I sette re di Roma: Adriano Panatta

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I sette re di Roma: Adriano Panatta

Nella settimana in cui si sarebbero dovuti giocare gli Internazionali d’Italia, un articolo per ognuno dei sette migliori giocatori della storia del torneo. L’ultimo è dedicato ad Adriano Panatta, unico italiano a vincere a Roma in Era Open

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Dall’10 al 17 maggio, se non fosse intervenuto il coronavirus a complicare tutto, si sarebbero giocati gli Internazionali BNL d’Italia. Per lenire un po’ la nostalgia, e sperando che il torneo possa essere recuperato quest’anno, abbiamo preparato una serie di articoli sui Sette Re di Roma da pubblicare fino a domenica, il giorno in cui si sarebbe disputata la finale. Abbiamo selezionato i sette tennisti che più degli altri hanno contribuito a scrivere la storia di questo torneo in Era Open.

Il settimo e ultimo re di Roma non poteva che essere Adriano Panatta, l’unico italiano capace di vincere gli Internazionali d’Italia in Era Open.


Pensi ad Adriano Panatta e non puoi non pensare innanzitutto al 1976, il suo anno d’oro, con la vittoria al Foro Italico, a Parigi e culminata poi nella vittoria in Cile nella Coppa Davis. Pensi ad Adriano e alle sue voleé, alle sue smorzate che mandavano al manicomio Bjorn Borg costretto a lasciare la presa bimane per arrivare su quelle palle, al suo servizio certo poderoso per l’epoca.

 

Adriano aveva anche un gran diritto con il quale si apriva il campo per le sue discese a rete  e lo mascherava benissimo, perchè con lo stesso movimento dell’attacco in chop poteva invece giocare a sorpresa micidiali smorzate favorite dal tocco delicato e sopraffino. Il rovescio, nelle giornate migliori, era un’ottima arma per venire a rete. In quelle peggiori diventava un handicap. Lui soffriva inevitabilmente chi era capace di attaccarlo sul rovescio nelle giornate in cui il passante lo aveva abbandonato. Di fatto era facile individuare le giornate in cui si presentava in campo il miglior Adriano: erano quelle in cui il passante di rovescio andava subito a segno.

Panatta è rimasto impresso nella mente dei tanti appassionati di quell’epoca soprattutto per la sua abilità istintiva e straordinaria a improvvisarsi portiere di razza. I suoi tuffi spettacolari sotto rete lo trasformavano in un Dino Zoff con racchetta. E come dimenticare, poi, la famosa “Veronica”, termine inventato da Rino Tommasi, mutuandolo dal gergo della tauromachia, anche se in realtà con tori e toreri non c’entrava per nulla tanto che spesso Gianni Clerici all’udirla se ne mostrava quasi infastidito? A dispetto di Clerici e della sua idiosincrasia quel termine improprio è entrato nel lessico popolare del tennis. Cosa era, vi chiederete, la “Veronica”? Era il termine con il quale, Rino dixit, si indicava la voleé alta di rovescio con spalle alla rete nelle quali Adriano era un vero straordinario maestro. Nelle corride era in realtà quel movimento che il torero fa verso il toro quando volteggia la muleta.

Insomma Adriano è sempre stato considerato da tutti l’erede naturale di Nicola Pietrangeli, talento cristallino ma anche (solo male lingue?) poco propenso a sacrificarsi con duri allenamenti, a prepararsi fisicamente giorno dopo giorno con la consistenza di tanti altri giocatori assai meno talentuosi di lui. Dove sarebbe mai giunto se si fossero, Pietrangeli e Panatta, allenati quanto gli altri migliori tennisti della loro epoca?

Ma la forza di Panatta era proprio quella: prendere il tennis con leggerezza, divertirsi e far divertire, non lasciare mai l’iniziativa agli avversari, anche nelle giornate peggiori. Quando girava tutto per il meglio Adriano era un vero spettacolo e i tifosi del Foro Italico non riuscivano a contenersi, a volte esagerando fino a scandalizzare; le grida “Aaaaaaadrianooooooooooooo, Aaaaaaadrianoooooooooo! rimbombavano da una tribuna all’altra del Centrale del Foro Italico che ancora non si chiamava Pietrangeli ma aveva già quella cornice di magnifiche statue che ne fanno forse il più bel campo del mondo, certo unico.

Molti imputano la svolta del 1976 nella carriera di Adriano Panatta all’arrivo sulla panchina della nazionale di Coppa Davis di Nicola Pietrangeli, capace nel suo ruolo di dare maggiore sicurezza al campione romano. Questo aspetto poteva forse valere per la storica competizione a squadre, nella quale peraltro Corrado Barazzutti si dimostrò spesso perfino più solido di Adriano che però restava sempre il leader carismatico della squadra, colui al quale veniva attribuita la maggior parte dei meriti di un successo della squadra anche perché in coppia con Paolo Bertolucci formava un doppio fantastico e vincente. Se poteva capitare che Adriano perdesse un punto in singolare contro un giocatore battuto da Barazzutti, Adriano poteva vincere il doppio e conquistare due punti come Corrado. E se i due punti finali della vittoria, quello del doppio più il singolare della terza giornata li portava lui, l’eroe del match, quello che finiva in copertina era lui.

In copertina Adriano finiva sempre, perché era personaggio, bello, elegante nel giocare come nel vestire, simpatico, romano de Roma, a suo agio con il mondo dello spettacolo, le belle donne, attrici, cantanti, da jet-society. Con Barazzutti non aveva nulla, ma proprio nulla in comune. E poi la verità era un’altra. A 26 anni Adriano aveva raggiunto la sua maturità agonistica e quell’anno (perché funziona quasi sempre così nella realizzazione delle grandi imprese), anche più di un pizzico di fortuna (peraltro assolutamente cercata e meritata) lo aiutò nel raggiungere i risultati da sempre agognati.

Roland Garros 1976 – Panatta ha appena annullato il match point a Pavel Hutka

ADRIANO AL FORO

Ma visto che stiamo celebrando il Foro Italico, quale era stato il rapporto con il torneo di casa per Adriano fino ad allora? Si sa che per il tennista italiano giocare a Roma è un sogno che si avvera. Se da un lato assicura la spinta dei tifosi (soprattutto nel vecchio Centrale), dall’altro comporta il peso di una grossa responsabilità, la dannata pressione di dover fare bene.

Figurarsi per il romanissimo Adriano, nato e cresciuto al TC Parioli, figlio di Ascenzio, indimenticato custode del circolo. Dalla prima partecipazione – giovanissimo – nel 1968, fino al 1975, Adriano non era mai andato oltre il terzo turno, battuto in qualche occasione anche da giocatori abbondantemente alla sua portata (uno fra tutti il mancino egiziano Ismail El Shafei).

E quell’anno, non ancora magico, la musica pareva proprio non voler cambiare. I famosi 11 match point annullati a Kim Warwick al primo turno (di cui 10 sul servizio dell’avversario!) si rivelarono essere proprio un segno del destino. Adriano trovò la forma (come avviene sempre in questi casi) strada facendo, battendo con fatica Zugarelli nel derby, liquidando Franulovic, venendo fuori nei quarti da una partita arroventata e piena di polemiche contro Harold Solomon, ritiratosi sul 5-4 in suo favore nel terzo set.

Il dettaglio di tutti questi match e le relative cronache dell’epoca la troverete negli articoli del nostro Direttore pubblicati a suo tempo sui giornali dei quali era inviato, La Nazione, il Resto del Carlino, e poi ripresi in una serie di libri (poi saccheggiati da chiunque in casa FIT) confluiti in un sito web creato per la massiccia parte statistica insieme a Luca Marianantoni. Troverete la ricostruzione del direttore dello strepitoso percorso di Adriano in questo articolo: ‘Dagli 11 match-point annullati, alla furia di Solomon, al trionfo con Vilas’.

Sta di fatto che Adriano avrebbe poi travolto in semifinale John Newcombe in tre set (semifinali e finali si giocavano al meglio delle 5 partite) e vinto la resistenza di Guillermo Vilas in finale, su un campo preparato ad arte, un po’ più veloce del solito per il “nostro”. Dopo una comprensibile partenza ad handicap figlia dell’inevitabile tensione, Panatta dette però il meglio di sé. Perso il primo parziale 6-2, Adriano seppe ritrovare la magia dei suoi colpi e dettare la sua legge, quella del gioco d’attacco, delle smorzate, delle voleé incredibili, delle veroniche spettacolari, trascinando con sé l’entusiasta pubblico del Foro. Quella è stata purtroppo anche l’ultima vittoria di un italiano a Roma e solo Dio sa quanto manchi agli appassionati italiani il replay di un momento del genere.

Adriano in quel suo anno magico trionfò anche a Parigi (anche lì annullò un match point al primo turno con il ceco Hutka e lo fece in maniera spettacolare, prima “Veronica” e poi voleé in tuffo) battendo in finale ancora una volta Solomon che avrebbe tanto voluto vendicarsi della sfida all’OK Corral di un paio di settimane prima. Poi come detto trascinò Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli alla vittoria in Davis con Pietrangeli che si battè come un leone, andando contro tutto e tutti per portare gli azzurri in Cile quando si susseguivano le manifestazioni della sinistra dell’epoca al grido: “No alle volée con il regime di Pinochet“. Il punto decisivo arrivò nel doppio contro Cornejo e Fillol, quando Panatta aveva convinto Bertolucci ad indossare la famosa maglietta rossa – e il rosso era il colore simbolico (Bandiera Rossa,,,) contro il regime ‘nero’ del generale e dittatore Augusto Pinochet.

Da quell’anno il rapporto di Adriano con il Foro cambiò in positivo. Nel 1977 Adriano fu sconfitto ai quarti da Gerulaitis (che poi vinse il torneo battendo Tonino Zugarelli), nel 1978 invece arrivò di nuovo in finale, quella più bella che il pubblico potesse desiderare, contro l’amico Bjorn Borg. Quell’edizione degli Internazionali fu parzialmente macchiata dal comportamento del pubblico che diede il peggio di sé nella sfida di Adriano contro José Higueras in semifinale. Accadde che lo spagnolo, trovatosi avanti 6-0 5-1, si ritrovò ad essere bersagliato dai fischi del pubblico quando i fan di Adriano si accorsero che finalmente stava reagendo e rimontando anche in quella situazione quasi disperata.

L’errore commesso da Higueras fu quello di riscaldare ancor di più gli animi rispondendo in un’occasione ad urla e sberleffi con un plateale gesto dell’ombrello. In queste condizioni la partita divenne una corrida, con Adriano che tra lancio di monetine, lattine e panini verso il suo avversario vinse in maniera inimmaginabile il set 7-5. Qui Higueras capì che oramai l’atmosfera era compromessa e lasciò il campo (“Avrei ammazzato qualcuno se fossi rimasto lì“), così come il giudice di sedia che dichiarò finito il match, scappandosene via quasi di corsa.

L’uscita dal campo di Higueras e del giudice di sedia

Messa alle spalle cotanta tensione, la finale tra Adriano e Borg del giorno successivo ebbe per tre set uno strano andamento, per diventare bellissima negli ultimi due. Adriano, complice anche una puntura di un’ape a Borg – che cercò di liberarsene roteando la racchetta come uno spadaccino – stravinse il primo set 6-1, ma perse secondo e terzo 6-1 6-3. Nel quarto Panatta con una grande prova salì 5-1 40-0, ma sprecò incredibilmente i tre set point e chiuse solo 6-4, consumando però così tante energie fisiche e mentali che probabilmente gli costarono il quinto set e la vittoria finale. Anche quel giorno il pubblico fece fatica a controllarsi, a comportarsi civilmente. Tanto che, a seguito di un lancio di monetine in direzione dello svedese da parte di un esagitato, Borg arrivò a rivolgersi all’arbitro e a dire: “O li fate smettere oppure esco dal campo!“. Di monetine non ne volarono più e alla fine la superiore condizione atletica e la proverbiale pazienza dell’”orso svedese” Borg ebbero il sopravvento.

Adriano non sfigurò nemmeno negli anni a seguire, giocando almeno altre due splendide partite, purtroppo entrambe perse ai quarti. Nel 1979 ancora contro Guillermo Vilas, vincitore in tre set. Una partita incredibile, con Vilas che si vide annullati due match point nel secondo set, ne annullò a sua volta due nel terzo prima di vincere il match. Nel 1981 invece fu un altro argentino a fermarne la corsa nei quarti, José Luis Clerc, grande amico e coetaneo di Claudio, il fratello d’arte di Adriano. Panatta cedette soltanto al tie-break del terzo set, vinto dalla fatica contro un avversario che era ben più giovane di lui. Adriano aveva quasi 31 anni, Clerc 23.

È innegabile che Adriano Panatta abbia scritto al Foro Italico le pagine più belle del tennis italiano a Roma dopo Nicola Pietrangeli e (anni prima) Fausto Gardini e Beppe Merlo. Ancora oggi, sia pure incoraggiati a sognare dalla vittoria di Fognini a Montecarlo e dai ripetuti exploit di Matteo Berrettini nel 2019 che gli hanno consentito subito dopo Fabio di raggiungere un posto nell’élite dei top-ten, non sappiamo se vivremo più emozioni azzurre così forti come quelle che Adriano ci permise di vivere in quell’indimenticabile 1976. Qui di seguito vi riproponiamo il video-racconto che Ubaldo Scanagatta ha dedicato a Panatta.


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ATP

ATP Anversa: a Musetti il derby contro Mager, ne arriva un altro con Sinner

Lorenzo vince grazie a un doppio tie-break dando segnali di ripresa e sfiderà negli ottavi Jannik, grande favorito del torneo

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Nel match che lo vede prevalere su Gianluca Mager per 7-6(2) 7-6(3) in due ore e nove minuti, è un Lorenzo Musetti completamente diverso da quello rassegnato visto più di una volta in questa seconda parte di stagione caratterizzata anche da vicissitudini extra-tennistiche che hanno contribuito al periodo negativo. Una vittoria non fa primavera, non tanto perché siamo a ottobre, quanto perché rimane solo la terza negli ultimi tredici incontri, ma di sicuro ha fatto piacere ritrovarlo motivato davanti a un avversario che ha giocato un buonissimo tennis, pur mancando nei momenti decisivi (5-3 nel primo, set point nel secondo), quando invece Lorenzo ha mantenuto il suo livello. Hanno probabilmente contribuito alla giornata di fiducia le vittorie nelle due sfide precedenti, quest’anno a Parma e due anni fa a Ortisei. E nemmeno ha nociuto che Gianluca, a dispetto dei colpi filanti, preferisca anch’egli avere la terra battuta sotto i piedi – ma questo valeva anche per le brutte sconfitte con Ramos-Viñolas, Kuzmanov e Djere. La vittoria di Musetti significa però sconfitta per l’altro azzurro, che veniva dai quarti a Sofia e dalla bella vittoria su Fucsovic all’esordio in California (poi sempre eliminato poi da Monfils), che ha espresso, lo ripetiamo, un tennis di qualità e a cui forse manca un po’ di consapevolezza delle proprie potenzialità sulle superfici meno amiche.

IL MATCH – Musetti parte tenendo il servizio e appare molto centrato con entrambi i colpi a rimbalzo; anche Mager tiene, sfoderando subito un paio di ace. I due non stanno esattamente vicini alla linea di fondo, con il sanremese spesso sulla scritta Antwerp nei game di risposta. Poche prime in campo, il rovescio del teenager fa i capricci e Gianluca passa in vantaggio al terzo gioco, salvo poi farsi riprendere sul 3 pari. Al netto di qualche errore evitabile, il duello offre scambi godibili, impreziositi da variazioni e chiusure vincenti. È propositivo, Mager, anche per la poca profondità della palla di Lorenzo, strappa di nuovo al settimo game, ma fallisce l’appuntamento per chiudere sul 5-4 anche per merito del rovescio monomane che sale in cattedra in un momento di appannamento del dritto, movimento del quale Lorenzo si era appena ritrovato a mimare, come spesso gli vediamo fare per quel colpo particolarmente sensibile alle fluttuazioni di fiducia. Il tie-break è un assolo di Musetti che mette in mostra buona parte del repertorio e va a sedersi con un set di vantaggio.

La prima di servizio di entrambi si fa più efficace nel secondo parziale, anche se Mager ne mette di meno e ricava poco dalla seconda rischiando nei primi due turni, e i due avanzano appaiati. Sul 4-5, Musetti annulla con un rovescione in uscita dal servizio un set point che Mager si era conquistato con una bella smorzata e una risposta fulminante. Gianluca rimane perplesso sul successivo “not up” chiamato dalla sedia e anche per il silenzio di hawk-eye live sulla palla molto profonda dell’altro; forse ci pensa troppo, ma riesce a risalire dallo 0-30. È ancora tie-break che, complici gli errori sanremesi (esiziale quello sullo smash), scivola di nuovo dalla parte di Lorenzo. Musetti chiude con un serve&(half)volley da delizia per gli occhi e approda al secondo turno dove lo attende la sfida inedita con Jannik Sinner.

 

Il tabellone completo

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Flash

Seppi non si qualifica ad Anversa, oggi derby Musetti-Mager. A Mosca parte bene Cilic

Dopo un’ottima prestazione in doppio con Paire, Lorenzo sarà impegnato contro il suo connazionale. In attesa dei russi, a Mosca si accontentano del croato

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Andreas Seppi - ATP Challenger Biella 2 2021 (foto Felice Calabrò)

ATP 250 Anversa – cemento indoor (montepremi €584,125)

La stagione tennistica sta volgendo al termine e con l’inoltrarsi dell’autunno è iniziato l’ultimo capitolo: quello dei tornei indoor nord-europei. Ieri è iniziata la sesta edizione del torneo ATP 250 di Anversa, evento giovane ma che già è riuscito a crearsi una sua buona base di pubblico che ha risposto presente anche ieri con un tutto esaurito per il match di doppio sul campo uno tra Lorenzo Musetti e Benoit Paire opposti al duo americano Nicholas Monroe e Reilly Opelka. La strana coppia italo-francese ha avuto la meglio dopo un incontro equilibratissimo vinto in rimonta per 6-7(2) 7-6(7) 10-8.

Non ha avuto un epilogo altrettanto felice l’altro italiano sceso in campo lunedì in Belgio: Andreas Seppi infatti è stato sconfitto nel turno decisivo delle qualificazioni dall’austriaco Dennis Novak 7-6(9) 3-6 7-6(8). Il numero 98 del mondo non è riuscito a sfruttare due set point nel primo parziale, e nel terzo, dopo aver recuperato un break di svantaggio, ha anche avuto un match point nel tie-break decisivo senza però concretizzare la chance. Tra i primi turni del tabellone principale, segnaliamo la sconfitta di Richard Gasquet, vincitore ad Anversa nella prima edizione del torneo nel 2016, per mano di un altro rovescio a una mano, quello di Dusan Lajovic. Il programma di oggi infine sarà ben più ricco: per gli appassionati del tennis italiano c’è da non perdere il derby Musetti-Mager attorno alle 16, mentre la sfida di maggior fascino è Murray-Tiafoe alle 18:30 circa.

Il tabellone aggiornato di Anversa

 

ATP 250 Mosca – cemento indoor (montepremi $779,515)

Dopo un anno di assenza il tennis torna anche nella capitale russa e i tre incontri di primo turno giocati lunedì sono tutti terminati al set decisivo. Il tennista di maggior prestigio sceso in campo ieri a Mosca è Marin Cilic il quale ha superato il qualificato Damir Dzumhur con punteggio di 6-7(4) 6-1 6-1. In rimonta sono arrivate anche la vittoria dell’australiano John Millman sul francese Benjamin Bonzi per 6-7(5) 6-4 6-3, e dell’altro australiano James Duckworth che ha superato il qualificato Borna Gojo 3-6 7-5 6-2.

Il tabellone aggiornato di Mosca

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Editoriali del Direttore

Indian Wells: analisi di una doppia delusione azzurra e i dubbi sulle scelte di casa Piatti per Jannik Sinner

I timori sulla condizione di Matteo Berrettini. Sarà stanco per la lunga e stressante stagione? Recupererà per Torino? Su Sinner: non c’è stata incoerenza fra le modifiche attuate ora al servizio e l’obiettivo Torino?

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Parliamoci chiaro. Per le nostre aspettative, quelle generalmente condivise dagli appassionati italiani, il torneo di Indian Wells è stato una grande delusione. E il fatto che alle semifinali del torneo siano giunti 4 tennisti non compresi fra i primi 25 del mondo accentua inevitabilmente quella delusione.

Anche se, d’altro canto, un po’ l’attenua il fatto che Fritz, il giustiziere della nostra squadra di Coppa Davis, abbia colto poi anche lo scalpo del tennista che pareva più in forma degli altri, Zverev. Il quale, detto inter nos, il suo match se l’è proprio mangiato, dal 5-2 in poi e con il doppio fallo sul matchpoint…sia pur con l’alibi del sole. Però è indubbio che Taylor Fritz, se giocasse sempre così, sarebbe un osso duro per chiunque e ci si può perdere benissimo senza arrossire.

Tuttavia resta il fatto che dacché era uscito il sorteggio non c’era stato un media italiano che non si fosse affezionato all’idea di un ottavo di finale tutto italiano, il primo duello fra Berrettini e Sinner. Con un italiano – se quell’eventualità si fosse verificata – garantito nei quarti.

 

Mi sa che gli abbiamo portato tutti male, a entrambi. Affezionarsi a un’idea non voleva dire sognare, come quando -ad esempio – qualcuno aveva sognato che Berrettini battesse anche Djokovjc e trionfasse a Wimbledon. Quello sì che era un sogno, anche se dopo il primo set, la schiera dei sognatori si era infittita.

Questa volta, confidando nell’ordine delle teste di serie di Indian Wells e in un tabellone che pareva piuttosto buono fatta eccezione per Isner sulla strada di Sinner (e pure Isner ha poi invece dato via libera spianando la strada) era un pronostico – ancor più che una speranza – che pareva avere solide basi di concretezza. L’ostacolo Fritz, una doppia gabbia se fosse stato un concorso ippico, non pareva insormontabile.
Invece nel Masters 1000 più abbordabile della storia degli ultimi 17 anni, senza Djokovic, Nadal e Federer, con Aliassime subito fuor di scena, un Medvedev fuor …di testa (pazzesco il modo in cui avanti 6-4 e 4-1 è riuscito a perdere con Dimitrov, anche se poi il russo ha dato la colpa alla lentezza della superficie e alla enorme difficoltà nello sfruttare l’efficiacia del servizio), i nostri due migliori giocatori hanno deluso ogni aspettativa giocando… malissimo Berrettini e male pure Sinner!

Ciò sebbene sia giusto osservare che Fritz è stato tutto fuorché un amico – battutaccia cui nessuno si è sottratto, e c’è stato anche chi nei social ha optato per l’aperitivo preferito da Sinner e Berrettini… il gin-Fritz! –  in particolare contro Sinner quando è sembrato in giornata di vena davvero straordinaria (come del resto ha replicato nel secondo set contro Zverev).

L’americano ha comandato sempre lui il gioco, salvo che nei primi 6 giochi, favorito peraltro da un Sinner disastroso al servizio: 0 ace, 4 doppi falli 51% di prime palle ma intorno al 40% per più di un set, 34% soltanto di punti vinti con seconde palle spesso servite pianissimo, 12 palle break a Fritz che non è davvero Djokovic ma Jannik lo ha fatto apparire tale (per questi dati assai accurati ringrazio l’affezionato lettore Brandon).

Di giocare male ci sta. Accade, più o meno, a tutti. Nessuna giornata è uguale all’altra, anche per noi che non giochiamo a tennis. Sappiamo tutti che i grandi campioni, i Fab Four un esempio infinito per tutti, sono quelli che sono anche i più continui nell’esprimersi ad altissimo livello.

E in termini di continuità mi sembra che quest’anno noi ben poco possiamo rimproverare a Matteo Berrettini, che non solo è rimasto saldamente fra i primi 8 del mondo smentendo quanti dubitavano del suo ruolo di top-ten ma è salito a n.6 con una serie di risultati impressionanti che avrebbe potuto essere addirittura ancora migliori se non avesse avuto la sfortuna di imbattersi nel n.1 del mondo Djokovic in tre Slam (Parigi, Londra, New York) e non fosse stato costretto a ritirarsi a Melbourne. Devo ricordare che sono i tornei che distribuiscono più punti?

E ben poco, sempre in termini di continuità, possiamo rimproverare a Jannik Sinner che aveva chiuso il 2020 a un già lusinghiero n.37 ATP  e lunedì prossimo, a 20 anni e 2 mesi, lo ritroveremo a n.13 del mondo (ovviamente suo best ranking) e ancora in corsa per le ATP finals, mentre per le NextGen è semplicemente il primo in graduatoria. A un ventenne che sale 24 posti in classifica non si può che dire bravo.

Se quest’anno è stato un anno magico per il tennis azzurro lo dobbiamo principalmente a loro due, anche se a far parlare di rinascimento del tennis italiano hanno contribuito in tanti. E cioè almeno tutti quei dieci giocatori che in certi periodi sono stati contemporaneamente fra i top 100, stimolando anche i colleghi giornalisti di altri Paesi a scrivere e chiedersi del fenomeno italiano. E ciò è accaduto proprio nell’anno in cui Torino si appresta ad ospitare le finali ATP che per 12 anni erano state a Londra e mai prima in Italia. Di quest’ultimo successo, ottenuto su un campo diverso, quello politico-organizzativo, dobbiamo essere grati a tutti coloro che si sono battuti per raggiungerlo: cioè la federtennis, gli enti locali piemontesi, ex sindaco Appendino in testa, il Governo all’epoca in sella.

Tutto ciò ampiamente premesso e sottolineato, con giusto orgoglio e direi perfino con la dovuta riconoscenza… perché sono i buoni risultati che fanno crescere l’interesse della pubblica opinione e di conseguenza gli spazi nei media nonchè il maggior coinvolgimento delle aziende e degli sponsor, questo non ci esime dall’esprimere le nostre opinioni su quanto abbiamo visto accadere a Indian Wells.

Voglio aggiungere alla lunga premessa anche il fatto che, probabilmente per le condizioni climatiche, la strana luce, i campi davvero lenti, quasi nessuno dei top-player ha giocato fin qui bene (salvo forse Zverev fino al 5-2 al terzo con Fritz prima di rovinare ogni cosa). Lo stesso Tsitsipas, n.2, era stato in notevole difficoltà con Fabio Fognini e le ha confermate con Basilashvili. Questo per dire che se si sono trovati male anche Berrettini e Sinner, beh ci sta. Peccato però. Quei punti del Mille di Indian Wells, così tanti, facevano gola e servivano da morire.

Dispiacerebbe però che questi riscontrati in California potessero rivelarsi segnali di affaticamento, conseguenti a una lunga e stressante stagione. Tanto più stressante perché seguita al semestre Covid di riposo forzato nel 2020.

E dispiacerebbe perché ci sono ancora 4 settimane di tornei importanti, forse decisivi sia per la qualificazione alle finali – per Berrettini voglio sperare sia quasi scontata –  sia per la classifica di fine anno che è super importante per la posizione nel seeding del prossimo Australian Open e…per i contratti con gli sponsor.

Nelle 4 settimane che restano al massimo si puo’ partecipare a un paio di  250, a un 500 e a un Masters 1000. C’è Anversa la settimana prossima (o Mosca, entrambi 250), Vienna quella successiva (500 o St Petersburg 250), Parigi-Bercy (1000, dal 1 al 7 novembre), Stoccolma (250 dal 7 al 13…e chi la gioca non può fare le Next Gen, come Sinner sa e come a Aliassime non interessa perché ha detto che alle NEXT Gen non partecipa comunque).

Matteo Berrettini non si è imbattuto nel Fritz che ho poi visto contro Jannik Sinner e Zverev – anche se il risultato con cui si è imposto sui due azzurri il ragazzo californiano con il viso da attore è stato identico, 6-4,6-3 – ma mi è parso terribilmente imballato, lento e scarico.

Non so spiegarmene il perché. Troppo a lungo fermo dopo l’US Open? Può essere. La lucrosa esibizione della Rod Laver Cup non può davvero essere considerata vero momento d’agonismo.

Matteo non era stato brillante con Tabilo al primo turno, ma la sua prova incolore poteva anche essere conseguenza di una certa sottovalutazione dell’avversario.

Contro Fritz si è probabilmente demoralizzato quando ha visto che la sua arma migliore, il servizio, era proprio spuntata. Per uno abituato a raccogliere il massimo da quel colpo, prodromo di un dritto altrettanto mortifero, può essere un piccolo trauma.

Non fai ace né servizi vincenti e ti disperi, entri nel panico. Forzi di più e il servizio entra ancora meno. Perdi fiducia e serenità, ne viene contagiato tutto il resto del gioco. Ciò detto, però, mi ha impressionato davvero negativamente – più di qualuqnue altra cosa – la lentezza all’uscita della battuta.

Fritz aggrediva le seconde palle di Matteo come se fossero arrivate delle mozzarelle. Le ribatteva lunghe e profonde, quando anticipando e spiazzandolo, quando giocandogli addosso, al corpo. E Matteo sembrava piantato sul cemento. Come non mi era più capitato di vederlo da tempo. E il guaio è che non è mai riuscito a scuotersi.

Anzi, piatto lo si vedeva scuotere la testa senza neppure provare a reagire, a caricarsi, a cacciare anche qualche bell’urlo…che di solito non amo, ma ammetto che certe volte scuotono e servono. A volte mi chiedo se non potrebbero farlo anche i coach, sebbene non sia elegante. Di certo papà Tsitsipas non si pone questo problema.

Vabbè, una volta ci può stare. Lui stesso, mi pare d’avergli sentito dire nel corso delle interviste rese di Vanni Gibertini – unico giornalista italiano presente di persona a Indian Wells …tutti hanno ripreso quel che Vanni ha scritto, ci fosse stato uno (salvo Slalom.it la miglior newsletter tra tutte, insieme alla nostra Warning di Claudio Giuliani per Ubitennis…cui vi consiglio spassionatamente di registrarvi) che si fosse degnato di citare Ubitennis! Non usa più…– ha definito quella sua partita “la peggiore dell’anno”.

E che sia stata la partita peggiore dell’anno personalmente non mi crea eccessive preoccupazioni. Mi preoccuperebbe invece se Matteo fosse giù di fisico a tal punto da rendere complicato un suo pieno recupero per il prossimo mese di tennis. Dando per scontata, o quasi, la sua presenza a Torino sarebbe un vero peccato se non riuscisse a presentarsi nelle migliori condizioni. Perché a Torino ci potrebbero essere chance di successo per tutti, quasi come a Indian Wells. Non dimentico che alle finali ATP di Londra ho visto trionfare Dimitrov, Zverev e Tsitsipas quando nessuno di loro era davvero uno dei favoriti della vigilia.

Piuttosto…speriamo che chi si occupa di scegliere la velocità del campo del PalaAlpitour – Sergio Palmieri? – non la sbagli. Un piccolo vantaggio a chi gioca in casa tutti gli organizzatori l’hanno sempre considerato, senza per questo macchiarsi di colpe rimproverabili da chicchessia.

E ora vengo a Jannik Sinner. Non doveva battere per forza un ottimo Fritz. E, come hanno giustamente sottolineato in telecronaca SKY Elena Pero e Paolo Bertolucci, l’aspetto più positivo è stato il constatare che anche nella situazione di punteggio più compromessa Jannik ha continuato a lottare, a caricarsi, a crederci (al contrario di quanto aveva mostrato Berrettini).

Direte che non è un aspetto sorprendente in relazione al Sinner che ormai abbiamo imparato a conoscere, però a 20 anni è quasi più normale lasciarsi andare, mandare tutti al diavolo, compreso se stesso, piuttosto che continuare a lottare irriducibilmente come ha fatto Jannik.

Non è poco. Anche in questo aspetto il ragazzo dai capelli rossi è un’eccezione nei confronti dei suoi coetanei, per non dire un fenomeno.

Diciamo però che alla voglia di lottare non si è aggiunta – anche dal suo angolo? – la voglia di pensare un po’ prima a un qualche cambiamento tattico-strategico che forse si sarebbe dovuto fare.

Magari ci se ne accorge più facilmente stando seduti fuori dal campo che dentro. Per questo, però, ho scritto che magari dall’angolo qualche piccolo segnale gli poteva essere…ILLEGALMENTE (ma così fan tutti) trasmesso.

Forse ciò è accaduto perché nei primi game Sinner aveva condotto le danze, fino al 4-2 e allora lui e i suoi hanno pensato che se gli fosse tornata quella efficace precisione d’inizio gara ciò gli sarebbe bastato.

Il problema è che Jannik non si è reso conto che il suo gioco, quel tipo di gioco basato sul corri e tira senza variazioni di tagli e potenza, aveva messo in palla Fritz. Purtroppo per lui. Sinner ha, purtroppo di nuovo, un tennis un po’ monocorde, potente ma piatto, che può mettere in palla gli avversari che sono capaci di reggerlo.

Fritz, rinfrancato dall’ottimo esito dei game successivi al 2-4, non ha più sbagliato una palla facile, anzi. Ha tirato sempre più forte e profondo e Jannik che, come ho accennato sopra, ha servito malissimo subendo 4 break di fila e 5 in 9 turni di battuta, è sempre più affondato nelle sue angoscie, come quando ha perso 8 game di fila.

Vanni Gibertini che ha seguito il match a Indian Wells sostiene che il match è girato su poche palle e accenna a diversi se e ma. Io, che ho visto il match meno bene, e cioè alla tv, ho avuto invece una sensazione assai diversa. E cioè che Fritz avesse sempre in mano il match, dopo i primissimi game in cui ha preso le misure a Jannik. Più vedevo il match e più pensavo che l’americano avrebbe potuto vincere con un punteggio ancora più netto. Il mondo è bello perché vario, così come le opinioni.

Chi ci legge sa che Sinner ha deciso recentemente di cambiare diversi dettagli nel servizio. Ma dettagli non sono, anzi. La posizione dei piedi, l’altezza del lancio di palla.

Due modifiche non da poco. Chiedo: era il caso di affrontarle proprio adesso? Proprio adesso che l’obiettivo delle finali ATP di Torino, ancora raggiungibile ma forse meno di una settimana fa visti i risultati di Hurkacz e il vantaggio di Ruud, è alla portata?

Per favore non si dica che a quell’obiettivo nel clan Piatti non si dà troppa importanza, visto che Jannik stesso rispondendo a una mia domanda quand’era ancora a Sofia dichiarò che avrebbe forse giocato anche a Stoccolma se avesse potuto sembrargli utile. O altrimenti invece a Milano per le Next Gen, sorprendendoci un po’ perché pensavo che avendole già vinte non avrebbe avuto troppo piacere a giocarle…salvo che non fosse un quasi obbligo di Sponsor. Intesa Sanpaolo è il title sponsor di quel torneo e Sinner di Intesa Sanpaolo – così come Lorenzo Musetti – ne è un ambassador (come dicono coloro che non vogliono più chiamarli testimonial).

E’ vero, va detto visto che ho poco fa accennato a…casa Piatti, che per Jannik si è sempre parlato di un programma a lunga scadenza, due, tre anni di lavoro e di attesa senza troppa fretta, cercando pian piano di migliorare tutto il migliorabile.

Jannik è il primo ad essere convinto di questa filosofia, lo ripete in tutte le salse, “lavorare, lavorare e lavorare, ci vuole tempo, non bisogna avere troppa fretta di raggiungere subito certo risultati, meglio costruirsi il bagaglio tecnico necessario per arrivare in alto, al massimo del proprio potenziale”.

Però, allora, anche la programmazione dovrebbe essere coerente. Che senso ha programmare un tour de force, un torneo dopo l’altro, cambiando in corso d’opera dettagli tecnici che non sono dettagli e che emergono in tutta la loro complessità quando nascono serie difficoltà nel corso di un match, se le modifiche tecniche cui si vuole metter mano – e che non si limitano al servizio a quanto mi disse Jannik sia pure senza voler rivelare quali fossero le altre “Se non le vedete non ve le dico…” – sono più importanti dei risultati? Pensare di conquistare le une (le modifiche) e gli altri allo stesso tempo (i risultati) non è fortemente presuntuoso?

E i risultati negativi non potrebbero avere ripercussioni negative altrettanto negative, sia pure nella testa di un ragazzo solido nei suoi determinati proponimenti come quelli di Jannik?.

Se cambiare fortemente l’esecuzione di un servizio è considerato un processo importante, fondamentale, decidere di farlo un po’ più in qua, quando le sorti per la qualificazione alle finali ATP fossero già decise, in un senso o nell’altro (dentro o fuori), non era più saggio? E non solo più prudente?

Il servizio è un colpo terribilmente delicato. Se entra o non entra ne risente tutto il resto del gioco. Più di qualsiasi altro colpo. Soprattutto su certe superfici. E soprattutto ai livelli in cui giocano i Berrettini, i Sinner. Se perdi, come è accaduto a Jannik,  5 game di servizio su 9, potete star certi che anche il dritto, il rovescio peggioreranno inevitabilmente. Tutto verrà travolto, financo i nervi. Difatti ho visto Sinner abbozzare qualche risolino nervoso, autoironico verso se stesso come mai gli avevo visto fare prima, gesti di stizza, mezzi tentativi di scagliare via una palla alla Djokovic (i giudici di linea non c’erano…), di buttare la racchetta a terra. Gesti di nervosismo abituali per quasi tutti i tennisti del globo, ma abbastanza  inconsueti per lui.

Insomma io, lo confesso, sono proprio perplesso (fa pure rima…). Certezze non ne ho, salvo che una: e cioè il fatto che la decisione presa di cambiare modo di servire durante Sofia (dove il cast dei partecipanti era ben altro e anche i punti in palio erano ben altri) e durante Indian Wells, quando al contempo il calendario agonistico era invece così impostato, non mi sono sembrati strategicamente coerenti. Due diverse lunghezze d’onda. Cambiamo questo colpo così delicato, il servizio, in tutto e per tutto, pur consapevoli del rischio (come non esserlo?), ma tentiamo ugualmente di fare la corsa alle finali di Torino. Mah…

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