Internazionali, si gioca a Roma. "Tra metà e fine settembre" (Cocchi). "Internazionali con il pubblico" (Semeraro). Pietrangeli, ovvero l'eleganza (Azzolini)

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Cocchi). “Internazionali con il pubblico” (Semeraro). Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Azzolini)

La rassegna stampa del 30 maggio 2020

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Internazionali di Roma a settembre, probabilmente il 14 o al più tardi il 20. […] Ma una certezza c’è, ovvero che il tennis in Italia ripartirà, e la conferma arriva dallo stesso presidente federale Binaghi: «In Italia il Politecnico di Torino ha sancito che il nostro oggi è lo sport più sicuro — ha raccontato Binaghi a SuperTennis —. Stiamo discutendo con il Governo per cercare di avviare la nostra Fase 3. Non appena daranno il via libera, abbiamo un intensissimo calendario di eventi individuali fra i quali il ritorno dei Campionati italiani Assoluti. Poi, c’è la grande novità di quest’anno: i campionati a squadre in estate». Ma il clou della stagione tennistica è rappresentato dal Masters 1000 di Roma, originariamente a maggio e in attesa di una collocazione precisa nel nuovo calendario: «Credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali Bnl d’Italia fra la metà e la fine di settembre — ha spiegato il presidente —. Mi dicono i romani che è un periodo straordinario, il migliore per il tennis. A breve avrò un colloquio col ministro dello Sport Spadafora». Tutto dipenderà dalla disputa o meno dello Us Open, dal 24 agosto al 13 settembre, e in bilico per la pandemia che sta ancora pesantemente affligendo New York. […]

“Internazionali con il pubblico” (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Gli Internazionali d’Italia si giocheranno a settembre, e non a porte chiuse. Questo è l’auspicio – fondato, ma ovviamente condizionato dall’evolversi della pandemia – del Presidente dall Fit Angelo Binaghi. «Stiamo discutendo con il Governo – ha spiegato Binaghi in una intervista a SuperTennis – per cercare di avviare quella che è la nostra Fase 3, l’avvio delle competizioni, anche se devo dire che eravamo molto più preoccupati per l’avvio della Fase 2 che era la più importante per i circoli e per gli insegnanti di tennis. Non appena ci daranno il via libera abbiamo pronto un calendario intensissimo». […] Io credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali d’Italia tra la metà e la fine di settembre. Mi dicono, soprattutto i romani, che è un periodo straordinario, sicuramente meglio di metà maggio, quella che sarebbe stata la data naturale senza l’emergenza coronavirus. A breve avrò anche un colloquio col Ministro dello Sport, per cercare di capire in che termini riusciremo a far godere questa grande edizione al. nostro pubblico». Anche Parigi sta pensando a una soluzione simile, con capienza ridotta (il centrale del Roland Garros potrebbe ospitare 5000 spettatori invece dei consueti 15 mila) e percorsi obbligati. La data definitiva dipende dagli Us Open: se a New York (o in Florida) si giocherà a inizio settembre, Roma dovrebbe partire il 14 settembre, per permettere il distanziamento sportivo tra lo Slam americano e il Roland Garros che probabilmente scivolerebbe al 27 (con la settimana del 20 dedicata alle qualificazioni). Se gli Us Open do- vessero saltare, ci sarebbe invece più spazio e potrebbe rientrare in gioco anche Madrid (che ha una opzione indoor a novembre-dicembre se a Madrid salteranno le finali di Coppa Davis), con Roma piazzata al 20. Buone notizie intanto anche per le Atp Finals del 2021 a Torino: »Ringrazio il ministro Spadafora – ha aggiunto Binaghi – il Governo e tutto il Parlamento perché la conversione in legge del decreto sulle Atp Finals (avvenuta lo scorso 6 maggio, ndr), per noi fondamentale, è stato approvata con la quasi unanimità».

Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Daniele Azzolini, Tuttosport)

I Cinquanta, al Parioli, furono gli anni del “tu” obbligatorio. Mai più il “voi” e neanche il “lei; solo il “tu” diretto, colloquiale e rispettoso finché si vuole, ma privo di steccati e separé. […] Cresciuto nella lingua del “voi; al giovane Nicola Pietrangeli sembrò di essere giunto in un paese di matti, ciò nonostante il circolo ricordava la bella casa lasciata a Tunisi, e ritenne fosse conveniente abituarsi rapidamente. Il Parioli era sorto in viale Tiziano, negli spazi lasciati liberi dallo Stadio Nazionale (poi Flaminio) e dal Campo della Rondinella, steso sulle vestigia romane tornate a far capolino con i lavori dell’Auditorium. Li Roma s’incunea in una larga ansa del Tevere, che in quegli anni segnava una zona di confine fra nuove costruzioni e stamberghe tirate su a calce e mattoni che si ammucchiavano fino alla riva del fiume. Una decina di ettari coltivati a campi sportivi in una zona che chiamavano “dei Giuochi Popolari”. Il tennis vi faceva da gradito ospite, ma per la popolarità avrebbe dovuto aspettare altri vent’anni. Non fu Nicola Pietrangeli a consegnare il tennis alle masse. Quello fu compito di Panatta. Nick ebbe il compito di mostrare al mondo che anche un italiano poteva vincere in quello sport dominato da americani e australiani. Il primo Slam della nostra storia giunse il 30 maggio 1959, a Parigi. E non fu il frutto del caso. Al Parioli Nicola Pietrangeli era il ragazzo di belle speranze. «Anvedi er Francia coma ggioca», lo attizzavano, lui che l’italiano ancora poco lo spiccicava. Ma quando nel suo bighellonare si spostava poco più in là, alla Rondinella, per indossare le scarpe bullonate da calciatore, le sue quotazioni salivano fino alla dimensione di campione. Avrebbe fatto strada quel giovanotto dalla pelle ambrata e il ciuffo a banana. Lo dicevano tutti. Ma nel calcio. Non nel tennis. Difensore dai piedi buonissimi, duro e creativo. In grado di trasformarsi in centrocampista. Uno Scirea sbocciato con venticinque anni di anticipo. L’amata Lazio lo prese a bordo, nelle giovanili. Il padre Giulio soffriva in silenzio. Anche con la racchetta in mano, Nicola era una bellezza. Rubava gli occhi, e sembrava in possesso di colpi e intuizioni proibiti agli altri del largo gruppo di ragazzetti (Giauna, Delli Colli, Stipa, Valerio) che di tanto in tanto veniva invitato dai più forti a misurarsi sul campo numero uno del circolo, il più vicino alla fontana che rinfrescava l’aria estiva ed era il posto preferito per le chiacchiere del pomeriggio e gli appuntamenti della sera. La scelta del tennis, alla fine, fu in linea con le speranze famigliari. Giulio Pietrangeli lo chiamavano “monsieur”. Fu promosso “monsieur Lacoste” quando prese l’incarico in via ufficiale di primo importatore italiano delle “chemises” a nido d’ape. Le piazzò a tutti i soci del circolo, continuò a venderle da casa, infine aprì un magazzino. Tremila lire, una Lacoste… Peggio di una sassata in quegli anni in cui la benzina costava 20 lire al litro. Ma di gran lunga le migliori. […] Nicola, nato a Tunisi, aveva cominciato a batti muro già da qualche anno. «La palla era nera», ricorda, «senza feltra solo gomma E la racchetta mi superava in altezza». Ci sapeva fare. Ci ha sempre saputo fare, Nick. Per vie naturali. Non aveva bisogno di allenarsi né di studiare tennis. Ken Rosewall, anni dopo, ammirato del talento più che del gioco a volte un po’ svogliato di Nick, inventò per lui questa breve parabola: «Se tutti i migliori tennisti si fossero ritrovati per tre mesi confinati su un’isola deserta, senza racchette né possibilità alcuna di allenarsi, e subito dopo li avessero obbligati a giocare tre tornei di fila, coi, a freddo, quei tre tornei li avrebbe vinti Pietrangeli. A mani basse». I colpi di Nicola sgorgavano spontanei, nascevano dalla straordinaria coordinazione del corpo, e le intuizioni erano il suo divertimento, facevano parte della ferma volontà di essere felice. Il sentimento che ha fatto da architrave alla sua vita. Anche il trofeo della prigione servì a strappare un sorriso. Un pettine bianco realizzato con la scheggia di una bomba. Alla mamma piacque, era il simbolo del riscatto. Per Nicola era un’altra storia da raccontare. Mostrava grandi doti di affabulatore, “Il Francia”; ma con la lingua sbagliata. L’italiano andava perfezionato in fretta. Il circolo gli venne in soccorso… LEZIONE DI STORIE […] Al Parioli Nick si cibò a lungo di questi racconti, ne apprese i tempi e i modi, i piccoli segreti, e li fece suoi. Raccontavano di uomini e tennisti mai visti, che lo affascinavano senza essere eroi. Vi riuscivano attraverso le loro ansie, le gaffe, le paure e le battute. Personaggi indimenticabili. Come Riccardo Sabbadini, fra i migliori tennisti degli anni Venti, azzurro e più volte campione italiano, che nel 1923, durante la finale degli Assoluti a Milano, inventò «la strategia del povero vecchio» per infinocchiare Cesare Colombo, milanese, e sfilargli una partita ormai persa. Erano 60 60 5-0, e al cambio di campo prima del game che tutti immaginavano conclusivo, Sabbadini si avvicinò all’avversario: «A Cesare», gli sussurrò, «e daje no? Famme fa’ almeno un gioco, nun me costringe a vergognamme, lo vedi che so vecchietto, so pure mezzo sciancato…». Colombo s’impietosì, gli regalò un game e Sabbadini si trasformò d’improvviso in un altro giocatore, fino a vincere al quinto set. Un altro era Roberto Wiss, buon doppista, che pretendeva lo chiamassero «Il Piave», perché quando si metteva a rete non passava nessuno. «Non passa lo straniero!», cantava a squarciagola. C’era Bepi Moro, portiere della Roma, che giocava le volée solo in tuffo. C’era Alberto Rabagliati, il cantante, che al circolo passava per lo struscio pomeridiano e s’inveleniva se nessuno gli chiedeva un autografo (i raccattapalle, a turno, furono istruiti alla bisogna). C’erano Brusati il regista, Colalucci il direttore del Tifone e una pletora di conti e marchesi abilissimi nel non tirare fuori un centesimo. Lo stesso accadeva negli altri circoli della capitale. Uno dei più in vista era il Tennis Roma, del quale era socio Mario Belardinelli. Nel 1946 fu trasferito dai due campi di viale del Policlinico a quelli dell’A.S.Asteria-Esperia vicino a Porta Metronia, in “zona Totti”. I due ragazzi più in vista erano i fratelli Marcello e Rolando Del Bello, ottimi giocatori e azzurri. Per abituarli a stare a rete, senza mai arretrare, il padre Oberdan, custode dei campi, si metteva sulla riga di fondo con una cinghia di cuoio pesante, che roteava incessantemente alle loro spalle. Chi avesse fatto un passo indietro avrebbe esposto schiena e glutei a spiacevoli rendez-vous con la cinghia. Storie bambine, quelle di Nicola. Le stesse che racconta Adriano. Non partono mai dalla fine, ma si rinnovano sempre, cambiano un po; aggungono zucchero, o benzina se serve, e ricominciano. Anche le più piccanti. Sfiorano, titillano, qualche volta si confondono, e nello svolgimento si ricoprono di risate, di piccoli tormentoni inseriti ad arte. Possono durare un’intera giornata, coprendosi di personaggi inauditi, di frequentazioni che lasciano a bocca aperta. Scusa Nick, ma Mastroianni chi? Mastroianni lui? Si, lui, ché quando non sapevano che fare si vedevano a via Veneto, per un caffè. E li spuntavano Virna Lisi e Walter Chiari, Anthony Quinn e Gassman, Tognazzi, Villaggio. Poi Verushka, ElizabethTaylor… E allora Nicola racconta della pasta De Cecco, quando in un gala organizzato a Los Angeles dalla Evert e da Barbara Sinatra per l’azienda italiana, Pietrangeli venne scambiato per il signor De Cecco e non se la senti di deludere nessuno. Trascorse l’intera serata a parlare di pasta e fece un figurone, con la Evert che lo conosceva benissimo e si vergognava come una pazza. Ci sono le foto a testimoniare dell’evento, lui e Frank Sinatra assieme, The Voice e mr. De Cecco nella didascalia. E Adriano gli ricorda di quella volta che andarono insieme in un night dove le ballerine si esibivano nella danza del ventre, «c’erano Quinn che mi aveva dato la sua Maserati Quattroporte e Ricardo Montalban. Anzi, Ricardo Gonzálo Pedro Montalbán Merino, attore messicano. Il mio idolo. “Gordon il Pirata Nero, “Il Grande Sentiero; “Fuga dal Pianeta delle Scimmie”. Era un locale famoso, bella gente, in tanti piazzavano mazzette di dollari nell’elastico degli slip delle danzatrici. Lo feci anch’ io. Attaccai il mio dollaro’ alla mutandina, e la ballerina mi guardò sconvolta, Nicola fece altrettanto, lo stesso gli altri che erano lì con noi. Mancava solo che s’interrompesse la musica e un faro di luce si posasse su di me. Un dollaro? Guardai la danzatrice e in perfetto romanesco le dissi… “Aho’, ‘n c’ho ‘na lira, sto’ in bianco”. Non so come, ma lei capi». QUALCOSA D’IMPORTANTE Vivere, senza malinconia. Ridere, delle follie del mondo. Perché la vita è bella, e la voglio vivere sempre più… Nicola Pietrangeli era un lasciapassare senza scadenza, un abbonamento per visitare il mondo, un invito ovunque. Conosciuto, sempre attesa desiderato. Ma l’apprendistato non mancò, anzi fu lungo, persino faticoso, anche per uno che aveva in dote l’arte di rendere facili le cose. Nel 1952, diciottenne, i primi Internazionali, due anni dopo il primo contatto con lo Slam. Nel 1954 prende forma il doppio con Sirola, durerà dieci anni. La prima vittoria nei Major arriva al Roland Garros, nel misto: è il 1958 e Nicola fa coppia con Shirley Bloomer, inglese di gambe robuste, decisamente atletica e vincitrice a Parigi l’anno prima in singolare. E siamo al 1959. Pietrangeli è a un passo dai 26 anni e sa che prima o poi toccherà a lui mettere mano su qualcosa d’importante. La stagione s’è fatta intensa, e la fuga dei giocatori più forti verso il professionismo sta cambiando i connotati al circuito. Anche Nick è sotto gli occhi dei promoter americani, presto sarà chiamato a decidere. Roma, intanto, prepara le Olimpiadi, vi sono grandi cambiamenti. Lo Stadio Nazionale è diventato Flaminio, aveva tre tribune e viene innalzata la curva mancante. I campi del Parioli devono spostarsi per fare posto al parcheggio dello stadio. Parte della Rondinella e l’ippodromo che lambiva Villa Glori fanno da base alle case del nuovo Villaggio Olimpico. Il circolo emigra sulla Salaria, sotto Monte Antenne, il mons Ante Amnes, un colle che domina l’incrocio fra l’Aniene e il Tevere. Emigra anche Nicola, già più monegasco che romano. A Monaco, Ranieri Terzo lo aspetta per le consuete partitelle. L’importante è trovare una vittoria. Pietrangeli sa su cosa puntare. A Parigi Nick viene da un primo turno nel 1954 (ma al quinto, e contro Budge Patty, un campione vero), un terzo turno nel 1955 (Kurt Nielsen), i quarti del 1956 (Lew Hoad, che poi vinse il torneo). Nel 1957 la crescita subisce un arresto. Fu un anno importante, Nick conquista i suoi primi Internazionali e debutta in Australia, subito battuto da Mal Anderson, un grande tennista. Al Roland è testa di serie numero sei, ma gli ricapita Anderson al quale si sono dimenticati di dare una testa di serie, forse perché non sanno chi sia. Nick è fuori al quarto set. Va meglio nel 1958: ottavi, battuto da Ayala. Il 1959 è introdotto dalle vittorie a Francoforte su Mario Llamas (al quinto, in rimonta da 0-2), al Cairo e Catania, entrambe su Beppe Merlo e nel Campionato Partenopeo di Napoli, contro Neale Fraser. Parigi accoglie Nick con un nuovo presidente, Charles de Gaulle, il primo eletto con la nuova Costituzione. Nelle vetrine dei negozi compaiono le prime Barbie e le edicole annunciano la prossima uscita, sulla rivista Pilote, delle storie a fumetti di Asterix, il piccolo gallo furbo, baffuto e focoso che grazie a una pozione magica si oppone (ora e sempre) all’invasore romano. Nicola è l’esatto opposto. Un po’ francese, un po’ russo e un bel po’ italiano, aveva mischiato i geni famigliari evitando ingredienti che potessero turbare quell’insieme di morbida eleganza e di scanzonata pigrizia che lo rappresentava e ne amplificava il fascino di giocatore dalle variazioni geniali. Testa di serie numero tre, era entrato in gioco al secondo turno contro il solito Mario Llamas (63 36 75 62), messicano. Aveva un buonissimo sorteggio, Nicola, di quelli in cui si corre il rischio di abbassare la guardia. Terzo turno con Juan Manuel Couder (63 62 62), spagnolo; ottavi opposto a Torben Ulrich, musicista e pittore di grandi doti, regista, scrittore, tipo eccentrico e padre di Lars Ulrich, batterista dei Metallica. E sì, anche tennista, ma più da terreni veloci, meno abile sulle lande rosse di Porte d’Auteuil. Nicola passò oltre… 75 63 64. Nei quarti, contro Knight, altra passeggiata (61 62 61), ma la semifinale si annuncia per cuori forti. Neale Fraser non è nato per la terra rossa, ma nel 1959 ha già conquistato un Career Grand Slam in doppio e due titoli nel misto. Anche lui, come Nicola, è in attesa che il suo tennis si traduca nei titoli più importanti. Ci riuscirà in quello stesso anno, agli Us Open, l’anno dopo conquisterà Wimbledon e ancora gli Us Open. Ma Parigi val bene un’attesa, e Neale accetta il verdetto: 75 63 75 a favore di Pietrangeli che giunge in finale con un solo set perduto in tutto il torneo. È il 30 maggio 1959, e un italiano ha la possibilità di vincere il primo Grand Slam della nostra storia. Ian Clyde Vermaak, 26 anni, sei mesi più di Nicola, è la quarta testa di serie del torneo. Per grazia ricevuta, dato che di risultati – fuori dal suo Paese, il Sud Africa – ne vanta davvero pochi. Un ragazzo di origini olandesi, nato nella comunità boera di Empangeni, che molto vinse fra i tornei giovanili, ma nel circuito adulto ottenne buoni risultati solo a Johannesburg. A parte quel 1959, che lo vide vincitore a Southampton e East London, finalista a Filadelfia e Amburgo, risultati che al termine della stagione, la penultima della sua breve carriera (si ritirò a fine 1960), gli garantirono il decimo posto della classifica del giornalista Lance Tingay. Nick lo conosceva e non lo sottovalutò. Aveva braccia lunghe, Ian, si muoveva bene, i colpi erano solidi. E a sorpresa l’avvio fu tutto per il sudafricano, con un primo set quasi dominato. Pietrangeli fece sfoggio di calma e sapienza tattica, s’impossessò del palleggio, rallentò e cercò angoli lontani. Pareggiato il conto, il match si avviò alla sua fine più ovvia e il quarto set (36 62 64 61) si trasformò addirittura in passerella. Il tempo di alzare la Coppa e subito il doppio. Lì Pietrangeli e Sirola erano in finale da favoriti, avevano sconfitto un giovane Rod Laver (in coppia con Bob Mark) in cinque set nella semifinale, ed erano attesi dalla coppia numero due, Roy Emerson e Neale Fraser. Ne sortì un match ruvido, che gli aussies giunsero a un passo dal prolungare. Ma sul rosso, in quegli anni, Nick e Orlando erano i migliori. Pietrangeli dettava gli schemi e Sirola irrompeva felice a rete con i suoi due metri. Vinsero 63 62 12-10 e il trionfo di Nick fu completo. La seconda parte della carriera di Nicola comincia qui e fu più che luminosa. Ancora un titolo a Parigi nel 1960 (contro Ayala), le finali perse con Santana nel 1961 e nel 1964, il secondo successo negli Internazionali del 1961 a Torino, per il centenario dell’unità d’Italia, su un Laver dominato in quattro set, ma ormai prossimo (1962) a conquistare il primo dei due Grand Slam. Furono 44 le vittorie, tre a Montecarlo, due a Buenos Aires, quattro al Cairo, tre agli Internazionali di Palermo. La rinuncia ai 5.000 dollari dell’ingaggio ricevuto da Jack Kramer per diventare professionista. L’invenzione del calcetto. Poi la Davis, due volte da finalista, due da capitano, le polemiche per il viaggio in Cile e la vittoria, il matrimonio con la modella Susanna Artero, tre figli, la lunga storia d’amore con Licia Colò. Ma questa è la parte più nota della sua carriera, noi abbiamo puntato sugli anni giovanili. Su una storia che poteva essere diversa da quella che è stata, nella quale Nicola seppe trovare il suo inconfondibile modo di stare al mondo. Con una sola protezione a dargli riparo, la sua indiscutibile eleganza.

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Panatta: «Vorrei credere nell’aldilà, nel dubbio porto la racchetta» (Piccardi). Tiafoe, altro positivo. Nadal, ombre su NY (La Gazzetta dello Sport). Sonego centra il bis (Bertellino)

La rassegna stampa di domenica 5 luglio 2020

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Panatta: «Non trovo più i miei cimeli. Vorrei credere nell’aldilà, nel dubbio porto la racchetta» (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Adriano, sono settanta. «Ma di cosa parliamo?». Settant’anni giovedì. «Cerchi rogne?». Daaai. Giro di boa importante: tentiamo un bilancio? «Il bilancio facciamolo tra dieci anni, se ci arrivo. I 70 non me li sento addosso. Tocco ferro: sono ipocondriaco da sempre, ma sto bene. Ogni tanto ho un po’ di mal di schiena. L’ha usata parecchio, Panatta, mi ha detto il dottore. Verissimo. Però il tennis, alla fine, è stato gentile con me».

Cominciamo da Roma, Parigi o dalla Davis in Cile? Tutto nel ’76.

 

Possiamo fare finta che non ho mai vinto nulla e parlare d’altro? È vero: non ho una coppa. Ho perso tutto. Non è un vezzo, giuro. Ho fatto tanti di quei traslochi in vita mia…

Sparita anche la maglietta rossa che a Santiago si dice abbia fatto infuriare Pinochet? «Tutto! Non sono un feticista, l’idea del salotto-museo mi fa orrore. Non l’ho mai detto a nessuno, conservo un’unica cosa: la pallina del match point contro Vilas a Roma, una Pirelli. Se la fece regalare mio padre Ascenzio, custode del Tc Parioli. Quando è mancato, riordinando casa, l’ho trovata. Poi è sparita di nuovo, misteriosamente. L’ha ripescata di recente mia figlia Rubina in un cassetto. È sbiadita, dura come un sasso. E con il tempo si è rimpicciolita, come i vecchi.

I trofei, il boom del tennis alla fine degli Anni 70, la grande popolarità ancora oggi: di cosa va più fiero, Adriano?

Penso di essere stato una brava persona, con tutti. Non ho sospesi. Non sono vendicativo, non serbo rancore. Ho avuto parecchie delusioni però poi scordo tutto: nomi, cognomi, motivo dei contrasti… Comunque ho una certezza: ho avuto più amici che nemici. Paolo Villaggio: Un uomo di cultura mostruosa e intelligenza straordinaria. Un fratello, un fuoriclasse, un genio assoluto. Ci divertivamo con poco, non parlando mai né di cinema né di tennis. Lo adoravo perché sapeva sempre sorprendermi. Fu lui a presentarmi Fabrizio De André, che scoprii essere timidissimo. Ugo Tognazzi: irresistibile, quando era in forma. Dopo Roma e Parigi, mi ero messo in testa di vincere Montecarlo. Nell’81 sto giocando bene, sono tirato a puntino: arrivo in semifinale contro il solito Vilas. La vigilia piombano in riviera Paolo e Ugo. Voglio cenare alle otto e andare a letto presto, dico. Come no. Si presentano alle undici, ci sediamo a tavola a un’ora assurda, la serata finisce alle tre del mattino tirando fuori Ugo che vomita da un cespuglio. Il giorno dopo, non vedo palla: Vilas mi massacra.

Quindi è vero: se fosse stato meno viveur e meno pigro avrebbe vinto molto di più.

Questa è una leggenda da sfatare: io non sono pigro, è che mi hanno dipinto così. Certo non ero Borg, ma non farei mai cambio. Non mi allenavo come Vilas, però nemmeno passavo le giornate a poltrire. La verità è che avevo un gioco molto rischioso, da equilibrista, senza margini, che mi richiedeva di essere sempre al cento per cento. E poi avevo tanti interessi, mica solo il tennis. Certo tornassi indietro, sono sincero, alcune cose non le rifarei.

Ed eccoci a Wimbledon ’79, a quel quarto di finale perduto con Pat Du Pre.

Non me lo perdono, il più grande rimpianto della carriera. Ho sempre snobbato Wimbledon, non me ne fregava niente: gli inglesi, le loro tradizioni, l’erba su cui la palla rimbalzava da schifo… Levava la parte artistica dal gioco, la odiavo.

Ha mai sognato di rigiocare il match con Du Pré?

Uff! Tante di quelle volte… E nemmeno nel sogno riesco a vincere. Mi sveglio sempre un attimo prima. Un paio di volte mi sono sognato in campo con un mestolo in mano: un’angoscia! Tu pensa la testa…[…]

Il più grande dl sempre?

Facile, Roger Federer. Le statistiche a favore di Djokovic non mi interessano. Io guardo il complesso: lo stile, la mano, la completezza. Federer è, e sempre sarà, quello che gioca a tennis meglio di tutti gli altri. […]

Francesco Guccini, fresco 80enne, sostiene che l’uomo è l’unico animale che sa di dover morire.

Non è vero: anche gli elefanti se ne accorgono.

Crede che nell’aldilà continuerà a giocare a tennis, Panatta?

C’è un aldilà? Mi farebbe molto piacere crederci. Nel dubbio, però, la racchetta me la porto.

Tiafoe, altro positivo. Nadal, ombre su NY (La Gazzetta dello Sport)

Senza pace. Più si avvicina l’ora X, il 3 agosto a Palermo per le donne e il 14 agosto a Washington per gli uomini, e più il tennis si ritrova incartato nelle enormi problematiche del coronavirus. Dopo il caos dell’Adria Tour con Dimitrov, Coric, Troicki e soprattutto Djokovic, adesso tocca a Francis Tiafoe finire nel calderone della positività, rilevata ad Atlanta dove stava partecipando all’All American Team Cup. Il numero 81 del mondo ha accusato i sintomi del Covid-19 dopo la vittoria su Querrey di venerdì e lo ha comunicato su Twitter: «Sfortunatamente sono risultato positivo. Negli ultimi due mesi, mi sono allenato in Florida e sono risultato negativo fino a una settimana fa. Ho in programma di svolgere un secondo test all’inizio della prossima settimana, ma ho già adottato il protocollo di isolamento come suggerito dallo staff medico». Il torneo prosegue con tutte le misure di sicurezza già previste, ma accompagnato dalle critiche, visto che si gioca a porte aperte (pur con capienza limitata a 450 spettatori) e in uno stato, la Georgia, in cui i contagi sono in crescita esponenziale. Insomma, un’altra potenziale tegola sugli Us Open, proprio nei giorni in cui Djokovic esprime ancora perplessità e manda una lettera in merito ai colleghi e zio Toni Nadal (con il supporto di McEnroe) consiglia al nipote Rafa di evitarsi il viaggio, malgrado sia campione in carica: «Cosa ne sarà della quarantena richiesta dagli Stati europei al ritorno? E poi il calendario è folle, dovrebbe giocare sul cemento e poi subito sulla terra: meglio si prepari per il rosso, anche se è difficile rinunciare a difendere uno Slam».

Sonego centra il bis (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Lorenzo Sonego ha raddoppiato e dopo il titolo italiano conquistato a Todi la scorsa settimana ha centrato con merito anche il successo nella 2a tappa dello ZzzQuil Tennis Tour andata in scena al Tennis Club Perugia, chiusa ieri e organizzata da MEF Tennis Events. Il torinese, numero 3 d’Italia e 46 del mondo, si è calato perfettamente nella parte dando anche una lezione di stile a tanti suoi colleghi che hanno preferito le esibizioni del periodo (senza alcun valore agonistico e tecnico) al mettersi in gioco in competizioni ufficiali. La sua imbattibilità è proseguita ieri in finale contro il croato Viktor Galovic, best ranking di numero 173 ATP. Nel primo set Galovic ha chiuso sul 6-3. Nel secondo set equilibrio assoluto in avvio (2-2) con Sonego che ha chiesto anche un intervento medico al cambio campo del game numero 3, sul 2-1 in proprio favore per un problemino agli adduttori. Break poi per l’allievo di Gipo Arbino, salito sul 4-2 e servizio. Non capitalizzato e subito restituito (4-3). Il tie-break ha deciso la frazione con dominio del torinese (7-1). Nella terza frazione un solo break ha fatto la differenza, in favore di Sonego, che ha chiuso al decimo gioco e al secondo match point utile: «Il mio avversario è partito forte – ha detto in conclusione – è stato difficile adattarmi al suo gioco e crescere nel corso dell’incontro. Ho mantenuto l’atteggiamento giusto e alla fine, con grinta, ce l’ho fatta. Sono state due settimane fantastiche che hanno confermato la qualità del lavoro dell’ultimo periodo di allenamento. Ho tirato fuori il meglio di me e ora sono in fiducia per il prosieguo della stagione». […]

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Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Crivelli). Le Finals più grandi (Guerrini). “A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Semeraro). John fece la storia (Condò)

La rassegna stampa del 4 luglio 2020

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Us Open, la quarantena Ue diventa un ostacolo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Ieri ad Atlanta e scattata l’All American Team Cup, un minitorneo di tre giorni riservato ai primi otto giocatori statunitensi nella classifica Atp. La novità più rilevante, però, riguarda la presenza dei tifosi e quindi l’evento e monitorato con attenzione in ottica Us Open. A seguire le partite di Isner, Querrey, Tiafoe, Sandgren, Paul, Fritz, Johnson e Opelka avrà accesso un numero limitato di tifosi (qualche centinaio): tutti saranno tenuti a compilare un questionario sullo stato di salute e a farsi misurare la temperatura corporea. I posti saranno distanziati di due metri ma non sarà obbligatorio indossare mascherine. Tra le altre misure di sicurezza ci sarà il divieto di utilizzare denaro in contanti per comprare cibo e bevande. Insomma, regole stringenti, ma nonostante il possibile riverbero sugli Us Open, lo Slam newyorkese rimane sempre al centro della tempesta. Secondo il quotidiano spagnolo Marca, Djokovic sarebbe tornato all’attacco, manifestando ai colleghi le perplessità legate alla quarantena da fare una volta tornati in Europa (con Madrid e Roma programmati per le due settimane successive). In veste di presidente dei giocatori, poi, ha assicurato che se i tornei americani venissero cancellati, chiederà il rimborso totale delle spese già sostenute da tutti.

Le Finals più grandi (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

[…] Torino si riapre al mondo intero. Per quanto manchi ancora più di un anno, che se organizzi un simile evento equivale a domani, però. Il post è del sindaco di Torino Chiara Appendino: «”Vogliamo creare l’evento più grande del tennis mondiale”. Sono le parole del direttore generale della Federtennis, Marco Martinasso. Parole che come Città di Torino facciamo nostre e che confermiamo con il grande impegno che stiamo profondendo in questo senso. A dare prova del clima di fiducia che si respira intorno a questo evento, che Torino ospiterà dal 2021 al 2025, ci sono 10 raggruppamenti d’impresa – a cui va il nostro ringraziamento – che hanno presentato una proposta per definire il master plan dell’evento. Progetti concreti, investimenti. Pronti per rilanciare l’immagine di Torino in tutto il mondo attraverso questo evento internazionale. Ora, la pandemia ovviamente ha imposto degli interrogativi circa la presenza del pubblico su cui stiamo lavorando affinché possano essere il meno impattanti possibile. A fine mese il progetto definitivo». Appendino si è anche espressa in video, a commento del nuovo Piano regolatore e dell’accordo con la Banca Europea Investimenti per combattere il cambiamento climatico e rendere la città più vivibile e moderna: «Stiamo lavorando molto perché è un evento molto impattante per la città che avverrà per cinque anni consecutivi. In questi giorni è stato pubblicato il bando per la costruzione del Master Plan. Hanno partecipato dieci cordate. Entro fine luglio avremo i dettagli del master plan e poi inizieremo con tutti i lavori. Le Finals Atp porteranno a trasformare l’area Combi abbandonata da anni. Ad inizio settembre ci sarà una presentazione». Secondo il direttore della Fit, Martinasso, le ricadute positive saranno superiori agli 80 milioni previsti. Le aziende in corsa sono Balich Worldwide Shows, Parcolimpico e Live Nation, Prodea e Armando Testa, Next Group, Ey, Recchi, Rcs Sport e Carlo Ratti Associati, Awe Sport, Benedetto Camerana e Nielsen Sport, Hdra e Anvi, Pwc e GroupM, Master Group Sport e Pininfarina, Deloitte e Italdesign. Tutte presenteranno un progetto architettonico e comunicativo. Come noto, campi d’allenamento saranno allo Sporting circolo della Stampa di corso Agnelli. Ma è possibile si unisca anche il Palavela. Un evento che coinvolga l’intera città, era l’idea di partenza della candidaura. E si sta sviluppando.

“A 52 anni resto un ribelle. Djokovic? Critiche ingiuste” (Stefano Semeraro, La Stampa)

[…] La cancellazione dei Championships, che sarebbero alla fine della prima settimana, non l’ha presa bene. Che cosa ha pensato quando ha sentito la notizia? «Mi ha sorpreso che una decisione che riguardava un evento previsto a luglio sia stata presa a marzo. In quel periodo sono stati cancellati molti eventi, ci si è fatti prendere dal panico. Giusto pensare alla sicurezza, ma si sarebbe potuto aspettare prima di cancellare tutto». Gli Us Open si giocheranno in clausura… «Non ci sarà il pubblico, non sarà il tennis che conosciamo, ma l’importante è che si ritrovi una continuità». Djokovic e Nadal storcono il naso… «I tennisti capiscono che c’è una crisi, si adatteranno. Certo, a tutti piace sentire la folla durante una finale, ma una cosa del genere non era mai successa prima. Poi il 95 per cento dei giocatori è interessato a guadagnarsi da vivere». Che cosa pensa delle critiche ricevute da Djokovic per le sue uscite no-vax e i contagi dell’Adria Tour? «Novak è molto di più che un tennista. Viene da una storia difficile, è stato bravo a sviluppare le sue qualità di atleta. Sono sempre d’accordo con lui? No, ma è importante che non si limiti a parlare solo di tennis. Sta ricevendo critiche ingiuste, la sua esibizione aveva uno scopo nobile. È vero che la partita a basket e le feste non erano necessarie, ma anch’io a 30 anni volevo divertirmi. Non giustifico ciò che è accaduto, ma capisco la tentazione». In che rapporti è rimasto con lui? «Ottimi, dopo tre anni e mezzo di grandi successi fra noi è nata un’amicizia vera. Parliamo ancora di tennis». Roma e Parigi a fine settembre la convincono? «A Roma si può giocare all’aperto a ottobre e anche a novembre. Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea di cosa è meglio. Il meglio è dare agli atleti e ai tornei di che guadagnarsi da vivere». Lei è ancora popolarissimo: merito dei successi o del carattere? «Una combinazione. Ho vinto tanto, poi sono diventato commentatore e coach. A me piace pensare che sia per merito del mio carattere». Per servire come faceva lei è più importante la testa, il cuore o il braccio? «Tutto parte dalla testa. Devi capire l’importanza del servizio, che oggi è sottovalutato, e infatti in molti lo eseguono male. Poi devi assimilare la giusta tecnica. Ma senza cuore come fai a giocare la seconda di servizio sulla palla break?» La vera epoca d’oro è quella di Federer, Djokovic e Nadal, o la sua negli Anni ’80? «Sono un grande tifoso dei Big 3, quello che hanno fatto loro e Murray è straordinario. Ma sono stati messi in grado di farlo. Borg e McEnroe, Lendl, Edberg, e mi ci metto anch’io, hanno reso il tennis popolare nel mondo. Altri hanno portato avanti quel fenomeno». Nel 2021 vede meglio i giovani o i Patriarchi del tennis? «Intanto mi piacerebbe vedere tutti a New York quest’anno. Non giocare per sei mesi non va bene né per i giovani né per i vecchi, ci saranno sorprese. L’esperienza conta più della forma, ma fino a quando non li vedremo in campo non lo sapremo». Ivan Ljubicic, coach di Federer, dice che con i grandi si lavora solo sui dettagli. D’accordo? «Credo che giochi a nascondersi. I top player sanno come giocare, ma ci sono l’aspetto mentale, la strategia, la preparazione. I coach sono molto importanti. Ivan e Luthi hanno fatto un grande lavoro, se non fosse stato così Roger non li avrebbe voluti al suo fianco così a lungo. Lo stesso vale per Djokovic e per Nadal. Scelgono bene lo staff e si concentrano sulle cose importanti». Tornerà ad allenare? «Ora mi occupo del settore nazionale tedesco, ma se ci fosse l’occasione non lo escludo». Cosa pensa di Berrettini e Sinner? «Il futuro dell’Italia è roseo. Berrettini è già forte, di Jannik mi piace lo stile, è un ragazzo gradevolissimo e Riccardo Piatti è uno dei migliori coach in circolazione. Ma dovete dargli tempo». Quale momento sceglie della sua love story con Wimbledon? «Non scelgo. È bello pensare alle finali, ma da pro sai che vincere il primo turno conta altrettanto». A 52 anni Becker è sempre un ribelle o è diventato un conservatore? «Sono sempre un ribelle, non cambierò mai. Ma la vita mi ha dato molte lezioni e oggi mi piace usare la mia esperienza per fare la cosa giusta».

John fece la storia (Paolo Condò, Sport Week)

Il 5 luglio del 1980, quarant’anni fa, il pubblico del centrale di Wimbledon seguì sbalordito il tie-break più bello della storia, quello che John McEnroe vinse 18-16 su Björn Borg. Alcuni libri sostengono la tesi che si trattasse del quarto set della finale, e che prima e soprattutto dopo quel maestoso tie-break Borg l’abbia fatta sua per la quinta e ultima volta. Baggianate. Di quel pomeriggio è passato alla storia il tiebreak (che tra poco rileggeremo nel dettaglio) come del Mondiale di calcio ’74 ricordiamo l’Olanda, come il Mondiale di ciclismo di Gap del ’72 ci è entrato nel cuore per la fuga di Franco Bitossi. […] La carica eversiva del ventunenne John si esprime alla perfezione nel suo inevitabile servizio-volée. Sul primo punto del tie-break Borg disegna pure un gran pallonetto, ma McEnroe si allunga allo spasimo, e schiaccia (1-0). I primi due servizi di Borg danno esiti simili: blando rovescio in rete di Mac, il primo di risposta (1-1), l’altro dopo breve palleggio (1-2). Non erano colpi difficili. John appare disgustato da se stesso. Per fare pace blocca una stop-volley appena oltre la rete, piccola opera d’arte (2-2), e allunga con un servizio che Borg ribatte in rete senza speranze (3-2). Sul punto successivo Björn rischia, perché la volée – pure lui segue a rete ogni battuta – è troppo lunga e Mac ha l’angolo per passare. Ma il suo rovescio è un filo fuori (3-3), figlio della stima per lo svedese: per batterlo devi giocare oltre il limite, non sempre puoi restarci dentro. Il servizio successivo è sulla riga, si alza proprio la nuvoletta (3-4). Tocca di nuovo a McEnroe, da sinistra a uscire: Borg si sposta bene sul dritto ma la palla è troppo veloce, la risposta in lungolinea va fuori di un metro (4-4). Björn è carico, John lo sente e fa due net prima di mettere la prima. La risposta però gli atterra nei piedi. Mac la estrae dal terreno come petrolio da un pozzo: un miracolo, ma che offre a Borg un passante quasi comodo. Primo mini-break (4-5), lo svedese ha due servizi per chiudere. Come un killer seriale che replica le modalità di precedenti omicidi – Copycat, bel film con Sigourney Weaver – così John ribatte nei piedi di Björn e poi lo passa facile (5-5): quel che è fatto è reso, e in un momento delicatissimo. Borg deve ricorrere alla seconda sul servizio successivo, e la mette molto profonda guadagnandosi lo spazio per il successivo passante da metà campo (5-6). Quasi senza accorgercene, siamo arrivati al match-point. E il terzo per Borg, che ne ha già mancati due nel set. Punto memorabile: Mac deve tirare la seconda a uscire, grande passante incrociato di Björn (che ormai ha capito come spostarsi sul dritto per sparare) e il modo in cui John si allunga sotto rete per raggiungere la pallina e toccarla appena oltre manda letteralmente fuori di testa la gente. Quel colpo è l’urlo di Tardelli in versione tennistica (6-6). Cambio di campo. Borg costringe l’americano a una complicata volée, lo passa (6-7) e risale al match-point, ma stavolta sul proprio servizio. E Mac riveste i panni di Copycat: lo costringe a una volée difensiva, in realtà non difficile, prima di passarlo (7-7). Il punto successivo è il più strategico: dieci colpi per arrivare a un gran passante di Mac, che s’era aperto il campo con un pallonetto (8-7). La gente è felice per il primo set-point di John, per di più sul suo servizio, ma la risposta di Borg è un fulmine che manda l’americano col culo per terra (8-8). Nessuna volgarità: c’è un’inquadratura famosa a testimoniarlo. Per un po’ si procede regolare. Bella volée alta di Mac (9-8). Volée di rovescio chirurgicamente vicina alla linea di Borg (9-9). Risposta sballata di John (9-10), riscattata da un servizio vincente (10-10). Poi, un impercettibile calo di McEnroe consente a Borg un altro mini-break di passante (10-11). […] Lo scambio al solito è breve, molto trattenuto, e il rovescio di Mac colpisce il nastro, vi si arrampica e cade beffardo nel campo di Borg (11-11). Il telecronista dice: «E con questo abbiamo visto tutto». Björn si vendica facendo fare il tergicristallo al rivale (11-12), ma sul quinto match-point, settimo complessivo, deve arrendersi a un rovescio che Picasso non avrebbe dipinto meglio (12-12). Sempre su livelli impercettibili, ma Mac sta prendendo il sopravvento: magnifica volée in controtempo (13-12), due righe salvano Borg (13-13), mini-break grazie a una risposta seppellita fra i piedi dello svedese (14-13). Tombstone. Sul solito superservizio esterno, Mac riceve una risposta debole e disperata: è a rete per ghermire la preda, ma la volée in campo aperto gli esce di un centimetro, un errore inconcepibile (14-14). Mac mima “non ci posso credere”, trasalisce sul punto successivo perché sbaglia la volée, ma il giudice di linea lo salva chiamandogli fuori in ritardo il servizio. Sulla seconda, stop-volley d’autore (15-14). Borg torna in parità grazie a una risposta appena fuori (15-15). Cambio campo, l’ultimo. La gente freme. Batte Borg, gran risposta salvata a stento, e McEnroe azzecca il successivo passante (16-15). Una volée sbagliata maluccio dall’americano (16-16). Serve ancora Mac, e Borg sfiora soltanto la risposta vincente (17-16). Ormai ogni colpo è un tentativo di chiudere, i due non stanno più in piedi dalla tensione. Il crac dello svedese è una volée in rete (18-16), non difficile se solo questa appena conclusa non fosse stata la fine del mondo su un campo da tennis. Dicono che poi abbiano proseguito, e al quinto abbia vinto Borg. Dicono, io ci credo , poco.

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Rassegna stampa

Serena Williams: «Fermarmi mi ha reso più forte» (Piccardi). Roland Garros, porte riaperte. Ok per 20mila persone al giorno (La Nazione). Djokovic negativo. Roma, il rischio è la quarantena (La Gazzetta dello Sport)

La rassegna stampa di venerdì 3 luglio 2020

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Serena Williams: «Fermarmi mi ha reso più forte» (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

La differenza, come sempre, sta nei dettagli. Il corriere Dhl che a metà giugno ha suonato il campanello di casa Ohanian-Williams, villa di Palm Beach, Florida, aveva in agenda una consegna importante. «Un pezzetto di Laykold, la nuova resina acrilica su cui si giocherà l’Open Usa, confermato a New York con inizio il 31 agosto» ha rivelato al mondo del tennis Stacey Allaster, primo direttore donna in 140 anni di storia dello Slam americano, scatenando la fantasia dei retroscenisti: perché mai il torneo, che quest’anno ha deciso di cambiare superficie di gioco, ha dovuto favorire Serena Williams spedendole a casa una mattonella-campione del campo rinnovato? La risposta è nel dna della campionessa dei 23 titoli Slam: la pandemia mondiale che ha congelato lo sport per mesi non ha tolto alla fuoriclasse la voglia di vincere. Durante il lockdown, Serena si è fatta costruire in giardino un campo identico a quello su cui sabato 12 settembre, giorno della finale femminile dell’Open Usa, proverà a conquistare il 24esimo Major, agganciando alla fine di una rincorsa durata ventuno anni l’antenata australiana Margaret Court, detentrice del record. Ennesimo piccolo, ma fondamentale, dettaglio: quel sabato mancheranno appena dieci giorni al suo 39esimo compleanno. «Torno, e non vedo l’ora» ha detto la Williams in un videomessaggio che ha riacceso la fibrillazione tra le legioni di fan, che includono Barack e Michelle Obama, Oprah Winfrey, Megan Markle, Beyoncé e Ellen DeGeneres, oltre a 12,4 milioni di follower su Instagram e 10,8 su Twitter. L’entusiasmo non era scontato: a un certo punto si era sparsa la voce che l’americana e il marito Alexis Ohanian, volessero approfittare della lunga quarantena per allargare la famiglia. E invece Serena non è sazia di vittorie. Da un’ardita triangolazione tra il coach di lungo corso Patrick Mouratoglou e la storica agente Jill Smoller, ecco la risposta della Williams alla nostra domanda ‘ma chi te lo fa fare?’ «Giocare a tennis è la cosa che mi viene meglio. Ho un amore sconfinato per il mio sport. Questo break è stato un male necessario: non l’ho chiesto, non l’ho voluto, ce l’ha imposto Il virus, ma sento che mi ha fatto bene. In retrospettiva posso dirlo: il mio corpo ne aveva bisogno. E adesso mi sento bene come non mai. Più rilassata, più in forma, più centrata. È come se il mio cervello mi dicesse okay, adesso finalmente puoi giocare il tuo vero tennis!». Messaggio ai naviganti: finora Serena ha scherzato, è da adesso che si comincia a fare sul serio. E non è follia pensare che il lockdown abbia davvero allungato la carriera della Williams, permettendole di conservare intatte certe fibre muscolari che l’usura del circuito rischiava di rendere lise e di covare sotto la cenere motivazioni che sembravano evaporate con il tempo. […]

Roland Garros, porte riaperte. Ok per 20mila persone al giorno (La Nazione)

 

Ora è ufficiale: il Roland Garros sarà il primo torneo tennistico dello Slam con il pubblico dopo l’emergenza Coronavirus. Ad annunciarlo è stato ieri il presidente della federtennis francese, Bernard Giudicelli: «Quest’anno si giocherà con il pubblico, 20mila persone al giorno, e diecimila al massimo per le finali». Gli Open di Francia, rinviati a causa della pandemia, si giocheranno dal 21 settembre (qualificazioni comprese) all’11 ottobre. Giudicelli ha anche spiegato come verrà limitato il numero di spettatori all’interno degli impianti. «Sui tre campi principali (il Philippe-Chatrier, il Suzanne-Lenglen e il Simonne-Mathieu), i posti a sedere seguiranno un preciso protocollo – ha detto -: su ogni fila ci sarà un posto vuoto che dividerà ogni gruppo di acquirenti perché ci sarà un massimo di 4 persone che vogliono sedersi in posti adiacenti. Sugli altri campi, invece, un posto su due sarà lasciato vuoto per rispettare la giusta distanza». Ne viene fuori che, così facendo, il numero di spettatori ammessi ai match del Roland Garros sarà compreso tra il 50 e il 60% della capacità normale (circa 20.000 biglietti disponibili per i primi turni, 10.000 per le finali).

Djokovic negativo. Roma, il rischio è la quarantena (La Gazzetta dello Sport)

Il pasticciaccio brutto dell’Adria Tour sembra virare verso il sereno per Novak Djokovic, almeno dal punto di vista sanitario. A dieci giorni dalla positività del tampone effettuato a Belgrado, un comunicato stampa dell’entourage del campione ha dato notizia della negatività del numero uno Atp e della moglie Jelena dopo un secondo test. Nole teoricamente dovrebbe rimanere in isolamento per altri cinque giorni, per rispettare le due settimane. Secondo le ultime linee guida dell’OMS, tuttavia, un paziente che non abbia mai manifestato sintomi potrebbe uscire dalla quarantena dopo 10 giorni e quindi Djokovic avrebbe la possibilità di tornare ad allenarsi già oggi, visto che è asintomatico. Intanto, in attesa della ripartenza di agosto, i tornei già in calendario cominciano ad organizzarsi per garantire l’apertura al pubblico. Ieri il Roland Garros (21 settembre – 11 ottobre) ha comunicato il suo programma: si giocherà a porte aperte e l’intenzione è di riempire gli spalti tra il 50 e il 60% della capienza, quindi con 20.000 presenze al giorno. Chiaramente questa strategia verrà applicata se i protocolli sanitari non verranno ulteriormente inaspriti. La vendita dei nuovi biglietti partirà dal 9 luglio per i francesi, mentre la vendita libera comincerà il 16 luglio. Su ogni fila, un posto verrà lasciato libero a dividere ogni gruppo di acquirenti, mai più numeroso di quattro unità. Ci sarà l’obbligo di indossare sempre la mascherina. Uno schema che verrà mutuato con ogni probabilità anche dagli Internazionali d’Italia (inizio il 20 settembre), che apriranno al pubblico con metà della capienza. Il problema dei tornei europei (c’è anche Madrid) è il divieto attualmente in vigore degli spostamenti da alcuni paesi extra Schengen, in particolare gli Stati Uniti, e della quarantena richiesta ai viaggiatori, due situazioni che preoccupano Atp e Wta. I tennisti, tra l’altro, non sono considerati atleti professionisti (per i quali esiste la deroga): per questa ragione a breve ci sarà un incontro tra i Ministri della Salute di Italia, Spagna e Francia per approvare un decreto sotto l’egida della Ue.

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