10 anni fa moriva Roberto Lombardi: il ricordo del Direttore

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10 anni fa moriva Roberto Lombardi: il ricordo del Direttore

Il 18 marzo 2010 si spegneva il grande tecnico e compagno di telecronache di Ubaldo Scanagatta.
Che lo ricordava così…

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La memorabile telecronaca di Connors-Krickstein allo US Open 1991 nel giorno del 39° compleanno di Jimbo

Nel giorno del decimo anniversario dalla morte del compianto Roberto Lombardi, vi riproponiamo il commosso ricordo che il nostro Direttore Ubaldo Scanagatta scrisse cinque anni fa accompagnato da un video storico che trovate qui sopra e che non ha bisogno di presentazioni (ma una didascalia l’abbiamo messa).


Morì il 18 marzo 2010 uno dei migliori telecronisti della storia del tennis. E non mi riferisco soltanto a quella italiana.

Sono già passati cinque anni, ma è sempre molto vivo in me il ricordo di Roberto Lombardi, compagno prima di doppio dal Trofeo Bonfiglio in poi e poi soprattutto di 500 telecronache e forse più in quella coppia che i “grandi maestri” Rino Tommasi e Gianni Clerici, avevano ribattezzato “Il Duo Primavera”.

 

Roberto era la voce tecnica, quella che oggi a Sky viene chiamata “Talent”, in questo continuo ed insopportabile saccheggio della lingua inglese. Ma, sebbene lui avesse molta più passione e competenza di me per gli aspetti tecnici del gioco, non di rado ci scambiavamo anche i ruoli, proprio per esercitarsi a sostenere parti diverse, visto che secondo il “boss” – Rino – da ex prima categoria di tennis e da giornalisti dovevamo abituarci a saper fare sia il conduttore – oggi si dice chi fa il lead e si preoccupa anche di ricordare il punteggio – sia la voce tecnica. E pure gli intervistatori “per crearsi rapporti con i giocatori che non si possono stabilire se si commenta il tennis da una cabina a Milano”.

Infatti a Roberto poteva capitare di dover fare il “conduttore” quando gli capitava di far coppia con Gianni, e a me la voce tecnica quando affiancavo Rino come è successo centinaia di volte. È stato Rino a voler fortemente, sulla scia delle tv americane, sempre una coppia a commentare il tennis, altrimenti troppo monotono se commentato da una voce sola.

A Telecapodistria prima e a Tele+ poi i dirigenti delle varie tv erano inizialmente contrari, questioni di costi, il doppio commento costava di più. Ma Rino impose prima Gianni a Berlusconi cui non piaceva il timbro di voce dello scriba, poi il sottoscritto e da ultimo anche Roberto Lombardi. Poi tutti si convinsero che la qualità se ne giovava alla grande e Tele+, che allora non aveva una grande offerta di sport (il calcio non era ancora riuscita a prenderlo) fece gran parte dei suoi primi 300.000 abbonamenti grazie al tennis. Dopo di che anche in tutti gli altri sport, calcio incluso, il commento solitario sarebbe stato bandito.

Confesso che ogni volta che sento commenti televisivi che non aggiungono granché di nuovo ed originale rispetto a quanto si può leggere su Wikipedia e sugli ATP-WTA Media Guide, mi vengono in mente i tre amici con i quali abbiamo fatto squadra per tanti anni.

Non sta certo a me dire se eravamo migliori o peggiori di quelli che ci hanno seguito, ma so per certo che ci divertivamo, che c’era grande affiatamento ed amicizia, e che Roberto scorgeva aspetti che a noi altri spesso sfuggivano e anche se talvolta poteva dare l’impressione di eccederne nel farne sfoggio (“Si vede che ha difficoltà nell’articolazione scapola-omerale” “È chiaro che è il sinistro l’occhio dominante”… quanto mi divertivo a prenderlo in giro!) in realtà era più che giustificato, per un profondo studioso della tecnica, della meccanica, dell’attrezzistica, del tennis come lui, la sua esigenza di far capire che non si trattava di considerazioni improvvisate e banali.

Eravamo amici fin da ragazzini, come ho avuto modo di scrivere già cinque anni fa, in un primo ricordo postumo nel giorno della sua scomparsa (che potete eventualmente rileggere qui sotto insieme al ricordo di altri che lo hanno conosciuto ed apprezzato).

I suoi ultimi anni erano stati terribili, per via della brutta malattia che lo aveva colpito, ma lui li aveva sopportati con straordinario coraggio. Parlava ormai a fatica, ma non voleva mollare. Nemmeno sulla sedia rotella e con la maschera dell’ossigeno per riprendere fiato ai cambi di campo (più utili a lui che ai tennisti). Era sempre stato un combattente di razza. Non era di famiglia ricca e neppure benestante e nemmeno poter frequentare l’università e laurearsi in matematica era stato facile. Così come non era stato facile diventare n.6 d’Italia e raggiungere due finali dei Campionati Italiani Assoluti per via dei modesti mezzi economici, della bassa statura (un metro e 70 scarsi) e di un fisico leggero, come inevitabilmente un po’ anche i suoi colpi. Il rovescio era bellissimo, però. E la grinta straordinaria, come nella vita.

Mi mancherà sempre. Ho non meno di cento cassette con le nostre telecronache. Sono in soffitta, un po’ abbandonate. Chissà se mai le risentirò. Ma Roberto non lo scorderò mai. E se un giorno i miei figli vorranno riascoltare la mia voce, sentiranno anche la sua, quella di Rino, quella di Gianni. Il solo modo per sopravvivere a noi stessi.

P.S. Prego i lettori di risparmiarmi almeno qui sotto le conversazioni da Forum privato. Non voglio impedire i vostri commenti, purché siano attinenti al ricordo di Roberto.

Il ricordo di Ubaldo scritto il 18 marzo 2010:

Al ritorno dall’Australia avevo chiamato Caterina, la sua splendida compagna che conosco dacchè, da ragazzini, partecipavamo agli stessi tornei di seconda categoria. Mi aveva dato speranze, perché Roberto, ormai da tempo costretto ad una seggiola a rotelle, ad una maschera per l’ossigeno, a un’assistenza continua, sembrava reagire discretamente alla sua terribile malattia. Da Roma si era trasferito a Milano per potersi curare meglio. E per Caterina, medico, era più facile continuare a svolgere la sua professione: “Per lui poter continuare a fare le telecronache di tennis è tutto. Forse abbiamo trovato una via che gli consentirà, dopo un intervento e un mese di silenzio assoluto, una metodologia che gli potrà permettere di parlare ed esser pronto per maggio e i tornei di Roma e Wimbledon. Per Roberto è vitale…”.

Un paio di giorni fa Rino Tommasi mi aveva detto di aver parlato con Caterina – con Roberto era ormai diventato impossibile da tempo, aveva difficoltà a muovere le mani, tenere il cellulare era uno sforzo enorme – e di aver capito invece che le cose erano improvvisamente molto peggiorate. “Caterina mi ha detto che si sono sposati…. questa è l’unica notizia bella”. Mi ero segnato l’altra sera di chiamarlo ieri. Non l’ho poi fatto e stamani mi ha raggiunto la terribile notizia della sua morte. Ci conoscevamo da 47 anni, non da uno. Da quando io andai a 14 anni _ e lui, classe 1950, ne aveva 13 _ a giocare un torneo di tennis nella sua Alessandria. Lui era considerato, più di me, una grande speranza. Era il favorito n.1, ma perse o nei quarti o in semifinale, non ricordo più se da Ribaudo o Gaddoni, che poi io battei in finale.

Diventammo subito amici. E da quei giorni ogni volta che lui veniva a giocare un qualche torneo nei pressi di Firenze veniva ospite a casa mia. La sua famiglia non navigava nell’oro, per così dire, ma lui era molto orgoglioso, molto fiero. Voleva ripagare l’affetto dei suoi genitori non solo giocando bene a tennis nonostante un fisico tutt’altro che statuario – un metro e 70 scarsi, direi a occhio – ma continuando gli studi. Fino a laurearsi in matematica. Per i numeri, e tutto quel che aveva sapore di scienza, aveva una smisurata passione. Quasi infantile a volte: amava cercare di sorprendermi usando paroloni che mi parevano incomprensibili.
Finimmo per giocare spesso il doppio l’uno al fianco dell’altro – lui più singolarista ma in possesso di un gran bel rovescio e un’ottima risposta da sinistra, io più doppista con il vizio…. di studiare la strategia di gioco – mai immaginando che un giorno ci saremmo trovati al fianco anche nelle cabine televisive di tutto il mondo, quando il direttore di Tele+ Rino Tommasi, dopo essersi consultato con Gianni Clerici (che si lamentava per la stanchezza che gli procurava il dover commentare troppi match.) e con il sottoscritto (che faceva il doppio mestiere di telecronista e intervistatore), decise di “sperimentare” Roberto come quarto telecronista. In breve, accanto al Duo Matusa” noi venimmo ribattezzati – da Rino stesso – “il Duo Primavera”.

Non ho contato quante telecronache abbiamo fatto insieme. 500, 1000, non so. Come non ricordo tutti i tornei di doppio che abbiamo fatto accanto, anche se qui nel mio studio ci sono alcune coppe che portano il suo e il mio nome accanto, come quello di San Pellegrino Terme, quando battemmo Adriano Panatta e Stefano Matteoli, che era il doppio n.1 della nazionale juniores per la quale sia Roberto sia io venimmo convocati al centro tecnico nazionale di Formia per due anni di fila, nel periodo natalizo, il solo che due studenti come noi potevano permettersi. Giocammo insieme anche il Trofeo Bonfiglio, passando qualche turno e perdendo poi di stretta misura (o magari vincemmo non ricordo nemmen bene adesso) con la coppia ceca Hutka-Pisecki. (Il primo è quel giocatore che avrebbe avuto il matchpoint al Roland Garros con Panatta nel ’76, quando poi Adriano vinse il torneo).

Roberto – che dolore dover usare adesso l’imperfetto – era un ragazzo intelligente, sempre ansioso di migliorarsi, ambizioso, sempre apparentemente molto sicuro di sé. Ricordo bene quando cominciò, sulla scia delle sue prime esperienze di telecronista al mio fianco, ad imparare il mestiere di giornalista, a scrivere cioè. Scrivere non è come parlare. Cominciò collaborazioni anche con giornali prestigiosi, il Corriere della Sera ad esempio – non solo riviste di tennis – e ci teneva da morire a non passare soltanto per l’ex tennista che, esperto del gioco come pochi, poteva scrivere soltanto di tecnica. Chiese a Gianni Clerici di aiutarlo a individuare i libri da leggere per migliorarsi culturalmente, divorò i “classici”, e ci teneva a inserire nei suoi pezzi le citazioni letterarie che lo avevano maggiormente colpito.

Fra noi gli sfottò erano continui. Anche in corso di telecronaca. Quando lui si lanciava a parlare, per descrivere un movimento scorretto al servizio di un qualche tennista “di una probabile distrazione dell’articolazione della scapola omerale” io ribattevo: “Scusa Roberto, aspetta un momento che vado a leggermi un dizionario medico!”, e naturalmente era molto fiero dei suoi neologismi: “il taglio sotto la palla”, “il dritto anomalo” e altre definizioni che ora non mi vengono a mente, erano suo copyright.

Ricordo anzi che una volta, un po’ scherzando e un po’ no, mi fece presente: “Guarda che ‘taglio sotto la palla…’ lo dico sempre io”. Una volta si era messo in testa anche di prepararsi insieme a me una sorta di copione di battute o commenti, ma capimmo presto entrambi che la spontaneità pagava di più. Non aveva un carattere facilissimo, e del resto non ce l’ho nemmeno io, motivo per cui abbiamo avuto anche qualche scontro… convinti entrambi di avere sempre ragione. Quante volte ci siamo rimproverati a vicenda l’eccessiva prolissità! Però certi ricordi, le telecronache di quei match tipo Connors-Krickstein all’US open, sono indimenticabili.

E l’amicizia di mezzo secolo ha resistito anche a momenti più difficili, come quelli che hanno portato lui a continuare a lavorare per Tele+ e io a venirne via, per una serie di ragioni molto complesse e inutili qui da spiegare.
Rino, nel pubblicare sul suo libro autobiografico “Da Kinshasa a Las Vegas via Wimbledon una foto dei… quattro moschettieri del tennis su Tele+” – come qualcuno prendendoci in giro soleva chiamarci – ha scritto una didascalia che per me e credo anche per Roberto ha rappresentato il più bel complimento alla nostra carriera comune con il microfono in mano.

Ho decine di fotografie in casa mia di Roberto con me, e da tennisti e da telecronisti, ma non digitali. E non so scannerizzarle, nemmeno quella che vedete pubblicata (e che, così scura, non è nemmeno di grande qualità). Per poterne mettere una sul sito mi sono dovuto rivolgere a Daniele Azzolini e all’organizzazione di Matchpoint che me l’ha cortesemente scannerizzata dal libro di Rino e mandata.

In effetti penso che Roberto con la sua competenza tecnica indiscutibile – e ancor più approfondita negli ultimi anni grazie al suo impegno come presidente della scuola nazionale maestri e ai suoi contatti con grandi tecnici del tennis mondiale – fosse il mio partner ideale in tv.
Ritornando al Lombardi tennista voglio precisare che come singolarista è stato molto più forte di me. È arrivato a n.6 d’Italia, ha giocato due finali degli Assoluti – cito a memoria ha colto anche vittorie su giocatori importanti, lui che era cresciuto alla scuola alessandrina del maestro Cornara, come poi Barazzutti (classe 1953, grande rivale da sempre di Roberto… anche se poi, uniti nel segno FIT, si sarebbero poi ritrovati a condividere telecronache televisive per il canale federale; i due non sono mai andati troppo d’accordo, ma ultimamente avevano trovato modo di mediare le loro diversità), come anche Gianni Rivera, mandrogno come lui e suo idolo: Roberto era sfegatato tifoso milanista per quello.

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzini di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”.

Quello che nella vita ha vissuto tanti momenti belli, insieme a me, insieme ad altri, alle ragazze che corteggiavamo insieme (a lui piacevano sempre quelle più alte…) ma che era passato anche attraverso momenti davvero difficili, come quando aveva perso la sua prima moglie, anch’ella, come poi Caterina, adorabile. A Caterina, ai familiari di Roberto, con il pianto nel cuore, dico solo arrivederci. A sabato per il suo funerale, all’ospedale di Niguarda, in quell’altro mondo per un doppietto che sono sicuro riusciremo ad organizzare.

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WTA Toronto: una nervosa e discontinua Halep rimonta Pegula, in finale andrà a caccia del 24°titolo

Simona Halep torna in finale al Canada Open dopo quattro anni, cercherà il primo titolo a Toronto nella sua 18esima finale ‘1000’

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Simona Halep – WTA Toronto 2022 (foto Gyles Dias via Twitter @NBOtoronto

[15] S. Halep b. [7] J. Pegula 2-6 6-3 6-4

Nella psicologia sportiva si utilizza spesso l’espressione nikefobia, termine di origine greca composto dalle parole nike e phobos, che significano rispettivamente vittoria e paura. Quindi unendo i due sostantivi in un unico concetto, ecco venire fuori quella sindrome che comunemente affligge gli atleti: ‘la paura di vincere’. Ebbene questo principio legato alla mentalità nello sport, è stato il vero leitmotiv della prima semifinale di scena a Toronto del National Bank Open presented by Rogers. Un match che ha visto prevalere la tds n. 15 Simona Halep sulla n. 7 del tabellone Jessica Pegula, in rimonta per 2-6 6-3 6-4 dopo 2h14, nel quale ci sono stati ben 11 game decisi ai vantaggi, di cui 5 nel terzo set (4 nei primi quattro giochi).

Ma soprattutto, ogni qualvolta si aveva la sensazione che una delle due protagoniste avesse sferrato il colpo decisivo, puntualmente l’altra riusciva a trovare energie inattese e a ribaltare l’inerzia. Basti pensare che l’americana ha avuto l’opportunità per salire sul 3-1 e servizio nella frazione finale, ritrovandosi invece sotto 4-2, o ancora non ha sfruttato due palle break in apertura di secondo parziale. Questa costante instabilità, che ha condizionato l’intero match, ha reso nervose le due giocatrici: specialmente Halep, quasi mai vista così su di giri, chiedere per credere alla sua povera racchetta. Alla fine l’esperienza ha fornito quello spunto in più alla rumena, complice una Pegula spentasi dopo una prima parte di gara dominata, con una performance in risposta e di dritto così opposta al resto della sfida difficilmente riverificabile. Tuttavia per Simona in ottica finale, c’è da registrare la seconda si servizio: 10 doppi falli, molti nei momenti più caldi, e solo il 44% di punti vinti.

 

L’ex n. 1 contro la vincente di Pliskova/Haddad Maia, andrà a caccia del 24°titolo in carriera, il nono a livello di categoria ‘1000’, nei quali quella di domani sarà la diciottesima finale in assoluto. Ritorna invece nell’ultimo atto del Canada Open dopo quattro anni, vittoria nel 2018 a Montreal su Stephens, e cercherà il terzo titolo – trionfò sempre nel Quebec e sempre contro un’americana, Keys, nel 2016 -. A Toronto vanta come miglior risultato, l’atto conclusivo del 2015 dove perse da Bencic; per la rumena è la seconda finale stagionale dopo il successo ad inizio anno a Melbourne su Kudermetova.

IL MATCH – Inizio da incubo per Halep, che nel primo game della partita commette due doppi falli da destra e più in generale vede la propria prima di servizio latitare parecchio: in un gioco da 8 punti per cinque volte la rumena è costretta a dover ripiegare sulla seconda. Dal canto suo ha invece tutt’altra partenza Pegula, che facendo leva sull’evidenti difficoltà dell’avversaria con il fondamentale d’inizio gioco ha un approccio alla sfida dirompente, attraverso una sistematica pressione imposta alla n. 7 del mondo mediante una favolosa risposta di dritto.

Jessica oltre a prendere immediatamente il controllo del punto, con queste ribattute eseguite in grande anticipo, dimostra fin da subito l’intenzione di variare maggiormente il gioco per evitare d’infilarsi negli scambi di resistenza e solidità da fondo, dove chiaramente l’ex n. 1 del ranking avrebbe vita sin troppo facile: così la statunitense modifica costantemente altezza e traiettoria delle proprie esecuzioni, alternando rovesci in top spin molto carici, con parabole abbastanza spinte, a quelli tagliati per fornire palle più basse e insidiose a Simo. Le straordinarie capacità difensive della tds n. 15 del tabellone, le permettono di salvarsi nel primo gioco del match annullando una palla break, che fa capire appieno la prospettiva del duello: una battaglia su ogni singolo quindici.

Anche se, nel terzo game ritornano i problemi in battuta per la due volte campionessa Slam: questa volta la prima opportunità è fatale all’allieva di Mouratoglou, con la 28enne di Buffalo che ancora supportata da una stratosferica abilità nell’anticipare la risposta di dritto – straordinaria da vedere quando riesce a mettere i piedi in campo – breakka e sale 2-1. Jes è brillantissima, nonostante ciò nel game successivo perde un po’ le misure del campo dalla parte del dritto, fino a quel momento scintillante, e Halep non si fa pregare arrampicandosi sul 15-40. A questo punto, tuttavia, i ruoli si scambiano ed è Pegula ad entrare in versione muro di gomma: la giocatrice a stelle e strisce risale la china frantumando anche una terza opportunità di contro-break ai vantaggi.

La 30enne di Costanza è stranamente nervosa, ed inevitabilmente i suoi nervi cedono all’intemperie dell’adrenalina e della rabbia dopo aver visto le chance per rimettersi in scia, sfumare via inesorabilmente. Inoltre continuano a materializzarsi enormi grattacapi per la due volte campionessa del torneo, a causa di un servizio totalmente fragile, soprattutto sulla seconda Simona è veramente in perenne agonia. Non è un caso infatti che la n. 15 WTA sia autrice di doppi falli a ripetizione, che mandano Pegula addirittura avanti sul 4-1 pesante con il secondo break sigillato a 0.

Con il set ormai compromesso, Halep perde pienamente le staffe scaraventando ripetutamente la racchetta sul campo. La n. 1 del tennis femminile d’oltreoceano sta semplicemente fornendo una prestazione perfetta, condita anche da una strabiliante verticalizzazione del gioco che la porta a mostrare tutte le sue eccezionali doti al volo nei pressi della rete. E così dopo 35 minuti, nei quali la regina di Wimbledon 2019 riesce appena in tempo a conquistare il suo secondo turno di servizio, l’americana vince 6-2 il parziale inaugurale.

L’inizio del secondo set sembrerebbe ripercorrere le stesse orme dell’avvio di gara, con l’attuale top 10 in campo a guadagnarsi immediatamente due possibilità per l’allungo, anche nella seconda frazione. Ma come accaduto in precedenza – ad inizio partita – Halep rimonta dal 15-40 e va sul 1-0 con un ace, perché il cuore di una campionessa non muore mai. Ecco che però arriva puntuale il momento di rottura rispetto all’andamento del set d’apertura, in questa circostanza la rumena fa subito sentire sulle spalle di Jes il peso delle occasioni mancate: la 30enne di Costanza trova finalmente profondità nei colpi, ma anche maggiore penetrazione a livello di timing, e può perciò centrare il primo break della sua partita.

Questo strappo, in verità, da inizio ad un frangente della sfida dove la qualità della contesa cala vistosamente: si susseguono infatti altri due break consecutivi con Simona che prima restituisce e poi si riprende il vantaggio. Tanti errori la fanno da padrona in questo momento, ma in particolar modo crescono e non poco quelli di Pegula, la quale gioca due turni di fila in battuta completamente disastrosi. Ebbene, dopo 31 minuti di secondo set, l’inerzia si è totalmente invertita ed è bastato un attimo per far sì che Halep volasse sul 4-1. Simo ora dovrebbe piazzare l’accelerata decisiva facendo fruttare i gratuiti della newyorkese, prima che l’americana si riprenda dal torpore nel quale si è imbrigliata dopo aver dominato il primo set; la rumena arriverebbe pure a due punti dal doppio break – in termini di punteggio sarebbe valso il 5-1 – ma manca di killer instinct.

Perciò è costretta a fronteggiare quattro break point nel settimo game, che avrebbero rimesso nuovamente tutto in discussione, ma per sua fortuna dopo 14 punti un po’ per demeriti della n. 7, un po’ per la propria forza di volontà di non mollare mai; la 30enne di Costanza mantiene la testa del set. Si giunge dunque al momento della verità, e pur tormentata dal 5 doppio errore della sua partita, Halep non si scompone e rimanda il verdetto al terzo (6-3 in 45 minuti).

I colpi della n. 15 adesso sono incisivi, ha ritrovato quella sua consueta forza nel palleggio prolungato da fondo: ora Pegula non riesce più a sfondare, a differenza del primo parziale dove era la rumena a dover fare gli straordinari per vincere un punto. E difatti la rottura della 28enne di Buffalo prosegue anche in apertura del set decisivo, l’ex n. 1 è in assoluto controllo gestendo alla perfezione ogni singolo quindici tra soluzioni piatte e colpi più lavorati.

Jessica capisce allora che deve provare a compiere il forcing finale, altrimenti l’avversaria non sarebbe più raggiungibile, e ritorna così a scompaginare i piani rumeni attraverso la smorzata. Ma il problema di Simona continua a riscontrare le proprie radici nella seconda di servizio, altri due doppi falli forniscono sul piatto d’argento, alla settima forza del seeding, il contro-break. Addirittura potrebbe verificarsi il terzo strappo in altrettanti game nel set, ma la possibilità di nuovo allungo rumeno si frantuma, così come rischia di fare la stessa fine la racchetta di Simona. Oramai siamo entrati nella fase ‘psicodramma’, la costanza negativa torna a far visita – 8 doppio fallo – ad Halep, che è vittima di un passaggio a vuoto: va sotto 0-40, ma Pegula spreca le tre occasioni più anche una quarta ai vantaggi, per via di un dritto sopito dalla sindrome della paura di vincere.

Potevamo essere 3-1 per l’americana, ed invece Jessica dopo le chance gettate al vento per la prima volta vede i propri nervi perdere di lucidità: parziale di 10 punti a 1 per la n. 15, con l’ennesimo ribaltamento del match che certifica il 4-2 in favore di Halep. Jessica ormai ha smarrito completamente l’impatto con palla e concede il doppio break, ma se pensate che siamo vicini alla conclusione vi sbagliate di grosso; Simona non ha il giusto cinismo e si fa recuperare uno dei due break. Tuttavia si procura due match point nel nono game, ma la racchetta dell’ex n. 1 percossa svariate volte sul terreno fa capire come ambedue non vengano sfruttati. L’ultima risorsa per Halep è rifugiarsi sotto l’asciugamano, estraniamento dalla realtà che porta i suoi frutti: il secondo tentativo di servire per il match è quello buono, il terzo match ball pone fine ad un terzo set a dir poco thriller.

IL TABELLONE DEL WTA 1000 DI TORONTO

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Eugenie Bouchard stavolta torna davvero: è in tabellone al WTA 125 di Vancouver

La tennista canadese riparte grazie a una wild card: sfiderà Hartono dopo un lungo periodo di assenza dai campi

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Eugenie Bouchard torna in campo. Stavolta per davvero, a meno di sorprese mai da escludere. La canadese, 28 anni, è nel tabellone del WTA 125 in programma a Vancouver, Canada, a partire dal 15 agosto.

Sarà l’olandese Arianne Hartono l’avversaria di Genie nel suo primo match dal 17 marzo 2021, quando a Monterrey perse contro Lin Zhu; nel giugno seguente, la ventottenne canadese ha subìto un intervento alla spalla destra e poi c’è stata una riabilitazione andata per le lunghe più del previsto. Il rientro ai tornei era in un primo momento previsto per Wimbledon, ma l’assenza di punti in palio ha convinto Bouchard a rinunciarvi. 

Bouchard, che al top della forma – era il 2014 – raggiunse semifinale ad Australian Open e Roland Garros e finale a Wimbledon, tenta ora una lunga risalita. A 28 anni Genie ha ancora il tempo per ricominciare da capo. Servirà una grande costanza nel lavoro perché il percorso è di quelli durissimi: vedremo se la star canadese riuscirà nel suo intento. 

 

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Anti-doping, sospeso l’ex top 100 Andrej Martin

Sospensione provvisoria per lo slovacco, finalista a Umago 2016 battuto da Fognini, dopo il rilevamento di una sostanza proibita

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Andrej Martin - Umago 2016 (foto di Roberto Dell'Olivo)

Ce lo ricordiamo soprattutto per essere stato l’avversario sconfitto da Fabio Fognini nella finale di Umago del 2016. Un paio di mesi prima, partendo dalle qualificazioni, aveva raggiunto il terzo turno del Roland Garros. Una fugace apparizione in top 100 alla fine di quel mese di luglio, poi il best ranking al n. 93, raggiunto in virtù di ottimi risultati a livello Challenger e della semifinale a Cordoba nel febbraio 2020. Più di recente, precisamente nel maggio dello scorso anno, aveva strappato un set a Novak Djokovic nella semifinale di Belgrado 2. Si tratta dello slovacco classe 1989 Andrej Martin e ne parliamo perché la ITIA, l’International Tennis Integrity Agency, ha confermato di averlo provvisoriamente sospeso come prevede l’articolo 7.12.1 del Programma Anti-Doping.

La ITIA, si legge nel comunicato, aveva inviato al giocatore un avviso di violazione il 22 luglio scorso per la presenza nel campione di una sostanza proibita e per l’uso di tale sostanza senza una valida esenzione per uso terapeutico. Attualmente n. 203 del ranking ATP, Martin era stato sottoposto al controllo al Challenger di Bratislava, la sua città natale, in giugno. Il nome della “sostanza non specificata” rilevata nel campione A è SARM S-22, dove SARM indica i Modulatori Selettivi del Recettore degli Androgeni. Leggiamo che l’S-22 dà benefici nello sviluppo muscolare. In ogni caso, si tratta di una sostanza che comporta l’obbligo della sospensione preventiva.

Al giocatore è stata data l’opportunità di richiedere che venga analizzato anche il campione B per l’eventuale conferma del risultato. Nel comunicato, la ITIA (responsabile della gestione e dell’amministrazione dell’anti-doping nel tennis professionistico) chiarisce inoltre che durante la sospensione Martin non potrà partecipare ad alcun evento autorizzato, organizzato o sanzionato dagli organi di governo dello sport.

 

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