Uno contro tutti: Nastase e Newcombe

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Uno contro tutti: Nastase e Newcombe

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: i primi due sono Ilie Nastase e John Newcombe

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Ilie Nastase
 

Nell’estate del 1973, il concetto di computer non era lontanamente assimilabile a quello odierno. Basti pensare che l’Intel 8008, uno dei primi esemplari di microprocessori, aveva appena un anno di vita e solo da qualche mese aveva trovato applicazione pratica su larga scala. Ebbene, è in questo contesto che l’ATP, il 23 agosto 1973, fece uscire la prima classifica computerizzata. Anche se forse, al momento, non tutti furono in grado di coglierne l’importanza, quello fu uno spartiacque nella storia del tennis. Avvalendosi, come ricorda Luca Marianantoni nel suo libro ATP Story, di un cervellone elettronico prodotto nientemeno che da una compagnia aerospaziale, l’associazione dei tennisti fece esaminare dati e risultati di tutti i tornei giocati nell’anno in corso e parte di quello precedente. Al termine di questa laboriosa operazione – che l’ATP promise si sarebbe ripetuta con cadenza settimanale anche se poi ci vollero diverse stagioni per arrivare a regime – venne stilata una lista composta di 186 nomi. E il primo della lista risultò essere Ilie Nastase.

La classifica non era fine a se stessa, ma aveva il compito di regolamentare la presenza dei giocatori nei diversi tornei, che fin lì era avvenuta seguendo criteri di pura discrezionalità. In realtà, nel ’73 l’organizzazione del tennis a livello mondiale dipendeva ancora da diversi organismi, ciascuno dei quali portato a scontrarsi con gli altri, più che a collaborare. Proprio quell’anno, per citare l’esempio più calzante a livello temporale, la stessa ATP aveva mostrato i muscoli a sostegno dello jugoslavo Pilic nella diatriba con la federazione del suo paese e ben 83 dei suoi iscritti avevano disertato Wimbledon, ovvero il torneo più importante e famoso di tutti. La questione, se vogliamo, si risolse con una sorta di pareggio; da un lato il sindacato mostrò fermezza e coesione, dall’altro la Federazione Internazionale (che gestisce i quattro Slam e la Coppa Davis) scongiurò il fiasco di un torneo senza stelle grazie al pubblico inglese, che gremì ugualmente gli spalti, e a un vincitore, il cecoslovacco Jan Kodes, che non era proprio uno sconosciuto, avendo già vinto due edizioni del Roland Garros.

Tuttavia, il caos di sigle dal quale cercava di districarsi il tennis a metà degli anni settanta non aiutava certo a creare quei parametri utili a classificare e ordinare i giocatori e stabilirne il valore. L’avvento del World Championship Tennis, un ricco circuito alternativo a quello tradizionale con tanto di Finals che si svolgevano in Texas, pur dilatando lo spettacolo, accrebbe la confusione e di conseguenza anche i primi anni del nuovo sistema computerizzato per stilare le classifiche necessitò di un rodaggio. Così, anziché ogni settimana, all’inizio ci si dovette accontentare di pubblicazioni periodiche con cadenza praticamente mensile fino al 1975 e solo nel 1980 si centrò l’obiettivo.

 

Paradossalmente, il più scontento di questa novità fu proprio lo stesso Nastase che, dei suoi avversari, ebbe a dire: “Finora, quando mi affrontavano giocavano contro Nastase, uno come tanti altri; adesso giocano contro il numero 1 e di conseguenza hanno molti più stimoli!”. Per quanto il rumeno abbia fatto dello spettacolo – anche verbale – l’anima del suo tennis, il ragionamento in sé non fa una grinza. Quell’anno Nasty aveva dominato la stagione sulla terra rossa, da Barcellona a Roma passando per Monte Carlo, Madrid e il Roland Garros e vincendo 40 partite su 41; l’unico a batterlo, in quello scorcio di stagione, fu Adriano Panatta nella finale di Bournemouth.

Adriano Panatta

L’unico fallimento, sull’erba però, arrivò a Wimbledon, dove vestiva i panni del favorito anche grazie al boicottaggio di quasi tutti i migliori. Sarebbe stato il momento di prendersi ciò che Stan Smith, un anno prima, gli aveva negato al termine di una emozionante finale chiusa al quinto set, ma Nastase sciupò tutto fermandosi addirittura agli ottavi per mano di Sandy Mayer, uno statunitense che raggiungerà il suo best-ranking quasi un decennio più tardi (7°) e che non riuscirà mai a battere un numero uno in undici tentativi. Il passo falso londinese, tuttavia, non ingannò il computer che, come detto, incoronò il rumeno il 23 agosto, alla vigilia degli US Open.

In attesa di convertire i suoi accidentati campi dall’erba – sulla quale, disse Laver, avrebbero potuto rischiare di inciampare anche le mucche – all’Har-Tru (o terra verde), a Forest Hills si giocava ancora sul prato e Nastase era il campione in carica. Il primo incontro ufficiale da n°1, il rumeno lo giocò contro Humprey Hose, un venezuelano nato a Curaçao, e si trattò di una comoda vittoria per 6-4/6-4/6-3. Ma al secondo turno arrivò, inattesa, la sconfitta. In vantaggio di due set, Nastase si fece recuperare e perse 6-4 al quinto con Andrew Pattison, tennista della Rhodesia che l’anno dopo vincerà non senza sorpresa a Monte Carlo, peraltro battendo di nuovo Ilie che stava ancora sul trono dell’ATP.

Il regno di Nastase dura in tutto 40 settimane e 90 incontri, esattamente fino al 3 giugno 1974. In questo periodo, la sua bestia nera è Tom Okker, l’olandese volante che lo batte in cinque sfide dirette su otto. Okker, rapido di gambe e pregevole nei pressi della rete, è forse un po’ leggero ma è ancora un’epoca in cui l’abilità prevale sulla potenza e il suo eccellente top-spin gli consente di ottenere successi significativi anche sul rosso. Pur sconfitto in più occasioni, Nastase si aggiudica però il match più importante, ovvero la finale del Master che quell’anno si gioca in un’atmosfera surreale all’Hynes Auditorium di Boston. Al posto di Okker avrebbe potuto esserci Newcombe, ma proprio in semifinale contro l’olandese il baffo deve ritirarsi dopo aver conquistato il match-point perché ricadendo dallo smash vincente con cui ha chiuso il punto si è infortunato alla schiena e ha dovuto abbandonare il campo. Il giorno della finale, lo sciopero in blocco dei giudici di linea costringe gli organizzatori a trovare i sostituti tra il pubblico e l’episodio aiuta l’istrionismo di Nastase, campione tra i maestri per la terza volta consecutiva.

Tra i tredici tennisti capaci di battere Nastase quando è stato numero 1 c’è anche un italiano: Corrado Barazzutti. Il friulano ha appena ventun’anni quando riesce nell’impresa, nei quarti di finale del torneo di Monaco di Baviera, recuperando da una situazione ormai compromessa e imponendosi alla distanza per 3-6 7-6 6-1. È il 17 maggio 1974 e sono passati solo quaranta giorni da quando, nella stessa città ma sul tappeto sintetico del torneo valido per il WCT, il rumeno ha perso con il sudafricano Robert Maud, che è n.79 ATP proprio come lo era Pattison a Forest Hills. Sono, questi, i giocatori con più bassa classifica ad aver sconfitto Nastase, il cui regno è agli sgoccioli. Il titolo a Bournemouth e la finale a Roma non bastano a tenerlo sullo scranno e il 3 giugno, in concomitanza con l’inizio degli Internazionali di Francia, il suo posto viene preso da un australiano che però diserterà Parigi. Nastase chiude la sua esperienza da primo giocatore del mondo dopo quaranta settimane con il 79% di incontri vinti (71-19) e 12 finali giocate (6-6) nei 24 tornei disputati.

John Newcombe

Dunque, per vedere all’opera il nuovo numero uno mondiale si deve attendere la stagione sull’erba. Sì perché John Newcombe, come tanti suoi connazionali, non ama particolarmente la terra rossa e diventa numero 1 del ranking ATP senza giocare. Il baffo di Sydney, infatti, ha messo in saccoccia parecchi punti da febbraio a maggio giocando sul duro e sul sintetico dei vari appuntamenti WCT (tra cui le finali al Moody Coliseum di Dallas) e, quando Nastase non è riuscito a confermare i suoi sul rosso, il sorpasso è avvenuto di conseguenza. Come detto, però, Newcombe diserta Parigi e rientra nel circuito a Nottingham, dove evita per il rotto della cuffia di esordire da leader con una sconfitta.

Charlie Pasarell, quello che detenne a lungo – insieme all’avversario Pancho Gonzales – il record per il più lungo incontro nella storia di Wimbledon, si arrende solo 9-7 8-9 8-6 ma l’appuntamento per Newcombe è solo rimandato di un paio di turni perché negli ottavi cade per mano di Roscoe Tanner. A Wimbledon, torneo che ha vinto la prima volta quando ancora non aveva i baffi (1967) per poi concedere bis e tris nel 1970 e 1971, Newcombe è in cima al tabellone e supera di slancio i primi quattro turni senza perdere alcun set. Nei quarti gioca contro il n° 109 del ranking e sulla carta non dovrebbe esserci partita ma in questo caso si può ben dire che il computer non conosce il tennis in quanto si tratta di Ken Rosewall.

Sia pur avviato verso i quaranta, Rosewall è scivolato in classifica a causa della prolungata inattività ma il suo tennis è ancora di primissima qualità, soprattutto sull’erba. Per la terza volta, nell’Era Open, i due si affrontano a Wimbledon e in precedenza ha sempre vinto Newcombe (6-1 al quinto la finale del ’70, molto più nettamente la semifinale dell’anno seguente) ma questa volta ha la meglio Rosewall al termine di un incontro dall’andamento strano: 6-1 1-6 6-0 7-5. Newcombe chiude così la sua breve permanenza sul trono dell’ATP: otto incontri disputati, di cui sei vinti, in otto settimane. A Wimbledon intanto Rosewall si spinge fino alla finale, dove però non può nulla contro il nuovo fenomeno del tennis mondiale, colui che rimarrà sul tetto del mondo quasi ininterrottamente per quasi cinque anni. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N°1 ATP – PRIMA PARTE

1973A.Pattison-NASTASE 67 26 63 64 64 US OPEN
1973T.Okker-NASTASE26 75 62Los Angeles
1973T.Okker-NASTASE36 63 63Chicago
1973T.Okker-NASTASE64 16 75Madrid
1973R.Ramirez-NASTASE76 67 97Teheran
1973B.Borg-NASTASE62 46 75Stoccolma
1973T.Okker-NASTASE63 64Londra
1973T.Gorman-NASTASE64 61Masters
1974C.Richey-NASTASE61 61Lakeway
1974T.Okker-NASTASE63 64Toronto WCT
1974P.Barthes-NASTASE63 06 64Salisbury
1974J.Alexander-NASTASE76 63Miami WCT
1974J.Connors-NASTASE64 64Hampton
1974A.Stone-NASTASE63 16 75Rotterdam WCT
1974R.Maud-NASTASE46 76 76Monaco WCT
1974A.Pattison-NASTASE57 63 64Montecarlo WCT
1974J.Kodes-NASTASE76 61 75Dallas WCT
1974C.Barazzutti-NASTASE36 76 61Monaco
1974B.Borg-NASTASE63 64 62Roma
1974R.Tanner-NEWCOMBE86 64Nottingham
1974K.Rosewall-NEWCOMBE61 16 60 75WIMBLEDON

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Flash

Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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