Internazionali, si gioca a Roma. "Tra metà e fine settembre" (Cocchi). "Internazionali con il pubblico" (Semeraro). Pietrangeli, ovvero l'eleganza (Azzolini)

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Cocchi). “Internazionali con il pubblico” (Semeraro). Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Azzolini)

La rassegna stampa del 30 maggio 2020

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Internazionali di Roma a settembre, probabilmente il 14 o al più tardi il 20. […] Ma una certezza c’è, ovvero che il tennis in Italia ripartirà, e la conferma arriva dallo stesso presidente federale Binaghi: «In Italia il Politecnico di Torino ha sancito che il nostro oggi è lo sport più sicuro — ha raccontato Binaghi a SuperTennis —. Stiamo discutendo con il Governo per cercare di avviare la nostra Fase 3. Non appena daranno il via libera, abbiamo un intensissimo calendario di eventi individuali fra i quali il ritorno dei Campionati italiani Assoluti. Poi, c’è la grande novità di quest’anno: i campionati a squadre in estate». Ma il clou della stagione tennistica è rappresentato dal Masters 1000 di Roma, originariamente a maggio e in attesa di una collocazione precisa nel nuovo calendario: «Credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali Bnl d’Italia fra la metà e la fine di settembre — ha spiegato il presidente —. Mi dicono i romani che è un periodo straordinario, il migliore per il tennis. A breve avrò un colloquio col ministro dello Sport Spadafora». Tutto dipenderà dalla disputa o meno dello Us Open, dal 24 agosto al 13 settembre, e in bilico per la pandemia che sta ancora pesantemente affligendo New York. […]

“Internazionali con il pubblico” (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Gli Internazionali d’Italia si giocheranno a settembre, e non a porte chiuse. Questo è l’auspicio – fondato, ma ovviamente condizionato dall’evolversi della pandemia – del Presidente dall Fit Angelo Binaghi. «Stiamo discutendo con il Governo – ha spiegato Binaghi in una intervista a SuperTennis – per cercare di avviare quella che è la nostra Fase 3, l’avvio delle competizioni, anche se devo dire che eravamo molto più preoccupati per l’avvio della Fase 2 che era la più importante per i circoli e per gli insegnanti di tennis. Non appena ci daranno il via libera abbiamo pronto un calendario intensissimo». […] Io credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali d’Italia tra la metà e la fine di settembre. Mi dicono, soprattutto i romani, che è un periodo straordinario, sicuramente meglio di metà maggio, quella che sarebbe stata la data naturale senza l’emergenza coronavirus. A breve avrò anche un colloquio col Ministro dello Sport, per cercare di capire in che termini riusciremo a far godere questa grande edizione al. nostro pubblico». Anche Parigi sta pensando a una soluzione simile, con capienza ridotta (il centrale del Roland Garros potrebbe ospitare 5000 spettatori invece dei consueti 15 mila) e percorsi obbligati. La data definitiva dipende dagli Us Open: se a New York (o in Florida) si giocherà a inizio settembre, Roma dovrebbe partire il 14 settembre, per permettere il distanziamento sportivo tra lo Slam americano e il Roland Garros che probabilmente scivolerebbe al 27 (con la settimana del 20 dedicata alle qualificazioni). Se gli Us Open do- vessero saltare, ci sarebbe invece più spazio e potrebbe rientrare in gioco anche Madrid (che ha una opzione indoor a novembre-dicembre se a Madrid salteranno le finali di Coppa Davis), con Roma piazzata al 20. Buone notizie intanto anche per le Atp Finals del 2021 a Torino: »Ringrazio il ministro Spadafora – ha aggiunto Binaghi – il Governo e tutto il Parlamento perché la conversione in legge del decreto sulle Atp Finals (avvenuta lo scorso 6 maggio, ndr), per noi fondamentale, è stato approvata con la quasi unanimità».

Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Daniele Azzolini, Tuttosport)

I Cinquanta, al Parioli, furono gli anni del “tu” obbligatorio. Mai più il “voi” e neanche il “lei; solo il “tu” diretto, colloquiale e rispettoso finché si vuole, ma privo di steccati e separé. […] Cresciuto nella lingua del “voi; al giovane Nicola Pietrangeli sembrò di essere giunto in un paese di matti, ciò nonostante il circolo ricordava la bella casa lasciata a Tunisi, e ritenne fosse conveniente abituarsi rapidamente. Il Parioli era sorto in viale Tiziano, negli spazi lasciati liberi dallo Stadio Nazionale (poi Flaminio) e dal Campo della Rondinella, steso sulle vestigia romane tornate a far capolino con i lavori dell’Auditorium. Li Roma s’incunea in una larga ansa del Tevere, che in quegli anni segnava una zona di confine fra nuove costruzioni e stamberghe tirate su a calce e mattoni che si ammucchiavano fino alla riva del fiume. Una decina di ettari coltivati a campi sportivi in una zona che chiamavano “dei Giuochi Popolari”. Il tennis vi faceva da gradito ospite, ma per la popolarità avrebbe dovuto aspettare altri vent’anni. Non fu Nicola Pietrangeli a consegnare il tennis alle masse. Quello fu compito di Panatta. Nick ebbe il compito di mostrare al mondo che anche un italiano poteva vincere in quello sport dominato da americani e australiani. Il primo Slam della nostra storia giunse il 30 maggio 1959, a Parigi. E non fu il frutto del caso. Al Parioli Nicola Pietrangeli era il ragazzo di belle speranze. «Anvedi er Francia coma ggioca», lo attizzavano, lui che l’italiano ancora poco lo spiccicava. Ma quando nel suo bighellonare si spostava poco più in là, alla Rondinella, per indossare le scarpe bullonate da calciatore, le sue quotazioni salivano fino alla dimensione di campione. Avrebbe fatto strada quel giovanotto dalla pelle ambrata e il ciuffo a banana. Lo dicevano tutti. Ma nel calcio. Non nel tennis. Difensore dai piedi buonissimi, duro e creativo. In grado di trasformarsi in centrocampista. Uno Scirea sbocciato con venticinque anni di anticipo. L’amata Lazio lo prese a bordo, nelle giovanili. Il padre Giulio soffriva in silenzio. Anche con la racchetta in mano, Nicola era una bellezza. Rubava gli occhi, e sembrava in possesso di colpi e intuizioni proibiti agli altri del largo gruppo di ragazzetti (Giauna, Delli Colli, Stipa, Valerio) che di tanto in tanto veniva invitato dai più forti a misurarsi sul campo numero uno del circolo, il più vicino alla fontana che rinfrescava l’aria estiva ed era il posto preferito per le chiacchiere del pomeriggio e gli appuntamenti della sera. La scelta del tennis, alla fine, fu in linea con le speranze famigliari. Giulio Pietrangeli lo chiamavano “monsieur”. Fu promosso “monsieur Lacoste” quando prese l’incarico in via ufficiale di primo importatore italiano delle “chemises” a nido d’ape. Le piazzò a tutti i soci del circolo, continuò a venderle da casa, infine aprì un magazzino. Tremila lire, una Lacoste… Peggio di una sassata in quegli anni in cui la benzina costava 20 lire al litro. Ma di gran lunga le migliori. […] Nicola, nato a Tunisi, aveva cominciato a batti muro già da qualche anno. «La palla era nera», ricorda, «senza feltra solo gomma E la racchetta mi superava in altezza». Ci sapeva fare. Ci ha sempre saputo fare, Nick. Per vie naturali. Non aveva bisogno di allenarsi né di studiare tennis. Ken Rosewall, anni dopo, ammirato del talento più che del gioco a volte un po’ svogliato di Nick, inventò per lui questa breve parabola: «Se tutti i migliori tennisti si fossero ritrovati per tre mesi confinati su un’isola deserta, senza racchette né possibilità alcuna di allenarsi, e subito dopo li avessero obbligati a giocare tre tornei di fila, coi, a freddo, quei tre tornei li avrebbe vinti Pietrangeli. A mani basse». I colpi di Nicola sgorgavano spontanei, nascevano dalla straordinaria coordinazione del corpo, e le intuizioni erano il suo divertimento, facevano parte della ferma volontà di essere felice. Il sentimento che ha fatto da architrave alla sua vita. Anche il trofeo della prigione servì a strappare un sorriso. Un pettine bianco realizzato con la scheggia di una bomba. Alla mamma piacque, era il simbolo del riscatto. Per Nicola era un’altra storia da raccontare. Mostrava grandi doti di affabulatore, “Il Francia”; ma con la lingua sbagliata. L’italiano andava perfezionato in fretta. Il circolo gli venne in soccorso… LEZIONE DI STORIE […] Al Parioli Nick si cibò a lungo di questi racconti, ne apprese i tempi e i modi, i piccoli segreti, e li fece suoi. Raccontavano di uomini e tennisti mai visti, che lo affascinavano senza essere eroi. Vi riuscivano attraverso le loro ansie, le gaffe, le paure e le battute. Personaggi indimenticabili. Come Riccardo Sabbadini, fra i migliori tennisti degli anni Venti, azzurro e più volte campione italiano, che nel 1923, durante la finale degli Assoluti a Milano, inventò «la strategia del povero vecchio» per infinocchiare Cesare Colombo, milanese, e sfilargli una partita ormai persa. Erano 60 60 5-0, e al cambio di campo prima del game che tutti immaginavano conclusivo, Sabbadini si avvicinò all’avversario: «A Cesare», gli sussurrò, «e daje no? Famme fa’ almeno un gioco, nun me costringe a vergognamme, lo vedi che so vecchietto, so pure mezzo sciancato…». Colombo s’impietosì, gli regalò un game e Sabbadini si trasformò d’improvviso in un altro giocatore, fino a vincere al quinto set. Un altro era Roberto Wiss, buon doppista, che pretendeva lo chiamassero «Il Piave», perché quando si metteva a rete non passava nessuno. «Non passa lo straniero!», cantava a squarciagola. C’era Bepi Moro, portiere della Roma, che giocava le volée solo in tuffo. C’era Alberto Rabagliati, il cantante, che al circolo passava per lo struscio pomeridiano e s’inveleniva se nessuno gli chiedeva un autografo (i raccattapalle, a turno, furono istruiti alla bisogna). C’erano Brusati il regista, Colalucci il direttore del Tifone e una pletora di conti e marchesi abilissimi nel non tirare fuori un centesimo. Lo stesso accadeva negli altri circoli della capitale. Uno dei più in vista era il Tennis Roma, del quale era socio Mario Belardinelli. Nel 1946 fu trasferito dai due campi di viale del Policlinico a quelli dell’A.S.Asteria-Esperia vicino a Porta Metronia, in “zona Totti”. I due ragazzi più in vista erano i fratelli Marcello e Rolando Del Bello, ottimi giocatori e azzurri. Per abituarli a stare a rete, senza mai arretrare, il padre Oberdan, custode dei campi, si metteva sulla riga di fondo con una cinghia di cuoio pesante, che roteava incessantemente alle loro spalle. Chi avesse fatto un passo indietro avrebbe esposto schiena e glutei a spiacevoli rendez-vous con la cinghia. Storie bambine, quelle di Nicola. Le stesse che racconta Adriano. Non partono mai dalla fine, ma si rinnovano sempre, cambiano un po; aggungono zucchero, o benzina se serve, e ricominciano. Anche le più piccanti. Sfiorano, titillano, qualche volta si confondono, e nello svolgimento si ricoprono di risate, di piccoli tormentoni inseriti ad arte. Possono durare un’intera giornata, coprendosi di personaggi inauditi, di frequentazioni che lasciano a bocca aperta. Scusa Nick, ma Mastroianni chi? Mastroianni lui? Si, lui, ché quando non sapevano che fare si vedevano a via Veneto, per un caffè. E li spuntavano Virna Lisi e Walter Chiari, Anthony Quinn e Gassman, Tognazzi, Villaggio. Poi Verushka, ElizabethTaylor… E allora Nicola racconta della pasta De Cecco, quando in un gala organizzato a Los Angeles dalla Evert e da Barbara Sinatra per l’azienda italiana, Pietrangeli venne scambiato per il signor De Cecco e non se la senti di deludere nessuno. Trascorse l’intera serata a parlare di pasta e fece un figurone, con la Evert che lo conosceva benissimo e si vergognava come una pazza. Ci sono le foto a testimoniare dell’evento, lui e Frank Sinatra assieme, The Voice e mr. De Cecco nella didascalia. E Adriano gli ricorda di quella volta che andarono insieme in un night dove le ballerine si esibivano nella danza del ventre, «c’erano Quinn che mi aveva dato la sua Maserati Quattroporte e Ricardo Montalban. Anzi, Ricardo Gonzálo Pedro Montalbán Merino, attore messicano. Il mio idolo. “Gordon il Pirata Nero, “Il Grande Sentiero; “Fuga dal Pianeta delle Scimmie”. Era un locale famoso, bella gente, in tanti piazzavano mazzette di dollari nell’elastico degli slip delle danzatrici. Lo feci anch’ io. Attaccai il mio dollaro’ alla mutandina, e la ballerina mi guardò sconvolta, Nicola fece altrettanto, lo stesso gli altri che erano lì con noi. Mancava solo che s’interrompesse la musica e un faro di luce si posasse su di me. Un dollaro? Guardai la danzatrice e in perfetto romanesco le dissi… “Aho’, ‘n c’ho ‘na lira, sto’ in bianco”. Non so come, ma lei capi». QUALCOSA D’IMPORTANTE Vivere, senza malinconia. Ridere, delle follie del mondo. Perché la vita è bella, e la voglio vivere sempre più… Nicola Pietrangeli era un lasciapassare senza scadenza, un abbonamento per visitare il mondo, un invito ovunque. Conosciuto, sempre attesa desiderato. Ma l’apprendistato non mancò, anzi fu lungo, persino faticoso, anche per uno che aveva in dote l’arte di rendere facili le cose. Nel 1952, diciottenne, i primi Internazionali, due anni dopo il primo contatto con lo Slam. Nel 1954 prende forma il doppio con Sirola, durerà dieci anni. La prima vittoria nei Major arriva al Roland Garros, nel misto: è il 1958 e Nicola fa coppia con Shirley Bloomer, inglese di gambe robuste, decisamente atletica e vincitrice a Parigi l’anno prima in singolare. E siamo al 1959. Pietrangeli è a un passo dai 26 anni e sa che prima o poi toccherà a lui mettere mano su qualcosa d’importante. La stagione s’è fatta intensa, e la fuga dei giocatori più forti verso il professionismo sta cambiando i connotati al circuito. Anche Nick è sotto gli occhi dei promoter americani, presto sarà chiamato a decidere. Roma, intanto, prepara le Olimpiadi, vi sono grandi cambiamenti. Lo Stadio Nazionale è diventato Flaminio, aveva tre tribune e viene innalzata la curva mancante. I campi del Parioli devono spostarsi per fare posto al parcheggio dello stadio. Parte della Rondinella e l’ippodromo che lambiva Villa Glori fanno da base alle case del nuovo Villaggio Olimpico. Il circolo emigra sulla Salaria, sotto Monte Antenne, il mons Ante Amnes, un colle che domina l’incrocio fra l’Aniene e il Tevere. Emigra anche Nicola, già più monegasco che romano. A Monaco, Ranieri Terzo lo aspetta per le consuete partitelle. L’importante è trovare una vittoria. Pietrangeli sa su cosa puntare. A Parigi Nick viene da un primo turno nel 1954 (ma al quinto, e contro Budge Patty, un campione vero), un terzo turno nel 1955 (Kurt Nielsen), i quarti del 1956 (Lew Hoad, che poi vinse il torneo). Nel 1957 la crescita subisce un arresto. Fu un anno importante, Nick conquista i suoi primi Internazionali e debutta in Australia, subito battuto da Mal Anderson, un grande tennista. Al Roland è testa di serie numero sei, ma gli ricapita Anderson al quale si sono dimenticati di dare una testa di serie, forse perché non sanno chi sia. Nick è fuori al quarto set. Va meglio nel 1958: ottavi, battuto da Ayala. Il 1959 è introdotto dalle vittorie a Francoforte su Mario Llamas (al quinto, in rimonta da 0-2), al Cairo e Catania, entrambe su Beppe Merlo e nel Campionato Partenopeo di Napoli, contro Neale Fraser. Parigi accoglie Nick con un nuovo presidente, Charles de Gaulle, il primo eletto con la nuova Costituzione. Nelle vetrine dei negozi compaiono le prime Barbie e le edicole annunciano la prossima uscita, sulla rivista Pilote, delle storie a fumetti di Asterix, il piccolo gallo furbo, baffuto e focoso che grazie a una pozione magica si oppone (ora e sempre) all’invasore romano. Nicola è l’esatto opposto. Un po’ francese, un po’ russo e un bel po’ italiano, aveva mischiato i geni famigliari evitando ingredienti che potessero turbare quell’insieme di morbida eleganza e di scanzonata pigrizia che lo rappresentava e ne amplificava il fascino di giocatore dalle variazioni geniali. Testa di serie numero tre, era entrato in gioco al secondo turno contro il solito Mario Llamas (63 36 75 62), messicano. Aveva un buonissimo sorteggio, Nicola, di quelli in cui si corre il rischio di abbassare la guardia. Terzo turno con Juan Manuel Couder (63 62 62), spagnolo; ottavi opposto a Torben Ulrich, musicista e pittore di grandi doti, regista, scrittore, tipo eccentrico e padre di Lars Ulrich, batterista dei Metallica. E sì, anche tennista, ma più da terreni veloci, meno abile sulle lande rosse di Porte d’Auteuil. Nicola passò oltre… 75 63 64. Nei quarti, contro Knight, altra passeggiata (61 62 61), ma la semifinale si annuncia per cuori forti. Neale Fraser non è nato per la terra rossa, ma nel 1959 ha già conquistato un Career Grand Slam in doppio e due titoli nel misto. Anche lui, come Nicola, è in attesa che il suo tennis si traduca nei titoli più importanti. Ci riuscirà in quello stesso anno, agli Us Open, l’anno dopo conquisterà Wimbledon e ancora gli Us Open. Ma Parigi val bene un’attesa, e Neale accetta il verdetto: 75 63 75 a favore di Pietrangeli che giunge in finale con un solo set perduto in tutto il torneo. È il 30 maggio 1959, e un italiano ha la possibilità di vincere il primo Grand Slam della nostra storia. Ian Clyde Vermaak, 26 anni, sei mesi più di Nicola, è la quarta testa di serie del torneo. Per grazia ricevuta, dato che di risultati – fuori dal suo Paese, il Sud Africa – ne vanta davvero pochi. Un ragazzo di origini olandesi, nato nella comunità boera di Empangeni, che molto vinse fra i tornei giovanili, ma nel circuito adulto ottenne buoni risultati solo a Johannesburg. A parte quel 1959, che lo vide vincitore a Southampton e East London, finalista a Filadelfia e Amburgo, risultati che al termine della stagione, la penultima della sua breve carriera (si ritirò a fine 1960), gli garantirono il decimo posto della classifica del giornalista Lance Tingay. Nick lo conosceva e non lo sottovalutò. Aveva braccia lunghe, Ian, si muoveva bene, i colpi erano solidi. E a sorpresa l’avvio fu tutto per il sudafricano, con un primo set quasi dominato. Pietrangeli fece sfoggio di calma e sapienza tattica, s’impossessò del palleggio, rallentò e cercò angoli lontani. Pareggiato il conto, il match si avviò alla sua fine più ovvia e il quarto set (36 62 64 61) si trasformò addirittura in passerella. Il tempo di alzare la Coppa e subito il doppio. Lì Pietrangeli e Sirola erano in finale da favoriti, avevano sconfitto un giovane Rod Laver (in coppia con Bob Mark) in cinque set nella semifinale, ed erano attesi dalla coppia numero due, Roy Emerson e Neale Fraser. Ne sortì un match ruvido, che gli aussies giunsero a un passo dal prolungare. Ma sul rosso, in quegli anni, Nick e Orlando erano i migliori. Pietrangeli dettava gli schemi e Sirola irrompeva felice a rete con i suoi due metri. Vinsero 63 62 12-10 e il trionfo di Nick fu completo. La seconda parte della carriera di Nicola comincia qui e fu più che luminosa. Ancora un titolo a Parigi nel 1960 (contro Ayala), le finali perse con Santana nel 1961 e nel 1964, il secondo successo negli Internazionali del 1961 a Torino, per il centenario dell’unità d’Italia, su un Laver dominato in quattro set, ma ormai prossimo (1962) a conquistare il primo dei due Grand Slam. Furono 44 le vittorie, tre a Montecarlo, due a Buenos Aires, quattro al Cairo, tre agli Internazionali di Palermo. La rinuncia ai 5.000 dollari dell’ingaggio ricevuto da Jack Kramer per diventare professionista. L’invenzione del calcetto. Poi la Davis, due volte da finalista, due da capitano, le polemiche per il viaggio in Cile e la vittoria, il matrimonio con la modella Susanna Artero, tre figli, la lunga storia d’amore con Licia Colò. Ma questa è la parte più nota della sua carriera, noi abbiamo puntato sugli anni giovanili. Su una storia che poteva essere diversa da quella che è stata, nella quale Nicola seppe trovare il suo inconfondibile modo di stare al mondo. Con una sola protezione a dargli riparo, la sua indiscutibile eleganza.

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Djokovic perde bronzo e nervi (La Nazione). Djokovic neanche il bronzo. Bencic trionfa nel femminile (Bertellino). Torino ha già vinto la sfida. Atp Finals da tutto esaurito (Bertellino). «Io e Panatta, inserparabili gemelli diversi» (Salvadori)

La rassegna stampa di domenica 1 agosto 2021

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Djokovic perde bronzo e nervi (La Nazione)

Alla fine Novak Djokovic ha perso anche la finale per il bronzo e il controllo di se stesso. Dopo aver perso la semifinale contro il tedesco Alexander Zverev, il serbo è stato battuto anche nella finale per il bronzo dallo spagnolo Pablo Carreno Busta con il punteggio di 6-4, 6-7 (6-8), 6-3, dopo aver mostrato il lato oscuro della sua forza in un momento di rabbia durante il match. A un certo punto il campione serbo ha perso la calma e ha lanciato la racchetta letteralmente sugli spalti, deserti causa emergenza covid, poi l’ha spaccata contro un paletto. In un torneo del circuito professionistico un simile comportamento sarebbe stato punito severamente. Alla fine Djokovic ha anche dato forfait nella finalina del doppio misto per un problema alla spalla.

Djokovic neanche il bronzo. Bencic trionfa nel femminile (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

Dopo la sconfitta nella semifinale del torneo olimpico Novak Djokovic ha mancato anche l’appuntamento con il bronzo, andato allo spagnolo Pablo Carreno Busta al termine di una lotta serrata (6-4 6-7 6-3). Da una parte non il miglior Djokovic, che ha lamentato anche un problema alla spalla in ragione del quale non è poi sceso in campo nella “finalina” del doppio misto, dall’altra uno spagnolo perfetto nel ritmo e nelle motivazioni. «Sono molto rammaricato per non aver vinto alcuna medaglia per il mio Paese – ha detto il n° 1 del mondo – e non aver portato a termine l’incarico che avevo. Il mio livello di tennis è calato, sia mentalmente che fisicamente, ma non rimpiango di essere venuto all’Olimpiade. Credo che nella vita tutto accada per un motivo. Ho patito in carriera sconfitte molto dolorose, comprese quelle olimpiche e so che in qualche modo mi hanno reso più forte». Chi invece si ricorderà a lungo di Tokyo 2020 è la svizzera Belinda Bencac, n° 12 WTA, che ha conquistato l’oro superando in finale e in tre set la ceca Marketa Vondrousova. Match dagli alti contenuti emotivi gestito meglio dalla svizzera, al successo più importante in carriera, che ha servito con buone percentuali, ha risposto con più efficacia ed è stata più propositiva.

Torino ha già vinto la sfida. Atp Finals da tutto esaurito (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Torino piace e l’evento che andrà ad ospitare per il primo dei cinque anni di assegnazione dal 14 al 21 novembre, le Nitto ATP Finals, lo dimostra. La sensazione è proprio questa, ovvero che la città sabauda attragga per le sue valenze sportive ma anche per la sua storia e per la sua capacità di accogliere, già salite alla ribalta mondiale in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006 che sotto questo punto di vista hanno rappresentato una svolta epocale. I dati legati al più importante torneo del circuito che chiuderà la stagione in corso e quelle a venire sono incoraggianti, soprattutto quelli della prevendita. Quando mancano ancora 104 giorni all’inizio, siamo già al “sold out”: un successo che forse sta andando al di là delle più rosee aspettative, ma conferma quanto ci sia voglia di vivere l’appuntamento, in città e nel mondo (oltre il 20% delle richieste arriva dall’estero e in un momento di pandemia come quello che stiamo attraversando non è un particolare da poco). ll prologo delle Nitto ATP Finals sarà la settimana prima, questa volta a Milano con le “Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals”. In gara i migliori otto under 21 del mondo. Il campione uscente è Jannik Sinner, che avrebbe ancora diritto di essere della partita, al pari di Lorenzo Musetti. Sinner è al contempo in corsa (13°) nella Race to Turin per essere del grande evento, al quale al momento è qualificato Matteo Berrettini, n.3 della classifica annuale alle spalle di Novak Djokovic e Stefanos Tsitsipas. Seguono Rublev, Zverev, Medvedev, Nadal, con Hubert Huricacz a chiudere la lista.

«Io e Panatta, inserparabili gemelli diversi. Mi indicava le ragazze in tribuna (e ci usciva)» (Enrico Salvadori, La Nazione)

Nel nostro immaginario Paolo Bertolucci non ha quei 70 anni che compie martedì prossimo. Per noi è l’eterno ragazzo pieno di classe e di qualche chilo in più, che ci ha fatto sognare nella Coppa Davis vinta tra mille polemiche non sportive nel 1976 e che regalava giocate sopraffine su tutti i campi di tennis del mondo. Panatta-Bertolucci: l’uno il completamento dell’altro. Quell’alchimia fatta di amicizia ma anche di solenni litigate, di un rapporto che ha sempre resistito fuori dal campo. Nato nel 1962 quando Paolo (di un anno più giovane) e Adriano incrociano per la prima volta la loro strada in un torneo giovanile a Cesenatico. L’amicizia vera tra Paolo e Adriano nascerà due anni dopo nel centro federale a Formia diretto da Mario Belardinelli, il loro secondo padre e che fu il maestro di tennis del Duce a villa Torlonia. Un college dove divideranno la camera oltre che i sogni. Come è stato, Paolo, il suo rapporto con Panatta? «Abbiamo litigato un sacco di volte dentro e fuori dal campo ma è una persona talmente buona che non puoi non volergli bene. L’amicizia si è cementata dalle nostre reciproche debolezze. Ci siamo sorretti a vicenda: lui era troppo bello, io troppo normale. Siamo diversi anche di estrazione perché lui proviene da una famiglia socialista, io sono di fede liberale. Mi piaceva Malagodi. Uno schema che si rifletteva anche in campo: io giocavo a destra, lui a sinistra».

Compagni di doppio per oltre un decennio, testimoni di nozze l’uno dell’altro. II destino vi ha accomunati anche nella destinazione degli ultimi anni visto che vi ha portati in Veneto: Paolo a Verona, Adriano a Treviso.

Ci siamo completati e abbiamo avuto soddisfazioni che ci hanno realizzato sia nello sport che fuori del campo. Una volta a Londra nel presentarci dissero che Adriano era uno degli uomini più affascinanti d’Europa e io ero quello più basso. Nel nostro tipo di giocare io ero quello che preparava e lui piazzava il punto vincente. Che non era solo la sua celebrata “veronica” ma anche il colpo del ciuffo. Prima di battere si spostava i capelli con la mano e le donne impazzivano. Una volta, in Spagna, stavamo giocando e lui mi dice: “La vedi quella in tribuna, stasera esce con me”. lo gli rispondo di concentrarsi sul gioco e cercare di vincere. La sera la signora, che era sposata con figli, lo raggiunse in albergo. II problema è che arrivò il marito e ci volle tutta l’abilità di Adriano per districarsi senza conseguenze da quella situazione. Anche Bjorn Borg piaceva molto alle donne, ma lo costringemmo a rifare il guardaroba perché all’inizio girava con jeans, maglietta e degli improponibili zoccoli svedesi.

Torniamo al tennis. Anche la decisione di giocare il doppio decisivo della Davis vinta nel 1976 a Santiago con la maglietta rossa per fare un dispetto al dittatore cileno Pinochet è nata da un’idea di Adriano che l’ha convinto.

lo all’inizio credevo che fosse un rischio troppo grosso. C’era un clima molto pesante ma volevamo dare un segnale forte dopo aver deciso giustamente di giocare. Fu il coronamento di un grande cammino. Noi due, con Barazzutti e Zugarelli che completavano la squadra, eravamo come i Beatles. Eravamo così diversi eppure creammo un gruppo granitico nel tennis, che è uno sport di forte individualismo.

Nei settant’anni di Paolo Bertolucci un ruolo importante lo gioca anche il cibo. Oltre che ‘Braccio d’oro’ la chiamavano ‘Pasta Kid’.

II nomignolo me l’ha affibbiato Bud Collins, giornalista molto popolare del Boston Globe. Mi piacque, mi specchiavo in quella definizione e infatti l’ho scelto come titolo della mia autobiografia. A quel tempo ero davvero goloso e spesso capitava che per giorni bevevo solo dei litri di spremuta di pompelmo per perdere chili, per cui ho sofferto la fame.

Paolo Bertolucci, che è arrivato a toccare il dodicesimo posto nella classifica mondiale nel 1983, a 32 anni, decide di smettere. Perché?

Incisero due fattori: il dolore e la noia. Avevo ormai la schiena e le gambe a pezzi. Ero stufo di preparare borse e di andare a giocare in giro per il mondo. II tennis romantico era ormai al tramonto e un’esistenza così era davvero pesante. La decisione la presi nel 1982 e programmai l’ultimo anno in piena spensieratezza. Abbinando oltre al gioco anche la buona cucina. Un viaggio in cui toccai tutta l’Italia per giocare e gustare le prelibatezze dei migliori ristoranti. Ingrassai oltre undici chili. Dal giorno in cui ho detto stop non ho più giocato.

Qualcuno ha ipotizzato che nella sua decisione abbia inciso l’indolenza.

Lo smentisco categoricamente. lo ho sempre dato tutto e avevo due punti di forza che erano il rovescio e la velocità dei piedi nei primi tre metri. Non ero un giocatore da lunga distanza, la mia autonomia atletica era abbastanza limitata per questo mi sono espresso meglio nel doppio.

Che cosa si attende di regalo per i suoi settant’anni?

Un bel regalo me lo hanno già fatto Matteo Berrettini e tutti i tennisti della nouvelle vague italiana che mi hanno fatto tornare indietro nel tempo e rivivere sensazioni che avevo dimenticato. Ho la fortuna di raccontare da tempo le imprese di Federer, Djokovic, Nadal ma quando ci sono nel mezzo gli azzurri è un’altra cosa. L’emozione di Berrettini in finale a Wimbledon è stata fantastica. Nelle ore della vigilia ho riavvolto il nastro, sono tornato alle attese prima delle nostre grandi partite. Ho avuto quella scarica di adrenalina che avevo quando giocavo e che ti fa restare sempre giovane.

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Niente Golden Slam, Djokovic va a casa (Crivelli). Anche gli invincibili perdono (Mastroluca). Non sarà uomo d’oro (Azzolini)

La rassegna stampa di sabato 31 luglio 2021

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Niente Golden Slam, Djokovic va a casa (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il fragore dei tuoni che accolgono i primi scambi della semifinale nobile del torneo olimpico diventa un labile fremito rispetto a quello che due ore più tardi accompagnerà l’uscita dal campo a testa bassa della divinità devastata: Djokovic è fuori dall’Olimpiade, sconfitto da Zverev in semifinale. Il sogno di realizzare il Golden Slam, la vittoria dei quattro Major e dell’oro olimpico nello stesso anno, impresa leggendaria riuscita soltanto a Steffi Graf nel 1988, si sfalda a metà del secondo set, quando il numero uno del mondo appare in totale controllo del match, avanti 6-1 3-2 con un break da gestire. Ma nel sesto game perde per la prima volta il servizio, tra l’altro a zero, e da quel momento, improvvisamente irriconoscibile, quasi svuotato, impacciato anche nei movimenti. subisce un parziale di 10 game a uno, quasi fosse il tennista della domenica chiamato all’ultimo per scaldare il più forte del circolo. Un tonfo clamoroso che oscura le ambizioni di un altro grande protagonista dei Giochi e soprattutto lo priva dell’opportunità di scrivere una storia immortale: resta l’obiettivo del Grande Slam, che da solo basterebbe a consegnarlo al gotha dei più grandi sportivi di tutti i tempi, ma la prima sconfitta dopo 22 successi di fila (l’ultimo a fermarlo era stato Nadal a Roma) apre più di una crepa nelle granitiche convinzioni del Djoker, che per di più a New York si troverà a gestire una pressione indicibile, con il traguardo così vicino dopo i trionfi in Australia, a Parigi e a Wimbledon. Va detto che da quel sesto game del secondo set Zverev ha abbandonato ogni remora tecnica, è salito enormemente con il servizio e ha cominciato a spingere ogni colpo a rimbalzo, finendo il match con 30 vincenti di cui 17 di dritto; rimane comunque l’inattesa sensazione di impotenza di Nole, peraltro mai troppo a suo agio quando le condizioni climatiche, come a Tokyo, sono quasi al limite per caldo ed umidità. «Sto provando sensazioni orribili, non posso avere pensieri positivi. Però alla fine è soltanto sport, e lui ha giocato meglio. Il mio servizio è calato vertiginosamente e il mio gioco è collassato ». Poche parole, quasi di circostanza, e volto scurissimo. Solo con giornalisti serbi si aprirà un po’ di più: «Dopo Londra, mi sono sentito svuotato, perché la stagione è stata molto intensa. Sono venuto qui perché rappresentare la propria nazione è l’orgoglio più grande, speravo che tornando a giocare avrei ritrovato lo spirito giusto, e invece all’improvviso ho avuto questo cedimento. Ma adesso non è il momento di pensare troppo al futuro, cercherò soltanto di recuperare in fretta».

Anche gli invincibili perdono (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Anche Novak Djokovic è umano. Dopo 23 vittorie consecutive, íl numero 1 cade e abbandona íl sogno del Golden Slam, l’impresa di vincere tutti i major e l’oro olimpico nello stesso anno, riuscito nella storia del tennis solo a Steffi Graf nel 1988. Si è fermato a un set dalla certezza della medaglia, ma si dovrà al massimo accontentare di due bronzi: in singolare e doppio misto. Djokovic si è arreso alla distanza, 1-6 6-3 6-1 contro Alexander Zverev, sicuro almeno di eguagliare il, miglior risultato per un tedesco nel tennis alle Olimpiadi, l’argento di Tommy Haas a Sydney 2000. In quella finale, perse contro Yevgeny Kafelnikov, primo russo a entrare in Top 10. La sfida Germania-Russia si ripeterà a Tokyo: contro il numero 5 del mondo, infatti, domenica ci sarà Karen Khachanov, numero 25, che ha battuto 6-3 6-3 lo spagnolo Pablo Carreno Busta. Zverev ha vinto quattro Masters 1000 e le Nitto ATP Finals 2018, ma il pianto di gioia dopo il successo di ieri dimostrano tutto il fascino delle Olimpiadi. Conquistare una medaglia ai Giochi, ha spiegato, «è una sensazione straordinaria. Vai in campo per tutti i tuoi tifosi, per tutta la nazione. È incredibile, sembrava impossibile battere Djokovic in questo torneo». Alla fine della partita, al momento della stretta di mano, Il tedesco ha confessato l’ammirazione per il serbo, che a Wimbledon ha eguagliato i venti titoli Slam di Roger Federer e Rafa Nadal. «Gli ho detto che è il più grande di tutti i tempi e lo resterà — ha spiegato – Capisco che stava inseguendo la storia, so come si sente in questo momento». Dopo la sua terza sconfitta in semifinale alle Olimpiadi, Nole non ha cercato scuse. «Lo sport è così. Lui ha giocato meglio, bisogna dargli merito per aver cambiato la partita. Ha servito benissimo, il mio servizio invece è calato drasticamente. Non ho ottenuto quasi nessun punto diretto dal 3-2 nel secondo set, e il mio gioco è andato in pezzi». Da quel momento, infatti, il numero 1 del mondo ha cercato la rete ad ogni occasione disponibile, come chi vuole accelerare i tempi per accorciare una sofferenza. Zverev, al contrario, ha preso il controllo del gioco e degli scambi, ritrovando l’efficacia dei suoi colpi migliori e la sicurezza per affondare sistematicamente con il diritto.

Non sarà uomo d’oro (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Forse sarà “Grand” un giorno. Forse. Ma non sarà mai Golden. Che terribile insolenza da parte di un destino quanto mai cinico e sempre più baro, nei confronti dell’uomo – parole di mamma Dijana – «scelto da Dio» per essere il tennista più grande di sempre. Ma è successo, l’incantesimo s’è rotto, sebbene a Novak Djokovic resti la corrida per il Grand Slam, che è qualcosa insieme di grandioso e di disumano. Ha vinto a Melbourne, a Parigi e a Wimbledon, può vincere gli US Open, ma è stato spazzato via dal torneo olimpico che l’avrebbe insignito del titolo di Golden Slammer, assegnato finora alla sola Steffi Graf. Curioso, è stato un tedesco a metterlo al bando. Il demone Sascha Zverev, che relega Djokovic alla finalina per il bronzo, la stessa che giocherà anche per il podio del misto, accanto a Nina Stojanovic, dato che la giornata è stata così perversa da spingerlo al suicidio tennistico contro Zverev, per poi consegnarlo già frullato alla semifinale del misto, persa contro Karatsev e Vesnina. Che cos’è successo? Non è domanda di poco conto, credeteci. Su di essa s’ingarbugliano un bel po’ di riflessioni, a cominciare da quelle dei molti – moltissimi – che sull’onda della finale a Wimbledon avevano dato per scontato il seguito di vittorie “grandi” e “dorate” del Djoker. Fioccheranno scuse, nei prossimi giorni, da parte di chi si è spinto troppo con i pronostici? Possibile. Un bel detto, tipo “i pronostici li sbaglia solo chi li fa” non si nega a nessuno. Il problema, però, potrebbe essere più serio di quanto non appaia da questa sconfitta, che ha fatto confessare a Nole di sentirsi «malissimo». «Sul 6-1, 3-2 mi sono sentito come svuotato, ho perso il mio gioco, mentre Zverev ha cominciato a colpire meglio di me. Non mi resta che tentare di portare alla Serbia i due bronzi che restano». In realtà, il 6-1 del primo set aveva preso forma anche grazie alle molte concessioni fatte da Zverev, ma Nole era apparso quello dei giorni migliori, con una replica vincente sempre a portata di racchetta. E il 3-2 del secondo, era già il frutto di un break, a ribadire che il dominio proseguiva inesorabile. Lì, invece, la recita si è interrotta e Zverev ha messo a segno 4 break consecutivi, utili a recuperare il disavanzo e portarsi largamente avanti nel terzo. E’ sembrato, in quei frangenti di assoluta crisi fisica e mentale, il Nole già visto contro Musetti, Berrettini e Tsitsipas al Roland Garros, non diverso dal Nole del primo set della finale di Wimbledon quando Berrettini l’ha ripreso e superato. Il Djokovic dagli occhi sbarrati e i nervi a fior di pelle, che non sa più come opporsi allo straripare dell’avversario e che solo un “toilet break” ha saputo restituire alle partite. Capita anche ai più forti. Non pensavamo però capitasse così spesso al più forte dei forti più forti (eccetera)… Valutazione da tenere in conto per i prossimi US Open, dai quali Nole – lo ha già detto – attende la nomina a Grand Slammer. Sulla quale, però, si agitano da sempre forze oscure, tali da mettere a dura prova gli aspiranti Goat.

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Rassegna stampa

Giorgi, il piacere di stupire (Bertellino). Pure la Osaka cede allo stress (Scognamiglio). Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Imarisio)

La rassegna stampa di mercoledì 28 luglio 2021

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Giorgi, il piacere di stupire (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Offrire il meglio del proprio repertorio alle Olimpiadi. Per molti atleti un sogno, per pochi la realtà. Tra questi eletti sta emergendo nelle giornate di Tokyo 2020 la 29enne maceratese Camila Giorgi, n°61 del mondo, capace di vincere tre match consecutivamente contro avversarie di grossa caratura senza perdere nemmeno un set. Sta colpendo la numero uno azzurra per quella continuità di rendimento che spesso le ha fatto difetto in carriera impedendole di raggiungere traguardi che il suo talento avrebbe invece meritato. L’ultima a cadere sotto i suoi colpi è stata la ceca Karolina Pliskova, recente finalista a Wimbledon e n° 7 WTA. A Camila sono stati sufficienti 75 minuti per avere la meglio 6-4 6-2 sull’ex n° 1 del mondo. Il primo set è stato il più equilibrato, con break e contro-break iniziali (2-2), nuovo break dell’azzurra tenuto fino al termine con grande autorevolezza. La seconda frazione è stata invece un assolo della marchigiana, avanti di due break e a segno al primo match point. Meno errori gratuiti della rivale, 4 palle break convertite su 4, grande efficacia con la risposta e costante capacità di spostare da una parte all’altra del terreno di gioco la nobile avversaria, condizione che da sempre poco predilige: «Molto bene oggi – ha detto in zona mista al termine – con tanto ordine. Qualche errore per alcune scelte sbagliate, ma nel complesso tutto positivo. Una sfida molto diversa dall’ultima, giocata e vinta poco più di un mese fa a Eastbourne sull’erba. Lì la palla rimbalzava poco, qui il cemento restituisce di più». II prossimo ostacolo sarà l’ucraina Elina Svitolina, testa di serie n° 4 e da poco signora Monfils.

Pure la Osaka cede allo stress (Ciro Scognamiglio, La Gazzetta dello Sport)

 

Rimbomba l’eco del dolore di un popolo. Fortissimo. E chissà per quanto tempo ancora si sentirà. Questa doveva essere (anche) l’Olimpiade di Naomi Osaka, scelta per accedere il tripode – a forma di Monte Fuji – nella cerimonia inaugurale di venerdì scorso. Un pugno di giorni dopo, il mondo si è capovolto ed è finito dalla parte sbagliata: negli ottavi del torneo di tennis due rapidi set (6-1 6-4 in 68′) sono bastati alla ceca Marketa Vondrousova – numero 42 del mondo, finalista al Roland Garros 2019 – per sbattere fuori la campionessa idolo del Giappone, numero 2 del mondo. Un altro lutto sportivo da elaborare per il paese organizzatore al pari di quello per l’eliminazione dell’idolo della ginnastica Kohei Uchimura. Poche parole tra le lacrime, prima della fuga. Osaka ha detto: «Da tempo dovrei essere abituata a questa pressione, ma allo stesso tempo qui era più grande, anche a causa della pausa che mi ero presa. Non ho retto. Per me ogni sconfitta è una delusione, ma oggi sento che questa fa schifo più delle altre. Almeno, sono contenta di non avere perso al primo turno». L’ultima frase, prima ancora che di circostanza, suona surreale. Il resto è un romanzo pieno di nervi e lacrime, crisi esistenziali e fantasmi depressivi, paure e responsabilità insopportabili per una fuoriclasse capace comunque di vincere quattro tornei del Grande Slam, 2 Australian Open e 2 Us Open. Non si vede il cielo dal campo centrale, perché la pioggia ha obbligato alla chiusura del tetto, e con il senno del poi sembra un presagio. Non c’è luce nel cuore di Naomi, solo il buio. E il tema non è tanto riavvolgere la trama agonistica di un match in cul la favorita non ha mai trovato una contromossa alle palle corte della rivale, firmando 32 errori gratuiti. Semmai ricordare le origini della relazione non sempre facile tra Osaka e il Giappone a causa delle sue radici (è cresciuta negli Usa, da mamma giapponese e papà haitiano, è sempre stata contro il razzismo e ogni discriminazione) prima che il riconoscimento del ruolo di eroina le venisse certificato dal ruolo di ultima tedofora. Ad appena 23 anni. II massimo, così neanche il migliore degli sceneggiatori avrebbe potuto immaginare questo drammatico seguito. O forse sì? La fine di maggio 2021, in fondo, è l’altro ieri. Quando Naomi decide di disertare le conferenze stampa del Roland Garros, poi il ritiro dal torneo e la rivelazione: «Da dopo l’Us Open 2018 (primo grande trionfo, n.d.r.) soffro di lunghi periodi di depressione». Si era chiamata fuori pure da Wimbledon, mentre aveva deciso di confermare la presenza all’Olimpiade. Voleva che fosse ricordata per sempre e lo sarà, ma non per il motivo che desiderava.

Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Marco Imarisio, Corriere della sera)

Quando Naomi Osaka si è avviata a testa bassa verso la rete, il capo della squadra di tennis giapponese ha cominciato a singhiozzare. All’inizio tenendosi la testa tra le mani e scuotendola, poi alzandosi e mostrando il viso rigato di lacrime, mentre si batteva sempre più forte con il pugno sulla bocca dello stomaco, quasi a simulare un seppuku, l’antica punizione che i samurai si infliggevano per espiare le proprie colpe. C’era un patto tanto implicito quanto crudele tra il Giappone e questa campionessa fragile cresciuta negli Stati Uniti, nipponica solo per parte di madre, che non parla la lingua del Paese che l’ha adottata. Tu avrai l’onore di accendere la torcia olimpica durante la cerimonia inaugurale, anche se non sei fino in fondo una di noi. Ma in cambio devi vincere, per diventare il volto di un Giappone moderno e cosmopolita. Soltanto che Naomi non sta bene. Al Roland Garros fu quasi obbligata dalla reazione violenta degli organizzatori dello Slam francese dopo il suo ritiro a rivelare l’esistenza di un disagio mentale che spesso sconfina nella depressione. All’esordio nel torneo olimpico, aveva rivelato di sapere dallo scorso marzo che sarebbe toccato a lei. E chissà se questa lunga attesa ha contribuito a scavarle dentro ancora di più. Ieri non è stata una partita di tennis, ma una agonia. Osaka non ha perso contro l’onesta Marketa Vondrousova, ma contro sé stessa, cedendo al peso che la opprime ormai da mesi. Stringeva il cuore, vederla mentre nella zona mista all’uscita dal campo tentava di trovare le parole. «Non sono stata capace di reggere questa pressione» è riuscita a dire. Gli occhi le si sono riempiti di lacrime. Non è riuscita a proseguire. Per lei il peggio deve ancora venire. C’erano due medaglie che per il Giappone dovevano contenere tutte le altre: Osaka e il ginnasta Kohei Uchimura, 7 medaglie olimpiche, campione a Londra 2012 e Rio 2016. Hanno fallito entrambi, ma solo per Osaka non ci sarà perdono. Mentre la aspettavano, i giornalisti locali già sostenevano in diretta che non essendo una vera giapponese, ignora cosa sia lo Shokunin, il termine che spiega la dedizione di questo popolo per il lavoro. La sua scelta era legata all’immagine di un Giappone più inclusivo e aperto. La sua sconfitta ha generato un’onda contraria non solo sui social. Molti commentatori hanno messo in dubbio la legittimità di una hafu, così vengono definiti i giapponesi di sangue misto, a rappresentare il Paese. All’improvviso, dopo una partita di tennis sbagliata, siamo tornati agli stereotipi, all’orgoglio nazionalista, con tanti saluti alla diversità. Dal finestrino della berlina nera che la portava via, sembrava quasi che Osaka stesse dando un’occhiata al Giappone che la giudicava. E intanto, continuava a piangere.

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