Wimbledon 1960: quando l'erba era più verde per Ramanathan Krishnan

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Wimbledon 1960: quando l’erba era più verde per Ramanathan Krishnan

Ramanathan Krishnan ricorda la sua pioneristica striscia vincente nell’edizione 1960 dei Championships, che lo vide raggiungere le semifinali superando la quarta testa di serie, il cileno Luis Ayala

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Nel corso degli ultimi sessant’anni, Ramanathan Krishnan ha spesso incontrato persone che gli consegnavano fotografie scattategli a Wimbledon nel 1960. Ciò aveva consentito all’oggi ottantatreenne di costruire un’ampia collezione di polaroid gelosamente custodite, ad immortalare la sua storica corsa fino alle semifinali di Wimbledon nel singolare maschile, una prodezza che avrebbe ripetuto l’anno successivo. Nessun indiano, né prima né dopo, si è spinto così lontano nel singolare dei tornei dello Slam.

Sicuramente, però, ha anche incontrato persone che gli chiedevano quelle stesse fotografie in bianco e nero. Krishnan acconsentiva, concedendo ai suoi fan un cimelio. Ora, è arrivato al punto in cui non ha più fotografie per sé. “Ma ho la mia memoria”, scherza. In un batter d’occhio, inizia a rimettere in fila gli eventi dal 20 giugno all’1 luglio 1960. Ma inizia un anno prima. “Per capire cosa successe a Wimbledon nel 1960” dice, dobbiamo tornare alla stagione 1959.

 

“Quello fu per me un anno molto buono e vinsi molti tornei, tra cui lo US Hard Court Championships di Denver (il torneo del Grande Slam di New York si giocava sull’erba di Forest Hills a quell’epoca). Grazie a queste vittorie, avevo raggiunto la terza posizione nella classifica mondiale”. Quei risultati gli avrebbero dovuto assicurare una testa di serie per Wimbledon l’anno successivo. All’epoca, i tornei del Grand Slam avevano solo otto teste di serie nei tabelloni dei singolari, a differenza delle attuali trentadue.

“Questo significava che avresti incontrato una testa di serie solamente nei quarti di finale” spiega Krishnan, che nel 1954 divenne il primo giocatore indiano a vincere uno Slam Juniores conquistando il titolo di Wimbledon. “Di conseguenza, ovviamente, era estremamente importante essere testa di serie. È quasi paragonabile ad avere il vantaggio di giocare oggi in casa un tie di Coppa Davis”.

IN QUARANTENA

A Wimbledon, gli era toccata la settima testa di serie – la prima volta che gli era stato concesso un seed in un torneo dello Slam. Ma il suo arrivo in Inghilterra coincise con un momento in cui Krishnan non era nelle migliori condizioni fisiche. “Nell’aprile di quell’anno, qualche mese prima di Wimbledon, ero andato in Thailandia con la squadra indiana per la Davis, ma dovetti ritirarmi perché mi venne la varicella, ricorda. “Fui messo in quarantena per 14 giorni in un ospedale di Bangkok, senza possibilità di allenarmi. Proprio quando mi ripresi, dovetti precipitarmi nuovamente a Madras (l’odierna Chennai) perché avevo programmato di sposarmi. E provengo da una famiglia molto religiosa, quindi dovemmo visitare diversi templi nelle successive settimane. Questo significava niente tennis.

Arrivato a giugno, Krishnan riuscì a giocare una sfida di Coppa Davis nelle Filippine prima di trasferirsi in Inghilterra per la sua luna di miele. E per Wimbledon. Raggiunse l’Inghilterra più tardi di quanto avrebbe voluto, e questo gli lasciò poco spazio per partite di allenamento, che erano diventate ancora più importanti, dato che aveva impiegato molto tempo per riprendersi dalla malattia. Al torneo del Queen’s, dove era il detentore del titolo, Krishnan perse nei quarti di finale contro lo spagnolo Andrés Gimeno. Il suo successivo incontro sarebbe stato a Wimbledon. “L’unica cosa a mio favore” dice, “era di essere una testa di serie. Ma non avevo molte partite alle spalle, non ero pronto fisicamente.

PASSAGGIO DIFFICILE

Nel primo turno, Krishnan affrontò il poco conosciuto qualificato australiano John Hillebrand. Faticò a trovare ritmo, riuscendo a vincere il match solamente al quinto set. “Ero molto nervoso durante quella partita” spiega. “Sapevo di non essere fisicamente a posto e di non aver giocato molto negli ultimi tempi. Così, i colpi non mi uscivano bene. Lo avrei potuto battere facilmente in qualsiasi altra circostanza, ma ora stavo faticando. Riuscii a cavarmela solamente al quinto”. Il giorno seguente, giocò un match di doppio in cinque set, in coppia con il connazionale Naresh Kumar, opposti alla coppia americana Butch Buchholz e Chuck McKinley.

“Fu un incontro lungo”, dice. “Ben oltre le tre ore. Ma giocammo sul Centre Court, e il match mi diede la possibilità, soprattutto, di fare un buon allenamento. Di trovare un po’ di forma e di ritmo. Nonostante perdemmo quella partita, ebbi sensazioni molto migliori riguardo al mio gioco. E ciò mi aiutò a preparare il singolare. Al secondo turno, Krishnan fronteggiò Gimeno. Perse il primo set ed era in svantaggio 0-3 nel secondo quando notò che la gente cominciava a lasciare lo stadio. “Avevo perso contro Gimeno al Queen’s una settimana prima. Così la gente pensava che sarebbe finita presto”, dice. “Fu allora che cercai di trarre ispirazione dal mio match di doppio e dalla stagione 1959, nella quale avevo fatto molto bene. Iniziai a lottare e vinsi i successivi 12 giochi”.

Chiuse la sfida al quinto set contro lo spagnolo – che in seguito vinse l’Open di Francia del 1972 – prima di sbarazzarsi del tedesco Wolfgang Stuck in tre veloci set. Nel quarto turno, l’indiano giocò un’altra dura partita al quinto set contro il sudafricano Ian Vermaak, vincendo 3-6 8-6 6-0 5-7 6-2. Ciò significava che aveva raggiunto i quarti di finale di uno Slam per la prima volta nella sua carriera. Ed ora si sarebbe scontrato contro giocatori compresi nelle teste di serie, a partire dal quarto favorito del torneo, il cileno Luis Ayala.

RECORD STORICO

Di quattro anni più vecchio di Krishnan, Ayala era stato due volte finalista agli Open di Francia – aveva perso l’incontro valido per il titolo solamente un mese prima. Non aveva mai perso contro un indiano, e si presentava all’incontro come il giocatore più riposato, avendo giocato solo una partita al quinto set su quattro partite, rispetto ai tre giocati da Krishnan. Ma l’indiano aveva ormai ritrovato la forma. Tenne botta e agguantò una vittoria in tre combattuti set, vincendo 7-5 10-8 6-2, diventando il primo indiano a raggiungere le semifinali di uno Slam.

NERVI A FIOR DI PELLE

Ma una volta che quel pensiero si insinuò nella sua mente, lo stesso fece la tensione. “In qualche modo questi pensieri iniziarono a farsi strada dentro di me, sono in semifinale”, ricorda Krishnan. Continuavo a pensare che ero ad un solo match dalla finale, e che se avessi vinto, sarei stato il campione di Wimbledon. Avrei dovuto mantenermi calmo e tutto d’un pezzo. Invece, mi feci mettere in soggezione. Tutto questo, contro qualcuno che avevo battuto così tante volte in precedenza”.

In semifinale, Krishnan si scontrò con un altro giocatore esperto, il favorito, l’australiano Neale Fraser. A quel tempo, Fraser era il detentore del titolo degli US Open, e aveva vinto dieci titoli in doppio (sette nel maschile e tre nel misto). Come se ciò non bastasse, il campione uscente era in buona forma. “Un anno prima, avevo battuto Fraser per vincere il titolo al Queen’s, e lo avevo sconfitto molte altre volte nel circuito”, dice Krishnan. In tutta la mia carriera, avrei finito per perdere da lui solamente due volte. Una volta a Wimbledon, e poi in Coppa Davis. C’era una cosa strana con gli australiani. Perdevano le partite del circuito, ma quelle che contavano, le partite importanti, le giocavano ad un livello che non avevi visto prima”.

Sul centrale, con il vento, il già potente servizio di Fraser iniziò a diventare ancora più frizzante. “Non lo riuscii a gestire. Ero già nervoso, e mi feci sfuggire l’opportunità. Tutti i miei colpi erano bloccati, e non stavo giocando libero. Anche volendo, però, lui era assolutamente ingiocabile al servizio”, aggiunge Krishnan. La sua corsa si sarebbe arrestata là, alle semifinali, con la sconfitta per 6-3 6-2 6-2 contro il giocatore che avrebbe finito per aggiudicarsi il torneo.

EROE E PIONIERE

Ma Krishnan aveva fatto abbastanza. Di ritorno in India, il suo trionfo fu festeggiato in un modo che non si sarebbe mai aspettato. “Mi chiamavano dappertutto per interviste e cerimonie di premiazione”, ricorda Krishnan. C’era così tanto amore nei miei confronti. Stavo giocando bene, e mi stavo anche comportando bene quando ero sul circuito. Quindi, questo era forse il motivo per il quale c’era più rispetto per me”. Un’intera generazione di giocatori di tennis indiani crebbe idolatrandolo.

In un’intervista di qualche anno fa con l’Indian Express, Vijay Amritraj – l’unico giocatore indiano ad eccezione di Ramesh, il figlio di Krishnan, ad aver raggiunto i quarti di finale di un Grande Slam nell’Era Open – ricordò di aver battuto Krishnan nella finale dei campionati nazionali del 1972, da diciannovenne ancora quasi sconosciuto. “Quella fu la svolta della mia carriera”, affermò. Krishnan, un anno più tardi, nell’edizione 1961 dei Championships, cadde al medesimo punto, stavolta perdendo dal grande Rod Laver. A quel punto, però, si era già affermato come uno dei migliori giocatori del circuito amatoriale.

Ancora oggi, se gli si chiede nel sessantesimo anniversario di quella grande striscia vincente in Inghilterra cosa rappresenti Wimbledon 1960 per lui, cosa abbia significato per la sua carriera, Krishnan non ci mette molto a rispondere. “Ho 83 anni ora” dice, non riuscendo a nascondere l’emozione nella voce. È qualcosa che è successo sessanta anni fa, e ne stiamo ancora parlando. Ne conservo un buon ricordo, nella mia memoria, nessuna fotografia. Me lo ricordo bene. Così, sì, ha significato tutto per me.

Traduzione a cura di Marco Michelotti

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Non fate come Kyrgios: non sottovalutate Pablo Carreño Busta allo US Open

Tra i quattro semifinalisti lo spagnolo è il meno titolato, ma a livello Slam non ha tanto da invidiare ai suoi avversari. Prima di sminuirlo, Kyrgios dovrebbe dare uno sguardo ai suoi risultati

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Pablo Carreño Busta - US Open 2020 (photo by Simon Bruty/USTA)

Le semifinali dei due tabelloni dello US Open 2020 hanno un tratto comune? In tanti potrebbero rispondere sì a questa domanda e potremmo essere parzialmente d’accordo anche noi. Per quale motivo? Beh, nel femminile abbiamo parlato ieri di Jennifer Brady, numero 41 del ranking (28 del seeding) alla prima semifinale Slam, che si è ritrovata attorno Serena Williams (23 Major), Azarenka e Osaka (due titoli Slam per parte). Nel maschile invece i quattro giocatori rimasti non hanno mai vinto un titolo a questi livelli, ma nonostante ciò si parla principalmente di Zverev, Thiem e Medvedev e Pablo Carreño Busta, che a differenza di Brady una semi Slam l’ha già giocata, viene erroneamente considerato un intruso.

A ingannare è probabilmente il ranking: lo spagnolo è una ventina di posizioni dietro i tre che hanno raggiunto come lui il penultimo atto del torneo, ma arrivati in queste fasi l’abitudine a giocare su determinati palcoscenici e con una certa pressione sulle spalle può fare la differenza tra una sconfitta e una vittoria. E a tal proposito, Carreño non parte battuto in partenza, almeno nella semifinale. Per Sascha Zverev è la seconda semi Slam della carriera, come lo è per lo spagnolo. Dall’altro lato invece Thiem giocherà la sua sesta, ma appena la seconda su cemento, mentre Medvedev ha raggiunto questa fase in un Major solo un anno fa, sempre a Flushing Meadows. Tuttavia non è da trascurare il fatto che sia il russo che l’austriaco hanno già preso parte a una finale Slam e tutti e tre hanno già vinto un trofeo Masters 1000. Ad ogni mod,o se si guardano le due sfide da questa prospettiva, il gap tra i tre top 10 e Carreño è abbastanza piccolo, di certo infinitamente inferiore rispetto a quello tra Brady e le altre tre campionesse.

Detto ciò, è comprensibile che l’attenzione sia rivolta a Dominic, Sascha e Daniil per un altro motivo. È da quattro anni ormai (Wawrinka allo US Open 2016) che non si vede un vincitore Slam diverso da Federer, Nadal o Djokovic e da allora si cerca un giovane in grado di interrompere il loro dominio. Vista l’assenza dei Big Three, non veder vincere uno tra Thiem, Zverev o Medvedev nemmeno stavolta porrebbe dei grossi dubbi sulle loro capacità di sostituirsi al trio che ha dominato l’ultimo decennio. Perciò anche mediaticamente Carreño Busta “tira” meno degli altri tre, ma non per questo va sottovalutato. Ci ha messo del suo anche Nick Kyrgios con i suoi tweet.

 

L’australiano da qualche giorno sta conducendo una crociata contro Carreno, tacciandolo come terraiolo “che senza il mattone tritato non sarebbe arrivato nemmeno vicino alla top 50”. “Deve essere piuttosto annoiato” ha commentato lo spagnolo e Nick alla vigilia delle semifinali ha risposto ancora, postando su Instagram i confronti diretti (conduce 2-0) con Carreno, dicendo che alla noia preferirebbe giocare lo US Open e batterlo ancora. Tuttavia l’australiano al massimo ha raggiunto due quarti di finale negli Slam, peraltro vecchi di oltre cinque anni. In più dimostra di non aver letto con la dovuta attenzione i risultati della carriera di Carreño Busta.

Pablo Carreño Busta – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Usando la lente d’ingrandimento sulla carriera dello spagnolo, capiamo ancora meglio che la sua superficie preferita non è la terra battuta come dice Kyrgios, bensì il cemento outdoor. A 23 anni centra il primo discreto risultato in uno Slam, un terzo turno allo US Open nell’edizione 2014. Si ripete due anni dopo, sempre a Flushing Meadows e poi all’Australian Open 2017, quello che a tutti gli effetti è l’anno della sua esplosione definitiva. Bisogna attendere il Roland Garros 2017 per vederlo superare il secondo round nell’unico Slam su terra del calendario. Quell’anno si spinse fino ai quarti, dove fu costretto al ritiro contro Rafa Nadal. Non si spinse mai oltre sul rosso, cosa che invece gli è riuscita due volte sul duro, la prima alla fine di quell’estate.

A Flushing Meadows non perse neanche un set fino alla semifinale, la sua prima in un Major. Tuttavia ci riuscì superando ben quattro qualificati. King al primo turno, Norrie al secondo, Mahut al terzo e Denis Shapovalov in ottavi. Quest’anno ha battuto nuovamente il canadese, diventato nel frattempo un tennista ‘vero’, al termine di una durissima battaglia durata cinque set ai quarti di finale. Riguardando il tabellone dell’edizione 2017 è curioso vedere che il canadese (che qualche settimana prima si fece conoscere alla Rogers Cup, battendo Rafa Nadal) superò al primo turno Daniil Medvedev, abbastanza nettamente (7-5 6-1 6-2).

Proprio in relazione a Shapovalov, si può evidenziare come il canadese avesse battuto in quattro set Goffin prima di arrestarsi al cospetto di Carreño Busta. Due tennisti che presentano delle somiglianze, e rispetto al quale ‘Shapo’ è certamente più esplosivo: eppure, contro Goffin la rimonta gli è riuscita piuttosto agevolmente, mentre lo spagnolo gli ha imposto un 6-3 al quinto set. Interrogata sulla questione, è probabile che la maggioranza degli appassionati definirebbe Goffin un tennista più forte di Carreno Busta: quanto al rendimento negli Slam, però, il belga è arrivato tre volte ai quarti vincendo un solo set, Carreño (un anno più giovane) ha fatto lo stesso avanzando due volte in semifinale.

Qualche dato ci permette di chiudere definitivamente il discorso rispetto alla superficie d’elezione di Carreño Busta: in carriera ha vinto complessivamente 289 match su cemento, il 66% di quelli disputati. Invece su terra battuta sono 157 le vittorie su 257 partita, un ottimo 61%, ma piuttosto inferiore rispetto al record personale sul duro. E infine, anche i trofei confermano tale rapporto: tre li ha vinti su cemento (Winston-Salem 2016, Mosca – indoor – 2016 e Chengdu 2016) e uno su terra battuta (Estoril 2017). Adesso siete convinti del fatto che Carreno è tutt’altro che un intruso in queste semifinali?

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Conosciamo meglio Jennifer Brady, l’underdog che sogna il titolo allo US Open

L’unica giocatrice senza Slam tra le quattro semifinalista, Brady è chiaramente la meno conosciuta. Ma è in possesso di armi che le consentono di pensare in grande

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Delle quattro semifinaliste è l’unica che non ha mai vinto uno Slam. Prima di questo torneo non aveva mai raggiunto nemmeno i quarti di finale in un Major. Eppure Jennifer Brady, nel ruolo di ‘underdog’, fa paura. Anche perché un’ex campionessa del torneo l’ha già rullata nei quarti, Angie Kerber. Ha vinto dieci delle ultime undici partite giocate: cinque al torneo di Lexington, vinto senza perdere un set. Non un brutto modo per alzare il primo trofeo nel circuito WTA, a 25 anni. Poi c’è stata la sconfitta al primo turno a Cincinnati contro Pegula, ma ora di nuovo un percorso nettissimo fino alla semifinale dello US Open. Ci è arrivata perdendo solo 24 game in cinque partite, in media meno di cinque game persi in ogni match.

Ora però dall’altra parte della rete c’è la favorita alla vittoria finale, Naomi Osaka. Sarà la prima semifinale di giornata, orario d’inizio: l’una di notte italiana. Contro Yulia Putintseva nei quarti ha preso confidenza con l’Arthur Ashe, dopo che tre anni fa al suo debutto su quel campo subì una cocente delusione (e c’era pure il pubblico sugli spalti), perdendo 6-1 6-0 dall’allora finalista uscente Karolina Pliskova (avrebbe potuto sfidarla pure quest’anno al terzo turno, ma Caroline Garcia la pensava diversamente). Al tempo erano gli ottavi di finale e poteva ritenersi soddisfatta di quanto fatto in quella stagione. Fu proprio nel 2017 infatti che Brady iniziò a farsi conoscere: raggiunse il quarto turno anche all’Australian Open in gennaio, ma partendo dalle qualificazioni.

Il suo nome iniziò a comparire sui taccuini degli addetti ai lavori, e non solo perché di cognome fa Brady come Tom, la leggenda del football americano. Di lei si sapeva che prese in mano la racchetta per la prima volta a sette anni e si formò come giovane giocatrice alla Chris Evert Tennis Academy di Boca Raton, in Florida. Prima di decidere di passare al professionismo giocò due anni al college per gli UCLA Bruins e vinse con loro il titolo NCAA del 2014. Durante quell’Australian Open incuriosì anche il nostro Luca Baldissera, che le dedicò un articolo nella sua rubrica “spunti tecnici”.

 

La sua attitudine è rimasta sempre offensiva e la velocità del cemento newyorchese quest’anno agevola la sua azione. Il fondamentale sul quale fa più leva è il servizio, grazie anche alla sua altezza (poco meno di 1.80). È la seconda giocatrice dietro Serena (64) per ace messi a referto, 28, tra quelle rimaste in gara. La sua prima di servizio non è tanto incisiva quanto quella di Osaka (80% di punti vinti) e Serena (74%), ma compensa con un rendimento eccezionale con la seconda (vince il 55% dei punti nel torneo, appena dietro Osaka, 57%, ma nell’arco della stagione è addirittura seconda in top 100 per numero di punti vinti). Brady sa giocare molto bene la seconda in kick, che spesso le permette di comandare subito lo scambio. Nonostante ciò avrà sicuramente difficoltà a gestire l’esuberanza in risposta di Naomi, che contro la seconda delle avversarie ha vinto più punti di tutte (90 in cinque partite disputate).

Jennifer Brady – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Brady però non si tirerà certo indietro. La sua propensione all’attacco non esclude ottime capacità difensive, evidentemente migliorate nel tempo. Se fate un confronto con le foto scattate da Luca nel 2017 e tra quelle dello US Open in corso, vedrete che Jennifer ha perso qualche chilo, guadagnando una maggior mobilità sul rettangolo di gioco, che le permette di anche di ribaltare in suo favore punti in cui è costretta a remare da dietro. Osaka cercherà di giocare più sul suo rovescio (meno sicuro del dritto, ma comunque affidabile) e soprattutto non vorrà darle l’opportunità di giocare il dritto a sventaglio o l’inside-in, colpo che le dà tantissimi punti nel match.

Il nome di Jen Brady tra le ultime quattro, come avrete intuito, non è così casuale come possa sembrare. I 27 titoli Slam che le altre tre semifinaliste raccolgono tutte assieme non devono indurre a sottostimare la statunitense. Questo risultato è frutto di un percorso di crescita iniziato in quel 2017, interrotto nel 2018-2019 e ripreso all’inizio di questa stagione, della quale abbiamo perso diversi mesi per via del COVID-19. In febbraio raggiunse la semifinale a Dubai, partendo dalle qualificazioni e prima ancora sorprese a Brisbane la numero uno del mondo Barty. Quest’anno Brady ha finalmente aggiustato gli aspetti tecnico-tattici necessari per continuare la sua crescita e la semifinale (o più, chissà) potrebbe essere solamente il punto di partenza.

Al termine della sfida con Putintseva si è aperta, raccontando quando non molto tempo fa metteva in dubbio la sua carriera per via dei risultati che non arrivavano: “Ripenso a tutte le volte che ho giocato tornei Challenger o perdevo al primo turno di qualificazione. Pensavo: ‘Ok, posso ancora riuscire ad arrivare in alto? Questo sport fa per me?’ Ho avuto tanti dubbi, mi sono posta tante domande in quel periodo. Non avevo pensieri positivi. Ma sono stata fortunata ad accettare tutto e andare avanti, continuare a giocare, ad allenarmi e a migliorare. Ora guardo le cose da una prospettiva diversa, anche al di là del tennis. Mi godo ogni singolo giorno. Guardo la vita in modo diverso”.

Virtualmente ora è al numero 25 del mondo, il suo best ranking. Ma soprattutto, arrivati a questo punto del torneo, si può sognare.

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Emil Ruusuvuori, chi è il prossimo avversario di Berrettini

Il primo avversario di Matteo Berrettini al Western & Southern Open di Cincinnati sarà un 21enne di Helsinki, per molti uno dei giovani più interessanti del circuito. Andiamo a scoprirlo

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Emil Ruusuvuori - Cincinnati 2020 (via Twitter, @atptour)

Matteo Berrettini esordirà fra poche ore (intorno alle 22 italiane) al secondo turno del torneo di Cincinnati in corso a New York, e lo farà contro Emil Ruusuvuori, N.101 ATP, che ieri ha sconfitto Sebastian Korda, figlio del grande Petr, in poco più di due ore molto sofferte – è stato sotto 2-5 0-30 nel terzo prima di rimontare vincendo 20 degli ultimi 22 punti. Anticipando il match di oggi, ha detto al sito dell’ATP: “Matteo è uno dei migliori giocatori del tour in questo momento, ma non ho niente da perdere. Sarà divertente, dovrò giocare il mio miglior tennis per riuscire a stargli dietro”.

Ma chi è questo ventunenne finlandese? Qualche mese fa, Pietro Sconamiglio ha scritto dei suoi interessi, dalla musica all’hockey a Zlatan Ibrahimovic, ma di recente il suo allenatore italiano, Federico Ricci, ha raccontato un po’ di più del Ruusuvuori giocatore. Ricci vive da nove anni in Finlandia dopo aver lavorato in Florida, alla Evert Academy, per quasi un decennio: nel Paese scandinavo è stato tra i fondatori della Nieminen Academy in Finlandia e ha continuato a lavorare esclusivamente con Ruusuvuori quando la scuola ha chiuso i battenti nel 2017 (principalmente perché il numero dei giocatori era aumentato oltre le previsioni e Nieminen non voleva fare il coach a tempo pieno), ed è pertanto l’artefice principale del gioco di Emil, ‘Emppu’ per gli amici.

“Emil è sempre stato abituato a giocare con i piedi sulla riga di fondo, comandando lo scambio”, ha detto ad Alessandro Nizegorodcew per Sportface, “ma farlo contro i primi del mondo è ovviamente molto più complicato. Abbiamo quindi lavorato tanto sulla profondità dei colpi e sulla gestione della posizione nel rettangolo di gioco. L’obiettivo è quello di rimanere vicino al campo anche contro i top player.

 

“All’inizio c’è voluto un po’ per farlo lavorare, poi ha avuto dei problemi di crescita a livello lombare, ma gli infortuni l’hanno per certi versi aiutato, perché da un lato ci hanno permesso di lavorare di più sulla tecnica, e dall’altro gli hanno insegnato la disciplina necessaria per prendersi cura del proprio corpo, e questo ha dato i suoi frutti soprattutto negli ultimi due anni. Ha sicuramente avuto una crescita rallentata, ha giocato solo una stagione piena da junior e poi ha saltato tre mesi di stagione nel 2018 per una broncopolmonite, ma credo che questi problemi fisici l’abbiano reso molto più professionale”.

Il coach lo descrive così: “Emil è un attaccante da fondo, ha un ottimo timing sulla palla e risponde molto bene. Gli piace girarsi sul dritto per spingere, ma ha anche un rovescio solido con cui può fare il punto”. Come si può intuire dalla descrizione del suo stile di gioco, la sua superficie preferita è il cemento al chiuso, perché, come ha detto a Tennis Nerds, “la stagione outdoor non è molto lunga in Finlandia!”. Nieminen, probabilmente l’unico tennista di livello assoluto prodotto dalla Finlandia (N.13 ATP nel 2006, tre quarti di finale Slam), è ancora oggi un’influenza di rilievo per lui, visto che nella sua vece di capitano di Davis è in frequente contatto con il team di Emil.

In pre-stagione si è allenato una volta con Nadal a Manacor, un’esperienza che ha descritto al sito delle Next Gen ATP Finals come “uno dei miei migliori ricordi su un campo da tennis” per via dell’intensità e del desiderio di imparare che Rafa tuttora mette in ogni sessione, e subito prima di venire a New York ha continuato a lavorare con Casper Ruud, altro uomo della Nadal Academy, a indicare il credito di cui già gode. Nella stessa intervista, ha rivelato che durante il lockdown Ricci gli ha fatto vedere dei classici come Agassi-Sampras allo US Open del 2001, quarto di finale da quattro tie-break senza break, o Safin-Federer nella semifinale di Melbourne 2005. “Abbiamo guardato a cosa facevano quei campioni per provare a individuare due o tre punti da aggiungere al mio gioco”

Quest’anno ha eliminato Jannik Sinner al secondo turno del Challenger di Bendigo (ribattezzato Bendigo 2 quando il torneo di Canberra è stato spostato in città a causa degli incendi di inizio anno), raggiungendo poi la finale, persa con Kohlschreiber. Complessivamente, in stagione è 2-2 nei main draw ATP, ma 15-7 se si considerano qualificazioni e Challenger.

Nel 2019, invece, è stato uno dei migliori in assoluto nel circuito Challenger; ha vinto quattro titoli sul cemento (Fergana, Helsinki in casa, e due che sono decisamente di buon auspicio per il suo futuro, il Rafa Nadal Open di Manacor e il Murray Trophy di Glasgow) e ha raggiunto una finale sulla terra di Augsburg. Soprattutto, però, ha scioccato il mondo del tennis battendo con un netto 6-3 6-2 l’allora N.5 del mondo, Dominic Thiem, in Coppa Davis, in un tie perso dalla sua nazionale ma in cui lui ha vinto entrambi i singolari.

Emil Ruusuvuori – Montpellier 2020 (via Twitter, @atptour)

Qui a New York Emil si è qualificato smontando Jeremy Chardy, tds N.2 delle quali, per 6-0 6-4, e si è assicurato l’ingresso fra i Top 100 con la vittoria al primo turno su Korda junior – peraltro il traguardo sarebbe stato raggiunto a marzo, se l’ATP avesse considerato l’ultima settimana di gioco, poi stralciata per via della cancellazione di Indian Wells.

Sarà più la sfida contro il francese, però, a guidare il suo match plan contro Berrettini: contro Chardy, infatti, Ruusuvuori ha sempre spinto sulla seconda, vincendo il 67% dei punti, e ha mosso l’avversario verticalizzando molto il gioco, sapendo di non potergli permettere di spingere sopra la pallina. L’azzurro dovrà quindi cercare di dettare il punto fin dall’inizio, e la difficoltà maggiore sarà quella di affrontare un avversario tanto dinamico (e già caldo) all’esordio, anche se le oltre due ore di ieri potrebbero finire per pesare sul finlandese. Ricordiamo che Berrettini non gioca due su tre dal novembre dello scorso anno, visto che in questa stagione ha disputato solo due incontri, entrambi all’Australian Open, e quindi potrebbe avere un po’ di ruggine addosso.

D’altro canto, nel match di ieri Ruusuvuori ha dimostrato di non essere tranquillissimo sulle palle più lavorate, preferendo situazioni e traiettorie lineari su cui spingere, e l’ottimo slice dell’italiano lo potrebbe mandare fuori giri, senza considerare che ha concesso 15 ace e il 71% di punti contro una prima come quella di Korda, ed è perciò presumibile che contro uno dei migliori servizi del circuito possa avere dei problemi a spingere.

Parlando con Luca Fiorino, sempre di SuperTennis, Federico Ricci aveva detto: “La cosa più complicata è stata fargli credere che potesse fare qualcosa di inusuale per uno stato come la Finlandia. È un ragazzo abbastanza rilassato e artistico, tentare di passargli quel minimo di nervosismo che ti fa fare una performance migliore non è stato semplice. A cinque anni ha iniziato a giocare a badminton, uno degli sport più popolari. Emil è una persona introversa, vive alla giornata e ciò gli fa bene per la sua crescita tennistica, anche se spesso sarebbe utile che pensasse anche al domani. Per il momento, i passi fatti sembrano essere quelli giusti, vedremo se già da oggi saprà farsi conoscere da un pubblico più ampio, e se riuscire a rimettere il suo Paese sulla mappa del tennis.

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