Uno contro tutti: Nastase e Newcombe

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Uno contro tutti: Nastase e Newcombe

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: i primi due sono Ilie Nastase e John Newcombe

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Ilie Nastase

Nell’estate del 1973, il concetto di computer non era lontanamente assimilabile a quello odierno. Basti pensare che l’Intel 8008, uno dei primi esemplari di microprocessori, aveva appena un anno di vita e solo da qualche mese aveva trovato applicazione pratica su larga scala. Ebbene, è in questo contesto che l’ATP, il 23 agosto 1973, fece uscire la prima classifica computerizzata. Anche se forse, al momento, non tutti furono in grado di coglierne l’importanza, quello fu uno spartiacque nella storia del tennis. Avvalendosi, come ricorda Luca Marianantoni nel suo libro ATP Story, di un cervellone elettronico prodotto nientemeno che da una compagnia aerospaziale, l’associazione dei tennisti fece esaminare dati e risultati di tutti i tornei giocati nell’anno in corso e parte di quello precedente. Al termine di questa laboriosa operazione – che l’ATP promise si sarebbe ripetuta con cadenza settimanale anche se poi ci vollero diverse stagioni per arrivare a regime – venne stilata una lista composta di 186 nomi. E il primo della lista risultò essere Ilie Nastase.

La classifica non era fine a se stessa, ma aveva il compito di regolamentare la presenza dei giocatori nei diversi tornei, che fin lì era avvenuta seguendo criteri di pura discrezionalità. In realtà, nel ’73 l’organizzazione del tennis a livello mondiale dipendeva ancora da diversi organismi, ciascuno dei quali portato a scontrarsi con gli altri, più che a collaborare. Proprio quell’anno, per citare l’esempio più calzante a livello temporale, la stessa ATP aveva mostrato i muscoli a sostegno dello jugoslavo Pilic nella diatriba con la federazione del suo paese e ben 83 dei suoi iscritti avevano disertato Wimbledon, ovvero il torneo più importante e famoso di tutti. La questione, se vogliamo, si risolse con una sorta di pareggio; da un lato il sindacato mostrò fermezza e coesione, dall’altro la Federazione Internazionale (che gestisce i quattro Slam e la Coppa Davis) scongiurò il fiasco di un torneo senza stelle grazie al pubblico inglese, che gremì ugualmente gli spalti, e a un vincitore, il cecoslovacco Jan Kodes, che non era proprio uno sconosciuto, avendo già vinto due edizioni del Roland Garros.

Tuttavia, il caos di sigle dal quale cercava di districarsi il tennis a metà degli anni settanta non aiutava certo a creare quei parametri utili a classificare e ordinare i giocatori e stabilirne il valore. L’avvento del World Championship Tennis, un ricco circuito alternativo a quello tradizionale con tanto di Finals che si svolgevano in Texas, pur dilatando lo spettacolo, accrebbe la confusione e di conseguenza anche i primi anni del nuovo sistema computerizzato per stilare le classifiche necessitò di un rodaggio. Così, anziché ogni settimana, all’inizio ci si dovette accontentare di pubblicazioni periodiche con cadenza praticamente mensile fino al 1975 e solo nel 1980 si centrò l’obiettivo.

 

Paradossalmente, il più scontento di questa novità fu proprio lo stesso Nastase che, dei suoi avversari, ebbe a dire: “Finora, quando mi affrontavano giocavano contro Nastase, uno come tanti altri; adesso giocano contro il numero 1 e di conseguenza hanno molti più stimoli!”. Per quanto il rumeno abbia fatto dello spettacolo – anche verbale – l’anima del suo tennis, il ragionamento in sé non fa una grinza. Quell’anno Nasty aveva dominato la stagione sulla terra rossa, da Barcellona a Roma passando per Monte Carlo, Madrid e il Roland Garros e vincendo 40 partite su 41; l’unico a batterlo, in quello scorcio di stagione, fu Adriano Panatta nella finale di Bournemouth.

Adriano Panatta

L’unico fallimento, sull’erba però, arrivò a Wimbledon, dove vestiva i panni del favorito anche grazie al boicottaggio di quasi tutti i migliori. Sarebbe stato il momento di prendersi ciò che Stan Smith, un anno prima, gli aveva negato al termine di una emozionante finale chiusa al quinto set, ma Nastase sciupò tutto fermandosi addirittura agli ottavi per mano di Sandy Mayer, uno statunitense che raggiungerà il suo best-ranking quasi un decennio più tardi (7°) e che non riuscirà mai a battere un numero uno in undici tentativi. Il passo falso londinese, tuttavia, non ingannò il computer che, come detto, incoronò il rumeno il 23 agosto, alla vigilia degli US Open.

In attesa di convertire i suoi accidentati campi dall’erba – sulla quale, disse Laver, avrebbero potuto rischiare di inciampare anche le mucche – all’Har-Tru (o terra verde), a Forest Hills si giocava ancora sul prato e Nastase era il campione in carica. Il primo incontro ufficiale da n°1, il rumeno lo giocò contro Humprey Hose, un venezuelano nato a Curaçao, e si trattò di una comoda vittoria per 6-4/6-4/6-3. Ma al secondo turno arrivò, inattesa, la sconfitta. In vantaggio di due set, Nastase si fece recuperare e perse 6-4 al quinto con Andrew Pattison, tennista della Rhodesia che l’anno dopo vincerà non senza sorpresa a Monte Carlo, peraltro battendo di nuovo Ilie che stava ancora sul trono dell’ATP.

Il regno di Nastase dura in tutto 40 settimane e 90 incontri, esattamente fino al 3 giugno 1974. In questo periodo, la sua bestia nera è Tom Okker, l’olandese volante che lo batte in cinque sfide dirette su otto. Okker, rapido di gambe e pregevole nei pressi della rete, è forse un po’ leggero ma è ancora un’epoca in cui l’abilità prevale sulla potenza e il suo eccellente top-spin gli consente di ottenere successi significativi anche sul rosso. Pur sconfitto in più occasioni, Nastase si aggiudica però il match più importante, ovvero la finale del Master che quell’anno si gioca in un’atmosfera surreale all’Hynes Auditorium di Boston. Al posto di Okker avrebbe potuto esserci Newcombe, ma proprio in semifinale contro l’olandese il baffo deve ritirarsi dopo aver conquistato il match-point perché ricadendo dallo smash vincente con cui ha chiuso il punto si è infortunato alla schiena e ha dovuto abbandonare il campo. Il giorno della finale, lo sciopero in blocco dei giudici di linea costringe gli organizzatori a trovare i sostituti tra il pubblico e l’episodio aiuta l’istrionismo di Nastase, campione tra i maestri per la terza volta consecutiva.

Tra i tredici tennisti capaci di battere Nastase quando è stato numero 1 c’è anche un italiano: Corrado Barazzutti. Il friulano ha appena ventun’anni quando riesce nell’impresa, nei quarti di finale del torneo di Monaco di Baviera, recuperando da una situazione ormai compromessa e imponendosi alla distanza per 3-6 7-6 6-1. È il 17 maggio 1974 e sono passati solo quaranta giorni da quando, nella stessa città ma sul tappeto sintetico del torneo valido per il WCT, il rumeno ha perso con il sudafricano Robert Maud, che è n.79 ATP proprio come lo era Pattison a Forest Hills. Sono, questi, i giocatori con più bassa classifica ad aver sconfitto Nastase, il cui regno è agli sgoccioli. Il titolo a Bournemouth e la finale a Roma non bastano a tenerlo sullo scranno e il 3 giugno, in concomitanza con l’inizio degli Internazionali di Francia, il suo posto viene preso da un australiano che però diserterà Parigi. Nastase chiude la sua esperienza da primo giocatore del mondo dopo quaranta settimane con il 79% di incontri vinti (71-19) e 12 finali giocate (6-6) nei 24 tornei disputati.

John Newcombe

Dunque, per vedere all’opera il nuovo numero uno mondiale si deve attendere la stagione sull’erba. Sì perché John Newcombe, come tanti suoi connazionali, non ama particolarmente la terra rossa e diventa numero 1 del ranking ATP senza giocare. Il baffo di Sydney, infatti, ha messo in saccoccia parecchi punti da febbraio a maggio giocando sul duro e sul sintetico dei vari appuntamenti WCT (tra cui le finali al Moody Coliseum di Dallas) e, quando Nastase non è riuscito a confermare i suoi sul rosso, il sorpasso è avvenuto di conseguenza. Come detto, però, Newcombe diserta Parigi e rientra nel circuito a Nottingham, dove evita per il rotto della cuffia di esordire da leader con una sconfitta.

Charlie Pasarell, quello che detenne a lungo – insieme all’avversario Pancho Gonzales – il record per il più lungo incontro nella storia di Wimbledon, si arrende solo 9-7 8-9 8-6 ma l’appuntamento per Newcombe è solo rimandato di un paio di turni perché negli ottavi cade per mano di Roscoe Tanner. A Wimbledon, torneo che ha vinto la prima volta quando ancora non aveva i baffi (1967) per poi concedere bis e tris nel 1970 e 1971, Newcombe è in cima al tabellone e supera di slancio i primi quattro turni senza perdere alcun set. Nei quarti gioca contro il n° 109 del ranking e sulla carta non dovrebbe esserci partita ma in questo caso si può ben dire che il computer non conosce il tennis in quanto si tratta di Ken Rosewall.

Sia pur avviato verso i quaranta, Rosewall è scivolato in classifica a causa della prolungata inattività ma il suo tennis è ancora di primissima qualità, soprattutto sull’erba. Per la terza volta, nell’Era Open, i due si affrontano a Wimbledon e in precedenza ha sempre vinto Newcombe (6-1 al quinto la finale del ’70, molto più nettamente la semifinale dell’anno seguente) ma questa volta ha la meglio Rosewall al termine di un incontro dall’andamento strano: 6-1 1-6 6-0 7-5. Newcombe chiude così la sua breve permanenza sul trono dell’ATP: otto incontri disputati, di cui sei vinti, in otto settimane. A Wimbledon intanto Rosewall si spinge fino alla finale, dove però non può nulla contro il nuovo fenomeno del tennis mondiale, colui che rimarrà sul tetto del mondo quasi ininterrottamente per quasi cinque anni. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N°1 ATP – PRIMA PARTE

1973A.Pattison-NASTASE 67 26 63 64 64 US OPEN
1973T.Okker-NASTASE26 75 62Los Angeles
1973T.Okker-NASTASE36 63 63Chicago
1973T.Okker-NASTASE64 16 75Madrid
1973R.Ramirez-NASTASE76 67 97Teheran
1973B.Borg-NASTASE62 46 75Stoccolma
1973T.Okker-NASTASE63 64Londra
1973T.Gorman-NASTASE64 61Masters
1974C.Richey-NASTASE61 61Lakeway
1974T.Okker-NASTASE63 64Toronto WCT
1974P.Barthes-NASTASE63 06 64Salisbury
1974J.Alexander-NASTASE76 63Miami WCT
1974J.Connors-NASTASE64 64Hampton
1974A.Stone-NASTASE63 16 75Rotterdam WCT
1974R.Maud-NASTASE46 76 76Monaco WCT
1974A.Pattison-NASTASE57 63 64Montecarlo WCT
1974J.Kodes-NASTASE76 61 75Dallas WCT
1974C.Barazzutti-NASTASE36 76 61Monaco
1974B.Borg-NASTASE63 64 62Roma
1974R.Tanner-NEWCOMBE86 64Nottingham
1974K.Rosewall-NEWCOMBE61 16 60 75WIMBLEDON

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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