Sinner sta ancora crescendo, letteralmente! "Il suo fisico ha 17 anni"

Interviste

Sinner sta ancora crescendo, letteralmente! “Il suo fisico ha 17 anni”

Parole e musica del preparatore e dell’osteopata del tennista altoatesino, intervistati da Stefano Semeraro per il Corriere dello Sport. “Jannik sta giocando 4-5 volte a settimana”

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Jannik Sinner - ATP Challenger Ortisei 2019 (foto Marco Corriero)

Quando si dice che un atleta sta ancora crescendo, normalmente il discorso si articola su termini astratti o ineffabili, alludendo ad aspetti tecnici, fisici o mentali da perfezionare, ma nel caso di Jannik Sinner la serietà del linguaggio riemerge, perché la metafora lascia totalmente spazio al significato letterale, e più letterale di così è dura.

In un’intervista con Stefano Semeraro sul Corriere dello Sport, infatti, Dalibor Sirola e Claudio Zamaglia, rispettivamente preparatore fisico e osteopata/fisioterapista del Team Piatti, hanno parlato dell’evoluzione fisica del campione Next Gen, che risulta ancora in divenire, una notizia confortante per il tennis italiano se si pensa a quanto Sinner sia già fuori dalla curva, come notato recentemente da O’Shannessy.

Queste le parole di Sirola, i cui clienti passati includono Maria Sharapova e Milos Raonic: “L’età biologica di Jannik è in ritardo rispetto a quella scritta sul passaporto. Voglio dire che adesso ha 18 anni, ma la vera età del suo fisico è forse di 17. Si sta ancora sviluppando e per questo non sono in grado di fare una lista precisa di punti forti o deboli. Un punto forte è sicuramente è l’elasticità: lo si vede da come fa viaggiare veloce la palla e da come si muove leggero senza spendere tante energie“.

 

Questa risposta sottintende quanto si debba fare attenzione a non gonfiare troppo i muscoli di un ragazzo così giovane quando ancora non si sa che normotipo diventerà, una fallacia che potremmo chiamare la maledizione di Pato (o eventualmente di El Shaarawy). Il suo collega conferma: “Sì, si sta assestando solo ora, per quello abbiamo sempre evitato in passato di sovraccaricare la colonna vertebrale. Bastava un centimetro in più e diventava instabile, perdendo la coordinazione. Questo periodo di stop serve anche a migliorare la tecnica dell’esercizio in palestra, sempre nell’ottica di evitare infortuni e di presentarsi nelle condizioni migliori all’appuntamento“.

L’ultimo punto porta introduce un’altra tematica, quella più attuale, ovverosia come controllare lo sviluppo del ragazzo in un periodo in cui non è stato possibile allenarsi, ma i due specialisti hanno le idee molto chiare. Sirola ha infatti parlato dell’importanza di “rimanere fisicamente attivi”, autentica conditio sine qua non. Nelle sue parole, infatti, “già dopo due settimane di inattività la capacità di potenza aerobica (VO2max) può diminuire di più del 10%. E lo stesso più o meno capita con gli altri parametri“.

Per certi versi, però, il preparatore vede lo stop forzato come una grande opportunità per un atleta come Sinner, perchè gli consente di lavorare esclusivamente sul corpo, non dovendosi spostare settimanalmente per i tornei.

Jannik Sinner – Rotterdam 2020 (via Twitter, @abnamrowtt)

A conferma del suo pensiero, Sirola ha esposto in linea di massima il programma prescritto a Jannik durante la quarantena: “Abbiamo diviso il lavoro in diversi blocchi. Il primo si è concentrato sulla resistenza generale e specifica, il secondo sullo sviluppo della forza. Nel terzo e ultimo proveremo a trasformare il tutto in potenza-rapidità-velocità. Dopo l’ultimo blocco faremo una ‘deload week’, una settimana in cui ci sarà meno carico su tutto sistema neuromuscolare. Complessivamente è un macro-ciclo di sette settimane, poi a seconda di quando riprenderà la stagione decideremo cosa fare. Jannik sta giocando 4-5 volte a settimana, fondamentale per un giovane come lui“.

Zamaglia, che pure è abituato a seguire Sinner in giro per il mondo e riconosce le difficoltà del lavoro fisico a distanza, vede a sua volta qualche aspetto positivo nella quarantena-COVID: “Per me è un periodo utile soprattutto per lavorare sul bilanciamento posturale e sul recupero funzionale. In uno sport asimmetrico come il tennis, un giocatore può aveRe scompensi in un lato del corpo che vanno riequilibrati. Si agisce per compensare i disequilibri muscolari […] con esercizi di stretching, di bilanciamento e di mobilità in base alla situazione“.

La materia prima è in ogni caso di primissima scelta, e Zamaglia non ha dubbi sull’abnegazione del suo protetto: “È molto forte di testa, si diverte tanto a stare in campo, impara in fretta e fa tutto quello che gli viene richiesto. Muscolarmente e tecnicamente sta crescendo. Deve lavorare in prospettiva sulla resistenza, mentre è incredibile la sua capacità dinamica di coordinazione e cambio di direzione, dovuta a una fibra muscolare molto forte e reattiva. Questo compensa il volume muscolare, anche se va considerato che è comunque alto 1.88“.

Jannik Sinner all’Australian Open 2020

FUOR DI SINNER… – Semeraro ha chiuso l’intervista ponendo la stessa domanda ad entrambi, vale a dire chi (o meglio, quale tipo di giocatore) pensano sarà favorito dallo stop, un quesito che ha diviso l’opinione pubblica nel tennis e che probabilmente trova in due specialisti la risposta più attendibile.

Secondo Sirola “si troverà meglio chi è rimasto attivo. Nel tennis la componente tecnica e quella tattica sono molto importanti, continuare a colpire la palla e stare sul campo è un vantaggio“, mentre Zamaglia vede un solco generazionale che si allarga ulteriormente: “I più anziani hanno l’occasione di recuperare. Penso a Nadal che può occuparsi delle sue ginocchia, o a Federer che si è operato perché vuole continuare. I Next Gen sono abituati a giocare ogni settimana per salire in classifica, non sappiamo come reagiranno a una lunga inattività: bisogna saper mantenere allenata anche la mente, altrimenti riprendere è difficile. Poi ci sono gli ‘intermedi’ che giocavano per guadagnare e si mantenevano a fatica: alcuni di loro potrebbero anche smettere“.

Due risposte differenti, ma vuoi per un motivo, vuoi per un altro, se alla ripresa vi aspettate una finale Slam fra Gulbis e Paire siete destinati a rimanere delusi.

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il Masters 1000 di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Interviste

Todd Martin e quella finale di Wimbledon sfuggita per un soffio [video esclusivo]

“Marathon Man” ora è il CEO dell’Hall of Fame Open di Newport. Le imprese notturne con Moya e Rusedski, la finale mancata a Wimbledon e le prospettive del tennis alla luce della pandemia. E un’offerta di lavoro al direttore…

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Todd Martin (foto © Andrew Eichenholz/ATP Tour)

La mia ultima video-chat contro l’astinenza da tennis vede protagonista Todd Martin (due stagioni chiuse in Top 10 con otto finali vinte e dodici perse), che ha risposto alle domande mie e di Steve Flink dalla sua casa in Rhode Island, dove ci dice che la situazione è buona.

Parte di quella che forse è stata la miglior nidiata di tennisti Made in USA (è coetaneo di Agassi e Courier), Todd si è affacciato più tardi ai grandi palcoscenici, avendo deciso di frequentare la Northwestern University nel nativo Illinois per due anni, ma ha comunque vinto 411 match a livello ATP ed è stato presidente del Player Council per due mandati, fra il 1995 e il 1999. Sebbene il suo miglior Slam per percentuale di vittorie sia Wimbledon, ha raggiunto le sue finali sul cemento, una a Melbourne e una a New York, perdendo rispettivamente da Sampras e Agassi (al quinto set).

La nostra intervista si è svolta in un momento complicato per lui, vale a dire il giorno della cancellazione di tutti i tornei fino al 31 luglio, una lista che purtroppo include anche il torneo su erba di cui è a capo – una doppia disdetta per Newport, visto che all’annullamento del torneo si è accoppiato, ubi maior, anche quello delle celebrazioni per i nuovi membri della Hall of Fame per il 2020, vale a dire Conchita Martinez e Goran Ivanisevic. Martin, però, non si è tirato indietro quando il discorso si è soffermato su questi temi, e ha anzi sfruttato l’opportunità per parlare dello stato dei due tour nel loro complesso, anche perché, diciamocelo, per quanto si sia trattato di una brutta notizia, non era certamente inaspettata.

LA VIDEO-INTERVISTA COMPLETA

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

 
  • Minuto 00 – Un riassunto dei risultati raggiunti in carriera
  • 02:42 – Il suo ricordo delle due finali Slam giocate. In particolare, si è soffermato sui miglioramenti del suo gioco nei cinque anni intercorsi fra le partite con Sampras e Agassi, e di come abbia approcciato gli incontri in modo diverso. Molto interessante la sua disamina sul perché abbia vinto meno del dovuto, scegliendo di focalizzarsi sul processo di crescita piuttosto che sui risultati a breve termine o sulla preparazione dei singoli incontri
  • 08:52La sua famosa frase su quanto gli dispiacesse per il ritiro di Sampras (spoiler: risposta ironica ma non troppo), e i suoi pensieri su quale sia stata la sua miglior stagione, un punto su cui assume una prospettiva particolare, privilegiando la qualità del proprio tennis piuttosto che i risultati nudi e crudi
  • 12:16 – Steve e il nostro diverso rapporto con i bloc notes, e un po’ di gossip (si scoprì l’inizio della love-story Graf-Agassi) durante la finale fra Martin e Andre a Flushing Meadows
  • 15:16 – Il ricordo della gelida trasferta per la finale di Davis del 1995 contro la Russia, che decise di giocare sulla terra indoor per neutralizzare Sampras. Il grande match di un Pete esanime contro Chesnokov, il loro doppio vincente e il cameratismo di squadra. Altro dilemma: meglio zittire la folla in trasferta o esaltarla in casa?
  • 22:23 – Todd inizia un tour di batti-il-cinque al pubblico dell’Arthur Ashe dopo aver finito all’01:22 del mattino – la seconda rimonta al quarto turno in due anni. “Fisicamente sono qui. Vuoi sapere dove sono metafisicamente?”
  • 26:05Quella maledetta semifinale di Wimbledon ’96 contro MaliVai Washington, sprecata dopo aver servito due volte per il match: era avanti 5-1 al quinto. Avrebbe battuto Krajicek in finale? “Una cosa è certa: avrei preferito una finale Slam con lui a una con Pete! Perché il tennis è come gli affari, e un’altra spiegazione del suo relativamente scarno palmares
  • 30:42 – “Marathon Man” nonostante qualcuno lo accusasse di non avere grande resistenza… Come il match di Davis con Rafter lo tormentò e lo spronò al contempo
  • 36:26La clamorosa sconfitta in Davis contro l’Italia a Milwaukee. Sanguinetti re dei tie-break come Djokovic e il presagio delle superfici lente
  • 38:58 – La trinità di storici tornei USA che hanno rappresentato dei crocevia importanti della sua carriera. Newport andata e ritorno: dall’esordio ATP al ruolo di CEO. Prendo in giro l’amico Flink: “Perché mai hai lasciato che Steve Flink fosse inserito nella Hall of Fame?”
  • 42:44 – Com’è avvenuta la cancellazione di Newport e la vulnerabilità del business nel tennis
  • 47:36 – La domanda che si pone tutto il mondo del tennis: giocare a porte chiuse o aspettare il prossimo anno?
  • 49:50 – Mi sono congratulato per la rapidità con cui Newport ha offerto il rimborso dei biglietti, soprattutto se pensiamo al caso di Roma. Lui però ha spezzato una lancia a favore degli Internazionali, soprattutto per via della superficie. Todd ha mostrato il suo grande realismo di uomo d’affari che si trova ad affrontare una situazione simile, e sottolinea che sì, avranno anche rimborsato in fretta, ma di sicuro non allegramente. Qui mi ha offerto di andare a lavorare per lui quando gli ho segnalato un errore nel press release – valuterò attentamente.
  • 53:30La potenziale logistica del tennis a porte chiuse, che resta una grande sfida anche quando si rimuovono gli spettatori dall’equazione: “C’è una lista infinita di problematiche, ma la principale riguarda sicuramente le restrizioni sui viaggi”
  • 56:51 – Il torneo di Palermo è ancora in programma, anche perché non traspira ottimismo riguardo a possibili seconde ondate in autunno. Qui Todd è tranchant, e ci ricorda che le decisioni che favoriscono il benessere di un torneo potrebbero non fare altrettanto bene ai due tour
  • 1:00:40Fusione sì o fusione no? Mentre non si immagina un commissario unico del tennis, Martin è tutt’altro che contrario al concetto in sé, riconoscendo però che se non ci fosse stata questa crisi difficilmente se ne sarebbe parlato concretamente. Un esempio su quante Davis avrebbero potuto vincere gli americani se Sampras e Agassi avessero deciso di giocare assieme un po’ più spesso – viene anche da dire che in quel caso lui non avrebbe giocato mai però! Come sono cambiati i rapporti di potere dai suoi tempi alla presidenza del Player Council?
  • 1:05:45 – Con Gaudenzi come va? Non solo fusione sì o fusione no, ma anche come…
  • 1:07:46 – La mia ultima domanda è stata sulla situazione in Rhode Island (buona, per fortuna) e su un’eventuale vocazione tennistica dei suoi tre figli. Todd era noto per essere un buon golfista, ma chi erano i degni epigoni di Ellsworth Vines fra i tennisti?
  • 1:12:06 – Steve ha concluso chiedendogli come mai adesso tanti giocatori raggiungano il picco più avanti nel corso della carriera, giocando ad altissimi livelli dopo i 30. Anche la sua ultima risposta non è stata banale, perché ci ha portati nei meandri del ranking e delle strutture dei tornei.

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Interviste

Tra studio e arte, Opelka attacca i vertici ATP: “Difficile fare di peggio”

Reilly chiacchiera del tempo trascorso lontano dal tour. Intense sedute per migliorare la risposta, full immersion di pittura… e demolizione dell’operato del governo tennistico maschile

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Reilly Opelka - New York 2019 (via Twitter, @NewYorkOpen)

Dieci giorni fa sono riapparse dopo oltre due mesi di nebbia un paio di racchette e una pallina gialla: in una sorta di torneo, per giunta. Non diciamo che il tennis sia tornato, perché quello andato in scena a West Palm Beach, seppur sbranato da migliaia di spettatori famelici, non è proprio quello che di solito siamo abituati ad assaporare. Non davanti alla TV, perlomeno. Miomir Kecmanovic, Reilly Opelka, Tommy Paul e Hubert Hurkacz si sono prodotti in un quadrangolare d’allenamento agonistico di fronte alle telecamere, e tanto è bastato per muovere alla commozione innumerevoli appassionati astinenti, ma lo scenario ricordava, più che un consesso di stimati professionisti, la vostra partitella della domenica presso il circolo di fiducia. I due giocatori, l’arbitro di sedia, fine. Nessuno spettatore, nessun raccattapalle, nessuna stretta di mano, ma il periodo è quello che è.

Da solido top 40 qual è da qualche tempo, Reilly Opelka non è più tenuto a scendere dai suoi duecentoundici centimetri per raccogliersi le palline durante un incontro, e va bene che di esibizione trattavasi, ma dev’esser stato strano, o forse nemmeno troppo? In un’intervista concessa a “Racquet Magazine Opelka ha non è sembrato particolarmente a disagio circa la novità occorsagli: “Mi alleno tutto l’anno in quel modo, e allo stesso modo si allenano i miei colleghi. Mi sono comportato come mi comporto in una normalissima seduta condivisa con un altro professionista, solo ci ho messo un po’ di agonismo extra. Non è stato male tornare a competere su un campo da tennis, tutto sommato“.

Non dev’esserlo stato, in effetti: dopo un inizio di stagione parecchio travagliato (brutti KO nei primi turni di Adelaide e Melbourne al cospetto di Cuevas e Fabio Fognini), Opelka aveva trovato la quadratura del cerchio all’improvviso a Delray Beach, dove aveva vinto il secondo torneo della sua giovane carriera battendo in finale il redivivo Yoshihito Nishioka. Costretto ad assistere al blocco del circuito giusto alla vigilia di Indian Wells proprio quando la stagione stava prendendo una piega interessante, anziché stramaledire il destino beffardo Opelka ha approfittato del bonus di un tempo normalmente assente per sistemare alcune cosucce nella sua vita, professionale e non. “Ho dedicato molto tempo agi amici, cosa che non posso fare spesso quando il lavoro è a pieno regime, la mia casa non è mai stata così pulita e ho curato alla perfezione la mia forma fisica. Molti amici e colleghi vi diranno l’esatto contrario, ma in questa pausa forzata io mi sono allenato molto duramente, tanto duramente che nelle prossime settimane avrei in programma un periodo di pausa“.

 

Dure sessioni al sole della Florida mentre gran parte della concorrenza attendeva lumi dal divano, altro sintomo di un cervello pensante e non necessariamente allineato. E le ore dedicate al tennis durante il confinamento non sono trascorse unicamente in campo, poiché la teoria reclamava la propria parte, e qualche difettuccio da correggere con l’ausilio del video il buon Reilly l’avrebbe anche avuto. “Da tempo mi sto concentrando fino al parossismo sulla risposta, e i risultati credo si siano già visti nel nuovo anno. Ho approfittato della pausa per guardare tonnellate di filmati in slow motion, ho studiato Djokovic, il suo split step è qualcosa di paradisiaco. Ho notato come il mio fosse troppo anticipato e perdesse di efficacia quando avrei dovuto esprimere il massimo di potenza e di elasticità, ma sto provando a correggermi e in effetti adesso lo eseguo più compatto, più tardi, quando serve. Nole è il migliore nel fondamentale e nel gioco di piedi in genere, può rispondere al colpo più angolato, più potente, più penetrante, e riesce a essere in qualsiasi caso perfettamente bilanciato, in equilibrio, con gli appoggi giusti. Per questo è il migliore“.

Reilly Opelka – Delray Beach 2020 (foto Twitter @delraybeachopen)

C’è da sospettare che, split step e migliorie nei movimenti da coltivare a parte, quello non sia necessariamente il gioco di Opelka. “Potrei scambiare anche di più di quanto non mi vediate farlo nei momenti standard, ma rendo al massimo se riesco a chiudere lo scambio il prima possibile. Gli obiettivi che mi pongo devono essere coerenti e proporzionati alle mie caratteristiche: se dovessi riuscire a giocarmi il break nel quindici per cento dei casi in risposta e continuare a vincere il 90% dei game in battuta potrei competere per i titoli davvero importanti“.

Quando la pandemia si placherà, e i dirigenti della pallina di feltro renderanno note le loro decisioni su ciò che resta della disgraziatissima stagione 2020. Un governo che dovrà cambiare registro, se non vorrà incorrere nelle ire già piuttosto sviluppate di Opelka. “L’ATP non avrebbe potuto gestire peggio l’emergenza. Nessuno di noi è a conoscenza delle loro decisioni, dei loro programmi, delle loro prospettive. Siamo tenuti al buio in balia degli eventi. Non è stato costituito un fondo di emergenza affidabile per i giocatori rimasti privi di introiti, e gran parte della responsabilità è stata delegata alla coscienza dei colleghi e al loro senso di solidarietà, ma volete che sia onesto? Non dovrebbero essere i giocatori a pagare gli stipendi. Mi chiedo quale sia la funzione dell’associazione dei professionisti, a questo punto. I grandi capi dell’ATP non hanno nemmeno avuto la decenza di tagliarsi i cospicui emolumenti che percepiscono, in un momento in cui gran parte degli associati, che sono quelli che li mantengono, non hanno lavoro. I dirigenti della WTA, dell’ITF e dell’USTA lo hanno fatto, com’è giusto che sia“.

Un fiume in piena, che non ha ancora finito di esondare. “Per non farsi mancare nulla, i vertici distribuiscono i pochi soldi messi a disposizione in maniera allucinante, ma senza voler mancare di rispetto a nessuno i giocatori oltre la quattrocento ATP in questo momento stanno risparmiando, perché non viaggiano e normalmente non hanno un intero team a cui provvedere. I più bisognosi, quelli a cui dovrebbe essere destinato gran parte del fondo, sono quelli compresi tra la centoventi e la quattrocento, che hanno una squadra professionale alle loro dipendenze e in questo momento non guadagnano nulla, perché non si gioca. Un ragionamento sensato consiglierebbe di provvedere a loro, ma di sensato nelle mosse di chi decide c’è ben poco. In compenso non permettono di esibire tutti i marchi degli sponsor che un giocatore volesse cucire sul completo da gara e storcono il naso di fronte alle agenzie di scommesse, che generano bei soldi in favore di tutto il movimento. Sembra un triste disegno per mettere in ginocchio i protagonisti unici dello show“.

Sperando in migliori novelle, prima di competere per qualcosa che non assomigli a un’esibizione occorrerà pazientare ancora un po’. Opelka, dopo aver corso e studiato tennis fino allo sfinimento, opterà per una vacanza attiva. “Mi dedicherò all’arte, una grande passione fin da quando sono ragazzino. Ci sono alcune mostre a Los Angeles che voglio assolutamente andare a vedere, e presumendo che il Tour non ripartirà prima dell’autunno, a settembre voglio andare ad Anversa, dove ci sono alcune gallerie che ho in programma di visitare da un po’ di tempo. Di solito l’unico mese a disposizione è dicembre, ma dopo un’intera stagione passata a viaggiare a dicembre non hai voglia di fare nulla. Quest’anno è diverso: non è vacanza ma non è nemmeno lavoro, quindi approfitterò dei mesi a disposizione per dedicarmi a qualcosa di culturalmente allettante“. Prego Reilly, i maestri fiamminghi ti aspettano.

Reilly Opelka visits the Los Angeles studio of the visual artist Friedrich Kunath in March (Friedrich Kunath)

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