Uno contro tutti: Bjorn Borg

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Uno contro tutti: Bjorn Borg

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi parliamo del regno dell’Orso svedese

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Se il 1978 era stato l’anno in cui Bjorn Borg era diventato n.1 per la prima volta (ma per una sola, discussa settimana), il 1979 è quello che lo consacra definitivamente. Per il ranking ATP è una stagione importante, che porterà il sistema a regime con la pubblicazione settimanale delle classifiche. Ma questo solo da agosto in poi, sei anni dopo la prima volta. All’inizio la situazione è quella lasciata in eredità dall’anno prima, con Connors in vetta e lo svedese a inseguire. Nelle prime settimane, i due scelgono perlopiù strade diverse e il loro cammino si incrocia solo in febbraio al sole della Florida, nel ricco Pepsi Grand Slam di Boca Raton. Il torneo è una specie di Masters riservato alle quattro migliori racchette del mondo; in palio c’è un montepremi di trecentomila dollari messo a disposizione dalla bevanda che ha il sogno di sostituire la rivale Coca-Cola nello stomaco degli americani (e non solo).

Il centrale del Boca West Racquet Club tiene 5000 spettatori e per la finale non c’è un solo posto libero: si gioca sulla terra verde e lo scandinavo demolisce il n.1 del mondo per 6-2 6-3, replicando i successi dei due anni precedenti (che però erano arrivati con ben più sofferenza). Borg e Connors potrebbero ritrovarsi di fronte anche un mese più tardi, nel WCT di New Orleans, ma qui Jimbo si fa sorprendere al secondo turno da Tom Gullikson. Tom è il mancino dei due gemelli Gullikson, quello che non andrà oltre il n.34 come best ranking e vincerà in carriera un solo titolo in singolare (sull’erba suggestiva di Newport, ma molti anni dopo), però sarà il solo a poter dire di aver sconfitto un n.1, nei 14 tentativi che avranno a disposizione, sette a testa.

La Louisiana porta male anche a Borg, fermato in semifinale da McEnroe, ma il torneo che decreta il sorpasso in classifica è il WCT di Rotterdam. Connors, campione in carica, non partecipa mentre Borg, ritiratosi l’anno prima nei quarti, lo domina perdendo appena venticinque giochi in cinque partite. Il 9 aprile lo svedese torna sul trono ma anche questa volta il suo regno sarà di breve durata perché, nonostante le vittorie a Monte Carlo e Las Vegas (battendo proprio l’americano) e la bella finale persa nel master WCT di Dallas con McEnroe, a Connors basta giocare di più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e vincere a Tulsa per tornare n.1 il 21 maggio e rimanerci per entrambi gli Slam europei.

Per la seconda volta nelle rispettive carriere, Connors e Borg sono presenti contemporaneamente al Roland Garros. Dopo il 1973 (in cui l’americano era stato eliminato al primo turno da Ramirez e lo svedese da Panatta negli ottavi) Connors non aveva più fatto tappa a Parigi; si era legato al dito la forzata esclusione del ’74 e da allora, per un motivo o per un altro, non era più tornato. Ma quella poteva essere una ghiotta occasione per andare a pungere il rivale in uno dei suoi due campi preferiti (l’altro, evidentemente, era il centrale di Wimbledon). Dando per scontato che Borg avrebbe dominato la metà alta del tabellone (era prima testa di serie, pur essendo il secondo nel ranking ATP), per Connors l’insidia maggiore sembrava arrivare dal solito Vilas, sempre ostico da battere sulla terra rossa. Ma queste sono le due settimane della vita per un affascinante ragazzo di Asuncion, Paraguay, che altera gli equilibri del torneo e conquista una inaspettata quanto meritata finale.

Per arrivare a Parigi, Victor Pecci era passato dalla Germania e nulla, ma proprio nulla lasciava presagire ciò che sarebbe successo: ad Amburgo aveva perso al secondo turno dall’austriaco Peter Feigl, a Monaco era uscito allo stesso livello contro un Kodes ormai in disarmo. Ma le sue, invece, di armi si sarebbero rivelate quelle giuste per strabiliare il Roland Garros: servizio potente, back di rovescio e via verso la rete. Prima di arrivare a Connors, Pecci fa fuori Solomon e Vilas ma si pensa che le risposte e il pressing da fondo campo dell’americano non gli lasceranno scampo. Invece, fedele al suo credo tennistico, Victor sfida le intemperie in un Roland Garros invero assai umido e conquista la finale battendo Connors 7-5 6-4 5-7 6-3. Contro Borg, però, tra uno scroscio e l’altro, Pecci impiega troppo tempo ad entrare in partita e deve accontentarsi di un set e degli applausi del pubblico (soprattutto di quello femminile).

 

A Wimbledon, si sa, per designare le teste di serie hanno spesso adottato un metodo tutto loro, non necessariamente fedele al ranking. Nel ’79, tuttavia, l’indipendenza decisionale dell’AELTC appare fin troppo azzardata; Connors, n.1 del mondo, viene retrocesso a terza scelta del seeding per lasciare all’astro nascente McEnroe (numero tre del ranking) la seconda piazza alle spalle di Borg. Lo svedese, sia pur ancora alle spalle di Jimbo in classifica, è campione in carica da tre anni e merita di stare in cima alla lista ma preferire McEnroe a Connors è un arbitrio che non trova riscontro nei numeri dei due statunitensi. Vero, McEnroe ha appena vinto al Queen’s e sembra in grande forma ma Jimmy è andato in finale in quattro delle ultime cinque edizioni del torneo e, per effetto del declassamento, si vede collocato nella stessa parte di tabellone di Borg.

Bjorn non perde mai di vista la pallina: sarà un vincente?

Poi, a tabellone compilato, si scopre che la decisione è stata cautelativa in quanto Patti, la moglie di Connors, è vicina al parto e Jimbo ha garantito la sua presenza a Londra solo all’ultimo momento. Come da previsione, i due grandi rivali si trovano di fronte in semifinale e se uno di loro ha rischiato di non esserci è certamente Borg, messo alle corde al secondo turno dall’elegantissimo indiano Vijay Amritraj che è stato avanti due set a uno e un break nel quarto. Tuttavia, Borg ha capito come deve giocare con Jimbo e lo strapazza in settantasei minuti: 6-2 6-3 6-2. Di fatto, è il passaggio del testimone. Lo svedese soffrirà in finale le frustate di servizio di Tanner ma alla distanza ne uscirà vivo e con il quarto titolo consecutivo ai Championships legittimerà il ritorno sul primo gradino del podio mondiale, ufficializzato dall’ATP il 9 luglio.

A pagina due, il regno biennale di Borg e l’arrivo di McEnroe

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Uno contro tutti: sale sul trono Jim Courier

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Il decimo leader è Jim Courier, che si alternerà con Stefan Edberg nel 1992

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Preceduto in quanto a fama da tre connazionali evidentemente più appetibili sotto il profilo dell’immagine, è invece Jim Courier lo statunitense capace di raccogliere l’eredità di Connors e McEnroe in vetta al ranking mondiale. I capelli rossi nascosti dall’immancabile berrettino da baseball – sport dal quale sembra aver modellato il caratteristico movimento del rovescio bimane – e la polsiera alta sopra la mano destra, quella che impugna la racchetta nel dritto come una preistorica clava, sono i tratti caratteristici di questo ventunenne di Dade City, Florida, che il 10 febbraio 1992 diventa il decimo leader della classifica ATP, quella che in un certo qual modo regola il tennis maschile da quasi un ventennio.

Campione all’Australian Open, torneo nel quale non ha dovuto affrontare nemmeno un top 30 fino alla finale poi vinta a spese del n°1 Edberg, Courier sorpassa lo svedese nella prima settimana di febbraio grazie alla partecipazione al torneo di San Francisco. In California Courier raggiunge la finale, dove viene fermato dal connazionale Chang nel quarto episodio di una sfida che ne conterà ben 24 in un equilibrio perfetto (12-12). Nonostante il KO, Jim sale sul trono perché nel frattempo il re in carica (Stefan Edberg) non ha giocato se non in Coppa Davis e quindi non ha potuto accumulare punti.

Come abbiamo già potuto verificare nelle puntate precedenti e sconfessando il credo di Tayllerand poi ripreso in tempi più recenti da Giulio Andreotti, il potere (del primato, in questo caso) logora chi ce l’ha e nemmeno Courier può sottrarsi a questa sorta di legge non scritta. Nelle quattro settimane in cui scende in campo con la corona sulla testa, Jim colleziona altrettante sconfitte, le prime due delle quali pur avendo avuto a disposizione tre match-points ciascuna. Succede nella meravigliosa finale dell’ultima edizione del torneo di Bruxelles contro Becker (6-7 2-6 7-6 7-6 7-5) e nei quarti a Stoccarda contro Ivanisevic (3-6 7-6 7-6) prima di dover affrontare le consistenti cambiali in scadenza nel Double Sunshine di Indian Wells e Miami. 

 

Chiamato a dover confermare il doppio titolo conquistato l’anno precedente, Courier si ferma al secondo turno in California – sconfitto dal russo Chesnokov – e in semifinale in Florida, dove a batterlo è di nuovo Chang che il giorno dopo regolerà anche l’argentino Alberto Mancini ereditando proprio da Courier la titolarità contemporanea dei primi due Super 9 della stagione. Di Chang, che avrà al massimo una classifica mondiale da n°2 raggiunta peraltro molti anni dopo l’unico slam vinto in carriera, non parleremo direttamente in questa rubrica nonostante rimanga uno dei tennisti più influenti degli anni Novanta (e anche oltre, per certi aspetti). Tuttora più giovane vincitore di un Major (quando vinse al Roland Garros nel 1989 aveva 17 anni e tre mesi), nel biennio 1995/96 disputerà altre tre finali Slam oltre a quella delle ATP Finals e chiuderà la carriera con 34 titoli, di cui appunto uno Slam e ben sette Masters 1000, tutti sul duro americano.

Chiusa la doverosa parentesi riservata a Chang, il “cinesino” di fatto riconsegna la leadership mondiale a Stefan Edberg. Il 23 marzo, ancora incredulo per la clamorosa sconfitta patita a Key Biscayne per mano del 289esimo giocatore del mondo, tal Robbie Weiss, lo scandinavo difende i colori della propria nazione contro l’Australia in Coppa Davis da primo della classe e regola Fromberg e Masur ma la settimana dopo in Giappone perde in semifinale da Krajicek e torna al secondo posto. Perché nel frattempo Courier, dopo essersi leccato le ferite, infila quattro titoli consecutivi tra il cemento orientale e la terra europea e consolida il primato riconquistato.

Nella doppietta Tokyo-Hong Kong, Jim trova la maniera di vendicarsi due volte di Chang mentre sia a Roma che al Roland Garros la sua superiorità non è praticamente messa in discussione da nessuno. Al Foro Italico l’unico ad impensierirlo è l’argentino Miniussi nei quarti mentre per confermarsi campione a Parigi, Courier lascia un set a Ivanisevic ma in semifinale domina Agassi 6-3 6-2 6-2 e in finale l’estro di Petr Korda lo impensierisce solo nel primo parziale (7-5 6-2 6-1).

Ricca di appuntamenti, l’estate del 1992 porta carbone al n°1 del mondo. A Wimbledon, Courier perde al terzo turno contro il n°193 del ranking Andrei Olhovskiy, un russo che qualche mese prima era stato eliminato al primo turno del Challenger al Parioli di Roma da Francisco Montana ma sull’erba londinese riesce a far valere le sue doti da doppista. Un altro tennista classificato oltre la centesima posizione (157) si impone su Courier sulla terra di Kitzbuhel: si tratta dell’uruguaiano Diego Perez che, vincendo 3-6 7-6 6-2 marchia il regno del rosso con il primato negativo di unico n°1 della storia ad aver perso due incontri consecutivi con un avversario fuori dalle prime cento posizioni della classifica mondiale. I guai però continuano e a Barcellona, dove si svolge il torneo olimpico, desta sorpresa l’eliminazione di Courier per mano dello svizzero “Pippo” Rosset, che però legittimerà la bontà del suo risultato mettendosi al collo nientemeno che la medaglia d’oro. 

Nemmeno il ritorno sul duro fa ritrovare a Jim la vittoria; a Cincinnati David Wheaton ottiene la sua seconda vittoria in carriera sul n°1 e lo estromette al secondo turno mentre a Indianapolis le cose vanno meglio ma in finale Pete Sampras mette le mani sul titolo con un doppio 6-4. Alla vigilia degli US Open non ci sono avvisaglie che Edberg possa tornare in vetta al ranking, perché l’estate americana dello svedese non è certo stata delle più brillanti. Invece, lottando come un leone, Stefan supera tre turni terribili al quinto set contro Krajicek, Lendl e Chang e in finale si trova Sampras, in serie positiva da 16 partite e fresco della vittoria su Courier. Sono di fronte i campioni delle due edizioni precedenti del torneo e Pete viene dato per favorito, anche in virtù dello sforzo fisico che Edberg ha dovuto sostenere per arrivare fino a quel punto.

Invece lo svedese stupisce un po’ tutti e centra il suo sesto e ultimo Slam della carriera vincendo in quattro set e tornando numero 1 mondiale. Le ultime tre settimane da re, Edberg le trascorre giocando (e perdendo) un solo incontro, in Coppa Davis contro Agassi. Il terzo e ultimo leader mondiale svedese chiude il suo bilancio di 72 settimane complessive al vertice con un record personale di 94 incontri vinti e 19 persi nel corso di 24 tornei, nella metà dei quali è riuscito ad arrivare in finale per poi vincerne otto.

Il 5 ottobre Courier è di nuovo n°1 del ranking ma, tanto per cambiare, non riuscirà a vincere alcun torneo prima che la stagione si chiuda. Il principale oppositore è Boris Becker, tornato su ottimi livelli di rendimento dopo un periodo non particolarmente positivo. Il tedesco è scivolato fino alla nona posizione ma la vittoria a Basilea gli ha ridato fiducia e il finale di 1992 è tutto suo, a scapito del n°1 che se lo trova di fronte sia nei quarti a Parigi Bercy che nella finale del Masters a Francoforte. Nella rassegna dei maestri, Courier perde nel round robin da Ivanisevic ma la sofferta vittoria in tre set su Krajicek e quella successiva su Chang gli garantiscono un posto in semifinale, dove si impone in due tie-break su Pete Sampras. Dal canto suo Becker, che nel girone aveva perso con Sampras, batte al tie-break del terzo set Ivanisevic e controlla la finale conquistando l’ATP World Tour Championship per la seconda volta in carriera.

Esausto dopo una stagione vissuta intensamente, Jim Courier dichiara ai giornalisti presenti a Francoforte che andrebbe volentieri in vacanza ma ad attenderlo c’è ancora la finale di Coppa Davis contro la Svizzera, in programma a Fort Worth il primo week-end di dicembre. In apparenza non dovrebbe esserci partita ma Tom Gorman non si fida dei rossocrociati e punta nuovamente sul trentatreenne John McEnroe per affiancare Sampras in doppio e schierare Agassi e Courier in singolare. La scelta si rivela azzeccata; chiusa la prima giornata sulla situazione di 1-1 (con Jim sconfitto al quinto da Rosset), gli americani si trovano sotto 0-2 nel doppio ma reagiscono e portano a casa un punto determinante. Perché il giorno dopo Courier è più rilassato e chiude la pratica in quattro set con Hlasek mettendo le mani sulla trentesima insalatiera d’argento della storia statunitense.

Finalmente Jim può andare in vacanza e ricaricare la batteria in vista di un 1993 che lo vedrà ancora grande protagonista insieme a un connazionale destinato, con le sue imprese, a cambiare la storia del gioco. Ma di questo parleremo tra una settimana.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DODICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS76 62 67 67 57BRUXELLESS
1992COURIER, JIMIVANISEVIC, GORAN63 67 67STOCCARDA INDOORS
1992COURIER, JIMCHESNOKOV, ANDREI46 57INDIAN WELLSH
1992COURIER, JIMCHANG, MICHAEL26 46MIAMIH
1992EDBERG, STEFANKRAJICEK, RICHARD36 57TOKYOH
1992COURIER, JIMOLHOVSKIY, ANDREI46 64 46 46WIMBLEDONG
1992COURIER, JIMPEREZ, DIEGO63 67 26KITZBUHELC
1992COURIER, JIMROSSET, MARC46 26 16OLIMPIADI BARCELONAC
1992COURIER, JIMWHEATON, DAVID57 67CINCINNATIH
1992COURIER, JIMSAMPRAS, PETE46 46INDIANAPOLISH
1992COURIER, JIMSAMPRAS, PETE16 63 26 26US OPENH
1992EDBERG, STEFANAGASSI, ANDRE75 36 67 36DAVIS CUPC
1992COURIER, JIMHOLM, HENRIK46 36STOCCOLMAS
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS67 36PARIGI BERCYS
1992COURIER, JIMKRAJICEK, RICHARD64 46 57ANVERSAS
1992COURIER, JIMIVANISEVIC, GORAN36 36MASTERS S
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS46 36 57MASTERS S
1992COURIER, JIMROSSET, MARC36 76 63 46 46DAVIS CUPS
  1. Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
  2. Uno contro tutti: Connors
  3. Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
  4. Uno contro tutti: Bjorn Borg
  5. Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
  6. Uno contro tutti: Lendl
  7. Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Uno contro tutti: Mats Wilander
  10. Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

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La storia di Norah Gordon Cleather, la donna che tenne in piedi Wimbledon durante la guerra

Ora che Sally Bolton sta per prendere in mano le redini di Wimbledon, Ubitennis vi propone il racconto del Guardian sulla prima donna a dirigere il torneo più antico del mondo a cavallo fra le due guerre

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Il Centre Court di Wimbledon, colpito da una bomba l'11 ottobre 1940

[Nota introduttiva: sebbene Wimbledon 2020 sia stato cancellato, il 12 luglio (data della fu finale maschile) segnerà comunque il passaggio di consegne fra Richard Lewis e Sally Bolton nel ruolo di CEO, come già annunciato lo scorso dicembre. Bolton sarà la prima chief executive donna da quando la carica è stata creata, ed è una figura di spicco nell’ambiente dell’organizzazione di eventi sportivi nel Regno Unito. Ha iniziato nel 1996 come CEO per due squadre di rugby, sia league che union, facendosi strada fino a diventare la responsabile per la pianificazione dei Mondiali di Rugby League del 2013; è poi stata a capo, per un biennio, del comitato organizzatore dei mondiali londinesi di atletica del 2017.

La sua carriera all’interno dell’All England Club è iniziata l’anno precedente, quando è stata nominata head of corporate affairs, venendo poi promossa all’incarico di strategic planning and operations director – in sostanza è passata dalla gestione del rapporto con il pubblico alla progettazione strategica a lungo termine. In quest’ultima veste, le è stato riconosciuto un ruolo decisivo nell’acquisto dei limitrofi terreni del Wimbledon Park Golf Club, quasi triplicando l’area dove si disputano i Championships (da 42 a 115 acri) e permettendo così di spostare le qualificazioni da Roehampton ai campi dell’All England.

Sally Bolton, nuovo CEO di Wimbledon. (Credit: Wimbledon.com)

Nel contesto di questa staffetta, certamente storica, il Guardian ha trattato l’esperienza di Norah Gordon Cleather come “segretaria ad interim” durante la Seconda guerra mondiale. Di seguito vi proponiamo la traduzione dell’articolo, mentre l’originale si può trovare qui].

 

Norah Gordon Cleather avrebbe destato clamore entrando in qualsiasi stanza, in qualsiasi epoca. Un’altolocata londinese alla moda, si mescolava facilmente sia con i migliori tennisti del mondo sia con la nobiltà europea del periodo tra le due guerre, ma, come molte favole, la sua vicenda avrebbe preso una triste e inaspettata piega.

Il suo nome, a lungo dimenticato, è riemerso da quando Sally Bolton è stata nominata come la prima donna a ricoprire la carica amministratore delegato dell’All England Club, succedendo a Richard Lewis, un passaggio di consegne che ha avuto luogo nelle circostanze uniche di una quarantena, quando di norma il torneo si starebbe preparando per l’inaugurazione del 29 giugno. Tuttavia, Cleather può rivendicare il primato in una versione equivalente del ruolo che lei ricoprì 81 anni fa, in tempi altrettanto duri (come Bolton stessa sta scoprendo, visto che è impegnata nella lettura dell’autobiografia di Cleather, “Wimbledon Story”).

Stregata dal gioco e da Wimbledon fin dalla sua prima visita come scolaretta nel 1917, Norah si unì al piccolo staff di Wimbledon nel 1922, anno in cui il torneo si spostò da Worple Road a Church Road per accogliere lo straordinario interesse generato da Suzanne Lenglen, che diventò una sua amica di lungo corso.

Mentre lo sport raccoglieva sempre più consensi sulla scena internazionale, lei lavorava al fianco del direttore del torneo, il maggiore Dudley Larcombe, e prese il suo posto come “segretario ad interim” alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando lui si ritirò per motivi di salute – un percorso lavorativo che sembrava realizzare tutti i sogni giovanili di Norah.

Le bombe caddero e Wimbledon chiuse. Il parcheggio fu trasformato in una piccola fattoria e i reggimenti Gallesi e Irlandesi di Londra vi si trasferirono dentro. Come ricorda Cleather nella sua autobiografia: “Fu quando sentii per la prima volta la marcia metallica che passava fuori dall’All England Club… che capii che Wimbledon era andato in guerra”.

La sua pronipote Sarah Cleather – il cui nome d’attrice è Sarah Tullamore – dice: “Norah ha gestito Wimbledon durante la guerra quasi da sola, mentre gli uomini venivano arruolati. Anche lei finì col vivere lì, a fianco delle truppe, visto che il suo appartamento a Earl’s Court venne bombardato. Si aspettava di proseguire l’incarico dopo la guerra, e perché non avrebbe dovuto?”.

Tullamore è addolorata per il modo in cui la sua prozia è stata successivamente trattata e sta lavorando ad un dramma televisivo che spera possa mostrare quanto Cleather fosse una silenziosa pioniera.

Quando il tennis riprese nel giugno del 1945, i raccattapalle erano soldati in uniforme pronti a combattere; anche i giocatori erano agguerriti nel senso più letterale del termine e si entusiasmavano a giocare sul Campo N.1, mentre i lavori di ristrutturazione post-bellica continuavano sul Campo Centrale. Non fu classificato come un campionato ufficiale ma, come la Battle of the Brits che ha avuto luogo la scorsa settimana al National Tennis Centre, era quello che passava il convento.

Profeticamente, Cleather ha scritto: “Ho sempre pensato che in un’epoca in cui i più grandi giocatori del mondo sono tutti professionisti, tali regole sono pericolosamente superate. Ho già accennato alla sensazione sempre più diffusa ormai tra quasi tutti gli appassionati di tennis che una nuova e ben più flessibile concezione dello status dei giocatori sia attesa da tempo”.

La loro condizione sarebbe rimasta tale fino al 1968, quando Rod Laver e Billie Jean King vinsero i primi campionati dell’era Open. Nel 1945, il gioco non era pronto per alcun tipo di cambiamento.

Mentre le cose erano sul punto di ripartire”, dice Tullamore, “è stata informata che un manager maschio sarebbe venuto a lavorare con lei per gestire le cose. Dev’essere rimasta amareggiata, ma ha accettato la cosa. Tuttavia, quando ha scoperto che l’uomo in questione sarebbe stato pagato più di lei per lo stesso lavoro, naturalmente ha protestato chiedendo lo stesso stipendio – soprattutto perché aveva fatto il lavoro per 25 anni e aveva appena organizzato il primo torneo del dopoguerra da sola”.

Purtroppo – e questo è un segno dei tempi in cui viveva – le autorità di Wimbledon si rifiutarono di cedere. Così Norah, a malincuore, decise di andarsene – un’altra scelta pionieristica per l’epoca. È morta nel 1967, un paio d’anni prima che io nascessi, e purtroppo non l’ho mai incontrata. Ma sono sempre stata affascinata dalla sua vita e da ciò che ha ottenuto all’epoca, ed è per questo che vorrei che la gente la conoscesse“.

Ho la sensazione che alla stampa piacesse molto, dai ritagli che ho letto. Era una donna che lavorava sodo ma al contempo affascinante, e aveva fatto carriera. Sempre una signora, non ha mai detto il vero motivo del suo allontanamento, né alla stampa né nel suo libro, preferendo invece dire che ‘era ora di cambiare‘”.

Cleather aveva il cuore a pezzi in tutti i sensi. Quando si trasferì per lavorare a New York come segretaria di una delle sorellanze universitarie cattoliche, la sua partenza coincise con la fine della relazione con l’amore della sua vita, un americano di nome John Kelly, che si dice fosse in lacrime quando partecipò al suo funerale nel 1967.

Voleva un nuovo inizio“, dice Tullamore. “Tuttavia, dato che il suo lavoro a New York era molto meno affascinante di quello a Wimbledon e dato che era molto lontana, credo che la gente si sia semplicemente dimenticata di lei“.

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Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi parliamo dei primi anni Novanta, dominati da Stefan Edberg, Boris Becker e Jim Courier

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No, non è Boris Becker a ricevere lo scettro di numero 1 del mondo da Ivan Lendl. In poco più di tre anni, il tedesco è stato per 74 settimane complessive sul secondo gradino del podio ma l’esito della finale di Wimbledon 1990, in cui non gli è bastato recuperare due set, ha determinato di fatto il successore al trono dell’ex-cecoslovacco. Il nuovo re è un vichingo atipico che da juniores è stato imperatore, avendo conquistato (unico nella storia) il Grand Slam juniores nel 1983. Anche se quel quinto set di una altalenante finale di Wimbledon terminata con lo score inusuale di 6-2 6-2 3-6 3-6 6-4 ha di fatto determinato il futuro, Edberg viene incoronato il 13 agosto, ovvero all’indomani della netta vittoria su Brad Gilbert che gli è valsa il titolo a Cincinnati. Abbandonato in gioventù il rovescio bimane e trasformato lo stesso in un colpo tanto elegante quanto propedeutico – nella sua versione in back – alla filosofia offensiva che ne ispira l’intero impianto di gioco, Edberg è arrivato in Ohio sulla spinta della vittoria ottenuta la settimana precedente a Los Angeles e bagna la sua investitura con un altro titolo in quel di Long Island.

Logicamente, allo US Open lo svedese è in cima alla lista dei favoriti ma il mancino russo Alexander Volkov, uno a cui pure il talento non fa certo difetto, lo estromette al debutto in tre soli set: 6-3 7-6 6-2. “Avevo lavorato bene nelle ultime settimane ma quando ho visto il sorteggio non ero certo contento” dichiarerà Volkov ai cronisti. “Però mi sono detto che tutto poteva succedere e oggi ho giocato davvero bene”. Incostante ma capace di momenti irresistibili, Volkov raggiungerà in carriera un best ranking di n°14 e morirà a soli 52 anni dopo essere stato per un periodo anche coach di Safin.

La stagione indoor propone nuovi scontri diretti tra i primi tre della graduatoria che si trovano di fronte nelle fasi finali di Sydney, Tokyo, Stoccolma e Bercy. Becker centra quattro finali e ne vince due (in Australia e Svezia, entrambe contro Edberg), perde in Giappone con Lendl e in Francia è costretto al ritiro sul 3-3 del primo set lasciando via libera al numero 1. Con queste premesse, è ovvio che alla Festhalle di Francoforte, teatro dei nuovi ATP World Tour Championships (la nuova denominazione del Masters), i favoriti siano gli stessi tre di cui sopra. Invece il nuovo maestro ha vent’anni, indossa completini piuttosto vistosi e nell’occasione mette in riga sia Becker (in semifinale) che Edberg (in finale) dopo aver perso dallo svedese nel girone: si chiama Andre Agassi e di lui sentiremo ancora parlare a lungo.

 

Con il torneo di chiusura controllato completamente dall’ATP, la Federazione Internazionale reagisce organizzando sempre in Germania (a Monaco di Baviera) una sorta di Masters alternativo, riservato ai sedici tennisti che hanno totalizzato il maggior numero di punti nei quattro major: la Grand Slam Cup. Oltre alla sede, anche la formula è diversa in quanto contempla la più classica eliminazione diretta fin dal primo turno, che poi sono gli ottavi. Edberg è testa di serie n°1 in questa edizione d’esordio e il suo, di debutto, non è proprio dei migliori perché perde subito in tre combattuti set con Chang. Il torneo lo vincerà lo statunitense Pete Sampras, un altro di cui torneremo a parlare più avanti, e la stagione va in archivio.

Ad appena 24 settimane dal suo insediamento, Stefan Edberg è costretto a lasciare il palazzo reale. Accade all’indomani degli Australian Open, laddove lo svedese non sfrutta due match point in semifinale e si arrende alla caparbietà di un Ivan Lendl che sembra rappresentare la legione straniera con quel curioso cappello che gli copre testa e collo. “Avevo la partita in mano e mi sentivo bene: è dura perdere così” ammette Edberg, che nel quarto set serve per l’incontro sul 5-4, subito dopo aver tolto la battuta a Lendl, ma nelle due opportunità di chiudere prima sbaglia una volee e dopo commette doppio fallo. Ivan lo riprende, domina il tie-break e chiude il quinto per 6-4 qualificandosi per la terza finale consecutiva a Melbourne. Qui trova Boris Becker, sopravvissuto al terzo turno a una maratona di oltre cinque ore con l’italiano Omar Camporese e in procinto di diventare il decimo n°1 mondiale. Infatti, battendo Lendl 1-6 6-4 6-4 6-4 il tedesco completa il sorpasso e il 28 gennaio viene incoronato.

Boris Becker

Difficile, a questo punto, spiegare il motivo per cui un talento del calibro di Boris Becker rimarrà in vetta per un totale di appena 12 settimane, suddivise in due periodi. Il primo di questi comprende due incontri in Coppa Davis (uno dei quali lo vede di nuovo opposto a Camporese e sarà un’altra vittoria al quinto, stavolta recuperando due set) e una mesta apparizione a Bruxelles, dove è costretto al ritiro in semifinale contro il russo Cherkasov sulla situazione di un set pari e 2-2 nel terzo a causa di uno stiramento alla coscia. Pur perdendo anch’esso in semifinale con il francese Forget, Edberg torna numero 1 il 18 febbraio e legittima subito la ritrovata leadership vincendo a Stoccarda. Le cose vanno peggio nel Sunshine Double ma lo scandinavo riesce a tenere una certa continuità di rendimento e le due semifinali raggiunte lo testimoniano: a Indian Wells lo ferma nuovamente Forget mentre a Miami la sconfitta con il giovane statunitense David Wheaton può sembrare sorprendente ma il ventunenne di Minneapolis sta vivendo la sua annata migliore e ben presto lascerà la posizione n°46 che occupa in Florida per avvicinarsi alla top 10.

Dopo il titolo a Tokyo, ottenuto regolando in finale Ivan Lendl, Edberg affronta con fiducia la stagione europea sulla terra battuta ma a Monte Carlo si ferma al debutto, battuto dal connazionale Magnus Larsson, tennista che quattro anni più tardi entrerà tra i primi 10 del ranking e mostrerà nell’arco dell’intera carriera una certa versatilità dividendo le sue quindici finali nel circuito tra le quattro superfici in uso (sintetico, duro, erba e terra). Dopo il Principato, il n°1 fa due tappe in Germania: ad Amburgo perde nei quarti con Stich mentre a Dusseldorf aiuta la sua nazionale a vincere la World Team Cup battendo Ivanisevic nella finale contro la Croazia. Per lui si tratta del bis nella seconda manifestazione a squadre per importanza dopo la Davis, avendola già vinta tre anni prima battendo in finale gli Stati Uniti. 

Anche se il suo tennis offensivo mal si adatta alla terra, Edberg ha già dimostrato di potersela cavare egregiamente sul rosso e al Roland Garros ha già sfiorato il titolo due anni prima. Tuttavia, dopo aver battuto tre avversari ostici quali l’austriaco Skoff e i russi Cherkasov e Chesnokov, nei quarti è costretto alla resa dall’uomo nuovo del tennis a stelle e strisce: Jim Courier. Il “rosso” vincerà il torneo e inizierà così a scalare la classifica mondiale mentre Stefan, sconfitto ma non demoralizzato, si trasferisce al Queen’s dove centra il successo senza cedere nemmeno un set. Inevitabile, con queste premesse, che il n°1 del mondo sia il grande favorito per difendere il titolo di Wimbledon ma qui accade qualcosa di mai successo a livello slam; avviene in semifinale, dove Edberg non perde mai il servizio ma perde tre tie-break su tre (proprio nei giorni in cui l’inventore del gioco decisivo, Jimmy Van Alen, lasciava questa terra) e si arrende a Michael Stich, che poi batterà anche Becker in finale.

Pur avendo perso, Boris torna sul trono grazie allo scarto dei punti e ci resterà per due mesi. Di nuovo, la vetta fa perdere la testa al tedesco che, nei tre tornei giocati da n°1, coglie la finale a Indianapolis (battuto da Sampras) dopo aver perso in semifinale a Cincinnati per mano di Forget ma il ko che lo rimette al secondo posto del ranking è quello patito al terzo turno degli US Open. Qui Paul Haarhuis, un 25enne olandese dal radioso futuro come doppista, lo estromette in tre rapide partite nell’edizione che vive delle imprese leggendarie del vecchio Connors (semifinalista a 39 anni proprio a spese di Haarhuis) e riconsegna la corona a Edberg, praticamente perfetto nella finale in cui annienta Jim Courier per 6-2 6-4 6-0. Il 9 settembre, quindi, Boris Becker chiude la sua esperienza da re del mondo con numeri inversamente proporzionali alla sua classe: 12 settimane, quattro tornei, una sola finale giocata (e persa) e un record vinte-perse di 14-4.

Se durante l’estate americana Edberg aveva collezionato sconfitte a ripetizione, il titolo allo US Open lo rivitalizza e – sull’asse indoor Sydney-Tokyo – infila altri due titoli legati tra loro dal pressoché identico score con cui supera, sempre in semifinale, il temibile croato Ivanisevic: 4-6 7-6 7-6 in Australia e 4-6 7-6 7-5 in Giappone. A un passo dal tris e con 21 vittorie consecutive alle spalle, lo svedese perde la finale a Stoccolma con Becker e chiude anzitempo la stagione a Parigi-Bercy, sconfitto al secondo turno da Michael Chang. Infortunato, lo scandinavo salta il Masters di Francoforte e preferisce riposarsi fino alla nuova stagione.

Il 1992 di Edberg inizia a Melbourne e la sua condizione sembra del tutto ritrovata. Tre agevoli turni di rodaggio contro tennisti classificati fuori dai 100 gli consentono di presentarsi alla seconda settimana abbastanza riposato e questo lo aiuta nella vittoria al quinto set ottenuta contro Ivan Lendl nei quarti; in semifinale il sorprendente Wayne Ferreira gli resiste solo il primo set ma in finale le bastonate di dritto di Jim Courier lo mettono alle corde e lo statunitense vendica la batosta rimediata a Flushing Meadows qualche mese prima. Adesso Courier lo insidia da vicino in classifica e infatti il 9 febbraio, dopo aver perso la finale di San Francisco contro il connazionale Chang, Jim diventa il decimo leader del ranking ATP (terzo statunitense).

Jim Courier (foto di Clive Brunskill /Allsport)

Nel frattempo, la settimana precedente, Stefan Edberg ha fatto registrare suo malgrado un primato: nel secondo incontro della prima giornata del match di Coppa Davis tra Canada e Svezia, Edberg perde 6-4 al quinto set con Daniel Nestor. Il mancino canadese diventa così il giocatore con classifica più bassa (238) ad aver mai battuto il numero 1 del mondo, record tuttora valido. Con la vittoria di Nestor, la cui carriera di singolarista verrà ben presto oscurata da una lunga e irripetibile militanza in doppio, il Canada chiude la prima giornata avanti 2-0 ma alla fine la Svezia riuscirà a espugnare il Pacific National Agrodome di Vancouver e Edberg rimedierà vincendo il doppio insieme a Jarryd e battendo Connell nel singolare di apertura della terza giornata. A quel punto, sul 2-2, Nestor si troverà avanti 2-1 con Gustafsson ma le vesciche ai piedi contribuiranno alla sua resa e di conseguenza a quella dei padroni di casa, osannati comunque dal pubblico di casa.

Nella prossima puntata parleremo di Jim Courier e dell’inizio degli anni statunitensi al vertice della classifica ATP.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – UNDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1990EDBERG, STEFANVOLKOV, ALEXANDER36 67 26US OPENH
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS67 46 46SYDNEY INDOORH
1990EDBERG, STEFANLENDL, IVAN57 36TOKYO INDOORS
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS46 06 36STOCCOLMAS
1990EDBERG, STEFANAGASSI, ANDRE75 67 57 26MASTERS S
1991EDBERG, STEFANLENDL, IVAN46 75 63 67 46AUSTRALIAN OPENH
1991BECKER, BORISCHERKASOV, ANDREI62 36 22 RIT.BRUXELLESS
1991EDBERG, STEFANFORGET, GUY46 46INDIAN WELLSH
1991EDBERG, STEFANWHEATON, DAVID36 46MIAMIH
1991EDBERG, STEFANLARSSON, MAGNUS75 36 67MONTE CARLOC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL26 67AMBURGOC
1991EDBERG, STEFANCHERKASOV, ANDREI46 16WORLD TEAM CUPC
1991EDBERG, STEFANCOURIER, JIM46 62 36 46ROLAND GARROSC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL64 67 67 67WIMBLEDONG
1991BECKER, BORISFORGET, GUY67 64 36CINCINNATIH
1991BECKER, BORISSAMPRAS, PETE67 63 36INDIANAPOLISH
1991BECKER, BORISHAARHUIS, PAUL36 46 26US OPENH
1991EDBERG, STEFANBECKER, BORIS63 46 61 26 26STOCCOLMAS
1991EDBERG, STEFANCHANG, MICHAEL62 16 46PARIGI BERCYS
1992EDBERG, STEFANCOURIER, JIM36 63 46 26AUSTRALIAN OPENH
1992EDBERG, STEFANNESTOR, DANIEL64 36 61 36 46DAVIS CUPS


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