Internazionali, si gioca a Roma. "Tra metà e fine settembre" (Cocchi). "Internazionali con il pubblico" (Semeraro). Pietrangeli, ovvero l'eleganza (Azzolini)

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Cocchi). “Internazionali con il pubblico” (Semeraro). Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Azzolini)

La rassegna stampa del 30 maggio 2020

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Internazionali di Roma a settembre, probabilmente il 14 o al più tardi il 20. […] Ma una certezza c’è, ovvero che il tennis in Italia ripartirà, e la conferma arriva dallo stesso presidente federale Binaghi: «In Italia il Politecnico di Torino ha sancito che il nostro oggi è lo sport più sicuro — ha raccontato Binaghi a SuperTennis —. Stiamo discutendo con il Governo per cercare di avviare la nostra Fase 3. Non appena daranno il via libera, abbiamo un intensissimo calendario di eventi individuali fra i quali il ritorno dei Campionati italiani Assoluti. Poi, c’è la grande novità di quest’anno: i campionati a squadre in estate». Ma il clou della stagione tennistica è rappresentato dal Masters 1000 di Roma, originariamente a maggio e in attesa di una collocazione precisa nel nuovo calendario: «Credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali Bnl d’Italia fra la metà e la fine di settembre — ha spiegato il presidente —. Mi dicono i romani che è un periodo straordinario, il migliore per il tennis. A breve avrò un colloquio col ministro dello Sport Spadafora». Tutto dipenderà dalla disputa o meno dello Us Open, dal 24 agosto al 13 settembre, e in bilico per la pandemia che sta ancora pesantemente affligendo New York. […]

“Internazionali con il pubblico” (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Gli Internazionali d’Italia si giocheranno a settembre, e non a porte chiuse. Questo è l’auspicio – fondato, ma ovviamente condizionato dall’evolversi della pandemia – del Presidente dall Fit Angelo Binaghi. «Stiamo discutendo con il Governo – ha spiegato Binaghi in una intervista a SuperTennis – per cercare di avviare quella che è la nostra Fase 3, l’avvio delle competizioni, anche se devo dire che eravamo molto più preoccupati per l’avvio della Fase 2 che era la più importante per i circoli e per gli insegnanti di tennis. Non appena ci daranno il via libera abbiamo pronto un calendario intensissimo». […] Io credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali d’Italia tra la metà e la fine di settembre. Mi dicono, soprattutto i romani, che è un periodo straordinario, sicuramente meglio di metà maggio, quella che sarebbe stata la data naturale senza l’emergenza coronavirus. A breve avrò anche un colloquio col Ministro dello Sport, per cercare di capire in che termini riusciremo a far godere questa grande edizione al. nostro pubblico». Anche Parigi sta pensando a una soluzione simile, con capienza ridotta (il centrale del Roland Garros potrebbe ospitare 5000 spettatori invece dei consueti 15 mila) e percorsi obbligati. La data definitiva dipende dagli Us Open: se a New York (o in Florida) si giocherà a inizio settembre, Roma dovrebbe partire il 14 settembre, per permettere il distanziamento sportivo tra lo Slam americano e il Roland Garros che probabilmente scivolerebbe al 27 (con la settimana del 20 dedicata alle qualificazioni). Se gli Us Open do- vessero saltare, ci sarebbe invece più spazio e potrebbe rientrare in gioco anche Madrid (che ha una opzione indoor a novembre-dicembre se a Madrid salteranno le finali di Coppa Davis), con Roma piazzata al 20. Buone notizie intanto anche per le Atp Finals del 2021 a Torino: »Ringrazio il ministro Spadafora – ha aggiunto Binaghi – il Governo e tutto il Parlamento perché la conversione in legge del decreto sulle Atp Finals (avvenuta lo scorso 6 maggio, ndr), per noi fondamentale, è stato approvata con la quasi unanimità».

Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Daniele Azzolini, Tuttosport)

I Cinquanta, al Parioli, furono gli anni del “tu” obbligatorio. Mai più il “voi” e neanche il “lei; solo il “tu” diretto, colloquiale e rispettoso finché si vuole, ma privo di steccati e separé. […] Cresciuto nella lingua del “voi; al giovane Nicola Pietrangeli sembrò di essere giunto in un paese di matti, ciò nonostante il circolo ricordava la bella casa lasciata a Tunisi, e ritenne fosse conveniente abituarsi rapidamente. Il Parioli era sorto in viale Tiziano, negli spazi lasciati liberi dallo Stadio Nazionale (poi Flaminio) e dal Campo della Rondinella, steso sulle vestigia romane tornate a far capolino con i lavori dell’Auditorium. Li Roma s’incunea in una larga ansa del Tevere, che in quegli anni segnava una zona di confine fra nuove costruzioni e stamberghe tirate su a calce e mattoni che si ammucchiavano fino alla riva del fiume. Una decina di ettari coltivati a campi sportivi in una zona che chiamavano “dei Giuochi Popolari”. Il tennis vi faceva da gradito ospite, ma per la popolarità avrebbe dovuto aspettare altri vent’anni. Non fu Nicola Pietrangeli a consegnare il tennis alle masse. Quello fu compito di Panatta. Nick ebbe il compito di mostrare al mondo che anche un italiano poteva vincere in quello sport dominato da americani e australiani. Il primo Slam della nostra storia giunse il 30 maggio 1959, a Parigi. E non fu il frutto del caso. Al Parioli Nicola Pietrangeli era il ragazzo di belle speranze. «Anvedi er Francia coma ggioca», lo attizzavano, lui che l’italiano ancora poco lo spiccicava. Ma quando nel suo bighellonare si spostava poco più in là, alla Rondinella, per indossare le scarpe bullonate da calciatore, le sue quotazioni salivano fino alla dimensione di campione. Avrebbe fatto strada quel giovanotto dalla pelle ambrata e il ciuffo a banana. Lo dicevano tutti. Ma nel calcio. Non nel tennis. Difensore dai piedi buonissimi, duro e creativo. In grado di trasformarsi in centrocampista. Uno Scirea sbocciato con venticinque anni di anticipo. L’amata Lazio lo prese a bordo, nelle giovanili. Il padre Giulio soffriva in silenzio. Anche con la racchetta in mano, Nicola era una bellezza. Rubava gli occhi, e sembrava in possesso di colpi e intuizioni proibiti agli altri del largo gruppo di ragazzetti (Giauna, Delli Colli, Stipa, Valerio) che di tanto in tanto veniva invitato dai più forti a misurarsi sul campo numero uno del circolo, il più vicino alla fontana che rinfrescava l’aria estiva ed era il posto preferito per le chiacchiere del pomeriggio e gli appuntamenti della sera. La scelta del tennis, alla fine, fu in linea con le speranze famigliari. Giulio Pietrangeli lo chiamavano “monsieur”. Fu promosso “monsieur Lacoste” quando prese l’incarico in via ufficiale di primo importatore italiano delle “chemises” a nido d’ape. Le piazzò a tutti i soci del circolo, continuò a venderle da casa, infine aprì un magazzino. Tremila lire, una Lacoste… Peggio di una sassata in quegli anni in cui la benzina costava 20 lire al litro. Ma di gran lunga le migliori. […] Nicola, nato a Tunisi, aveva cominciato a batti muro già da qualche anno. «La palla era nera», ricorda, «senza feltra solo gomma E la racchetta mi superava in altezza». Ci sapeva fare. Ci ha sempre saputo fare, Nick. Per vie naturali. Non aveva bisogno di allenarsi né di studiare tennis. Ken Rosewall, anni dopo, ammirato del talento più che del gioco a volte un po’ svogliato di Nick, inventò per lui questa breve parabola: «Se tutti i migliori tennisti si fossero ritrovati per tre mesi confinati su un’isola deserta, senza racchette né possibilità alcuna di allenarsi, e subito dopo li avessero obbligati a giocare tre tornei di fila, coi, a freddo, quei tre tornei li avrebbe vinti Pietrangeli. A mani basse». I colpi di Nicola sgorgavano spontanei, nascevano dalla straordinaria coordinazione del corpo, e le intuizioni erano il suo divertimento, facevano parte della ferma volontà di essere felice. Il sentimento che ha fatto da architrave alla sua vita. Anche il trofeo della prigione servì a strappare un sorriso. Un pettine bianco realizzato con la scheggia di una bomba. Alla mamma piacque, era il simbolo del riscatto. Per Nicola era un’altra storia da raccontare. Mostrava grandi doti di affabulatore, “Il Francia”; ma con la lingua sbagliata. L’italiano andava perfezionato in fretta. Il circolo gli venne in soccorso… LEZIONE DI STORIE […] Al Parioli Nick si cibò a lungo di questi racconti, ne apprese i tempi e i modi, i piccoli segreti, e li fece suoi. Raccontavano di uomini e tennisti mai visti, che lo affascinavano senza essere eroi. Vi riuscivano attraverso le loro ansie, le gaffe, le paure e le battute. Personaggi indimenticabili. Come Riccardo Sabbadini, fra i migliori tennisti degli anni Venti, azzurro e più volte campione italiano, che nel 1923, durante la finale degli Assoluti a Milano, inventò «la strategia del povero vecchio» per infinocchiare Cesare Colombo, milanese, e sfilargli una partita ormai persa. Erano 60 60 5-0, e al cambio di campo prima del game che tutti immaginavano conclusivo, Sabbadini si avvicinò all’avversario: «A Cesare», gli sussurrò, «e daje no? Famme fa’ almeno un gioco, nun me costringe a vergognamme, lo vedi che so vecchietto, so pure mezzo sciancato…». Colombo s’impietosì, gli regalò un game e Sabbadini si trasformò d’improvviso in un altro giocatore, fino a vincere al quinto set. Un altro era Roberto Wiss, buon doppista, che pretendeva lo chiamassero «Il Piave», perché quando si metteva a rete non passava nessuno. «Non passa lo straniero!», cantava a squarciagola. C’era Bepi Moro, portiere della Roma, che giocava le volée solo in tuffo. C’era Alberto Rabagliati, il cantante, che al circolo passava per lo struscio pomeridiano e s’inveleniva se nessuno gli chiedeva un autografo (i raccattapalle, a turno, furono istruiti alla bisogna). C’erano Brusati il regista, Colalucci il direttore del Tifone e una pletora di conti e marchesi abilissimi nel non tirare fuori un centesimo. Lo stesso accadeva negli altri circoli della capitale. Uno dei più in vista era il Tennis Roma, del quale era socio Mario Belardinelli. Nel 1946 fu trasferito dai due campi di viale del Policlinico a quelli dell’A.S.Asteria-Esperia vicino a Porta Metronia, in “zona Totti”. I due ragazzi più in vista erano i fratelli Marcello e Rolando Del Bello, ottimi giocatori e azzurri. Per abituarli a stare a rete, senza mai arretrare, il padre Oberdan, custode dei campi, si metteva sulla riga di fondo con una cinghia di cuoio pesante, che roteava incessantemente alle loro spalle. Chi avesse fatto un passo indietro avrebbe esposto schiena e glutei a spiacevoli rendez-vous con la cinghia. Storie bambine, quelle di Nicola. Le stesse che racconta Adriano. Non partono mai dalla fine, ma si rinnovano sempre, cambiano un po; aggungono zucchero, o benzina se serve, e ricominciano. Anche le più piccanti. Sfiorano, titillano, qualche volta si confondono, e nello svolgimento si ricoprono di risate, di piccoli tormentoni inseriti ad arte. Possono durare un’intera giornata, coprendosi di personaggi inauditi, di frequentazioni che lasciano a bocca aperta. Scusa Nick, ma Mastroianni chi? Mastroianni lui? Si, lui, ché quando non sapevano che fare si vedevano a via Veneto, per un caffè. E li spuntavano Virna Lisi e Walter Chiari, Anthony Quinn e Gassman, Tognazzi, Villaggio. Poi Verushka, ElizabethTaylor… E allora Nicola racconta della pasta De Cecco, quando in un gala organizzato a Los Angeles dalla Evert e da Barbara Sinatra per l’azienda italiana, Pietrangeli venne scambiato per il signor De Cecco e non se la senti di deludere nessuno. Trascorse l’intera serata a parlare di pasta e fece un figurone, con la Evert che lo conosceva benissimo e si vergognava come una pazza. Ci sono le foto a testimoniare dell’evento, lui e Frank Sinatra assieme, The Voice e mr. De Cecco nella didascalia. E Adriano gli ricorda di quella volta che andarono insieme in un night dove le ballerine si esibivano nella danza del ventre, «c’erano Quinn che mi aveva dato la sua Maserati Quattroporte e Ricardo Montalban. Anzi, Ricardo Gonzálo Pedro Montalbán Merino, attore messicano. Il mio idolo. “Gordon il Pirata Nero, “Il Grande Sentiero; “Fuga dal Pianeta delle Scimmie”. Era un locale famoso, bella gente, in tanti piazzavano mazzette di dollari nell’elastico degli slip delle danzatrici. Lo feci anch’ io. Attaccai il mio dollaro’ alla mutandina, e la ballerina mi guardò sconvolta, Nicola fece altrettanto, lo stesso gli altri che erano lì con noi. Mancava solo che s’interrompesse la musica e un faro di luce si posasse su di me. Un dollaro? Guardai la danzatrice e in perfetto romanesco le dissi… “Aho’, ‘n c’ho ‘na lira, sto’ in bianco”. Non so come, ma lei capi». QUALCOSA D’IMPORTANTE Vivere, senza malinconia. Ridere, delle follie del mondo. Perché la vita è bella, e la voglio vivere sempre più… Nicola Pietrangeli era un lasciapassare senza scadenza, un abbonamento per visitare il mondo, un invito ovunque. Conosciuto, sempre attesa desiderato. Ma l’apprendistato non mancò, anzi fu lungo, persino faticoso, anche per uno che aveva in dote l’arte di rendere facili le cose. Nel 1952, diciottenne, i primi Internazionali, due anni dopo il primo contatto con lo Slam. Nel 1954 prende forma il doppio con Sirola, durerà dieci anni. La prima vittoria nei Major arriva al Roland Garros, nel misto: è il 1958 e Nicola fa coppia con Shirley Bloomer, inglese di gambe robuste, decisamente atletica e vincitrice a Parigi l’anno prima in singolare. E siamo al 1959. Pietrangeli è a un passo dai 26 anni e sa che prima o poi toccherà a lui mettere mano su qualcosa d’importante. La stagione s’è fatta intensa, e la fuga dei giocatori più forti verso il professionismo sta cambiando i connotati al circuito. Anche Nick è sotto gli occhi dei promoter americani, presto sarà chiamato a decidere. Roma, intanto, prepara le Olimpiadi, vi sono grandi cambiamenti. Lo Stadio Nazionale è diventato Flaminio, aveva tre tribune e viene innalzata la curva mancante. I campi del Parioli devono spostarsi per fare posto al parcheggio dello stadio. Parte della Rondinella e l’ippodromo che lambiva Villa Glori fanno da base alle case del nuovo Villaggio Olimpico. Il circolo emigra sulla Salaria, sotto Monte Antenne, il mons Ante Amnes, un colle che domina l’incrocio fra l’Aniene e il Tevere. Emigra anche Nicola, già più monegasco che romano. A Monaco, Ranieri Terzo lo aspetta per le consuete partitelle. L’importante è trovare una vittoria. Pietrangeli sa su cosa puntare. A Parigi Nick viene da un primo turno nel 1954 (ma al quinto, e contro Budge Patty, un campione vero), un terzo turno nel 1955 (Kurt Nielsen), i quarti del 1956 (Lew Hoad, che poi vinse il torneo). Nel 1957 la crescita subisce un arresto. Fu un anno importante, Nick conquista i suoi primi Internazionali e debutta in Australia, subito battuto da Mal Anderson, un grande tennista. Al Roland è testa di serie numero sei, ma gli ricapita Anderson al quale si sono dimenticati di dare una testa di serie, forse perché non sanno chi sia. Nick è fuori al quarto set. Va meglio nel 1958: ottavi, battuto da Ayala. Il 1959 è introdotto dalle vittorie a Francoforte su Mario Llamas (al quinto, in rimonta da 0-2), al Cairo e Catania, entrambe su Beppe Merlo e nel Campionato Partenopeo di Napoli, contro Neale Fraser. Parigi accoglie Nick con un nuovo presidente, Charles de Gaulle, il primo eletto con la nuova Costituzione. Nelle vetrine dei negozi compaiono le prime Barbie e le edicole annunciano la prossima uscita, sulla rivista Pilote, delle storie a fumetti di Asterix, il piccolo gallo furbo, baffuto e focoso che grazie a una pozione magica si oppone (ora e sempre) all’invasore romano. Nicola è l’esatto opposto. Un po’ francese, un po’ russo e un bel po’ italiano, aveva mischiato i geni famigliari evitando ingredienti che potessero turbare quell’insieme di morbida eleganza e di scanzonata pigrizia che lo rappresentava e ne amplificava il fascino di giocatore dalle variazioni geniali. Testa di serie numero tre, era entrato in gioco al secondo turno contro il solito Mario Llamas (63 36 75 62), messicano. Aveva un buonissimo sorteggio, Nicola, di quelli in cui si corre il rischio di abbassare la guardia. Terzo turno con Juan Manuel Couder (63 62 62), spagnolo; ottavi opposto a Torben Ulrich, musicista e pittore di grandi doti, regista, scrittore, tipo eccentrico e padre di Lars Ulrich, batterista dei Metallica. E sì, anche tennista, ma più da terreni veloci, meno abile sulle lande rosse di Porte d’Auteuil. Nicola passò oltre… 75 63 64. Nei quarti, contro Knight, altra passeggiata (61 62 61), ma la semifinale si annuncia per cuori forti. Neale Fraser non è nato per la terra rossa, ma nel 1959 ha già conquistato un Career Grand Slam in doppio e due titoli nel misto. Anche lui, come Nicola, è in attesa che il suo tennis si traduca nei titoli più importanti. Ci riuscirà in quello stesso anno, agli Us Open, l’anno dopo conquisterà Wimbledon e ancora gli Us Open. Ma Parigi val bene un’attesa, e Neale accetta il verdetto: 75 63 75 a favore di Pietrangeli che giunge in finale con un solo set perduto in tutto il torneo. È il 30 maggio 1959, e un italiano ha la possibilità di vincere il primo Grand Slam della nostra storia. Ian Clyde Vermaak, 26 anni, sei mesi più di Nicola, è la quarta testa di serie del torneo. Per grazia ricevuta, dato che di risultati – fuori dal suo Paese, il Sud Africa – ne vanta davvero pochi. Un ragazzo di origini olandesi, nato nella comunità boera di Empangeni, che molto vinse fra i tornei giovanili, ma nel circuito adulto ottenne buoni risultati solo a Johannesburg. A parte quel 1959, che lo vide vincitore a Southampton e East London, finalista a Filadelfia e Amburgo, risultati che al termine della stagione, la penultima della sua breve carriera (si ritirò a fine 1960), gli garantirono il decimo posto della classifica del giornalista Lance Tingay. Nick lo conosceva e non lo sottovalutò. Aveva braccia lunghe, Ian, si muoveva bene, i colpi erano solidi. E a sorpresa l’avvio fu tutto per il sudafricano, con un primo set quasi dominato. Pietrangeli fece sfoggio di calma e sapienza tattica, s’impossessò del palleggio, rallentò e cercò angoli lontani. Pareggiato il conto, il match si avviò alla sua fine più ovvia e il quarto set (36 62 64 61) si trasformò addirittura in passerella. Il tempo di alzare la Coppa e subito il doppio. Lì Pietrangeli e Sirola erano in finale da favoriti, avevano sconfitto un giovane Rod Laver (in coppia con Bob Mark) in cinque set nella semifinale, ed erano attesi dalla coppia numero due, Roy Emerson e Neale Fraser. Ne sortì un match ruvido, che gli aussies giunsero a un passo dal prolungare. Ma sul rosso, in quegli anni, Nick e Orlando erano i migliori. Pietrangeli dettava gli schemi e Sirola irrompeva felice a rete con i suoi due metri. Vinsero 63 62 12-10 e il trionfo di Nick fu completo. La seconda parte della carriera di Nicola comincia qui e fu più che luminosa. Ancora un titolo a Parigi nel 1960 (contro Ayala), le finali perse con Santana nel 1961 e nel 1964, il secondo successo negli Internazionali del 1961 a Torino, per il centenario dell’unità d’Italia, su un Laver dominato in quattro set, ma ormai prossimo (1962) a conquistare il primo dei due Grand Slam. Furono 44 le vittorie, tre a Montecarlo, due a Buenos Aires, quattro al Cairo, tre agli Internazionali di Palermo. La rinuncia ai 5.000 dollari dell’ingaggio ricevuto da Jack Kramer per diventare professionista. L’invenzione del calcetto. Poi la Davis, due volte da finalista, due da capitano, le polemiche per il viaggio in Cile e la vittoria, il matrimonio con la modella Susanna Artero, tre figli, la lunga storia d’amore con Licia Colò. Ma questa è la parte più nota della sua carriera, noi abbiamo puntato sugli anni giovanili. Su una storia che poteva essere diversa da quella che è stata, nella quale Nicola seppe trovare il suo inconfondibile modo di stare al mondo. Con una sola protezione a dargli riparo, la sua indiscutibile eleganza.

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Ercoli)

La rassegna stampa di venerdì 5 agosto 2022

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Agamenone «Non ho paura di sognare» (Lorenzo Ercoli, Corriere dello Sport)

A ventisei anni stava per abbandonare il tennis, tre stagioni dopo incanta Umago con una semifinale e si porta a un passo dalla top 100 mondiale. Potrebbe sembrare la trama del sequel di “Match Point”, scritta e diretta da Woody Allen, ma è semplicemente la storia di Franco Agamenone. Il racconto del tennista italo-argentino, dal 2020 in campo con nazionalità italiana, inizia nel 1993 a Cordoba, ma ha dei marcati tratti tricolore. «C’è stato un periodo in cui facevo fatica ad entrare in campo e a ogni sconfitta crollavo mentalmente. Prima di trasferirmi in Italia avevo quasi smesso di crederci», raccontava qualche tempo fa l’attuale numero 108 del mondo, a inizio 2020 ripartito fuori dalle prime mille posizioni. Giovane, Franco si era subito fatto strada come uno dei prospetti più interessanti del tennis argentino, ma non appena sono mancati i risultati nei primi anni di professionismo, sono venute meno anche le condizioni di stabilità economica. La rinascita parte da Lecce, dove ha trovato un ambiente ideale e soprattutto un maestro perfetto, Andrea Trono. Ingaggiato dal CT Mario Stasi come semplice giocatore per il campionato a squadre, Franco strega il capitano, che fa di tutto per convincerlo a provarci un’ultima volta. L’opera va a buon fine e regala un nuovo tennista alla batteria tricolore: «Qualche anno fa non stavo bene, ma ci ho provato di nuovo e a Lecce ho trovato la situazione perfetta. La gente mi vuole molto bene ed in qualche modo qui riesco a respirare l’odore di casa: sono davvero felice». La consacrazione di Franco è arrivata a più di 11.000 km dall’Argentina, la stessa distanza percorsa dai suoi bisnonni quando, come centinaia di migliaia di italiani a cavallo tra il 1902 ed il 1912, migrarono in Sud America alla ricerca di un futuro migliore. Più di cent’anni dopo Franco ha percorso la rotta inversa per cercare fortuna qui, lontano dagli affetti più cari. In tempi recenti la famiglia Agamenone è stata lontana per più di un anno e mezzo, la reunion è avvenuta a giugno in occasione della trasferta di Wimbledon. «Per chi ha famiglia in Argentina non è facile fare questo lavoro perché siamo sempre in giro e tornare a casa è molto più difficile per noi che per i giocatori europei. Rivederci dopo quasi due anni è stato un momento toccante per tutti. Siamo stati insieme per un mese e i miei genitori sono rimasti molto sorpresi dai miei miglioramenti in campo». Giocatore sopra il metro e novanta, Agamenone ha scoperto all’improvviso di poter giocare un tennis diverso, in grado di poterlo portare a vincere anche sul cemento. Nelle ultime due stagioni ha impreziosito la sua ascesa con i titoli Challenger di Praga, Kiev e Roma, ma i veri capolavori sono la partecipazione al tabellone principale del Roland Garros e la recente semifinale all’ATP 250 di Umago dove si è fermato al cospetto del n.1 d’Italia Jannik Sinner «Sono contento. Ho sempre creduto di poter arrivare vicino alla top 100 e adesso sono convinto di potermi spingere oltre: non ho paura di sognare. Il mio segreto? Non penso mai alla classifica ma solo a migliorare, il resto viene da sé».

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Burreddu). Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Fiorino)

La rassegna stampa di mercoledì 3 agosto 2022

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Zeppieri: «Io, tennista per caso grazie alla scuola» (Giorgio Burreddu, Corriere dello Sport)

Due anni fa stava per smettere. «Volevo farlo, sì. Fortuna che i miei genitori mi hanno fatto riflettere. Loro sono per la libertà: scegli tu, ma sempre con attenzione. E’ che non mi divertivo più, mi ero rotto. Ero bloccato». Se Giulio Zeppieri avesse lasciato il tennis, oggi mancherebbe un tassello prezioso al maestoso mosaico dello sport italiano. Andate a rivedervi la bellezza delle tre ore giocate da Zeppo (è così che lo chiamano) contro Alcaraz, a Umago, in semifinale, e capirete che il tennis azzurro ha colori infiniti. Uno è lui. «E’ stata la prima sfida contro un giocatore di quel livello. Carlos, sulla terra, è tra i primi tre del mondo. Io fermato dai crampi. Doveva andare così, quasi mi scappava da ridere. Però quel match mi ha fatto capire che a quel livello passo starci e che però devo lavorare ancora tanto. Il mio tennis è moderno, aggressivo per comandare lo scambio. Il gioco migliore lo faccio così, non quando temporeggio».

Il primo a contattarla dopo la partita contro Alcaraz?

 

La mia ragazza. Ma tutti sono contenti per me. E orgogliosi.

Come ha cominciato?

A scuola, prima elementare. C’erano due corsi pomeridiani di tennis, scelsi un po’ a caso. Facevo tantissimi sport. Calcio, nuoto, sci, baseball, basket. Sono iper competitivo. Quando, a dodici anni, ho capito di esserlo ad alto livello, ho pensato di potermi anche divertire.

Per lei che cos’è lo sport?

Apertura mentale. Vedo posti nuovi, conosco gente, altre culture. E poi mamma mi ha inculcato un pensiero: mai stare con le mani in mano.

Ha capito cosa ci vuole per essere un grande tennista?

Sì, da un po’: bisogna lavorare tutti i giorni, il talento non basta e la testa fa molto, il 70%. Ora sto giocando meglio di rovescio rispetto a prima, sto cercando di fare più lavori a rete. Il servizio e il dritto sono i miei colpi migliori, ma sto lavorando su tutto, per essere completo.

Qual è il suo sogno?

Diventare un tennista professionista e essere contento della mia vita. Guardare indietro e dire: no, non ho rimpianti. Mi piacerebbe vincere Roma o uno tra tutti gli Slam. Per ora l’obiettivo è migliorare. So che questo è un anno interlocutorio. Se finisco cento al mondo, bene. Ma non è un pensiero fisso. Vivo a Roma da qualche mese con altri cinque ragazzi, tutti tennisti, più piccoli e anche più grandi. E’ stato un passo importante. Io sono romano, ma sono cresciuto a Latina: gli amici , la famiglia, tutto lì. Lasciare casa non è facile. Però è un passo che andava fatto. Anche così si diventa grandi. 

Un’onda azzurra su New York: 34 italiani (Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

Un’ondata azzurra imperversa su New York Matteo Berrettini e Jannik Sinner sono pronti a guidare una spedizione italiana da record per gli Us Open, ultimo Slam stagionale al via il 22 agosto sui campi in cemento di Flushing Meadows con il tabellone di qualificazione, al quale sono iscritti per la prima volta nella storia ben 22 azzurri. I cinque italiani già sicuri di un posto nel main draw – oltre al romano e all’altoatesino ci sono Fabio Fognini, Lorenzo Sonego e Lorenzo Musetti – aspettano buone notizie dal plotone guidato da Franco Agamenone e Giulio Zeppieri. Dopo l’ottima prestazione contro Carlos Alcaraz, il tennista di Latina si prepara all’appuntamento negli States con tanta più consapevolezza. «Sono molto elettrizzato all’idea di poter giocare a New York – confessa Zeppieri – Immagino che assisteremo a tanti derby». Musetti, appena entrato per la prima volta in top 30 dopo essere diventato ad Amburgo il terzo italiano più giovane a conquistare un titolo ATP, è entusiasta. «Partirò martedì prossimo per Cincinnati. Spero di giocare più partite possibili prima degli Us Open per potermi riabituare alla superficie. Voglio mantenere la stessa mentalità propositiva di questo periodo». Nell’entry list femminile figurano invece Martina Trevisan, Camila Giorgi (chiamata a difendere prima il prestigioso titolo conquistato alla Rogers Cup), Jasmine Paolini e Lucia Bronzetti. Nel tabellone cadetto proveranno invece a sbaragliare la concorrenza altre tre azzurre: Sara Errani, Lucrezia Stefanini ed Elisabetta Cocciaretto. «Sarà un’esperienza nuova perché gli Us Open li ho giocati soltanto a livello juniores – rivela la marchigiana – ma darò il massimo per qualificarmi». Tra uomini e donne, dunque, i tennisti azzurri iscritti allo Slam americano sono 34. Una marea tricolore.

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