US Open, c'è il protocollo di sicurezza. Niente limitazioni al team degli atleti

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US Open, c’è il protocollo di sicurezza. Niente limitazioni al team degli atleti

Il ‘Cincinnati newyorchese’ si giocherà dal 22 al 28 agosto. Chi vorrà potrà affittare una casa fuori Manhattan (a 40.000 dollari). Le teste di serie avranno una suite a testa. US Open più vicino per Djokovic, Thiem e Nadal?

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Secondo il primo protocollo, se Nole deciderà di partecipare, potrà contare su entrambi i suoi coach

Qualche ora dopo la conferma della disputa dello US Open e del “torneo di Cincinnati” traslocato a Flushing Meadows, hanno iniziato a circolare sui social media copie del protocollo che è stato messo in atto dalla USTA per proteggere i giocatori e il loro staff durante gli eventi.

Innanzitutto le date sono leggermente diverse da quelle che erano trapelate nei giorni precedenti: il Western & Southern Open si svolgerà da sabato 22 a venerdì 28 agosto, con le qualificazioni che invece si terranno giovedì 20 e venerdì 21. Ci sarà poi il weekend di pausa e lo US Open inizierà il 31 agosto per concludersi il 13 settembre.

Tutti i giocatori potranno arrivare a New York a partire da sabato 15 agosto ed avranno accesso al National Tennis Center di Flushing Meadows il giorno seguente.

Saltata l’idea di organizzare voli charter per far arrivare i giocatori dalle parti più disparate del globo: i tennisti dovranno raggiungere New York con i mezzi propri, e verranno rimborsati del prezzo del volo nel caso in cui il torneo dovesse essere cancellato all’ultimo minuto.

Ogni tennista avrà diritto a due camere, nelle quali potranno soggiornare fino a due persone. La prima camera sarà a carico dell’organizzazione, la seconda a carico del giocatore. Di conseguenze ogni partecipante al torneo potrà portare con sé fino a tre persone, a patto che condividano le due camere a disposizione.

Nessuna menzione nemmeno per il limite di una persona che può accompagnare i tennisti all’impianto per allenamenti e match. Da quello che si era capito, la limitazione sembrava legata più a una questione di camere disponibili nell’albergo ufficiale (che sarà il TWA Hotel all’aeroporto JFK, nel quale soggiorneranno solamente giocatori e loro accompagnatori): sembra quindi che il costo degli extra test per gli altri accompagnatori sia stato valutato come affrontabile dalla USTA, che proprio su questo punto aveva ricevuto le maggiori critiche da parte dei giocatori ATP durante la teleconferenza di mercoledì scorso. D’altronde la disponibilità dei kit per effettuare i test, nonostante fosse un problema durante i primi mesi della pandemia, sembra non sia più una questione rilevante, dal momento che anche la NBA, in preparazione dei prossimi mesi di stagione a porte chiuse nell’impianto Disney di Orlando, ha già fatto sapere di aver provveduto all’approvvigionamento di tutti i test kit necessari fino a metà ottobre.

Ci sarà anche la possibilità, per chi volesse, di affittare una casa privata fuori Manhattan, nel caso in cui non si volesse stare in albergo. In questo caso sembra che si potrebbero avere anche più dei tre accompagnatori previsti dalla soluzione al TWA Hotel, ma la cosa non è precisata nel documento. Il costo per l’alloggio, che sarebbe interamente a carico del giocatore, sarebbe di circa 40.000 dollari per l’intero periodo dei due tornei.

La transportation dall’hotel a Flushing Meadows sarà effettuata con autobus da 55 passeggeri a una capacità che non eccederà mai il 50%. Tre pasti al giorno saranno forniti ai giocatori, con opzioni per spuntini a metà giornata e la possibilità di pre-ordinare il cibo attraverso un’apposita app e di farselo consegnare all’interno dell’impianto. Tutti i ristoranti normalmente disponibili per il pubblico saranno aperti esclusivamente per giocatori e personale di servizio. Si tratta davvero di parecchie opzioni, tutte di buona qualità.

Ci saranno spogliatoi supplementari, si potranno utilizzare le docce, a patto di mantenere una distanza minima tra un giocatore e l’altro. Le teste di serie potranno richiedere una delle corporate suite dell’Arthur Ashe Stadium a loro uso esclusivo. Man mano che i giocatori vengono eliminati, le suite saranno redistribuite agli altri giocatori in ordine di classifica.

Ogni membro del team dovrà essere testato per il COVID-19 prima di arrivare negli USA e comunque all’albergo. Si prevedono un minimo di 1-2 test la settimana, con l’utilizzo di tamponi nasali o attraverso l’analisi della saliva. Ogni giorno verrà controllata la temperatura di tutti gli individui e sarà richiesta la compilazione di un questionario di auto-valutazione dei sintomi.

Se un giocatore viene trovato positivo al test verrà isolato e trattato secondo i protocolli del Center For Disease Control statunitense (il Centro per il Controllo delle Malattie).

Verrà richiesto l’uso della mascherina durante la permanenza a Flushing Meadows ad eccezione dei periodi di allenamento, competizione e di esercizio in palestra. Presumiamo che si consideri anche la doccia esente dall’uso della maschera, ma non è segnalato sul protocollo.

LA REAZIONE DI DABROWSKI – Questo è quanto descritto nelle due pagine fatte avere ai giocatori dalla USTA. Bisognerà vedere quanti dei Top 100 (o forse più, dati i forfait) delle classifiche ATP e WTA saranno disposti a sottostare a queste regole per giocarsi lo US Open 2020.

La prima reazione ad arrivare è stata quella della doppista canadese Gabriela Dabrowski, attualmente n.7 del ranking WTA di doppio, che in un suo tweet ha criticato aspramente le condizioni imposte, la riduzione dei tabelloni di doppio oltre che l’eliminazione del torneo di doppio misto. Inoltre si lamenta il rischio di essere confinati in una stanza d’albergo in caso di positività a uno dei test, senza la possibilità di lasciarla fino a quando il test non risulti negativo.

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Umago Stories 3: 2020 inception, quando un torneo di tennis diventa… un sogno

L’ATP 250 di Umago quest’anno non si è giocato né si giocherà, vittima della pandemia di COVID-19. Eppure il nostro inviato lo ha giocato comunque. Come in un sogno ad occhi aperti

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Il campo centrale di Umago

L’assenza dei Championships è stata e resterà straziante, ma è anche stata abbondantemente celebrata tra ricordi, analisi e torneo virtuale. È giunto allora il tempo di occuparci di un’altra perdita, quella che ora ci sta affliggendo quasi nella stessa misura, nel tentativo di esorcizzarla anche per poter guardare con rinnovata speranza ai prossimi appuntamenti. A beneficio dei più distratti e insensibili, l’evento in questione è l’ATP 250 di Umago, la cittadina dell’Istria a circa 35,9 km dall’Italia che in quest’anno originariamente olimpico avrebbe aperto le porte al tennis mondiale a partire dal 20 luglio. Il 15 maggio, però, arriva la notizia che tutti cominciavano a temere: l’edizione del 2020 è cancellata. Oppure no?


Fare l’inviato a un torneo quando non c’è il torneo può sembrare piuttosto semplice a livello teorico, ma nella pratica ci sono alcuni ostacoli da superare, primo fra tutti l’ammasso di cianfrusaglie in quello che sarebbe l’ingresso al Goran Ivanisevic Stadium riservato a giudici di linea e raccattapalle: una mano per farti largo e una per controllare sullo smartphone se il codice penale croato ha previsto una fattispecie per quello che stai facendo. Che, peraltro, è solo essere in anticipo di un paio di giorni. Un anno e due giorni, per i fanatici della precisione.

Nessuna speranza di un rinvio a settembre sulla strada aperta dal Roland Garros per un evento che deve tenersi in piena estate, con i bagnanti che alle 17.30 si trasformano magicamente in spettatori. Voci che odi vicine ti inducono ad allontanarti: non sei riuscito a raggiungere il campo per lasciare l’impronta di un tuo piede sul manto, ma il tuo avvocato potrà eventualmente sostenere la desistenza volontaria.

 

Arrivato da poche ore, ti sei già reso conto delle prevedibili difficoltà che quest’anno dovrà affrontare chi vive di turismo estivo, le cui aspettative non possono perciò essere improntate all’ottimismo e, se la scenografia che ti circonda è quella della festa, la musica che l’accompagna è suonata in chiave minore. C’è allora chi cerca di allontanare gli inevitabili timori con qualche battuta dal retrogusto aspro, come la scritta sulla lavagna all’ingresso della trattoria in cui ti imbatti percorrendo la strada in salita verso la tua meta: mangia o patiremo entrambi la fame.

Risotto amaro

Per compensare la sensazione amara che ha prontamente sostituito l’iniziale sorriso di fronte a quell’insegna, decidi che assumerai senza indugio e in sol colpo la dose giornaliera massima di zuccheri liberi che l’OMS raccomanda di non superare. Arrampicandoti faticosamente per le poche decine di metri che ancora ti separano dal negozio della tua fornaia preferita, non fai subito caso al ragazzone che incroci. Dopo alcuni secondi, ti si accende una luce: possibile che fosse Matteo Berrettini, quello? Quando ti giri, è già sparito dietro chissà quale angolo.

Il sillogismo “Berrettini non è mai venuto a Umago quando il torneo si è disputato, quest’anno non si gioca, quindi dev’essere lui” ti suona un po’ forzato, ma ti lanci comunque all’inseguimento cercando di pensare a una domanda abbastanza intelligente da giustificare l’aver importunato un giocatore che passeggia per i fatti suoi lontano da impegni ufficiali. Lo raggiungi e ti fermi a fissarlo. Lo facevi più alto. Con i capelli un po’ meno biondi. Anche l’accento, quando ti chiede cosa tu abbia da guardare, non è giusto. Peccato, avevi la domanda perfetta, ma di sicuro non la sprechi con questo imitatore dal talento discutibile che ti costringe a ripercorrere parte di quell’infinita salita – un’inclinazione sconosciuta ai tuoi luoghi d’origine, profondamente innaturale e ferocemente contraria alla tua genetica pianeggiante.

Stremato, decreti che lo sforzo appena compiuto ti dispenserà dall’osservare strettamente quella che, dopotutto, è solo una (forte) raccomandazione e ti gusterai uno strudel al papavero, una come-si-chiama alle noci e un… Sgomento. A dispetto del cartello radno vrijeme sulla porta che indica l’apertura continuata 6-20, il panificio è chiuso. E non solo oggi, ti spiegano nel negozio accanto alludendo agli effetti del COVID-19 mentre cercano di venderti un materassino da spiaggia. Compri le anelate paste dall’altra parte della strada dove solitamente sono altrettante buone, ma ormai non hanno più lo stesso sapore.

“Ricordo quando qui c’era la sala stampa e adesso è tutta campagna”

Nel giorno che sarebbe destinato alla compilazione del tabellone, la location del torneo – il complesso Stella Maris – è deserta. Sui campi, non solo mancano i tennisti che si allenano, ma non ci sono nemmeno le reti e parti delle righe hanno vinto la resistenza dei chiodi. Prendi posto sul Grand Stand dove non ci sarà l’irrinunciabile briefing delle hostess ogni giorno alle 16. Inizi a pensare che questa situazione non sia reale, bensì una sorta di Matrix però al contrario, dove il mondo immaginario fa schifo. Se le pandemie sono roba da film, la spiegazione più logica è che questo sia un sogno – un incubo dall’apparente durata di alcuni mesi da cui fuggire per tornare al più presto alla realtà.

Come ci si desta da questa sconcertante illusione? Leonardo di Caprio e soci, viaggiatori dei sogni nel film Inception, insegnano: una sensazione di caduta ti sveglia. Nulla di più facile. Tornato all’appartamento, piazzi una sedia sul letto in modo che lo schienale coincida con il bordo e ti ci siedi con cautela. Giri la testa e sbirci da sopra la spalla: è parecchio alto. D’un tratto, non ti sembra tutta questa grande idea. Ti convinci che dovrebbe funzionare anche girando la sedia per ricadere sul letto – così, per essere più tranquilli. Cerchi di alzarti, ma perdi l’equilibrio: stump!

Domenica mattina, entrando allo Stella Maris armato di laptop e di tutto l’equipaggiamento da inviato previdente, rimpiangi i vecchi tempi (fino a cinque anni fa) con i tre turni delle qualificazioni che occupavano l’intero weekend e i lunedì che già proponevano un programma corposo. Adesso, invece, tabellone cadetto dimezzato, sabato libero e lunedì scarno. La tua missione odierna, oltre a dare un’occhiata a un paio di italiani impegnati nel primo turno di “quali”, è venire a capo di un dubbio che ti tormenta da un buon paio di anni, dalla prima volta che hai visto giocare Matthias Bachinger – evento che ti avrebbe lasciato indifferente se non fosse che avevi già impresso nella mente Peter Gojowczyk per la sua entusiasmante vittoria in Coppa Davis contro Jo-Wilfried Tsonga.

I due tedeschi si stanno allenando sul campo 4. Quello che deve guadagnarsi l’accesso al main draw indossa il cappellino, l’altro no: il gioco “trova le differenze” finisce qui. Entrambi nati negli anni ’80 a Monaco di Baviera (e ivi residenti), alti 188 cm, Bachinger e Gojowczyk vantano cognomi di nove lettere (ma goiovcik è più facile da pronunciare), hanno iniziato a giocare a tennis nello stesso anno e non sono particolarmente a loro agio sulla terra battuta – non che sia una sorpresa con quei colpi. Già, i colpi. Perché le cose che hanno in comune “sono tante che quasi spaventa”, ma i colpi… quelli sono pressoché identici. Il dritto soprattutto, ma anche il rovescio bimane e il servizio sembrano portati dallo stesso tennista.

E pensare che la scheda dell’ATP bolla come “sconosciuto” il rovescio di Bachi: è un po’ come sapere la data di nascita di Mike Bryan ma ignorare quella di Bob, il suo gemello. Ecco allora la tua missione: scoprire se c’è un motivo dietro a quella che, almeno ai tuoi occhi, è molto più di una semplice somiglianza. Già parecchio tempo fa, però, un tuo ben più esperto collega ti aveva vagamente sconsigliato di porre quella domanda (“che non ti venga in mente di chiedere a Bachinger quella stupidaggine”) e scegli di attenerti a quell’indicazione di massima. Ottima decisione, per una volta. Lo domanderai a Gojowczyk.

La settimana del Croatia Open 2020 procede senza particolari scossoni, con il favorito Ilvio “nei dintorni di Djokovic” Vidovich che si avvia a mettere le mani sull’ennesimo trofeo. Ma, tranne che per l’intrusione di un diciottenne italiano, rispetta i valori del ranking anche l’altro torneo, quello mainstream, dove i giornalisti tornano a fare i giornalisti e a impugnare le racchette sono i tennisti di professione. Sebbene i colori azzurri risplendano durante i quarti di finale, il tuo spirito indie ti spinge in un’altra direzione. Nel 2019 si era ritirato poco prima della compilazione del tabellone, ma quest’anno Marton Fucsovics è tornato a Umago.

Ti sembra proprio l’occasione propizia per ricordargli l’episodio dello scorso anno a Roma, quando una chiamata all’apparenza stupefacente dell’arbitro Moscarella mise fine a un match che la tensione di Basilashvili avrebbe anche potuto riaprire a favore di Marton. Vuoi domandare a Fucsovics se per quella chiamata abbia poi sospettato un motivo diverso dalla personale interpretazione del segno dopo il tristemente noto pep talk di Moscarella a Pedro Sousa in quel di Firenze, specificatamente nella parte in cui avrebbe voluto finire al più presto per il troppo caldo (26° gradi, ma vabbè). La ritieni una domanda innocente; dopotutto, non potrà andare peggio di com’è finita con Gojowczyk. Oppure sì?

Lo spettacolo pirotecnico di domenica sera festeggia il trionfo di Matteo Berrettini al “250” di Umago. Certo, era la prima testa di serie e l’unico top ten in tabellone, ma pensando a com’era iniziata… Il Berretto nazionale, in vacanza nel Paese natio della fidanzata Ajla, fa tappa a Umago per salutare l’amico Lorenzo Sonego impegnato nel torneo. Proprio in quelle ore, si libera un posto nel tabellone. “Senti Matteo” lo approccia con eccessiva confidenza uno del team di Lawrence Frankopan, il direttore della manifestazione. “Sai che Thiem ci aveva chiesto una wild card durante l’interruzione per pioggia mentre era sotto 4-6 4-6 1-5 al primo turno di Wimbledon, no? Beh, con la scusa che poi è arrivato in fondo al torneo, ha rinunciato per prendersi un’altra settimana di riposo”. “Addirittura due settimane senza giocare?” chiede Matteo con enfasi esagerata. L’altro lo ignora e prosegue: “Prendi tu il suo posto”. Ma no, voglio andare a vedere i laghi di Plitvice – vacci pure, tanto giochi il primo match giovedì – eppoi non ho neanche le racchette – te le presto io, sono uguali alle tue – su questo avrei qualche dubbio – dai, c’è anche Santopadre con te…

Il nostro si convince, rientra martedì sera dalla gita ai laghi, mercoledì si allena con le sue racchette giunte tramite corriere (si scorge una punta di delusione sul viso di quello dell’organizzazione) e vince quattro durissimi incontri in quattro giorni restando in campo complessivamente quasi undici ore. “Mi fanno un po’ malino le caviglie” dirà al termine della spettacolare finale vinta contro Jannik Sinner.

Con il naso puntato in direzione dei fuochi d’artificio mentre cerchi di non sporcarti eccessivamente di salsa tzatziki azzannando il falafel acquistato da quello che dalle tue parti sarebbe un piadinaro ambulante, cammini a un paio di metri dal bordo della laguna che delimita il lato nord dell’impianto. Un metro. Qualche centimetro. Cadi in acqua.

La prima cosa che vedi appena riapri occhi è il lampadario della tua stanza in affitto. La testa ti duole, ma già intuisci i prodromi di un altro dolore, meno tangibile eppure più profondo. Spietati, gli indizi suggeriscono che le emozioni della settimana umaghese hanno preso vita solo nel tuo cervello commosso – nel senso di commozione encefalica. Ma potrebbe non essere così semplice. Nel film di Christopher Nolan, i protagonisti capivano di trovarsi ancora in un sogno se l’oggetto personale che portavano sempre con sé – il totem – violava le leggi della fisica. Non sei stato previdente e non hai scelto il tuo totem, quindi, per quanto ne sai, potresti essere solamente “risalito” da un sogno-dentro-a-un-sogno al livello superiore e non essere ancora sveglio.

Un suono di passi agili ti distoglie dalle tue matrioske oniriche. Si avvicinano. Tenuta da tennis, borsone sulle spalle e un elegante segno diacritico sulla c, Ajla Tomljanović ti guarda perplessa: “Smetti di fare lo scemo lì per terra e andiamo in campo a tirare due palle”. A cosa serve un totem quando la realtà ti si presenta inequivocabile…

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Italiani

Giorgi si ferma a un set dalla finale: a Palermo il titolo sarà un affare tra Ferro e Kontaveit

Gran rimonta di Fiona Ferro, che da quando il tennis è ripartito non ha mai perso (14 vittorie su 14). Giorgi: “Non sono rammaricata, ho fatto il mio gioco”

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Camila Giorgi - Palermo 2020 (via Twitter, @LadiesOpenPA)

Eravamo pronti a salutare il ritorno di una tennista italiana in finale a Palermo (l’ultima volta era accaduto nel 2013, fu addirittura un derby tra Errani e Vinci), ma ci si è messa di mezzo la grande rimonta di Fiona Ferro. Presa decisamente a pallate nel primo set da Camila Giorgi (il 5-0 iniziale è andato a referto come 6-2), la tennista francese non ha fatto una piega e da quel momento non è più stata sotto nel punteggio. Non solo, ma è stata praticamente perfetta dal punto di vista tattico approfittando di un calo di Giorgi nei colpi di inizio gioco (6-2 7-5 il punteggio degli ultimi due set).

Ferro sfiderà in finale Kontaveit, che ha sconfitto in due set la n.1 del seeding Martic: la sfida è inedita nel circuito maggiore, ma nel 2016 si sono affrontate in un torneo ITF a Poitiers con vittoria di Kontaveit.

GIORGI ILLUDE – Scorrendo semplicemente il punteggio si potrebbe sospettare una quota maggiore di rammarico per Camila Giorgi, ma analizzando la partita a posteriori si deve invece sottolineare il notevole cambio di marcia di Ferro. Travolta in ogni aspetto del gioco nel primo set – senza timore di smentite si può dire che in campo c’era solo Giorgi, a firmare vincenti da ambo i lati – la francese allenata da Emmanuel Planque (ex coach di Pouille) ha capito di non poter accettare lo scambio a velocità troppo sostenuta e ha iniziato a sporcare le traiettorie oltre che a difendersi meglio, soprattutto dal lato del rovescio – quello debole.

 

L’inerzia del match è cambiata con le improvvise difficoltà di Giorgi a difendere il servizio (tre break subiti su quattro nel secondo set) a cui si è accompagnata l’imprecisione in risposta; non a caso, nell’unico game del secondo set in cui è riuscita a rispondere con continuità, ha breakkato Ferro lasciandola a quindici. Non è servito a evitare il 6-2, punteggio speculare a quello del primo set.

Nell’ultimo parziale il livello delle due giocatrici è stato più vicino, ma Ferro aveva ormai acquisito sicurezza nella gestione delle traiettorie; è stata abile a rallentare il ritmo e costringere Giorgi a colpire sopra l’altezza delle spalle, aumentandone così il margine d’errore. Il rovescio, da colpo debole, si è addirittura trasformato in prezioso alleato con un paio di lungolinea vincenti che sono risultati decisivi nell’economia del match. Dopo aver perso il break di vantaggio, Ferro si è portata ancora avanti sul 5-5 e ha chiuso la contesa con il servizio allungando a quattordici la striscia di vittorie dalla ripresa: contando le dieci uscite in una competizione nazionale francese e le quattro partite di questa settimana, da circa un mese Ferro ha sempre vinto.

Nel terzo set ho forzato troppo la seconda“, ha detto Giorgi in conferenza stampa. “Ma non sono rammaricata, ho cercato sempre di fare il mio gioco. E mi sentivo in forma, la condizione fisica non è una scusa: è stato quel game nel terzo set a incidere“.

FUORI MARTIC – Non ha avuto molta storia la prima semifinale, sebbene ce la si aspettasse piuttosto combattuta. In parte per merito di Anett Kontaveit, in parte a causa delle condizioni fisiche imperfette della prima favorita Petra Martic, frenata da un fastidio alla schiena e da una coscia dolorante. Nel primo set la giocatrice estone non ha sbagliato quasi nulla, offrendo una sola palla break, mentre nel secondo – quello in cui Martic ha chiesto il trattamento medico – si è un po’ fatta condizionare e ha faticato a chiudere l’incontro, che alla fine si è concluso 6-2 6-4.

Martic è apparsa abbastanza serena in conferenza stampa, non ha accampato scuse (“Oggi la migliore giocatrice in campo è stata lei“, ha ammesso) e si è detta comunque soddisfatta torneo che ha disputato, confermando di non aver patito particolarmente la ‘nuova’ normalità dovuta alle misure di sicurezza. Dopo aver raccontato nei giorni scorsi che la sensazione più particolare durante il lockdown è stata quella di non sentirsi una tennista per un po’, oggi Petra ha detto che la settimana siciliana le è servita proprio per ricordarsi… cosa significa invece esserlo.

La finale tra Fiona Ferro e Anett Kontaveit andrà in scena domenica, 9 agosto, alle ore 19:30.

Risultati:

[4] A. Kontaveit b. [1] P. Martic 6-2 6-4
F. Ferro b. Camila Giorgi 6-2 2-6 7-5

Il tabellone completo

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Italiani

WTA Palermo, Giorgi annulla due match point e vola in semifinale. Eliminate Errani e Cocciaretto

Quasi tre ore per la rimonta di Camila su Yastremska, brava “Coccia” ma non basta. Passa anche Martic

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Camila Giorgi al Palermo Ladies Open 2020 (foto Twitter @LadiesOpenPA)

Stava per diventare piuttosto nero il venerdì azzurro di Palermo che vantava tre italiane in altrettanti quarti di finale. Dopo che Elisabetta Cocciaretto e Sara Errani non erano riuscite a ribaltare il pronostico, Camila Giorgi si è trovata due volte a un punto dalla sconfitta. La vittoria della ventottenne di Macerata, insieme a un’altra buona prova della nostra giovane promessa, ha invece gettato una lampo di luce nella notte palermitana. Prima di loro, è toccato alla numero 1 del seeding soffrire per conquistarsi il campo per il sabato. Vediamo nel dettaglio com’è andata.

PETRA FATICA ANCORA – In una canottiera bianca che vedremmo bene addosso a Raonic però con una macchia di ragù, Petra Martic deve ricorrere a due tie-break per superare la n. 119 WTA Aliaksandra Sasnovich. Questa settimana, la ventiseienne di Minsk ha dato l’impressione di poter tornare alla forma di due anni fa, quando raggiunse il best ranking al n. 30: partita dalle qualificazioni, non ha perso un set in cinque incontri. Sicuramente stanca, non ha brillato contro Martic che, dal canto suo, non è certo stata un esempio di continuità.
Con l’eccezione di qualche sbavatura da parte di entrambe, l’incontro si avvia su binari accettabili pur senza particolari sussulti, con il punteggio che segue il servizio. Le due ragazze mostrano una buona mano con le smorzate e, se Petra ne gioca qualcuna senza alzare il ginocchio sinistro (un’ulteriore sorpresa per l’avversaria), Aliaksandra si fa applaudire anche per i lob perfetti. Un brutto nono game di Martic terminato trattenendo il braccio su una palla da chiudere manda Sasnovich a servire per il set, ma la tensione si mette di traverso. All’occasione sprecata si aggiungono le tre palle break salvate dalla croata, che però si vede poi annullare un set point da una battuta che tocca la riga e salta come certi kick di Isner contro Federer in quel tie di Coppa Davis. Incapace di salirle sopra come suggerirebbe la classifica, Petra riesce a far suo il tie-break grazie a un pizzico di lucidità in più.

Lucidità che evapora del tutto dal lato bielorusso in apertura di secondo parziale: incapace di prendersi il punto nonostante tre palle comode a disposizione, Sasnovich cede un game di battuta dal sapore di resa e la ventinovenne di Spalato pare dirigersi senza patemi verso la semifinale. Sorride al vago tentativo di rientro dell’avversaria, forse perché ha letto lo studio secondo cui non è vero che “tutto può succedere” nel tennis femminile e la regola è che vince chi ha la classifica più alta. Magari le viene qualche dubbio qualche minuto dopo quando è raggiunta sul 5 pari, con tre match point (due consecutivi) cancellati da un paio di “numeri” di Sasnovich, oppure quando serve una seconda e ancora inutile volta per il match. Il tie-break è di una bruttezza tale che imprigiona lo sguardo, ma rispetta le statistiche e Martic è la prima semifinalista dell’era Covid.

 

LAMPI DI COCCIA – Deve ricorrere alla sua maggiore esperienza, Anett Kontaveit, per venire a capo in tre set di Elisabetta Cocciaretto, diciannovenne di Ancona al suo primo quarto di finale WTA. Lunedì prossimo entrerà nelle prime 150 del mondo e può in ogni caso dirsi più che soddisfatta del suo torneo – un torneo che l’ha vista superare Donna Vekic.
Una partenza senza indugi dell’estone che fa valere da subito il suo peso superiore e una comprensibile componente emotiva della nostra rappresentante si sommano in una misura che non permette di essere contrastata. Cercando di muovere l’avversaria, Elisabetta riesce anche a procurarsi un paio di occasioni per rientrare in fretta dall’istantaneo 0-2, ma Anett è davvero centrata e si accaparra indisturbata i primi 5 giochi. Il game conquistato in extremis da Cocciaretto non solo le evita il bagel, ma vale quel mattoncino di fiducia indispensabile per iniziare la seconda partita con piglio completamente diverso. E allora tiene in difesa, ruba il tempo, sfonda e vola 3-0, Elisabetta, mentre l’illusione di un match facile, se mai c’è stata, svanisce dai pensieri della ventiquattrenne di Tallin. Dopo il MTO per l’azzurra che si fa trattare la coscia sinistra, Kontaveit muove il punteggio, ma il dritto di “Coccia” ribalta gli scambi e sventra in campo. E il rovescio fa anche più male. La n. 22 del ranking si affida al servizio per ottenere punti facili e rimanere in scia mentre cerca di ritrovare completamente le sensazioni del primo parziale. Le dà una mano l’assenza della prima di servizio marchigiana nel settimo gioco ma, lungi dall’accontentarsi di quanto fatto vedere finora, Elisabetta sale 5-3 e, subito un altro break, pareggia meritatamente il conto dei set nel successivo game di risposta.

Kontaveit è brava ad approfittare del calo di tensione dell’avversaria per portarsi sul 2-0, ma la nostra si riprende in tempo per evitare il doppio break in un terzo gioco ricco di ottime giocate da parte di entrambe, con cinque parità per ribadirne l’importanza. Anett, però, resta impassibile, come lo è stata durante il MTO o dopo essere finita a terra subendo una velenosa smorzata in contropiede – una caduta scomposta a cui qualche maschietto avrebbe reagito come se avesse riportato fratture multiple. Non può non esserci un’evidente differenza di tenuta mentale tra le due a questo punto del match ma soprattutto del torneo e la speranza che ci possa essere ancora partita finisce dopo pochi minuti: Kontaveit raggiunge Martic in semifinale. E grande Coccia, anche perché non sono questi i match da vincere. Per adesso.

SARA SENZA PIANO? – Dopo un buon avvio, Sara Errani perde bandolo e confronto davanti a Fiona Ferro, interessante francese n. 53 del ranking. Buon servizio, dritto pesante con swing da circuito maschile, Fiona paga un po’ debito sul lato sinistro, quello più forte di Sara, che si è nondimeno presentata a Palermo con un dritto in spinta più che apprezzabile. Nella serata siciliana, tuttavia, Errani non ricorre agli attesi cambi di ritmo indispensabili per non dare riferimenti a chi possiede un’arma importante.
È comunque la romagnola a uscire più velocemente dai blocchi, con la francese allenata da Emmanuel Planque che commette troppi errori prima di trovare la misura dei colpi e raggiungere l’avversaria al sesto gioco. Sara brekka ancora, ma poi la sua intensità cala vistosamente senza che ne sia privilegiata la ricerca di variazioni: la ventitreenne di Libramont prende in mano il gioco, piazza vincenti anche di rovescio su palle azzurre troppo corte e morbide, infila tre game e fa suo il set 6-4. Il leitmotiv non cambia alla ripresa e diventano sette i giochi consecutivi di Ferro che scatena efficacemente il suo drittone su ogni palla che può spingere (obiettivamente troppe, a cominciare dal servizio di Sara che “esce” poco anche rispetto ai suoi standard) e chiude in un’ora e mezza.

CAMILA IN RIMONTA –Cambi di spin e di ritmo, tocchi delicati, uso sapiente del campo, attacchi in controtempo, strenue difese in attesa della palla giusta per rovesciare lo scambio: nulla di tutto ciò era previsto e la sfida dalla quale Camila Giorgi esce vincitrice contro Dayana Yastremska dopo quasi tre ore e due match point annullati non ha deluso quelle attese. Ma, una volta entrati nello spirito del loro gioco, le emozioni non sono mancate.
Si parte con due doppi falli di Camila e il conseguente 2-0 per Dayana, ma non è assolutamente un problema perché al quarto gioco la ventenne di Odessa decide che deve fare ace con ogni seconda di servizio e si torna in parità. Di nuovo troppi gratuiti di Giorgi e Yastremska torna avanti al settimo game, un vantaggio che le permette di servire per chiudere sul 5-4. Un doppio fallo sul 30 pari offre una palla del contro-break, ma l’azzurra spreca il dritto da buona posizione. Un’altra occasione del 5 pari fa invano capolino fra quattro set point, ma al quinto tentativo l’ucraina mette al sicuro il parziale.

È di nuovo break in apertura, poi una Camila all’apparenza meno frenetica rimette la testa avanti. Non le riesce però l’allungo nonostante tre opportunità; meriti dell’avversaria a parte, è chiaro che, per quanto l’idea sia di rispondere come se il punteggio fosse 40-0, la testa sa che non è così. Come nel primo set, Yastremska opera lo strappo al settimo gioco, ma non le bastano due match point per chiudere sul 5-4 dopo essere risalita da 15-40 e allora sarà il tie-break a decidere. Camila è pressoché perfetta fino al 5-1, giocando come potrebbe fare per lunghi tratti se quel suo talento venisse indirizzato, poi qualcosa si incrina. Una prima battuta le dà il 6-3 e, dopo due set point volatilizzati, chiude ricorrendo ancora a una prima sul dritto di Dayana, che preferisce replicare la precedente risposta rasoterra piuttosto che buttare la palla di là in qualche modo e vedere cosa succede.
La regola del settimo gioco si conferma nel parziale decisivo, ma questa volta tocca a Camila approfittarne e, sempre più precisa e letale, evita la tensione di servire per il match chiudendo direttamente 6-3 in risposta. Giorgi torna così in semifinale – troverà Fiona Ferro – a quasi un anno di distanza dopo quella vinta al torneo del Bronx, anche allora salvando palle match.

Risultati:
[1] P. Martic b. [Q] A. Sasnovich 7-6(5) 7-6(3)
[4] A. Kontaveit b. [WC] E. Cocciaretto 6-1 4-6 6-1
F. Ferro b. [WC] S. Errani 6-4 6-1
C. Giorgi b. [7] D. Yastremska 4-6 7-6(5) 6-3

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