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Elogio di Mikhail Youzhny, colonnello dal braccio d’oro

Dalla scomparsa del padre, a cui dedicava il suo celeberrimo saluto militare, alle sue imprese sul campo. Un talento che forse avrebbe meritato uno Slam

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Una carriera, in generale, non è mai l’equivalente di una somma algebrica delle coppe esposte in bacheca. Quella di Youzhny, nello specifico, è di tutto rispetto, detto a beneficio dei più schizzinosi. La diffidenza ingiustificata di molti aficionados nasce dal fatto che, Davis a parte, la sua vita sportiva è oggettivamente mancante di quell’acuto, uno Slam per esempio, che una forma di talento purissima avrebbe forse potuto raggiungere. Forse. Perché nell’era geologica in cui viviamo, quella monopolizzata dal triumvirato dispotico Federer-Nadal-Djokovic, è impresa titanica ritagliare dalla torta un quarto d’ora di gloria. Anche per un tennista eccellente nella sua poliedricità, ma umano, come Youzhny.

Gilles Muller – delizioso volleatore venuto al mondo con una trentina d’anni di ritardo e che, al pari di Misha ha chiuso i battenti nel 2018 – ebbe modo di esplicare a chi scrive la differenza macroscopica che intercorre tra lo sport dei tre cannibali e quello di tutti gli altri. Disse a riguardo che, sebbene lui a tennis ci giocò piuttosto bene, loro di rimando praticano tutta un’altra disciplina che esula dalle proprie competenze. Così, per rendere l’idea.

In ogni caso, nella stanza dei trofei di casa Youzhny trovano alloggio una decina di tornei del circuito maggiore, un best ranking fissato tra i migliori dieci giocatori al mondo (numero otto per la precisione), il traguardo dei quarti raggiunti in tutte le quattro prove del grande Slam con due semifinali a New York e, come visto poc’anzi, due Davis Cup e 499 incontri vinti in totale. Vincere, parafrasando Boniperti, sarà anche l’unica cosa che conta, ma è la profusione dello stile, specialmente nello sport aggraziato che fu di Bill Tilden, a farne un gigante dei nostri tempi.

Sposato con Yulia, padre di due bimbi e una laurea in filosofia nel carniere, perché anche il cervello esige il suo tributo, Misha deve molto delle proprie fortune a tale Boris Sobkin, enigmatico docente universitario di matematica prestato al tennis sotto forma di padre-allenatore. Il fruttuoso sodalizio risale già alla fine degli anni ’90 quando, nei circoli spesso poco confortevoli messi a disposizione dei militari, Sobkin intravede in un bambino dal carattere turbolento e inquieto – ovvero quanto di peggio per le dinamiche cerebrali che governano il tennis – le stimmate del campione. Farà, anzi faranno, un lavoro enorme. Il resto è una storia a lieto fine.

Laureato ad honorem all’università delle traiettorie con specializzazione per quelle impossibili, tecnicamente Youzhny è stato un tennista senza lacune. Competente in ogni segmento del gioco e profondo conoscitore dell’uso scientifico delle rotazioni, Colonel – l’ovvio soprannome che echeggiava nel circus – ha dipinto tennis, un po’ Mondrian e un po’ Kandinskij, grazie anche a un rovescio efficace, elegante e personale insieme. Un movimento, il suo, riconoscibile al buio tra migliaia, che nasce a due mani in prima fase nella preparazione per poi sprigionare il meglio di sé ricorrendo al solo arto dominante. Né bimane, né monomane, quindi, ma ‘a una mano e mezzo’, come ribattezzato dall’impeccabile etichettatore con licenza di far sorridere, Gianni Clerici. Per uno cresciuto per sua stessa ammissione nel mito di Stefan Edberg, il lato sinistro del dio Tennis, non poteva andare diversamente.

Il ritiro di un campione è sempre un piccolo lutto per chi, con lui, ha condiviso un susseguirsi di emozioni. Tuttavia, la parabola umana e agonistica di Mikhail Youzhny, atleta russo e pertanto meritorio di considerazioni necessariamente ad hoc, racchiude in sé almeno due insegnamenti che sarebbe delittuoso non fare nostri. Il primo. La possibilità nella vita come nello sport, per molti versi la stessa cosa, di agire in maniera produttiva sul nostro carattere, complesso a piacere, per conseguire gli obiettivi prefissati. Il secondo. Mai rassegnarsi ad anteporre incondizionatamente il funzionale, o ciò che il mainstream reputa tale, al bello. Perché potrà sembrare utopia ma talvolta coincidono e il risultato finale ha tutto un altro sapore. Anche nel secolo XXI, a più riprese brutalizzato da racchette atomiche e gambe da avveniristici supereroi.

 

Do svidánija, Colonel, e mano alla tempia.

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Uno contro tutti: Lendl

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Ripercorriamo le loro storie: oggi è la volta di Ivan, quarto all time per numero di settimane in vetta

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Come anticipato nella scorsa puntata, dal 13 settembre 1982 al 13 agosto 1984 (quindi in ventitré mesi) il vertice del ranking ATP cambia per ben venti volte, quasi una al mese. Uscito definitivamente di scena Bjorn Borg, il suo posto viene preso da Ivan Lendl, che dovrà attendere il 28 febbraio 1983 per diventare ufficialmente il sesto n.1 del mondo in ordine di tempo. Anche se concede ai diretti rivali sette (a McEnroe) e otto (a Lendl) anni, Jimmy Connors non si arrende e in questo periodo riuscirà ad accumulare altre 17 settimane in vetta e portare il suo record assoluto a 268 totali. Ma quello delle settimane non è l’unico rilievo di peso. Quando, come vedremo, Jimbo si toglierà per l’ultima volta la corona (il 3 luglio 1983) avrà giocato 449 incontri da numero 1 – vincendone 405 (90,2%, la seconda miglior percentuale di sempre) – in un totale di 102 tornei. E in quei tornei raggiungerà 65 volte la finale, conquistandone 49.

Bene, la premessa su Connors era doverosa perché il mancino di Belleville si è intrufolato, con successo, in uno dei più emozionanti dualismi nella storia del tennis: quello tra John McEnroe e Ivan Lendl. Sì perché, anche se si fa un gran parlare – a giusta ragione – della rivalità tra lo statunitense e Borg, è opportuno sottolineare come, sotto il profilo delle rispettive personalità, la stessa sia stata condizionata dall’involontario ma effettivo ascendente che Borg aveva nei confronti di McEnroe. Contro lo scandinavo, per sua stessa successiva ammissione, McEnroe era solo McEnroe, non il cattivo ragazzo pronto a cogliere qualsiasi sfumatura di un incontro per trasformarlo in uno show. Insomma, tra i due sul campo c’era solo una pallina da rimandare – ciascuno a suo modo, ed erano proprio gli opposti modi di intendere questo sport che li rendeva avversari perfetti l’uno per l’altro – di là una volta più dell’altro. Ma tra McEnroe e Lendl… Beh, tra questi due c’era proprio una reciproca intollerabilità epidermica, che trasformava ogni loro match in una battaglia a tutto tondo.

Quando inizia il periodo che stiamo prendendo in esame, sono già otto i confronti diretti tra i due; Mac ha vinto i primi due, Ivan i successivi, di cui l’ultimo è recentissimo: la semifinale degli US Open, che Lendl incamera con lo score di 6-4 6-4 7-6. Pur di un anno più giovane, Lendl sembra avere le armi per neutralizzare McEnroe: un servizio abbastanza robusto da tenerlo sulla difensiva e colpi di sbarramento da fondo campo per neutralizzare la propensione offensiva dello statunitense. Ma siamo solo all’inizio, nonostante il concetto venga ribadito anche nella finale del Masters di New York, consueta chiusura/apertura a cavallo di due annate che per l’occasione ha cambiato formula passando all’eliminazione diretta. Al Madison Square Garden la supremazia del cecoslovacco è quasi imbarazzante: in finale lascia dieci giochi al numero 1 mondiale (6-4 6-4 6-2) e allunga a tredici titoli e due anni di imbattibilità la sua striscia indoor.

Quasi inevitabile, con questi numeri, che Lendl venga considerato il vero leader ma questo avviene solo – come detto – il 28 febbraio, dopo l’intermezzo di Connors che, approfittando del ko di McEnroe a Richmond con Tanner (eccolo lo scalpo del quarto n.1 appeso alla cintura di Roscoe) vince a Memphis e si fa eliminare a La Quinta da Mike Bauer. Californiano di Oakland, Bauer è uno degli otto tennisti ad aver vinto l’unico match disputato contro un n.1 mondiale. Il Congoleum Classic, torneo con 225 mila dollari di montepremi che si svolge al Mission Hills Country Club, è antenato dell’attuale Masters 1000 di Indian Wells e Connors ci arriva in grande fiducia. “Mi sento benissimo” afferma Jimbo dopo aver battuto all’esordio Sammy Giammalva jr. e nulla fa presagire la sconfitta rimediata contro il n.90 ATP che, naturalmente, giudica il 6-3 6-4 inflitto al ben più quotato connazionale come “il miglior risultato della mia carriera”.

 

Il paradosso della situazione – ma non è una novità, accadrà ancora in futuro – è che Lendl va a sedersi sul trono qualche giorno dopo aver perso da Pavel Slozil al primo turno del WCT di Delray Beach, rafforzando così la convinzione di tutti coloro che ritengono il computer inadeguato a stabilire i reali valori del tennis.

Opinioni personali a parte, Lendl raggiunge la vetta ma non ne farà certo buon uso. Nelle prime tredici settimane del suo regno, Ivan colleziona ben sei sconfitte (pur vincendo tre tornei: Milano, Houston e Hilton Head) di cui la più bruciante è sicuramente quella contro McEnroe nella finale del Masters WCT a Dallas. In Texas, John vince 7-6 al quinto set aggiudicandosi il tie-break decisivo per 7-0 con uno stratosferico ultimo punto – recupero vincente su palla corta, con complicità del raccattapalle che abbassa la testa per non intralciare la splendida traiettoria – e conferma, dopo averlo battuto anche a Filadelfia qualche mese prima, di poter vincere il complesso-Lendl.

In termini però di qualità assoluta degli avversari, sono ben altre le battute d’arresto di Ivan che fanno pensare: il 6-1 6-2 con Mark Dickson al primo turno del WCT di Monaco o ancora la sconfitta, sempre al debutto, con l’israeliano Shlomo Glickstein sulla terra di Monte Carlo. Tuttavia, sarà lo stop inflittogli da Balasz Taroczy ad Amburgo a detronizzarlo. Grande specialista della terra rossa (chiuderà la carriera con 20 finali nel circuito, di cui ben 18 su questa superficie), tennista forse un po’ leggero ma assai dotato tecnicamente, l’ungherese detronizza di fatto il n.1 rifilandogli un 6-1 al terzo set negli ottavi e riconsegna la corona a Connors, che si presenta al Roland Garros da leader del ranking.

Ma, vi avevamo avvertito, lassù in cima c’è poca stabilità e a Parigi Jimbo non va oltre i quarti di finale, eliminato nientemeno che da Christophe Roger-Vasselin, semisconosciuto anche al suo stesso pubblico tanto che, quando gli viene chiesto cos’abbia provato a sentire quei “Roger! Roger!” che arrivavano dagli spalti, risponderà sorridendo che “la prossima volta spero che si ricordino che mi chiamo Christophe…”. Cogliendo il risultato più importante della carriera, il n.130 del mondo permette a McEnroe di scendere in campo al Queen’s da leader ma qui in finale rimedia un doppio 6-3 dallo stesso Connors che così difende il titolo a Wimbledon da n.1. I punti in scadenza pesano però sul groppone di Jimmy e la sconfitta negli ottavi con il temibile sudafricano Kevin Curren segna i suoi ultimi giorni, che scadranno appunto il giorno prima dell’anniversario dell’indipendenza statunitense.

Il torneo lo domina McEnroe, che lascia per strada un set a Segarceanu ma regola Lendl in semifinale e strapazza il sorprendente Chris Lewis in finale con un triplice 6-2. John mantiene il primato per 17 settimane, nel corso delle quali viene battuto da due svedesi (Jarryd e Wilander) e soprattutto da Scanlon agli US Open ma l’ennesima rincorsa di Lendl è costellata di ottimi risultati (vittoria a Montreal e San Francisco, semifinale a Cincinnati) e solo la sconfitta nella finale degli US Open per mano di Connors – in quello che sarà l’ultimo degli otto Slam di Jimbo – gli impedisce di operare prima il sorpasso. Infatti, per rivedere Lendl n.1 occorre attendere la fine del torneo indoor di Tokyo, che il cecoslovacco fa suo battendo Scott Davis nell’ultimo atto.

Il finale di stagione, come capita in certe serie tv, è deludente e contraddittorio perché il re del momento, Lendl, perde entrambe le finali importanti a cui partecipa. La prima sull’erba del Kooyong di Melbourne, la seconda al Masters di New York. In Australia – ma era già successo a Cincinnati – c’è un giovane svedese dal radioso futuro a mettere in riga i primi due della classe: si chiama Mats Wilander e di lui sentiremo parlare ancora. Al Madison invece McEnroe, sotto gli occhi della nuova fiamma Tatum O’Neal, ribalta completamente il verdetto dell’anno precedente e finisce alla grande il 1983 sconfinando nella nuova stagione. E il nuovo anno è il 1984, quello in cui Orwell aveva immaginato un mondo diviso in tre grandi potenze. Nel tennis, invece, non ci saranno alternative all’egemonia di un solo Grande Fratello: John McEnroe. Ma di una tra le più incredibili stagioni mai fatte registrare da un tennista parleremo più nel dettaglio nella prossima puntata.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SESTA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1982CONNORS, JIMMYMcENROE, JOHN16 36SAN FRANCISCOS
1982CONNORS, JIMMYMAYER, GENE36 62 36SYDNEY INDOORH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN46 46 26MASTERS S
1983McENROE, JOHNTANNER, ROSCOE36 75 26RICHMOND WCTS
1983CONNORS, JIMMYBAUER, MIKE36 46LA QUINTA H
1983LENDL, IVANMcNAMARA, PETER46 64 67BRUXELLESS
1983LENDL, IVANDICKSON, MARK16 26MONACO WCTS
1983LENDL, IVANGLICKSTEIN, SHLOMO26 63 57MONTE CARLOC
1983LENDL, IVANMcENROE, JOHN26 64 36 76 67DALLAS WCTS
1983LENDL, IVANLECONTE, HENRI26 36FOREST HILLS WCTC
1983LENDL, IVANTAROCZY, BALASZ26 64 16AMBURGOC
1983CONNORS, JIMMYROGER-VASSELIN, CHRISTOPHE46 46 67ROLAND GARROSC
1983McENROE, JOHNCONNORS, JIMMY36 36QUEEN’SG
1983CONNORS, JIMMYCURREN, KEVIN36 76 36 67WIMBLEDONG
1983McENROE, JOHNJARRYD, ANDERS36 67CANADA OPENH
1983McENROE, JOHNWILANDER, MATS46 46CINCINNATIH
1983McENROE, JOHNSCANLON, BILL67 67 64 36US OPENH
1983McENROE, JOHNLENDL, IVAN63 67 46SAN FRANCISCOS
1983LENDL, IVANWILANDER, MATS16 46 46AUSTRALIAN OPENG
1984LENDL, IVANMcENROE, JOHN36 46 46MASTERS S


Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
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Federer: “Non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo”

In una lunga chiacchierata con Guga Kuerten, lo svizzero parla dei suoi primi anni sul tour, della quarantena e del futuro del tennis: “Credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana”. Sulle porte chiuse: “Non riesco a vedere uno stadio vuoto”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Roger Federer è stato tra i più attivi durante il periodo d’emergenza, con donazioni e iniziative benefiche. Recentemente il campionissimo svizzero si è unito a Guga Kuerten nella campagna “Vencendo juntos che mira ad aiutare oltre 35.000 famiglie brasiliane duramente colpite dalla pandemia.

Federer non ha risparmiato elogi per l’ex collega, nel corso di una lunga chiacchierata che ha svelato anche particolari molto interessanti. “Quando mi hai chiamato, ho detto: ‘Se Guga chiama, sono sempre lì per aiutarlo‘. Sei sempre stato uno dei miei giocatori preferiti. Forse non ricordi perché eri gentile con tutti, ma eri anche gentile con me. E penso che sia stato molto importante quando stavo entrando nel circuito. Eri uno dei ragazzi che mi hanno fatto sentire il benvenuto. Quindi, grazie Guga. Ecco perché sono qui e sono molto felice di aiutarti”.

Ripensando a quei primi anni nel circuito, Roger ha parlato di quanto il suo talento e le sue movenze apparentemente “senza sforzo” abbiano pesato come un macigno nella visione generale che il pubblico aveva di lui. Il suo successo non è però esclusivamente figlio dei doni della sorte, ma nasconde una mole di lavoro immensa. “Molte persone pensano che io sia “benedetto”. In realtà c’è stato davvero un duro lavoro, soprattutto quando ero giovane, e ho dovuto imparare a fondo. Il mio problema era che, quando vincevo, la gente diceva: ‘Guarda, lo fai sembrare così facile’. Ma, quando perdevo, dicevano: ‘devi giocare meglio, quel gioco ti veniva così facile…’. Ed è stato difficile trovare un equilibrio, mi sentivo molto confuso. Devo urlare di più? Devo sudare di più, non lo so? Cosa devo fare per far credere alle persone che sto dando il massimo?“.

 

Quegli anni sono ormai lontani e il Federer di oggi è un veterano che ormai a quasi 39 anni è ancora un top 10 fisso, sempre il lizza per titoli pesanti. Questa seconda giovinezza, quella post operazione al ginocchio del 2016, Roger ha però rischiato di non viverla. I dubbi al momento dell’infortunio erano tanti e la prospettiva di un prepensionamento forzato non era così lontana. L’orgoglio del campione però, ancora una volta, ha giocato un ruolo decisivo. “Ho subito l’infortunio nel 2016 ed è stato un anno molto difficile. Ho avuto dei pensieri, ovviamente. ‘Sarà questa la fine o no?’. Ma ho davvero sentito che questo intervento non avrebbe posto fine alla mia carriera. Credevo che avrei avuto una seconda possibilità e l’ho avuta. È stata una grande sorpresa per me. Nel 2017 sono riuscito a tornare molto forte, non solo agli Australian Open, ma durante tutto l’anno. È stato davvero bello. È stato il mio primo intervento chirurgico, non ero sicuro di come gestirlo“.

Wimbledon 2016, l’ultimo torneo disputato da Federer in quella stagione

Dal passato al futuro, Federer ha anche parlato del difficile momento che il tennis sta vivendo e dei possibili scenari che il gioco potrebbe essere costretto ad affrontare. In primo luogo, la possibilità di giocare a porte chiuse, eventualità che lo svizzero vorrebbe evitare. L’augurio di Federer è che si possa riprendere almeno con una partecipazione ridotta o in alternativa aspettare che le circostanze ammettano la presenza, in sicurezza, degli spettatori.

Non riesco a vedere uno stadio vuoto. Non posso. Spero che ciò non accada. Anche se la maggior parte delle volte ci alleniamo non c’è nessuno e tutto è tranquillo, in silenzio. Per noi, ovviamente, è possibile giocare senza fan. D’altra parte, spero davvero che il circuito possa tornare alla normalità. Potremmo aspettare il momento opportuno per tornare nuovamente ad una modalità normale. Con lo stadio almeno pieno per un terzo o mezzo pieno. Ma per me giocare in uno stadio completamente vuoto, nei grandi tornei, è molto difficile“.

In attesa di notizie più sicure sui tempi e le modalità di ripartenza del circuito professionistico, Federer si gode i lati positivi della reclusione forzata, come la possibilità di passare più tempo con la sua numerosa famiglia. “Non siamo mai stati a casa più di cinque settimane dal mio ultimo intervento chirurgico nel 2016. Questo è un grande momento per noi, come famiglia, ovviamente a volte ‘ci facciamo impazzire’, come ogni famiglia (ride, ndt). Ma per fortuna siamo sani, i nostri amici e la nostra famiglia non sono stati colpiti dal virus, il che è importante per noi. E le cose stanno andando bene nonostante le circostanze”.

RITORNO IN CAMPO – A dispetto di tanti altri colleghi che hanno immortalato il proprio ritorno in campo per gli allenamenti con la racchetta in mano, Roger non ha ancora fatto circolare nessun video o foto. Ma semplicemente perché non c’era niente da condividere. Federer ha infatti dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo, perché non ha stimoli sufficienti per farlo vista l’incertezza circa la data di inizio dei tornei.

Al momento non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo, ad essere onesto. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa dopo aver giocato così tanto a tennis. Non mi manca così tanto. Lo sentirò alla fine quando sarò vicino al ritorno e avrò un obiettivo per cui allenarmi. Sarò super motivato“.

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Cosa succede durante una pandemia a chi incorda le racchette di Federer

Il New York Times ha raccontato la storia di Ron Yu, l’incordatore delle racchette dei campioni, il cui fatturato è sceso a zero in queste settimane e ha dovuto trovare un altro lavoro part-time. “A mia mamma piace raccontare che sono amico di Federer e lavoro con lui”

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Ron Yu, l'incordatore di Roger Federer (ph. by Eve Edelheit for The New York Times)

Vi proponiamo la traduzione di un articolo del New York Times – trovate qui la versione originale. L’articolo racconta la storia di Ron Yu, che per l’azienda ‘Priority One’ incorda le racchette dei giocatori più forti del mondo. Più che incordarle, le personalizza al 100%: dai grip alle impugnature, sistemando anche dei pesi particolari laddove richiesti dal giocatore. E oggi, come tanti altri lavoratori del mondo dello sport, ha visto il suo fatturato scendere praticamente a zero ed è stato costretto a trovare un altro lavoro di ripiego, che si augura temporaneo fino a quando si riprenderà a giocare.


Ron Yu si è innamorato del tennis quando studiava al Georgia Institute of Technology – una passione così intensa che non si è mai laureato, abbandonando gli studi dopo meno di due anni. “Trascorrevo così tanto tempo giocando e bazzicando il negozio dove avrei iniziato a lavorare” dice Yu. “Dando un’occhiata ai miei voti, mi avrebbero cacciato comunque, quindi non è stata poi una decisione tanto difficile in quel momento”.

Cittadino statunitense nato in Corea del Sud ed emigrato negli USA da bambino con i suoi genitori coreani, Yu è diventato uno dei migliori tecnici per quanto riguarda le racchette. Le incorda e personalizza modificando manici e grip e aggiungendo peso ai telai. Ha avuto un ruolo dietro le quinte in 23 titoli Slam di singolare per giocatori come Andre Agassi, Lleyton Hewitt, Stan Wawrinka e Roger Federer. Yu, cinquantaduenne, lavora per l’azienda di servizi per racchette Priority One dal 2001. Fondata dal tecnico che si occupava degli attrezzi di Pete Sampras Nate Ferguson, la Priority One lavora esclusivamente per un piccolo gruppo di giocatori di élite, tra cui il numero 1 del mondo Novak Djokovic e Federer, cliente dal 2004.

 

L’azienda concentra la propria attività nei quattro Slam e negli eventi ATP di più alto livello. Però, come chiunque altro lavori nel circuito tennistico, l’attività internazionale di Yu è stata messa a terra dalla pandemia. I Tour sono fermi dall’inizio di marzo e la ripresa non avverrà prima di agosto, forse decisamente più avanti. Priority One ha licenziato uno dei suoi tre tecnici, Glynn Roberts, primo incordatore di Andy Murray e Djokovic. Yu è rimasto con l’azienda e ha detto che ancora personalizza racchette e ne incorda una o due al giorno per clienti non professionisti – una caduta verticale dalle 25-30 che potrebbe incordare quotidianamente durante un torneo.

“Secondo i contratti, i giocatori ci pagano per incordare e customizzare quando giocano e viaggiano e noi siamo ai tornei” spiega Yu. Così, al momento, il fatturato è praticamente zero. Yu dice di aver accettato una riduzione dello stipendio alla Priority One e trovato un lavoro part-time di inserimento dati vicino alla sua casa di Tampa, in Florida, per cercare di compensare la perdita di entrate.

D: Quante settimane all’anno sei in viaggio durante un anno normale?
Yu: Fino a un massimo di 33 settimane durante il momento migliore, ma poi sono scese a 26 e ne sono felice. Come ci si sente a dover restare fermi per l’immediato futuro? Mi piace essere a casa con mia moglie, poter cenare con lei ogni sera seduti in cortile. Ma mi manca viaggiare. Mi manca essere ai tornei e mi mancano gli amici conosciuti nel Tour, perché il Tour è un piccolo villaggio che si muove attorno al mondo. Anche se sei in una città nuova, vedi le stesse persone. Lavorare part time fuori dal tennis mi ha davvero fatto capire quanto ancora lo ami. Non che questo nuovo lavoro sia terribile, ma talvolta, dopo essere stato in viaggio per quattro o cinque settimane, mi dicevo qualcosa come “Ohi, mi sono proprio stancato del tennis“. Ma questo mi ha reso ancora più evidente la grandezza di questo sport.

Qual è l’impatto di questa sospensione del Tour sulla comunità degli incordatori?
Mi sono fatto tanti amici che incordano nei tornei dello Slam come parte del servizio on-site e la maggior parte di queste persone hanno un negozio o ci lavorano, e quei negozi sono chiusi o hanno probabilmente perso dall’80 al 90% delle loro entrate. Perfino in tempi normali, non diventi ricco con questo lavoro. Puoi condurre una vita comoda e piacevole da ceto medio, ma quello che sta succedendo è davvero devastante per la comunità del tennis, per gli incordatori e i proprietari dei negozi.

Avete cercato di darvi aiuto reciproco, sia economico o emotivo?
Siamo tutti sulla stessa barca. Non voglio dire che gli incordatori siano una sorta di eremiti, ma possono essere piuttosto introversi. Puoi trovarti in una stanza con dieci altri incordatori a un torneo e sì, scherzi un po’ e chiacchieri; però, quando stai lavorando sul serio e devi sbrigarti, potresti non dire una parola a nessuno per ore. Non sono sicuro che gli incordatori si confidino né chiedano aiuto come fanno invece molte altre persone. Forse dovrebbero.

Quando guardi un incontro, con la tua conoscenza della tecnologia di corde e racchette, lo guardi in modo differente dall’appassionato medio?
Probabilmente quando vedo un colpo e dico che non sarebbe stato possibile vent’anni fa. Ai vecchi tempi, quando la maggior parte dei tennisti giocava con corde in budello naturale, non potevi colpire ogni volta tanto forte quanto avresti voluto, perché dopo cinque o sei colpi avresti perso controllo. Il budello è ‘vivace’, perlopiù. Oggi ci devono mettere un po’ più topspin, ma tirano quasi a tutta velocità. Anche quando si giocano un punto importante e c’è molta pressione, li vedi rispondere e sono in grado di colpire forte quanto vogliono. Oppure, quando uno viene a rete e l’altro, in allungo, la mette incrociata per un passante vincente. E io, “questo non sarebbe successo venticinque anni fa”.

Hai detto che la tua famiglia non approvò la tua decisione di lasciare gli studi al Georgia Tech e lavorare come incordatore. Cosa ne pensano adesso?
A mia mamma piace raccontare alle sue amiche in Corea che “mio figlio è amico di Roger Federer e lavora con lui.” Ciò ha alleviato il dolore.

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