L'isolamento letterario di Andrea Petkovic, eccezione alla regola di David Foster Wallace

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L’isolamento letterario di Andrea Petkovic, eccezione alla regola di David Foster Wallace

Andrea ha creato un club del libro e sembra voler sconfessare il celebre saggio di Wallace, che disse di Michael Joyce (tracciando il ritratto del tennista-prototipo) ‘è un uomo completo, sebbene in modo grottescamente limitato’

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Andrea Petkovic - dal profilo Instagram @racquetbookclub

L’obbligo di stare a casa imposto dalle contingenze della pandemia di COVID-19 – miliardi di persone sono in isolamento, e figurarsi che ora si è aggiunta anche l’India – si è vestito di alcune implicazioni che vent’anni fa non avremmo neanche potuto sospettare, e dieci anni fa (nonostante i primi segnali) ci sarebbero comunque sembrate difficili da raggiungere.

Di questo isolamento, stiamo documentando tutto. Eravamo 90 milioni al mese su Instagram sette anni fa, meno degli abitanti dell’Egitto, oggi siamo un miliardo: se gli utenti mensili di Instagram fossero un paese, sarebbero il terzo più popolato del mondo dopo Cina e India. C’è di più: se gli utenti attivi di Facebook, Youtube e WhatsApp (dati statista.com) avessero un territorio e dei confini, sarebbero i tre stati più abitati del mondo. Facebook e Youtube sfondano il tetto dei due miliardi di utenti, per darvi un’idea.

In un momento in cui sembra quasi ci sia concesso di fare soltanto quello e abbiamo moltissimo tempo per farlo, la nostra attività sui social dice di noi molto più di quello che crediamo. Rivela la nostra resistenza alla noia, le armi con cui combattiamo la disperazione, persino la capacità di tradurre questa sciagura in opportunità. Qui entrano in gioco gli atleti, un esercito di fibre muscolari ben allenate il cui tasso di disoccupazione, al momento, sfiora il 100% – salvo eccezioni perlopiù calcistiche: si gioca in Bielorussia, Birmania, Nicaragua e si fanno amichevoli in Svezia. I tennisti non fanno eccezione, sono tutti a casa.

 

Li stiamo vedendo: Djokovic fa Capitan Uncino coi figli, Nadal dimentica di sbarbarsi e si diverte in cucina (senza piano a induzione, fanno notare i modernisti), Sinner si inventa un modo simpatico di fare beneficenza mentre gli altri italiani (Travaglia e Sonego su tutti) tengono fede ai principi costituzionali impastando e panificando. Fognini no, si taglia i capelli e lancia una delle challenge che oggi vanno tanto di moda. Sono gli intrattenitori-raccontatori, una fronda che ha trovato in Kristie Ahn (27 anni, ottavi all’ultimo US Open, rimembrate?) un autentico spirito guida: fenomeno assoluto dell’intrattenimento virtuale, se volete approcciarvi a Tik Tok in modo discreto seguite lei.

C’è anche chi esagera. Stan Wawrinka ormai viaggia al ritmo di due dirette Instagram al giorno, chiama a rapporto quell’altro perdigiorno di Paire e si scambiano frammenti di taedium vitae che viene da sperare possano tornare a giocare presto, altrimenti quando li recuperi più questi. Ci sono gli introspettivi – Tsitsipas, Serena, anche Berrettini – che invocano un senso di responsabilità mondiale per sconfiggere la pandemia, quelli che tirano fuori le fotografie di quando erano bambini, quelli che si amano da pazzi e non lo nascondono: siate onesti, non vorreste tutti voi un idillio come quello di Marcos Baghdatis e sua moglie Karolina?

Stan Wawrinka, dal suo profilo Instagram

E poi c’è Andrea Petkovic. Laddove gli altri si raccontano, lei prova a istruire; mentre gli altri passano il tempo, lei ci coinvolge nel suo. Certo ci mette anche a parte del suo workout, recita la scena di un film chiedendoci di indovinare quale sia (è Gary Oldman in Leon, un film francese che oltre a lanciare Jean Reno ha inaugurato la carriera di quell’insana portatrice di grazia che è Natalie Portman) e svolge persino servizio pubblico facendo il debunking a Bernard Tomic, che aveva detto di avere tutti i sintomi del coronavirus: “Gli ho scritto e mi ha detto di aver mentito e che non sa neanche perché l’ha fatto: è tutto normale, è Tomic“. E chi crede che quest’attività non sia necessaria, pensi al fatto che una piccola fetta d’Italia ha creduto all’istante che un servizio televisivo del 2015 potesse spiegare l’origine in laboratorio di un virus del 2020.

Ecco, oltre a fare queste cose Andrea – laureata in scienze politiche e laureanda in filosofia e letteratura, oltre che conduttrice televisiva su ZDF – ha anche creato un club del libro su Instagram, il Racquet Book Club, per inaugurare il quale ha scelto quattro titoli da mettere ai voti: il preferito dai suoi follower sarebbe diventato oggetto di discussione e lettura collettiva. Ha vinto con largo margine String Theory di David Foster Wallace, una raccolta di cinque saggi tennistici che come il disco di una rockstar mutua il nome dal singolo più riuscito, che in questo caso è l’omonimo affresco di Michael Joyce (ex n.64 del mondo, forse più famoso per aver allenato e condotto al successo Sharapova) commissionato a Wallace dalla rivista ‘Esquire’ nel 1996. Lo potete leggere qui, in lingua originale, ma lo trovate anche tradotto nella raccolta ‘Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)’. Amazon va un po’ a singhiozzo con le consegne, ma con l’e-book andate sul sicuro.

È uno scritto di una bellezza stordente. Oltre a contenere descrizioni memorabili di alcuni tennisti – citiamo quella di Richard Krajicek, che secondo DFW ‘si lancia verso la rete come se questa gli dovesse dei soldi‘ – è la miglior cosa che possa capitarvi di leggere per capire cos’è un tennista al di fuori del tennis, ovvero quali possibilità in termini di interessi, curiosità nei confronti del mondo e sviluppo culturale rimangano a chi sia costretto a dedicare a quest’attività maniacale metà delle ore di veglia dai dodici anni fino al giorno del ritiro. Ed è esattamente il tema che emerge da questo isolamento forzato, dove i tennisti vengono spogliati della loro principale attività e ci vengono consegnati per quello che sono – e sono sempre stati: esseri umani, con passioni e tempo libero da riempire.

Esseri umani ai quali abbiamo sempre chiesto, in modo a volte ingeneroso, di stupirci in conferenza stampa, di non essere banali, di offrirci un punto di vista sensato in risposta a ogni nostro quesito nonostante fossero reduci da battaglie di tutt’altro tipo e occupassero le loro giornate a cercare ossessivamente di trovare un modo per vincerne il più possibile, mica a sfogliare manuali di sociologia. Wallace si è imbattuto in questo equivoco trascorrendo una mezza estate con Joyce, e lo ha descritto così:

Fate caso al modo in cui i ‘ritratti personali dietro le quinte’ degli atleti si sforzano il più possibile di trovare prove di un’esistenza completa, di interessi e attività al di fuori dello sport. Ignoriamo ciò che è ovvio, che la maggior parte di questo sforzo è una farsa. È una farsa perché la realtà di un atleta di alto livello oggi richiede un impegno precoce e totale per eccellere in un settore. Una concentrazione ascetica. Il sacrificio di tutti gli altri aspetti della vita umana in funzione di quello scelto e perseguito. Il ‘permesso’ di vivere in un mondo che, come quello di un bambino, è molto piccolo“.

Michael Joyce

E poi ancora, tracciando con precisione assoluta i contorni della figura di Joyce:

In quello che Michael Joyce dice, trovi raramente un qualche tipo di angolazione o di punto di vista; per lo più, riporta semplicemente quello che vede, come una macchina fotografica. Non potresti neanche chiamarla sincerità, perché non è che sembri mai passargli per la testa di cercare di essere sincero o insincero. Per un po’ ho pensato che il candore un po’ mellifluo di Joyce fosse una conseguenza della sua scarsa intelligenza. Questo giudizio era in parte influenzato dal fatto che Joyce non è andato al college ed è stato solo marginalmente interessato alle materie di studio durante le superiori (cose che so perché me le ha dette lui da subito). Quello che ho scoperto, man mano che il torneo andava avanti, è stato che certe volte riesco ad essere abbastanza snob e testa di cazzo, e che la schiettezza non ostentata di Michael Joyce non è un segno di stupidità ma di qualcos’altro“. Ovvero, di quella dedizione ascetica sopra descritta.

Wallace concluse il saggio dicendo che per Joyce, a ventidue anni, era già tardi ‘per qualsiasi cosa’ che non fosse quel già citato qualcos’altro. “Joyce, in altre parole, è un uomo completo, sebbene in modo grottescamente limitato“.

Parole che il diretto interessato non aveva ben compreso in prima istanza, a reportage appena uscito, ma che a distanza di tempo avrebbe perfino apprezzato: “Anni dopo, quando uscì il libro che lo conteneva, ero più vecchio e più maturo” ha raccontato Joyce.Ho cominciato a guardare a quella ‘cosa’ in maniera differente: era un saggio stupefacente. Finalmente, riuscii a vedere il genio nella sua scrittura. Poi Wallace divenne una leggenda della narrativa e oggi è incredibile pensare di essere, in qualche maniera, legato per sempre a lui”. E allora forse Wallace, pur fastidiosamente lucido in ogni sua esternazione, non aveva del tutto ragione sul fatto che per Joyce fosse tardi per qualsiasi cosa. Non lo è stato per comprendere se stesso attraverso le parole di un estraneo, seppure illustre.

Se però accettiamo il pensiero di Wallace come regola, e ci sono pochi motivi per non farlo, sappiamo anche come considerare Andrea Petkovic – che ha stimolato questa riflessione: un’eccezione. Quanto replicabile? Difficile dirlo, senza trovarsi nella posizione di chi colpisce rovesci per una vita e poi a un certo punto si ritrova costretto in casa, con le racchette in un armadio e i muscoli impigriti da un’attività fisica soltanto domestica.

Andrea Petkovic – Fed Cup (foto via Twitter, @FedCup)

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Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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Numeri

Otto numeri per i 50 anni di Gabriela Sabatini

I nostri auguri alla tennista straniera più amata dal pubblico italiano sono una raccolta di statistiche e aneddoti. Le vittorie, le debolezze, la rivalità con Steffi Graf e la grande amicizia con Monica Seles

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Oggi Gabriela Sabatini compie 50 anni. Abbiamo scavato nei suoi ricordi grazie alla penna di Sebastián Torok, che l’ha intervista per ‘La Nación’. Oggi, per augurarle buon compleanno, abbiamo selezionato otto numeri per ricostruire la sua carriera. Otto, come gli anni che aveva quando ha vinto il suo primo torneo.

1 – i titoli Slam conquistati in singolare. Quando Sabatini nel 1990 a New York vinse lo US Open, ruppe la maledizione che sembrava accompagnarla nei grandi tornei: in precedenza aveva raggiunto già otto semifinali e una finale nei Major e da quasi cinque anni era in top 10, ma non aveva mai vinto uno Slam. Gabriela arrivò all’ultimo atto del Major statunitense per la prima volta nel 1988, ma in quella circostanza si arrese (solo al terzo set) a Steffi Graf, che con quel successo centrò – terza a riuscirci dopo Maureen Connolly nel 1953 e Margaret Smith Court nel 1970 – il grande Slam. La campionessa tedesca, in quegli anni autentica dominatrice del circuito (lo fu ininterrottamente da agosto 1987 a marzo 1991), nell’estate del 1990 rappresentò per l’argentina nuovamente l’ultimo ostacolo da superare per vincere uno Slam.

A inizio settembre di trenta anni fa Sabatini coronò il suo sogno: grazie a una superba prova, superò infatti Graf col punteggio di 6-2 7-6, dopo aver perso un solo set nel corso di quel torneo, in semifinale contro Mary-Joe Fernandez. Per la tennista argentina nel luglio 1991 arrivò poi una terza finale Slam, questa volta a Wimbledon, sempre con Steffi Graf dall’altra parte della rete: sui prati londinesi Gaby giunse a soli due punti dalla vittoria dei Championships, prima di cedere in volata (8-6 al terzo set). Dopo quella amara partita ci furono “solo” altre otto semi a livello Slam (in tutto saranno diciotto): tre di esse nel 1992, con l’ultima raggiunta allo US Open del 1995.

4 – le edizioni (1988, 1989, 1991 e 1992) vinte degli Internazionali d’Italia, il torneo nel quale Sabatini vanta più successi (non ha mai vinto nessun’altra manifestazione per più di due volte). Una trentina d’anni fa nacque un legame speciale tra l’argentina e il torneo romano: Gaby era amatissima dal pubblico italiano, un sentimento da lei ricambiato, anche per le origini dei propri avi (il nonno era originario di Potenza Picerna, vicino Macerata). Un’alchimia perfetta che fu d’aiuto alla tennista argentina per vincere, dopo la finale romana persa in tre set contro Graf nel 1987, ben ventitré delle seguenti ventiquattro partite giocate al Foro Italico: arrivarono così i titoli di quattro delle successive cinque edizioni alle quali partecipò (nel 1990 fu fermata in semifinale da Navratilova).

 

Non va dimenticato che in questa serie sono incluse le due finali romane vinte nel 1991 e 1992 contro Monica Seles, allora numero 1 al mondo, entrambe le volte superata nettamente in due set. Vittorie arrivate grazie a prestazioni considerate negli anni successivi dalla stessa Gabriela come tra le sue migliori in assoluto; contro la serba naturalizzata statunitense, oltre alle due finali a Roma, Sabatini vinse solo un’altra volta, contro una Seles quattordicenne a Miami nel 1988. Le sconfitte totali furono undici. Una grande stima ha sempre legato Gaby e Monica: quest’ultima, nella sua biografia, l’ha dipinta non solo come una tennista che avrebbe meritato di vincere maggiormente, ma l’ha elogiata come donna, ricordando come nel 1995 l’argentina sia stata l’unica delle top 20 a non aver votato contro la decisione della WTA di restituire il numero 1 a Seles dopo l’attentato subito ad Amburgo.

L’incredibile striscia di risultati romani per Sabatini si concluse nel 1994, quando Gabriela fu sconfitta al primo turno da Irina Spirlea, un passo falso che non le impedì di essere dopo Chris Evert (vincitrice cinque volte a Roma) e, assieme a Conchita Martinez, la seconda tennista più vincente della storia degli Internazionali d’Italia. Oltre che la più amata di sempre dal pubblico italiano.

6 – gli anni che Gabriela aveva quando per la prima volta impugnò una racchetta da tennis. Cresciuta vedendo giocare in un circolo della sua città natale (Buenos Aires) il padre Osvaldo, manager alla General Motors, nonché il fratello più grande, volle emularli: mostrò subito grande talento e all’età di dieci anni era già la più brava under 12 argentina. Nel 1984 si impose da quattordicenne all’attenzione mondiale, vincendo sette degli otto tornei giocati da junior (tra i quali il Roland Garros) e arrivando al numero 1 di categoria, dopo essere stata l’anno precedente la più giovane vincitrice di sempre dell’Orange Bowl. Animata da grande fame di vittoria, ma al contempo timida – a fine carriera dirà: “Molte volte preferivo arrivare in semifinale, così vincevo partite ma al contempo evitavo le luci  della ribalta“- si mise in mostra grazie anche alla ferocia agonistica che metteva in campo. Una determinazione che però alternava con un atteggiamento schivo appena lasciata la racchetta, un’indole non certo aiutata dalla scarsa conoscenza della lingua inglese che accompagnò i primi anni della carriera.

Nel 1984 lasciò gli studi per concentrarsi al 100% sul tennis, che le offriva grandi soddisfazioni: Gabriela (ventisei anni fa) esordì nel circuito maggiore sconfiggendo ben tre top 50 (tra le quali la nostra Reggi) e diventando la più giovane tennista di sempre ad accedere al terzo turno degli US Open, un piazzamento decisivo per chiudere la stagione da 74 WTA. Quell’anno decise anche di farsi allenare da Patricio Apey, ex tennista cileno, e di spostare la sede degli allenamenti in Florida. Nel 1985 arrivò l’esplosione definitiva: prima a Hilton Head sconfisse nello stesso torneo due top 10, poi arrivò sino alle semifinali del Roland Garros (dove perse contro Evert) e, infine, vinse il primo torneo della sua carriera, a ottobre sul cemento all’aperto a Tokyo, chiudendo a soli quindici anni la stagione da dodicesima giocatrice al mondo, dopo aver fatto il primo ingresso in top 10 a settembre.

10 – le stagioni terminate nella top ten di singolare, con cinque di queste chiuse in top 5 e tre concluse da terza giocatrice al mondo (ci riuscì nel 1989, 1991 e 1992), il piazzamento che è stato anche il suo best career ranking. Dal 1985, primo anno in cui fece il suo accesso nella top 10, sino al 1995, ultima stagione giocata interamente nel circuito, è sempre riuscita a mantenersi ad alti livelli distribuendo in questo lungo arco temporale i ventisette titoli conquistati nel circuito maggiore. L’unico anno in cui non ha vinto tornei è stato il 1993, quando comunque ha raggiunto la semifinale all’Australian Open (dove fu sconfitta nettamente da Seles) e due finali importanti ad Amelia Island e Berlino, perse rispettivamente contro Arantxa Sanchetz e Graf. Il 1993 è anche la stagione di uno dei ricordi più amari della carriera di Gabriela: arrivata ai quarti del Roland Garros lasciando alle avversarie solo tredici games nei precedenti quattro turni, perse contro Mary Joe Fernandez dopo essere stata avanti 6-1 5-1 e aver sciupato cinque match point.

A pagina due: la splendida finale del Masters 1990, le vittorie in doppio con Steffi Graf… e la rivalità con la tedesca

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Personaggi

Original 9: Kristy Pigeon

Primo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Si comincia con la più giovane, la mancina Kristy Pigeon

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La prima protagonista è Kristy Pigeon. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Nella prima puntata di una nuova serie sulle giocatrici che hanno fondato la WTA, abbiamo incontrato Kristy Pigeon, il membro più giovane del pionieristico Original 9. Kristy Pigeon aveva solo 20 anni quando prese posizione come Original 9 ai Virginia Slims Invitational nel 1970. Vincitrice dei titoli junior US e Wimbledon, la mancina ha raggiunto gli ottavi all’All England nel 1968 e 1969 ed è stata Top 10 degli Stati Uniti. Pigeon ha lasciato il tour nel 1975 all’età di 25 anni e ha conseguito una laurea in Arte e Biologia presso la UC Berkeley. Dopo essere tornata brevemente a giocare nel World Team Tennis, si è trasferita in Idaho, dove ha gestito la Elkorn Tennis School per 11 anni. Nel 1991 ha fondato il Centro di addestramento equino Sagebrush per portatori di handicap, che è diventata una delle principali sedi di ippoterapia della nazione. Si è ritirata da direttore esecutivo di SETCH nel 2011, ed è un’ambientalista attiva.

Come hai iniziato a giocare a tennis?
All’età di sei anni mi sono unita a una squadra di nuoto competitiva nella mia città natale di Danville, in California. Durante l’estate del 1962 fu offerto un programma di tennis gratuito presso il centro ricreativo della comunità situato a pochi passi dalla piscina. Dopo l’allenamento di nuoto mi mettevo le mie Keds e mi dirigevo al campo con ancora il mio costume da bagno Speedo nero addosso. Alla fine dell’estate ho vinto il torneo cittadino e mi sono appassionata al tennis.

 

In quale momento hai capito che amavi giocare a tennis e volevi sceglierlo come carriera?
Dopo aver vinto il torneo in città, ho accettato un lavoro al Diablo Country Club per pulire il negozio pro in cambio di lezioni. All’età di 13 anni mia madre mi ha fatta entrare nei tornei junior della Northern California Tennis Association e sono rapidamente salita al top della mia fascia d’età. All’inizio del 1968 ho fissato un obiettivo impegnativo e ho deciso che il tennis era l’elemento più importante della mia vita.

Come è stata influenzata la tua vita dal tennis?
Il tennis mi ha offerto l’opportunità di sviluppare la fiducia e le abilità di vita che porto con me ancora oggi. I viaggi e il cameratismo internazionale mi hanno esposto ad un mondo grande in giovane età. La mia capacità di fissare obiettivi e rimanere concentrata si è sviluppata grazie alle mie esperienze di tennis.

Quale è stata la tua esperienza più memorabile mentre giocavi nel Tour WTA?
La mia esperienza più memorabile non è stata quella di giocare nel tour, ma di aver contribuito a creare le basi nel 1970 che hanno portato alla formazione della WTA nel 1973. Come una degli Original 9, ho combattuto per un premio in denaro uguale per donne e uomini.

Come descriveresti il tuo stile di gioco? Quali sono stati i tuoi punti di forza?
Dato che preferivo il serve-and-volley, le mie migliori performance sono state sull’erba. Penso di aver detenuto per un po’ di tempo il record per aver giocato la partita più breve agli Open di Francia! Nella mia prima partita su terra rossa ho perso con Ann Haydon Jones 6-0, 6-0 in 39 minuti. Ho imparato che il gioco serve-and-volley non funziona sulla terra lenta!

Che cosa hai fatto da quando ti sei ritirata?
Dopo essermi ritirata dal tennis e aver conseguito la laurea, mi sono trasferita a Sun Valley, nell’Idaho. Insegnavo a sciare in inverno e gestivo una scuola di tennis in estate. Nel 1991, ho fondato un programma di equitazione terapeutica senza scopo di lucro per essere utile ad adulti e bambini con problemi mentali e fisici nell’Idaho meridionale. Oggi il mio obiettivo è costruire paludi e ripristinare l’habitat per la fauna selvatica.

Descrivi un ostacolo che sei riuscita a superare durante la tua carriera nel tennis.
Mio padre non era favorevole al mio interesse per il tennis. Invece di esercitarmi in campo, pensava che avrei dovuto fare un provino per cheerleader del liceo. La sua idea della donna perfetta era quella che indossava maglioni d’angora stretti e sfoggiava tacchi altissimi! Ho superato questo ostacolo dissociandomi da mio padre, mantenendo il percorso scelto e accettando il sostegno di mia madre.

A chi guardi e perché?
Gladys Heldman (madre di Julie, ndr). Era una innovatrice, una donna d’affari di successo e una pensatrice creativa. Sono rimasto amica di Gladys molto tempo dopo che abbiamo formato il Virginia Slims Circuit. È diventata la mia mentore nell’arte di diventare una raccoglitrice di fondi di successo a beneficio delle organizzazioni no profit.

Descrivi la tua vittoria più memorabile e ciò che hai imparato.
Ho vinto il Welsh Open nel 1968 dopo aver quasi perso con una ragazza locale al primo turno. Stavo giocando orribilmente contro questa sconosciuta e ho perso la mia grinta. Dopo aver ottenuto la vittoria, ho scoperto che ogni punto può determinare il risultato di una partita e che bisogna rimanere equilibrati e concentrati su ogni punto. Un aggiustamento dell’atteggiamento mi ha aiutato a vincere il torneo.

Qual è stato il tuo torneo preferito da giocare?
Senza dubbio Wimbledon! Non c’è niente di più bello al mondo di un campo da tennis ben curato!

Qual è il tuo film preferito sullo sport?
‘La battaglia dei sessi’, ovviamente!

Traduzione a cura di Andrea Ferrero

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