranking ATP: Berrettini, Fognini, Sinner e Sonego. Non accadeva dal 1977

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Lorenzo Sonego - ATP Cagliari 2021

Ero abituato a seguire anche uno solo, oppure due e magari tre tennisti italiani fra i primi 100 del mondo. Spesso nelle retrovie. Per quasi 40 anni. Adesso, dopo che ieri Lorenzo Sonego ha vinto a Cagliari il suo secondo torneo ATP ed è entrato a vele spiegate fra i primi 30 del mondo, ne abbiamo ben quattro fra i primi 30. Non parliamo più di momento magico, ma semmai di periodo magico. Un periodo che sembra destinato a prolungarsi felicemente nel 2021 e negli anni a venire. E non mi sembra vero.

Eccezion fatta per motivi anagrafici per il quasi trentaquattrenne Fognini (n.18) cui va dato merito per averci tenuto in piedi fra i top 20 negli ultimi tre lustri, infatti tre dei nostri attuali moschettieri sono giovani e in grande progresso. Ha 19 anni Jannik Sinner n.22 ATP, ne hanno 25 Matteo Berrettini n.10 e Lorenzo Sonego n.28. Mentre alle loro spalle incalza Lorenzo Musetti un altro diciannovenne di grandi speranze che, sebbene al momento sia appena n.84 per aver giocato pochi tornei, ieri Tsitsipas mi ha detto di considerare favorito nell’odierno match nel Masters 1000 di Montecarlo contro il russo Karatsev, n.29 ATP e semifinalista all’Open d’Australia.

Dieci azzurri tra i primi 100 del mondo (con Travaglia 67, Caruso 89, Cecchinato 92, Seppi 96 e Mager 97) ci mettono alla pari con Francia e Spagna nelle graduatorie mondiali top100, ma 4 nei primi 30 li ha solo la Russia di Medvedev 2, Rublev 8, Khachanov 23 e Karatsev 29, e la Spagna ne ha solo tre anche se di gran qualità, Nadal 3, Bautista Agut 11 e Carreno Busta 12.

 

L’ultima volta che potemmo vantare 4 azzurri contemporaneamente fra i primi 30 risale al 3 luglio 1977 grazie a Panatta 17, Barazzutti 20, Bertolucci 22 e Zugarelli 27. La generazione migliore di sempre resta al momento ancora quella, perché Panatta è stato 4, Barazzutti 7, Bertolucci 12 e Zugarelli 24, però io penso che questa potrà far meglio. Anche se forse non già dopo Montecarlo dove il sorteggio non è stato davvero dei migliori.

Il più atteso dei nostri dopo l’exploit della finale di Miami, Jannik Sinner, sa che se batte Ramos-Vinolas (già un osso duro; è stato finalista a Montecarlo nel 2017 ed era in semifinale a Marbella sabato) avrà al secondo turno Djokovic, due volte campione nel Principato. Anche Sonego poteva capitar meglio: l’ungherese Fucsovics è tosto, ci ha perso 3 volte su 4 e semmai poi c’è Zverev n.6 ATP. E Musetti, se passa Karatsev, ha Tsitsipas n.5. Sono quasi certo che dopo Madrid, Roma e per il resto dell’anno staremo ancora meglio.

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