Coronavirus all'Adria Tour: Djokovic ha delle responsabilità?

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Coronavirus all’Adria Tour: Djokovic ha delle responsabilità?

Nessuna, dal punto di vista formale, nonostante le positività di Dimitrov e Coric al virus che causa il COVID-19. Più di qualcuna, se consideriamo che Novak Djokovic è il presidente dell’ATP Player Council

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Novak Djokovic - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

BREAKING NEWS – Djokovic è risultato positivo al coronavirus


Il dibattito sui quattro casi di coronavirus all’Adria Tour, che sui social ha presto assunto le forme di un tiro al piccione – a scanso di equivoci, il piccione è Novak Djokovic – è chiaramente il tema del giorno. Dopo l’annuncio della positività di Grigor Dimitrov, che sabato era in campo a Zara contro Borna Coric, anche il giocatore croato ha comunicato questa mattina di aver contratto il coronavirus. Le altre due positività accertate sono quelle di Marco Panichi, preparatore atletico di Djokovic e Kristijan Groh, allenatore di Dimitrov, mentre secondo alcune indiscrezioni (confermate dal Telegraph, quello britannico) Djokovic avrebbe rifiutato di sottoporsi al tampone in Croazia in quanto asintomatico per testarsi direttamente al suo ritorno a Belgrado, assieme ai membri della sua famiglia.

Perché il piccione sia Djokovic è presto detto: da presidente dell’ATP Player Council si è fatto promotore dell’organizzazione dell’Adria Tour, evento in quattro tappe (diventate tre dopo la cancellazione di quella montenegrina) che ha per direttore il fratello Djordje e le cui prime due tappe, quelle di Belgrado e Zara, si sono svolte a porte aperte e senza particolare rispetto del distanziamento sociale, sia in campo che fuori dal campo. Oltre agli abbracci post-partita, i giocatori sono stati a stretto contatto anche nel corso delle attività collaterali all’evento: una partita di calcio a Belgrado, una partita di basket a Zara e persino una serata in discoteca. Prima ancora di finire sotto processo per aver promosso un’esibizione senza rigidi protocolli sanitari, il numero uno del mondo era stato già accusato per aver disertato la riunione del 10 giugno su Zoom, nella quale sono state discusse le linee guida per la ripartenza del circuito.

 

L’ADRIA TOUR NON HA INFRANTO ALCUNA REGOLA – Cerchiamo di fare ordine. La questione andrebbe prima sottoposta al giudizio di legittimità per poi interrogarsi sull’eventuale opportunità. Partiamo dalla legittimità. L’Adria Tour si è disputato in ottemperanza delle leggi in vigore nei Paesi che hanno ospitato le prime due tappe, ovvero Serbia e Croazia. “Può essere criticato”, aveva detto Nole in una conferenza a margine dell’evento di Belgrado. “Si può dire, ad esempio, che magari sia pericoloso. Ma non spetta a me valutare cosa è giusto dal punto di vista della salute: stiamo semplicemente seguendo le regole del governo serbo”.

Quello che dichiara Djokovic è vero. Sul sito della Organization for Economic Co-operation and Development sono consultabili le schede riassuntive delle policy adottate dai vari paesi per combattere la pandemia di COVID-19, e da quella serba possiamo apprendere che già dal 7 maggio le misure di contenimento – che per circa un mese avevano previsto un coprifuoco di dodici ore, dalle 17 alle 5 del mattino – sono state allentate. Da un mese non è più necessario esibire una prova di negatività (al virus) all’ingresso nel Paese e a partire dal 5 giugno sono state rimosse le restrizioni relative alla partecipazione di pubblico ad eventi all’aperto, fermo restando il rispetto della distanza interpersonale di un metro che rimane ‘fortemente consigliata.

Riassumendo, in Serbia non esistono divieti formali sebbene il governo suggerisca – senza obbligo – di mantenere alcune precauzioni. Una scelta, quella del presidente Aleksandar Vučić – proprio ieri rieletto a larga maggioranza, con il 62,4% dei voti – che secondo alcuni media europei ha avuto il preciso scopo di ripristinare una patina di serenità in vista delle elezioni, previste inizialmente per il 26 aprile e rinviate di due mesi a causa del virus.

Quanto alla Croazia, a fine maggio è stato revocato il divieto di organizzare eventi pubblici con più di 40 partecipanti e il giudizio per ogni singolo evento, da allora, è stato demandato al parere dell’Istituto Croato di Sanità Pubblica, che evidentemente ha dato il via libera all’Adria Tour. A seguito delle positività di Dimitrov e Coric, il capo del dipartimento di malattie infettive Bernard Kaić è intervenuto in televisione per tranquillizzare i cittadini di Zara spiegando che ‘è necessario trascorrere molto tempo con la persona contagiata per potersi infettare’, e che dunque chi era semplicemente seduto sugli spalti non rischia il contagio.

I due giocatori risultati positivi a Zara: Borna Coric e Grigor Dimitrov

QUINDI DJOKOVIC NON HA SBAGLIATO? – Formalmente no, ammesso che si possa ricondurre a lui la responsabilità legale dell’organizzazione dell’Adria Tour. La questione che non può essere trascurata riguarda però il ruolo pubblico di Djokovic, e dunque l’opportunità di promuovere un evento che si è completamente disinteressato del distanziamento sociale (lo ricordiamo, fortemente consigliato dal governo serbo) mentre la pandemia sta ancora mietendo vittime in alcune parti del mondo.

Oltre a essere il tennista più forte del pianeta secondo il computer, che di per sé sarebbe sufficiente a imporre una attenzione supplementare per azioni e dichiarazioni che possono avere conseguenze dirette sulla collettività, Djokovic è il primo riferimento dei tennisti in virtù del suo ruolo di presidente del Player Council. Si tratta di una posizione politica a tutti gli effetti, che implica delle responsabilità politiche (limitatamente al mondo del tennis, s’intende). Nessuno lo ha obbligato ad assumersi questa responsabilità, che una volta assunta dovrebbe però essere onorata.

Stiamo dunque ipotizzando che Djokovic non l’abbia onorata, in questo caso? Sì, in un certo senso sì. L’Adria Tour poteva certo essere organizzato, ma se la positività di Dimitrov e Coric – non c’è garanzia che si siano contagiati partecipando all’esibizione – fosse emersa a margine di un evento disputato con le precauzioni suggerite, Djokovic non sarebbe diventato il bersaglio che è diventato nelle ultime ore.

Si aggiunga un altro concetto. Djokovic ha giustamente sottolineato che non spetta a lui valutare cosa è giusto per la salute, ma proprio in virtù di questo principio non sembra spettargli neanche la responsabilità di inviare il messaggio del ‘liberi tutti’ che ha chiaramente fatto passare con l’Adria Tour. Questo non implica che ci sia (stata) malafede da parte del giocatore serbo, così come non c’era malafede nelle parole dei politici italiani che pochi giorni prima dell’esplosione dell’epidemia in Lombardia invitavano a ‘non fermarsi’. Che sia per una convinzione personale, perché ritiene – a torto o a ragione – che il virus abbia smesso di costituire pericolo, o per un fine più machiavellico (convincere lo US Open ad allentare le briglie?), Djokovic ha avallato un’iniziativa che potrebbe aver avuto conseguenze negative su altre persone.

Ha commesso una leggerezza, lui come gli altri giocatori presenti, e sarebbe deontologicamente scorretto non rilevarla. Un conto è essere convinti che il virus non sia mai esistito o non sia più pericoloso, un conto è tradurre questo pensiero in azioni di pubblico interesse.

Ha commesso una leggerezza non nella misura in cui ha deliberatamente favorito la trasmissione del virus, perché potrebbe anche non esserci alcun nesso di causalità tra l’Adria Tour e la positività di Dimitrov e Coric, ma nella misura in cui ha scelto di ignorare le precauzioni che in questo momento hanno il cruciale compito di guidarci in un momento di incertezza collettiva, di ipotesi e pareri scientifici in contrasto.

Djokovic non sa se il virus è ancora pericoloso o meno, come non lo sappiamo noi né, persino, chi ha studiato anni per saperlo (già questo dovrebbe essere sufficiente a indurre in noi un certo ‘pudore delle opinioni’, tristemente dimenticato). Djokovic potrebbe anche avere ragione, ma sarebbe una ragione inconsapevole; non può essere sicuro del messaggio che sta mandando. A questo servono le precauzioni, per quanto inutili possano sembrare, e anzi l’auspicio anzi è esattamente quello: che un domani si riveleranno inutili: vorrà dire che tutto è andato per il meglio.

Quello che viene erroneamente interpretato come una svalutazione del metodo scientifico e addotto come argomento a favore della tesi del ‘liberi tutti’, ovvero il virologo A convinto che gli asintomatici non siano pericolosi per la trasmissione del virus e il virologo B che sostiene il contrario, è semplicemente il normale dibattito scientifico che ottiene eccezionalmente la pubblica attenzione per la portata planetaria del tema in oggetto.

La scienza sta effettivamente brancolando nel buio, perché è così che succede prima che le prove mettano d’accordo tutti su una tesi, e noi abbiamo il dovere civico di non peggiorare le cose in questo periodo di assestamento. Se alcuni virologi pasticciano nella fretta di esprimersi, se politici e decisori travolti dalla crisi compiono scelte traballanti e poco comprensibili, noi non siamo più legittimati del solito a fare quello che ci pare per combattere un supposto disegno che ci vorrebbe asserviti alle multinazionali del farmaco (saranno mica le uniche del mondo, peraltro; tante altre hanno perso e perderanno soldi a causa della crisi, e non stanno certo stappando Dom Perignon).

Quello che la comunità scientifica forse non ha saputo comunicare con sufficiente chiarezza è il seguente concetto: non sappiamo ancora quello che dovremmo sapere sul virus, né abbiamo una strategia valida per curarlo e debellarlo, dunque nel frattempo vi chiediamo di sottoporvi a qualche piccolo sacrificio perché si possa guadagnare il tempo sufficiente a trovare una contromisura definitiva. Disputare un’esibizione con qualche metro di distanza in più sugli spalti e qualche abbraccio in meno in campo, tutto sommato, sarebbe stato un sacrificio tollerabile.

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Tsitsipas ha vinto a Montecarlo: un segnale importante per il resto della stagione sulla terra?

Il greco è stato bravo e (in parte) fortunato. La domanda ora è: Nadal, Djokovic e Thiem sapranno ristabilire gli equilibri?

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La stagione su terra del 2021 è ufficialmente entrata nel vivo questa al Rolex Monte-Carlo Masters, e sorprendentemente il più grande giocatore di sempre sul rosso non ha centrato la vittoria numero 12 al torneo monegasco. Rafael Nadal è infatti stato battuto nei quarti di finale da Andrey Rublev per 6-2 4-6 6-2. A dire il vero, lo spagnolo era lontano dal suo stato di forma migliore: giocando un tennis a tratti falloso e servendo cinque doppi falli nel set di apertura, si è trovato a combattere contro sé stesso e contro un avversario apparso potente, preciso e calmo nei momenti decisivi.

La sconfitta di Nadal ha decretato anzitempo la finale tra Rublev e Tsitsipas, che sono poi effettivamente riusciti a raggiungere la finale. Quest’ultimo è riuscito a sfruttare al meglio un tabellone favorevole, concedendo solo 28 game in cinque partite; apparso in un ottimo stato di forma, è riuscito a tenere sotto controllo le proprie emozioni, migliorando giorno dopo giorno nel corso della settimana. Oltre alla sua bravura, il greco è stato anche fortunato, perché ha evitato una semifinale che sembrava scritta contro Novak Djokovic, arrivato imbattuto in stagione a questo torneo. Djokovic non era il favorito a Montecarlo soltanto a causa della presenza di Nadal, ma tutti si sarebbero aspettati un percorso sicuramente migliore da parte del serbo.

Come Nadal, il serbo ha disputato a Montecarlo il suo primo torneo post-Australian Open e, sicuramente, non è stato favorito dalla lunga assenza dai campi. Dopo il bye al primo turno, Djokovic ha giocato un match solido al suo esordio contro il promettente Jannik Sinner. L’altoatesino arrivava dalla sua prima finale in un Masters 1000 a Miami, e perciò Djokovic non ha sottovalutato la sfida, vincendo nettamente per 6-4 6-2 con una prestazione di prim’ordine. La sua difesa è stata particolarmente impressionante: ha fatto capitolare Sinner più e più volte grazie allo splendido anticipo in risposta, all’ottimo controllo degli scambi e ad una grande prova di rovescio, giocando la partita come se si trattasse di una semifinale o una finale.

 

Eppure, Djokovic è apparso totalmente diverso appena 24 ore dopo, quando è sceso in campo per affrontare Dan Evans negli ottavi di finale. I due non si erano mai affrontati, come successo con Sinner il giorno precedente, ma, a differenza del match contro l’italiano, Djokovic è apparso spaesato, ed il suo gioco solido si è rivelato controproducente al cospetto di Evans. Il britannico ha messo in grande difficoltà Nole, falloso fin dai primi giochi dell’incontro. Prima che potesse rendersene conto, Djokovic ha subito due volte il break nei primi due turni di servizio, trovandosi da subito a rincorrere sullo 0-3 nel primo set. Il serbo è riuscito a recuperare fino al 4-4 per poi cedere nuovamente la battuta, perdendo il primo set 6-4. Nel secondo Djokovic si è portato subito sul 3-0 ma ancora una volta si è trovato a commettere tanti errori non forzati, facendosi rimontare sul 4-4. Ha avuto un set point nel decimo game, mancandolo però con l’ennesimo unforced di rovescio – Evans ha poi vinto l’incontro per 6-4 7-5. Il giocatore britannico ha poi sconfitto David Goffin nei quarti di finale, prima di venire strapazzato in semifinale da Tsitsipas con un netto 6-2 6-1.

Rublev ha invece avuto una strada molto più difficile verso la finale. Negli ottavi ha superato al fotofinish il sempreverde Bautista Agut, ponendo le basi per la battaglia contro Nadal. Il russo ha sfruttato i problemi al servizio di Nadal nel primo set, vincendolo facilmente e portandosi sul 3-1 e poi sul 4-2 nel secondo. Ha inoltre avuto palle break nel quinto e nel settimo game, non riuscendo tuttavia a convertirle grazie alla ben nota caparbietà del maiorchino, capace una volta di più di esaltarsi nel momento di maggior pressione. Vincendo quattro game consecutivi, Nadal ha portato il match al terzo, ma Rublev ha resistito in maniera encomiabile alle controffensive dell’undici volte campione ed è riuscito a vincere 6-2 4-6 6-2, breakkando Nadal tre volte nel set iniziale e altre tre volte nel terzo. Rublev ha poi sconfitto Casper Ruud in due set, accedendo così alla finale.

Sulla carta, la sfida per il titolo appariva come un match tiratissimo – i due giocatori si erano equamente divisi le vittorie nei sei precedenti confronti diretti. Rublev, tuttavia, arrivava da una settimana dura, mentre Tsitsipas era fresco, in fiducia, ed in totale controllo dei colpi da fondo grazie alla sua maggiore varietà; ha così meritatamente sconfitto un Rublev sottotono per 6-3 6-3.

Quindi, come interpretare ciò che è accaduto a Montecarlo? Cosa dobbiamo aspettarci dalla stagione su terra rossa ed in particolare dal Roland Garros?

Cominciamo con Tsitsipas. Non c’è dubbio che abbia vissuto una splendida settimana, suggellata da un trionfo atteso da tanto tempo. Nel 2018 aveva perso la finale contro Nadal al Masters 1000 in Canada, superando Djokovic per la prima volta lungo il suo cammino. Quella era solo la sua settima apparizione in un torneo Masters 1000, e aveva mostrato un tennis brillante per tutta la settimana. A Madrid, l’anno successivo, ha sconfitto Nadal sulla terra battuta in semifinale prima di perdere contro Djokovic. Alla fine di un memorabile 2019, Tsitsipas ha conquistato il titolo più importante della sua carriera alle ATP Finals di Londra, mentre l’anno scorso, quando la pandemia ha sconvolto il mondo, ha avuto l’opportunità di giocare solo tre eventi Masters 1000, e la sua migliore performance è stata la semifinale a Cincinnati/New York. Dobbiamo poi ricordare che è stato un pericolo costante anche negli Slam: ha raggiunto la sua prima semifinale all’Australian Open nel 2019, estromettendo Federer prima di perdere da Nadal; l’anno scorso al Roland Garros è apparso in grande forma, sconfiggendo Rublev e raggiungendo le semifinali prima di cedere a Djokovic in cinque tiratissimi set; questo febbraio, a Melbourne, Tsitsipas ha poi raggiunto la sua seconda semifinale australiana, inchinandosi soltanto a Daniil Medvedev.

Dal 2018, quindi, Tsitsipas ha dimostrato più e più volte di essere un giocatore costruito per i grandi palcoscenici e desideroso di mettersi in gioco contro i migliori al mondo. Questa vittoria a Montecarlo non è una garanzia che arriverà fino in fondo al Roland Garros 2021, ma quantomeno sembra indicare che potrà giocarsi le sue carte sulla terra contro chiunque. Non importa come si esibirà da qui all’inizio del Roland Garros alla fine di maggio, perché in virtù di questa straordinaria vittoria Tsitsipas si è posizionato di diritto come un contender a Parigi. Si presenterà in Francia con la convinzione che le sue possibilità siano buone come quelle di chiunque altro al di fuori di Nadal e, forse, di Djokovic.

Come devono essere valutati gli altri candidati principali in attesa che si svolgano i prossimi tornei sulla terra battuta? Non credo che Nadal sarà giù di morale dopo la sconfitta contro Rublev: sa che è stato uno di quei giorni in cui si è imbattuto in un avversario pressoché perfetto, peraltro in una serata in cui l’aria era fredda ed il vento pesante. Nadal può sopportare venti vorticosi meglio di chiunque altro nel tennis, ma l’aria più fredda lo ha ostacolato notevolmente e ha tolto vivacità al rimbalzo dal suo caratteristico dritto – non ha avuto modo di far giocare a Rublev un numero sufficiente di colpi sopra le spalle.

Questa settimana Nadal è la tds N.1 nel torneo di Barcellona, e mi aspetto che vinca per la dodicesima volta uno dei suoi tornei preferiti. Anche Rublev e Tsitsipas sono iscritti al torneo spagnolo, e potrebbero incontrarsi in semifinale. Il tabellone di Nadal mi fa pensare che non possa perdere a Barcellona prima della finale; inoltre, essendo appena uscito da una sconfitta a Monte Carlo, Rafa sarà terribilmente desideroso di vendicare la sua sconfitta contro Rublev a Montecarlo e di rispondere a Tsitsipas, che ha sorpreso lo spagnolo rimontandolo nei quarti dell’Australian Open. Prima di quest’anno, a Nadal era capitato solo contro Roger Federer in una splendida finale di Miami nel 2005 e contro un indemoniato Fabio Fognini sotto le luci dello US Open 2015.

Anche Djokovic è tornato in azione questa settimana all’ATP 250 di Belgrado. Esibirsi di fronte ai fan di casa dovrebbe ispirarlo, consentendogli di fare ammenda per Montecarlo e forse di ottenere il titolo numero 83 in carriera. A Belgrado saranno presenti, tra gli altri, anche il semifinalista dell’Australian Open Aslan Karatsev, l’americano Sebastian Korda ed il numero uno italiano Matteo Berrettini. Gli avversari saranno forti ed agguerriti, ma Djokovic ha sicuramente buone possibilità di conquistare il titolo ed accendere definitivamente la miccia della sua campagna su terra.

Inizialmente anche Dominic Thiem avrebbe dovuto giocare a Belgrado, ma si è chiamato fuori per un problema al ginocchio. L’austriaco aspetterà gli eventi Masters 1000 di Madrid e Roma per esibirsi sulla terra battuta dopo un inizio preoccupante di 2021. Dopo aver vinto il suo primo major allo US Open e nonostante la cocente sconfitta contro Medvedev nella finale delle ATP Finals, Thiem appariva il candidato numero uno a spodestare Djokovic e Nadal dal trono della classifica ATP. Ciononostante, il suo 2021 è iniziato in maniera incredibilmente opaca: dopo una sconfitta per 6-4 6-4 6-0 negli ottavi per mano di Grigor Dimitrov all’Australian Open quando apparentemente era alle prese con un infortunio, Thiem ha vinto solo una partita tra Doha e Dubai, e da allora non ha più giocato – il suo record stagionale è fermo a 5-4.

Così le sue prestazioni a Madrid e Roma, in attesa del Roland Garros, potrebbero essere fondamentali per determinare le sue ambizioni per il resto dell’anno. Dei suoi 17 titoli ATP in carriera, 10 sono arrivati sulla terra battuta; inoltre, l’austriaco è già arrivato due volte in finale all’Open di Francia. Ora, però, sembra che stia lottando immensamente contro le sue insicurezze, ed è chiaramente ad un bivio emotivo.

Ribadisco il mio pensiero: credo che Nadal sarà il vincitore a Barcellona e Djokovic a Belgrado. I protagonisti avranno quindi una settimana di ferie prima di trasferirsi a Madrid e Roma, dove ci aspettano splendidi tornei sulla terra rossa. Credo che Tsitsipas possa vincere uno dei due, così come Rublev. In quelle due settimane cruciali, penso che anche Sascha Zverev dimostrerà ancora una volta quanto sia forte sulla terra battuta: il tedesco ha vinto il suo primo titolo Masters 1000 a Roma quattro anni fa, e anche quest’anno sarà un serio contender sia a Madrid che a Roma. Thiem, inoltre, arriverà in fondo ad almeno uno di questi due tornei. Cosa dobbiamo pensare di Medvedev? Tutti e dieci i suoi titoli in carriera sono arrivati sui campi in cemento; inoltre, si è dovuto ritirare da Montecarlo perché è risultato positivo al coronavirus. Forse il numero due del mondo tornerà il mese prossimo per competere sulla terra battuta, ma difficilmente sarà in piena forma.

Nadal ha sempre avuto problemi con l’altitudine di Madrid; tra tutti gli eventi su terra, è sicuramente quello che ama di meno. Ha vinto Monte Carlo e Barcellona 11 volte ciascuno e Roma nove volte. Ha vinto 60 dei suoi 86 titoli in carriera sulla terra battuta (producendo un incredibile record di 447-41), inclusi 13 Roland Garros, ma ha vinto Madrid solo quattro volte sulla terra battuta (più un’altra sul cemento indoor). Quindi per il torneo spagnolo vedo qualcun altro come campione. Djokovic, Zverev e Thiem potrebbero essere i tre principali contendenti, ma anche Sinner sarà da tenere d’occhio. Roma? Sebbene Djokovic abbia conquistato il suo quinto titolo lo scorso anno, credo che Nadal si riprenderà lo scettro conquistando il suo decimo titolo.

Nel frattempo, Roger Federer ha annunciato i suoi prossimi impegni: giocherà l’ATP 250 di Ginevra la settimana dopo Roma, a cui farà seguito la sua diciannovesima presenza al Roland Garros. Il campione dell’Open di Francia 2009 certamente non vincerà un secondo titolo quest’anno, ma adora giocare lì. Può arrivare alla seconda settimana con un buon tabellone, e probabilmente perderà agli ottavi o ai quarti, o, nella migliore delle ipotesi, in semifinale. Non mi spingo oltre con le previsioni in attesa del Roland Garros – voglio vedere come se la caveranno i migliori giocatori a Madrid e Roma prima di fare pronostici seri per Parigi. Nel frattempo, non vedo l’ora di vedere tutte le evoluzioni tennistiche dei top player in questo mese, su una superficie che tira fuori il lato più artistico del tennis. Questo è il periodo dell’anno in cui tutto prende vita nel mondo del tennis.

Traduzione a cura di Marco Tidu

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Tennisti e vaccino anti Covid-19: si allarga il contingente dei no-vax

Intervistati da Ben Rothenberg, si schierano contro la profilassi Rublev, Schwartzman, Svitolina e Sabalenka. Favorevole Osaka. ATP e WTA all’unisono: “Vaccini consigliati, ma nessun obbligo”

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In foto Simona Halep, la prima tennista a pubblicare una foto dopo essersi vaccinata

È la questione più dibattuta al mondo, destinata a soggiornare sulle prime pagine di ogni organo di stampa per molti mesi ancora, almeno fino a quando la campagna vaccinale arriverà agli agognati sgoccioli. Vaccini sì o vaccini no? I vantaggi dell’inoculazione saranno superiori alle conseguenze del rifiuto? Un dibattito logorante, anche se il filato dell’interrogazione sembra per lo più realizzato in lana caprina.

Al di là di alcune prese di posizione al limite del mostruoso, il grande dubbio che circonda l’utilizzo della ‘bomba H’ progettata per mettere definitivamente all’angolo il virus – contro cui purtroppo non esistono profili terapeutici di efficacia certa – non può non interessare il tennis, lo sport sballottato con più veemenza dai cupi soffi della pandemia. Organizzato in Tour e quindi per sua stessa costituzione incline a valicare confini tutte le settimane, costretto ogni volta a misurarsi con faldoni normativi diversi da Stato a Stato e a cambiare di continuo aeroporti, alberghi e palestre, il mondo della racchetta è sin dai primi giorni al centro del cataclisma, obbligato a cercare soluzioni scomode che, comprensibilmente, vista la delicatezza del problema, si scontrano con le multiformi sensibilità delle parti in causa.

La primigenia esternazione, genitrice dell’aspra dicotomia sul tema, fu quella di Novak Djokovic, contrario alla profilassi da tempi non sospetti: la presa di posizione del numero uno al mondo, cui venne all’istante affibbiato dagli avversari politici il maligno soprannome Novax, seguita dalla disinvolta gestione del discusso Adria Tour da lui patrocinato, aprirono la tesa tavola rotonda, ormai quasi un anno fa. Per carisma, ruolo e facondia eccellente nel creare proseliti, o anche senza nesso di causalità e semplicemente perché si tratta di uno scetticismo diffuso, tra i colleghi più giovani c’è chi la pensa allo stesso modo. Giusto nella giornata di martedì, il celebre corrispondente del New York Times Ben Rothenberg ha raccolto le dichiarazioni di cinque professionisti, due donne e tre uomini, invitati a riferire le loro intenzioni: si vaccineranno? Non lo faranno? E se sì, quando?

 
Qui trovate raccolti i pareri di Svitolina, Rublev, Sabalenka e Schwartzman

La tendenza generale delle risposte restituisce perlomeno una generale mancanza di visione d’insieme, un pizzico di qualunquismo egoista e una spolverata di bizzarre convinzioni. Elina Svitolina e Andrey Rublev, posizionati grossomodo sulla medesima falsariga, sottolineano come la vaccinazione non porterebbe loro alcun vantaggio, o addirittura alcun privilegio, per dirla con il russo. Il fatto che il famoso vaccino diminuirebbe la possibilità di trasferire il virus al prossimo evidentemente non stimola il loro interesse. “La nostra situazione non migliorerebbe granché – hanno fatto sapere i due più o meno in coro -, l’ATP, la WTA e i governi locali ci obbligherebbero comunque a stare nella bolla e a passare un periodo di quarantena dopo ogni trasferimento“. La convinzione del russo non sembra poggiare su basi solidissime: “Da quali presupposti deriva questo rifiuto? Non lo so, non saprei risponderti“.

La tennista da Odessa teme effetti collaterali e soprattutto i pochi test effettuati prima della distribuzione di massa; come Aryna Sabalenka, la quale, per la presumibile soddisfazione di Djokovic, condisce la dissertazione con un po’ di mistica scientifica. “Non credo nel vaccino – ha detto a Rothenberg la bielorussa -; se sarò obbligata a farlo per poter giocare i tornei allora non avrò scelta, ma di sicuro non permetterò che i miei famigliari lo facciano. Se dovessi essere costretta, sceglierei comunque quello più caro sul mercato, perché più sicuro, e con meno probabilità di inficiare il mio corredo genetico“. Questa è una inesattezza piuttosto grossa, qui è spiegato brevemente perché.

Anche Diego Schwartzman si schiera dalla parte del no. “Sono contrario, i vaccini non fanno parte né della cultura né tantomeno della tradizione della mia famiglia. Inoltre, al momento l’approvvigionamento è parecchio problematico in Argentina. Se l’ATP ci ha detto che potrebbe provvedere? Non proprio. Abbiamo sentito dire molte volte che il Comitato Olimpico potrebbe aiutarci in vista dei Giochi di Tokyo. Se ciò sarà possibile per noi atleti, e la somministrazione dovesse essere attuata nella perfetta osservanza di tutti i crismi legali e clinici, potrei prendere in considerazione la possibilità di farlo“. L’unica voce fuori dal coro, tra gli interrogati, è quella di Naomi Osaka. La numero due del mondo ha tagliato corto, limitandosi a rispondere “mi vaccinerò sicuramente, quando sarà il mio turno“.

Posto che le decisioni dei giocatori potrebbero drasticamente cambiare indirizzo una volta che i diversi Stati chiariranno le rispettive politiche in tema di ingressi e soggiorni (è praticamente certo che Australia e Cina consentiranno l’accesso al territorio nazionale solo ai vaccinati, con buone probabilità di essere imitate da altri Paesi), un numero tanto elevato di voci univoche contrarie alla pratica ha creato un discreto sconquasso nelle stanze dei bottoni, forzando due comunicati di tenore pressoché identico rilasciati a stretto giro di posta da ATP e WTA.

Basandosi sulle evidenze scientifiche emerse, ATP raccomanda a tutti la vaccinazione al COVID-19 – si legge nel bollettino dell’Associazione Tennisti -. Parallelamente, restiamo a disposizione per sostenere e supportare la distribuzione a tutti i livelli e in tutto il mondo, dando priorità a chi avrà maggiore necessità di protezione. Inoltre ci stiamo confrontando con infettivologi e virologi per valutare le migliori strategie di somministrazione quando le dosi saranno disponibili su larga scala, mentre collaboriamo con altre leghe sportive internazionali e consulenti esterni con l’obiettivo di individuare le modalità di gestione migliori nell’ambito dello sport. Qualsiasi aggiornamento ulteriore riguardo ai prossimi passi da compiere e alle opzioni di vaccinazione disponibili per i nostri atleti verrà comunicato con la massima tempestività“.

Una nota protocollare, non dissimile dalla gemella parimenti impiegatizia ma leggermente più decisa resa pubblica dalla controparte femminile. “La WTA crede nel vaccino e incoraggia chiunque a sottoporvisi. Ciò sarà decisivo per proteggere dal virus l’individuo vaccinato e colui che ancora non lo è, accelerando il processo di ritorno alla normalità tanto agognato. Insieme ai fidati consulenti della Mayo Clinic (l’organizzazione non-profit per la ricerca medica con sedi a Rochester, Jacksonville e Phoenix, NdR) saremo in grado di assistere gli atleti e consigliarli al meglio sui benefici che i diversi vaccini sul mercato garantiscono. Detto questo, la WTA non obbligherà nessuna giocatrice a vaccinarsi, in quanto decisione personale insindacabile che rispetteremo, qualunque essa sia“.

CONCLUSIONI

Osserveremo, con la dovuta preoccupazione visti i chiari di luna, quello che accadrà. Nel frattempo ci permettiamo di considerare igienica una riflessione: i giocatori sono anche dei piccoli capi-azienda, con la responsabilità di stipendiare un team più o meno nutrito di allenatori, fisioterapisti e preparatori con i quali, per dieci mesi l’anno, intrattengono rapporti pressoché simbiotici: è lecito sospettare che le giovani star possano condizionare la vita di chi lavora nella squadra con le loro scelte. Scelte che nella stragrande maggioranza dei casi non sembrano fondate su processi cognitivi conclusi con profitto.

Per comprendere compiutamente cosa siano gli mRNA, ma anche solo i processi di replicazione del genoma, fior di specializzati in biologia molecolare ci hanno rimesso qualche bocciatura nel percorso di studi. Le persone comuni, nel cui novero ci onoriamo di accasarci insieme ai tennisti e alla stragrande maggioranza dei bipedi che popolano questa landa desolata chiamata Terra, hanno solitamente bisogno di un aiuto qualificato per leggere le analisi del sangue quando arriva il referto, figuriamoci il resto.

Noi, provando a restare il più possibile adesi alle evidenze scientifiche, ci rifacciamo a una nota pubblicata in data 29 marzo dall’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) che in sostanza riassume il seguente concetto: è stata provata l’efficacia dei vaccini nel ridurre le forme più severe di COVID-19, e sebbene i trial di studio non siano stati strutturati per misurare la riduzione del rischio di trasmissione del virus da parte di chi si vaccina, ma appunto per evitare che la gente contragga forme gravi della malattia, è comunque presumibile che la vaccinazione abbia un effetto preventivo anche sulla trasmissione del virus. A conferma di questa teoria esiste un solo studio, sviluppato in Scozia, in cui si segnala come la vaccinazione di un membro della famiglia riduca del 30% le possibilità di contagio dei conviventi, e solo attraverso ulteriori indagini (effettuate su campioni più ampi) si potranno avere conferme definitive in tal senso. Le autorità sanitarie affermano che, al momento, è ragionevole crederlo.

Chiudiamo parafrasando il mirabile articolo scritto proprio ieri da Simon Briggs sul Telegraph. Occorre comprendere come molti giocatori, prima dell’inizio della pandemia, abbiano vissuto in un’antesignana bolla: quella fatta di agenti, sponsor, coach e danti causa dei più disparati: c’è da sospettare che qualcuno, nel percorso di crescita filtrato da una lente lattiginosa deformante, abbia precocemente smarrito il contatto con la realtà.

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Vasek Pospisil, prossimo a spaccare la racchetta

Un po’ ce lo aspettavamo, bisogna dirlo. I ventidue rinunciatari su settantanove aventi diritto a partecipare al Masters 1000 di Miami erano un discreto segnale, quasi una sirena d’allarme. Non si tratta di uno dei tornei più longevi del circuito – la prima edizione è datata 1987, dopo due anni tra Delray Beach e Boca West – ma il Miami Open è riuscito a costruirsi una sua identità nel circuito. Anche grazie all’unione immateriale con Indian Wells, assieme a cui forma il Sunshine Double che nel 2020 è saltato per intero e quest’anno deve reggersi su una gamba sola, quella a mollo sulle rive della East Coast. L’altra metà dell’identità del torneo di Miami è quella latina, che del resto pervade tutta la Florida (più di quanto accada in California): pensate che prima del torneo è previsto un Media Day tutto latino, riservato ai tennisti sudamericani, e che lo sponsor che dà il nome al torneo dal 2015 – Itaù – è una banca brasiliana che negli Stati Uniti ha appena due o tre uffici di rappresentanza. Si potrebbe quasi dire che è un torneo con radici sudamericane prestato alla Florida.

L’edizione 2021 sembra del tutto priva di questa identità, però. Il pubblico praticamente non c’è, o comunque quei pochi che siedono sugli spalti non sono sufficienti a restituire alcun ‘calore latino’; chiedere a Galan, colombiano, che ha rovesciato il pronostico contro de Minaur ma in cambio ha ricevuto solo qualche timido applauso. Il torneo non sembra ancora essersi adattato al cambio di sede del 2019, nonostante un profondo sforzo logistico nell’area dell’Hard Rock Stadium (infarcita di palme e campi ground) che adesso ospita la competizione; Key Biscayne (Crandon Park) era un incubo per gli spostamenti, ci assicura chi lo ha frequentato più volte, ma era uno splendido posto per giocare a tennis.

Gli spalti vuoti certamente peggiorano la resa televisiva degli incontri, ma si ha la costante sensazione che le partite si stiano giocando in un parcheggio, o comunque in un luogo di passaggio. Appare però necessario rimandare il giudizio alla prima edizione che si disputerà con il pubblico e – soprattutto – con i migliori ai nastri di partenza. Questo è il primo Masters 1000 privo di Fab 3 da Bercy 2004: per darvi un contesto, a quel torneo parteciparono appena quattro giocatori che oggi sono ancora in attività – Feliciano Lopez, Tsonga, Monfils e Robredo – e il vincitore fu Marat Safin, uno che sembra appartenere a tutt’altra epoca tennistica (e infatti è così).

A tutte queste difficoltà si aggiunge un caldo piuttosto umido che sta influenzando la qualità degli incontri. Le povere Ahn e Jabeur hanno addirittura vomitato in campo, a causa delle difficili condizioni atmosferiche, così come una raccattapalle durante il match tra Galan e de Minaur. Paire si è tolto e rimesso la maglietta (completamente nera: non una gran scelta, Benoît) praticamente a ogni cambio campo contro Musetti, un match che già non aveva particolare voglia di giocare. Zverev non ha opposto grossa resistenza alla rimonta di Ruusuvuori, piegandosi sulla racchetta ogni due per tre con il sudore a colargli dalla fronte. Jack Draper ha addirittura rischiato di svenire in campo (e infatti si è ritirato). Chi è sul posto conferma: le temperature non saranno altissime, ma è complicato stare al sole per molto tempo.

Vika Azarenka, che da poco si è trasferita a Miami, ha spiegato la strana sensazione di giocare un torneo che ha una storia trentennale eppure sembra del tutto nuovo. “Beh, sicuramente è il torneo per giocare il quale ho fatto meno strada, e questo aiuta. Se mi sento a casa? Mi ci sto abituando: ho la sensazione che la vecchia sede fosse più confortevole, così questo mi sembra più un torneo nuovo che il ‘solito’ Miami Open“. Anche i campi sono diversi, e un po’ tutti i giocatori li stanno trovando piuttosto lenti. Vika conferma: “Sono abbastanza d’accordo. La palla rimbalza molto, ma allo stesso tempo a volte viaggia più veloce. Dipende dal tipo di colpo: alcune palle, quelle con più spin, vanno piuttosto lente, mentre i colpi piatti viaggiano un po’ di più. Dipende dallo stile di gioco“. Più di qualche big server in effetti è saltato (Opelka, Querrey, Zverev, Kudla, Anderson) ma non è detto che ciò sia accaduto solo per la lentezza dei campi – del resto Raonic e Isner sono ancora in pista.

Un po’ di polemica, Q.B.

Insomma, manca il pubblico, mancano alcuni dei giocatori più forti, sinora sta mancando anche lo spettacolo. Eppure il Miami Open ha trovato il modo di far parlare di sé, anche grazie a un paio di elementi di polemica.

Il primo lo ha riportato a galla proprio Paire, che per amore dei 16.000 dollari di montepremi (altrimenti perché andare a Miami?) ha fatto poco più che presenza contro Musetti. C’è chi dice che dovrebbero impedirgli di partecipare ai tornei se ha poca voglia di giocare, qualcuno addirittura dice che bisognerebbe azzerare soldi e punti riservati a chi perde al primo turno (non c’è bisogno di spiegare perché è una proposta sciocca, basti dire che al primo turno perde anche chi s’impegna molto). Paire ha risposto così, sulle colonne de L’Équipe: “Mi vogliono squalificare? Dicono che non ho diritto di stare qui? Io faccio del mio meglio, e a volte il mio meglio non è granché. Ma non vedo perché dovrebbero squalificarmi. Dai, ci vediamo a Montecarlo; un grande torneo, non vedo l’ora di combattere“. Di sicuro non gli mancano sarcasmo e levità nell’affrontare la questione.

Il secondo elemento è decisamente più interessante, nonché più preoccupante per il futuro del tennis. La scen(eggi)ata di Pospisil durante la partita contro McDonald, che ha visto il canadese insultare pubblicamente Gaudenzi (reo a sua volta di averlo rimbrottato ‘per un’ora e mezza’ durante l’ultimo meeting tra i giocatori e l’establishment dell’ATP), è quasi certamente il sintomo di un malessere profondo, la crepa in superficie di una frattura che somiglia sempre di più alla Faglia di Sant’Andrea del tennis contemporaneo. Ma prima di illustrare la faglia, vorremmo esprimere la nostra solidarietà al povero Arnaud Gabas, giudice di sedia, che in questa storia proprio non c’entrava nulla e si è ritrovato a dover gestire le ire di Pospisil dopo aver già preso una pallata in un occhio da un altro tennista canadese, Shapovalov; se chiederà di non arbitrare più un nordamericano, capiremo.

Secondo indiscrezioni del sito Opencourt, Gaudenzi e compagnia avrebbero dato a Pospisil del maleducato e ignorante durante il meeting incriminato, costringendolo alle lacrime. Per chi non ha seguito queste beghe sin dal principio: perché proprio Pospisil? Il canadese e Djokovic, nel pieno della bolla newyorchese dello scorso agosto, si sono dimessi dal Player Council dell’ATP per fondare la PTPA, una nuova associazione atta a rappresentare con maggiore attenzione gli interessi dei giocatori. Dunque, pur essendo ormai fuori dagli organi consultivi dell’ATP – prima dell’elezione dei nuovi membri del Council del dicembre 2020, è stato impedita la candidatura a chi aveva già aderito alla PTPA – Pospisil rimane il Robespierre dei tennisti in questo tentativo di rivoluzione. Tanto più in assenza di Djokovic, che a Miami ha scelto di non giocare.

Il tennis ha sicuramente dei problemi, esacerbati dalla pandemia. È uno sport in cui gli Slam contano più di quanto dovrebbero, e sicuramente più degli organi in teoria incaricati di gestire il tennis professionistico (ATP e WTA); è uno sport in cui c’è una grossa sproporzione tra primi della classe e tennisti ai margini della top 100, più di quanta ce ne sia in qualsiasi altro sport individuale o di squadra; è uno sport che fa grosso affidamento sul ticketing e in questo momento di biglietti non se ne vendono; è uno sport che, come dice Gaudenzi, ottiene meno di quello che dovrebbe ottenere dai diritti televisivi se consideriamo quanti appassionati ci sono nel mondo. Il grafico pubblicato in questo ottimo articolo di Bloomberg (se masticate l’inglese, consigliamo vivamente la lettura; altrimenti aspettate la nostra traduzione, è in arrivo) riassume la situazione.

 YouGov Sports, SportsBusiness Annual Media Report 2018

Anche la contro-proposta di Pospisil e Djokovic ha dei problemi, però. Nello specifico, non sembra davvero una proposta ma piuttosto un tentativo di cambiare lo status quo senza un piano preciso. Dire di voler essere rappresentati meglio e di voler avere montepremi più alti non è sufficiente, quando ci si vuol sedere ‘al tavolo dei grandi’.

Lo ha spiegato benissimo il doppista Marcus Daniell, inizialmente affiliato alla PTPA e inserito anche nel gruppo WhatsApp della neo-associazione, in una puntata del podcast Baseline Exchanges. “Mi è sembrata un’organizzazione davvero amatoriale. Mi hanno inviato un documento da firmare, io l’ho mostrato a mia moglie e alla moglie del mio partner di doppio, entrambi avvocati, e si sono messi a ridere dicendo che nessuno firmerebbe un documento del genere. Non penso che la struttura che stanno cercando di mettere in piedi possa essere un miglioramento rispetto all’ATP. E non mi è piaciuto come hanno risposto alle mie domande, le hanno percepite come un attacco personale. Semplicemente non pensavo [il documento, ndr] fosse buono abbastanza per una organizzazione professionale“.

Sotto alcuni punti di vista, questo stallo tennistico alla messicana ricorda molto la situazione politica che ha favorito l’ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia: la progressiva sfiducia nei confronti della classe dirigenziale e la voglia di cambiare le cose, così da riporre in soffitta la ‘vecchia politica’ (che ha le sue colpe, come certamente le ha l’ATP per alcune mancanze di gestione) e mettere al centro i cittadini (in questo caso i tennisti). Se non che il sostegno al partito italiano (nato nel 2009) si è fatto massiccio in breve tempo, mentre alla PTPA hanno aderito soltanto alcuni giocatori. Federer e Nadal, per dirne due che hanno un certo peso, si sono schierati subiti dalla parte opposta.

Oltre che dal numero 1 del mondo, dopo la sua sfuriata Pospisil ha ricevuto attestati di solidarietà anche da Isner, Johnson, Sandgren, Karlović, Harrison, Rajeev Ram e dai connazionali Raonic e Shapovalov (il quale ha detto ‘Non siamo sotto-rappresentati, ma potremmo comunque essere rappresentati meglio‘). Vedremo come andrà a finire. Di sicuro il Miami Open sta raccontando una storia che non può essere ignorata: il tennis professionistico non gode di ottima salute. E i tumulti continueranno.

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