Calendario WTA 2020: si riparte da Palermo. C'è lo swing asiatico, si chiude a Guangzhou

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Calendario WTA 2020: si riparte da Palermo. C’è lo swing asiatico, si chiude a Guangzhou

La WTA ha rilasciato l’intero calendario fino al termine della stagione. Ci sarà lo swing asiatico, con Master e ‘Masterino’. Palermo sarà il primo torneo ufficiale post-coronavirus

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Ashleigh Barty (via Twitter, @WTA)

A differenza dell’ATP, che ha ufficializzato le date del nuovo calendario soltanto fino al Roland Garros, la WTA ha pubblicato le date di tutti i tornei sino al termine della stagione.

Il circuito femminile ripartirà due settimane prima di quello maschile, il 3 agosto, e per la gioia degli appassionati della penisola lo farà proprio dall’Italia: sarà infatti il Ladies Open di Palermo il primo torneo ufficiale a disputarsi dopo lo stop per il coronavirus, sebbene gli organizzatori non siano riusciti a strappare alla WTA un upgrade al grado di Premier.

(clicca per ingrandire)

Il torneo di Palermo rimarrà dunque un International e sarà seguito da due settimane di pausa, sebbene alla data del 10 agosto compaia un ‘tbd’ (to be determined) che indica il tentativo di riempire anche quello slot con una data europeo. Seguirà poi la tre settimane newyorchese con Cincinnati e US Open, entrambi previsti sui campi di Flushing Meadows, ma durante la seconda settimana dello Slam si disputerà anche un International a Istanbul.

 

Immediatamente dopo il termine dello US Open comincerà il mini-swing sulla terra battuta europea con Madrid, Roma e Roland Garros in fila. Durante la seconda settimana dello Slam parigino è previsto anche l’International di Seoul.

A ottobre comincerà il vero e proprio swing asiatico, il cui pericolo di cancellazione è dunque al momento scongiurato (o quantomeno limitato al solo circuito maschile). Prima il Mandatory di Pechino, poi Wuhan (Premier 5) e l’International di Nanchang nella stessa settimana; ricordiamo che proprio da Wuhan si è sviluppata la pandemia che ha poi coinvolto l’intero pianeta.

Dopo il premier di Zhengzhou in programma il 26 ottobre, il tour tornerebbe in Europa per fare tappa a Mosca e Tokyo, ma rimane da valutare la fattibilità di questi spostamenti in pochi giorni per le giocatrici. Il 9 novembre, infatti, si concluderà la Race to Shenzhen con le Finals, ma non sarà l’ultimo torneo ad andare in scena: secondo questa versione del calendario, infatti, seguiranno il WTA Elite Trophy di Zhuhai e per ultimo l’International di Guangzhou, i cui punti dunque dovrebbero essere validi per la Race 2021.

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Original 9: Nancy Richey, che per giocare gli Slam andava in metro con i vestiti sudati

Le donne che hanno cambiato la storia della WTA: oggi tocca a Nancy Richey, due volte campionessa Slam e numero 2 del mondo in un’epoca difficile. “Non c’erano soldi, non c’erano mense per gli atleti, non c’era nulla”

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Nancy Richey (foto dal sito US Open)

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La settima protagonista, Nancy Richey, ci riporta con la memoria al periodo in cui il tennis professionistico femminile iniziò la sua avventura. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Nel settembre del 1970, quanto le Original 9 firmarono il contratto da un dollaro con Gladys Heldman, Nancy Richey era ventottenne e già due volte campionessa Slam, avendo trionfato nei Campionati d’Australia del 1967 e all’Open di Francia del 1968. Nel corso di una carriera ventennale, la texana fu in grado di vincere 69 titoli, 19 dei quali nell’Era Open, comprensivi di sei trionfi consecutivi agli US Clay Court Championships, raggiungendo la posizione numero 2 nel ranking mondiale. Inoltre, vinse due titoli dello Slam in doppio. Richey si ritirò dopo lo US Open del 1978 – il primo giocato a Flushing Meadows – a 36 anni e fu introdotta nel 2003 nella Hall of Fame del tennis.

Ho conosciuto il tennis quando era ancora amatoriale – riflette Richey – quando dovevamo prendere la metropolitana da Midtown Manhattan a Forest Hills, con le borse in spalla, e poi fare il viaggio di ritorno portando con noi i vestiti da tennis inzuppati di sudore. Quelle valigie pesavano più di venti chili l’una. Non c’erano soldi, non c’erano mense per gli atleti, non c’era nulla. Oggi, i giocatori sono pagati milioni di dollari, le donne guadagnano un montepremi identico agli uomini e lo sport è cresciuto davvero moltissimo. Penso che sia straordinario, davvero. Ogni volta che entro a Flushing Meadows mi do un abbraccio virtuale, perché ciò che vedo è proprio quello che noi sognavamo che il nostro sport diventasse.

“Provo le stesse cose che provavo allora di fronte alle diseguaglianze. A quei tempi eravamo così discriminate – ero arrivata al punto in cui non mi interessava nemmeno più se avessi potuto o meno giocare un altro torneo dello Slam. Sentivo che avevamo in ogni caso imboccato una strada senza uscita. Ci siamo prese un rischio, ma sapevo che Gladys Heldman aveva avuto successo in tutte le cose in cui sei era cimentata, dunque sapevo che sarebbe stata anche un’ottima promotrice di tornei. Tutte le atlete che firmarono quel contratto da un dollaro con Gladys erano estremamente determinate, non ci volle molto a capire che stavamo costruendo qualcosa di buono. Fu più che un successo”.

“Mi piaceva molto indossare i completi di Teddy Tinling. Ovviamente, a me toccavano gli scarti, perché portavo delle tute e lui utilizzava dei pezzi di tessuto degli abiti delle altre ragazze per confezionarmele. Ma erano fatte davvero bene! Io ero una sarta – forse è stato il mio primo amore a quei tempi, prima ancora del tennis – e quindi apprezzavo davvero le opere d’arte che Teddy riusciva a realizzare. Conservo ancora ogni cosa che ha creato per me, tranne la tuta che ho donato alla Tennis Hall of Fame. Al giorno d’oggi, anche gli uomini stanno diventando molto attenti alla moda ed è divertente vedere cosa riescono a tirar fuori”.

“Anche se non guadagnavamo come i giocatori di oggi, non è che stessimo poi male. Se fossi nata cinque o dieci anni prima, allora sì avrei ben potuto non vedere un dollaro. Sono molto orgogliosa di esser stata una di quelle che ha aiutato a dare il via a tutto questo – non ha prezzo per me. Sono felice di aver visto e giocato nei giorni in cui lo sport era amatoriale, nel momento di transizione con l’Era Open e poi nei primissimi anni del Tour WTA. È una cosa meravigliosa. Non che non mi sarebbe piaciuto guadagnare di più, ma anche quello è stato un gran bel periodo!”

Intervista di Adam Lincoln – Traduzione di Filippo Ambrosi

 

  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman
  3. Original 9: Judy Dalton
  4. Original 9: Jane ‘Peaches’ Bartkowicz
  5. Original 9: Kerry Melville Reid
  6. Original 9: Rosie Casals

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Original 9: Rosie Casals

Sesto dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Rosie Casals, la doppista più vincente del tennis femminile dopo Navratilova

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Rosie Casals (da tennisfame.com)

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La quarta protagonista è Rosie Casals, nata a San Francisco il 16 settembre 1948, due volte finalista in singolare allo US Open e nove volte campionessa Slam in doppio. Rosie ripercorre i rischi e i benefici nel prendere parte al rivoluzionario torneo femminile di Houston organizzato da Gladys Heldman. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA.


Rosie Casals aveva 22 anni quando, nel settembre 1970, sconfisse Judy Dalton nella finale del Virginia Slims Invitational – l’evento che lanciò davvero il tennis femminile professionale. Durante la sua storica carriera, la californiana è stata finalista allo US Open nel 1970 e 1971 e presenza fissa nella Top 10 di singolare. In doppio, il suo straordinario bottino vanta 112 trofei – tra cui cinque corone di Wimbledon vinte al fianco di Billie Jean King e quattro titoli statunitensi. Solo Martina Navratilova ha fatto meglio di lei. È stata introdotta nella International Tennis Hall of Fame nel 1996.

Rosie riflette: “Mettere a rischio l’opportunità di giocare i tornei dello Slam è stata probabilmente la parte più rischiosa nell’andare contro il vecchio establishment. Cos’altro stavamo rischiando? Eravamo davvero cittadini di seconda classe quando giocavamo in tornei ufficiali insieme agli uomini – e intendo in tutti i tornei. In quel senso non avevamo molto da perdere. D’altra parte, i tornei dello Slam erano tutto per noi in quel momento”.

 

Non si trattava solo di soldi ma di riconoscimenti, di ottenere luoghi dove poter giocare e di essere pagate equamente per qualcosa che facevamo bene. Prima di Houston, Billie Jean, Françoise Dürr, Ann Jones e io eravamo diventate professioniste sotto contratto, giocando al fianco di Rod Laver, Ken Rosewall, Pancho Gonzales, Roy Emerson e gli altri professionisti. Noi quattro avevamo un buon contratto per quegli eventi e questo ci ha dato un assaggio di ciò che era possibile. Abbiamo capito che per ottenere qualcosa dovevamo rischiare qualcosa ed eravamo pronte a farlo“.

In quegli anni il movimento femminista ha sicuramente aiutato il nostro slancio. C’era la sensazione reale che fossimo sulla strada giusta, che ciò per cui stavamo combattendo era raggiungibile. Avere una leader forte come Billie Jean, che davvero riusciva a richiamare l’attenzione, è stato molto importante per noi. Siamo stati anche molto fortunate ad aver scoperto, attraverso Gladys Heldman, Philip Morris e il marchio Virginia Slims in un momento in cui stavano cercando di promuovere le donne”.

È stato un inizio difficile, perché abbiamo dovuto convincere i media del fatto che meritavamo il diritto di giocare e di essere noi stesse leader e di richiedere un equo premio in denaro. È stato molto difficile attirare la loro attenzione e ottenere articoli che parlassero della nostra causa. Ma siamo state educate dal Virginia Slims: ci hanno insegnato a venderci. So per certa che il tennis femminile non sarebbe dove si trova oggi se non fosse per loro. Vedere quante giocatrici stanno giocando oggi, quanto è competitivo, è fantastico”.

(Intervista realizzata da Adam Lincoln)


Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Rosie Casals.

Chi era il tuo idolo?
“Crescendo, il mio idolo è stato… non c’era. Non ne avevo uno, davvero, non c’era”

I tuoi colpi migliori come tennista?
“Probabilmente lo smash e la capacità di muovermi in campo”

Torneo preferito?
“Il mio torneo preferito era Wimbledon… e la Family Circle Cup (il nome con cui era precedentemente noto l’attuale torneo di Charleston, ndr), un tempo”

Cosa serve per essere un campione?
“Per essere campioni serve molto. Sai, serve dedizione, cuore e disciplina… devi unire tutto ciò insieme, non è semplice”

Momento clou della tua carriera nel tennis?
“Il momento clou della mia carriera è stato vincere per la prima volta Wimbledon con Billie Jean King in doppio nel 1967… e vincere la Family Circle Cup a Hilton Head nel 1973, portando a casa 30.000 $: in quegli anni era il premio più oneroso sia per gli uomini che per le donne, quindi è stato davvero fantastico”

La partita che credevi fosse vinta?
“Credo che ce ne siano molte, davvero tante. (Contro) Margaret Court, Billie Jean, Chris Evert, ce ne sono davvero tante.. E vorrei poter far qualcosa per rimediare ora ma non è possibile”

Quale avversaria sceglieresti in un match di fantasia?
“Se dovessi giocare un fantasy match? Mmm… nella storia del tennis? Vediamo, potrebbe essere contro Serena o Venus, o probabilmente una delle giocatrici di oggi. Sono davvero brave”

Tennista preferito da veder giocare?
“Bene… ok, c’è Roger, lui è uno dei miei giocatori preferiti, il mio preferito da guardare. Devo ammettere che mi piace guardare Flipkens, lei ha un gioco molto vario e doti che mi piacciono. Sono sicura che ce ne sono molti altri ma al momento mi vengono in mente questi due”

La traduzione di entrambi gli articoli è a cura di Andrea Danuzzo


  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman
  3. Original 9: Judy Dalton
  4. Original 9: Jane ‘Peaches’ Bartkowicz
  5. Original 9: Kerry Melville Reid

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Original 9: Kerry Melville Reid

Quinto dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Kerry Melville Reid, che ha dato tanto al tennis e grazie al tennis ha trovato l’amore

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La quinta protagonista è Kerry Melville Reid,
stabilmente nella top 10 negli anni 70 e uno dei due membri australiani del pionieristico Original 9. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Kerry Melville Reid aveva 23 anni quando giocò nel rivoluzionario Virginia Slims Invitational di Houston nel 1970. Il suo palmares a fine carriera recita 22 titoli in singolare. È nobilitato dal Grande Slam di casa, l’Australian Open del 1977, cui vanno ad aggiungersi 40 finali, incluso l’Australian Open del 1970, e nel 1972 sia gli US Open che i Virginia Slims Championships, precursori delle WTA Finals. Negli anni 70 è stata regolarmente nella Top 10 di singolare e si è spinta fino al numero 5. Ha vinto anche tre titoli major in doppio e nel 2014 è entrata nella Tennis Hall of Fame australiana.

Come ti sei approcciata al tennis?
Avevo 10 anni quando colpii la mia prima palla a Melbourne con mio padre. Lui giocò per la Sidney University con Adrian Quist e mia madre fu una delle migliori junior a Sidney e giocò spesso con Thelma Coyne Long, un’altra grande australiana. Mamma fu anche una campionessa di velocità a scuola, adesso capisci dove ho ereditato i miei geni sportivi!

 

In che momento hai capito di amare lo sport e di voler intraprendere una carriera nel tennis?
Ho amato giocare a tennis fin dalla prima palla colpita con papà. Giocavamo ogni fine settimana e al venerdì sera preparavo tutti i suoi vestiti da tennis e gli pulivo le scarpe di tela. Ero così entusiasta di giocare, da quel momento in poi dire che fui ossessionata dal tennis sarebbe un eufemismo. Mi allenavo spesso contro il muro prima di andare a scuola e a pranzo, poi all’età di 12 anni, mia madre mi veniva a prendere a scuola e mi portava a giocare col mio maestro, Keith Rogers. Certamente non sapevo che sarebbe diventato un lavoro, ma sicuramente lo amavo.

Come hai vissuto il passaggio alle classifiche senior?
Quando avevo 18 anni, a metà degli anni Sessanta, ero la campionessa juniores australiana e, insieme a Karen Krantzcke, fummo selezionate in un team australiano per viaggiare per il mondo con cinque ragazzi e un manager, Cliff Sproule. Abbiamo viaggiato in Europa, nel Regno Unito e infine negli Stati Uniti e praticamente tutto quello che dovevamo fare era partecipare a tornei e allenarci duramente. È stata un’esperienza straordinaria che ci ha insegnato i ritmi dei viaggi e della competizione. Il secondo anno Brian Tobin, che in seguito è diventato presidente di Tennis Australia, è stato il nostro manager ed è stato fantastico. Quei due anni mi hanno preparato davvero a quello che sarebbe arrivato.

Come descriveresti il tuo stile di gioco? Quali sono stati i tuoi punti di forza?
Ero una giocatrice da fondo campo con un gran dritto tagliato ad uscire. Dopo alcuni allenatori, sotto la guida di Neil Guiney, ho potenziato il topspin e il gioco a rete in modo molto più efficace. Direi che ero una giocatrice molto dura da battere!

Come è stata influenzata la tua vita dal tennis?
Nel 1974, il World Team Tennis iniziò e io fui scelta dai Boston Lobsters. Al primo incontro della squadra Raz Reid entrò nella mia vita e tre settimane dopo uscivamo già assieme. Ci siamo sposati prima che iniziasse la stagione dell’anno successivo e stiamo per celebrare il nostro 45° anniversario di matrimonio. Abbiamo due bellissime figlie, Kati e Kimi, e tre nipoti. Senza il tennis quasi sicuramente non ci saremmo mai incontrati!

Quale era il tuo torneo preferito?
Sicuramente l’Australian Open di Melbourne. Lo vinsi nel 1977 a Kooyong e la cosa più bella fu che la mia famiglia, i miei amici, il mio coach Neil e la sua famiglia erano tutti presenti. Fu davvero speciale per loro vedermi vincere nella mia città.

Raccontaci della tua vittoria più memorabile e quale insegnamento ne hai tratto.
A parte la vittoria di Kooyong, quella nel doppio a Wimbledon nel 1978 con un’altra australiana, Wendy Turnbull, fu davvero memorabile. Giocammo con Virginia Ruzici e Mima Jausovec e ricordo che dovevo rispondere sul match point nel tiebreak del secondo set. Dopo uno scambio veloce a rete, Wendy mise a terra una volée di rovescio e la vittoria fu davvero esaltante. Povero Raz, che doveva stare in mezzo a noi due!

Qualche aneddoto divertente durante il tuo periodo nel WTA tour?
Stavo giocando con Mary Carillo sul campo 2 a Wimbledon mentre Raz era impegnato su un campo vicino; la partita si faceva molto dura con Mary che era una “erbivora” mancina molto astuta. Arrivammo 5-5 nel terzo set e finalmente vidi Raz sulle tribune con il pollice in su, per indicarmi che aveva vinto. Questo mi caricò e mi diede la spinta per vincere otto punti consecutivi e quindi il match… solo dopo l’uscita dal campo scoprii che invece aveva perso. La sua fu un’ottima trovata!

Cosa hai fatto da quando hai smesso col tennis?
Dopo aver abbandonato la vita nel tour, Raz divenne il mio coach verso la fine della mia carriera. Poi ci stabilimmo nella Carolina del Sud per 10 anni dove diventammo i direttori del Long Cove Club sull’isola di Hilton Head. In seguito ci siamo innamorati della pesca sportiva e siamo diventati dei rappresentanti nel campo. Lo siamo tutt’ora, in questa industria. È uno sforzo di squadra. Faccio anche del volontariato con “Meals on Wheels”…fondamentalmente cerco di immergermi in tutto quello che Hilton Head può offrire, specialmente nella attività all’aperto, come il golf.

Chi ammiri e perché?
Ammiro tutte le ragazze dell’Original 9 che hanno siglato contratti affinché il tennis femminile diventasse una realtà riconosciuta. Sono orgogliosa di essere una di loro. Chi avrebbe immaginato quanto sarebbe andata lontana la WTA!

Traduzione di Luca Gori


  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman
  3. Original 9: Judy Dalton
  4. Original 9: Jane ‘Peaches’ Bartkowicz

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