Rafa Nadal è il re dei punti importanti

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Rafa Nadal è il re dei punti importanti

Il maiorchino guida le classifiche del 2019 per rendimento sotto pressione. Quali sono le ragioni di questo primato?

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Rafa Nadal in Coppa Davis (foto via Twitter, @DavisCupFinals)

La rubrica “Infosys Beyond the Numbers” è uno dei punti di forza del sito dell’ATP, con Craig O’Shannessy ad esporre ai lettori alcuni dati che possono andare oltre il semplice eye test per aiutarli a capire meglio il gioco. Nella sua ultima fatica, l’uomo dei numeri di Djokovic si è addentrato in un’analisi dei dati cosiddetti “Under Pressure”, che forniscono una sintesi numerica di quattro percentuali: palle break convertite, palle break salvate, tie-break vinti, e set decisivi (terzi o quinti a seconda del format) portati a casa.

Ciò che emerge dai numeri del 2019 è la superiorità del N.1 di fine anno, vale a dire Rafael Nadal, che, pur non vincendo in nessuna categoria, ha prevalso in aggregato con uno score di 253.1. Di seguito la Top 10, con il piccolo caveat che i dati presenti sul sito ATP sono un pochino diversi, ma i nomi sono gli stessi:

  1. Nadal, 253.1
  2. Federer, 244.8
  3. Thiem, 242.8
  4. Tsonga, 238.7
  5. Pella, 234.5
  6. Djokovic, 233.9
  7. Kyrgios, 233.9
  8. Garìn, 233.6
  9. Auger-Aliassime, 232.1
  10. Fognini, 226.8

Nadal aveva finito al primo posto solo un’altra volta, nel suo annus mirabilis, il 2010 (se ci fosse un limite minimo di partite sarebbe arrivato primo anche nel 2013, quando invece fu un diciassettenne Karen Khachanov a prevalere con un totale di sei partite giocate nel circuito maggiore, tutte in Russia), mentre nel frattempo hanno primeggiato Djokovic e Nishikori (due primati a testa), e la tetrarchia di Ferrer, Federer, Nalbandian e appunto Khachanov. Il serbo è anche al primo posto all-time (o meglio, dal 1990, quando le cifre hanno iniziato a essere conteggiate seriamente), precedendo Sampras, Rafa e Roger.

Nelle categorie singole, Rafa è arrivato terzo nelle palle break convertite (dietro a Nole e a Carballes Baena), settimo in quelle salvate (podio con Isner, Federer e Wawrinka), solo sedicesimo per tie-break vinti (Federer, Djokovic e Tsonga), e terzo per set dirimenti vinti (Dzumhur [!, ndr] e Thiem davanti a lui).

Certamente non sorprende la preminenza del campione del mondo in carica per quanto riguarda i punti decisivi, la consistenza mentale e la tempra di Nadal sono evidenti, verrebbe da dire, dai tempi della meravigliosa finale romana del 2005 contro Coria, quando, diciannovenne e reduce da una rimonta subita a Miami con Federer, recuperò un break nel quinto e la spuntò dopo cinque ore e passa, settando un precedente che si sarebbe ripetuto nei decenni – il suo stile di gioco drenante e la sua resilienza al cospetto degli infortuni sono già di per sé dei simboli della sua presenza immarcescibile in mezzo alle orecchie.

Al di là di questo, però, si possono individuare molteplici fattori tecnici per la sua forza sotto pressione. Dal lato del servizio, non si può non menzionare il vantaggio dei mancini, che servono dal lato dove si giocano quasi tutti i punti decisivi (0/40, 30/40, vantaggio a favore e contro, nonché il primo punto in ogni mini-turno del tie-break, se si eccettua il primo punto assoluto) potendo sfruttare la famigerata curva esterna che butta l’avversario fuori dal campo, con una spruzzata di botta al centro come atout.

A questo elemento universale, quasi apodittico, va aggiunto il miglioramento individuale del maiorchino, che da Melbourne dello scorso anno ha presentato una battuta rimodernata, con lancio di palla più avanzato per mantenere il busto eretto e ricadere maggiormente dentro al campo (così da far imprimere tutti e 85 i chili nel colpo), e con un movimento più asincrono delle braccia, per fornire più spazio di accelerazione alla racchetta – a riprova della bontà degli sforzi fatti, Nadal raggiunse la finale senza perdere la battuta per cinque match di fila [non c’è bisogno che i commenti ricordino come andò il suo servizio in finale con Djokovic, che sui campi rapidi è la kryptonite tecnica dell’iberico grazie alla risposta bimane anticipata, ndr].

Rafa Nadal – Acapulco 2020 (via Twitter, @AbiertoTelcel)

In virtù di questi cambiamenti (fortemente voluti da Moyà), non è allora casuale che Nadal abbia guidato questa speciale classifica per la prima volta dal 2010, anno del suo picco assoluto in cui divenne il primo (e unico) uomo a vincere tre Slam su tre superfici diverse nello stesso anno solare. In particolare, fu ingiocabile al servizio per tutto lo US Open, tanto da dichiarare, in un altro articolo dell’ATP sull’argomento, che “[a Flushing Meadows] il mio servizio era fuori da questo mondo”, sottolineando che l’espressione utilizzata simboleggi proprio la natura aliena, da serendipity, di quel tardo agosto, mentre il nuovo servizio “è un approccio più sicuro” che gli consente di “appoggiar[s]i” sul colpo e di fidarsene. Questa prospettiva è confermata in toto da Francisco Roig, l’uomo dietro alla disumana biomeccanica di Nadal, che ancora oggi non si spiega due settimane di puro isnerismo, definendolo “fiore d’estate”, tanto splendido quanto effimero, mentre il lavoro degli ultimi anni è stato molto più rigoroso, e, seppur forse meno romantico, sicuramente più duraturo.

Per quanto riguarda la risposta, invece, ci troviamo di fronte a una sorta di aporia, perché, se con la battuta Nadal mira sempre a prendere in mano lo scambio, quando deve ribattere preferisce adottare una strategia molto più conservativa, che evidentemente funziona, visto che è al primo posto per Return Rating, punti vinti contro la prima e game vinti in risposta, nonché secondo per punti vinti contro la seconda (perdonate la ripetizione) dietro solamente al Peque Schwartzman. L’immagine si staglia ben chiara nella mente di tutti gli appassionati: big server mena al centro, Rafa in braccio al giudice di linea (alla faccia del social distancing), mulinello alto e lento ma che però gli consente di esplodere verso la linea di fondo e di iniziare lo scambio ad armi pari, e se lo scambio inizia ad armi pari il ribattitore è implicitamente favorito.

Ora, il team di Nadal non è mai stato troppo felice della scelta un po’ passiva del loro pupillo, ma a differenza del servizio non hanno mai avuto dell’evidenza a proprio favore. In fondo, rispondere da remoto gli consente di non soffrire il servizio al corpo né il kick sul dritto, ed è di fatto una sfida all’avversario o a salire sulla palla per sfondarlo con il terzo colpo dello scambio (quando la risposta rimane poco profonda, non un’eventualità rara) o a fargli serve-and-volley da destra, scelta che lo obbligherebbe a piegarsi sul rovescio per raggiungere il servizio liftato; va anche sottolineato, però, che quelle braccia caricano la pallina di spin anche le situazioni più complicate (non osiamo immaginare quanto sanguini quando si lava i denti), allargando campo e levando la routine da ogni colpo di volo. Qui però entra in gioco la reputazione: quanti giocatori sanno scrollarsi di dosso il timore reverenziale per cercare una soluzione vincente una volta che il servizio, magari potente e preciso, sta tornando indietro per l’ennesima volta? Presumibilmente non molti.

Quest’ultimo punto ci riporta circolarmente all’inizio, però. Tutte le spiegazioni tecniche non possono prescindere dalla forza mentale del maiorchino, forza che negli anni è stata confermata in tutti i modi (anche se nelle ultime stagioni un po’ di sudditanza nei confronti degli altri due big è emersa, va detto), e che lui ha sintetizzato meglio di tutti al termine della rimonta di novembre contro Daniil Medvedev alle ATP Finals: “La cosa da imparare non è come si fa una rimonta, ma che non bisogna mai arrendersi. Non si deve mai spaccare la racchetta per la rabbia quando si è sotto 5-1. Non perdere il controllo quando le cose vanno male e non scoraggiarsi. Accetta che il tuo avversario stia giocando meglio di te e non considerarti mai troppo bravo da non accettare i tuoi errori. Facile, no? Forse per lui e pochi altri, per il resto dell’umanità un filo meno, verrebbe da dire.

 

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La lettera di Naomi Osaka sul caso George Floyd: “Non basta non essere razzisti. Dobbiamo essere anti-razzisti”

“Sono giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”. La tennista giapponese ha scritto un editoriale per Esquire, dando la sua opinione sui fatti di Minneapolis e sul razzismo negli Stati Uniti

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Naomi Osaka non è più da tempo solo una giocatrice di tennis che ha vinto due Slam. Dopo essere diventata abbastanza rapidamente un’icona in Giappone, un titolo che le ha consentito di diventare l’atleta di sesso femminile più pagata di tutti i tempi, la tennista giapponese si sta imponendo anche come ‘role model’ in virtù della sua immagina positiva, genuina e mai divisiva. Testimonial affermata di Nike, Osaka si è subito schierata in seguito ai fatti che hanno causato la morte di George Floyd, fino a partecipare di persone alle manifestazioni di Minneapolis. Ha quindi riassunto la sua posizione in una lettera molto accorata pubblicata da Esquire, che potete leggere in lingua originale qui


Mi chiamo Naomi Osaka, e da che ricordo le persone hanno faticato a definirmi. Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme. Sono nata ad Osaka, in Giappone, figlia di un haitiano e di una giapponese, ma ho passato gli anni della mia formazione in America. Sono una figlia, una sorella, un’amica, e una fidanzata. Sono asiatica, nera e donna. Sono una ventiduenne ordinaria, se non per il fatto che mi è capitato di diventare brava a tennis. Mi sono accettata come Naomi Osaka.   

Onestamente, non ho mai avuto molto tempo per fermarmi e riflettere prima di adesso, un fatto piuttosto comune, credo, visto il modo in cui la pandemia ha cambiato le nostre vite da un giorno all’altro. Negli ultimi mesi, ho pensato a ciò che davvero conta nella mia vita, un riassestamento di cui forse avevo un grande bisogno. Mi sono chiesta, “se non potessi giocare a tennis, come potrei fare la differenza?”. Perciò ho deciso che era ora di dire la mia, cosa che non avrei mai immaginato di fare due anni fa, quando ho vinto lo US Open e la mia vita è improvvisamente cambiata. Immagino che, quando mi ritroverò a leggere questo pezzo in futuro, sarò una persona ancora diversa, ma qui e ora sono così, e questi sono i miei pensieri.

 

Mi è venuta una fitta al cuore guardando l’agghiacciante video dell’assassinio e della tortura di George Floyd da parte di un poliziotto e di tre suoi colleghi. Mi sono sentita chiamata ad agire, il troppo è infine stato troppo. Io e il mio ragazzo siamo volati a Minneapolis qualche giorno dopo l’omicidio per rendere omaggio a George e per far sentire le nostre voci nelle strade della città. Abbiamo sofferto con gli abitanti di St. Paul e abbiamo manifestato pacificamente; abbiamo visitato il George Floyd Memorial e ci siamo uniti a chi piangeva l’ennesimo atto insensato e l’ennesima vita cancellata senza motivo. Sentivamo che andare a Minneapolis fosse la cosa giusta da fare in quel momento.

Quando sono tornata a Los Angeles, ho firmato petizioni, protestato e donato, come tanti di noi, ma continuavo a chiedermi cosa potessi fare per rendere il mondo un posto migliore per i miei figli. Quindi ho deciso di parlare anch’io del razzismo sistemico e della police brutality.

George è stato assassinato da uomini pagati per proteggerlo, e per ogni George c’è una Brianna, un Michael, un Rayshard – la lista è lunga, sfortunatamente, e queste sono solo le tragedie riprese in video. Ricordo di aver assistito, nel 2014, alla rabbia e all’indignazione per Michael Brown [un diciottenne afroamericano assassinato da un poliziotto a Ferguson, in Missouri, con sei colpi di pistola, ndr], e niente è cambiato da allora. La comunità nera ha combattuto da sola per anni contro questa forma di oppressione, e nella migliore delle ipotesi i progressi sono stati effimeri. Non essere razzisti non è abbastanza, dobbiamo essere anti-razzisti.

Coco Gauff e Naomi Osaka – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sono a favore dell’iniziativa per tagliare i fondi alla polizia. Non intendo dire che andrebbero cancellati del tutto, ma solo che alcuni finanziamenti – come quelli per i piani retributivi riservati agli agenti condannati – dovrebbero essere ridiretti alle comunità per costruire case, stimolare l’educazione scolastica e creare programmi per i giovani, settori spesso trascurati. Dobbiamo avere una visione olistica delle nostre comunità e tenerci al sicuro a vicenda.  

Dovrà essere uno sforzo collettivo. Le proteste odierne sono promettenti e stanno avendo grande spinta. C’è un’energia diversa, stavolta, perché gruppi diversi si sono uniti al movimento. La protesta è diventata globale, da Oslo a Osaka, da Tallahassee a Tokyo, persone di tutte le razze ed etnie sono scese in piazza. Persino in Giappone ci sono state delle manifestazioni targate Black Lives Matter, un evento che molti di noi non avrebbero ritenuto possibile.

Il Giappone è un Paese molto omogeneo, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media, e non possiamo lasciare che l’ignoranza di pochi offuschi il progressismo delle masse. L’affetto che avverto da parte degli appassionati giapponesi di ogni età, in particolare dai più giovani, mi ha sempre scaldato il cuore – sono orgogliosa di rappresentare il Giappone e lo sarò sempre.

Che la società cambi in meglio significa tantissimo per me, cosicché si possa scardinare il razzismo e far sì che la polizia ci protegga e non ci uccida. Devo dire che sono anche orgogliosa del ruolo, seppur piccolo, che ho avuto nell’abbattere alcuni preconcetti. Mi esalta l’idea che, nella sua classe in Giappone, una ragazzina di razza mista possa essere orgogliosa quando vinco un torneo dello Slam. Spero che il cortile della scuola possa essere un luogo più accogliente per lei, ora che ha un modello di riferimento, e spero che possa essere orgogliosa di chi è, e sognare in grande.

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Italiani

Campionati Assoluti di Todi di segno ‘Macho’… ma non fatelo sapere a Billie Jean King

Sedici anni dopo, la FIT ha rispolverato gli Assoluti. Vittorie di Lorenzo Sonego e Jasmine Paolini: applausi. Ma il montepremi (23.000 euro) è discriminatorio: 18.000 per gli uomini, 5.000 per le donne. Fischi

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Lorenzo Sonego e Jasmine Paolini - Premiazione Campionati Assoluti di Todi (ph. Marta Magni)

Ne “Il Più Grande Uomo Scimmia del Pleistocene”, illuminante ed esilarante romanzo di Roy Lewis, si narrano le vicende di una famiglia alle prese con i primi passi sulla terra, dopo aver abitato per millenni sui rami degli alberi. Tra i protagonisti, spicca la figura dello Zio Vania, che, ostinatamente contrario ad ogni forma di progresso, si rifiutava persino di camminare su due “zampe”, considerandolo un affronto insanabile nei confronti della pura razza scimmiesca. La posizione eretta, per lui, era una bestemmia urlata nel pieno di una sacra funzione. Tra i mille aspetti del racconto dell’alba della vita umana, potete ben immaginare come l’autore descriva il rapporto tra gli uomini e le donne, che può sinteticamente ridursi al confronto tra predatori superiori e prede inferiori.

Dopo milioni di anni di storia e un paio di secoli di lotte e rivendicazioni non ancora terminate, dalle Suffragette alle Mondine, dal movimento femminista ai giorni nostri, siamo ancora qui a domandarci perché gli uomini riescano a occupare ruoli apicali nella società con più facilità e perché le donne, per farlo, debbano essere eccezionali. Perché sono ancora così evidenti le differenze di trattamento economico tra i due sessi. Perché ancora è di gran moda pensare alla donna come primariamente procreatrice ed angelo del focolare. Perché, nelle pubblicità, la donna stende, stira e cucina e l’uomo si sollazza al computer, per lo più fingendo di lavorare.

Le lotte delle tenniste come Billie Jean King e del gruppo delle Original 9 (che vi stiamo raccontato in questa serie di articoli) per ottenere un montepremi pari a quello dei tennisti, una battaglia portata a compimento – quantomeno negli Slam – a metà degli anni 2000, hanno ottenuto un discreto successo, ma il tema rimane assai dibattuto e ancora non si può ipotizzare il giorno in cui, in tutti i tornei di pari livello, il trattamento economico sarà identico per gli uni e le altre. Non è detto che quel giorno arrivi perché il business detta regole anche sul tema dei diritti: si pensi, per portare un esempio, a quanto è condizionato dagli affari il diritto alla salute. Non solo negli Stati Uniti.

 

Dopo anni di assenza, su lodevole iniziativa della nostra Federazione, si sono organizzati i Campionati Assoluti di Tennis, che assegnano il titolo di miglior giocatore nazionale tra gli iscritti al torneo. Considerata la mancanza di tennis, vissuta dagli appassionati per qualche mese a causa del virus che ha còlto impreparato il mondo, gli Assoluti si sono ritagliati uno spazio di primordine, anche televisivo, e hanno suscitato l’interesse non solo degli amici del tennis, ma dello sport in generale. Tenniste e tennisti italiani di gran livello si son trovati in quel di Todi per giocarsi l’ambito titolo, vinto infine da Lorenzo Sonego in campo maschile e Jasmine Paolini in quello femminile.

Una volta stabilito il discreto montepremi di 23.000 euro, si è deciso di suddividerlo in questa maniera:

  • 18.000 euro per il torneo maschile
  • 5.000 euro per il torneo femminile

Per evitare il rischio di trascendere, non essendo mio uso, non aggiungo alcun commento, lasciando tale compito, se mai volessero, ai gentili lettori.

Qualche domanda, però, mi sorge spontanea: 

  • Chi ha deciso tale ripartizione?
  • Perché, tra i giornalisti sportivi e gli operatori del settore, nessuno ha sentito il bisogno di commentare pubblicamente tale ripartizione?
  • Comprendendo appieno le ragioni del silenzio sul tema da parte di tennisti e tenniste in attività, mi chiedo, poi, perché ex tennisti o ex tenniste non abbiano rilasciato qualche dichiarazione a riguardo.
  • Infine, non sarebbe stato meglio, considerata la differenza di trattamento, assegnare l’intero montepremi ai maschietti e riservare alle femminucce solo un bel trofeo con un sontuoso bouquet di fiori da lanciare tra gli spalti plaudenti?
Jasmine Paolini – Premiazione Campionati Assoluti di Todi (ph. Marta Magni)

Qualche passo in avanti rispetto al Pleistocene, comunque, è stato fatto: lo Zio Vania avrebbe certamente vietato alle donne la partecipazione al torneo, obbligandole in caverna a far le pulizie come si deve. Come si deve.

Marcos


Marcos è stato uno dei primissimi collaboratori del mio blog Servizi Vincenti. Per diversi anni ha curato egregiamente la rubrica di “critica televisiva”. Bentornato! 

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Sonego batte Arnaboldi e vince i Campionati Italiani Assoluti di Todi, 16 anni dopo

Dopo 16 anni, un tennista torna a fregiarsi del titolo di campione d’Italia di tennis: è Lorenzo Sonego. Il torinese si impone in due set su Arnaboldi, in un match mai in discussione

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Lorenzo Sonego - Campionati Italiani Assoluti 2020 (ph. Marta-Magni)

Jasmine Paolini è la campionessa d’Italia 2020

Pronostico rispettato nella finale di Todi. Lorenzo Sonego, n. 46 ATP e prima testa di serie del torneo, si è imposto nella finale dei Campionati Italiani Assoluti su Andrea Arnaboldi, n. 7 del seeding. Nel corso dell’ora e quarantasei minuti di gioco è stata evidente la differenza di potenza tra i due giocatori. Il 32enne tennista brianzolo ha provato ad essere aggressivo e a variare il gioco, sfruttando anche le traiettorie mancine, per evitare di subire la pesantezza dei colpi del suo avversario. Ma per mettere in difficoltà l’ottimo Sonego di oggi avrebbe avuto bisogno di un maggior aiuto dal servizio, colpo che invece solo raramente (54% di punti con la prima e 50% con la seconda) lo ha supportato. Servizio che invece, come al solito, è stata una delle armi principali del tennista torinese, che a parte un piccolo passaggio a vuoto a metà del primo set (in cui ha subito l’unico break dell’incontro) nei suoi turni di battuta ha veramente lasciato le briciole al suo avversario (68% di prime in campo e 87% dei punti).

Lorenzo Sonego succede così nell’albo d’oro, 16 anni dopo, a Massimo Dell’Acqua che vinse l’ultima edizione disputata nel 2004 e conquista il titolo di campione d’Italia 2020.

 

Del resto, intervistato la scorsa settimana dal direttore, Lorenzo Sonego aveva dichiarato di non vedere l’ora di scendere in campo per tornare a misurarsi in una competizione agonistica. Aveva anche sottolineato che, nonostante fosse accreditato della prima testa di serie e di gran lunga il giocatore con il miglior ranking (il n. 2 del seeding, Gaio, è n. 130 ATP), non sarebbe stata una passeggiata. E infatti il piemontese ha rischiato grosso al primo turno, annullando tre match point a un ottimo Andrea Pellegrino, prima di imporsi 11-9 nel long-tiebreak decisivo. Ma scrollata di dosso la ruggine dei mesi di stop a causa del lockdown, il tennista piemontese non ha più vacillato infilando una dopo l’altra quattro vittorie convincenti ed esprimendo con il passare dei giorni un tennis sempre più solido.

Arnaboldi ha tentato, come dicevamo, di sottrarsi alla maggiore pesantezza dei colpi dell’allievo di coach Arpino, cercando di prendere in mano il pallino del gioco. La sua strategia però cominciava a fare acqua già al quinto gioco, quando il primo calo di rendimento al servizio gli costava il break. Break che però Sonego gli restituiva subito, nell’unico passaggio a vuoto avuto in tutto l’incontro. Sonego però si riprendeva subito e strappava nuovamente la battuta ad Arnaboldi per non voltarsi più indietro; mentre Arnaboldi faticava per l’ennesima volta a tenere il servizio, il torinese portava a casa agevolmente i suoi turni di battuta e chiudeva 6-4 la prima frazione.

Lo spartito non cambiava nel secondo set. Arnaboldi teneva il servizio senza faticare solo nel primo game e poi doveva lottare in ogni turno di battuta per restare aggrappato al suo avversario e al match. In risposta Sonego sfruttava ogni minima incertezza del suo avversario per entrare in campo e spingere col dritto, mentre al servizio ora era praticamente ingiocabile (16 punti vinti su 21 giocati nel secondo set). Arnaboldi lottava, faceva ricorso a tutta la sua esperienza e alla sua buona mano (anche se oggi è stato un po’ tradito dal rovescio, cosa inusuale per lui), ma dopo essersi salvato per il rotto della cuffia in un paio di game (come nel quinto gioco, quando annullava una palla break con un incredibile dritto ad uscire che atterrava sulla riga laterale), doveva cedere il servizio alla sesta palla break del parziale, nel settimo game.

Andrea Arnaboldi – Campionati Italiani Assoluti 2020 (ph. Marta-Magni)

L’esito del match a quel punto non era più in discussione: Arnaboldi provava ad allungarlo annullando tre match point nel nono gioco, ma doveva arrendersi all’ennesima accelerazione di Sonego, per il 6-3 finale. Di Sonego oggi vanno evidenziati anche i miglioramenti dal lato del rovescio, che è sembrato più solido di come lo avevamo lasciato prima del lockdown. Vero che serviranno test più impegnativi, ma è la conferma che il lavoro che il tennista piemontese ha dichiarato di aver svolto in questo periodo sta dando i suoi frutti.

Ho giocato un ottimo match oggi. “Arna” è un giocatore ostico, ma sono riuscito ad essere aggressivo e a mettere i piedi in campo non appena ne ho avuto l’occasione” ha dichiarato il tennista torinese, visibilmente soddisfatto subito dopo il match, prima di ricevere il trofeo destinato al campione italiano. Esattamente un anno fa, era il 29 giugno 2019, conquistava l’ATP 250 di Antalya. Non c’è che dire: l’inizio dell’estate porta bene a Lorenzo Sonego. L’augurio, ovviamente, è che sia proprio solo l’inizio e il meglio per Lorenzo debba ancora venire.

[1] L. Sonego b. [7] A. Arnaboldi 6-4 6-3

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