Lettere al direttore: perché il mio sì al tennis a porte chiuse (scanagatta@ubitennis.com)

Focus

Lettere al direttore: perché il mio sì al tennis a porte chiuse (scanagatta@ubitennis.com)

Roger Federer più… fortunato di Rafa Nadal e Novak Djokovic

Pubblicato

il

Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle due domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.

Lei, direttore, che ne pensa del tennis a porte chiuse? Angiolo Summa (città non indicata)

Penso che:

1) non mi piace proprio. È evidente che a tutti piace troppo di più seguire uno sport quando c’è la partecipazione del pubblico, gli applausi, l’entusiasmo che sottolinea un bel colpo, le emozioni che si propagano in tribuna e si trasferiscono agli stessi protagonisti dello spettacolo, quando un match raggiunge i picchi di suspense, un break point, un set point, un match point;

2) se anche per ipotesi mi ritrovassi fra i pochi eletti che potessero comunque assistere ad un match a porte chiuse, mi sentirei fortemente a disagio e non riuscirei a provare quelle emozioni senza le quali non avrei mai sviluppato quella passione per il tennis che sento e vivo fin da bambino;

3) però in questa situazione di Covid-19 occorre essere pragmatici e rendersi conto che il giocare a porte chiuse sarebbe un male minore rispetto al non giocare per nulla. Perché? Beh, qui di seguito e non necessariamente in ordine di priorità, ma anzi certamente dimenticando chissà quante categorie di conseguenze negative e danneggiati, penso in ordine sparso e di getto a:

 

a) agli organizzatori dei tornei. Le entrate di un torneo sono collegate fondamentalmente a: vendita dei diritti tv, sponsorizzazioni (sui campi e fuori), biglietteria. Soprattutto per i tornei di maggior prestigio i diritti tv rappresentano una valenza maggiore rispetto alla biglietteria. Per quanto riguarda le sponsorizzazioni, i villaggi, le tende, gli esercizi commerciali, variano a seconda del livello del torneo e della sua capacità organizzativa. Certo è che ci sono tornei che rischiano di sparire del tutto per aver speso soldi ed energie per un anno di preparazione ad incassi zero e spese a milioni. Questa è una delle conseguenze negative più gravose che si ripercuoterebbe su tutto il movimento già fra un anno. Ecco perché molti organizzatori (non solo la FIT e la Federazione Francese) preferirebbero poter ospitare il torneo a porte chiuse piuttosto che rinunciare in toto al torneo. Oltre agli incassi derivanti dalla vendita dei diritti tv si salverebbero almeno in parte quelli degli sponsor;

b) agli appassionati di tutto il mondo che, orfani per mesi di spettacoli tennistici, ne hanno sofferto. Anche se non sarebbe la stessa cosa rivederli in ambienti ovattati e privi dell’abituale atmosfera, potrebbero finalmente rivedere i grandi interpreti del tennis che si misurano fra loro;

c) alle varie tipologie di media che dopo essersi persi mesi e mesi di introiti legati a vendite (penso ai cartacei, quotidiani e periodici, alle tv) e a sponsorship (penso ai siti gratuiti che vivono di pubblicità), potrebbero riprendere a fare reportage sul tennis giocato, a pubblicare interviste dei protagonisti, dando così un po’ di fiato agli editori in asfissia, ai fotografi, ai cine-operatori, ai giornalisti, ai collaboratori che rischiano di restare senza lavoro;

d) ai tennisti dal cinquantesimo posto in giù che non vivono di ingaggi come gli atleti stipendiati di tante altre discipline, ma di soli premi. Se non hanno un livello tale da avere sponsor personali che accettino di retribuirli anche se non hanno potuto giocare, rischiano di non avere più risorse per continuare a farlo. Non possono permettersi infatti di non allenarsi, e salvo ritrovarsi senza team alla ripresa del tennis a porte aperte dovrebbero continuare a mantenere i loro team (sia pure magari con stipendi ridotti);

e) ai team – appunto – che fungono da corollario a tennisti e tenniste, (manager, coach, fisio, nutrizionisti, “mentali”, p.r., massaggiatori, videoanalisti, massaggiatori);

f) a tutti gli staff arbitrali, giudici di linea professionisti che fermi per un anno devono cercarsi un altro lavoro e forse abbandonare la loro carriera;

g) a tutti coloro che lavorano full time o part time per l’organizzazione dei tornei e che, sia pure in misura minore rispetto agli addetti di solito impiegati, si ritroverebbero senza lavoro;

h) a tutto l’indotto che ruota attorno a tornei comunque in atto, anche se ridotto dalla minore affluenza di persone che potessero frequentare un torneo a porte chiuse. Fornitori di varie tipologie e genere. Dagli spedizionieri al resto in loco;

i) a tutte le aziende, di abbigliamento e di prodotti tennistici che a fronte degli investimenti produttivi e pubblicitari (pensate a quelli che sponsorizzano tennisti), si ritrovano con i magazzini pieni perché si gioca meno a tennis e non si vede né tennis, né testimonial (magari pagati a caro prezzo). Con riflessi pesanti per l’occupazione;

j) a tutti i negozi di articoli sportivi e società di e-commerce legate al tennis e, anche qui, a tutti coloro che ci lavorano.

Ripeto: chissà quante altre attività lavorative da me qui neglette e trascurate troverebbero comunque uno sfogo anche se il torneo venisse giocato a porte chiuse.

Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

P.S. La risposta di cui sopra è diretta anche all’ingegner Salvatore Perna che ha scritto: “Tutte le partite iniziano sempre da 0-0. Ma quanto conta il pubblico nel tennis? Il tennis a porte chiuse non ha nessun senso, come si può pensare di sollevare la coppa di uno slam. Senza nemmeno ricevere un applauso?”


Caro Direttore, nell’eterna lotta tra i big 3, secondo lei, Nadal e Djokovic sono stati un po favoriti dalla mancanza di un avversario all’altezza di un paio di anni più giovane come invece accaduto per Federer nei loro confronti? Grazie (G.B. da Napoli)

Beh, Nadal e Djokovic sono 5 e 6 anni più giovani di Federer. Non un paio di anni. Quindi la mia risposta alla sua domanda è forse sì. Ma con un necessario distinguo. Federer ha goduto di un periodo nel quale i suoi avversari, mentre Nadal e Djokovic erano ancora imberbi, non sono stati formidabili, sia come talento e continuità, tant’è che li ha dominati spesso e volentieri. Federer non ha dovuto imporsi a dei similFederer nei primi anni della sua carriera. Nadal e Djokovic invece si sono ritrovati per tutti i primi anni, e poi i secondi anni e poi perfino per i terzi anni della loro carriera, un mostro sacro come Federer.

E a Nadal non è toccato misurarsi soltanto con un fenomeno come Roger, ma anche in un altro fenomeno come Novak. Stesso discorso vale quindi per Novak che si è imbattuto, arrivando per terzo a cercare di infrangere un duopolio, in due campioni pazzeschi. Il tutto trascurando un certo Murray che, sia pure un gradino più in basso rispetto agli altri, ha pur sempre vinto un paio di Wimbledon, uno US Open e due medaglie d’oro olimpiche. Insomma, G.B. da Napoli, se volevi farmi dire che Federer è stato più… sfortunato di Nadal e Djokovic, ripensandoci, la risposta è no. Sono stati più sfortunati – si fa per dire! – loro due.

P.S. Chiudo questa prima serie di risposte alle vostre lettere, tantissime (grazie!) anticipando che ne ho ricevute molte da parte di lettori infuriati per i mancati rimborsi dei biglietti degli Internazionali d’Italia e per la mancata trasparenza della FIT. Nihil novi… ma non mi andava di dare il via a questa nuova rubrica di lettere al sottoscritto con argomenti subito “politici”. Ne riparleremo prossimamente confrontando i comportamenti di altri tornei. Ma magari più in qua, anche in attesa di ulteriori sviluppi, nella speranza che siano positivi.


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

Continua a leggere
Commenti

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: il ritorno di Danka Kovinic, una questione di rispetto

Nel 2016 Danka Kovinc realizzò il suo sogno: partecipare alle Olimpiadi. Da lì in poi la lunga crisi: “Come se il successo mi avesse preso alla sprovvista”. Poi la ripresa e il ritorno tra le prime 100. Dopo Roma, la top 80 ed una consapevolezza nuova: “Per ottenere grandi risultati non devi pensare a chi hai di fronte”

Pubblicato

il

Danka Kovinic - Internazionali di Roma 2020 (sito WTA)

Nel dicembre del 2015, un’ottantina di articoli fa, “Nei dintorni di Djokovic” faceva il suo esordio su Ubitennis raccontando la storia di Danka Kovinic. L’allora 21enne tennista montenegrina era infatti in piena ascesa, reduce dalla sua prima finale WTA e dall’ingresso tra le top 60. Ed aveva un grande sogno: diventare il primo tennista montenegrino a rappresentare il suo paese alle Olimpiadi. Un sogno che otto mesi dopo si realizzò grazie anche da un’ottima prima parte di 2016, con i quarti nel WTA di Rio de Janeiro che le valsero il best ranking al n. 46 a fine febbraio e successivamente la finale nel WTA di Istanbul e la vittoria nel prestigioso ITF di Marsiglia.

Le Olimpiadi non furono certo fortunatissime, con la sconfitta all’esordio contro la statunitense Madison Keys. Ma soprattutto furono l’inizio della crisi per la tennista di Cetinje – ma cresciuta ad Herceg Novi, cittadina montenegrina che si affaccia sull’Adriatico – dato che a quella dei Giochi di Rio fecero seguito altre sei sconfitte al primo turno, su otto tornei disputati, con l’unico exploit della semifinale di Tianjin, fondamentale per mantenere a fine anno un posto tra le prime ottanta giocatrici del mondo. “Quando adesso ripenso a quelle due stagioni, sono state veramente ricche di successi. Il best ranking, la qualificazione alle Olimpiadi di Rio, le finali WTA, i match contro i grandi nomi del tennis. Sono successe tante cose, e rivedendo il tutto adesso la sensazione è che non me lo aspettassi, che sono stata presa alla sprovvista. Sono passati tre anni da allora e credo che mi sia mancata l’esperienza per sfruttare a mio vantaggio tutti quei successi” ha raccontato Danka in un’intervista prima della partenza di questa stagione.

Nel 2017 la tennista montenegrina alterna delle buone prestazioni nei tornei ITF (tre finali) a risultati deludenti nel circuito WTA, finendo però l’anno con cinque sconfitte consecutive al primo turno – compreso un ITF e un 125K, che dovevano rappresentare l’ancora di salvezza per il ranking di fine stagione – che le costano l’uscita dalle top 100. L’anno successivo va anche peggio: fa fatica anche a livello ITF e scivola fuori dalle prime duecento della classifica mondiale. E solo per il rotto della cuffia, grazie a un paio di discreti risultati a novembre tra ITF e 125K, riesce a rientrarci nella classifica di fine anno.

“Ammetto che è stata dura. Il periodo nero è durato più di due anni. Ero triste, insoddisfatta, non vedevo la fine della striscia di risultati negativi, mi sentivo insicura in campo. La cosa più dura da accettare era il fatto che mi allenavo e mi impegnavo al massimo come quando arrivavano i risultati, ma nonostante questo niente andava come doveva. Dopo una serie di insuccessi inizia a vacillare anche la fiducia in se stessi, e così c’erano momenti in cui in campo mi ritrovavo a non avere la stessa voglia, lo stesso desiderio di vincere di prima. Non sono andata da uno psicologo sportivo o da un mental coach, ho ritenuto di doverne uscire da sola. Forse con questa scelta la strada è stata più lunga, ma ne sono uscita più forte e matura”.

 

Ma quelle vittorie a fine 2018 sono il primo timido segnale di risveglio per Danka, che comincia a ritrovarsi, pur non riuscendo a capire fino in fondo, neanche adesso, cosa sia successo. “Non riesco a determinare il motivo esatto. Tutto quello di cui ho parlato prima ha contribuito a far scendere il mio livello di gioco. Come anche il fatto che in due anni ho cambiato quattro allenatori, mentre in precedenza avevo lavorato per dieci anni con lo stesso coach. Non riuscivo a trovare qualcuno che mi andasse bene e che capisse che non ero tennisticamente al livello di quando ero top 50. Poi nel 2019 ho cominciato a sentirmi meglio, più felice. Ci sono stati ancora degli ostacoli, ma aveva ritrovato la capacità di lottare che avevo prima, ero determinata in quello che volevo e nel dimostrare che meritavo di stare lì dove ero stata”.

Il 2019 segna infatti il comeback di Danka. Ricomincia pian piano a fare la voce grossa a livello ITF (una vittoria e una finale in marzo), ma la prima svolta vera e propria arriva a luglio, con la finale nel 125K di Bastaad in mezzo ad una vittoria ed una finale ITF, risultati che le permettono di riavvicinarsi alla top 100. Dove rientra alla grande a fine ottobre, grazie alla vittoria nell’ITF di Szekesfehervar, in Ungheria. Una vittoria, quella nella “Città dei re” (così chiamata perché in epoca medioevale vi avevano luogo le incoronazioni dei re ungheresi), che ha significato molto per la 25enne tennista originaria della città montenegrina che ha dato i natali anche a Elena del Montenegro, consorte di Vittorio Emanuele III di Savoia e regina d’Italia dal 1900 al 1946). Ma re, regine e corone non c’entrano nulla con il valore di quella vittoria.

Il titolo in Ungheria è stato più di un titolo. Era il torneo in cui prima dell’inizio sapevo che vincendolo avrei raggiunto l’86esima posizione in classifica e dopo due anni sarei entrata nel tabellone principale di uno Slam. La pressione era tanta, specie in finale. È stato un match molto tirato, perché sia io che la mia avversaria (la rumena Begu, sconfitta per 6-4 3-6 6-3, ndr) eravamo nella stessa situazione: solo la vittoria garantiva l’accesso al main draw dell’Australian Open. Il ritorno nelle prime 100 è stata l’aspetto che ha caratterizzato la stagione e sono orgogliosa di essere riuscita a conquistare di nuovo un posto tra le migliori. Anche nel 2019 ci sono stati degli ostacoli, ma io e il mio team non ci siamo dati per vinti e questo ha pagato”.

Inutile ribadire come il 2020 sia stata, a causa della pandemia, una stagione assolutamente anomala. Prima dello stop Danka Kovinc aveva racimolato tre sconfitte in altrettanti incontri, tra Australian Open e un paio di International WTA, ma durante il lockdown non ha smesso di allenarsi intensamente e le dieci vittorie di fila all’Eastern Europe Tennis Championship organizzato da Janko Tipsarevic nella sua Accademia, struttura dove la giocatrice balcanica si allena da diverso tempo, le hanno permesso di riprendere la confidenza con il tennis agonistico.

“È stato molto importante, ci stavamo allenando 3-4 ore al giorno senza sapere, di fatto, perché, ed inoltre io sono una giocatrice che necessita di un po’ di tempo per abituarsi al ritmo partita. Per me quell’iniziativa è arrivata al momento giusto” aveva dichiarato di recente in un’altra intervista, prima di partire per gli Stati Uniti. I risultati dopo la ripartenza lo hanno dimostrato: dopo il ko all’esordio contro Zvonareva al Western e Southern Open, ecco il secondo turno allo US Open (l’ultima volta che aveva passato un turno in uno Slam era accaduto a Melbourne tre anni prima), i quarti ad Istanbul ed infine gli ottavi a Roma partendo dalle qualificazioni, suo miglior risultato in un torneo di livello Premier. Da lunedì Danka è n. 73, con un salto di tredici posizioni, tornando così dopo più di tre anni (dall’aprile 2017) tra le prime ottanta giocatrici del mondo.

E non pare intenzionata a fermarsi, anche perché adesso ritiene di avere una consapevolezza diversa, rispetto alla ragazzina montenegrina che si affacciò timorosa nel circuito ormai diversi anni fa. “Quando sono arrivata nel circuito avevo un grande rispetto verso i ‘grandi nomi’. Anche quando, ad esempio, ho battuto Roberta Vinci (successe a Madrid, nel 2016, ndr), c’era sempre quella sensazione di rispetto, forse anche di eccessiva umiltà… io sono solo Danka Kovinic e arrivo da un piccolo paese… Ora sono cambiata, forse sono cresciuta, affronto i match e le mie avversarie con un altro approccio. Sono sempre entrata in campo per vincere, ma prima era come se a livello inconscio ci fosse qualcosa in testa che ti diceva: ‘Ehi quella è Maria Sharapova…’. Ma per ottenere grandi risultati questo non  deve succedere. Cinque anni fa per me era tutto nuovo. Da Herceg Novi mi sono ritrovata al Roland Garros. Non c’era nessuno che mi dicesse: ‘Sei arrivata fino a qua, ora puoi battere anche loro’. Mi dicevano invece ‘va bene così. Hai già fatto tanto…’. Ecco, forse questo è stato l’errore”.

Continua a leggere

Al femminile

Roland Garros 2020: Halep contro tutte

I pochi match sulla terra battuta hanno dato una indicazione precisa: Simona Halep, testa di serie numero 1, si presenta a Parigi da chiara favorita

Pubblicato

il

By

Simona Halep - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Sta per cominciare uno Slam del tutto inedito. Nella speranza che la situazione sanitaria in Francia non crei ulteriori problemi (abbiamo già avuto notizia di giocatori positivi al virus costretti a rinunciare alle qualificazioni), ci saranno comunque da fronteggiare situazioni tecniche completamente nuove.

Nell’era Open mai il Roland Garros si era tenuto in autunno, e mai a due settimane di distanza da un Major disputato sul cemento. Come è noto, giocare sulla terra non è esattamente la stessa cosa che giocare sul duro, e per questo nelle stagioni normali l’avvicinamento allo Slam sul rosso si svolge attraverso diversi tornei di preparazione. Nel calendario WTA, di solito sono quattro i Premier precedenti (più alcuni tornei International di contorno). Si comincia con la terra verde di Charleston, poi ci si sposta in Europa per la sequenza Stoccarda (indoor), Madrid, Roma.

Questa volta invece il cambio di superficie sarà repentino: solo Roma come preparazione, con l’eventuale ultima possibilità di scendere in campo a Strasburgo in queste ore, ma concludendo l’impegno a ridosso del torneo più importante. Nemmeno quando c’erano solo due settimane fra Roland Garros e Wimbledon la transizione era così complicata, perché questa, volta oltre al cambio delle condizioni di gioco, per chi proviene dallo US Open ci sarà da assorbire anche quello di fuso orario. Ma il 2020 è un anno di emergenza e occorre arrangiarsi per quanto possibile.

Purtroppo non è il solo aspetto critico del torneo. Senza arrivare alla falcidia di New York (dove erano mancate sei delle prime otto giocatrici del ranking) anche a Parigi dovremo fare il conto con alcune assenze pesanti. Mancheranno due, o forse tre, stelle extraeuropee. Innanzitutto la attuale numero 1 in classifica e campionessa in carica del Roland Garros, la australiana Ashleigh Barty, che ormai ha deciso di tornare a competere solo nel 2021. Quindi il “campionato del mondo su terra battuta” si disputerà senza la detentrice del titolo.

Mancherà anche la numero 1 d’Asia, la giapponese Naomi Osaka. La fresca vincitrice dello US Open ha rinunciato per i postumi dell’incidente alla coscia destra, non del tutto guarita. Dopo i guai alla spalla avuti nel 2019, che si erano trascinati a lungo (limitandola al servizio e penalizzando il suo rendimento complessivo) evidentemente Osaka ha scelto un approccio diverso: scendere in campo solo quando i guai fisici sono del tutto sanati.

Altra assenza probabile quella della canadese Bianca Andreescu. La campionessa dello US Open 2019, per quanto visto in passato dovrebbe disporre di un tennis piuttosto adatto alla terra battuta. Purtroppo per il secondo anno consecutivo non potrà dimostrarlo a causa di problemi fisici. Un paio di settimane fa il suo allenatore Sylvain Bruneau aveva rilasciato una intervista sulle condizioni di Bianca:

Dunque, dopo i guai al ginocchio del 2019, Andreescu si è di nuovo infortunata in giugno, questa volta al piede. ll coach diceva “dita incrociate” a proposito della partecipazione allo Slam parigino. Ma secondo i media canadesi avrebbe preso la decisione di rinunciare. A meno di sorprese positive in extremis, dovremo ancora fare a meno del suo talento.

E così, al momento, sono solo le statunitensi Sofia Kenin e Serena Williams le prime teste di serie di provenienza non europea. A questo proposito: vediamo come stanno le prime sedici teste di serie (salvo imprevisti) a pochi giorni dall’inizio del torneo.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

Continua a leggere

Area test

Toalson S-Mach Pro, la scelta ibrida per potenza e controllo

Recensione e test della Toalson S-Mach pro in versione 310 e 295 grammi, un ibrido che soddisferà l’agonista alla ricerca di una valida alleata in campo

Pubblicato

il

Una racchetta da prendere in considerazione per l’agonista in cerca di un attrezzo di livello è sicuramente la Toalson S-Mach Pro 97. Questo marchio potrebbe sembrare non troppo famoso ma in realtà non è così: si tratta di un’azienda giapponese con oltre 60 anni di storia che produce telai e corde in Giappone, già questo dovrebbe dire parecchie cose in termini di qualità dei suoi prodotti. Toalson inoltre mette direttamente a disposizione, tramite il proprio sito, anche telai con piatto corde molto piccolo per allenamenti specifici, macchine incordatrici e altro.

La S-Mach Pro 310 grammi

A livello di racchette Toalson propone principalmente due linee di prodotto: la S-Mach Pro e la S-Mach Tour. Entrambe le serie hanno modelli in diverse opzioni di peso. La S-Mach Pro è l’oggetto di questo test, proposta in versione 310 grammi con bilanciamento a 31 centimetri e mezzo e in versione 295 grammi, con bilanciamento a 33 centimetri. Entrambe hanno un piatto corde ampio 97 pollici, il che specifica da subito che si tratta di racchette che si rivolgono a giocatori esigenti che cercano telai altrettanto performanti. Il profilo di questo telaio è variabile dai 23 millimetri del manico ai 21 degli steli passando per i 24 del cuore. Differenze cromatiche per i due pesi: il nero opaco domina il telaio, con l’aggiunta di piccole serigrafie e della scritta Toalson e S-Mach in blu elettrico per la versione 310 grammi e in verde per la versione 295 grammi. Il risultato finale, votato al minimalismo, è molto elegante, un fattore questo spesso apprezzato.

A livello di tecnologie impiegate su questa racchetta, costruita con un materiale proprietario dal nome Premium Carbon 30T, spicca il Flex Torque System, un sistema che ha nella struttura esagonale in zona cuore della racchetta la soluzione per prevenire perdita di potenza anche in occasione di colpi non centrati oltre alla riduzione di vibrazioni.

 

Caratteristiche tecniche

S-Mach Pro 310 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 310 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 31,5 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

S-Mach Pro 295 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 295 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 33 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

La S-Mach pro 295 grammi

In campo

Iniziamo con la 310 grammi: la rigidità dinamica è elevata, di fatto la sensazione di avere una racchetta tosta e reattiva si percepisce subito non appena si colpisce la palla con vigore. Il livello di flessione della racchetta è abbastanza basso in termini di localizzazione, e cioè in zona steli, ne consegue un impatto molto solido nello sweet pot. Lo schema di incordatura è un 16 x19 molto classico a livello di spaziature, una soluzione affidabile e senza fronzoli.

La versione pesante della Mach-S Pro è compatta negli impatti, che risultano pieni e molto solidi proprio grazie alla rigidità del telaio. Il livello di potenza “gratuita” è buono, per avere risultati maggiori bisogna lavorare di braccio, a questa potenza però si abbina in controllo di palla e la relativa precisione. Il taglio in back spin esce molto rapido e profondo. A livello di spin possiamo dire che il telaio non è progettato per essere una spin-machine, le rotazioni ci sono, funzionano bene su colpi con leggero effetto ma non è un telaio per gli amanti dello spin estremo.

Questo si ripercuote anche a livello di servizio: i migliori risultati si hanno quando si colpisce di piatto o in slice. Con leggero taglio insomma, questo telaio asseconda molto bene il gesto producendo ottimi risultati. Pur essendo una 97 pollici, con i limiti che ne conseguono a livello di impostazione di gioco, risulta più “gestibile” rispetto alle competitor, decisamente più esigenti.

La versione 295 grammi è invece diversa nell’impatto, che non risulta più pieno e compatto come con la 310 grammi. La mancanza di peso è ovviamente la causa di tutto ciò ma questo si traduce in una maggiore maneggevolezza e in una reattività nettamente maggiore. La 295 grammi è veloce, graffiante, delle due è quella maggiormente indicata per chi cerca maggiore spin. Potrebbe essere un’ottima soluzione per chi è in cerca di un telaio che non arrivi a pesare intorno ai 330 grammi, un attrezzo più difficile da gestire rispetto alla versione leggera che conserva le caratteristiche della serie ma in versione più aggressiva dal punto di vista della gestione, la Toalson ideale per i giocatori di attacco, per chi ama andare a rete e beneficiare di un attrezzo dal peso giusto per coniugare precisione da fondo campo, rotazioni e gestione della palla nel gioco di volo.

Entrambe le racchette comunque forniscono una sensazione di ibrido, la potenza e la facilità di uscita di palla tipica delle racchette profile con le caratteristiche di solidità di impatti e controllo delle classiche.

S-Mach Pro 295 grammi

Conclusione

Le due racchette coprono due tipi di giocatori differenti proponendo soluzioni leggermente diverse ma conservando il core delle qualità del prodotto: è come se fosse la stessa racchetta customizzata a livello di peso. Chi ama colpire in maniera pulita con leggera rotazione e che ha una buona tecnica di base troverà nella versione 310 grammi una fida alleata capace di rispecchiare in campo i gesti tecnici prodotti.

Chi invece ama giocate più arrotate e un gioco più veloce a livello di braccio potrà orientarsi verso la versione 295 grammi, specie gli amanti del gioco di rete (doppisti?) potranno beneficiare degli impatti solidi con una maneggevolezza superiore.

Si tratta di racchette comunque indirizzate entrambe ai giocatori attivi, non cioè ai controattaccanti da fondo campo soprattutto per via della dimensione del telaio, 97 pollici.

Racchetta testata con corde String Project Keen 1.18 (tensione 23/22) e String Project Armour 1.24  (23/22)

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement