Internazionali, si gioca a Roma. "Tra metà e fine settembre" (Cocchi). "Internazionali con il pubblico" (Semeraro). Pietrangeli, ovvero l'eleganza (Azzolini)

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Cocchi). “Internazionali con il pubblico” (Semeraro). Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Azzolini)

La rassegna stampa del 30 maggio 2020

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Internazionali, si gioca a Roma. “Tra metà e fine settembre” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Internazionali di Roma a settembre, probabilmente il 14 o al più tardi il 20. […] Ma una certezza c’è, ovvero che il tennis in Italia ripartirà, e la conferma arriva dallo stesso presidente federale Binaghi: «In Italia il Politecnico di Torino ha sancito che il nostro oggi è lo sport più sicuro — ha raccontato Binaghi a SuperTennis —. Stiamo discutendo con il Governo per cercare di avviare la nostra Fase 3. Non appena daranno il via libera, abbiamo un intensissimo calendario di eventi individuali fra i quali il ritorno dei Campionati italiani Assoluti. Poi, c’è la grande novità di quest’anno: i campionati a squadre in estate». Ma il clou della stagione tennistica è rappresentato dal Masters 1000 di Roma, originariamente a maggio e in attesa di una collocazione precisa nel nuovo calendario: «Credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali Bnl d’Italia fra la metà e la fine di settembre — ha spiegato il presidente —. Mi dicono i romani che è un periodo straordinario, il migliore per il tennis. A breve avrò un colloquio col ministro dello Sport Spadafora». Tutto dipenderà dalla disputa o meno dello Us Open, dal 24 agosto al 13 settembre, e in bilico per la pandemia che sta ancora pesantemente affligendo New York. […]

“Internazionali con il pubblico” (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Gli Internazionali d’Italia si giocheranno a settembre, e non a porte chiuse. Questo è l’auspicio – fondato, ma ovviamente condizionato dall’evolversi della pandemia – del Presidente dall Fit Angelo Binaghi. «Stiamo discutendo con il Governo – ha spiegato Binaghi in una intervista a SuperTennis – per cercare di avviare quella che è la nostra Fase 3, l’avvio delle competizioni, anche se devo dire che eravamo molto più preoccupati per l’avvio della Fase 2 che era la più importante per i circoli e per gli insegnanti di tennis. Non appena ci daranno il via libera abbiamo pronto un calendario intensissimo». […] Io credo che, salvo grandi sconvolgimenti, andremo a riorganizzare gli Internazionali d’Italia tra la metà e la fine di settembre. Mi dicono, soprattutto i romani, che è un periodo straordinario, sicuramente meglio di metà maggio, quella che sarebbe stata la data naturale senza l’emergenza coronavirus. A breve avrò anche un colloquio col Ministro dello Sport, per cercare di capire in che termini riusciremo a far godere questa grande edizione al. nostro pubblico». Anche Parigi sta pensando a una soluzione simile, con capienza ridotta (il centrale del Roland Garros potrebbe ospitare 5000 spettatori invece dei consueti 15 mila) e percorsi obbligati. La data definitiva dipende dagli Us Open: se a New York (o in Florida) si giocherà a inizio settembre, Roma dovrebbe partire il 14 settembre, per permettere il distanziamento sportivo tra lo Slam americano e il Roland Garros che probabilmente scivolerebbe al 27 (con la settimana del 20 dedicata alle qualificazioni). Se gli Us Open do- vessero saltare, ci sarebbe invece più spazio e potrebbe rientrare in gioco anche Madrid (che ha una opzione indoor a novembre-dicembre se a Madrid salteranno le finali di Coppa Davis), con Roma piazzata al 20. Buone notizie intanto anche per le Atp Finals del 2021 a Torino: »Ringrazio il ministro Spadafora – ha aggiunto Binaghi – il Governo e tutto il Parlamento perché la conversione in legge del decreto sulle Atp Finals (avvenuta lo scorso 6 maggio, ndr), per noi fondamentale, è stato approvata con la quasi unanimità».

Pietrangeli, ovvero l’eleganza (Daniele Azzolini, Tuttosport)

I Cinquanta, al Parioli, furono gli anni del “tu” obbligatorio. Mai più il “voi” e neanche il “lei; solo il “tu” diretto, colloquiale e rispettoso finché si vuole, ma privo di steccati e separé. […] Cresciuto nella lingua del “voi; al giovane Nicola Pietrangeli sembrò di essere giunto in un paese di matti, ciò nonostante il circolo ricordava la bella casa lasciata a Tunisi, e ritenne fosse conveniente abituarsi rapidamente. Il Parioli era sorto in viale Tiziano, negli spazi lasciati liberi dallo Stadio Nazionale (poi Flaminio) e dal Campo della Rondinella, steso sulle vestigia romane tornate a far capolino con i lavori dell’Auditorium. Li Roma s’incunea in una larga ansa del Tevere, che in quegli anni segnava una zona di confine fra nuove costruzioni e stamberghe tirate su a calce e mattoni che si ammucchiavano fino alla riva del fiume. Una decina di ettari coltivati a campi sportivi in una zona che chiamavano “dei Giuochi Popolari”. Il tennis vi faceva da gradito ospite, ma per la popolarità avrebbe dovuto aspettare altri vent’anni. Non fu Nicola Pietrangeli a consegnare il tennis alle masse. Quello fu compito di Panatta. Nick ebbe il compito di mostrare al mondo che anche un italiano poteva vincere in quello sport dominato da americani e australiani. Il primo Slam della nostra storia giunse il 30 maggio 1959, a Parigi. E non fu il frutto del caso. Al Parioli Nicola Pietrangeli era il ragazzo di belle speranze. «Anvedi er Francia coma ggioca», lo attizzavano, lui che l’italiano ancora poco lo spiccicava. Ma quando nel suo bighellonare si spostava poco più in là, alla Rondinella, per indossare le scarpe bullonate da calciatore, le sue quotazioni salivano fino alla dimensione di campione. Avrebbe fatto strada quel giovanotto dalla pelle ambrata e il ciuffo a banana. Lo dicevano tutti. Ma nel calcio. Non nel tennis. Difensore dai piedi buonissimi, duro e creativo. In grado di trasformarsi in centrocampista. Uno Scirea sbocciato con venticinque anni di anticipo. L’amata Lazio lo prese a bordo, nelle giovanili. Il padre Giulio soffriva in silenzio. Anche con la racchetta in mano, Nicola era una bellezza. Rubava gli occhi, e sembrava in possesso di colpi e intuizioni proibiti agli altri del largo gruppo di ragazzetti (Giauna, Delli Colli, Stipa, Valerio) che di tanto in tanto veniva invitato dai più forti a misurarsi sul campo numero uno del circolo, il più vicino alla fontana che rinfrescava l’aria estiva ed era il posto preferito per le chiacchiere del pomeriggio e gli appuntamenti della sera. La scelta del tennis, alla fine, fu in linea con le speranze famigliari. Giulio Pietrangeli lo chiamavano “monsieur”. Fu promosso “monsieur Lacoste” quando prese l’incarico in via ufficiale di primo importatore italiano delle “chemises” a nido d’ape. Le piazzò a tutti i soci del circolo, continuò a venderle da casa, infine aprì un magazzino. Tremila lire, una Lacoste… Peggio di una sassata in quegli anni in cui la benzina costava 20 lire al litro. Ma di gran lunga le migliori. […] Nicola, nato a Tunisi, aveva cominciato a batti muro già da qualche anno. «La palla era nera», ricorda, «senza feltra solo gomma E la racchetta mi superava in altezza». Ci sapeva fare. Ci ha sempre saputo fare, Nick. Per vie naturali. Non aveva bisogno di allenarsi né di studiare tennis. Ken Rosewall, anni dopo, ammirato del talento più che del gioco a volte un po’ svogliato di Nick, inventò per lui questa breve parabola: «Se tutti i migliori tennisti si fossero ritrovati per tre mesi confinati su un’isola deserta, senza racchette né possibilità alcuna di allenarsi, e subito dopo li avessero obbligati a giocare tre tornei di fila, coi, a freddo, quei tre tornei li avrebbe vinti Pietrangeli. A mani basse». I colpi di Nicola sgorgavano spontanei, nascevano dalla straordinaria coordinazione del corpo, e le intuizioni erano il suo divertimento, facevano parte della ferma volontà di essere felice. Il sentimento che ha fatto da architrave alla sua vita. Anche il trofeo della prigione servì a strappare un sorriso. Un pettine bianco realizzato con la scheggia di una bomba. Alla mamma piacque, era il simbolo del riscatto. Per Nicola era un’altra storia da raccontare. Mostrava grandi doti di affabulatore, “Il Francia”; ma con la lingua sbagliata. L’italiano andava perfezionato in fretta. Il circolo gli venne in soccorso… LEZIONE DI STORIE […] Al Parioli Nick si cibò a lungo di questi racconti, ne apprese i tempi e i modi, i piccoli segreti, e li fece suoi. Raccontavano di uomini e tennisti mai visti, che lo affascinavano senza essere eroi. Vi riuscivano attraverso le loro ansie, le gaffe, le paure e le battute. Personaggi indimenticabili. Come Riccardo Sabbadini, fra i migliori tennisti degli anni Venti, azzurro e più volte campione italiano, che nel 1923, durante la finale degli Assoluti a Milano, inventò «la strategia del povero vecchio» per infinocchiare Cesare Colombo, milanese, e sfilargli una partita ormai persa. Erano 60 60 5-0, e al cambio di campo prima del game che tutti immaginavano conclusivo, Sabbadini si avvicinò all’avversario: «A Cesare», gli sussurrò, «e daje no? Famme fa’ almeno un gioco, nun me costringe a vergognamme, lo vedi che so vecchietto, so pure mezzo sciancato…». Colombo s’impietosì, gli regalò un game e Sabbadini si trasformò d’improvviso in un altro giocatore, fino a vincere al quinto set. Un altro era Roberto Wiss, buon doppista, che pretendeva lo chiamassero «Il Piave», perché quando si metteva a rete non passava nessuno. «Non passa lo straniero!», cantava a squarciagola. C’era Bepi Moro, portiere della Roma, che giocava le volée solo in tuffo. C’era Alberto Rabagliati, il cantante, che al circolo passava per lo struscio pomeridiano e s’inveleniva se nessuno gli chiedeva un autografo (i raccattapalle, a turno, furono istruiti alla bisogna). C’erano Brusati il regista, Colalucci il direttore del Tifone e una pletora di conti e marchesi abilissimi nel non tirare fuori un centesimo. Lo stesso accadeva negli altri circoli della capitale. Uno dei più in vista era il Tennis Roma, del quale era socio Mario Belardinelli. Nel 1946 fu trasferito dai due campi di viale del Policlinico a quelli dell’A.S.Asteria-Esperia vicino a Porta Metronia, in “zona Totti”. I due ragazzi più in vista erano i fratelli Marcello e Rolando Del Bello, ottimi giocatori e azzurri. Per abituarli a stare a rete, senza mai arretrare, il padre Oberdan, custode dei campi, si metteva sulla riga di fondo con una cinghia di cuoio pesante, che roteava incessantemente alle loro spalle. Chi avesse fatto un passo indietro avrebbe esposto schiena e glutei a spiacevoli rendez-vous con la cinghia. Storie bambine, quelle di Nicola. Le stesse che racconta Adriano. Non partono mai dalla fine, ma si rinnovano sempre, cambiano un po; aggungono zucchero, o benzina se serve, e ricominciano. Anche le più piccanti. Sfiorano, titillano, qualche volta si confondono, e nello svolgimento si ricoprono di risate, di piccoli tormentoni inseriti ad arte. Possono durare un’intera giornata, coprendosi di personaggi inauditi, di frequentazioni che lasciano a bocca aperta. Scusa Nick, ma Mastroianni chi? Mastroianni lui? Si, lui, ché quando non sapevano che fare si vedevano a via Veneto, per un caffè. E li spuntavano Virna Lisi e Walter Chiari, Anthony Quinn e Gassman, Tognazzi, Villaggio. Poi Verushka, ElizabethTaylor… E allora Nicola racconta della pasta De Cecco, quando in un gala organizzato a Los Angeles dalla Evert e da Barbara Sinatra per l’azienda italiana, Pietrangeli venne scambiato per il signor De Cecco e non se la senti di deludere nessuno. Trascorse l’intera serata a parlare di pasta e fece un figurone, con la Evert che lo conosceva benissimo e si vergognava come una pazza. Ci sono le foto a testimoniare dell’evento, lui e Frank Sinatra assieme, The Voice e mr. De Cecco nella didascalia. E Adriano gli ricorda di quella volta che andarono insieme in un night dove le ballerine si esibivano nella danza del ventre, «c’erano Quinn che mi aveva dato la sua Maserati Quattroporte e Ricardo Montalban. Anzi, Ricardo Gonzálo Pedro Montalbán Merino, attore messicano. Il mio idolo. “Gordon il Pirata Nero, “Il Grande Sentiero; “Fuga dal Pianeta delle Scimmie”. Era un locale famoso, bella gente, in tanti piazzavano mazzette di dollari nell’elastico degli slip delle danzatrici. Lo feci anch’ io. Attaccai il mio dollaro’ alla mutandina, e la ballerina mi guardò sconvolta, Nicola fece altrettanto, lo stesso gli altri che erano lì con noi. Mancava solo che s’interrompesse la musica e un faro di luce si posasse su di me. Un dollaro? Guardai la danzatrice e in perfetto romanesco le dissi… “Aho’, ‘n c’ho ‘na lira, sto’ in bianco”. Non so come, ma lei capi». QUALCOSA D’IMPORTANTE Vivere, senza malinconia. Ridere, delle follie del mondo. Perché la vita è bella, e la voglio vivere sempre più… Nicola Pietrangeli era un lasciapassare senza scadenza, un abbonamento per visitare il mondo, un invito ovunque. Conosciuto, sempre attesa desiderato. Ma l’apprendistato non mancò, anzi fu lungo, persino faticoso, anche per uno che aveva in dote l’arte di rendere facili le cose. Nel 1952, diciottenne, i primi Internazionali, due anni dopo il primo contatto con lo Slam. Nel 1954 prende forma il doppio con Sirola, durerà dieci anni. La prima vittoria nei Major arriva al Roland Garros, nel misto: è il 1958 e Nicola fa coppia con Shirley Bloomer, inglese di gambe robuste, decisamente atletica e vincitrice a Parigi l’anno prima in singolare. E siamo al 1959. Pietrangeli è a un passo dai 26 anni e sa che prima o poi toccherà a lui mettere mano su qualcosa d’importante. La stagione s’è fatta intensa, e la fuga dei giocatori più forti verso il professionismo sta cambiando i connotati al circuito. Anche Nick è sotto gli occhi dei promoter americani, presto sarà chiamato a decidere. Roma, intanto, prepara le Olimpiadi, vi sono grandi cambiamenti. Lo Stadio Nazionale è diventato Flaminio, aveva tre tribune e viene innalzata la curva mancante. I campi del Parioli devono spostarsi per fare posto al parcheggio dello stadio. Parte della Rondinella e l’ippodromo che lambiva Villa Glori fanno da base alle case del nuovo Villaggio Olimpico. Il circolo emigra sulla Salaria, sotto Monte Antenne, il mons Ante Amnes, un colle che domina l’incrocio fra l’Aniene e il Tevere. Emigra anche Nicola, già più monegasco che romano. A Monaco, Ranieri Terzo lo aspetta per le consuete partitelle. L’importante è trovare una vittoria. Pietrangeli sa su cosa puntare. A Parigi Nick viene da un primo turno nel 1954 (ma al quinto, e contro Budge Patty, un campione vero), un terzo turno nel 1955 (Kurt Nielsen), i quarti del 1956 (Lew Hoad, che poi vinse il torneo). Nel 1957 la crescita subisce un arresto. Fu un anno importante, Nick conquista i suoi primi Internazionali e debutta in Australia, subito battuto da Mal Anderson, un grande tennista. Al Roland è testa di serie numero sei, ma gli ricapita Anderson al quale si sono dimenticati di dare una testa di serie, forse perché non sanno chi sia. Nick è fuori al quarto set. Va meglio nel 1958: ottavi, battuto da Ayala. Il 1959 è introdotto dalle vittorie a Francoforte su Mario Llamas (al quinto, in rimonta da 0-2), al Cairo e Catania, entrambe su Beppe Merlo e nel Campionato Partenopeo di Napoli, contro Neale Fraser. Parigi accoglie Nick con un nuovo presidente, Charles de Gaulle, il primo eletto con la nuova Costituzione. Nelle vetrine dei negozi compaiono le prime Barbie e le edicole annunciano la prossima uscita, sulla rivista Pilote, delle storie a fumetti di Asterix, il piccolo gallo furbo, baffuto e focoso che grazie a una pozione magica si oppone (ora e sempre) all’invasore romano. Nicola è l’esatto opposto. Un po’ francese, un po’ russo e un bel po’ italiano, aveva mischiato i geni famigliari evitando ingredienti che potessero turbare quell’insieme di morbida eleganza e di scanzonata pigrizia che lo rappresentava e ne amplificava il fascino di giocatore dalle variazioni geniali. Testa di serie numero tre, era entrato in gioco al secondo turno contro il solito Mario Llamas (63 36 75 62), messicano. Aveva un buonissimo sorteggio, Nicola, di quelli in cui si corre il rischio di abbassare la guardia. Terzo turno con Juan Manuel Couder (63 62 62), spagnolo; ottavi opposto a Torben Ulrich, musicista e pittore di grandi doti, regista, scrittore, tipo eccentrico e padre di Lars Ulrich, batterista dei Metallica. E sì, anche tennista, ma più da terreni veloci, meno abile sulle lande rosse di Porte d’Auteuil. Nicola passò oltre… 75 63 64. Nei quarti, contro Knight, altra passeggiata (61 62 61), ma la semifinale si annuncia per cuori forti. Neale Fraser non è nato per la terra rossa, ma nel 1959 ha già conquistato un Career Grand Slam in doppio e due titoli nel misto. Anche lui, come Nicola, è in attesa che il suo tennis si traduca nei titoli più importanti. Ci riuscirà in quello stesso anno, agli Us Open, l’anno dopo conquisterà Wimbledon e ancora gli Us Open. Ma Parigi val bene un’attesa, e Neale accetta il verdetto: 75 63 75 a favore di Pietrangeli che giunge in finale con un solo set perduto in tutto il torneo. È il 30 maggio 1959, e un italiano ha la possibilità di vincere il primo Grand Slam della nostra storia. Ian Clyde Vermaak, 26 anni, sei mesi più di Nicola, è la quarta testa di serie del torneo. Per grazia ricevuta, dato che di risultati – fuori dal suo Paese, il Sud Africa – ne vanta davvero pochi. Un ragazzo di origini olandesi, nato nella comunità boera di Empangeni, che molto vinse fra i tornei giovanili, ma nel circuito adulto ottenne buoni risultati solo a Johannesburg. A parte quel 1959, che lo vide vincitore a Southampton e East London, finalista a Filadelfia e Amburgo, risultati che al termine della stagione, la penultima della sua breve carriera (si ritirò a fine 1960), gli garantirono il decimo posto della classifica del giornalista Lance Tingay. Nick lo conosceva e non lo sottovalutò. Aveva braccia lunghe, Ian, si muoveva bene, i colpi erano solidi. E a sorpresa l’avvio fu tutto per il sudafricano, con un primo set quasi dominato. Pietrangeli fece sfoggio di calma e sapienza tattica, s’impossessò del palleggio, rallentò e cercò angoli lontani. Pareggiato il conto, il match si avviò alla sua fine più ovvia e il quarto set (36 62 64 61) si trasformò addirittura in passerella. Il tempo di alzare la Coppa e subito il doppio. Lì Pietrangeli e Sirola erano in finale da favoriti, avevano sconfitto un giovane Rod Laver (in coppia con Bob Mark) in cinque set nella semifinale, ed erano attesi dalla coppia numero due, Roy Emerson e Neale Fraser. Ne sortì un match ruvido, che gli aussies giunsero a un passo dal prolungare. Ma sul rosso, in quegli anni, Nick e Orlando erano i migliori. Pietrangeli dettava gli schemi e Sirola irrompeva felice a rete con i suoi due metri. Vinsero 63 62 12-10 e il trionfo di Nick fu completo. La seconda parte della carriera di Nicola comincia qui e fu più che luminosa. Ancora un titolo a Parigi nel 1960 (contro Ayala), le finali perse con Santana nel 1961 e nel 1964, il secondo successo negli Internazionali del 1961 a Torino, per il centenario dell’unità d’Italia, su un Laver dominato in quattro set, ma ormai prossimo (1962) a conquistare il primo dei due Grand Slam. Furono 44 le vittorie, tre a Montecarlo, due a Buenos Aires, quattro al Cairo, tre agli Internazionali di Palermo. La rinuncia ai 5.000 dollari dell’ingaggio ricevuto da Jack Kramer per diventare professionista. L’invenzione del calcetto. Poi la Davis, due volte da finalista, due da capitano, le polemiche per il viaggio in Cile e la vittoria, il matrimonio con la modella Susanna Artero, tre figli, la lunga storia d’amore con Licia Colò. Ma questa è la parte più nota della sua carriera, noi abbiamo puntato sugli anni giovanili. Su una storia che poteva essere diversa da quella che è stata, nella quale Nicola seppe trovare il suo inconfondibile modo di stare al mondo. Con una sola protezione a dargli riparo, la sua indiscutibile eleganza.

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Sinner al terzo turno (Crivelli, Mastroluca, Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 21 gennaio 2022

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Sinner, corridoio verso i quarti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La notte è di Jannik. Se la promozione alla sessione serale doveva rappresentare un’investitura tra i protagonisti più attesi dello Slam degli antipodi per il giovane cavaliere azzurro, la prova è stata superata con l’autorevolezza dei grandi. Sinner domina lo yankee Johnson in meno di due ore e prosegue l’imperiosa marcia del 2021, con 5 vittorie in altrettanti match e nessun set concesso. Certo, arriveranno test più probanti, ma la solidità mentale e i progressi tecnici, soprattutto al servizio, sono da ammirare. E dopo una litania di sorteggi respingenti negli Slam, l’Australia sembra finalmente offrirgli l’autostrada della gloria: al terzo turno gli tocca il giapponese Daniel e poi negli ottavi il vincente tra De Minaur e Andujar, prima dell’eventuale incrocio con Tsitsipas nei magnifici otto. Largo ai sogni, che si allargano fino al potenziamento da lui stesso annunciato nel team con il famoso e fin qui ben celato supercoach: il cuore di Jannik sembrerebbe pulsare per Moya, attuale mentore di Nadal, ma nell’attesa si prospettano altre soluzioni di livello. Che tra i due team, quello di coach Piatti e quello di Rafa, i rapporti corrano sul filo della stima e dell’enorme rispetto, è dimostrato dalla scelta che il campione di 20 Slam fece un anno fa proprio in Australia, quando per le stringenti regole Covid ciascun giocatore poteva indicarne solo un altro per allenarsi insieme e Nadal prese con sé la stellina emergente della Val Pusteria. Restano poi le parole di Jannik prima degli Internazionali 2020, quando riuscì finalmente ad allenarsi con lo spagnolo: «Il mio idolo era Federer, ma adesso che ho palleggiato con Rafa e ho visto come si prepara, sono rimasto impressionato dalla sua concentrazione e dal suo perfezionismo». Insomma, la corrispondenza di amorosi sensi va avanti da tempo, ma resta un dettaglio non trascurabile: Moya si staccherà dal sodalizio solo nel momento in cui Nadal smetterà di giocare. E intanto? Lo scopriremo solo vivendo, mentre il presente racconta di un Jannik che contro Johnson ottiene l’82% di punti con la prima, concede appena una palla break e giganteggia con 30 vincenti: «In questo momento mi sto godendo il mio gioco, sono soddisfatto». Ma il corridoio verso la profondità della seconda settimana non lo scalda comunque: «Se Daniel è arrivato al terzo turno significa che se lo è meritato giocando bene. Non si va avanti in uno Slam per caso. A questo livello tutte le partite sono difficili, perciò sono favorito, è vero, ma solo sulla carta. Bisogna tener conto di tanti fattori, non sappiamo se farà caldo o ci sarà vento. Uno come Andy Murray lo devi battere. Lui ci è riuscito, io no. Sfrutterò la giornata di riposo per prepararmi al meglio e farmi trovare pronto». Non c’è dubbio, però, che il Sinner di questo inizio di stagione abbia conservato l’abbrivio delle sublimi, ultime uscite del 2021: «Io ci metto poco a ricaricare le batterie al termine di una stagione, sarà perché sono ancora giovane… Mi bastano pochi giorni a casa mia, in mezzo alle mie montagne. Mi ritrovo rapidamente lì, andando a sciare un paio di giorni. Mi aspetta comunque tanto lavoro per arrivare dove voglio io».

Sinner è diventato grande: «Io sono bravo» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Se un giocatore appare incontrastabile per gli avversari, pur facendo quel che gli risulta normale e replicabile, allora siamo davanti a un top player. È la sensazione che ha dato, e non per la prima volta, Jannik Sinner. Nell’amarcord contro Steve Johnson, l’altoatesino ha imposto una superiorità ineluttabile di fronte al baffuto statunitense. Il 6-2 6-4 6-3 finale rispecchia una partita senza storia, che l’azzurro ha chiuso con undici ace, l’82% di punti conquistati con la prima di servizio, una sola palla break concessa e salvata, 30 vincenti contro quindici errori. Dopo il terzo successo in altrettanti confronti diretti, Sinner ha mostrato rispetto verso l’avversario. «Quando batte, ha una prima precisa e difficile da leggere, era importante rispondere bene: ci sono riuscito e sono contento — ha detto —. L’ho fatto muovere, sono stato bravo a mescolare le carte in campo e sfruttare le occasioni». Per un posto negli ottavi, Sinner sfiderà Taro Daniel, giapponese che ha domato con un triplice 6-4 Andy Murray. Numero 120 del mondo, al massimo numero 64 nel 2018 quando ha vinto il suo unico titolo ATP a Istanbul, Daniel non aveva mai passato due turni in uno Slam prima d’ora. Di giapponese ha i tratti somatici e l’eredità genetica della madre, ex giocatrice di basket, ma è più che altro statunitense. È nato infatti a New York e vive in Florida, a Bradenton, dove si allena nell’accademia dello storico coach Nick Bollettieri. Daniel, ha sintetizzato Murray dopo la sconfitta, «è un giocatore molto solido, si muove bene e commette pochi errori. Non ti regala niente». Un avversario da non sottovalutare, dunque. Rischio che peraltro un giocatore come Sinner ancora imbattuto nel 2021 che ha perso un solo set nelle ultime otto partite giocate, non corre. […]

E’ un giovane jedi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Arduo da vedere il Lato Oscuro è, e se lo dice Yoda, il maestro di Star Wars, potete esserne certi. Non si vede dove possa annidarsi, né sotto quali mentite spoglie nascondersi o quali trappole possa aver escogitato la lugubre ombra del male, lungo il percorso che l’apprendista padawan Jannik Sinner sta affrontando in questi Open, nei quali lui è bravissimo, ma gli altri sembrano estratti a sorte da uno dei challenger giocati sul lungo mare di Melbourne. Jedi Semola è solido, una roccia. E incuriosisce e muove a compiacimento vedere un ragazzo di appena vent’anni cosi sul pezzo, così pervaso di buon senso e devoto all’ideale dell’apprendimento che non ha mai fine, lontano dalle furie sterili di altri della sua età, come Denis Shapovalov, o dall’equilibrio instabile di un Auger Aliassime, tanto più dalle crisi adolescenziali dell’amico Musetti. Proprio così, un giovane jedi che cresce felice di scoprire, giorno per giorno, i propri poteri. Dopo Sousa e Johnson, debellati con la regola del 3 (set), Semola non avrà il piacere di incontrare Andy Murray, che lo ha battuto a Stoccolma 2021, indoor. Troppo stanco, dopo le buone prove di Sydney e i 5 set con Basilashvili, e per questo (altro non potrebbe essere) infilato da Taro Daniel, giapponese, altro prodotto del tennis da challenger, esperto però di battaglie contro gli italiani, quasi tutte vinte. Anzi, tutte, almeno le ultime. Nelle qualificazioni dello Slam ha tiranneggiato su Arnaboldi, Moroni e Caruso. Musetti invece lo ha battuto ad Adelaide, primo turno del 250. «Non ci ho mai giocato, ma se ha battuto Murray vuol dire che ci sa fare», dice Sinner «Non sapevo di questa sua consuetudine con gli italiani, ma so invece che ogni turno di uno Slam riserva problemi e sorprese. Sono favorito sulla carta, lo accetto, ma dovrò dare il meglio. Lui con Murray ha giocato e vinto, io quando è capitato ho giocato e perso. O sbaglio?». […]

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Fuga da…Alcaraz (Crivelli). Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Mastroluca). Pericolo Alcaraz (Azzolini)

La rassegna stampa di giovedì 20 gennaio 2022

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Fuga da…Alcaraz (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Attenti al giovane toreador. Quel quarto di tabellone (la parte più alta) aveva in origine un padrone assoluto, Novak Djokovic, ma l’incredibile saga australiana del numero uno culminata con la revoca del visto e conseguente espulsione dal primo Slam stagionale, ha creato golose praterie per chi avrebbe dovuto incrociare il Djoker. Così, in quello spicchio, Matteo Berrettini si è ritrovato con la testa di serie più alta (la 7) e Lorenzo Sonego senza il più forte giocatore del mondo da affrontare già al terzo turno. Non si farebbe peccato a immaginare un quarto di finale tutto azzurro tra i due grandi amici, ma la realtà è decisamente più ostica. E viaggia a cavallo del talento, dei muscoli e dell’impressionante ferocia agonistica di Carlito Alcaraz, il diciottenne d’assalto signore delle ultime Next Gen, che sarà il rivale, complicatissimo, di Berretto fin dal prossimo step in un incrocio da fuochi d’artificio. A ottobre, nell’unico precedente tra i due a Vienna, l’esuberanza del murciano e la sua imperiosa crescita sorpresero il nostro numero uno. che però non era al top atleticamente e rimase ancorato alla partita soprattutto con l’orgoglio. Dunque, quel precedente segnala che ci vorrà un Matteo al top psicofisico per imporre le sue armi alla pericolosità del golden boy spagnolo. «Intanto – dice Matteo – ho recuperato completamente dal problema allo stomaco del primo turno, e mi sento molto meglio. Non è stato il miglior match della mia vita, ma sono soddisfatto di aver concesso cosi poco con il servizio» . Durante la sfida, in un accesso di rabbia, Berrettini se n’è uscito con la frase «non sono fatto per questo sport», dettata dalla rabbia del momento ma utile a scrollarlo: «Ogni tanto capita di darsi un po’ addosso, ma paradossalmente mi serve per trovare l’energia nervosa giusta». Soprattutto dopo una vigilia che ha stravolto tutti: «E’ strano non trovare Djokovic nel tabellone, e l’intera situazione è stata difficile per tutti. Il fatto che qui non ci sia il giocatore più forte del mondo è qualcosa dl diverso rispetto al solito. Ma io devo concentrarmi soltanto su Alcaraz. Averlo già affrontato mi può essere d’aiuto. Sarà un avversario caldissimo, fisicamente e soprattutto mentalmente è già molto maturo, è aggressivo e si muove bene, ma le caratteristiche di questo campo mi danno la possibilità di sfruttare le mie qualità, del resto si vive e ci si allena per giocare partite così, quindi sono pronto». *** Sembra quasi si siano letti nel pensiero: «Sarà una sfida eccitante – ammette Alcaraz – e non vedo l’ora di giocarla. Sono consapevole di affrontare un top player, il suo è uno dei servizi migliori del circuito e quindi sai già che ti metterà in difficoltà. E’ vero però che l’altra partita tra di noi l’ho vinta io, mi ricordo di essere stato molto aggressivo. Sarà fondamentale non permettere a Matteo di dominare il gioco e portarlo sul suo dritto. Da quel match sono cresciuto molto anche come esperienza». […]

Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Non è ancora una marcia in fa maggiore, quella di Matteo Berrettini a Melbourne. I problemi intestinali sofferti all’esordio contro Brandon Nakashima sono superati. «Stavolta tutto bene» ha scritto sull’obiettivo della telecamera dopo il 6-1 4-6 6-4 6-1 su Stefan Kozlov, classe 1998, qualche anno fa considerato la grande promessa del tennis USA. Una vittoria che lo lancia verso un terzo turno contro il diciottenne Carlos Alcaraz, il più giovane a debuttare come testa di serie in uno Slam dai tempi di Michael Chang nel 1990. I bookmakers danno sfavorito Berrettini, sconfitto dallo spagnolo l’autunno scorso a Vienna al tiebreak del terzo set. «Più affronto certi giocatori più li conosco. Alcaraz ha studiato me, io ho studiato lui. Qui per caratteristiche ambientali e di campo posso fare bene – ha detto l’azzurro -, Alcaraz è giovanissimo, ma fisicamente e soprattutto mentalmente sembra già molto maturo. Sono fiducioso, sarà importante far pesare la mia esperienza». RAGNO KOZLOV. Il piano sembrava ben avviato anche contro Kozlov, ma dopo aver vinto il primo set 6-1 Berrettini ha perso un po’ il filo della partita nel secondo set. A un certo punto, ha anche urlato di non essere fatto per questo sport. Non ha ancora perso del tutto l’abitudine di darsi addosso. Gli serve, ha spiegato, «a trovare l’energia nervosa giusta per reagire». Sostenuto dal servizio, ha chiuso con 21 ace e un’ottima resa con la prima, il numero 1 azzurro ha cambiato marcia nel terzo set poi ha beneficiato del calo fisico del rivale, che non aveva mai giocato un quarto set in carriera prima d’ora. «Ho completamente recuperato dal problema che ho avuto all’esordio – ha detto Berrettini -. Oggi non ho giocato il mio miglior match, ma Kozlov è come un ragno. Mi sono lasciato intrappolare nella sua ragnatela, poi però ho giocato sempre meglio e gli sono stato superiore dal punto di vista fisico». Dopo l’espulsione dall’Australia di Novak Djokovic, che l’aveva battuto negli ultimi tre Slam, Berrettini è la testa di serie più alta nel quarto più alto del main draw. «E’ strano non trovare Novak, l’intera situazione è stata difficile per tutti, lui per primo. II fatto che qui non ci sia il vincitore di tre degli ultimi quattro Major è qualcosa di diverso dal al solito. Ma io devo concentrarmi su Alcaraz, che è un ottimo giocatore». Alcaraz ha le idee chiare su quale potrà essere la chiave della partita. «Matteo è uno dei migliori battitori del circuito, è difficile leggere il suo servizio – ha detto dopo il successo sul serbo Dusan Lajovic -. A Vienna, ricordo che ho risposto davvero bene. È stata quella una delle principali ragioni della mia vittoria. Sarà fondamentale entrare in campo e attaccare, non lasciare che sia Matteo a dominare con il suo diritto. Di sicuro, sarà una partita divertente. Vediamo come andrà».

Pericolo Alcaraz (Daniele Azzolini, Tuttosport)

In un tennis a fumetti, i due che Matteo e Lorenzo hanno affrontato, farebbero la loro figura nei panni di Smarty, Greasy e Stupid, o Wheezy, le sciroccate faine del commando Morton che devono arrestare Roger Rabbit a Cartoonia. A Stefan Kozlov manca solo il berretto con l’elica. A Oscar Otte un’ombra che ne insegua, sbagliando direzione, i movimenti del corpo. Il commando precede l’ingresso in scena dei grandi cattivi, di cui Capitan Alcaraz assembla alcune delle caratteristiche più nocive, su tutte la mistica determinazione a liberarsi in ogni modo di qualsiasi possibile intralcio. Salvo ricordare che i buoni alla fine vincono, quasi sempre. Come non si sa. Del resto, neanche Berrettini e Sonego, al momento, ne hanno la benché minima idea. Se il problema è Carlitos Alcaraz, Berrettini ha tempo ventiquattro ore, nelle quali dovrà riposare, liberare il corpaccione dalle scorie di un match che sperava più breve e disporre uno straccio di tattica per opporsi al diciottenne spagnolo. Lo farà partendo dalle impressioni ricavate dal match di Vienna, nei quarti, lo scorso ottobre. Lì l’allievo di Juan Carlos Ferrero straripò un un primo set vorticoso. E’ questa una delle sue prerogative, dovuta in parte all’età che gli consente di non avvertire il peso dello stress o delle fatiche accumulate. Le quali, in effetti, manco ci sono, data la facilità con cui divelle gli avversari. In primo turno il povero Tabilo, stracciato manco fosse una T shirt infeltrita, ieri Dusan Lajovic, che con spirito patriottico si cinge di bandiere serbe e di dichiarazioni evitabili. «Ci penseremo noi, i suoi amici, a tenere alto il nome di Djokovic nel torneo, e a ricordare a tutti ciò che è successo». A Vienna Carlitos partì svelto, Berrettini scese in campo solo all’inizio del secondo set, ma riuscì a vincere il tie break e a portare il terzo al gioco decisivo. La vittoria se la prese Alcaraz, ma d’un soffio: «So bene come gioca, lo spagnolo. So che sarà una sfida zeppa di trappole, ma da giocare a viso aperto, e questi sono i match che mi piacciono di più. Credo che questa superficie mi favorisca, malgrado le magagne di questi giorni sento bene la palla, e i rimbalzi sono giusti per le mie caratteristiche». […]

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Rassegna stampa

Sinner, buona la prima (Pierelli, Mastroluca, Azzolini). Maratona da favola, riecco l’Highlander (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 19 gennaio 2022

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Sinner crescente (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

L’Australia gli piace e le partenze a razzo di inizio stagione ormai sono una costante della giovane carriera di Jannik Sinner: nel 2021 vinse Melbourne 1, quest’anno non ha sbagliato un colpo in singolare nell’Atp Cup e ora sta cercando feeling anche con il primo Slam della stagione, dove al massimo ha raggiunto il secondo turno. Gli obiettivi del rosso di Sesto Pusteria sono immutati: giocare almeno 60 partite all’anno e fare il meglio possibile nei tornei più importanti, quelli che danno lustro alla carriera dei campioni. E per fare questo ha annunciato una sorpresa: allargherà il team, come rivelato da lui stesso dopo la travolgente vittoria in tre set contro il lucky loser portoghese Joao Sousa. «Come sapete – ha detto Sinner – da un po’ di tempo il mio team è composto da me e da altre tre persone: assieme all’allenatore Riccardo Piatti ci sono il fisioterapista Claudio Zimaglia e il preparatore Dalibor Sirola. A breve ci sarà un quinto componente, ma per adesso non posso dirvi altro». In attesa di sapere novità, si può ricordare come in passato, spesso, Riccardo Piatti abbia parlato di affiancare una figura di peso tipo quella di John McEnroe per permettere al suo pupillo di allargare gli orizzonti e assorbire insegnamenti che possono essere molto importanti. Staremo a vedere. Intanto Jannik parte nel migliore dei modi: Joao Sousa è spazzato via in tre comodi set, in poco più di due ore di gioco. Al prossimo turno l’altoatesino avrà l’americano Steve Johnson che ha già battuto a Roma 2019 e a Washington 2021. «Ricordo bene gli incontri con Johnson – ha detto Jannik -, in particolare quello del Foro Italico: ero sotto nel punteggio, facevo molta fatica, e il pubblico mi aiutò a tirarmi fuori dai guai e a vincere. In generale mi sento di essere la stessa persona di allora, anche se allo stesso tempo cresco, maturo, come ho fatto negli ultimi mesi. Mi chiedete del ranking e non posso certo dire che non mi interessi. Però non per il numerino di fianco al mio nome, ma perché la classifica è la diretta conseguenza dei risultati: ogni volta che vinci fai un piccolo passo in avanti. Ma non bisogna farsi abbagliare: certi obiettivi vanno valutati nel lungo periodo. So di avere tanto ancora da imparare. Penso al servizio, al gioco di volo, alla necessità di fare delle variazioni. Ci vuole quella pazienza che può essere la tua migliore amica o la tua peggiore nemica, a seconda dei momenti. Anche io sembro calmo, ma ogni tanto la fretta mi spinge a commettere degli errori, a perdere l’equilibrio del mio gioco. Io ho la fortuna di avere un team solido che mi aiuta a rimanere calmo». […]

Sinner vola sulle ali del vento (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Federico Zampaglione, il cantante dei Tiromancino, voleva imparare dal vento a respirare. Janník Sinner, invece, dal vento ha imparato che la velocità serve più della pazienza delle onde. Nella nuova Kia Arena l’altoatesino ha fatto tesoro del ricordo della sconfitta di due anni fa contro Marton Fucsovics. Il risultato è una netta vittoria sul lucky loser portoghese Joao Sousa. «Mi sono dovuto adattare in fretta alle nuove condizioni – ha detto -. Mi sono ricordato della partita che avevo perso due anni fa in condizioni ventose, e allora Fucsovics era stato bravo a comprendere la situazione andando spesso a rete per chiudere il punto. Così stavolta mi sono in un certo senso imposto di andare a giocare al volo più spesso del solito. Alla fine la tattica ha pagato». Il 6-4 7-5 6-1 vale al ventenne altoatesino la quarta vittoria consecutiva in questa trasferta australiana, iniziata con la presenza da secondo singolarista azzurro in ATP Cup, competizione a squadre in cui si è messo alla prova anche in doppio con Matteo Berrettini. I bookmaker gli danno più chances di conquistare il titolo a Melbourne di Berrettini e lo considerano, complessivamente, come il quinto favorito dopo Medvedev, Zverev, Nadal e Tsitsipas, facile vincitore ieri sullo svedese Mikael Ymer. Giovedì, il ventenne di Sesto Pusteria ritroverà Steve Johnson. Tre anni fa, agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, contro l’ex Top 20 festeggiò il primo successo in un Masters 1000 con sobrietà inattesa. Allora Jannik era poco più di un ragazzino alto e magro con una cascata di capelli rossi e tanta voglia di arrivare. «Ricordo bene il nostro match a Roma – ha detto in conferenza stampa Sinner -. Oggi sento di essere la stessa persona di allora. Ma allo stesso tempo cresco, maturo, l’ho fatto anche negli ultimi mesi. Non solo come giocatore ma anche nel privato. Quella partita al Foro Italico non me la scorderò mai: ero sotto nel punteggio, facevo fatica, ma il pubblico mi ha aiutato a tirarmi fuori e a vincere. Finora è senza dubbio uno dei momenti più belli della mia carriera».

Il certo e l’incerto (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È lui il più bravo, diceva Jannik, ma a vederli oggi non si direbbe. Sinner e Musetti sembrano finiti in due zone opposte del tennis, lontanissime, agli antipodi. Non c’entrano le vittorie, la classifica. E nemmeno i risultati delle loro ultime fatiche nella notte australiana. Jannik aveva la strada spianata, un avversario a portata di racchetta, inferiore per tecnica e velocità dei colpi Musetti sapeva di avere un percorso in salita, che si sarebbe presto ridotto a un acciottolato stretto e scivoloso se non avesse imposto ad Alex de Minaur buoni diritti che gli vengono da una classe eccelsa. Sostenendoli però con il sudore di una prova vigorosa, pronto a sporcarsi le mani e a dare battaglia centimetro su centimetro. Ma così non è stato. La differenza la fa ciò che i due portano in campo, insieme con gli attrezzi del mestiere. Nel borsone di Sinner ci sono racchette e certezze. In quello di Musetti le certezze ci sono state, oggi regna la confusione che sul campo si traduce nel trambusto di un tennis che fa seguire ai colpi più spettacolari soluzioni che paiono tirate vie, senza un perché. Semola è un giovane vecchio, il suo team l’ha messo a parte di un progetto che lo porterà in alto per restarci a lungo, lui l’ha fatto suo e non deroga dagli schemi che ormai gli sono familiari. Ne ha dato prova anche ieri, dopo i tre set inflitti a Scusa. «Mi chiedete spesso della classifica, e sarebbe sciocco se vi rispondessi che non mi interessa. Mi interessa eccome, ma non tanto per il numero accanto al mio nome, quanto per essere la diretta conseguenza dei risultati che riesco a ottenere. Se vinco, salgo. Ma non mi faccio abbagliare. L’obiettivo è dato dall’evoluzione del gioco. Ci sono questioni tecniche da perfezionare. Tante. Servizio, gioco a volo, variazioni, rotazioni. Ci lavoriamo lutti i giorni, ma la conclusione è sempre la stessa: ho ancora molto da imparare. Ci vuole pazienza. C’è un team che mi aiuta a stare calmo. Ma a volte la fretta si fa strada, e allora avverto che l’equilibrio del mio gioco rischia di andare in frantumi». Musetti si stringe al primo set, giocato davvero molto bene, sebbene la magia si sia esaurita troppo presto per sperare di battere de Minaur. «Davanti al suo pubblico Alex è davvero un demonio. Sapevo che sarebbe stata dura, ma nel primo set mi riusciva tutto. Poi sono stato più discontinuo. Da domani si ricomincia, allenamento e lavoro». […]

 Maratona da favola, riecco l’Highlander: «Ho sofferto tanto» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Il pensiero non può che tornare a tre anni fa, quando Andy Murray lasciò Melbourne in lacrime dopo la sconfitta al primo turno contro Bautista Augut. Quella avrebbe potuto essere l’ultima partita della sua carriera, il dolore all’anca destra era troppo forte per andare avanti: lo scozzese annunciò che si sarebbe fermato, non sapendo se sarebbe mai potuto tornare in campo. Invece, dopo gli interventi chirurgici a cui si è sottoposto, si e piano piano ricostruito, andando a giocare con umiltà anche i challenger (come ad esempio a Biella a febbraio), lui che e stato due volte oro olimpico nonché eroe di tre Slam. E ora eccolo qua, a 34 anni, capace di vincere al quinto set contro Basilashvili. Dopo una battaglia di 3 ore e 52 minuti nello Slam che lo ha visto cinque volte finalista ma sempre respinto all’ultimo metro: quattro volte da Novak Djokovic e una da Roger Federer. Per Murray si e trattato del primo successo agli Australian Open a distanza di cinque anni: ha saltato il 2018 e 2020 per infortunio e il 2021 per il Covid. Stavolta, da numero 113 del mondo, ha potuto beneficiare della wild card. E l’ha sfruttata nel migliore dei modi: adesso è ritornato virtualmente nei primi 100. «Tre anni fa, qui in pratica davo l’addio al tennis – ha detto lo scozzese dopo il match -, ma l’impressione che ho avuto è quella di non averlo mai abbandonato, anche se sono stato fermo tanto tempo. È stata dura. Ho capito che avrei potuto continuare a giocare verso la fine del 2019, durante I tornei in Asia. Ma il dolore all’anca mi condiziona ancora e so di non poter dare il massimo in tutti i tornei. La strada intrapresa è quella giusta, però è difficile pensare di tornare al livello di qualche anno fa». Adesso Andy avrà un possibile secondo turno contro Taro Daniel: se saltasse anche questo ostacolo potrebbe trovarsi di fronte Jannik Sinner, impegnato contro Steve Johnson. «Mi piacerebbe andare il più avanti possibile – ha aggiunto Murray – è qualcosa che negli Slam mi manca da tanto e che mi motiva. Qui comunque ho giocato alcuni dei miei match migliori e mi sento a mio agio. Quindi...».

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