Effetto sorpresa

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Effetto sorpresa

Da Chang a Cilic, passando per Krajicek, Becker e del Potro. Per scoprire che anche Sampras, una volta, ha vinto uno Slam senza che nessuno lo avesse previsto

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Stan Wawrinka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)
 

Circa un mese fa abbiamo pubblicato un articolo sui sette vincitori Slam più improbabili, che ha scatenato un vivo e piacevole dibattito. Abbiamo provato ad affrontare il tema da un’altra prospettiva, ricercando gli Slam vinti sì da grandi giocatori, che dunque non possono proprio essere ritenuti ‘improbabili’, ma che in quella occasione si sono imposti contro pronostico. Generando il più classico degli effetti sorpresa. Anche per onorare il termine delle due settimane orfane di Wimbledon, la cui finale maschile si sarebbe dovuta disputare oggi, abbiamo trovato posto per un paio di exploit a sorpresa: quelli di Boris Becker e Richard Krajicek.


Sorpresa, evento inaspettato che genera stupore, meraviglia, se sgradita spesso regge l’aggettivo. Una sorpresa non lascia indifferenti, non sarebbe tale. Una scossa alla sicurezza ed all’indifferenza offerta dal certo. Lieve sarà l’incedere delle ingiurie del tempo a chi mai perderà la capacità di meravigliarsi. Alice nel suo paese non potrà invecchiare. Le sorprese sono il succo delle competizioni, ciò che le rende sovente, secondo retorica delle cronache di settore, epiche. Quelle sportive, tra esse son regine, a quelle canore e politiche non certo minori. Il tennis e le sorprese, come a Pasqua l’uovo.

“Ever Tried. Ever Failed. No Matter. Try Again. Fail Again. Fail Better”. Non avrebbe potuto scegliersi massima più appropriata da scriversi sul braccio il Signor Godot Stan Wawrinka, svizzero con in sorte esserlo nell’era Federer. Promessa da juniores, alle soglie dei 30 anni nel bel mezzo di una carriera con poche luci, diverse ombre e tanti bei colpi, vince l’Australian Open battendo Djokovic ai quarti e in finale un Nadal a tre cilindri. Nasce in quei giorni Stan The Man o Stanimal, l’unico tennista capace di battere al loro massimo i Fab Four, anche se con Roger lo avrebbe sempre fregato una non banale sudditanza psicologica (e forse un certo svantaggio tecnico-tattico). Wawrinka tra maree di vincenti, rovesci da cineteca e giocate di fino perché anche di mano garbata munito, avrebbe portato a casa altri due Slam, rendendo la sua vittoria degli AO 2014 la prima di tre.

 

Anche il Roland Garos vanta nella storia recente vittorie non previste come quella di Andrès Gomes nel 1990 o Gaston Gaudio nel 2004 e si potrebbe azzardare, una affettuosa provocazione, quella del 1983 di Yannik Noah, che pur signor tennista a lungo ai vertici delle classifiche mondiali, quell’anno vincitore non è che se lo aspettassero in tanti. French Open 1997. Gustavo Kuerten, brasiliano numero 66 ATP, è un ragazzo di 20 anni alto, magro, dai riccioli d’oro e sorriso stampato sul volto, dal rovescio ad una mano magnifico e dalla gioiosa propensione a far gioco e a portare il tifo dalla propria parte. Macina avversari, batte i due vincitori delle edizioni precedenti, Muster e Kafelnikov e va in finale. Ci trova Bruguera, altro vincitore parigino, lo batte in tre set e scrive la parola fine alla favola di un ragazzo che da sorpresa diviene leggenda in soli 15 giorni. Guga Kuerten vincerà tre Parigi, un Master e sarà numero 1 al mondo, non riuscirà a vincere molto di più, causa un’anca che lo porterà ad un precoce ritiro.

Il suo nome è Micheal Chang e a 17 anni e 3 mesi e l’11 giugno del 1989 diviene il giocatore più giovane ad aver mai vinto Parigi. In finale batte, di fisico, tigna e pazienza, Stefan Edberg, autore di un meraviglioso tennis serve and volley degno del McEnroe dei primi due set contro Ivan Lendl nella finale di cinque anni prima. Più del record di gioventù, di Chang si ricorda la lesa maestà nei confronti dello stesso Lendl, contro cui, tra sceneggiate di crampi veri o presunti, batte da sotto in un ottavo di finale passato alla storia per aver lanciato anche la moda del divorare banane ai cambi di campo.

Michael Chang – Roland Garros 1989

Il 17 deve portare bene a Parigi. 17 anni e diversi mesi ha Mats Wilander quando vince il primo dei suoi tre Roland Garros. Non è una sorpresa assoluta, anche per una questione di abitudine estetico-geografica, Mats si sta già imponendo come l’erede di Borg, ma sempre un ragazzino che vince uno Slam resta. Wilander avrebbe vinto due edizioni dell’AO su erba e per logica tennistica, questa avrebbe dovuto rappresentare la vera sorpresa. In realtà nemmeno, perché Mats era tennista intelligente e solido di testa, di gamba e pensiero veloce, capacità e voglia continua di migliorarsi che gli consentirono di vincere anche l’AO su cemento, nel 1988 gli US Open e diventare numero 1 al mondo. Per migliorare nel gioco a rete si diede al doppio, vincendo Wimbledon in coppia con Nystrom, svedese come ed anche più di lui e chissà se la vera sorpresa non sia questa.

Bombe su Londra, sportive per fortuna. Il bombardiere è un ragazzone tedesco di nome Boris Becker e nel luglio del 1985, a 17 anni e mezzo, diviene il più giovane vincitore del torneo di Wimbledon. La settimana prima si era annunciato vincendo il Queen’s, ma nessuno si sarebbe sognato che questo potesse essere più di un avvertimento. Becker ha reso il Centre Court per anni il suo campo privato tra finali vinte, perse o buttate via. Becker giocava un tennis da erba magistrale a una potenza superiore, a cominciare dal servizio che gli valse il nome di “Boom Boom” e a lui si deve il merito di aver alzato il livello del tennis di quegli anni.

Sorpresa invece è la vittoria a Wimbledon dell’olandese Richard Krajicek, arrivato a vincerlo nel 1996, dopo che nelle due edizioni precedenti non aveva mai passato un turno, e mai prima di allora gli ottavi (sarebbe poi tornato in semifinale, due anni dopo). Sorpresa non è quella del 2001 di Ivanisevic poiché cosa più complessa che riguarda il mondo dell’arte, della letteratura e probabilmente anche il sovrannaturale e suoi collegamenti con il fato e la rivelazione e merita una trattazione a se stante, già fatta proprio su queste pagine.

Difficile considerare una vittoria di Pete Sampras una sorpresa, ma la sua agli US Open del 1990, lo è nel modo. Sampras è un ragazzo di 19 anni, taciturno, di atteggiamenti sobri, camminata a capo chino e look morigerato classico anonimo andante, un tipo “sottotraccia”, ma quando gioca esprime un tennis assolutamente esplosivo, dominante, ossessivo nell’avere l’iniziativa. Un martello. Giocatore essenzialmente serve & volley, capace di giocarsela alla pari da fondo con i migliori fondocampisti, eccezionalmente esplosivo, abbina alla potenza e velocità dei colpi specie dal lato del diritto con il quale ha una facilità di “entrare” totale, un tocco, una inventiva e capacità di improvvisare tennis da assoluto virtuoso. Sampras ha regalato al mondo del tennis 14 Slam vinti praticando “l’art tennis” e un’altra grande sorpresa, una intrigante rivalità divenuta poi storica, con la sua antitesi tecnico-estetico-caratteriale Andre Agassi, perché una rivalità è tale quando tocca fattori che vanno al di là del mero risultato sportivo.

In anni recenti gli US Open hanno visto la vittoria di Del Potro nel 2009 e di Cilic nel 2014, sorprese non perché tennisti di basso livello, ma perché vincere uno Slam durante l’epoca Federer/Nadal/Djokovic ”è” una sorpresa.

Juan Martin del Potro – US Open 2009

Curiosità, sostantivo femminile. Sorpresa anche. Agatha Christie, donna, ha scritto pagine memorabili dove la curiosità conduce alla sorpresa nella scoprire l’assassino. “Giallo”, il nome che prende in Italia questa forma narrativa, gialla la palla da tennis fu bianca. Il tennis femminile è tale generatore di sorprese che usare il concetto sarebbe abusarne. In epoche recenti, ad eccezione dei periodi del dominio di Navratilova ed Evert, di Graf e Seles, finché glielo hanno permesso, della breve parentesi della magnifica Henin e di quella tanto lunga di Serena Williams da lasciar spazio anche alle altre nei suoi momenti di “distrazione”, il tennis femminile si è sempre caratterizzato per una certa disponibilità a cambiare il nome della vincitrice Slam dopo Slam. Democrazia, magnanimità, distribuzione, sostantivi femminili.

Panatta Pennetta Schiavone, da leggere in quest’ordine tutto d’un fiato per una questione di suono, erano forse favoriti degli Slam vinti? E Korda che la tirò in Australia? Ferrero era la marca del cioccolatino da cui la sorpresa? Il Master lo vince l’allievo? Hewitt e Roddick, un diavolo per cappello.

Sorprendersi, meravigliarsi serve, il certo alla lunga spegne. La rigidità formale della canzone annoia, il campionato di calcio, le guerre con i loro medesimi vincitori annoiano, le trame dei film e le idee politiche che sanno sempre chi sia il buono e chi il cattivo e da che parte stare, annoiano. La storia dell’uomo con il riproporre sempre la stessa trama mutandone gli attori annoia. Il certo come forma religiosa annoia. L’ateo ha una sua religione, l’agnostico forse anche, ma è più interessante.

(…) Stare all’erta, ecco la vita; essere cullato nella tranquillità, ecco la morte (Oscar Wilde).

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Francesco Passaro e un 2022 da favola: quasi 500 posizioni scalate e un sogno chiamato Next Gen

Francesco Passaro raggiunge Lorenzo Musetti e si qualifica per le Next Gen ATP Finals. Chi l’avrebbe detto ad inizio anno?

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Francesco Passaro, Napoli 2022 - Credit: Riccardo Lolli - Tennis Napoli Cup

Dall’8 al 12 novembre Milano sarà il teatro delle Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals, il torneo di fine anno dedicato agli otto migliori giocatori Under 21 del circuito ATP. Quest’anno, per la prima volta nella storia della competizione, saranno presenti due italiani, vale a dire Lorenzo Musetti e Francesco Passaro, rispettivamente numeri 3 e 9 della race (n°1 e n°7 se si escludono Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, che non saranno di scena nel capoluogo lombardo).

Musetti si trova senza ombra di dubbio nel miglior momento della sua giovane carriera, fresco vincitore dell’ATP250 di Napoli – secondo successo in carriera e in stagione dopo il ‘500’ Amburgo – e del best ranking di n°23, raggiunto lunedì 24/10. È d’obbligo però spendere qualche parola anche per Francesco Passaro, che nonostante abbia un anno in più del 20enne di Carrara è esploso più tardi. Ma, si sa, ognuno ha i suoi tempi.

Francesco Passaro Next Gen ATP Finals
Francesco Passaro, Challenger Forlì 2022 – credit: Uff. Stampa Forlì

Francesco Passaro, gli inizi: i titoli junior e le difficoltà Slam

Chissà cosa avrebbe pensato il 21enne Passaro se, un anno fa, gli avessero detto che tra pochi giorni si sarebbe giocato il titolo di miglior under 21 del 2022. Ad inizio stagione infatti – precisamente il 3 gennaio – vicino al suo nome in classifica c’era il numero 605. Un giovane di belle speranze, certo, che tuttavia non aveva ancora vinto un match neanche a livello Challenger. Ma facciamo un passo indietro.

 

Francesco Passaro nasce a Perugia il 7 gennaio 2001 e, degli otto next gen milanesi, è chiaramente il meno next. Inizia a giocare a tennis all’erà di sei anni, divertendosi però anche con il calcio. A 12 anni, come raccontato ad atptour.com, decide di appendere momentaneamente la racchetta al chiodo ed indossare esclusivamente guanti e scarpe con i tacchetti, visto il ruolo da portiere.

Un anno dopo, però, capisce di voler soltanto giocare a tennis, riprendendo ad allenarsi con continuità. Dal 2017 al 2019 – quindi dai 16 ai 18 anni – gioca nel circuito ITF riservato agli Junior, gli U18. Il 6 maggio 2019 raggiunge il best ranking di n°31, conquistando in quei tre anni altrettanti titoli, non riuscendo però mai ad andare oltre il primo turno in cinque partecipazioni agli Slam Juniores tra il 2018 e il 2019.

Tennis calcio risultati
Francesco Passaro – Torneo internazionale under 18 “Città di Santa Croce” Mauro Sabatini (foto di Massimo Covato)

2021, l’anno delle prime volte (con un nome nel destino)

Già dal 2017 comincia a giocare tra i “grandi”, mentre nel 2020 disputa il suo ultimo incontro junior e passa definitivamente al tennis adulto. Il primo salto arriva nel 2021, quando il perugino conquista i suoi primi due titoli ITF, negli M15 di Il Cairo e Xativa, entrambi sulla terra rossa (sua superficie prediletta).

Il 5 luglio entra per la prima volta nel main draw di un Challenger, perdendo nel torneo di casa a Perugia da Zhizhen Zhang. La (doppia) rivincita, un anno più tardi, sarà dolcissima. Il 2021 è l’anno del primo grande balzo in classifica: Passaro passa dal n°981 del 4 gennaio al già citato n°605 di inizio 2022, ma non si accontenta.

Francesco Passaro risultati titoli
Francesco Passaro – Australian Open Junior 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Dalla cavalcata di Sanremo a Roma, inizia l’ascesa di Francesco Passaro

La seconda – e certamente la più vistosa e complicata – scalata nel ranking avviene in questa stagione. Si tratta di un cambiamento radicale, non soltanto nel numerino vicino alla dicitura “Francesco Passaro” sul sito ATP, ma una metamorfosi che investe gioco (più offensivo e verticale), prestazioni e risultati e, conseguentemente, regala al classe 2001 anche un diverso prestigio negli avversari affrontati.

Al terzo torneo del 2022 l’azzurro raggiunge subito una finale, perdendo 6-4 7-5 da Mattia Bellucci all’M15 di Monastir, dove un mese dopo conquista il suo terzo ITF in carriera, il primo stagionale.

Il vero exploit, tuttavia, avviene ad inizio aprile al Challenger di Sanremo, torneo che ha svoltato la sua stagione e, chissà, forse anche la sua intera carriera. Partendo dalle qualificazioni – dove elimina l’ex top10 Gulbis al primo turno – Passaro ottiene la sua prima vittoria in un Challenger, sconfiggendo Borna Gojo.

Nei giorni successivi il perugino betterà anche A. Muller, Valkusz e Gianluca Mager, raggiungendo una clamorosa finale che gli vale il best ranking di n°354. Qui gioca a viso aperto e rischia l’impresa contro Holger Rune – oggi n.25 ATP e seconda testa di serie a Milano – cedendo solo 6-4 al terzo set dopo essere stato avanti di un break nel parziale decisivo. “Non mi sarei mai aspettato di arrivare dove sono arrivato, aveva dichiarato il giovane italiano ai nostri microfoni dopo la finale.

L’ascesa è appena iniziata. Nelle settimane successive il 21enne di Perugia supera le prequalificazioni per gli Internazionali BNL d’Italia e ottiene la wild card per il tabellone principale. L’8 maggio fa il suo esordio nel circuito ATP, ma l’avversario, considerata la superficie, è dei più tosti in circolazione. Passaro non sfigura, ma deve arrendersi 6-3 6-2 al cileno Cristian Garin.

Passaro chi è risultati
Francesco Passaro (a destra) e Holger Rune (a sinistra) – ATP Challenger Sanremo (foto Tullio Bigordi)

Lo scalpo di un top100 e il primo titolo Challenger

Un mese più tardi l’azzurro raggiunge la seconda finale Challenger in poco tempo, schiantando in semifinale al ‘125’ di Forlì Jaume Munar, allora n.87 del mondo. È la prima vittoria contro un top100 della carriera per l’umbro, che abdicherà solo in finale di fronte a Lorenzo Musetti.

Milano sembra essere nel suo destino: un altro grande torneo non basta, perché a fine giugno la corsa di Passaro si ferma ancora in finale, battuto 7-6(2) 6-4 da Federico Coria. Il grande risultato conseguito gli vale comunque l’entrata in top200, che sublima la settimana dopo con la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo, tanto in singolare quanto in doppio (in coppia con l’amico Matteo Arnaldi).

Il quarto tentativo è finalmente quello buono. Ricordate Zhizhen Zhang? Il cinese lo aveva battuto a Perugia a luglio 2021, alla prima partita dell’italiano in un Challenger. Poco più di un anno dopo, a metà luglio 2022, Francesco Passaro è il re di Trieste, conquistando il primo torneo in carriera a livello Challenger: a soccombere in finale è proprio il 26enne cinese, sconfitto 4-6 6-3 6-3. Questo successo vale l’ingresso tra i primi 150 giocatori del mondo, con il nuovo best ranking di n°144.

Passaro Next Gen
Francesco Passaro – Trieste 2022 (foto Tennis Events FVG)

New York, Firenze e Milano, altre tre meravigliose prime volte

Gli straordinari risultati della prima metà di 2022 permettono al perugino di volare a New York, destinazione US Open. In una spedizione record di 23 italiani al via tra tabellone principale e qualificazioni, Passaro supera 6-4 7-6(2) l’australiano Polmans al primo turno. Abdica solo ad Hugo Grenier due giorni dopo, dal quale perde 7-6(12) 6-1 non sfruttando tre set point nel primo parziale.

Neanche il tempo di disperarsi che, una settimana dopo, l’azzurro raggiunge una nuova finale a Como – la quinta stagionale – cedendo solo al tedesco Stebe in due set lottati. Il 26 settembre si issa al numero 122 ATP, al momento il suo best ranking.

Due settimane più tardi c’è ancora Zhizhen Zhang nel suo destino. Passaro riceve una wild card per l’ATP250 di Firenze, dove pesca il cinese al primo turno e lo sconfigge ancora: 7-6(4) 7-6(6). È la prima vittoria in assoluto a livello ATP per lui, arrivata curiosamente non sulla terra battuta ma sul cemento, superficie su cui ha dichiarato ai nostri microfoni di voler migliorare ancora molto.

Nel giro di una settimana sarà due volte lo statunitense Mackenzie McDonald a fermarlo, al secondo turno nel capoluogo toscano e al primo round all’ATP 250 di Napoli, dov’è entrato superando le qualificazioni. I risultati straordinari gli consentono, ufficialmente, di giocarsi le sue carte a Milano contro gli altri migliori sette U21 del 2022. La certezza matematica arriva il 26 ottobre, con la sconfitta di Dominic Stricker a Basilea contro Pablo Carreño Busta.

859 posizioni scalate in due anni, 483 solo nel 2022. E chissà, a questo punto, che il meglio non debba ancora venire.

US Open 2022
Francesco Passaro – US Open 2022 (foto Ubitennis)

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A Seoul la presenza di Kim Seokjin regala uno storico numero di interazioni per i social dell’ATP

Curiosità: la presenza del cantante della band coreana BTS fa scatenare i fan sul profilo Twitter dell’ATP

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Kim Seok-jin - ATP Seoul 2022 (via Twitter, @atptour)

Solitamente sul Twitter dell’ATP a produrre la maggior parte dell’engagement e della viralità dei post sono i video di un colpo eclatante, un match point storico, uno scambio incredibile. Ma un tweet pubblicato giovedì 29 settembre in occasione dell’esordio al Korea Open di Seoul del n.2 al mondo Casper Ruud (che con la vittoria ha tra l’altro centrato la qualificazione alle Finals per il secondo anno di fila) ha fatto registrare un record di interazioni, un numero altissimo di like e risposte, oltre che di retweet. E non per la bravura del tennista norvegese, ma per la semplice presenza di un personaggio nel pubblico, inquadrato improvvisamente dalle telecamere. Di chi si tratta?

Il ragazzo in foto, a primo acchito difficile da riconoscere a causa della mascherina, è Kim Seok-jin, meglio conosciuto semplicemente come Jin, uno dei quattro cantanti (nello specifico un tenore) della nota band sudcoreana BTS, conosciuti anche come Bangtan Boys, formatasi nel 2013 a Seoul. Un gruppo di vero e proprio culto in Corea del Sud ma non solo, considerando che su Youtube hanno ben due video da più, e non di poco, di un miliardo di visualizzazioni, e che un altro membro della band, Suga, di recente è anche apparso sul Twitter di Stephen Curry. Dunque, mescolando questi elementi, e considerando che il torneo dove Jin era presente a vedere il n.2 del mondo si giocasse in Corea, è facile capire anche il motivo di questi numeri social da capogiro: quasi 83.000 like per un tweet, 569 risposte, e più di 29.000 retweet, per un picco di interazioni che fa storia per quanto riguarda il profilo Twitter dell’ATP.

 

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Lo Slam racconta: US Open 1938, il Grande Slam del Dragone Rosso

Il 24 settembre 1938 Don Budge – God, come lo chiamava Tilden – completa per primo il Grande Slam della racchetta. Nemmeno uno dei più devastanti uragani della storia fermò l’uomo nato per giocare a tennis ed essere il migliore

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Donald Budge - White City Stadium, Sydney, 1937

Il Great New England Hurricane si era formato il 9 settembre 1938 sulle coste dell’Africa Occidentale. Raggiunse il picco di intensità il 19 alle Bahamas con venti fino a 260 kmh e le isole lo deviarono verso la costa est. Quando investì la zona di New York prima di dissiparsi in Ontario l’uragano aveva perso intensità ma fu comunque sufficiente a procurare sette giorni da tragenda.

Anche quella mattina Don Budge guardò fuori dalla finestra, pioveva ancora e tenere a bada l’inquietudine cominciava a essere difficile. La finale degli US National Championships, l’incontro più importante della vita, continuava a sfuggirgli, come la tartaruga da Achille. Giorno dopo giorno. Al momento del match poi il centrale del West Side Tennis Club sarebbe stato fradicio e questo poteva favorire Gene e il suo tennis fatto di precisione e leggerezza.

“Forse gli dei del tennis non vogliono un novellino fra loro…” pensò nel forse unico accesso di superbia della sua vita, subito spento da una smorfia.

 

Forest Hills, 24 settembre 1938. Doveva vincere, doveva farlo adesso e contro il suo amico fraterno. Ora o mai più.

Era stato un lungo viaggio e mentre la pioggia batteva incessante sui vetri Don tornò a quella cena di quasi un anno prima quando l’amico campione Ellsworth Vines ( “…quando Ellie era in forma eri fortunato a toccare la palla” Jack Kramer dixit) cercava in tutti i modi di dissuaderlo dall’idea di tentare il Grande Slam, senza riuscirci. In qualche modo sapeva di potercela fare.

I ricordi si affastellavano uno sull’altro, il viaggio in nave dall’altra parte del mondo scandito dalle note di Benny Goodman, il caldo soffocante, l’erba australiana traditrice e le sconfitte in serie nei test match che precedevano gli Australian Championships. Poi quello più dolce, la vittoria in finale ad Adelaide contro John Bromwich per 6-4, 6-2, 6-1. Un massacro.

Parigi e Londra erano state conquistate sulle ali dell’entusiasmo, 13 games persi nelle due finali contro Menzel e Austin. Solo il barone Von Cramm avrebbe potuto contrastarlo validamente al Roland Garros ma da una prigione nazista era difficile giocare…

Non potendolo piegare alla svastica il regime lo aveva condannato a un anno di prigione per omosessualità e esportazione di valuta. Fu Budge stesso a promuovere una lettera di protesta firmata da 25 grandi atleti e consegnata nelle mani del fuhrer. La condanna fu ridotta a cinque mesi.

Aveva fatto il giro del mondo ma il viaggio vero era cominciato molto tempo prima.

I Budge erano scozzesi, e scozzesi delle Highlands, gente dura e scabra come le scogliere su cui batte incessantemente quel mare.

Il padre di Don è una giovane e dotata ala destra ventenne dei Glasgow Rangers quando durante un allenamento cade in un contrasto, sbatte la testa e sviene. L’azione si sposta altrove, la nebbia scozzese vela tutto e incredibilmente l’allenamento termina senza che nessuno noti l’assenza di John Budge. Passa un’ora prima che lo trovino ancora esanime a terra, la testa è a posto ma la pioggia gelida gli rovina per sempre i polmoni. Il medico consiglia climi miti e Budge senior sceglie Oakland, California settentrionale. Qui, il 13 giugno 1915, nasce Don, il Dragone Rosso.

Il colore dei capelli lo prese dalla madre Pearl Kinckaid anche se il figlio non li vide mai. Le erano diventati completamente bianchi per lo spavento durante il terremoto di San Francisco del 1906, quando il suo lettino era stato sbattuto da una parte all’altra della stanza.

Oakland è una mecca del baseball e Don gioca in ogni momento libero; è in quei pomeriggi che prende forma il più grande rovescio della storia del tennis. Il giovanotto è ambidestro e sul diamante batte da mancino. Quando il fratello maggiore lo porta su un campo da tennis impugna invecela racchetta con la destra ed è naturale per lui ricalcare esattamente lo stesso movimento memorizzato con la mazza da baseball. Stessa linearità, eleganza ed efficacia. Considerando poi che Budge giocò sempre con una Wilson Ghost da quasi mezzo chilo senza cuoio sul manico la differenza non era poi troppa.

I colpi vengono assimilati con una dedizione assoluta e quando in una sola estate cresce fino a un metro e ottantacinque il suo gioco diventa devastante.

L’ultimo tassello è la scoperta dell’anticipo. Nel 1935 Don era stato invitato ad arbitrare un’esibizione fra Perry e Vines e dal seggiolone era rimasto strabiliato da come Fred, ex campione mondiale di ping pong, colpiva la palla un attimo dopo il rimbalzo. Budge impiegò quell’inverno imparando ad abbinare la potenza all’anticipo e “… dopo aver colpito per settimane ogni centimetro delle reti di recinzione” riuscì nell’impresa.

Ecco la testimonianza di Julius Heldman, ex tennista, poi gran penna dello sport statunitense:

“Io sono cresciuto e ho giocato all’epoca di Don Budge e per quelli come me lui non era solo intoccabile ma il più grande giocatore di ogni tempo. Non consentiva a nessuno di entrare in partita e la sua potenza devastante non calava mai.”

Ormai era solo questione di tempo e il tempo era arrivato.

Quel 24 settembre tutti i dubbi e le paure vennero spazzati via da quel rovescio che era un dono degli dei. Solo nel secondo set Gene Mako riuscì a cogliere di sorpresa l’amico sottraendogli con un passante alla Rocambole l’unico set del torneo.

Negli altri tre non ci fu storia, come sempre quando The Big Red scendeva in campo.

24 settembre 1938, West Side Tennis Club, Forest Hills

John Donald Budge b. Gene Mako 6-3, 6-8, 6-2, 6-1

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