Wimbledon 1960: quando l'erba era più verde per Ramanathan Krishnan

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Wimbledon 1960: quando l’erba era più verde per Ramanathan Krishnan

Ramanathan Krishnan ricorda la sua pioneristica striscia vincente nell’edizione 1960 dei Championships, che lo vide raggiungere le semifinali superando la quarta testa di serie, il cileno Luis Ayala

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Nel corso degli ultimi sessant’anni, Ramanathan Krishnan ha spesso incontrato persone che gli consegnavano fotografie scattategli a Wimbledon nel 1960. Ciò aveva consentito all’oggi ottantatreenne di costruire un’ampia collezione di polaroid gelosamente custodite, ad immortalare la sua storica corsa fino alle semifinali di Wimbledon nel singolare maschile, una prodezza che avrebbe ripetuto l’anno successivo. Nessun indiano, né prima né dopo, si è spinto così lontano nel singolare dei tornei dello Slam.

Sicuramente, però, ha anche incontrato persone che gli chiedevano quelle stesse fotografie in bianco e nero. Krishnan acconsentiva, concedendo ai suoi fan un cimelio. Ora, è arrivato al punto in cui non ha più fotografie per sé. “Ma ho la mia memoria”, scherza. In un batter d’occhio, inizia a rimettere in fila gli eventi dal 20 giugno all’1 luglio 1960. Ma inizia un anno prima. “Per capire cosa successe a Wimbledon nel 1960” dice, dobbiamo tornare alla stagione 1959.

 

“Quello fu per me un anno molto buono e vinsi molti tornei, tra cui lo US Hard Court Championships di Denver (il torneo del Grande Slam di New York si giocava sull’erba di Forest Hills a quell’epoca). Grazie a queste vittorie, avevo raggiunto la terza posizione nella classifica mondiale”. Quei risultati gli avrebbero dovuto assicurare una testa di serie per Wimbledon l’anno successivo. All’epoca, i tornei del Grand Slam avevano solo otto teste di serie nei tabelloni dei singolari, a differenza delle attuali trentadue.

“Questo significava che avresti incontrato una testa di serie solamente nei quarti di finale” spiega Krishnan, che nel 1954 divenne il primo giocatore indiano a vincere uno Slam Juniores conquistando il titolo di Wimbledon. “Di conseguenza, ovviamente, era estremamente importante essere testa di serie. È quasi paragonabile ad avere il vantaggio di giocare oggi in casa un tie di Coppa Davis”.

IN QUARANTENA

A Wimbledon, gli era toccata la settima testa di serie – la prima volta che gli era stato concesso un seed in un torneo dello Slam. Ma il suo arrivo in Inghilterra coincise con un momento in cui Krishnan non era nelle migliori condizioni fisiche. “Nell’aprile di quell’anno, qualche mese prima di Wimbledon, ero andato in Thailandia con la squadra indiana per la Davis, ma dovetti ritirarmi perché mi venne la varicella, ricorda. “Fui messo in quarantena per 14 giorni in un ospedale di Bangkok, senza possibilità di allenarmi. Proprio quando mi ripresi, dovetti precipitarmi nuovamente a Madras (l’odierna Chennai) perché avevo programmato di sposarmi. E provengo da una famiglia molto religiosa, quindi dovemmo visitare diversi templi nelle successive settimane. Questo significava niente tennis.

Arrivato a giugno, Krishnan riuscì a giocare una sfida di Coppa Davis nelle Filippine prima di trasferirsi in Inghilterra per la sua luna di miele. E per Wimbledon. Raggiunse l’Inghilterra più tardi di quanto avrebbe voluto, e questo gli lasciò poco spazio per partite di allenamento, che erano diventate ancora più importanti, dato che aveva impiegato molto tempo per riprendersi dalla malattia. Al torneo del Queen’s, dove era il detentore del titolo, Krishnan perse nei quarti di finale contro lo spagnolo Andrés Gimeno. Il suo successivo incontro sarebbe stato a Wimbledon. “L’unica cosa a mio favore” dice, “era di essere una testa di serie. Ma non avevo molte partite alle spalle, non ero pronto fisicamente.

PASSAGGIO DIFFICILE

Nel primo turno, Krishnan affrontò il poco conosciuto qualificato australiano John Hillebrand. Faticò a trovare ritmo, riuscendo a vincere il match solamente al quinto set. “Ero molto nervoso durante quella partita” spiega. “Sapevo di non essere fisicamente a posto e di non aver giocato molto negli ultimi tempi. Così, i colpi non mi uscivano bene. Lo avrei potuto battere facilmente in qualsiasi altra circostanza, ma ora stavo faticando. Riuscii a cavarmela solamente al quinto”. Il giorno seguente, giocò un match di doppio in cinque set, in coppia con il connazionale Naresh Kumar, opposti alla coppia americana Butch Buchholz e Chuck McKinley.

“Fu un incontro lungo”, dice. “Ben oltre le tre ore. Ma giocammo sul Centre Court, e il match mi diede la possibilità, soprattutto, di fare un buon allenamento. Di trovare un po’ di forma e di ritmo. Nonostante perdemmo quella partita, ebbi sensazioni molto migliori riguardo al mio gioco. E ciò mi aiutò a preparare il singolare. Al secondo turno, Krishnan fronteggiò Gimeno. Perse il primo set ed era in svantaggio 0-3 nel secondo quando notò che la gente cominciava a lasciare lo stadio. “Avevo perso contro Gimeno al Queen’s una settimana prima. Così la gente pensava che sarebbe finita presto”, dice. “Fu allora che cercai di trarre ispirazione dal mio match di doppio e dalla stagione 1959, nella quale avevo fatto molto bene. Iniziai a lottare e vinsi i successivi 12 giochi”.

Chiuse la sfida al quinto set contro lo spagnolo – che in seguito vinse l’Open di Francia del 1972 – prima di sbarazzarsi del tedesco Wolfgang Stuck in tre veloci set. Nel quarto turno, l’indiano giocò un’altra dura partita al quinto set contro il sudafricano Ian Vermaak, vincendo 3-6 8-6 6-0 5-7 6-2. Ciò significava che aveva raggiunto i quarti di finale di uno Slam per la prima volta nella sua carriera. Ed ora si sarebbe scontrato contro giocatori compresi nelle teste di serie, a partire dal quarto favorito del torneo, il cileno Luis Ayala.

RECORD STORICO

Di quattro anni più vecchio di Krishnan, Ayala era stato due volte finalista agli Open di Francia – aveva perso l’incontro valido per il titolo solamente un mese prima. Non aveva mai perso contro un indiano, e si presentava all’incontro come il giocatore più riposato, avendo giocato solo una partita al quinto set su quattro partite, rispetto ai tre giocati da Krishnan. Ma l’indiano aveva ormai ritrovato la forma. Tenne botta e agguantò una vittoria in tre combattuti set, vincendo 7-5 10-8 6-2, diventando il primo indiano a raggiungere le semifinali di uno Slam.

NERVI A FIOR DI PELLE

Ma una volta che quel pensiero si insinuò nella sua mente, lo stesso fece la tensione. “In qualche modo questi pensieri iniziarono a farsi strada dentro di me, sono in semifinale”, ricorda Krishnan. Continuavo a pensare che ero ad un solo match dalla finale, e che se avessi vinto, sarei stato il campione di Wimbledon. Avrei dovuto mantenermi calmo e tutto d’un pezzo. Invece, mi feci mettere in soggezione. Tutto questo, contro qualcuno che avevo battuto così tante volte in precedenza”.

In semifinale, Krishnan si scontrò con un altro giocatore esperto, il favorito, l’australiano Neale Fraser. A quel tempo, Fraser era il detentore del titolo degli US Open, e aveva vinto dieci titoli in doppio (sette nel maschile e tre nel misto). Come se ciò non bastasse, il campione uscente era in buona forma. “Un anno prima, avevo battuto Fraser per vincere il titolo al Queen’s, e lo avevo sconfitto molte altre volte nel circuito”, dice Krishnan. In tutta la mia carriera, avrei finito per perdere da lui solamente due volte. Una volta a Wimbledon, e poi in Coppa Davis. C’era una cosa strana con gli australiani. Perdevano le partite del circuito, ma quelle che contavano, le partite importanti, le giocavano ad un livello che non avevi visto prima”.

Sul centrale, con il vento, il già potente servizio di Fraser iniziò a diventare ancora più frizzante. “Non lo riuscii a gestire. Ero già nervoso, e mi feci sfuggire l’opportunità. Tutti i miei colpi erano bloccati, e non stavo giocando libero. Anche volendo, però, lui era assolutamente ingiocabile al servizio”, aggiunge Krishnan. La sua corsa si sarebbe arrestata là, alle semifinali, con la sconfitta per 6-3 6-2 6-2 contro il giocatore che avrebbe finito per aggiudicarsi il torneo.

EROE E PIONIERE

Ma Krishnan aveva fatto abbastanza. Di ritorno in India, il suo trionfo fu festeggiato in un modo che non si sarebbe mai aspettato. “Mi chiamavano dappertutto per interviste e cerimonie di premiazione”, ricorda Krishnan. C’era così tanto amore nei miei confronti. Stavo giocando bene, e mi stavo anche comportando bene quando ero sul circuito. Quindi, questo era forse il motivo per il quale c’era più rispetto per me”. Un’intera generazione di giocatori di tennis indiani crebbe idolatrandolo.

In un’intervista di qualche anno fa con l’Indian Express, Vijay Amritraj – l’unico giocatore indiano ad eccezione di Ramesh, il figlio di Krishnan, ad aver raggiunto i quarti di finale di un Grande Slam nell’Era Open – ricordò di aver battuto Krishnan nella finale dei campionati nazionali del 1972, da diciannovenne ancora quasi sconosciuto. “Quella fu la svolta della mia carriera”, affermò. Krishnan, un anno più tardi, nell’edizione 1961 dei Championships, cadde al medesimo punto, stavolta perdendo dal grande Rod Laver. A quel punto, però, si era già affermato come uno dei migliori giocatori del circuito amatoriale.

Ancora oggi, se gli si chiede nel sessantesimo anniversario di quella grande striscia vincente in Inghilterra cosa rappresenti Wimbledon 1960 per lui, cosa abbia significato per la sua carriera, Krishnan non ci mette molto a rispondere. “Ho 83 anni ora” dice, non riuscendo a nascondere l’emozione nella voce. È qualcosa che è successo sessanta anni fa, e ne stiamo ancora parlando. Ne conservo un buon ricordo, nella mia memoria, nessuna fotografia. Me lo ricordo bene. Così, sì, ha significato tutto per me.

Traduzione a cura di Marco Michelotti

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Ash Barty passeggia per Melbourne Park: “Mi manca gareggiare, ma non tutto ciò che ne consegue”

L’ex n. 1 del mondo, oramai in pensione, si sta godendo la normalità mentre dà gli ultimi ritocchi alla sua fondazione, che si occuperà principalmente delle comunità indigene

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Ash Barty in conferenza con i media australiani
Ash Barty in conferenza con i media australiani

Ashleigh Barty è tornata nel luogo dove tutto si è concluso – come riporta il The Guardian -, dove ha realizzato il sogno più grande della sua carriera sportiva: vincere l’Australian Open. Un successo che l’ha talmente appagata dà spingerla appena un mese dopo ad annunciare, scioccando l’intero universo dello sport, un clamoroso ritiro dalle scene. Per cui potremmo assolutamente definirlo un comeback nella location che difatti è stato il luogo del delitto della propria vita da tennista. Ash ha avuto così l’opportunità di visitare ed ammirare l’immenso impianto di Melbourne Park, in una versione a lei pienamente estranea e sconosciuta: rendersi conto dello spettacolo della Rod Laver Arena, in uno scenario completamente vuoto e dunque antitetico rispetto a quello gremito di australiani che ha accompagnato il suo trionfo all’Happy Slam. La circostanza si è venuta a creare in occasione del lancio del nuovo libro a cura dell’ex n. 1 del mondo WTA – oramai da diverso tempo nelle vesti di scrittrice – “My Dream Time“, che all’interno del suo Tour promozionale vedeva per l’appunto nel teatro dell’ultimo successo tennistico di Ash una delle tappe principali.

La campionessa tre volte vincitrice Slam, ha sfruttato questo appuntamento per rilasciare alcune dichiarazioni che testimoniano e certificano ancora una volta come abbia definitivamente chiuso il capitolo “Tennis” alla voce ‘carriera professionistica’ rincarando la dose e dando corpo a ciò che aveva già fatto capire in passato: non ci sarà un ritorno di fiamma, non rientrerà nel circuito. Il suo essersi calata, oramai, completamente nella normalità della quotidianità della vita come qualsiasi persona su questo globo, accantonando senza ripensamenti il suo passato da atleta di fama mondiale con tutte le vicissitudini mediatiche che ne conseguono; lo si evince perfettamente dal suo essersi distaccata da quello che era il proprio mondo a tal punto dal non avere più per lui neanche posto nei ricordi: “Non riesco a ricordare l’ultima volta che ho camminato qui – si riferisce a quel labirinto di tunnel che collega la Rod Laver Arena con i campi di allenamento, e che la stessa Barty quando giocava frequentava assiduamente facendo la spola -. Sono assolutamente stupita di come sia cambiata. Così come è cambiata tutta l’area attorno allo Show Court Three, così come anche non avevo mai visto prima un evento nel Grand Slam Oval in pieno svolgimento. Non ero mai stata al livello del punto di osservazione del pubblico, da dove gli spettatori possono vedere il torneo. E’ molto diverso come sensazioni e percezioni“.

Barty ha preso la decisione di dire basta con il tennis agonistico perché spinta dalla voglia di nuove avventure e di raggiungere nuovi traguardi o successi che esulassero dai soli ottenibili con una racchetta in mano; considerando anche che se fosse stato questo il suo reale obbiettivo probabilmente adesso non la ritroveremmo ad allietare con carta e penna ma a competere in quel di Fort Worth per le Finals – titolo che tra l’altro vinse nel 2019 – per poi successivamente attraversare l’Oceano Atlantico e andare a difendere i colori dell’Australia in Billie Jean King Cup. Dunque il senso di appagamento è rimasto immutato dal giorno del ritiro. Tuttavia la voglia di competizione, ed in particolar modo di costante sfida con se stessa rimane ancora viva dentro di lei. Ma Ash è riuscita ad ovviare a questa situazione, perseguendo altri cammini che non siano quello del tennis: “Mi manca sfidare me stessa nella competizione con i migliori del mondo, ma non non ciò che ne deriva. Ora probabilmente mi sto abituando a sfidare me stessa in modi diversi, scovando continuamente altri percorsi che mi permettano di competere e di crescere ancora. E penso che uno dei modi sia stando a casa, vivendo dei momenti che prima non avevo l’opportunità di vivere“. Ebbene, avere la possibilità di vivere esperienze familiari che nel passato viaggiando in giro per il mondo non poteva vivere, riempiono il cuore di Ashleigh che ama moltissimo interpretare il suo ruolo di Zia.

 

Ma quando si ha di fronte una campionessa del calibro della 26enne di Ipswich, è inevitabile non toccare il tema dell’attualità sportiva. E così chi meglio di colei che ne ha ereditato la corona per sciogliere il ghiaccio: “È una boccata d’aria fresca e ha completamente dominato questa stagione“. È rimasta per certi versi meravigliata dall’annata di Swiatek, Ash, ma allo stesso tempo crede che la polacca – che considera sinceramente un’amica – sia capace di cose ancora più grandi in futuro: “E’ stata sia per il livello espresso, che per testa nettamente sopra tutte le altre, ed è stato incredibile vederla fiorire“.

Come detto, però, la vita della prima australiana a riportare il Major Down Under nuovamente a casa, dopo un digiuno di 44 anni, prosegue a gonfie vele al ritmo di un fiume in piena – anche senza la sua amata racchetta – tra svariate iniziative di ogni genere. Circa cinque mesi fa, assieme ai suoi due ex coach Craig Tyzzer e Jason Stoltenbery si è incontrata con il CEO di Tennis Australia Craig Tiley per discutere dell’avviamento di un piano di coaching sul quale vertono forti speranze. Inoltre i suoi primi mesi da “pensionata”, le hanno fruttato anche diverse richieste di partnership da parte di molte aziende – anche una di Telecomunicazioni – dove lei cerca di apprendere da esperti dirigenti portando la sua abitudine al lavoro di squadra. Ma soprattutto una parte che rivesterà un ruolo fondamentale nei suoi prossimi anni, sarà la propria Fondazione; di cui il suo team sta apportando gli ultimi ritocchi e che concentrerà il proprio lavoro sulle comunità indigene. Alcuni sono inoltre convinti, che Barty abbia le qualità necessarie per diventare un’allenatrice straordinaria, nelle ultime settime infatti ha seguito la 20enne della Gold Coast Olivia Gadecki che sta muovendo i primi passi nel circuito.

Dunque è un’Ashleigh sempre pronta a nuove sfide ed impegnata in una serie innumerevole di progetti, che sigillano così la chiusura con il passato spezzando quel legame con il suo essere tennista: “Devo ancora definire con precisione ciò che farò in futuro, ho ancora tante cose da portare avanti. E’ pazzesco pensare che manchino solamente un paio di mesi alla fine dell’anno. E’ volato“. Perciò pur mancando molto al tennis femminile, lei certamente non si sta annoiando.

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ATP

ATP Finals: il tennis a 360° tra Palazzo Madama e il Fan Village. Pala Alpitour verso il tutto esaurito

Tanti gli ospiti di rilievo, da Chiellini a Flavia Pennetta e Francesca Schiavone passando per Guido Meda, Max Gazzè e Willie Peyote. Binaghi nella conferenza stampa di presentazione è entusiasta: “Numeri straordinari, ii dati di vendita sono superiori al 2021 quando avevamo la certezza di avere Berrettini”

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Il Pala Alpitour di Torino (foto palaalpitour.it)

Manca sempre meno alla seconda edizione delle Nitto ATP Finals di Torino, di scena nel capoluogo sabaudo dal 13 al 20 novembre. Come ogni grande evento sportivo e non che si rispetti, lo spettacolo riservato agli spettatori ed appassionati di tennis sarà una manifestazione ad ampio respiro che travalichi quelli che sono i meri aspetti agonistici per dare sfoggio delle bellezze di carattere culturale e folcloristico. Un’occasione, dunque, per mostrare le eccellenze e le peculiarità nei vari campi d’interesse della città ospitante. Ebbene anche il capoluogo piemontese non poteva farsi sfuggire questa opportunità, in grado di incentivare il turismo locale. Dopo il grande successo dello scorso anno il Fan Village è stato riconfermato, quest’anno con sede a Piazza d’Armi, ma la novità più eclatante sarà rappresentata dalle esibizioni di musica itinerante e dalla vetrina delle eccellenze gastronomiche che verrà collocata nel cuore di Palazzo Madama. A queste, si aggiungeranno le iniziative del calendario, redatto per l’occasione, ideate dal Comune, dalla Regione Piemonte e dalla Camera di Commercio; in collaborazione con Turismo Torino e Provincia, Visit Piemonte e Fondazione per la Cultura.

CASA TENNIS CON TANTI OSPITI DEL MONDO DELLO SPORT E DELLA MUSICA – Come descrive Diego Molino su “La Stampa” saranno diverse le aree che verranno costituite ad hoc per l’occasione e svariati i momenti d’interesse per il pubblico; a partire dal Blue Carpet di venerdì 11 novembre con la passerella degli otto tennisti che prederanno parte al torneo, nella stessa giornata – a mezzogiorno – verrà inaugurata la mostra “50 Game Changing” sotto i portici di Piazza San Carlo a cura di Gallerie d’Italia. Un punto, invece, nevralgico della struttura a latere del Pala Alpitour sarà Palazzo Madama che ospiterà per tutta la durata dell’evento: Casa Tennis, la quale verrà inaugurata sabato 12 novembre. Il modello che verrà seguito, è quello che è stato già utilizzato e promosso durante l’Eurovision Song Contest: le porte della Corte Medievale e della caffetteria si apriranno per l’occasione non soltanto ai giornalisti, ma anche a tutti i torinesi e a tutti i turisti accorsi per ammirare Djokovic e compagni in azione, ogni giorno della settimana dalle 10:00 alle ore 20:00. Casa Tennis, inoltre, sarà il luogo in cui si svolgeranno talk e conferenze, con esponenti del mondo della musica, dello spettacolo, dello sport e dell’editoria: fra gli altri parteciperanno il calciatore Giorgio Chiellini, il giornalista di Sky Sport ed esperto di Moto GP Guido Meda, le ex tenniste azzurre Flavia Pennetta e Francesca Schiavone, il cantuatore Max Gazzè e il rapper torinese Willy Peyote. Le varie giornate del torneo inizieranno con le Merende Reali a cura dei Maestri del Gusto, per poi arrivare all’ora di pranzo al momento del ‘viaggio nel Gusto del Piemonte’ e dulcis in fundo concludere con il Tempo della Merenda e con gli aperitivi a base di birre locali e vermouth.

Altri appuntamenti ricreativi e di festa cominceranno con il Bus panoramico City Sightseeing, che per l’intera settimana diventerà il palco itinerante sul quale suoneranno band e musicisti di vario genere partendo ogni giorno dalle ore 17:00 da Piazza Castello. Dal 15 novembre sino al termine dell’evento, verrà inoltre allestito un mini campo – sempre in Piazza Castello – per l’iniziativa “Tennis in Piazza”.

 

CONFERNZA STAMPA DI PRESENTAZIONE, LE ATP FINALS PER RILANCIARE IL TURISMO TORINESE

La seconda edizione della Finals azzurre ha raccolto, stando ai dati forniti dalla Federtennis, vendite superiori al 2021, con la Regione e il Comune che fanno eco alla federazione rimarcando l’eccezionale rilevanza ed importanza che costituisce l’investimento nei grandi eventi come volano di una ripartenza turistica anche a livello internazionale, che ha avuto già i suoi frutti dopo l’edizione 2021 visto e considerato che nei primi nove mesi del 2022 i turisti che hanno soggiornato a Torino sono raddoppiati rispetto all’anno precedente: 980 mila nuovi arrivi, dati che rispecchiano quasi quelli relativi all’era Pre-Covid. Nella conferenza stampa di presentazione dell’evento sabaudo, come riporta su “La Stampa” Maurizio Tropeano, serpeggiava un clima di ottimismo ascoltando le parole dei vertici istituzionali; consci che la prima edizione senza vincoli pandemici possa rappresentare un effetto moltiplicatore sull’economica cittadina e non solo. Grande euforia, che appare limpida nelle dichiarazioni del Presidente della FIT – che dal primo gennaio assumerà ufficialmente una nuova denominazione – Angelo Binaghi che si sbilancia parlando di “numeri straordinari” e affermando che: “sarà un’edizione di grande successo. I dati di vendita sono superiori all’anno scorso quando avevamo la certezza di avere Berrettini in campo. Sono convinto che arriveremo al sold out sicuramente nei weekend, stiamo vendendo più di mille biglietti al giorno“. Il 62enne cagliaritano è convinto inoltre dell’assoluta efficacia del modello organizzativo delle ATP Finals: “Ha funzionato alla perfezione e pensiamo possa funzionare anche per altri sport. Noi ci crediamo, fin dal primo momento abbiamo pensato a creare un nuovo modello organizzativo per la gestione di questi grandi eventi che ci desse più successo e ricadute possibili“.

Non ci resta dunque che aspettare e verificare, se queste alte ed entusiasmanti aspettative verranno rispettate.

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ATP

La carriera esemplare di Andreas Seppi, dalla costanza ad alti livelli alla versatilità di superfici

Si chiude per l’altoatesino una carriera fuori dal comune per i numeri accumulati nel corso degli anni

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Andreas Seppi - US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Non basta il numero diciotto del mondo e tre titoli per descrivere la lunga e prosperosa carriera di Andreas Seppi, che oggi ha annunciato che quelli di Napoli e Ortisei saranno gli ultimi tornei della sua carriera. Alla soglia dei trentanove anni, in arrivo a febbraio, il tennista di Bolzano si può tranquillamente definire come uno dei migliori tennisti italiani di sempre, e prima dell’avvento di Sinner e Berrettini il migliore dal 2000 in poi assieme a Fabio Fognini, che ha avuto picchi più alti ma meno costanza del tennista altoatesino. Per descrivere la versatilità e la costanza di Seppi “bastano” anche solo i suoi record per quanto riguarda il tennis italiano. Seppi è infatti stato il primo tennista italiano a vincere un torneo sull’erba e soprattutto il primo a conquistare la “tripletta” di titoli sulle tre superfici dell’ATP Tour, cemento (Mosca 2012 contro Bellucci), erba (Eastbourne 2011 contro Tipsarevic) e terra rossa (Belgrado 2012 contro Paire). Quest’ultimo traguardo ha resistito per nove anni, con Lorenzo Sonego che lo ha eguagliato quest’anno vincendo il torneo di Metz.

Anche i tornei dello Slam danno la misura della costanza e della solidità delle prestazioni di Seppi, che ha raggiunto gli ottavi in tre tornei dello Slam su quattro, uno di questi grazie alla storica vittoria in quattro set con il suo amico Roger Federer all’Australian Open 2015. Per completare il traguardo dei quattro ottavi in tutti e quattro gli Slam a Seppi è mancato solo lo US Open, in cui ha raggiunto il terzo turno tre volte, l’ultima volta nel 2021. Sempre negli Slam Seppi è autore della terza striscia di partecipazioni più lunga di sempre, con 66 dietro solo ai 67 di Fernando Verdasco e i 79 di Feliciano Lopez. Con le sue 67 apparizioni in un tabellone di uno Slam Seppi è il nono tennista di sempre, dietro ai 68 del trio Djokovic, Gasquet e Kohlschreiber. In assoluto Seppi è addirittura il settimo tennista della storia per partecipazioni nei tornei ATP con le sue 404 apparizioni, a due lunghezze da Jimmy Connors.

Ci sono i numeri e poi ci sono le grandi partite giocate, da quella in Coppa Davis contro lo spagnolo Juan Carlos Ferrero a quella di Roma con Wawrinka nel 2012. Ci sono diciotto stagioni di grande tennis vissuti con grandissima passione, quella che lo ha spinto a dare grande battaglia fino alla fine, anche in questo 2022, prima di arrendersi a qualche problema fisico che gli ha fatto capire come non fosse più il caso di stressare il suo fisico, un fisico che comunque per tutta la carriera gli ha dato tante soddisfazioni e ben pochi grattacapi grazie alla sua dedizione e alla sua professionalità. In questo mese di ottobre dunque saluteremo Andreas Seppi, che tra Napoli e Ortisei chiuderà non il suo rapporto col tennis (è entrato a far parte di Horizon Tennis Home, il progetto tecnico che ha a capo proprio il suo storico coach Max Sartori) ma la sua bellissima carriera. Una carriera ricca di soddisfazioni, in attesa del suo prossimo capitolo fuori dal campo da tennis.

 

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