Coronavirus, vaccino e dubbi: le precisazioni di Novak Djokovic

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Coronavirus, vaccino e dubbi: le precisazioni di Novak Djokovic

Il serbo ha inoltrato una nota di chiarimento al New York Times. Non è esplicitata una posizione No Vax in senso assoluto, ma il dubbio sul possibile obbligo di vaccinazione anti Covid-19 per tornare a viaggiare

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Novak Djokovic - ATP Cup 2020 (via Twitter, @ATPCup)

Quanto emerso dalla videochat su Facebook con altri atleti serbi andava necessariamente approfondito. La discussa presa di posizione di Novak Djokovic sull’opportunità di vaccinarsi contro il Covid-19 – nell’auspicio che la comunità scientifica tagli presto questo fondamentale traguardo – ha spinto lo staff del serbo a inviare una nota di chiarimento al New York Times. Non viene esplicitata una militanza No Vax in senso assoluto, ma una preferenza di base per i rimedi naturali e la perplessità sull’ipotesi di obbligo di un vaccino anti coronavirus come condizione per poter viaggiare liberamente. E gli spostamenti, quando il circuito del tennis si riavvierà, torneranno determinanti.

Di seguito la nota completa, raccolta da Christopher Clarey per il quotidiano newyorchese.

 

“Personalmente sono contrario alla vaccinazione contro il COVID-19 per poter viaggiare. Ma se diventa obbligatorio, dovrò decidere se farlo o no. Questa è la mia sensazione attuale. Non so se cambierà, ma influenza davvero la mia professione. Molti tennisti e atleti mi hanno contattato chiedendomi quale fosse la mia opinione su tutta questa situazione. Ho espresso le mie opinioni perché ne ho il diritto e mi sento anche responsabile di evidenziare alcuni argomenti essenziali che riguardano il mondo del tennis. Ad essere sincero, proprio come il resto del mondo, sono un po’ confuso. Pur avendo accesso a informazioni e risorse, sono rimasto in dubbio su quale potrebbe essere la cosa migliore da fare. Il mio lavoro richiede molti viaggi. Alcuni sostengono che noi che viaggiamo dovremmo prendere il vaccino, che non è ancora stato sviluppato. Pertanto, vorrei ripetere e sottolineare che in questo momento non disponiamo di informazioni adeguate.

Non sappiamo se ci saranno nuove misure, quali saranno prese, se avremo la possibilità di decidere da soli cosa fare o meno con il vaccino. Vorrei avere maggiori dettagli sull’intero processo, prima di prendere le giuste decisioni. Ci tengo al benessere e trascorrerò tutta la vita imparando a conoscere il corpo e come possiamo migliorare il nostro metabolismo affinché possa essere nella forma migliore per difendersi da un virus impostore come il Covid-19. Il mio massimo rispetto e gratitudine va a tutti i nobili e compassionevoli medici che stanno dando supporto a coloro che ne hanno più bisogno. Non sono un esperto, ma voglio avere la possibilità di scegliere ciò che è meglio per il mio corpo. Sto mantenendo una mente aperta e continuerò a fare ricerche su questo argomento perché è importante e influenzerà tutti noi”.

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Rafa Nadal giocò sotto anestesia a Wimbledon 2008

Il campione spagnolo racconta un aneddoto sulla finale di Wimbledon 2008 vinta contro Roger Federer

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Rafa Nadal si è sempre dimostrato più forte di ogni ostacolo fisico e mentale comparso durante la sua carriera, e l’ultima rivelazione non fa che accrescere la sua leggenda. Intervistato da Movistar+ per il programma #Vamos, il tennista spagnolo ha rivelato di aver giocato l’inizio dell’epica finale di Wimbledon 2008 contro Roger Federer con il piede addormentato.

La causa dell’impedimento era l’anestesia, a cui Nadal ha dovuto ricorrere per tutto il torneo. “Avevo bisogno di fare l’anestesia prima della partita perché non riuscivo ad appoggiare il piede […] La pioggia peggiorò la situazione perché l’anestesia aveva una durata e senza anestesia non potevo giocare. […] Il dolore c’era anche nelle partite precedenti e infatti i giorni degli allenamenti non mi riuscivo ad allenare.” Un piede addormentato che non l’ha fermato dal trionfare in finale contro Roger Federer dopo una battaglia di 4 ore e 48 minuti.

 

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Lo US Open premierà gli operatori medici

Il direttore finanziario degli US Open ha annunciato che proveranno ad avere sugli spalti medici e infermieri

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Gli US Open sono in programma senza spettatori ma questo proposito potrebbe cambiare a breve. Il direttore finanziario del torneo newyorkese Lew Sherr ha aperto alla possibilità di avere sugli spalti gli operatori in prima linea (dell’emergenza coronavirus ndr), i medici e le loro famiglie, se la situazione a New York dovesse restare buona dal punto di vista sanitario.

Lo Slam americano non è l’unico torneo di tennis che potrebbe tornare ad avere tifosi. L’All American Cup, il World Team Tennis e l’esibizione di Berlino hanno tutti annunciato che permetteranno la presenza limitata di spettatori ma con delle norme strette da seguire, come la firma di un’autorizzazione e posti predeterminati per rispettare il distanziamento sociale.

Sherr si è espresso anche su quest’idea, confermando la volontà dello US Open di non avere tifosi in quanto “Si tratta di un modello che per noi non può funzionare. […] Anche facessimo entrare il 10% dei possibili tifosi avremmo problemi a far rispettare il social distancing e a dare le strutture adeguate ai giocatori.”.

 

La posizione degli US Open non stupisce, dato che durante le tre settimane che vanno dal Master di Cincinnati fino allo Slam, tutti tenuti dentro il National Tennis Center di New York, ci saranno 250 giocatori e tra le 1500 e 2000 persone ogni giorno. I giocatori saranno sistemati nelle zone prima utilizzate dai tifosi come le suite di lusso all’interno del centro, rispettando sempre le distanze.

A Flushing Meadows però non chiudono definitivamente le porte alla presenza dei tifosi. Sempre Sherr aggiunge che “Se ci sarà la possibilità di fare qualcosa di bello per le persone che se lo meritano, lo faremo. Ma la salute e la sicurezza di giocatori e staff viene prima.”.

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Trionfo di Sharapova, passaggio di testimone tra Sampras e Federer: 3 luglio data storica di Wimbledon

19 anni fa Federer ‘estorceva’ il testimone a Sampras, buttandolo giù dal trono di Wimbledon. Tre anni dopo, Sharapova avrebbe incantato i tifosi di Londra vincendo il torneo a 17 anni

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Non è così difficile abbinare un giorno di fine giugno o inizio luglio a un avvenimento importante della storia di Wimbledon, poiché da oltre un secolo lo Slam londinese si disputa in queste date. Se però c’è una giornata particolarmente alta in graduatoria, per l’importanza delle partite che vi si sono disputate, questa giornata è il 3 luglio. Non tanto per la qualità del tennis che ci è stato proposto, quanto per quello che hanno rappresentato le due vittorie che oggi ricordiamo.

La prima è l’ottavo di finale di Wimbledon 2001, quello che mise di fronte l’epta-campione (in carica) Pete Sampras e un quasi ventenne Roger Federer. Molti oggi ricordano che attorno a quella partita, durata oltre quattro ore e cinque set, si respirava quella strana atmosfera che predice le novità o i grandi eventi, o entrambe le cose. Furono entrambe le cose, perché due anni dopo quella vittoria che detronizzò Sampras (Pete avrebbe vinto appena un’altra partita a Wimbledon prima di ritirarsi), Federer solleverà il primo di otto trofei a Church Road. Se non si parla in questo caso di passaggio di testimone, allora quando?

La seconda è la finale femminile di Wimbledon 2004, l’edizione in cui è deflagrata Maria Sharapova battendo – ad appena 17 anni – la già sei volte campionessa Slam Serena Williams; il fatto che una rivalità che avremmo ipotizzato acerrima e serrata, nei fatti, non sia mai cominciata (Serena ha vinto 19 delle 20 sfide successive) contribuisce a rendere iconica e inaspettata questa vittoria. Vinto l’ultimo quindici del torneo, Maria si è comportata come una normalissima diciassettenne che sta provando una gioia immensa, nonostante si trovasse di fronte a migliaia di tifosi sul campo da tennis più importante del mondo: è corsa sugli spalti ad abbracciare papà Yuri e poi ha usato il cellulare per chiamare mamma Yelena. “Mamma, ho vinto Wimbledon!”: simple as that.

 
Maria Sharapova – Wimbledon 2004

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