Il tennis va modernizzato? Ultimate Tennis Showdown e nuovi merletti (prima parte)

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Il tennis va modernizzato? Ultimate Tennis Showdown e nuovi merletti (prima parte)

La risposta breve è ‘sì’: il successo dei nuovi format in altri sport lo dimostra. Ben vengano Berrettini, Thiem e Tsitsipas da Mouratoglou. La risposta lunga è complessa, e l’ha spiegata molto bene Matthew Willis su ‘The Racquet’

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Dominic Thiem - Ultimate Tennis Showdown (via Twitter, @UTShowdown)

Lo sappiamo, qualcuno di voi sta già storcendo il naso: ancora questo affare di Mouratoglou? Non ne abbiamo parlato abbastanza? Nì. Ci siamo convinti che la soluzione migliore per affrontare il tema del rinnovamento del tennis fosse comprenderlo in una trattazione più ampia, che contemplasse un confronto con gli altri sport e un’analisi dei dati più raffinata di quella citata dallo stesso Mouratoglou. Volevamo proporvi un articolo completo, letto il quale chiunque di voi avrebbe dovuto avere le idee veramente più chiare su questa faccenda.

Cominciando la nostra ricerca ci siamo imbattuti in questo pezzo scritto da Matthew Willis, fondatore del blog ‘The Racquet‘. Dopo averlo letto e riletto, ci siamo resi conto che era tanto completo ed esaustivo che difficilmente saremmo riusciti a fare un lavoro migliore senza ripetere molti dei concetti da lui brillantemente espressi. Per questo abbiamo contatto l’autore del longform, che ha gentilmente acconsentito alla traduzione e alla pubblicazione su Ubitennis. L’articolo è molto lungo, per questo lo abbiamo diviso in due parti: nella prima è spiegato perché il tennis in realtà non è in crisi e perché, al contempo, non deve aver paura di sperimentare nuovi format (banalmente: negli altri sport funziona!). La seconda, che tira le conclusioni e vi introduce al concesso di ‘accessibilità’ di uno sport, sarà pubblicata lunedì.


Patrick Mouratoglou, l’occasionalmente controverso coach di Serena Williams, ha lanciato il suo Ultimate Tennis Showdown e ha sfruttato l’occasione per fare alcune affermazioni piuttosto forti sullo stato del tennis: “Dieci anni fa l’età media degli appassionati era di 51 anni. Oggi è di 61, e fra dieci anni sarà di 71… Il tennis non sa ringiovanire la fanbase… Il mondo si è evoluto negli ultimi 10-20 anni, mentre il tennis non è mai cambiato. Il gioco è nei guai, e io voglio che sopravviva”.

 

Sono abbastanza sicuro che Mouratoglou volesse solamente destare clamore con le sue frasi, anche eccettuando l’errore nella citazione e una mancata comprensione delle curve statistiche. Sostenere che l’età media degli appassionati di tennis sia di 61 anni è quasi certamente insensato (e affermare che fra 40 anni la media sarà di 101 lo è ancora di più). Quel numero è arbitrariamente estrapolato da uno studio già di per sé molto ristretto sul pubblico del tennis (in chiaro e in pay-per-view) nei soli Stati Uniti. La ricerca ignora non soltanto i consumi degli altri Paesi, ma non include nemmeno le cifre legate allo streaming e al digitale, le piattaforme con un pubblico più giovane.

Per di più, non tiene in considerazione la demografia di coloro che fisicamente vanno a vedere i tornei: l’età media di queste persone sta apparentemente calando in Nord America, ed è sempre stata molto più bassa in mercati dalla rapida crescita come quello cinese (per esempio, il 70% degli spettatori a Pechino 2018 era sotto i 40 anni). Personalmente, i tornei a cui sono stato in Europa sembrano avere una buona distribuzione anagrafica a loro volta, e gli esponenti della Generazione Z o i Millennials non sono mai mancati.

Di conseguenza, “61” è una cifra inutilizzabile se si vuole fare una stima accurata dell’effettiva età media degli appassionati di tennis. Gli americani che guardano la TV con metodi tradizionali non stanno ringiovanendo, sfortunatamente per loro, e quindi non è una grossa sorpresa che il dato riguardanteli sia rimasto stabile nell’ultimo decennio, e che sia addirittura aumentato.

L’enclave tennistica di Twitter, quell’eccentrico nugolo di fan ossessivi che è rappresentativo del gioco quanto Twitter lo è del mondo (cioè poco), non è stata particolarmente felice delle parole ‘escatologiche’ di Mouratoglou. Immagino che le sue parole sarebbero state un po’ più digeribili se non fossero suonate come un epitaffio per il tennis e per i suoi tifosi più coinvolti, il cui feretro è ormai in procinto di essere trasportato presso il più vicino cimitero per sport che non vogliono cambiare, mentre Patrick lo scienziato pazzo fa spallucce e si propone, novello Frankenstein, di adescare i supposti giovani salvatori con il suo abominio mezzo tennis e mezzo Mario Kart.  

La domanda però rimane: al di là di tutti gli allarmismi, Mouratoglou ha ragione o no? Il tennis è nei guai?

“Nì”

La risposta breve, quanto meno per i massimi livelli del gioco, è no:

  • A livello globale, la audience televisiva dei tornei ATP (anche senza includere gli Slam) è quasi raddoppiata fra il 2008 e il 2018, passando da 464 a 919 milioni, e continua a crescere. I guadagni, nello stesso periodo, sono più che raddoppiati, da 61.3 a 143.4 milioni di dollari, stando al sito ATP.
  • Nella fascia d’età 18-49, Tennis Channel è il canale televisivo che è cresciuto di più del 2019 negli USA, aumentando il pubblico del 67%. La fascia 25-54 è a sua volta cresciuta del 44%, con un aumento del 40% per nucleo abitativo. Il canale ha visto aumentare lo share in 51 settimane su 52, e ha accresciuto il numero degli spettatori unici del 13%.
  • Su Tennis TV, il servizio in streaming dell’ATP, la visione delle repliche è arrivato a costituire fra il 25 e il 50% del minutaggio consumato sul sito, indicando una crescita nell’utilizzo abitudinario della app che può essere monetizzata. Tennis TV è stata uno dei primi, profetici esempi di un servizio in streaming lanciato da un’associazione sportiva stessa, essendo nato nel 2009.
  • Il Roland Garros del 2019 ha visto una crescita del 31% di spettatori unici su Eurosport Player e sulla app ufficiale del torneo. L’Australian Open del 2020 ha visto un aumento del 35% nella stessa metrica, mentre lo US Open è cresciuto del 22%.

Questo tipo di espansione digitale è trascinato dai fan più giovani, non da quelli più anziani – e si può tranquillamente affermare che il mitico, fantomatico tifoso di 61 anni non ne sia responsabile.

Per quanto riguarda gli spettatori sul posto, il 2019 ha fatto segnare la più grande affluenza di sempre per una stagione ATP, assestandosi a 4.82 milioni di spettatori paganti, cifra che ha superato i record del biennio precedente. In particolare, lo US Open, l’Australian Open e il Roland Garros hanno toccato vette mai raggiunte in precedenza, marcando un trend generale di crescita per gli eventi più importanti, come si può vedere dalla grafica:

Fonte: Infosys Knowledge Institute

Se si volesse isolare la performance WTA da quella ATP, nel circuito femminile la situazione fotografata è piuttosto simile:

La vetta del gioco sembra, dunque, godere di ottima salute. Per i più curiosi, le cifre dei due tour possono essere consultate qui per l’ATP e qui per la WTA. È presumibile che senza questa pandemia ammazza-sport il 2020 sarebbe stato un ulteriore mattoncino nella crescita recente del tennis, sia a livello digitale che di botteghino. Insomma, il gioco è molto lontano da un’imminente apocalisse.

“Ma”

Questo non significa che non ci siano minacce per il futuro del tennis, esogene ed endogene. Credere che non sia così sarebbe segno di auto-compiacimento, e quindi pericoloso. Il tennis è ben lungi dallo scomparire, ma non si può avere la certezza che continui a prosperare nel nuovo decennio e oltre. Questo è il motivo per cui le frasi di Mouratoglou potrebbero risultare contro-produttive: quello che ha detto non è sbagliato, ma la natura iperbolica delle sue parole rischia di far passare in secondo piano il concetto stesso, vale a dire che uno sport vecchio di 160 anni ha in effetti bisogno di un rimodernamento, e rischia di far passare in secondo piano i modi con cui farlo.

(Nota importante: la crescita dei livelli più bassi del tennis è in forte contrasto con quello che succede ai vertici. Negli ultimi anni, ATP e ITF hanno avuto problemi a trovare soluzioni condivise per migliorare il gioco alla base, e il risultato è che vengono regolarmente pubblicate storie di giocatori più o meno giovani che faticano a farsi strada, disillusi dal circolo vizioso che è la struttura elitista dei circuiti. In particolare, la distribuzione non qua del prize money fa sì che le abbondanti risorse economiche dei tornei non raggiungano i livelli più bassi. L’annuncio di questa settimana sullo US Open, e in particolare l’assenza del torneo di qualificazione (da sempre la migliore opportunità di guadagno economico e di classifica per i giocatori con un ranking basso), non hanno certo contribuito a far cambiare questa percezione. Questo argomento meriterebbe un saggio a parte, ma per ora basti sapere che il tennis ha numerosi problemi per quanto riguarda le fondamenta competitive del gioco. Per sua fortuna, l’iceberg è momentaneamente sommerso (almeno sul breve termine), risultando invisibile per l’appassionato medio, abituato com’è all’opulenza degli eventi del circuito maggiore).   

Quindi la domanda è: come accidenti si “modernizza” uno sport?

Opzione 1: cambiare o “perfezionare” il format

L’UTS di Mouratoglou fa chiaramente parte di questa categoria, uno sfrontato tentativo di accorciare e rendere più immediato un match. Nell’UTS, i giocatori possono usare delle carte, come una sorta di universo parallelo in cui gli appassionati di Magic escono di casa, e hanno la possibilità di fare cose come togliere la prima di servizio all’avversario o far valere triplo i propri vincenti. Al massimo 15 secondi possono intercorrere fra un punto e l’altro, e gli incontri sono suddivisi in quattro movimentati quarti da 10 minuti l’uno. Il format è pensato anche per far risaltare più del solito le “personalità” dei giocatori, con interviste a metà partita, discorsi d’incoraggiamento da parte dei coach e un aperto invito a mostrare le emozioni sul campo, presumibilmente in modi che siano in linea con i soprannomi stile wrestling che sono stati affibbiati a ciascun partecipante prima del torneo, come Stefanos “The Greek God” Tsitsipas o il vagamente offensivo (a noi non sembra così offensivo, semmai poco rappresentativo, ndr) David “The Wall” Goffin.

Finora è stato un esperimento interessante, un taglio netto rispetto al format tradizionale. Siccome l’UTS è un torneo d’esibizione che si disputa durante l’interruzione dei tour causata dal COVID-19, sembra l’ambiente perfetto per questo tipo di sperimentazioni. Va dato credito a Mouratoglou per aver pensato “outside the box”, anche se la prima bozza della sua visione potrebbe risultare un po’ contorta. A essere onesti, guardare i match dell’UTS ricorda un pochino questa scena di Futurama.

Breve cronistoria delle modifiche ai format nello sport

Il desiderio di ritoccare i format non riguarda solo il tennis. Dibattiti equivalenti impazzano in molti sport tradizionali, anch’essi impegnati nel tentativo di stare al passo con l’evoluzione dei consumi e delle piattaforme. All’interno di questi dibattiti, la dicotomia è più o meno sempre la stessa: da una parte gli appetiti dei fan casuali di recente acquisizione, dall’altra quelli dei puristi di lunga data.

CRICKET – Twenty20 (un format più breve) ha attirato elogi e critiche in egual misura, ma è generalmente visto come un passo avanti per il gioco. I fattori positivi riguardano soprattutto la capacità di attirare nuovi fan, la maggior facilità di consumo e la maggiore adattabilità alle esigenze di sponsor e TV. Gli scettici invece prendono di mira la svalutazione dei test match tradizionali (come The Ashes, la tradizionale serie fra Inghilterra e Australia) e l’impatto negativo che match più brevi avrebbe sullo sviluppo dei battitori.

RUGBY – La palla ovale ha inaugurato ha introdotto un format accorciato già nel diciannovesimo secolo, il Sevens (il mio tipo preferito di rugby). Il successo di questa variante ha spinto molti a chiedersi se finirà per entrare in diretta competizione con il tradizionale assetto a 15. Anni fa, in alcuni Paesi i giovani cominciavano giocando a sette per migliorare la corsa e i passaggi, ma oggi l’opinione diffusa è che siano due sport diversi, soprattutto per la maggior stazza richiesta dalla versione tradizionale.

FORMULA 1 – Nel 1989, le corse vennero uniformate alla lunghezza massima di 305 chilometri, mentre negli anni ’50 si poteva arrivare a 600. Già nel 1974, inoltre, era stato introdotto un limite di due ore, un cambiamento che ebbe un impatto positivo sia sugli ascolti che sulla sicurezza dei piloti.

GOLF – Si è provato a introdurre espedienti come il “Powerplay Golf”, ma anche una serie di modifiche più sottili e divertenti come gli “alternate shot” per le gare a quattro. La Ryder Cup, un clamoroso successo commerciale, ha a sua volta un format differente rispetto a quello di un torneo tradizionale. Infine, alcune delle branche golfistiche in più rapida espansione sono attività “off-course” come il Topgolf o il Driveshack, essenzialmente versioni più immediate e accattivanti di un driving range [campo dove si pratica lo swing, ndr] che costituiscono degli eccellenti punti d’accesso per i neofiti.

SCACCHI –Negli ultimi anni sono diventate molto popolari le versioni “Blitz” e “Rapid”, osteggiate però da puristi come Magnus Carlsen, Vladimir Kramnik e Bobby Fischer, che le vedono come forme di puro intrattenimento nonché dannose per la concentrazione nei match sulla lunga distanza.

Infine, il tennis stesso ha già accorciato il format, limitando il tre su cinque agli Slam. Fino a qualche anno fa, le partite potevano arrivare al quinto anche nelle finali 1000 (fino al 2007) [tecnicamente, non c’è mai stata una finale 1000 al quinto, all’epoca erano ancora chiamati Masters Series, ndr], in quelle olimpiche (fino al 2016), e in Coppa Davis (fino al 2018). Anche il quinto set a oltranza è stato sostanzialmente abolito in favore del tie-break [con l’eccezione di Parigi, ndr], principalmente a causa dell’abilità di John Isner di rimanere aggrappato al proprio servizio come un gatto al suo padrone quando questo vuole fargli fare un bagnetto. Nuove variazioni come il Fast4, il Tiebreak10 o l’UTS sono mere estremizzazioni di questi tentativi.

La tematica più comune quando si parla di format sperimentali era, ed è ancora oggi, l’effetto prosciugante che hanno sullo sport tradizionale, oppure la l’eccessiva timidezza – le modifiche avvenute nel tennis non fanno eccezione, come il caso Mouratoglou dimostra ampiamente.

Vale sicuramente la pena dibattere su quanto i nuovi format completino gli sport tradizionali o su quanto li distruggano. Il cricket, il rugby e gli scacchi hanno beneficiato di considerevoli boom economici grazie all’affiancamento dei format più rapidi a quelli tradizionali. Le nuove versioni attirano appassionati più giovani e un maggior numero di spettatori casuali. Ergo, nell’immediato ci sarà inevitabilmente una sorta di simbiosi fra il nuovo e il vecchio, e potenzialmente una cannibalizzazione a lungo termine. Questi dati potrebbero spingere il tennis a lavorare internamente su un nuovo format, per paura di essere fagocitato in futuro da un nuovo format (o un nuovo sport) nato al di fuori del proprio controllo istituzionale, come successo al Real Tennis, di cui si parlerà a breve.  

In ogni caso, il tennis differisce da quasi tutti gli altri sport maggiori in un aspetto fondamentale: nessuno dei suoi format ha un limite di tempo o di gioco. A causa del sistema di punteggio, non ci potrà mai essere certezza su quando una partita si concluderà, visto che in teoria potrebbe durare per sempre. Il Twenty20 del cricket ha un limite di “over”, il rugby ha un limite di tempo in tutte le sue versioni, la Formula 1 ha un limite di tempo e distanza, le versioni rapide degli scacchi sono, appunto, rapide, e via dicendo. Per molti puristi, il mistero legato alla durata di un match è una delle cose più belle del gioco, un generatore di eventi cauali che tessono dettagli complessi e imprevedibili nella storia di un incontro. Per altri, soprattutto coloro che si interessano all’ottimizzazione degli spazi televisivi e alla soglia d’attenzione degli spettatori, il “mistero” di cui sopra è visto come qualcosa di gratuitamente démodé per cui nessuno ha più tempo. Non è un caso che quasi tutti gli esperimenti più recenti includano il No-Ad e un focus maggiore sui tie-break, e/o dei serrati confini temporali.      

Il problema, almeno per gli iconoclasti, è che il format tradizionale va ancora alla grande ai livelli più alti del gioco. Nonostante l’immancabile tropo “i MiLleNniALs HanNo UNa SoGLIa dELl’AtTenZiOnE dI mERdA” [coprolalia nell’originale ma sentimento condivisibile, ndr], gli spettatori aumentano su tutte le piattaforme, come visto, e quindi non ci sono molti dati concreti a suggerire un disamore dei giovani per il tennis, una volta esposti al gioco (tema che verrà approfondito di seguito). Una delle poche ricerche in materia (nessuno di questi studi è granché, cosa che potrebbe essere parte di un problema più grande per il gioco) suggerisce che i giovani fan preferiscono lo score tradizionale con una maggioranza bulgara:

La morale della favola, quindi, è che il format del futuro sarà da qualche parte a metà fra la rivoluzione di Mouratoglou e l’intransigenza dei puristi. Sul fronte del coach francese, la corsa degli sport per l’attenzione dei fan (e il loro conseguente e furioso tentativo di rintuzzare i format) è un po’ come quella dei supermercati ad abbassare i prezzi, una corsa da cui nessuno emerge realmente vincitore. L’acquirente (tifoso) si trova in mano un prodotto di merda [vedi sopra, ndr] e insoddisfacente, e i supermercati (associazioni sportive) non guadagnano, finendo esclusivamente a lottare con competitor che sono la loro immagine sbiadita. Si può discutere finché si vuole della competizione fra sport e Netflix o fra sport e gaming, ma se il tennis si piegasse a una rivoluzione tanto radicale del format finirebbe forse per trovarsi a combattere guerre ancora più aspre con queste forme di intrattenimento generico – sarebbe il caso di prendere in considerazione l’idea che alcuni sport possano provare a differenziarsi e offrire esperienze più profonde.   

D’altra parte, però, sebbene il format del tennis non necessiti aggiustamenti al livello più alto, non c’è motivo per cui non bisognerebbe sperimentare come hanno fatto altri sport, di modo da renderlo più accessibile di quanto già sia. L’innovazione andrebbe provata nelle sfere più basse (dove i guadagni e la crescita non sono così cospicui), o in concomitanza con i tour. La Laver Cup è un buon esempio di cosa può essere fatto buttando un po’ della tradizione dalla finestra (La Laver Cup è una competizione a squadre e enfatizza l’interazione con la panchina e gli aspetti più ludici) ma al contempo mantenendo gli aspetti fondamentali dello sport (ad esempio il punteggio, ancorché in una versione parzialmente corretta). Un altro esempio è il World Team Tennis, che incorpora alcune modifiche del punteggio nelle sue sfide miste a squadre – è un campionato davvero divertente, seppur America-centrico al momento.  

Francamente, se una versione “rivale” del gioco dovesse crescere tanto in fretta da minacciare lo status del tennis tradizionale, quasi tutti vedrebbero questa competizione positivamente in retrospettiva (se si eccettuano i puristi, rumorosi e attualmente importanti). Dopo tutto, ci sono dei buoni motivi per la decadenza del Real Tennis a favore del Lawn Tennis. E non è difficile indovinare come la pensassero i puristi del primo in relazione al neonato rivale. In particolare, una frase dell’articolo linkato svetta per attualità: “Il Real Tennis si basa sul tocco, sulla tecnica e sulla capacità di fare aggiustamenti all’ultimo secondo, non sulla forza bruta [a differenza del Lawn Tennis]”.

La cosa divertente è che risulta sinistramente simile a ciò che alcuni, cocciuti fan del tennis su erba dicono a proposito della brutalità e della mancanza di raffinatezza dei match su cemento o terra se paragonato al gioco dei prati, puro e fondato sul talento. A volte mi chiedo se gli organizzatori di Wimbledon, che ci ricordano continuamente di quanto disperatamente e irrazionalmente siano aggrappati alla tradizione, sarebbero ancora così altezzosi se venisse ricordato loro che una volta era il loro torneo ad essere l’iconoclasta foriero di ‘volgare brutalità’.

La storia ci viene in aiuto, perché ci ricorda che all’inesorabile incedere del tempo non potrebbe fregare di meno delle nostre preziose e puriste tradizioni, specialmente in un arco di tempo sufficientemente lungo.

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A scuola dai professionisti: se sai Ascoltare impari, se impari, vinci!

Una comunicazione efficace, come deve essere quella tra il giocatore ed il suo coach, parte da un presupposto: la capacità di ascoltare. Ce ne parla Amanda Gesualdi, mental coach di atleti di livello internazionale, nella ripartenza della rubrica ISMCA sul mental training

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Rafa Nadal e Carlos Moya - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Riprende su Ubitennis la serie di contributi sul mental training grazie alla sinergia con la ISMCA, l’Associazione Internazionale dei mental coach specializzati nel tennis fondata da Alberto Castellani. Il primo articolo della nuova serie è a cura di Amanda Gesualdi, dott.ssa in Scienze e Tecniche Psicologiche, Life/Sport/Tennis Coach, Docente/Formatore di Mental Coaching presso Bocconi Sport Team dell’Università Bocconi di Milano e Direttore Tecnico e Sportivo della Accademia Tennis Olistico dove si allenano diversi tennisti con classifica ATP e WTA. Coach GPTCA e membro ISMCA, Gesualdi – che ha scritto diversi libri, tra i quali “L’Atleta Zen” (2007), “Tennis Olistico” (2011), “Emotions” (2015), “Coaching Sense” (2019).

Che cos’è la mente – il primo articolo di Amanda Gesualdi

L’Ascolto è l’atto dell’ascoltare. È l’Arte del sentire con Attenzione. Per ascoltare non si intende il semplice “stare a sentire”, ma una combinazione tra ciò che laltro sta dicendo associato ad un coinvolgimento attivo. Significa saper utilizzare l’Empatia per entrare in sintonia con l’altro. Con l’Ascolto assertivo si presta attenzione a ciò che gli altri hanno da dire e il messaggio che possiamo inviare è: “Ciò che tu mi stai dicendo è importante”. L’atteggiamento di Ascolto migliore è la comprensione, cioè provare a Capire e Sentire lo Stato dAnimo del nostro interlocutore, risuonare. Ascoltare è una capacità determinante per poter migliorare, attraverso un atto di fiduciosa umiltà!

 

In psicologia lAscolto è uno strumento dei nostri cinque sensi per apprendere, conoscere il tempo e lo spazio che ci circonda, e comunicare con noi stessi e il mondo circostante. L’Ascolto è un processo psicologico e fisico del nostro corpo per comunicare con i nostri neuroni, ovvero il cervello, che traduce il tutto in Emozioni e Nozioni. Dalla radice Auris “Orecchio”, latino parlato, Ascoltare è verbo transitivo. La parola Ascolto nasce in italiano come derivato del verbo ascoltare, che proviene a sua volta dal latino “auscultare”, cioè sentire con l’orecchio. Il significato tradizionale del termine Ascolto è appunto quello che indica in genere l’azione e il risultato dell’ascoltare, ed è fortemente legato al concetto di Attenzione.

NellAscolto c’è la componente fisica, tra orecchio e neuroni, di come noi assimiliamo stimoli acustici, e la componente psicologica, che è l’Apprendimento attraverso i cinque sensi. Bisognerebbe parlare di tante cose sull’Apprendimento, partendo da Sigmund Freud con la fase orale, quella in cui apprendiamo dalla bocca in quanto i bambini attraverso quel mezzo assaporano, il gusto (freddo, amaro, …), il tatto (forma, durezza, …) per capire che cos’è. È il loro primo approccio con il mondo esterno. Sempre in quel periodo c’è l’Apprendimento attraverso la vista e l’udito, che poi durerà tutta la vita. L’udito è molto importante, perché la percezione dello spazio e del nostro equilibrio si basa sull’orecchio.

Udire, ascoltare, e ascoltare attivamente: tre modalità diverse di entrare in relazione col mondo intorno a noi che richiedono livelli diversi di coinvolgimento. Ma mentre ci basta l’esperienza di mettere un po’ di musica per comprendere la differenza fra udire e ascoltare, lAscolto Attivo ha delle caratteristiche particolari che richiedono di mettere in campo tutta la Sensibilità, lAttenzione, la Comprensione, lIntelligenza, lEmpatia di cui siamo capaci. Per la sua capacità di favorire l’apertura al dialogo, l’Ascolto Attivo è lo strumento principe della psicoterapia e, più in generale, delle relazioni d’aiuto. Tuttavia esso può diventare un alleato speciale anche nelle relazioni quotidiane di ognuno di noi, in quanto ci consente di stabilire un contatto autentico con l’altro e di avviare con lui un tipo di comunicazione più efficace e proficua.

Imparare ad ascoltare attivamente ci rende capaci di:

  • evitare errori molto comuni che contribuiscono a formare delle “barriere” nella comunicazione che portano a quelle facili incomprensioni di cui ognuno di noi ha esperienza;
  • diventare più sensibili e attenti al vissuto emotivo che accompagna ogni comunicazione e si esprime attraverso il linguaggio para-verbale e non verbale, consentendoci di andare oltre ciò che viene espresso con le parole;
  • empatizzare con l’altro, la nostra autentica presenza gli “dirà” che è ascoltato e compreso.
Novak Djokovic e Marian Vajda – Rolex Paris Masters 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

La capacità di Ascolto, che tutti in qualche misura possediamo, può essere sviluppata e migliorata: chi ascolta non è più un ricevente passivo, ma qualcuno che facilita con intelligenza emotiva la comunicazione in quanto l’altro è un nostro Specchio!

La capacità di ascolto di un giocatore si può misurare con il seguente test, rispondendo alle affermazioni con un semplice Sì o No.

  1. Anche se il tuo Coach dice qualcosa su cui non sei d’accordo, continui ad ascoltarlo.
  2. Sai interpretare quello che il Coach vuole comunicarti, anche al di là delle sue parole.
  3. Sei interessato a quello che il Coach ha da dirti senza annoiarti o perdere attenzione.
  4. Non smetti di ascoltare quando presumi di sapere che cosa l’allenatore sta per dirti.
  5. Ti capita di verificare se hai capito ripetendo con parole tue (anche solo dentro di te) quanto il Coach ti ha appena detto.
  6. Ascolti con curiosità il punto di vista del Coach, anche se è diverso dal tuo.
  7. Tendi a interessarti di tutto quanto si dice durante l’allenamento, anche se a volte ti sembra di poco conto.
  8. Ti preoccupi di chiedere il significato delle parole che non conosci.
  9. Mentre il Coach ti sta ancora parlando non pensi a come replicare, ma rimani concentrato su quello che sta dicendo per capirlo fino in fondo.
  10. Non sei uno che finge di ascoltare attentamente anche quando non ascolti affatto.
  11. Quando comunichi le tue idee e il tuo punto di vista, solitamente sono compresi con chiarezza dal tuo Coach, anche se non condivisi.
  12. Usi le domande spesso, rivolgendole al tuo allenatore mentre ascolti.
  13. Ti rendi conto che le parole non hanno esattamente lo stesso significato per tutti.
  14. Quando ascolti non segui solo il senso generale del discorso, ma sei attento anche ai particolari.
  15. Non ascolti solo quel che ti interessa, sei attento a tutto il feedback del tuo allenatore.
  16. Guardi sempre il Coach negli occhi.
  17. Sai quali sono le parole o le frasi capaci di suscitare in te una reazione emotiva.
  18. Sai aspettare senza impazienza l’occasione migliore per comunicare quel che vuoi dire al tuo allenatore.
  19. Pensi a come potrebbe reagire il tuo allenatore al tuo modo di comunicare con lui/lei.
  20. Osservi con attenzione l’espressione non verbale del tuo Coach (arrabbiato, deciso, distaccato, autorevole, motivato, ecc.).
  21. Lasci che il Coach esprima la sua determinazione verso di te senza interromperlo.
  22. Quando è utile, prendi appunti per poter ricordare meglio.
  23. Riesci a mantenere la concentrazione senza farti distrarre da suoni e rumori.
  24. Quando gli altri parlano con te sono generalmente a loro agio e si sentono rilassati, comportandosi con naturalezza.
  25. Tendi, in ogni situazione, a rivolgere domande al tuo Coach, quando non hai compreso con chiarezza.
  26. Sei in grado, nelle diverse situazioni, di riconoscere lo stato d’animo del tuo allenatore, e comportarti di conseguenza.
  27. A volte usi le domande per aiutare il tuo allenatore a chiarire il suo pensiero e le sue idee su di te.
  28. Scegli sempre la maniera migliore (scritta, orale, al telefono, sulla lavagna, un appunto, ecc.) di comunicare?
  29. Sai distinguere nella comunicazione ciò che dipende dai fatti e ciò che riguarda, invece, le emozioni.
  30. Sei consapevole e attento al fatto che i tuoi pregiudizi possono condizionarti nell’ascoltare.
  31. Ti trattieni ad esaminare a fondo tutti gli aspetti di ciò che ti viene detto, senza arrivare velocemente alla conclusione.
  32. Concentri la tua attenzione su tutti gli aspetti del tuo modo di comunicare, verbali e non verbali, e sei consapevole degli effetti che produci.
  33. Ripeti messaggi e istruzioni ascoltati per essere sicuro/a di aver ben capito.
  34. Ti accerti di verificare se l’allenatore ha capito, senza presumere che “sa già di che si tratta”.
  35. Sai tenere sotto controllo le valutazioni e i pregiudizi che hai in alcuni momenti sul tuo allenatore, ed eviti di comportarti avendo la convinzione di conoscere anticipatamente quel che vuol dirti.

Risultati

  • Da 30 a 35 Sì – Ottima capacità di Ascolto
  • Da 25 a 30 Sì – Buona capacità di Ascolto
  • Da 20 a 25 Sì – Discreta capacità di Ascolto
  • Da 10 a 20 Sì – Mediocre capacità di Ascolto
  • Meno di 10 Sì – Pessima capacità di Ascolto

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Al femminile

Russia 2: Veronika Kudermetova

Il lungo percorso compiuto prima della affermazione ad alti livelli della attuale numero 2 di Russia Kudermetova, recente finalista del torneo di Abu Dhabi

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Veronika Kudermetova - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

In attesa che il Tour superi la tormentata quarantena australiana e torni a offrire tennis giocato, continuiamo l’analisi delle giocatrici impegnate nel primo torneo dell’anno, il WTA500 di Abu Dhabi. Dopo l’articolo di martedì scorso dedicato a Ekaterina Alexandrova, proseguo con la linea russa: è il momento di Veronika Kudermetova. Per Kudermetova quella negli Emirati è stata una settimana molto positiva, dato che per la prima volta in carriera è riuscita a raggiungere la finale di un WTA500 (nuova definizione dei Premier che assegnano 470 punti alla vincitrice).

Durante il torneo Kudermetova ha sconfitto Kontaveit, Turati, Badosa, Svitolina, Kostyuk, e ha perso soltanto da Aryna Sabalenka (che tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 vanta una striscia vincente aperta di 15 match). A conferma dell’ottimo momento di Veronika c’è il best ranking raggiunto proprio questa settimana (numero 36) e il primato nazionale mancato di poco: sarebbe diventata numero 1 di Russia (superando Alexandrova) se avesse vinto la finale.

Va sottolineato però che tutti i discorsi sul ranking sono “ingessati” dalle regole introdotte con la pandemia, regole che tendono a mantenere lo status quo, e di fatto sfavoriscono le tenniste in crescita come Kudermetova. Se per esempio nel 2020 si fossero conteggiati solo i risultati ottenuti in quell’anno solare, Veronika avrebbe concluso la stagione al numero 29 invece che al 46. Tenendo poi conto della finale raggiunta negli Emirati Arabi mercoledì scorso, staremmo parlando di una giocatrice senza dubbio dentro le prime 30 del mondo.

Potrebbe sembrare insensato continuare a riferirsi a un ranking virtuale, calcolato secondo i metodi precedenti, ma credo aiuti a individuare le giocatrici che stanno facendo meglio, pur nelle mille difficoltà che il periodo propone. Sappiamo infatti che si sta giocando meno del solito e questo rende più difficile la costruzione di quei momenti positivi che, grazie a condizioni di forma e di entusiasmo sopra la media, si traducono in significativi salti di qualità.

Per quanto riguarda Kudermetova, ci sono almeno due aspetti della sua carriera che, a mio avviso, la rendono particolarmente interessante: le difficoltà affrontate per finanziare la propria formazione nel periodo da teenager, e il confronto con le coetanee nate nel 1997, visto che che per il tennis femminile quella del 1997 è considerata una annata speciale. Veronika infatti è nata nello stesso anno di giocatrici di successo e precocissime come Bencic, Ostapeniko, Osaka, oltre che Konjuh (purtroppo fermata dagli infortuni) e Kasatkina, sua “gemella” russa con la quale ha condiviso i primi anni di carriera da junior. Cominciamo proprio da quegli anni.

a pagina 2: I primi anni di Veronika Kudermetova

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Coppa Davis

Finali di Coppa Davis: Kosmos propone sedi multiple, tra cui anche Torino

Meno squadre, più giorni e più città tra le idee per migliorare la fase finale della manifestazione

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Kosmos Tennis, il partner dell’ITF per quanto riguarda la Coppa Davis, ha avanzato una serie di proposte per migliorare le Finali della manifestazione dopo aver scrupolosamente analizzato l’evento inaugurale – e finora unico – disputato a Madrid al termine della stagione 2019. È la stessa Federazione Internazionale a confermare che alcune proposte sono già state accolte, mentre altre sono in fase di discussione.

Oltre alla riduzione delle squadre da 18 a 16 per il 2022, è già stato approvato l’allungamento a 11 giorni della manifestazione che quest’anno si terrà dal 25 novembre al 5 dicembre, a partire quindi dal giovedì successivo alla conclusione delle ATP Finals di Torino. Ricordiamo che l’edizione 2019 si è disputata alla Caja Mágica dal 18 al 24 novembre – collocazione che aveva provocato qualche perplessità per l’allungamento del calendario. È invece in discussione la proposta di disputare le Finali in tre sedi diversi già da quest’anno. Lo scopo, si legge nel comunicato, è di “migliorare la programmazione dei giocatori e l’esperienza degli appassionati, nonché di portare la competizione a un pubblico più ampio”. Evidentemente, la scrupolosa analisi ha evidenziato come solo i tie con protagonista la nazione ospitante avessero le tribune affollate da un numero di spettatori consono al nome dell’evento. Anche la parte in cui alcuni incontri sono finiti piuttosto tardi pure per gli standard spagnoli non deve essere sfuggito all’occhio attento degli esperti di Kosmos. Ecco allora l’ipotesi di accostare a Madrid – originariamente designata per il 2019 e il 2020 – altre due città, ognuna delle quali ospiterebbe due gironi e un quarto di finale. Alla capitale spagnola si giocherebbero così i restanti due gironi e gli altri due quarti, oltre che le semifinali e la finale.

Kris Dent, direttore esecutivo senior dell’ITF, ha detto che “nonostante il successo, era chiaro che le Finali 2019 avrebbero tratto giovamento da qualche modifica del gioco e del formato. Dopo la delusione per aver dovuto cancellare l’edizione 2020, ci concentriamo per offrire il miglior evento possibile nel 2021”. Quanto la cancellazione delle Finals dello scorso novembre (più precisamente, la riprogrammazione a fine 2021) sia stata una delusione e quanto un’opportunità, è già stato discusso.

 

Nel frattempo, Kosmos Tennis ha già lanciato la gara per arrivare a selezionare un lista ristretta di città europee che potranno potenzialmente unirsi a Madrid per ospitare le prossime Finali. La decisione definitiva sarà presa entro marzo e terrà conto delle proposte, anche rispetto alle condizioni legate al Covid-19, avanzate dalle città candidate. Riproponendo quelle che avrebbero dovuto essere le Finali 2020, la composizione dei gruppi è nota da una decina di mesi, con l’Italia che tenterà di emergere dal girone con Usa e Colombia.

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