Ricostruire una carriera dopo il Coronavirus: l'esempio di Julia Elbaba

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Ricostruire una carriera dopo il Coronavirus: l’esempio di Julia Elbaba

Julia Elbaba è stata numero 372 del mondo, poi gli infortuni ne hanno condizionato la carriera. Dopo un’esperienza come cronista, ha capito che il suo destino è la racchetta e ci riproverà. Anche grazie ad Andreescu

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Julia Elbaba (dal suo profilo Twitter)

Quale impatto ha avuto la pandemia sulle carriere di molti tennisti? Quanti giovani agli esordi che sono stati costretti a fermarsi definitivamente, quanti giocatori e giocatrici che stavano rientrando da un infortunio sono dovuti ritornare ai box pur in perfetta salute? La risposta è impossibile da dare al momento, ma il podcast di Tennis.com ha provato a offrire uno scorcio, intervistando la 26enne Julia Elbaba, ex leggenda del tennis collegiale statunitense con un best ranking di numero 372.

Elbaba è stata numero uno a livello di college e detiene il record di vittorie nella Ivy League (circuito che raggruppa otto delle più prestigiose università degli USA): 133. La sua carriera professionistica però non è mai decollata, anche a causa di numerosi infortuni. “Ho un fisico molto mascolino, ma è genetico. Probabilmente avere tanta massa muscolare mi rende più soggetta a infortuni“. L’ultimo stop, causato da un problema al gomito destro patito a inizio 2019, è durato più di un anno e, proprio quando Julia era pronta al rientro, la diffusione del COVID-19 ha rimesso in pausa il suo sogno.

A rincarare la dose di brutte notizie è arrivata la decisione della USTA di sospendere il programma sviluppo giocatori con base a New York, la città in cui Julia vive e si allena. “La sera prima del mio compleanno ho ricevuto la brutta notizia che il programma sviluppo giocatori di New York sarebbe stato chiuso per le difficoltà finanziarie. Non sono mai stata una molto disposta a trasferirmi in Florida o in un altro stato per il tennis, mi piace stare a casa con la mia famiglia intorno, quindi è stato un duro colpo“. Insomma era di fronte ad un bivio: continuare o smettere.

 

Nell’anno in cui il gomito non le ha permesso di competere, Julia ha provato a esplorare altre opzioni, sporgendosi oltre la siepe per vedere cosa la vita avesse da offrirle al di fuori del tennis. Le varie esperienze però non hanno fatto altro che rinnovare e rafforzare la sua voglia di giocare e di riprovarci. “Ho messo a frutto la mia laurea in comunicazioni e media. Ho provato a cercare qualcosa nell’ambito dell’informazione sportiva e ho trovato un posto a Newsday. Non mi occupavo di sport, ma più di cronaca. Si è trattata di una bellissima esperienza, ma alla fine mi è servita per realizzare quanto adoro giocare a tennis. Non c’è niente di meglio che correre in campo“.

In attesa di avere una chance di ritornare in campo, Julia commenta la situazione dello US Open. Da buona newyorchese, quello che normalmente sarebbe il quarto Slam dell’anno è vissuto come una grande festa e anche nella versione dimidiata del 2020 sarà comunque un sollievo per tutti gli appassionati dopo questi mesi difficili. “Credo che la cosa più bella degli US Open siano i fan. A New York ci sono gli spettatori più pazzi del tennis, magari non quelli più di classe, ma sicuramente sono molto coinvolti e emozionati di assistere. L’ambiente è elettrico. Lo US Open senza pubblico sarà strano, ma sempre meglio che non avere affatto lo US Open“.

Allo US Open dei “grandi” Julia non ha ancora preso parte come giocatrice, ma l’anno scorso ha fatto esperienza dal lato dei media. Un’esperienza che l’ha arricchita e che le ha permesso di vedere da vicino la cavalcata vittoriosa dell’amica Bianca Andreescu. I retroscena di quelle due magiche settimane sono davvero interessanti e restituiscono un’immagine di Bianca davvero innocente e spensierata, quasi incredula di avere una chance. “Ci ho giocato molte volte contro in tornei ITF, ma sempre in doppio. Avremmo dovuto cenare insieme un paio di sere prima del suo primo turno, ma ho avuto un imprevisto e non ce l’abbiamo fatta. Le ho detto che stava giocando molto bene e lei mi rispondeva “So che posso farlo, spero di riuscire a giocare bene” e io la rassicuravo, dicendole di essere più sicura perché stava davvero andando bene. Sperava di giocare una partita sull’Arthur Ashe, direi che ce l’ha fatta!“.

Quella vittoria è stata uno dei pungoli che ha spinto Elbaba a non gettare la spugna. Nessuna invidia, ma solo tanta voglia di tornare in campo. “Mi dispiaceva ma soprattutto per il fatto che lei era in campo, mentre io a malapena riuscivo a stendere il braccio. In realtà è stata d’ispirazione per me“.

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Kaiser Thiem imperatore a Londra… o no?

Le ATP Finals 2020 sono state vinte da Daniil Medvedev. Ma diverse partite si sono decise su pochi punti. E se fossero andati in un altro modo?

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Dominic Thiem - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Che cos’è l’ucronia? Wikipedia la definisce così: “Genere di narrativa fantastica basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale”. In campo letterario abbiamo celebri esempi di narrativa ucronica, ne citiamo solo due: “La svastica sul sole” di Philip K. Dick e “Complotto contro l’America di Philip Roth.

Il giornalismo ha per obiettivo quello di raccontare il più fedelmente possibile i fatti come si sono svolti ed è quindi impermeabile a scenari ucronici. Spesso però leggendo le cronache di incontri di tennis particolarmente combattuti e conclusisi sul filo di lana, abbiamo la sensazione che – se non proprio l’ucronia – quanto meno la fantascienza fosse sempre lì lì per fare capolino tra le righe dell’articolo. Quante volte gli autori degli articoli dedicati a queste partite fanno esplicito riferimento a ciò che avrebbe potuto capitare (e non è capitato) se in un dato momento dell’incontro il punto vinto da Tizio fosse stato vinto da Caio. I commenti dei nostri lettori sono spesso a loro volta dei brevi racconti ucronici in cui – forse spinti dalla preferenza per l’uno o l’altro dei protagonisti in campo – viene descritta una realtà potenziale alternativa a quella che si è effettivamente verificata.

Un po’ per celia e un po’ per non morir… di noia in queste lunghe giornate di isolamento sociale, abbiamo scelto un punto che – se avesse avuto esito diverso – avrebbe potuto determinare un ribaltamento del risultato finale delle semifinali e della finale appena disputate a Londra. Lo abbiamo battezzato (ci perdoneranno gli anglofobi) “sliding point”.

Andiamo in ordine cronologico: Thiem batte Djokovic 7-5 6-7 7-6.

 

SCENARIO

Siamo nel secondo set e Thiem è alla battuta sul punteggio di 5-6 15-40; si trova quindi a fronteggiare due set point consecutivi, il primo dei quali costituisce il nostro…

… SLIDING POINT

Thiem serve una prima a 196 km orari che Djokovic ribatte ottenendo una risposta sufficientemente profonda; Thiem con il diritto cerca nuovamente il rovescio di Djokovic. È un buon diritto ma non sembra tale da indurre in errore l’uomo con il miglior rovescio bimane del circuito e forse di tutti i tempi, eppure …. Eppure in quel preciso istante gli spiriti di Jack Sock e Steve Johnson (rispettivamente il rovescio peggiore del west e dell’est) s’impossessano del corpo di Djokovic e gli fanno tirare abbondantemente in corridoio uno sgangherato rovescio incrociato. Il non verbale del serbo ripreso in primo piano è inequivocabile: “Ragazzi, ma come si fa… questa la teneva in campo anche Marian… oggi non è cosa”.

CONCLUSIONE

Djokovic in quell’istante ebbe una premonizione corretta e la storia lo confermerà da lì a poco. Ma se il punto che abbiamo descritto lo avesse vinto lui? Sicuramente avrebbe tolto molto al fascino dell’incontro, perché quello che è successo nel gioco decisivo del secondo parziale rimarrà a lungo nella memoria degli appassionati, ma crediamo che Nole avrebbe volentieri rinunciato all’epica pur di evitare la fatica fisica e mentale rappresentata dai 20 minuti del primo tie break per arrivare poi più lucido e fresco a quello successivo.

Novak Djokovic – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Seconda semifinale: Medvedev batte Nadal 3-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Siamo nel tie-break del secondo set; Medvedev è alla battuta sul punteggio di 4 a 3 in suo favore e al nostro…

… SLIDING POINT

Il russo mette in rete la prima palla; sulla seconda Nadal prende in mano lo scambio mettendosi in condizione di tirare un diritto a colpo sicuro a due passi dalla rete; la violenta traiettoria della pallina scagliata dallo spagnolo incontra il telaio della racchetta di Medvedev che mette così a segno un beffardo pallonetto vincente. La Gialappa’s Band lo avrebbe probabilmente definito “il puntolo della settimana”. Nadal – i cui lineamenti sempre più ci ricordano quelli dell’attore Wes Study nel film “Geronimo” – con ammirevole compostezza si limita a tornare al suo posto alzando gli occhi al cielo, forse per chiedere aiuto a Manitù. Che non glielo darà.

CONCLUSIONE

Scopriamo l’acqua calda affermando che in un tie-break un conto è essere sotto 3 a 5 e ben altro essere in parità 4 a 4. Però lo facciamo confidando nella vostra comprensione aggiungendo che il fattore psicologico quando un tennista si sente incolpevole vittima dalla sorte può risultare decisivo, anche se il tennista in questione è una roccia come Nadal. Il primo a esserne consapevole ci sembra sia proprio lui quando nella conferenza stampa post-partita afferma: “Ho perso una grande occasione”.

Rafael Nadal si mette la fascia – ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Dulcis in fundo la finale: Medvedev batte Thiem 4-6 7-6 6-3.

SCENARIO

Thiem ha vinto il primo parziale chiudendolo con un nastro a suo favore che ha lasciato in molti osservatori – e forse anche in lui – la sensazione che gli dei del tennis in questa partita siano schierati al suo fianco. Il secondo set segue l’alternanza dei servizi e i due contendenti si trovano sul punteggio di 3 a 3, 30-40 con Medvedev alla battuta che deve annullare un break point che ha il profumo di un match point e che costituisce il nostro ultimo…

… SLIDING POINT

La prima di Medvedev è fuori; la seconda è una battuta fiacca e centrale che viaggia a 133 km orari, dietro alla quale il nostro novello Enrico Toti si lancia a rete offrendo lo scarno petto alla risposta di diritto di Thiem; l’austriaco non si fa pregare e tira un colpo violentissimo che costringe Medvedev a effettuare una volée di diritto in tuffo puramente difensiva che ha però il decisivo pregio di ributtare la pallina poco oltre la rete con un insidioso quanto casuale effetto a rientrare. Thiem ha però iniziato a correre verso la palla non appena questa è uscita dalla racchetta di Medvedev e la raggiunge con il tempo sufficiente per piazzare un colpo apparentemente non complicato anche per chi – come lui –non è dotato di grande tocco; il destino di Medvdedev sembra segnato ma Thiem appoggia in corridoio il diritto e poi rimane pietrificato nei pressi della rete con lo sguardo rivolto al suo coach non meno pietrificato di lui. Un errore che ci ha fatto tornare alla mente per associazione di idee quello celeberrimo commesso da Nadal nel quinto set della finale dell’Australian Open 2012 contro Djokovic.

CONCLUSIONE

Se Thiem avesse conquistato quel punto si sarebbe trovato potenzialmente a due turni di servizio dalla vittoria. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo in seguito, ma il dubbio che questa partita l’abbia più persa lui che non vinta Medvedev ci accompagnerà a lungo.

Affidiamo la conclusione dell’articolo alle parole scritte da Vittorio Sereni. Il grande poeta lombardo amava lo sport a cui dedicò saggi e articoli che sono stati recentemente raccolti in un’antologia intitolata “Il verde è sommesso in nerazzurri”. In un articolo dedicato al calcio scrisse: “Non credo esista un altro spettacolo sportivo capace, come questo, di offrire un riscontro alla verità dell’esistenza, di specchiarla o piuttosto rappresentarla nei suoi andirivieni, nei suoi imprevisti, nei suoi rovesci e contraccolpi; e persino nelle sue stasi e ripetizioni; al limite, nella sua monotonia…”.Mutatis mutandis crediamo che questa riflessione possa applicarsi altrettanto bene al tennis. E voi?

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Smith, Clijsters e Goolagong: breve storia di tre madri che nell’Era Open vinsero uno Slam

In campo cinematografico le tre madri furono le protagoniste di un trilogia horror di Dario Argento: tre malvagie streghe che infliggevano indicibili tormenti ai malcapitati che le incontravano sulla loro strada

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Kim Clijsters con la figlia dopo la vittoria allo US Open 2009

In campo cinematografico le Tre Madri furono le protagoniste di un trilogia horror di Dario Argento: tre malvagie streghe che infliggevano indicibili tormenti ai malcapitati che le incontravano sulla loro strada. In campo tennistico la medesima definizione è stata recentemente riscoperta per definire tre tenniste, madri di altrettanti figli, che hanno inflitto cocenti dolori sportivi alle loro avversarie e sono giunte ai quarti di finale degli US Open, ovvero Serena Williams, Victoria Azarenka e Tsvetana Pironkova. La loro simultanea presenza in un quarto di finale di un Major costituisce un record.

Né Azarenka né Williams sino ad ora sono però riuscite a vincere un Major dopo la maternità, ma la bielorussa potrà provarci in finale contro Naomi Osaka. Pironkova per la verità non ci è riuscita neppure prima, e Serena le ha tolto la chance di vincerlo a New York; dopo è toccato ad Azarenka spegnere i sogni di gloria di Serena, per la quale l’ulteriore successo Slam, oltre che il primo da mamma, costituirebbe l’agognato 24° titolo.

LE MAMME CAMPIONESSE SLAM

Agli albori del tennis femminile l’inglese Dorothea Douglass Chambers invece vi riuscì: Dorothea vinse infatti quattro dei suoi sette titoli a Wimbledon dopo la maternità avvenuta nel 1909. Nell’Era Open altre tre campionesse hanno emulato la giocatrice britannica: Kim Clijsters, Yvonne Goolagong, Margaret Court Smith. Scopriamo qualche cosa di più su di loro partendo dalla più giovane: Kim Clijsters.

 

Potrà sembrare strano a chi da pochi anni segue il tennis femminile, ma la giunonica giocatrice sconfitta al primo turno dello US Open in corso da Alexandrova, è stata una delle più forti giocatrici della sua generazione. Belga, nata nel 1983, Kim è stata numero 1 del mondo in singolare per venti settimane e per quattro in doppio. Complessivamente ha conquistato 52 tornei di cui sei major: quattro in singolare (tre US Open e un Australian Open) e due in doppio, per coincidenza quelli che mancano al suo palmares in singolare. Ha altresì vinto le WTA Finals in tre occasioni.

Kim fu una campionessa precoce: a 15 anni fece il suo debutto tra i professionisti. Non deve quindi sorprendere il fatto che a soli 24 anni e con un major in bacheca, dopo avere subito svariati infortuni a polso e caviglia, Cliijsters decise di ritirarsi. Nel 2007 sposò un cestista professionista – Brian Lynch – e nel 2008 diede alla luce il primo dei suoi tre figli. Nel mese di agosto 2009 tornò nel circuito professionistico e lo fece in maniera trionfale: vittoria allo US Open di quell’anno dove era entrata grazie a una wild card; al momento della premiazione gli organizzatori fecero entrare in campo la primogenita Jada Elly; celebre la semifinale vinta contro Serena Williams che – in occasione del match point – impartì una discutibile lezione di dietetica ad una giudice di linea.

Nel 2010 rivinse gli US Open e mise una sontuosa ciliegina sulla stagione con la vittoria al Masters di fine anno. Il 2011 iniziò per lei con la vittoria agli Australian Open e il ritorno per una settimana al primo posto nel ranking nel mese di febbraio. Il 12 dicembre 2012 ad Anversa di fronte a migliaia di tifosi celebrò quello che sembrava il ritiro definito; tra lo stupore generale a settembre del 2019 annunciò il rientro che poi avvenne a Dubai a inizio del 2020.

Lasciamo il Belgio per trasferirci in Australia perché è giunto il momento di presentare una campionessa la pronuncia del cui nome suona come una melodia: Evonne Goolagong. Di lei Billie Jean King disse: “In confronto a me era come una pantera… in campo il suo stile di gioco mi incantava al punto che dovevo ricordarmi di colpire la palla“.

La storia della sua infanzia sembra scritta da Charles Perrault. Ivon (permetteteci di scrivere il nome come si pronuncia) nasce nel 1951 in uno sperduto paese della contea di Cooper prevalentemente popolata da persone emigrate dall’Italia: Barellan (qualcuno ricorda la mitica Bun Bun Ga dove Alberto Sordi porta Claudia Mori nel film “Bello, Onesto, emigrato Australia…”?). 

È la terzogenita di una famiglia di etnia aborigena composta da otto figli, che può permettersi soltanto lo stretto necessario per tirare avanti. Un concittadino la incoraggiò a unirsi ad altri bambini sui campi da tennis pubblici e nel giro di poco tempo le sue eccezionali attitudini per questo sport attirarono l’attenzione di Vic Edwards, proprietario di una scuola di tennis a Sidney, che persuase i genitori di Goolagong a concedergli la tutela legale della bambina; sarà al suo fianco in veste di coach per tutta la sua eccezionale carriera.

Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Ivon tra il 1971 e il 1980 vinse sette titoli dello Slam in singolare e disputò 18 finali; le sfuggì solo lo US Open nel quale giunse in finale quattro volte. Due di questi successi giunsero dopo la nascita della primogenita avvenuta nel maggio del 1977: AO ’77 e Wimbledon ‘80. Nel corso degli anni ’70 giocò 17 finali Slam, record assoluto sia a livello maschile sia femminile per quel decennio. Fu grande anche nel doppio dove conquistò sei major, uno dei quali – quello del 1977 in Australia – giunto dopo la maternità. Il ranking WTA fu istituito nel novembre del 1975 e Goolagong ne occupò la prima posizione per due settimane nel corso del 1976. Si ritirò nel 1983 e fu inserita nella Hall of Tennis femminile nel 1988.

Dopo oltre vent’anni trascorsi negli Stati Uniti con la propria famiglia, a inizio degli anni ’90 fece ritorno in Australia e nel 2012 creò una fondazione che porta il suo nome con l’obiettivo di dare ai bambini aborigeni la stessa possibilità che fu data a Lei: giocare a tennis.

Lasciamo la scuola di tennis di Vic Edwards a Sidney per trasferirci 500 chilometri più a sud, ad Albury, dove incontriamo l’unica giocatrice che in singolare ha vinto un numero di major superiore a quello di Serena Williams: Margaret Court Smith. Discutibile, discutibilissima per le sue opinioni, Margaret sotto il profilo tennistico mette tutti d’accordo: fu grandissima. Grazie soprattutto ad una superiorità atletica schiacciante nei confronti delle sue avversarie (Gianni Clerici la ritiene la più grande atleta della storia del tennis), Margaret vinse il primo dei suoi 24 titoli Slam in singolare a 18 anni nel 1960 e l’ultimo nel 1973; nel doppio ne vinse 19 in un lasso di tempo più ampio compreso tra il 1961 e il 1975.

A queste vittorie aggiungetene altre 21 ottenute nel doppio misto. Se 23 vittorie complessivamente ottenute in Australia vi sembrano troppe, toglietele pure dal computo: ne restano ancora 41. Tantine. Nel 1963 vinse il primo dei suoi tre titoli a Wimbledon nel singolare e divenne così la prima giocatrice australiana a riuscirci. Nel 1966 si concesse una pausa; nel 1967 sposò Barry Court e nel 1968 riprese l’attività professionistica. Nel 1970 fu la prima donna dell’Era Open a conquistare l’Everest del tennis: il Grande Slam.

Diede alla luce il primo dei suoi quattro figli nel 1972; l’anno successivo fu sconfitta in semifinale a Londra da Chris Evert ma trionfò a Melbourne, Parigi e New York. Non fu mai ufficialmente la giocatrice numero 1 del mondo dall’introduzione del ranking, ma lo fu ufficiosamente per molti anni dai primi anni ’60 sino al 1973. Appese per sempre la racchetta al chiodo nel ’77 e dovette attendere solo due anni per entrare nella Hall of fame.

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Uno contro tutti: 2006-07, il dominio di Federer con il ‘tarlo’ Nadal

Lo svizzero conclude altre due stagioni in vetta al ranking, ma le nubi che si addensano all’orizzonte hanno le sembianze di Rafael Nadal. Compaiono anche Murray e Djokovic

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Federer prima della sfida con Nadal - Masters 2007

Chiuso il 2005 con la sconfitta (appena la quarta, contro ben 81 vittorie) nella finale della Masters Cup per mano di quel David Nalbandian che conosce il modo di creargli grattacapi, Roger Federer inizia la nuova stagione da leader indiscusso del ranking ed è a caccia di altri record. Il primo, manco a dirlo, è quello di completare il personale Grande Slam e per farlo – avendo già vinto Australian Open, Wimbledon e US Open – dovrà cercare di alzare la “coppa dei moschettieri” al Roland Garros. In attesa di giugno, però, lo svizzero parte alla grande confermandosi campione a Doha (torneo nel quale mette insieme dieci vittorie consecutive, tutte in due set per un totale di 20-0) e, soprattutto, tornando sul trono a Melbourne dove in finale il sorprendente cipriota Marcos Baghdatis lo tiene in ansia per i primi due set ma il secondo lo perde al foto-finish nonostante un break di vantaggio e alla lunga si scoraggia, crollando nel terzo e quarto (5-7 7-5 6-0 6-2 lo score).

Di nuovo negli Emirati, stavolta a Dubai, il numero 1 conquista la nona finale consecutiva nel circuito ma deve vedersela contro l’ultimo tennista che l’ha battuto prima di una finale: Rafael Nadal. Siamo al quarto capitolo di un romanzo che – già si sa – sarà lungo e appassionante ma a cui lo spagnolo, attuale erede al trono dall’alto della sua seconda posizione nel ranking, sembra volere già togliere molta incertezza. Sul rapido cemento asiatico, come già aveva fatto a Miami nel 2004 (e anche l’anno dopo, prima di crollare), Nadal dimostra tutta la tossicità che il suo tennis produce in quello del re e, pur raccogliendo sette punti in meno dell’avversario, vince la partita 2-6 6-4 6-4.

Per ritrovare i due uno contro l’altro bisogna attendere la terra perché nel Sunshine Double, mentre Federer ripete la doppietta dell’anno precedente (è il primo a vincere Indian Wells e Miami per due edizioni consecutive), Nadal viene battuto da Blake (in California) e dal connazionale Moya (in Florida). Sul rosso, Federer paga pegno sia a Montecarlo che a Roma (sempre in finale) anche se al Foro Italico potrebbe invertire la tendenza avendo due match point da sfruttare in una sfida che si protrae per oltre cinque ore e nella quale ancora una volta non gli basta incamerare più punti del rivale (179-174) per spuntarla. Ma l’appuntamento con la A maiuscola è al Roland Garros, laddove Nadal si è laureato campione nel 2005 alla sua prima apparizione e Federer cerca un riscatto che però dura appena un set, il primo (dominato 6-1) subito restituito dal maiorchino che poi fa suoi anche gli altri, seppur più combattuti (6-4 7-6).

 

La quarta sconfitta stagionale, peraltro sempre con lo stesso avversario, non scuote più di tanto il numero 1 che, partendo dall’erba di Halle, trova la maniera di vincere 48 delle 49 partite disputate fino al termine della stagione e di equilibrare – almeno in parte – il bilancio con Nadal battendolo sia nella finale di Wimbledon che nella semifinale della Masters Cup a Shanghai. Ad impedirgli l’en-plein è un giovane scozzese classe ’87, Andy Murray, che lo batte al secondo turno di Cincinnati nel corso di un’estate che lo ha già visto finalista a Washington e semifinalista a Toronto. In Ohio Murray si fermerà nei quarti e nel finale di stagione pagherà l’iperattività (ben 26 tornei disputati) ma il ragazzo promette bene e di lui si sentirà parlare ancora in futuro.

Il futuro di Federer, invece, sembra promettere orizzonti sconfinati e i numeri del 2006 sono, incredibilmente, ancora migliori di quelli del 2005: 12 tornei vinti (con quattro finali su quattro negli Slam, come non accadeva dal 1969 quando ci riuscì Laver) e un bilancio di 92-5 che, sommato all’81-4 dell’anno prima, fa 173-9, cioè il 96,6% di vittorie. Non fosse per Nadal, che è come un tarlo nella testa dello svizzero, Federer potrebbe davvero dormire sonni tranquilli e pure l’inizio del 2007, con il terzo titolo a Melbourne (ottenuto senza cedere nemmeno un set) e la vittoria a Dubai (in finale su Youzhny), lo proietta sempre più in alto.

Ma l’imprevisto, anzi il doppio imprevisto, è dietro l’angolo e prende le sembianze di un argentino di quasi trent’anni che, pur essendo già stato Top-10 (n°8 il 6 giugno 2005, suo best-ranking) e avendo vinto 7 titoli ATP in carriera, tra cui il Masters Series di Toronto nel 2002, passerà alla storia soprattutto per la sua doppia vittoria sul bi-campione di Indian Wells e Miami, imbattuto da ben 41 incontri. In California, Guillermo Canas si impone in due set (7-5 6-2) al secondo turno mentre a Crandon Park gioca meglio i punti decisivi e si impone 7-6 2-6 7-6, pur facendo (ma che ve lo diciamo a fare?) tre punti in meno del suo avversario.

Agli scivoloni inattesi sul duro americano, Federer fa seguire una primavera di ombre e luci. A Montecarlo conquista la finale ma non dà mai la sensazione di poter impensierire Nadal, che lo batte con un doppio 6-4, mentre a Roma al terzo turno incappa in un Volandri pressoché perfetto che lo elimina nel giorno più bello della sua carriera, in un centrale non gremito ma via via sempre più incredulo e partecipe. Anche se il numero 1 cerca di minimizzarne il significato, la netta sconfitta con l’italiano (6-2 6-4) lo accompagna ad Amburgo e gli riempie la testa di dubbi. In Germania però, come d’incanto, Federer ritrova se stesso e si inietta fiducia in corpo aggiudicandosi il torneo. In finale, dopo essere stato dominato nel primo set (6-2) e aver annullato due palle-break all’inizio del secondo, Roger rompe gli indugi e travolge Rafael Nadal (6-2 6-0) che non perdeva un incontro sul rosso dall’8 aprile 2005, quando a Valencia era stato fermato dal russo Igor Andreev.

Roger Federer e Rafa Nadal – Amburgo 2007

Aver finalmente battuto Nadal sulla terra rappresenta un buon viatico per le speranze del numero 1 di ripetersi anche al Roland Garros ma ancora una volta le tossine dello spagnolo – in una finale in cui Federer capitalizza appena una delle 17 palle break a disposizione – sono determinanti e lo svizzero deve rimandare il sogno a periodi più felici. Le fatiche parigine inducono Federer a saltare Halle ma l’erba gli è così congeniale che non serve preparazione per difendere il titolo a Wimbledon. Ai Championships, il numero 1 cerca di emulare Bjorn Borg, ovvero vincere il torneo per la quinta volta consecutiva. Tra lui e la leggenda c’è però di nuovo Nadal, che a sua volta vorrebbe emulare Borg, laddove lo svedese è stato l’ultimo tennista (1980) a mettere a segno la doppietta Parigi-Wimbledon. Rispetto all’anno precedente, l’iberico è progredito anche sul verde ma non gli basta per compiere l’impresa e alla fine Federer può tirare un sospiro di sollievo.

I tre grandi appuntamenti dell’estate americana restituiscono al circuito il miglior Roger, anche se il suo avversario più credibile scalpita per un posto tra i grandi; si tratta del ventenne serbo Novak Djokovic, che lo batte nella finale della Rogers Cup a Montreal e lo impegna ben oltre lo score (7-6 7-6 6-4) nell’atto conclusivo degli US Open. In mezzo, Federer si era imposto anche a Cincinnati soffrendo in semifinale contro il redivivo Hewitt prima di disporre senza patemi di James Blake. Con il successo a Flushing Meadows, salgono a dieci le finali Slam consecutive del numero uno del mondo (8-2 il bilancio) che sì, ha perso qualche match a cui non eravamo più abituati ma negli appuntamenti che contano è sempre stato protagonista, così come lo è nel finale di stagione.

Sono quattro i tornei a cui Federer partecipa prima delle vacanze di fine anno e nei due Masters Series di Madrid e Bercy incappa nella miglior versione di un suo vecchio rivale, David Nalbandian. In Spagna, l’argentino compie l’impresa (mai più riuscita a nessun altro) di battere i cosiddetti big-three – Federer, Nadal e Djokovic, che nell’occasione sono anche le prime tre teste di serie – nello stesso torneo e a Bercy si ripete con lo svizzero e lo spagnolo. Buon per tutti che la “Nalba” si è svegliato tardi nella stagione e manca di poco la qualificazione alla Masters Cup, torneo nel quale cede il ruolo di prima riserva a Tommy Robredo. Così, non prima di aver vinto anche a Basilea, Federer è il favorito a Shanghai ma il suo debutto contro il cileno Fernando Gonzalez è negativo.

Tanto per cambiare, pur facendo cinque punti in più (103-98), il campione in carica perde l’incontro 3-6 7-6 7-5 e si complica la vita; Federer era imbattuto sia nella manifestazione, per quanto riguarda gli incontri di round-robin (15-0), e sia nei confronti di Gonzalez (10-0) ma è consapevole di aver comunque giocato una buona partita e infatti, da lì in poi, torna inavvicinabile e si sbarazza di Davydenko, Roddick, Nadal (6-4 6-1) e Ferrer non lasciando per strada nemmeno un set e una manciata di giochi.

Finisce dunque in gloria la terza stagione consecutiva sul trono mondiale per Roger Federer, i cui numeri restano di tutto rispetto nonostante le nove sconfitte – le stesse fatte registrare complessivamente nelle due stagioni precedenti. Il tramonto del 2007 è rosso sfavillante e copre le nubi minacciose che iniziano ad addensarsi all’orizzonte. Già dall’alba del nuovo anno si capirà che il vento sta cambiando, portando guai e tempesta. Ma di questo parleremo più a fondo nel prossimo capitolo.   

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – VENTESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL62 46 46DUBAIH
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL26 76 36 67MONTECARLOC
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL76 67 46 62 67ROMAC
2006FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL61 16 46 67ROLAND GARROSC
2006FEDERER, ROGERMURRAY, ANDY57 46CINCINNATIH
2007FEDERER, ROGERCANAS, GUILLERMO57 26INDIAN WELLSH
2007FEDERER, ROGERCANAS, GUILLERMO67 62 67MIAMIH
2007FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL46 46MONTECARLOC
2007FEDERER, ROGERVOLANDRI, FILIPPO26 46ROMAC
2007FEDERER, ROGERNADAL, RAFAEL36 64 36 46ROLAND GARROSC
2007FEDERER, ROGERDJOKOVIC, NOVAK67 62 67CANADA OPENH
2007FEDERER, ROGERNALBANDIAN, DAVID61 36 63MADRIDH
2007FEDERER, ROGERNALBANDIAN, DAVID46 67PARIGI BERCYH
2007FEDERER, ROGERGONZALEZ, FERNANDO63 67 57MASTERS H

  1. Nastase e Newcombe
  2. Connors
  3. Borg e ancora Connors
  4. Bjorn Borg
  5. Da Borg a McEnroe
  6. Ivan Lendl
  7. McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Mats Wilander
  10. Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. La prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
  12. Sale sul trono Jim Courier
  13. Il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras
  14. Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
  15. La seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona
  16. Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras
  17. Le 9 settimane di Marat Safin, le 43 di Guga Kuerten
  18. L’esplosione precoce di Lleyton Hewitt, gli ultimi fuochi di Agassi
  19. E alla fine arriva Federer

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