Gli Internazionali BNL d'Italia sospendono la vendita dei biglietti ma non dicono nulla sui rimborsi

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Gli Internazionali BNL d’Italia sospendono la vendita dei biglietti ma non dicono nulla sui rimborsi

Tra i 18 tornei su terra rinviati o cancellati, Roma è uno dei pochi a non aver fatto chiarezza su come (e se) si svolgerà la procedura di rimborso dei biglietti acquistati

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Lo stadio Pietrangeli gremito durante gli Internazionali BNL d'Italia 2019 (foto Felice Calabrò)

Alla fine anche gli Internazionali BNL d’Italia hanno dovuto desistere. Roma non è stata costruita in un giorno, cantavano i Morcheeba, e neanche può essere riprogrammata in un giorno (o in pochi giorni): così se il Masters 1000 italiano era rimasto l’unico tra i tornei sospesi a lasciare aperta la vendita dei biglietti, e uno dei pochi a non fare chiarezza sulla possibilità di ottenere il rimborso di quelli già acquistati, quantomeno la vendita dei tagliandi è stata bloccata.

Non sembra affatto un caso che la decisione sia arrivata dopo il pezzo scritto da Riccardo Bisti su Tennisworlditalia, che evidenziava l’unicità – per non dire l’anomalia – costituita della scelta degli organizzatori del torneo capitolino nell’ambito dei diciotto tornei su terra (ATP e WTA) coinvolti dall’ultima sospensione del circuito.

Nove tornei – Houston, Montecarlo, Barcellona, Estoril, Madrid, Ginevra, Lione, Charleston e Stoccarda – hanno già dato appuntamento al 2021.

Il torneo maschile di Marrakech e quelli femminili di Praga, Istanbul e Rabat non hanno comunicato nulla in via di ufficiale, ma data la dimensione molto piccola dei tornei è più facile dedurre inefficienza che una reale volontà di organizzare comunque il torneo quest’anno.

Monaco di Baviera (ATP) e Strasburgo (WTA) hanno invece esplicitato l’intenzione di provare a salvare l’edizione 2020, provvedendo comunque il primo a rassicurare i tifosi – la policy dei rimborsi non è stata chiarita, ma verrà fatto nelle prossime settimane – e il secondo ad attivare già la procedura dei rimborsi. Lo stesso vale per l’International di Bogotà, che ha pasticciato un po’ con un comunicato Facebook che non cela l’intenzione di prendere tempo. Anche l’ATP 250 di Budapest è rimasto in questo limbo: il direttore del torneo ha detto che la salute ha la priorità per adesso.

E poi ci sono gli Internazionali d’Italia, che come questi ultimi quattro tornei – e come ha esplicitato il presidente FIT Binaghi – vogliono provare a riciclarsi nel 2020. Comprensibile, gli interessi economici in gioco sono molto importanti, meno comprensibile è (stato) lasciare la vendita dei biglietti aperta così a lungo e soprattutto glissare sul tema cruciale dei rimborsi. Nel 2019, la federazione italiana ha incassato 11 milioni dalla vendita dei biglietti, circa il 30% dei proventi totali (36,3 milioni) garantiti dall’organizzazione del torneo. Potete leggere qui il dettaglio dell’ultimo bilancio rilasciato dalla FIT.

 

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Wimbledon è assicurato contro la pandemia, ma gli altri tornei rischiano di non sopravvivere

Il ‘The Times’ e il ‘New York Times’ lo danno per certo, ed è uno dei pochissimi tornei ad averla stipulata. Questo rende meno amara la cancellazione. Ma cosa può accadere ai tornei più piccoli?

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Vista sul centrale di Wimbledon (foto Gianni Ciaccia)

Nella giornata di mercoledì – nessun pesce d’aprile purtroppo, tutto vero – è stata disposta una nuova sospensione dei due circuiti fino al 13 luglio, ma soprattutto è arrivata la decisione del Board of Governors di Wimbledon che ha cancellato l’edizione 2020 dello Slam londinese. Un turbamento che la quiete dei Championships non accusava dall’ultima edizione saltata a causa della guerra, quella del 1945. Ma ad attutire questa caduta sembra esserci un materasso di cui la maggior parte dei tornei non dispone.

Secondo il New York Times – in un articolo firmato da Christopher Clarey – e il The Times – la penna è quella di Stuart Fraser, non meno attendibile – lo Slam londinese è uno dei pochi tornei del circuito ad essere dotato di un’assicurazione completa che copre anche le pandemie (ecco la risposta alla curiosità espressa da Jon Wertheim). Va da sé che si tratta anche di uno dei pochi che poteva permettersi di stipularla: secondo le stime diffuse da Clarey, il premio annuale di una polizza contro l’annullamento è compreso tra i 200.000 e i 700.000 dollari con oscillazioni che dipendono dagli incassi – e dunque dalla caratura del torneo.

Eh, ma quanto incassa un torneo? Partiamo dagli Slam. Secondo Forbes, nel 2017 Wimbledon ha generato introiti per circa 289 milioni di dollari (americani), mentre lo US Open ne ha incassati 335 stra-vincendo la partita sul fronte del ticketing (120 milioni a 47). Sono dati piuttosto attendibili che vanno comunque interpretati con il dovuto margine di errore, mentre sull’Australian Open possiamo essere precisi al centesimo: Tennis Australia pubblica un report di oltre cento pagine dettagliando la situazione finanziaria del torneo. L’ultimo disponibile si riferisce all’edizione 2019 e denuncia un incasso complessivo di 373,591,596 dollari australiani, che al cambio attuale sono circa 229 milioni americani. Il Roland Garros si inserisce tra le cifre dell’Australian Open (lo Slam più ‘povero’, nonostante venda più biglietti di tutti) e quelle di Wimbledon.

 

Si consideri che gli Slam sono eventi molto in salute e incassano sempre più dell’anno precedente (lo testimonia il continuo aumento dei montepremi), dunque è opportuno comparare le cifre della stessa stagione. Un buon confronto è offerto dal grafico di statista.com che si riferisce alle edizioni 2015 dei quattro Major e conferma la classifica prima anticipata – US Open in testa, Aus Open in coda, in mezzo i due Slam europei – oltre a delineare una revenue media di 218 milioni per Slam,

Gli incassi dei quattro Slam nel 2015 (fonte Statista.com)

Questa media è sicuramente cresciuta. Di quanto? L’Australian Open (dato certo) ha fatto segnare un +31% in quattro anni, US Open e Wimbledon 2017 sono cresciuti rispettivamente del 9,8% e del 6,5% soltanto tra 2016 e 2017. È molto improbabile che l’aumento quadriennale sia stato inferiore al 25%, dunque si può ipotizzare che la revenue media degli Slam nel 2019 si sia aggirata tra i 250 e i 300 milioni di dollari.

Da qui, estrapolare il guadagno netto è semplice soltanto per l’Australian Open che lo segnala a chiare lettere: nel 2019 il torneo ha intascato 6,5 milioni (circa l’1,7% degli incassi). Il The Times scrive invece che Wimbledon ha un surplus annuale di circa 50-55 milioni di dollari, il 90% del quale viene girato alla Lawn Tennis Association: nonostante nel 2014 lo Slam londinese venisse segnalato come quello in grado di ‘profittare’ di più (ma non possiamo essere certi che oggi accada lo stesso), la sproporzione con Melbourne appare troppo evidente per non immaginare che la stima britannica sia un po’ generosa.

Quel che invece è certo, è che tra gli Slam e gli altri tornei c’è un abisso.

Bill Oakes, ex direttore del torneo di Winston-Salem e chairman del gruppo che rappresenta gli interessi degli ATP 250, ha detto (sempre al New York Times) che i Masters 1000 vantano un profitto di circa 6 milioni/edizione, gli ATP 500 superano di poco il milione e gli ATP 250 si fermano a circa 125000 dollari, con un budget operativo di circa 4 milioni. Bob Moran, direttore del WTA di Charleston, ha confermato che i margini sono simili nei tornei femminili.

Questo quadro restituisce già a sufficienza la difficoltà (per non dire l’impossibilità) per un torneo medio-piccolo di stipulare una polizza assicurativa. Ulteriori indicazioni arrivano dalle parole di
Edwin Weindorfer, CEO di e|motion, ovvero la compagnia di management sportivo che organizza il torneo maschile di Stoccarda e quest’anno avrebbe dovuto organizzare anche le new entry Berlino (donne) e Maiorca (uomini). “Siamo assicurati contro terremoti e atti di terrorismo, ma che io sappia nessun torneo è assicurato contro la specifica evenienza del virus, dunque l’assicurazione non può aiutarci“.

Il torneo di Stoccarda è privo di un’assicurazione che copra la pandemia, come quasi tutti

Nel tragico scenario complessivo, Wimbledon sembra invece avere questo paracadute. Cadrà e si farà male, come tutti i tornei che non si disputeranno quest’anno, ma avrà più margine per rialzarsi e forse proprio per questo ha preso con largo anticipo la decisione di cancellare. La fragilità dei ciuffi di Perennial Ryegrass, la varietà d’erba di cui sono fatti i campi di Church Road, non consente di giocare con temperature troppo rigide e in questa finestra temporale (diciamo entro fine agosto) Wimbledon non ha ricevuto alcuna garanzia di poter giocare a porte aperte. E dunque si è fatto da parte, contando su quel margine di cui sopra.

Il margine, però, diventa progressivamente più risicato se si scende ai Masters 1000 meno ricchi, agli ATP 500 e soprattutto ai 250. Oakes dice chiaramente che ogni torneo dovrebbe preoccuparsi per questa situazione, e specifica anche che cancellare un evento con maggiore preavviso aiuta a contenere le perdite. Dalla valutazione di questo precario equilibrio nasce dunque l’azzardo – che potrebbe anche pagare – di alcuni tornei, come gli Internazionali d’Italia, che non si sono ancora arresi e vogliono provare a giocare comunque quest’anno.

Per alcune manifestazioni, riuscire a giocare potrebbe costituire il discrimine per rimanere in vita. Se infatti nel 2018, stagione regolarmente disputata, l’impressionante quota di tredici ATP 250 su quaranta ha chiuso il bilancio in rosso, l’ipotesi che nel 2020 questo rapporto si trasformi in un bagno di sangue è molto più di una ipotesi. L’organizzatore di qualche torneo già in difficoltà economica prima della pandemia potrebbe decidere di pigiare l’unico bottone rosso disponibile sulla scrivania: vendere la licenza del torneo e salvare il salvabile. Per quella di un ATP 250 se ne può ricavare una cifra compresa tra un milione e dieci milioni di euro, scrive Clarey.

Insomma, secondo diversi modelli di studio il coronavirus avrà un impatto duraturo sulla nostra vita quotidiana, sulle nostre abitudini e sul modo di rapportarci agli altri. I calendari ufficiali di ATP e WTA potrebbero non fare eccezione, ma non è detto che un eventuale repulisti – per quanto crudele – non possa giovare alla salute dei due circuiti probabilmente troppo pieni di eventi. E non tutti così sostenibili.

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Thiem risponde a Bresnik: “É un megalomane, sa benissimo perchè l’ho licenziato”

Immediata la risposta di Dominic Thiem alle dichiarazioni del suo ex-allenatore e manager Guenther Bresnik: “

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Dominic Thiem - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non si è fatta attendere la replica di Dominic Thiem, n. 3 della classifica ATP e finalista all’ultimo Australian Open, che dopo le parole al vetriolo rilasciate dal suo ex manager ed ex allenatore Gunther Bresnik, ha fatto pervenire a stretto giro di… comunicato stampa una risposta piuttosto piccata.

È davvero disdicevole che Gunther Bresnik, per qualunque motivo l’abbia fatto, sia arrivato a parlar male di me e della mia famiglia in pubblico dopo che abbiamo lavorato per così tanto tempo assieme raggiungendo ottimi risultati – ha dichiarato Thiem all’agenzia APA – Se crede di non essere stato rispettato dopo che io gli ho pubblicamente riconosciuto i suoi meriti, e se pensa davvero che [senza di lui] mio padre sarebbe solo un maestro di club a Seebenstein ed io sarei un giocatore da Futures, mi viene da pensare che soffra di megalomania e che sia lui a non avere nessun rispetto per me e per mio padre”.

Le strade di Thiem e Bresnik si sono separate progressivamente nel corso del 2019: a febbraio il giocatore austriaco aveva deciso di mantenere Bresnik soltanto come manager, affidandosi alla cura tecnica del cileno Nicolas Massu, e poi subito dopo la finale raggiunta al Roland Garros in giugno Thiem aveva deciso di tagliare ogni rapporto affidando la gestione dei suoi affari a Herwig Straka. “Ho avuto i miei buoni motivi per decidere di chiudere il nostro rapporto – ha contiunato il finalista dell’Australian Open – Guenther Bresnik sa bene quali sono questi motivi, ma in questo momento non voglio renderli pubblici”.

 

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Coronavirus, i dati italiani aggiornati all’1 aprile. 727 nuovi decessi

Il totale dei decessi sale a 13155 da inizio epidemia. Non si allenta la morsa sulla Lombardia, che anche oggi fa registrare quasi 400 decessi

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Ubitennis è un portale che si occupa di tennis, tautologia delle tautologie. Questi però sono giorni troppo assurdi e diversi dagli altri per fare finta che fuori non stia accadendo nulla. Per questo, fino al termine della pandemia di coronavirus che sta colpendo l’Italia in maniera durissima, abbiamo deciso di fornirvi un aggiornamento giornaliero sulla situazione italiana. Non pretendiamo di diventare un riferimento né di inerpicarci in analisi particolarmente complesse, ma semplicemente di aiutarvi a decodificare la realtà difficile che stiamo affrontando. Sperando di poter dedicare le nostri preoccupazioni ad altro, il prima possibile.

Diminuisce, ma non abbastanza da suggerire un trend in marcato ribasso, l’incremento giornaliero dei decessi dovuto all’epidemia italiana di COVID-19.

La Protezione Civile italiana ha comunicato 727 nuovi decessi (110 in meno di ieri) che fanno salire il totale a 13155, ormai più del quadruplo dei decessi registrati nella nazione in cui l’epidemia è cominciata, la Cina. Si registrano 4782 nuovi contagi (incremento superiore a quello di ieri) e il totale di casi sale a 110574‬. Il numero dei pazienti attualmente positivi è di 80572, 4035 (+13 rispetto a ieri, dato molto positivo) dei quali ricoverati in terapia intensiva. 28403 pazienti sono ricoverati in ospedale con sintomi lievi mentre sono 48134 i positivi in isolamento domiciliare. La Lombardia rimane la regione più colpita con 1565 nuovi positivi (totale regionale 44773) e 394 nuovi decessi (totale regionale 7593).

 

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