Torneo UTR in Florida, cancellate le finali ma l'idea ha un futuro

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Torneo UTR in Florida, cancellate le finali ma l’idea ha un futuro

Il torneo in Florida non si è concluso per colpa della pioggia, ma potrebbe diventare un modello (nel bene e nel male) per il prosieguo della stagione

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UTR Pro Match Series 2020 (via Twitter, @AnisimovaAmanda)

Ieri si sarebbe dovuto concludere l’edizione femminile dello UTR Pro Match Series di West Palm Beach, in Florida, le cui finali non si sono però potute disputare per via dell’acquazzone tropicale (in senso etimologico per una volta) che ha colpito il Sunshine State. La pioggia non si è praticamente mai fermata da sabato, impedendo che si concludesse persino il round robin – l’ultimo match avrebbe visto in campo Ajla Tomljanovic e Danielle Collins. Per dovere di cronaca, riportiamo i risultati del sequel della vittoria di Reilly Opelka di due settimane fa. Il gironcino si è dunque arrestato con Alison Riske già qualificata per la finale con un record di 2-1, mentre Amanda Anisimova era già eliminata sull’1-2 – l’ultimo match fra l’australiana e l’americana, entrambe 1-1, avrebbe determinato la seconda finalista.

Mentre il risultato finale ha un valore men che relativo, è interessante riflettere su ciò che l’esperimento potrebbe comportare in futuro. Il torneo è organizzato by UTR (Universal Tennis Rating) ed è stato trasmesso negli Stati Uniti da Tennis Channel, partner dell’azienda da due anni, che ha ribattezzato il torneo (Re)Open. Ora, i due eventi, che hanno prize money e quindi non sono esibizioni, non hanno offerto grandissimo spettacolo, anzi, e il finale inglorioso del più recente sembra quasi una punizione divina. Allo stesso tempo, però, ci sono due modi di leggere l’evento, e non sono necessariamente in contrasto.

Da un lato, due aziende (Tennis Channel e UTR, partner da due anni) che cercano di salvare il salvabile, offrendoci un simulacro dello sport che conosciamo e veneriamo; dall’altro, un tentativo di mostrarci con un po’ di anticipo a cosa somiglierà il prodotto-tennis nel futuro a medio termine, e.g. fra quando si potrà tornare a giocare e quando saranno nuovamente autorizzati eventi di massa come partite e concerti in full capacity.

 

Per quanto riguarda la prima lettura, le cifre parlano chiaro. Se guardiamo a Tennis Channel, la proprietà sarà stata discretamente attapirata per il blocco della stagione, visto che nel 2019 la rete è stata la più cresciuta nel panorama televisivo americano secondo le analisi Nielsen, un Auditel appena appena più sofisticato. In particolare, gli spettatori sono cresciuti del 67% nella fascia demografica più rilevante, la 18-49, accompagnata da robusti 44% nella fascia 25-44 e 40% fra i nuclei familiari. In tre anni, il canale vanta 17.7 milioni di iscrizioni in più fra satellite e streaming, con quest’ultimo che ha visto una crescita del 25% in iscrizioni e del 51% in rinnovi.

Allo stesso modo, UTR è cresciuta esponenzialmente da quando si è alleata con Tennis Channel, passando da 600.000 a 1.7 milioni di iscritti in due anni, e annovera fra i propri investitori Ken Solomon (CEO dell’emittente TV), Novak Djokovic e Larry Ellison, billionaire e CEO di Indian Wells.

Sarebbe dunque pleonastico sottolineare gli interessi in ballo nella questione per giustificare il magro show offerto agli spettatori (anche per via di regole che non verranno implementate, almeno a breve e si spera mai, nei tour, come i set a quattro, su cui si potrebbe anche dibattere, o il punto secco sul 40 pari, che è invece un’offesa alla meritocrazia del gioco), così come sarebbe pleonastico riportare i numeri che stanno premiando la scaltra operazione – 7.5 milioni di interazioni settimanali da marzo fra Facebook, Instagram e Twitter, +13% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e +7.6% dall’inizio dell’anno.

Ci sono però degli aspetti che invece potrebbero tornare utili in futuro, e il primo è proprio lo UTR. Cosa sia è già stato spiegato nel primo articolo sulla manifestazione, perciò la si può far breve: è un algoritmo che attribuisce un punteggio a ogni giocatore sulla base degli ultimi 30 match giocati, prendendo in considerazione il rendimento nel match in relazione alle aspettative (in sostanza il proprio livello rispetto a quello dell’avversario), il format dell’incontro, la competitività (un match contro un avversario di valore simile al proprio vale più di uno contro un avversario nettamente inferiore o superiore, a meno che ovviamente non si vinca il match nella seconda ipotesi) e la quantità di match giocati all’interno del sistema, il tutto dando più peso ai match recenti.

Inoltre, non dà peso a fattori anagrafici o di genere, produce classificazioni per i vari livelli agonistici (anche se è possibile sfidare giocatori di categorie diverse dalla propria) e mette anche a disposizione una valutazione differente fra match “Verified” (quelli giocati in tornei partner del sistema, quindi non quelli della FIT) e la totalità degli incontri disputati – il paragone più frequente è quello con l’handicap del golf.

Tralasciando l’evidente conflitto d’interessi di un prodotto pubblicizzato da un canale amico, che ci rammenta del perché il pubblico non si fidi granché della stampa disposta a fare PR come fuori dall’Alcatraz, Stephen Amritraj, tournament director dell’UTR nonché marito di Alison Riske, ha sottolineato l’importanza dell’algoritmo per “dare un valore globale a tornei locali”.

Certo, Amritraj non ha menzionato il fatto che se i giocatori non possono più viaggiare gli avversari sono sempre gli stessi, e quindi il valore comparativo del sistema si perde quasi del tutto alla lunga, ma allo stesso tempo lo UTR potrebbe dare ai giocatori informazioni importanti in relazione al proprio rendimento rispetto a quello degli avversari affrontati in passato (potenzialmente ampliando il raggio delle 30 partite qualora non fosse possibile viaggiare per tanto tempo), e in qualche modo restringerebbe le distanze fra competitors situati in diverse parti del globo.

In secondo luogo, le partecipanti hanno sottolineato un bisogno quasi atavico di tornare a competere, fin dalla “conferenza stampa” pre-torneo su Zoom (altro possibile adattamento per il resto della stagione). Collins, mai stata pacifista, ha trainato le avversarie con la consueta combo di improperi, urla e oggetti scagliati, e avendola vista giocare in passato è difficile pensare che si sia trattato di una boutade.

In particolare, Tennis Channel ha implementato due Louma (gru snodate per le riprese video) alte oltre sette metri, che, secondo Tennis Channel, hanno creato una nuova e “più intima” angolazione da cui vedere i giocatori sul campo (e.g. la lunghezza del campo è resa meglio, a scapito dell’inquadratura degli spalti vuoti). In più, sono state usate video-camera robotiche per inquadrare i giocatori dal centro del campo, e un drone per seguire l’ingresso dei giocatori e riprendere i punti-chiave, tutte soluzioni che la rete stava preparando da tempo per dover muovere meno persone, e che si sono trasformate in una potenziale serendipity per il tennis post-pandemia.

E chissà che forse, nel mezzo di questa pletora di inquadrature, non potremo abituarci a vederli più umani, senza corpi infiammati dalla partigianeria intorno a loro, a chiamarsi le palle fuori (qui malissimo, speriamo che il sistema Hawk-Eye di Milano venga implementato ovunque!) e a raccogliersi le palline da mettere nel cesto, che è in fondo il percorso da cui siamo partiti tutti. Sarebbe un ritorno alle origini che potrà sembrare strano per chi, a differenza di noi solo aspiranti campioni, era riuscito ad abbandonare le componenti più umili del gioco – non è assolutamente schadenfreude, anzi, vederli raccogliere le palle ci ricorda che se sono arrivati lì non è perché hanno avuto più comfort sul campo.

Ci abitueremo noi? Improbabile, ma per tornare a vedere del vero tennis qualche sacrificio si può fare, se così si può chiamare un cambiamento di abitudini in un’attività da divano. Soprattutto, però, si abitueranno loro? Decisamente più plausibile, anche perché sarebbero i primi a riconoscere che avere questa conversazione è già un grande passo avanti rispetto a dove ci trovavamo poche settimane fa. Soprattutto, però, la UTR Pro Match Series ha restituito un’idea dell’adattamento tecnologico che verrà dispiegato per cambiare l’esperienza degli spettatori, che non si differenziano più dagli spettatori paganti perché questi non esisteranno per parecchio tempo.

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: il talento di Fognini e l’archivio sterminato

Ma se Federer, Nadal e Djokovic fossero stati coetanei? Cosa sarebbe accaduto? Tutte le VHS di Ubaldo e la complessa questione sulla carriera di Fognini. Ha ottenuto il giusto, troppo o troppo poco?

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ecco le risposte alle altre lettere che mi avete mandato. Continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Caro Scanagatta,

Ho fatto un sogno. Federer, Nadal e Djokovic nati nello stesso mese e nelo stesso anno! Si fosse verificata tale eventualità, quanti slam in più avrebbe il Maestro Federer, irraggiungiibile Goat, insuperabile interprete della bellezza del Tennis? Perché nessuno degli esperti, lei compreso, non sottolinea questo aspetto più che determinante, data la differenza d’età di 5-6 anni, decisiva in termini di successi sportivi? Federer è stato, è e sarà sempre il migliore, al di là delle simpatie e del tifo esercitato per questi grandi campioni.

 

Dott. Alberto Romano Terzigno (Na)

Lei sogna, beato lei, e si ricorda pure i sogni. Io non me li ricordo quasi mai. Salvo quelli del primo mattino se mi riaddormento. Ma non sogno quasi mai tennis, salvo che trionfare a Wimbledon una o anche più volte di fila. Cosa vuole che risponda a un sogno-ipotesi del genere? Vuole che le confermi che Federer è il campione più  popolare di tutti, vinca oppure perda da vecchietto (rispetto ai due giovanotti di cinque e sei anni più giovani)? Non c’è bisogno che glielo dica io. Lo sanno tutti, e lo sanno perfino coloro che non lo amano ma sono fan di Rafa o Nole.  Potrei dirle forse che anche da coetanei Rafa avrebbe battuto Roger sulla terra rossa più volte di quanto ci avrebbe perso. Ma non sarei originale. Come se dicessi chi venderebbe più biglietti al botteghino (quello vero… non alludo al soprannome che hanno dato a Binaghi in Sardegna i suoi amici) nel caso di un confronto fra due coetanei Federer e Djokovic. Però non scommetterei la casa sul vincitore di quel duello fra…coetanei. Troppe variabili imprevedibili. La superficie, il clima, gli avversari e le battaglie combattute prima del loro confronto. L’eleganza è una cosa, la sostanza non sempre vi si accompagna. E la bellezza è quel che piace. Continui pure a sognare lei, mi raccomando.


Gentile direttore Scanagatta, mi è piaciuta molto la riproposizione su Sky di alcune storiche telecronache di Rino Tommasi e Gianni Clerici. Immagino che lei conservi vecchie videocassette con le sue telecronache insieme a Tommasi o a Roberto Lombardi, trasmesse da Telecapodistria e poi da Telepiù, e volevo chiederle questo: potrebbe per favore digitalizzarle e renderle disponibili a tutti gli appassionati, su Ubitennis, o YouTube, o dove preferisce?

Non sono un esperto, ma leggo in giro su Internet che basta un semplice cavetto per digitalizzare una VHS e trasportarne il contenuto su computer. Potrebbe per favore vedere se la cosa è fattibile e fare un bel regalo a tutti noi? 🙂 (Alberto R. – Milano)

Ho tre casse di videocassette, in soffitta. Mia moglie vorrebbe farle fuori perché occupano spazio da tempo immemorabile. Molte non le ho mai sentite neppure io. E temo non le sentirò mai. Per respingere gli assalti di mia moglie che non si azzarda a dirmi le stesse cose per 500 libri di tennis (ma lo fa invece per raccolte cartacee per l’archivio di centinaia di giocatori e giocatrici) dico: “Magari un giorno ai miei figli (nipoti?) potrebbe anche prendere il ghiribizzo di ascoltare la voce del nonno e dei suoi celebri compagni di merende tennistiche (beh sì, in termini di preparazione e cultura tennistica quasi dei “mostri”)”. Mento sapendo di mentire. Non interesseranno mai a nessuno. Anni fa credo anche, Alberto, di aver comprato uno strumento (chissà dov’è?) che consentiva di trasferire le cassette in un qualche sorta di hard disk. Non mi pare fosse un semplice cavetto. Il regalo, detto tra noi, me lo farebbe chi avesse voglia di passare da casa mia a Firenze, per un pranzetto e per recuperare tutto questo materiale e ridargli vita. Temo non lo farà mai nessuno. E se per le cassette in fondo, beh poco male, mi piange invece il cuore a pensare a tutto quel materiale cartaceo raccolto in poderosi contenitori da ½ chilo l’uno, con le storie, le interviste, i migliori articoli in più lingue, di tanti campioni del passato. Avere un sito di tennis e non poter riversare ai lettori un centesimo di quello che ho nei libri, in quegli scaffali – un armadio è diviso in quattro ante e dietro ciascuna c’è materiale solo per i 4 Slam, un anta ciascuno! – mi angoscia. Perché il giorno in cui non ci sarò più finirà tutto al macero vanificando mezzo secolo e più di stupida inutile archiviazione.


Ciao Ubaldo,

Volevo chiederti cosa ne pensassi di Fognini (solo come tennista, so che avete avuto dei problemi dal punto di vista umano: ”gelataio” ecc…). Nella sua stagione d’oro è arrivato 11° nella race, mentre un Dimitrov è riuscito ad arrivare 3° nella sua stagione della vita.Non credi che forse Fognini sia stato sopravvalutato dalla stampa italiana? (per me sì e lo dimostra il fatto di non aver mai giocato un quarto in uno Slam).

Cordiali saluti (Taranto, Francesco Putignano)

L’argomento scotta e non vorrei bruciarmi. Perché chi segue Ubitennis sa dei difficili rapporti che ho con Fabio che evita, quando può, di rispondermi. E se è costretto a farlo nelle conferenze stampa lo fa il più delle volte in maniera scortese per non dire ineducata.

La storia alla base di tutto ciò è risaputa. Fabio ha sempre pensato che io fossi il responsabile di quanto scrivevano e scrivono su Ubitennis i lettori. Riteneva, sbagliando, che avrei dovuto cancellare le critiche che gli venivano rivolte. Non ho mai cancellato quelle che vengono rivolte a me, e non ne sono mancate anche di pesanti, e non sono state cancellate neppure le critiche che venivano indirizzate a lui. Si sono cancellate invece le offese, quando non ci sono sfuggite. E non mi pare che ci siano sfuggite a lungo. Non sono mai arrivate critiche sui comportamenti di Seppi, Berrettini, Lorenzi, Bolelli, Fabbiano, Sinner, Travaglia, Caruso, Pennetta, Vinci, Errani, Schiavone, dico i primi nomi che mi vengono in mente, come invece ne sono arrivate incessantemente per Fabio.

A quelle si sono aggiunte, in certe occasioni, come quel giorno del suo incontro con Tsonga a Montecarlo, anche le mie critiche. Sempre collegate alle cronache puntuali, oggettive di quanto era accaduto, dalle parolacce indirizzate al suo clan, a tutto il resto. Come riferito anche dai giornalisti presenti. Idem nel giorno dei pesantissimi insulti alla giudice di sedia che arbitrò il suo match all’US Open con Travaglia, quello che gli costò l’espulsione dal torneo. Roba successa a McEnroe (in Australia, ma durante il match con Pernfors) e forse a nessun altro.

Se Fognini avrebbe preferito che io non ne parlassi, o che io non citassi alcuni episodi di sua evidente maleducazione, beh… non potevo proprio venire incontro ai suoi desideri. Avrei tradito il mio mestiere di cronista. Sono stato più severo di altri colleghi? Forse, ma forse anche perché a differenza di colleghi obbligati dal loro status di dipendenti di giornali e quindi costretti a rendere conto ai loro direttori di una mancata intervista, di un “buco” giornalistico, non avevo bisogno di conquistarmi le sue benemerenze per future interviste one to one.

Non ha voluto parlare con me? Sono sopravvissuto serenamente e Ubitennis non ne ha risentito. Avessi avuto un datore di lavoro, forse non me lo sarei potuto permettere. Lui questo non lo ha capito, è arrivato a credere perfino che io potessi fare autolesionisticamente il tifo contro di lui, quando non è mai successo. Anzi, mi sono eccitato, esaltato come se fosse mio fratello quando ha colto exploit importanti, la vittoria in rimonta su Nadal all’US Open, la lezione di tennis con 13 smorzate vincenti a Murray in Davis a Napoli, la maratona all’imbrunire del Roland Garros con Monfils.  

La faccio breve adesso. Sono consapevole del rischio che queste vicende possano – agli occhi dei lettori – far pensare che io non riesca a essere obiettivo sul suo conto, nel momento in cui io mi debba esprimere sul Fognini tennista. Che è invece quel che mi chiede qui Francesco.

Allora ribadisco quanto sempre affermato : Fabio è stato indiscutibilmente il miglior tennista italiano degli ultimi 40 anni. L’ho scritto mille volte. È un tennista che ha una mano (ma anche due piedi…) straordinaria. Ha un talento allo stato puro che – se fosse stato accompagnato da 7/10 cm in più e da un servizio all’altezza – con un’altra testa lo avrebbe inserito fra i primi 5 del mondo stabilmente. Quando dico testa dico talmente tante cose – e non che sia stupido, sia chiaro – che l’elenco sarebbe lunghissimo. Capacità continua nel tempo, negli allenamenti, in una gara, lungo tutto un torneo, più tornei, di concentrazione e determinazione in lui assolutamente non paragonabili con i campioni della sua generazione, i Murray, i Djokovic, i Wawrinka più che “genius” Federer che non può esser considerato suo coetaneo. Questa palese carenza non gli ha permesso di centrare l’obiettivo top 10 che pareva tranquillamente alla sua portata, fino ai 32 anni. Né di centrare un quarto di finale in oltre 40 Slam salvo quello conquistato nel 2011 al Roland Garros dopo aver annullato caterve di match point a Montanes e senza averlo potuto difendere contro Djokovic (peraltro unico dei più celebri “coetanei” a non aver mai battuto).

Lo sport con i suoi risultati non mente. Se Fognini non è stato a lungo top 10 e più su di dove è arrivato un motivo, più d’uno c’è. Sopravvalutato? Beh, uno che è il n.1 d’Italia per un decennio merita tutta l’attenzione possibile. E di gente che, nelle giornate di vena, fa spettacolo come lui, ce n’è poca, pochissima. Dia o o meno in escandescenze – che è un po’ quel che tutti si attendevano anche quando giocava McEnroe – Fabio è un tennista dal tennis originale, diverso, imprevedibile, creativo, fantastico da vedersi. Pochi sono i giocatori che possono farti gridare più ‘Ohhh‘ di meraviglia di lui. Ti fa anche incavolare per come è capace di rovinare quel talento all’improvviso, di come può indisporre arbitri, avversari, pubblico, tutti quanti. Ma è fatto così, prendere o lasciare. Un genitore più rigido e inflessibile – come è stato papà Federer con Roger quando lo svizzero fracassava racchette e gridava improperi – avrebbe potuto limitarne gli eccessi? E costruire le premesse per un campione super top? Non lo sapremo mai.

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La lettera di Naomi Osaka sul caso George Floyd: “Non basta non essere razzisti. Dobbiamo essere anti-razzisti”

“Sono giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”. La tennista giapponese ha scritto un editoriale per Esquire, dando la sua opinione sui fatti di Minneapolis e sul razzismo negli Stati Uniti

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Naomi Osaka non è più da tempo solo una giocatrice di tennis che ha vinto due Slam. Dopo essere diventata abbastanza rapidamente un’icona in Giappone, un titolo che le ha consentito di diventare l’atleta di sesso femminile più pagata di tutti i tempi, la tennista giapponese si sta imponendo anche come ‘role model’ in virtù della sua immagina positiva, genuina e mai divisiva. Testimonial affermata di Nike, Osaka si è subito schierata in seguito ai fatti che hanno causato la morte di George Floyd, fino a partecipare di persone alle manifestazioni di Minneapolis. Ha quindi riassunto la sua posizione in una lettera molto accorata pubblicata da Esquire, che potete leggere in lingua originale qui


Mi chiamo Naomi Osaka, e da che ricordo le persone hanno faticato a definirmi. Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme. Sono nata ad Osaka, in Giappone, figlia di un haitiano e di una giapponese, ma ho passato gli anni della mia formazione in America. Sono una figlia, una sorella, un’amica, e una fidanzata. Sono asiatica, nera e donna. Sono una ventiduenne ordinaria, se non per il fatto che mi è capitato di diventare brava a tennis. Mi sono accettata come Naomi Osaka.   

Onestamente, non ho mai avuto molto tempo per fermarmi e riflettere prima di adesso, un fatto piuttosto comune, credo, visto il modo in cui la pandemia ha cambiato le nostre vite da un giorno all’altro. Negli ultimi mesi, ho pensato a ciò che davvero conta nella mia vita, un riassestamento di cui forse avevo un grande bisogno. Mi sono chiesta, “se non potessi giocare a tennis, come potrei fare la differenza?”. Perciò ho deciso che era ora di dire la mia, cosa che non avrei mai immaginato di fare due anni fa, quando ho vinto lo US Open e la mia vita è improvvisamente cambiata. Immagino che, quando mi ritroverò a leggere questo pezzo in futuro, sarò una persona ancora diversa, ma qui e ora sono così, e questi sono i miei pensieri.

 

Mi è venuta una fitta al cuore guardando l’agghiacciante video dell’assassinio e della tortura di George Floyd da parte di un poliziotto e di tre suoi colleghi. Mi sono sentita chiamata ad agire, il troppo è infine stato troppo. Io e il mio ragazzo siamo volati a Minneapolis qualche giorno dopo l’omicidio per rendere omaggio a George e per far sentire le nostre voci nelle strade della città. Abbiamo sofferto con gli abitanti di St. Paul e abbiamo manifestato pacificamente; abbiamo visitato il George Floyd Memorial e ci siamo uniti a chi piangeva l’ennesimo atto insensato e l’ennesima vita cancellata senza motivo. Sentivamo che andare a Minneapolis fosse la cosa giusta da fare in quel momento.

Quando sono tornata a Los Angeles, ho firmato petizioni, protestato e donato, come tanti di noi, ma continuavo a chiedermi cosa potessi fare per rendere il mondo un posto migliore per i miei figli. Quindi ho deciso di parlare anch’io del razzismo sistemico e della police brutality.

George è stato assassinato da uomini pagati per proteggerlo, e per ogni George c’è una Brianna, un Michael, un Rayshard – la lista è lunga, sfortunatamente, e queste sono solo le tragedie riprese in video. Ricordo di aver assistito, nel 2014, alla rabbia e all’indignazione per Michael Brown [un diciottenne afroamericano assassinato da un poliziotto a Ferguson, in Missouri, con sei colpi di pistola, ndr], e niente è cambiato da allora. La comunità nera ha combattuto da sola per anni contro questa forma di oppressione, e nella migliore delle ipotesi i progressi sono stati effimeri. Non essere razzisti non è abbastanza, dobbiamo essere anti-razzisti.

Coco Gauff e Naomi Osaka – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sono a favore dell’iniziativa per tagliare i fondi alla polizia. Non intendo dire che andrebbero cancellati del tutto, ma solo che alcuni finanziamenti – come quelli per i piani retributivi riservati agli agenti condannati – dovrebbero essere ridiretti alle comunità per costruire case, stimolare l’educazione scolastica e creare programmi per i giovani, settori spesso trascurati. Dobbiamo avere una visione olistica delle nostre comunità e tenerci al sicuro a vicenda.  

Dovrà essere uno sforzo collettivo. Le proteste odierne sono promettenti e stanno avendo grande spinta. C’è un’energia diversa, stavolta, perché gruppi diversi si sono uniti al movimento. La protesta è diventata globale, da Oslo a Osaka, da Tallahassee a Tokyo, persone di tutte le razze ed etnie sono scese in piazza. Persino in Giappone ci sono state delle manifestazioni targate Black Lives Matter, un evento che molti di noi non avrebbero ritenuto possibile.

Il Giappone è un Paese molto omogeneo, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media, e non possiamo lasciare che l’ignoranza di pochi offuschi il progressismo delle masse. L’affetto che avverto da parte degli appassionati giapponesi di ogni età, in particolare dai più giovani, mi ha sempre scaldato il cuore – sono orgogliosa di rappresentare il Giappone e lo sarò sempre.

Che la società cambi in meglio significa tantissimo per me, cosicché si possa scardinare il razzismo e far sì che la polizia ci protegga e non ci uccida. Devo dire che sono anche orgogliosa del ruolo, seppur piccolo, che ho avuto nell’abbattere alcuni preconcetti. Mi esalta l’idea che, nella sua classe in Giappone, una ragazzina di razza mista possa essere orgogliosa quando vinco un torneo dello Slam. Spero che il cortile della scuola possa essere un luogo più accogliente per lei, ora che ha un modello di riferimento, e spero che possa essere orgogliosa di chi è, e sognare in grande.

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Djokovic e sua moglie Jelena sono risultati negativi al test per il coronavirus

Il numero uno del mondo non è più positivo al coronavirus. Anche il tampone di sua moglie ha dato esito negativo. Novak Djokovic potrà uscire dall’isolamento tra 5 giorni (o forse già domani?)

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A nove giorni dalla notizia della positività al coronavirus di Novak Djokovic, annunciata tramite un breve comunicato sui social, il giornalista serbo Saša Ozmo ha diffuso con un tweet la notizia della negatività del numero uno del mondo e di sua moglie Jelena, emersa a seguito dell’effettuazione di un secondo test (che era atteso per il 7 luglio ma evidentemente è stato anticipato a oggi).

Secondo le indicazioni diffuse dallo stesso Djokovic contestualmente all’annuncio della positività – il serbo non ha rilasciato altre dichiarazioni, al momento – Nole dovrebbe rimanere in isolamento per altri cinque giorni, per rispettare un periodo complessivo di 14 giorni. Si precisa però che, secondo le ultime linee guida dell’OMS, un paziente che non abbia mai manifestato sintomi sarebbe ‘libero’ di rompere l’isolamento dopo 10 giorni dal test che ha dato esito positivo, e dunque secondo questo protocollo Djokovic potrebbe uscire e tornare ad allenarsi già domani.

Come confermato anche da Sportklub tre giorni fa, Novak e Jelena non hanno infatti mai accusato sintomi evidenti e sono sempre stati in buone condizioni di salute.

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