I re del Roland Garros: Federer e quel riscatto color mattone

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I re del Roland Garros: Federer e quel riscatto color mattone

L’ultimo dei nostri re è Roger Federer, capace di trionfare sul rosso di Parigi nel 2009. Anche grazie al vichingo di Tibro

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Con questo articolo, si conclude la nostra raccolta dedicata ai re e alle regine del Roland Garros.


Secondo un manuale apocrifo in tema di tattica, sul quaranta pari sarebbe buona creanza colpire sodo ampiamente all’interno delle righe, tanto per sortire dalla faccenda con fare più da lepre che non da segugio. Ma, come dice l’adagio, non è sempre oro colato! Così, fedele al suggerimento, Robin Soderling sembrò tradire una certa sorpresa quando un arrischiato slice a uscire l’aveva spinto nei dintorni del pubblico laterale prima di essere chiamato all’angolo opposto per riparare a un maledetto diagonale che se ne infischiava delle buone creanze. Una volta sulla palla, aveva organizzato un passante di rovescio senza troppe pretese lasciando che il satanasso oltre la rete castigasse il tiraccio con una volée vincente di diritto.

Una manovra che aveva portato il punteggio sulla punta dell’iceberg per via di un match point che valeva il Roland Garros 2009. Un punto risolutore che di lì a poco si sarebbe consumato nel fragoroso silenzio dello Chatrier tramite il rito secolare del servizio. Una… due… tre, per otto volte il manto rosso più famoso al mondo restituiva la palla a una mano sinistra nervosa ma non troppo. La stessa che subito dopo si era mossa all’insù liberando la sfera nel cielo sovrastante mentre la destra, armata di racchetta, andava a colpire con violenza destinazione il diritto dello svedese. Per uno strano influsso astrale, quel colpo, che lungo tutto il torneo aveva fatto sfracelli, non era in grado di predisporre una qualsivoglia replica spedendo malamente l’oggetto gommoso tra le ingloriose maglie della rete.

Un batter di ciglia, e l’esplosione del pubblico deflagrava frattanto che un tremante Roger Federer, piegato sulle ginocchia, liberava – nel bel mezzo del grande centrale – un urlo degno di Munch, rivelato soltanto da un marcato labiale che lasciava il sonoro al frastuono generale. Un’apoteosi che rapiva lo svizzero verso uno stato di beata sospensione, uno di quegli spazi eterei in cui il presente si espande all’infinito e il tempo non ha più valore. Una bolla nella quale un Federer lacrimante andava sprigionando sensazioni a briglia sciolta in un misto a mezza via tra gioia e orgoglio. Tutt’intorno l’infinità di volti non oscillava più da un lato all’altro al ritmo degli scambi, ma di colpo si posava su di lui indagando in quegli occhi un semestre alle spalle volato via tra una finale in Australia e qualche semi racimolata qua e là a Doha, Miami e Indian Wells. Un periodo che aveva fatto guardare a lui quasi come a un giocatore in forte crisi.

Dal lato opposto, Soderling muoveva lentamente un primo passo verso la stretta di mano, mentre, il vincitore, ancora estraneo a tutto, si attardava sulle immagini della sua campagna sulle sabbie rosse della vecchia Europa. Dall’uscita con Wawrinka al secondo turno di Montecarlo alla semifinale persa a Roma contro un Djokovic non era accaduto nulla di esaltante! Poi c’erano stati i 674 metri che dal livello del mare conducono a Madrid e la palla, come per incanto, aveva ripreso a viaggiare. In una Caja Magica semi-assolata li aveva messi tutti in fila riservandosi, nel match clou, la gratificazione di un duplice 6-4 rifilato a un frastornato Nadal. In un impulso di ritrovato amor proprio aveva fatto sfoggio di spiccate qualità adattive coniugandole alla grande voglia di riscatto maturata in cinque sconfitte di fila patite dall’iberico.

 
Federer e Nadal dopo la finale di Madrid 2009

Ginocchi a terra e volto tra le mani, ora carpiva l’attimo per vagare tra le tappe di quei Campionati di Francia iniziati con i presagi di ostinati bookmaker che, a dispetto della fresca performance madrilena, assegnavano a Nadal un 70% di vittoria contro un misero 15% a lui riservato.

Un Roland Garros nel quale tutti inseguivano qualcosa: il maiorchino guardava al quinto trionfo consecutivo sulla terra di Francia e al sorpasso di Bjorn Borg fermo a quattro; Djokovic bramava un’attesa consacrazione dopo aver tenuto lo spagnolo sul crinale della semi a Madrid con tre match point tutti annullati ma letti con fiducia: “Mi manca poco” andava dicendo ai giornalisti, “… e posso batterlo proprio qui a Parigi”. Anche Murray, forte dei risultati a Indian Wells e Miami sentiva di poter dire la sua su una superficie diversa dal cemento. Tra sé e sé, Federer scorreva l’inebriante sogno di quel 14° Slam da vivere in compagnia di Pete Sampras. Infine c’erano i sogni dei tanti passati per il botteghino, migliaia di appassionati che avrebbero fatto carte false pur di veder replicata la finale delle ultime tre edizioni. 

E pensiero dietro pensiero, si era lasciato andare ai fotogrammi di quel viaggio appena giunto in porto. In un caldo parigino di fine maggio, il turno d’esordio se n’era andato liscio come l’olio, mentre in quello successivo era incappato in due tie-break per domare un sorprendente Acasuso. Punto su punto era volato, quindi, agli ottavi per rischiare grosso contro un Haas particolarmente ispirato: due set sotto, era stato chiamato a salvare una palla break sul 3-4 del terzo con un diritto a sventaglio finito per spizzare la riga laterale. Fosse atterrata un unghia più in là, il tedesco avrebbe servito per il match e sarebbero stati guai. Nei quarti aveva respirato l’amore del pubblico sebbene oltre la rete ci fosse Gael Monfils, un gatto sornione da prendere comunque con le molle. “Parigi sembra avermi adottato” aveva detto subito dopo il match, “… e la gente vuole che io vinca questo torneo.

In effetti, in quel Roland Garros anche il destino sembrò invaghirsi di lui. Lo aveva fatto con segnali tangibili in arrivo da un irriducibile Kohlschreiber che troncava negli ottavi le velleità di Djokovic e da un potente Fernando Gonzales che nei quarti aveva fatto altrettanto con quelle nutrite da Murray. 

Un film nel quale, una volta in piedi, lo svizzero andava lentamente rievocando anche i tratti della terribile semifinale in cui era ricorso a geometrie inedite pur di evitare il diritto al tritolo di un Del Potro già sulla soglia del grande tennis. Due set a uno sotto, si era tirato fuori dalla buca destabilizzando il gigante di Tandill con smorzate di altissima fattura. L’aveva riportata per il rotto della cuffia chiudendo solo 6-4 al quinto.

Scorrevano i titoli di coda quando, infarinato di rossiccio, aveva mosso i primi passi verso l’uomo della provvidenza, quello che negli ottavi l’aveva fatta grossa fermando, a suon di randellate, nientemeno che Rafael Nadal! A Porte D’Auteuil, lo spagnolo non conosceva sconfitta: 29 vittorie su 29 incontri durante i quali aveva lasciato per strada la miseria di cinque set. Non bastasse, il confronto era stato segnato anche da uno smaccato appoggio rivolto dal pubblico al giovane svedese. Qualcosa che aveva stizzito il campione uscente: “Sono deluso”, avrebbe tuonato qualche giorno dopo da Manacor, “ho vinto quattro volte il torneo e l’altro giorno sono uscito dal campo senza lo straccio di un applauso. Anzi ho sentito pure qualche fischio. Accade solo in Francia”.

Chi l’avrebbe detto, deve aver pensato Federer deambulando senza fretta, che a interrompere il record di Rafa sarebbe stato un marcantonio di quasi due metri disceso dal freddo Gotaland, nel sud della Svezia, in un momento in cui il tennis da quelle parti navigava in completa bonaccia? Randellando il diritto come un vichingo con ascia in mano, l’omone di Tibro aveva spinto lo spagnolo alla difesa punendolo a tratti con incursioni a rete coronate da successo. L’avanzata del nordico si era infranta solo sui tre set della finale appena andata in onda, durante i quali i colpi di Federer avevano sprizzato il peso della sapienza e dei record macinati. Troppo, anche per un outsider con i fiocchi che tornava sotto i riflettori dopo un periodo luci e ombre.

Robin Soderling

Ora era lì, poggiato a una rete di metà campo in attesa che il vincitore coprisse i metri mancanti al saluto di rito. Quel Federer dagli occhi lucidi che aveva messo ordine nel paradiso del tennis divenendo l’alfiere, insieme a Sampras, di 14 major sfoggiati in bacheca. “Sei il più forte della storia”, dirà lo scandinavo durante la stretta di mano, “… meriti il titolo”. Tornato in sé, Roger Federer ignorava quanto la vittoria parigina fosse infarcita di record bislacchi amati dai pennaioli accaniti di statistica. Di certo sapeva quanto quel Roland Garros 2009 fosse una quadratura mentale più che tecnica, una risposta alle tre finali perse e un segnale univoco a chi in quel semestre, l’aveva spacciato quasi per un ex. Per lui, avvezzo al verde in Church Road, la gioia più grande passava, quella volta, per un riscatto color mattone consumato sulle faticose sabbie in Bois de Boulogne.

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Omaggio a Paolo Lorenzi, che si ritira dal tennis

Il tennista senese ha annunciato il ritiro dopo la sconfitta nelle qualificazioni US Open – che eredità ci lascia?

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto John Martin)

La cronaca precede sempre il commento: Paolo Lorenzi ha deciso di ritirarsi in seguito alla sconfitta per 6-4 6-3 contro Maxime Janvier. Questa informazione non arriva come un fulmine a ciel sereno: nel 2021 le vittorie erano state solo sei a fronte di diciannove sconfitte fra tabelloni principali, qualificazioni e Challenger, mentre le rivoluzioni terrestri che spingono sulle articolazioni galoppano sempre più rapidamente verso le quaranta. “Quest’anno è stato tutto più difficile, ho avuto qualche infortunio, sapevo che il mio corpo non era più come prima”, ha detto dopo l’incontro, come riportato dalla Gazzetta dello Sport. Devi capire quando è il momento di finire”.

Ma Paolo Lorenzi è rimasto fedele a sé stesso, e prima di smettere si è regalato un ultimo colpo di coda nel torneo dello Slam che gli ha regalato più soddisfazioni. Al primo turno delle qualificazioni ha infatti battuto un altro veterano come Joao Sousa (tds N.27) per 7-6(5) 1-6 7-5, e lo ha fatto alla Paolo Lorenzi, vale a dire in quasi tre ore, vincendo ben quattordici punti in meno rispetto all’avversario e concedendo più del doppio delle palle break, in gran parte salvate.

Ha forse vinto immeritatamente? No, è semplicemente riuscito per un’ultima volta a fare affidamento sulle armi che l’hanno contraddistinto, su tutte una volontà di rimanere attaccato ai punti che ha spesso e volentieri sopperito alla mancanza di potenza e che l’ha reso uno working class hero della racchetta. E infatti Thomas Fabbiano, anche lui impegnato nel tabellone cadetto (battuto al primo turno da Laaksonen), l’ha celebrato scrivendo su Instagram: “Ultimo match in carriera? Neanche per sogno!”

 

Come detto, Flushing Meadows è di gran lunga il suo Slam preferito (e gli States il suo Paese d’adozione): negli altri tre ha complessivamente vinto cinque incontri senza mai superare il secondo turno, mentre nel main draw newyorchese ne ha portati a casa nove, quasi il doppio, raggiungendo gli ottavi nel 2017 (perse da un Kevin Anderson in procinto di raggiungere la prima finale Slam in carriera) e il terzo turno nel 2016 (quando per due set morse le caviglie ad Andy Murray, di lì a poco campione del mondo) e nel 2019 quando vinse due match infiniti con avversari le cui età complessive non raggiungevano la sua, prima di soccombere a Stan Wawrinka. Ogni volta che sono qui, sono felice, ecco perché ho scelto New York per ritirarmi, ha detto infatti dopo la sconfitta con Janvier.

Questi non sono gli unici risultati di rilievo: 110 vittorie e 185 sconfitte a livello ATP; un titolo a Kitzbuhel 2016 a quasi 35 anni (ha giocato quattro finali nel circuito maggiore, tutte sulla terra, la prima a 32 anni a Sao Paulo); ben 39 finali Challenger con 21 titoli fra il 2006 e il 2019; poche partite in Davis (nove in singolare e una in doppio) ma con tanti quinti set (con Cilic nel 2013, con Chiudinelli nel 2016 e in coppia con Fognini contro Del Potro/Pella sempre nel suo anno migliore). A questo si aggiunge il fregio di essere stato il numero uno d’Italia nel 2016: all’epoca la Top 100 vedeva lo Stivale rappresentato esclusivamente da lui al N.40, Fabio Fognini al N.49 ed Andreas Seppi al N.87, un’epoca decisamente lontana dai successi attuali e presumibilmente futuri.

Al di là di tutto, però, qual è l’eredità di Paolo Lorenzi?

I suoi match sono sempre stati connotati come degli emblemi di una certa scala di valori, e conseguentemente lui è sempre stato vissuto come un’epitome: l’epitome dell’abnegazione, l’epitome della capacità di estrarre ogni oncia di talento da sé stessi, e, quando era al suo picco di numero uno d’Italia, l’epitome di un movimento in cattiva salute. Ma questa rappresentazione francamente un po’ bi-dimensionale sembra tralasciare alcuni aspetti che invece rendono Lorenzi umano ed eccezionale al tempo stesso.

Il suo modo di giocare è forse l’elemento che lo accomuna più di tutti a noi appassionati. Chiunque abbia giocato a livelli più o meno alti (nel caso dell’autore di questo articolo forse è meglio dire “più o meno bassi”), deficitando di colpi risolutivi e centimetri, si sarà prima o poi e sovente trovato/trovata ad affrontare interi match di remate da fondo campo, ribattendo con moonball su moonball (i cui flirt con la ionosfera dipendevano dalla presenza o meno del pallone aerostatico) agli attacchi del nerboruto avversario di turno, sperando di vincere nella battaglia a chi si stanca prima.

Questa dinamica di potere non si vede praticamente più a livello professionistico: ogni Top 100 deve essere in grado di vincere un’alta percentuale di punti rapidi e, se necessario, di essere padrone del proprio destino. Non Lorenzi però: Lorenzi si è sempre difeso colpo su colpo, e l’ha fatto per vent’anni senza mai cadere preda della frustrazione, facendo sapere fin da subito all’avversario che la partita l’avrebbe dovuta vincere lui. Più di tutto, però, in uno sport con una dimensione multimediale spiccata come il tennis, Lorenzi è stato disposto a sacrificare il suo corpo percorrendo innumerevoli fino a scomparire dall’inquadratura in nome della propria dedizione. Di nuovo, un working class hero, ma siamo sicuri di non stare appiccicando definizioni che, nell’idealizzarla, sminuiscono la sua figura?

Al di là delle considerazioni più prosaiche (“lo pagano per giocare, sarebbe strano se non s’impegnasse” o “è il suo mestiere, non è che abbia molte alternative”), a volte si dà per scontato che un atleta o un’atleta accetti di sottoporsi a tale stress fisico ma soprattutto psicologico, perché rimettere il proprio destino nella racchetta dell’avversario con tanta frequenza, e con livelli di gratificazione non sempre equivalenti, non è cosa da tutti, anzi, è un tipo di sfida che quasi tutti i giocatori rifuggono appena possibile cercando gradi di controllo (tecnici e prossemici) sempre più alti.

Ed è qui che Lorenzi si afferma come tennista unico nel suo genere. Pochi giocatori di quel livello si sono trovati ad affrontare dilemmi simili, e lui certamente avrebbe preferito servire come Isner o generare velocità di palla come Berrettini. La morale del duro lavoro suona bene, ma lui non avrebbe forse preferito vincere qualche punto gratis in più?

Il tema della gratificazione ritorna guardando una compilation dei suoi punti migliori:

Al di là della natura agonica dei punti (spesso prolungati e spesso chiusi con dei bei duelli a rete che valorizzano la mano dell’azzurro), sublimata dall’espressione sfinita del punto vinto contro Zhang (minuto 3:50), si può notare come molti dei suoi quindici più belli vedano come vittime Djokovic, Nadal e Murray. Saranno indubitabilmente i punti più belli vinti in carriera? Forse, ma più probabilmente sono anche fra i pochi suoi grandi scambi che sono stati trasmessi in televisione, vuoi per la caratura dell’avversario, vuoi per la location, vuoi perché si tratta di Coppa Davis old school.

Ed è qui che tutti possiamo immedesimarci ancora di più (e ancora di meno) con Paolo Lorenzi, che pur sotto 6-1 5-0 e set point con Djokovic infila un passante di rovescio stretto anticipato appena il rivale gioca un approccio un po’ approssimativo. Per il tennista pro medio, le occasioni di scendere in campo su un campo patinato sono poche, e spesso e volentieri hanno inevitabilmente una funzione sacrificale, ma a Lorenzi non sembra essere mai interessato: tutto quel lavoro l’aveva portato lì, e lui non si sarebbe scoraggiato. Come per il suo stile di gioco, anche qui non si può dare per scontata questa forma mentis, che è obbligata per poter stare lì, ma assolutamente arbitraria e per arrivarci e per rimanerci.

Quanti si sarebbero (e si sono) fermati prima? Quanti non sarebbero (e non sono) riusciti a trarre soddisfazione da risultati che non corrispondono ai sacrifici, sia fisici che economici? Questa è la natura spietata dello sport professionistico, e nel tennis ancora di più, ed è qui che Lorenzi si distingue. Si può solo concludere che il suo legame con il gioco, o quello dei Ricardas Berankis e Radu Albot di questo mondo (per citare giocatori dalle caratteristiche comparabili), sia sempre stato più forte.

Non è vero che ogni vetta sia raggiungibile o che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto nella competizione. Si può però mettere a frutto ciò che si ha a disposizione per dare il proprio meglio, e Lorenzi, prima che i successi degli uomini italiani nel circuito ATP diventassero quasi una pretesa, ci è riuscito. “Vorrei che mi ricordassero come un giocatore che ha dato il massimo ogni volta in campo e ha sempre lottato fino alla fine”, ha detto dopo la sconfitta di ieri. Lorenzi sembra sapere che non c’è niente di romantico o moralistico in questo suo retaggio, ed è per questo che il suo messaggio assume ancora più valore, perché stiamo parlando di un giocatore che ha capito che questo fosse l’unico modo per raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, e forse anche qualcosa di più. Buon ritiro, Paolino!

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Elogio di Opelka: articolo semiserio in difesa di un gigante

Il finalista di Toronto viene stigmatizzato da quasi tutti gli appassionati, ma è davvero (solo) un servebot?

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Reilly Opelka a Toronto 2021 (Credit: @NBOtoronto on Twitter)

Leggendo i commenti dei nostri lettori si ha la sensazione che in questo momento un solo sentimento metta d’accordo le menti e i cuori degli appassionati: l’avversione per Reilly Opelka.

Persone pronte a tutto pur di difendere l’onore del proprio beniamino – di norma “Apollo” Federer, “Ercole” Nadal e “Ulisse” Djokovic – quando scende in campo Opelka seppelliscono infatti l’ascia di guerra e insieme ad essa ogni senso di pietà e di misura per infierire su questo giovane tennista statunitense che questa sera a Toronto giocherà la partita per ora più importante della sua carriera, assurto a simbolo della decadenza estetica e tecnica del tennis e del tragico futuro che –secondo molti – lo attende una volta usciti di scena i Tre Grandi.

Un lettore occasionale potrebbe chiedersi la ragione di tanta avversione e a codesto lettore qualcuno potrebbe lombrosianamente rispondere così: guardare per capire.

 

E cosa si vede quando si guarda Opelka? Si vede un gigante barbuto con tratti somatici che possono ricordare il protagonista del racconto “i delitti della Rue Morgue” di Poe oppure il Cattivo con la c maiuscola della letteratura italiana, Franti, che Edmondo de Amicis nel libro Cuore descrive così: “E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra sezione….E’ malvagio…Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa. In quegli occhi torbidi che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino con una faccia invetriata…”.

Non sappiamo cosa sia una faccia invetriata, ma scommetteremmo sul fatto che non costituisca un bello spettacolo; se poi c’è qualcosa a cui Reilly non rinuncia mai è proprio il berettino con visiera!  Ma sotto il profilo che più dovrebbe interessare, ovvero quello sportivo, cosa si vede guardando Opelka in azione? A questa domanda risponderemo più avanti.

Per il momento ci limitiamo a dire tra il serio e il faceto che è nostra ferma intenzione procedere alla riabilitazione di Reilly attraverso questo articolo; per la cronaca a quella del gorilla assassino protagonista del racconto di Poe pensò lo stesso autore e Umberto Eco a quella di Franti nel memorabile saggio “Elogio di Franti”, contenuto in “Diario minimo”.

Rinvigoriti e non scoraggiati da precedenti così illustri, iniziamo la nostra impresa partendo dai dati biografici relativi al Nostro.

Reilly Opelka nacque a Saint Joseph, un paese del Michigan di circa 8.000 anime, nel 1997; più precisamente il 28 agosto, un mese generoso con il tennis dato che cinque degli attuali primi venti giocatori del mondo festeggiano il proprio compleanno nel mese dedicato all’imperatore Augusto: Federer, Tsitsipas, Schwartzman, Sinner e Auger-Aliassime.

Il padre di Opelka – George – per ragioni di lavoro nel 2005 trasferì la famiglia in Florida e in un club di golf fece amicizia con un Grande Maestro di tennis (le maiuscole non sono un refuso): Tom Gullikson. Su richiesta di George, Gullikson accettò di dare un’occhiata a Reilly, che all’epoca da due anni giocava a tennis, e per i successivi sei fu per lui ciò che il mitico Pigmalione fu per la sua scultura: tutto.

Opelka ha recentemente sintetizzato con queste parole l’impatto che Gullikson ebbe sulla sua formazione tecnica: “Decise lui come avrei dovuto giocare e in base  a questa scelta costruì il mio gioco. Tutti i miei fondamentali sono opera sua, specialmente il servizio”. Gullikson in particolare  modificò la sua presa di diritto (da western a semi-western), quella della volée (da eastern a continental), e il movimento del servizio.

Nel 2011 Gullikson lasciò la Florida per fare ritorno in California in qualità di istruttore della USTA, ma prima di farlo affidò il suo giovane pupillo alle cure di un coach di sua fiducia che era stato numero 3 del mondo nel 1977: Brian Gottfried. Nel corso degli anni il rapporto tra Opelka e Gullikson non è comunque mai venuto meno; alcuni membri del suo attuale staff – come ad esempio il mental coach Jim Loher e il coach Jay Berger – gli furono da lui suggeriti.

Reilly Opelka si mise in luce per la prima volta vincendo l’edizione junior di Wimbledon 2015, e nel medesimo anno ad Atlanta debuttò nel professionismo; un atleta con una struttura fisica così particolare ha bisogno di più tempo per maturare e – complice anche la mononucleosi contratta nel 2018 – solo alla fine del 2018 riuscì ad entrare nella top 100; la vittoria ottenuta nel febbraio del 2019 a New York e un anno più tardi a Delray Beach lo proiettarono stabilmente tra i primi 50. Grazie a guadagni sempre più consistenti, Reilly potè finalmente permettersi di archiviare i viaggi aerei in classe economy, palese tormento per un atleta della sua statura; appassionato d’arte, Opelka è altresì un attento collezionista di opere contemporanee.

Passiamo ora a parlare di Opelka sotto il profilo tecnico. Abbiamo la sensazione che molti di coloro che denigrano il gioco dello statunitense non lo abbiano mai visto giocare  a lungo.

Madre natura gli ha regalato 211 centimetri di statura e di conseguenza il suo punto di forza è il servizio e quello debole la risposta; Djokovic è sicuramente più rapido di lui negli spostamenti laterali ma, rispetto a qualche anno fa, Opelka si muove molto meglio, segno che la preparazione atletica è ben curata.

Il diritto da fermo è praticamente uno smash che piega il polso a qualunque avversario e in corsa un ottimo colpo difensivo; il rovescio bimane non incanta ma, rispetto a quello – per esempio – di Andy Roddick, pare quasi una meraviglia.

A dispetto della statura, Opelka nei pressi della rete – dove mostra di avere un gran senso della posizione e un tocco delicato – ha una flessibilità fisica sbalorditiva più ancora che notevole: nel match contro Tsitsipas si è ripetutamente esibito con successo in volée basse che avrebbero messo in difficoltà il ministro Brunetta. Non ci credete? Mettete da parte i pregiudizi e guardate almeno il terzo set della semifinale. Se accetterete il nostro consiglio, scoprirete altre due spiccate qualità di Opelka: senso tattico e audacia; non tutti hanno il coraggio e la capacità di annullare palle break delicatissime seguendo a rete la seconda di servizio. A proposito della seconda di servizio: il kick che lo statunitense vi imprime fa sì che un atleta alto oltre 190 centimetri debba saltare per colpire la palla con il rovescio a una mano se non vuole essere costretto a rispondere dal parcheggio dello stadio.

Comunque vada a finire la finale che a Toronto lo vedrà opposto a un altro preclaro rappresentante del bello stile – Daniil Medvedev – da lunedì Opelka sarà il capofila del movimento maschile statunitense davanti a John Isner; occuperà infatti la posizione numero 23 in caso di sconfitta e 16 in caso di vittoria.

Come direbbe il nostro Direttore: not too baaad.

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I 40 anni da paradosso di Roger Federer

Roger Federer compie 40 anni. Ha giocato soltanto 19 partite tra 2020 e 2021. L’ultimo punto è stato un dritto sballato che gli è costato un bagel a Wimbledon contro Hurkacz

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Nel giorno in cui l’Italia chiude la sua spedizione a Tokyo con 40 medaglie, record assoluto per quanto riguarda le partecipazioni italiane alle Olimpiadi moderne, a distanza di qualche migliaio di chilometri Roger Federer compie 40 anni. Li compie in un’atmosfera strana, di sospetto, e il sospetto grossomodo unanime è che stia covando l’idea del ritiro (‘ma va?‘, direbbe qualcuno).

Lo abbiamo visto colpire l’ultima palla a Wimbledon, un dritto lungolinea che solitamente mette in campo a occhi chiusi – avete presente quando abbrevia i passi e taglia il campo per non dare tempo all’avversario di trovare contromisure? – e questa volta è finito invece in corridoio, a sancire il 6-0 di Hurkacz e la sua qualificazione in semifinale. Sì, l’ultimo punto ufficiale giocato da Federer è un errore che l’ha condannato a subire un bagel a Wimbledon. Fa già rumore così.

Non è però il punto in sé. Gli errori si commettono anche a vent’anni, le giornate storte capitano anche a venticinque. Sono più che altro i soli 19 incontri ufficiali disputati tra 2020 e 2021, i sei della scorsa stagione concentrati tutti all’Australian Open e quelli di quest’anno divisi tra Doha, Ginevra, Roland Garros, Halle e appunto Wimbledon. Anche l’attuale (bugiarda) posizione numero 9 nel ranking, coda dei meccanismi protettivi di una classifica che sta per scongelarsi e lentamente spedirà Federer lontano dai vertici.

 

Federer non gioca una finale dall’ottobre 2019 (stagione in cui di partite ne giocò ben 61) quando si tolse la soddisfazione di vincere il decimo titolo casalingo dominando uno spaesato de Minaur. Quest’anno il salvagente di Basilea non c’è, il torneo è saltato come nel 2020 a causa della pandemia e a Roger non restano troppi appuntamenti in calendario per mostrare quel che resta del suo talento, che nonostante gli acciacchi attira ancora orde di tifosi, dove si puote secondo le disposizioni sanitarie. Sennò in TV.

Ufficialmente la causa della sua rinuncia alle Olimpiadi e successivamente ai Masters 1000 di Toronto e Cincinnati è un fastidio al ginocchio destro, quello operato lo scorso anno, ma la realtà è semplicemente che Federer ha quarant’anni. Con tutto ciò che ne consegue. Il suo obiettivo è disputare lo US Open per poi fare tappa verosimilmente a Boston, dal 24 al 26 settembre, per la Laver Cup. E poi chissà, magari una puntatina a Indian Wells per l’edizione ottobrina del BNP Paribas Open dal momento che Shanghai è appeso a un filo e Bercy fa gola più che altro a chi si gioca le ultime carte per le ATP Finals. Tra questi giocatori non c’è né ci sarà Roger, fuori dalla top 50 nella Race to Torino.

Federer non giocherà a tennis ancora per molto, ma questo lo sappiamo da tempo. Un tempo che però si è dilatato, poco alla volta, consegnandoci quasi l’illusione che al suo ritiro possa applicarsi il paradosso di Zenone, quello di Achille che non riesce a colmare il suo svantaggio dalla tartaruga per via degli ‘infiniti piccoli spazi’ che lo separano dall’animale. La matematica però dice che la somma di infiniti segmenti in uno spazio finito è una quantità finita, come il tempo che separa il tennis dal ritiro di Federer.

Roger Federer – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Se giocherà una partita da quarantenne come (ampiamente) fatto da Jimmy Connors e Ken Rosewall, i due giocatori dalla caratura più simile a quella di Federer capaci di prolungare la carriera oltre gli -anta? Sì, questo è assai probabile. Magari riuscirà anche a giocarne una decina. Se lo rivedremo in campo nel 2022? Già questa è una previsione più complicata da indovinare, perché la sensazione è che la misura sia colma. Non intendiamo che la pazienza e la voglia di Federer di prendere a racchettate una palla siano terminate, ma forse lo sono le sue chance di competere per un ultimo grande traguardo.

Qui è opportuno anche definire i contorni di questo traguardo. Deve essere necessariamente uno Slam o ci si può accontentare di un Masters 1000? Vincere un’altra volta, chessò, il Miami Open, quanto ulteriore lustro darebbe alla carriera di un campione già gigantesco? Continuare a lottare per traguardi che cinque o dieci anni fa erano quelli minimi, come raggiungere un ottavo Slam, e farlo come se tutta la sua carriera – pure la validità degli Slam già vinti! – dipendesse da un terzo turno giocato in uno stadio vuoto, a tarda sera, contro un avversario pure abbastanza incarognito (sabato 5 giugno, Federer-Koepfer su uno Chatrier vuoto in modo straziante), forse è la misura più precisa del perché Federer gioca ancora a tennis. Ancora gli piace. Ma ancora per quanto?

Sottoporsi alla scomoda routine di allenamenti, riabilitazioni e allontanamenti periodici dalla famiglia per disputare i grandi tornei, senza credere davvero di poterli vincere, non è probabilmente un motivo sufficiente a tenere in campo per molti altri mesi un signore che ha venti Slam e il doppio degli anni. A Parigi era stato proprio lo sforzo profuso per battere Koepfer a impedirgli di scendere in campo contro Berrettini. A Wimbledon l’infortunio di Mannarino gli ha evitato un possibile quinto set già al primo turno, poi la ‘solita’ vittoria con Gasquet – un pattern che rischia di ripetersi ad libitum, se i due dovessero continuare a sfidarsi anche dopo il ritiro – e le due buone prestazioni contro Norrie e Sonego, prima di quella assai opaca contro Hurkacz. Saliscendi, partite buone e altre meno buone.

Sì, perché a quarant’anni si sale (poco) e si scende (tanto). Il fisico non consente di andare in linea retta. Valentino Rossi ha annunciato il ritiro a 42 anni e mezzo; Gianluigi Buffon, un anno in più, è tornato al Parma dove tutto è cominciato (in serie B) per la probabile ultima stagione da professionista. Roger Federer è ancora qui, quando va in campo c’è un istante in cui sembra lui e poi un altro in cui non lo riconosciamo più, perché magari la schiena irrigidita gli impedisce di chinarsi a raccogliere con la consueta grazie una demi-volée.

Gioca pure quanto vuoi, Roger, un mese o altri dieci. Il lutto lo stiamo già elaborando e ci faremo trovare pronti, quando ci dirai che basta così. Forse.

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