Binaghi senza ostacoli verso il sesto mandato. Sport e Salute banchetta sui resti del CONI

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Binaghi senza ostacoli verso il sesto mandato. Sport e Salute banchetta sui resti del CONI

Si prospetta la quarta elezione di fila senza avversari per Angelo Binaghi, che rimarrà al vertice della FIT fino a Parigi 2024. Ma dove si terrà l’assemblea, in regime di COVID-19? Un recap di come Sport e Salute ha ‘svuotato’ le competenze del CONI

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Angelo Binaghi e Giovanni Malagò

Con ogni probabilità il rinnovamento delle federazioni sportive, e della FIT tra le tante con un presidente in sella da diversi anni, dovrà attendere ancora un quadriennio. Le consultazioni in corso tra il ministro dello sport Vincenzo Spadafora e i partiti sembrano condurre verso il mantenimento della norma transitoria (prevista dalla legge Lotti del 2018) che consente ai presidenti in carica da tre (o più) mandati di ricandidarsi per un ultimo quadriennio. Seguiranno i pareri rispettivamente vincolante e non vincolante della conferenza Stato-Regioni e delle commissioni parlamentari, ma l’indirizzo sembra delineato.

Angelo Binaghi, in realtà, andrebbe per il sesto mandato (con il quale eguaglierebbe Paolo Galgani, in carica dal 1976 al 1997) poiché la sua prima elezione risale al dicembre del 2000. In quell’occasione si votò al Palaterme di Fiuggi e Binaghi prevalse su Rino Tommasi, che al momento di accettare la candidatura mise in chiaro di non avere alcuna intenzione di diventare davvero presidente, ma di voler soltanto apportare il suo contributo di idee (che ci sia riuscito, non certo per colpa sua, è tutto da dimostrare).

Secondo le intenzioni iniziali di Spadafora, questo sesto mandato non s’aveva proprio da fare. In realtà è verosimile che il ministro dello Sport non credesse – e forse non creda neanche ora – di riuscire davvero a far passare la sua linea oltranzista, ma che volesse avviare un dialogo tra le parti politiche e magari raggiungere un compromesso. La prima stesura del nuovo Testo unico per lo sport prevedeva infatti un rigido limite di tre mandati per le federazioni e due per il CONI, senza eccezioni, ma i pareri di Italia Viva e PD (dove militava l’ex ministro Lotti, poi coinvolto in un’inchiesta sulle nomine del CSM) ne hanno smussato gli spigoli con la discutibile motivazione che forzare il cambiamento in un momento di emergenza, e sulla strada di avvicinamento alle Olimpiadi, non fosse il modo migliore di agire.

 

Il partito LeU è dalla parte di Spadafora, ma non sarà sufficiente a far prevalere la sua posizione. Così come non dovrebbe essere sufficiente l’appoggio di cui Spadafora sembra godere da parte di Giovanni Malagò, presidente del CONI, che a prima vista è di difficile comprensione poiché il testo di Spadafora propone nei fatti un ulteriore depotenziamento del CONI, anche per via dell’istituzione del Dipartimento per lo Sport: si tratterebbe di una struttura governativa con funzioni di vigilanza diretta su CONI, Sport e Salute e sull’utilizzo dei contributi da parte delle federazioni. La decisione di equiparare il limite dei mandati (tre sia per le federazioni che per il CONI) sembra aver avvicinato Spadafora e Malagò, ma come abbiamo detto stiamo parlando di un testo che molto difficilmente diventerà legge così com’è stato formulato.

Il ministro Vincenzo Spadafora

In ogni caso, l’attuale governance del tennis italiano si è già cautelata fissando l’assemblea elettiva per il 12 settembre con l’obiettivo piuttosto esplicito di anticipare l’approvazione della riforma, che invece ha come deadline quella dell’8 novembre. Secondo l’ultimo documento pubblicato dalla FIT, sarebbero 2741 circoli con diritto di voto; di questi, i 131 club appartenenti alla fascia A potranno esprimere una tripla preferenza, i 383 di fascia B avranno due voti a disposizione e i restanti di fascia C soltanto uno. Posto che all’assemblea elettiva del 2016 erano presenti ‘solo’ 460 delegati, il 16% degli aventi diritto al voto che però tramite delega espressero il 57% dei voti potenziali, in regime di COVID-19 diventa un problema condurre un assemblea che preveda la partecipazione di centinaia di delegati (come sappiamo, il comitato tecnico scientifico ha già posto il veto all’organizzazione degli Internazionali d’Italia con il 50% del pubblico).

La Federnuoto, per fare un esempio, ha convocato l’assemblea del 5 settembre presso la tribuna autorità dello Stadio Olimpico di Roma per poter rispettare senza troppe difficoltà il distanziamento sociale; la FIT l’ha convocata genericamente presso il Parco del Foro Italico, lasciando come unico indizio la didascalia della foto del Pietrangeli (‘Gli ampi spazi del Foro Italico intorno allo Stadio Pietrangeli’) dalla quale si può supporre l’intenzione di organizzare l’assemblea all’aperto, magari proprio tra le statue del terzo campo del Foro.

Questioni di contorno, per certi versi, se consideriamo che con ogni probabilità questa sarà la quarta assemblea elettiva di fila con Binaghi candidato unico e che la sua unica preoccupazione sarà quella di radunare almeno un quarto degli aventi diritto al voto, il limite minimo fissato dallo statuto FIT perché un’assemblea elettiva sia valida. Un limite più facilmente raggiungibile grazie al meccanismo delle deleghe, che consente a ogni circolo con diritto di voto di rappresentarne altri cinque della stessa fascia: un circolo di fascia A può dunque farsi portatore di (altri) quindici voti, un circolo di fascia B ne può radunare dieci. Raggiungere il ‘quorum’, così, è assai più semplice.

Si aggiunga che è invece assai difficile, ove non impossibile se si considera quanto è radicata sul territorio l’influenza di Binaghi, raccogliere le firme necessarie ad avanzare una candidatura alla presidenza federale: serve l’appoggio di 300 circoli, 200 atleti e 20 tecnici in rappresentanza di almeno cinque regioni. Sostanzialmente è questo il motivo per il quale Binaghi è senza avversari da dodici anni.

Insomma, anche dovesse passare la ‘linea dura’ di Spadafora, che secondo il direttore Scanagatta ha troppi ‘nemici’ per riuscire a imporsi, se Binaghi si fa eleggere a settembre – dove il ‘se’ profuma di pleonasmo – la trappola è schivata.

CONI VS SPORT E SALUTE – L’altro punto cruciale della proposta di legge di Spadafora riguarda l’ultima puntata dell’ormai annosa battaglia tra CONI e Sport e Salute (ex CONI Servizi). Dal cambio di denominazione e di competenze del 2019, Sport e Salute – il cui attuale presidente è Vito Cozzoli – ha iniziato a gestire la maggior parte dei contributi statali al settore sportivo, provocando ovvi risentimenti in seno al CONI, nella persona del presidente Malagò, il cui raggio d’azione decisionale ed economico si è ridotto sensibilmente.

Si tratta di una questione politica assai sfaccettata. CONI Servizi era il braccio operativo del CONI, che dunque fino a due anni fa aveva una certa voce in capitolo nella distribuzione dei contributi alle varie federazioni – secondo criteri non del tutto trasparenti. Tutto è cominciato nel 2002, quando dopo anni di floridezza il CONI si è ritrovato immerso in un mare di debiti e il governo è stato costretto a intervenire istituendo la CONI Servizi Spa, società a cui sono stati trasferiti tutti gli onori (il patrimonio immobiliare, perlopiù) ma soprattutto gli oneri (gli oltre 2500 dipendenti e tutte le passività accumulate) del CONI. Gli obiettivi di questa manovra? Portare fuori dal bilancio dello Stato i debiti del CONI ed efficientare il suo modello organizzativo: finanziato dai contributi governativi e dai proventi di giochi e scommesse, il CONI doveva usare questi introiti per versare un canone a CONI Servizi (per i suoi… servizi) e per erogare i contributi alle federazioni.

Con la breve parentesi di un tentativo (fallito) di soppressione di CONI Servizi nel dicembre 2007, saltiamo avanti di altri undici anni quando la legge di bilancio 2018 del governo giallo-verde – manovra avallata dai presidenti federali, Binaghi compreso, che in qualche modo hanno voltato le spalle a Malagò ritenendo di poter ottenere condizioni più vantaggiose con questo ‘ribaltone’ – ha conferito a CONI Servizi nuove competenze trasformandola nell’attuale ‘Sport e Salute’. Lo status giuridico di società per azioni a partecipazione totale del Ministero dell’Economia è rimasto lo stesso, ma oggi Sport e Salute gestisce gran parte (368 dei 408 milioni previsti per il 2019) del finanziamento statale al mondo dello sport. Soldi che vengono oggi erogati secondo diversi criteri, direttamente proporzionali allo stato patrimoniale, ai risultati sportivi e al numero di tesserati delle federazioni: da qui il ‘tesseramento selvaggio’ a cui si è dedicata la FIT negli ultimi anni, sino a diventare a fine 2018 la seconda federazione sportiva italiana per numero di tesserati.

Sintetizzando brutalmente, Sport e Salute è oggi un’azienda molto più politica e ‘forte’ di ieri e soprattutto è completamente sfuggita al controllo del CONI, che rivendica dunque gli antichi privilegi.

Al momento, però, le gerarchie sembrano ben delineate. L’accordo per la spartizione del patrimonio immobiliare fotografa piuttosto fedelmente gli attuali rapporti di forza: il CONI gestirebbe i tre centri di preparazione olimpica (il ‘Giulio Onesti’ di Roma e quelli di Formia e Tirrenia, quest’ultimo assai rilevante per il settore tecnico FIT), in ottemperanza alla sua funzione di ente promotore dell’attività a cinque cerchi, mentre a Sport e Salute resterebbero lo Stadio Olimpico e il parco del Foro Italico. L’arrosto vero e proprio.

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ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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“Sonego è migliorato tanto nel rovescio e nel servizio”

Il coach Gipo Arbino entusiasta dei progressi del torinese in partenza per l’Australian Open. Il sogno delle ATP Finals forse non è una chimera

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Con una preparazione invernale del tutto inedita (per durata) e a poche ore dalla prima conferenza stampa sulle ATP Finals torinesi che tanto sogna, Lorenzo Sonego è in partenza per l’Australia con molte certezze e con un bagaglio tecnico decisamente migliorato.

Forte di un finale di stagione strabiliante (primi ottavi in un major e la finale di Vienna condita dal successo sul numero 1 Djokovic), il tennista torinese ha sfruttato al meglio le settimane di preparazione in vista della nuova stagione: “Solitamente ne abbiamo tre a disposizione, questa volta, con lo slittamento degli Australian Open, otto abbondanti. Sono contento del lavoro che abbiamo svolto”, ci confida Lorenzo a margine dell’ultimo allenamento prima della partenza.

Ed è altrettanto contento il suo storico coach Gipo Arbino: “Abbiamo lavorato per perfezionare i suoi punti forti e per migliorare qualche situazione. Lorenzo ha potenziato ancora di più il suo servizio, sia migliorando la percentuale di prime palle, sia alzando la velocità in modo particolare della seconda, che adesso viaggia intorno ai 150-160 km/h. Sono poi molto soddisfatto anche del suo rovescio: è migliorato non solo sullo scambio, ma anche in risposta”.

 

Merito, secondo Gipo, anche di un lavoro mirato sul piano atletico e tecnico (con Fabio Nervi e con il video analyst Danilo Pizzorno) e di una qualità sempre alta degli allenamenti svolti. Sui campi del Circolo della Stampa Sporting Lorenzo ha infatti incrociato la racchetta nel corso degli ultimi due mesi con l’amico e spesso compagno di doppio Andrea Vavassori, Federico Gaio (ora anche lui di stanza a Torino agli ordini del direttore tecnico del circolo Fabio Colangelo) e Roberto Marcora (oggi 180 ATP). Sono passati dallo Sporting anche l’emergente Giulio Zeppieri, seguito da Piero Melaranci e da Umberto Rianna, e il classe ’98 Enrico Della Valle (444 ATP). Senza dimenticare la settimana trascorsa a Manacor, dove l’azzurro si è confrontato con il promettente finlandese Ruusuvuori, il talentuoso Felix Auger Aliassime e ovviamente il padrone di casa, Mr. 20 Slam Rafa Nadal.

Tra i vari sparring partner (come Marco Corino e Gianluca Bellezza) si è fatto notare Edoardo Zanada, uno dei cinque talenti piemontesi, premiati con la borsa di studio Torino Tennis Talents, che cercano di seguire la strada tracciata proprio da Lorenzo. Il progetto, realizzato da I Tennis Foundation, ha l’obiettivo infatti di sostenere e aiutare concretamente quei giovani talenti che non hanno alle spalle grandissimi successi da junior ma hanno tennis e determinazione a sufficienza per tentare la scalata al grande tennis. Che poi è quanto avvenuto con Sonego: “Io credo tantissimo in questo progetto perché Lorenzo non era un predestinato – spiega ancora Gipo Arbino, parte integrante dell’iniziativa – Era un ragazzino che si è presentato qui allo Sporting a fare una prova per entrare a giocare nella SAT.  Dalla sua c’era il vantaggio che giocando a calcio aveva un grande senso del rimbalzo e grandi capacità tecniche, quindi era evidentemente portato. Sono quindi convinto che la valorizzazione dei ragazzi in età giovanile dia più chance per tirare fuori dei giocatori”.

Il progetto, portato avanti dall’associazione di Simone Bongiovanni, consentirà ai cinque ragazzi (oltre a Zanada, anche Alessia Tagliente, Chiara Fornarsieri, Ludovico Madiai e Mario Alarcon) di poter disputare tornei fuori regione e anche fuori nazione: “È importantissimo avere un aiuto economico per poter girare e fare esperienze che ti servono veramente, perché anche se perdi al primo turno comunque ogni sconfitta ti insegna qualcosa – spiega Sonego, testimonial dell’iniziativa – Per me ogni partita è un insegnamento. Lo dico sempre a Gipo: io o vinco o imparo, perché da ogni sconfitta ho imparato le cose più importanti del tennis. Non conta l’età in cui arrivi o cosa succede durante il percorso. È fondamentale applicarsi e dare tutto quello che hai, sia dentro che fuori dal campo, perché poi il campo è importante, ma sono le piccole cose che fanno la differenza ogni volta che sali di gradino e giochi ad un livello superiore. Un consiglio che mi sento di dare oggi a questi ragazzi è che nonostante l’età bisogna crederci sempre, continuare a lavorare e inseguire il proprio sogno, ma con assoluta serenità e passione”.

Impossibile non fare un accenno con Lorenzo al torneo dei Maestri, nella sua città dal prossimo 14 novembre: “Le ATP Finals sono con gli Slam il torneo più importante del mondo. Appena ho saputo la notizia che Torino avrebbe ospitato cinque edizioni, ho pensato che un giorno mi piacerebbe riuscire a qualificarmi. È un sogno, che vorrei raggiungere, perché giocare in casa sarebbe un’emozione fantastica. Ho visto da spettatore una volta quelle di Londra e sono sicuro che Torino saprà fare altrettanto bene”.

Per raggiungerlo o quantomeno mettersi nelle condizioni di rendere la rincorsa meno proibitiva, servirebbe partire subito forte in questo inizio di 2021, anche se Lorenzo ha dimostrato di giocare bene su tutte le superfici e quindi di poter far punti nel corso dell’intera stagione. Guarda caso lo Slam australiano è proprio il torneo in cui Lorenzo nel 2018 ha fatto il suo primo grande exploit, qualificandosi nel main draw da numero 219 (sconfiggendo tra gli altri Tomic) e superando il primo turno con il successo in quattro set su Robin Haase, all’epoca 43 ATP. Nell’edizione 2020 Lorenzo era stato invece stoppato all’esordio da Nick Kyrgios in tre set, ma con due di questi finiti al tie-break.

Nelle due settimane di quarantena, Sonego si allenerà con Dusan Lajovic (oggi 26esimo giocatore del pianeta ma già top 20), proprio il primo dei quattro tennisti che ha sconfitto durante la splendida settimana viennese dello scorso ottobre.

Insomma, tanti buoni auspici per un ragazzo che, tra vittorie sull’erba (Antalya 2019) e scalpi prestigiosi, ha tutte le intenzioni di continuare a stupire.

Matteo Musso

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Tennis ed empatia: si può!

Perché è così importante che il coach si metta nei panni dell’allievo? Ce lo spiega Fulvio Consoli, dottore in Scienze Sociali ed esperto di mental coaching

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Matteo Berrettini e Vincenzo Santopadre (via Twitter, @UTShowdown)

Jannik Sinner è convinto che la testa conti al 70% per il successo di un tennista. Tsitsipas, intervistato da Stefano Meloccaro per Sky Sport, ha ridotto la percentuale al 50%. Difficile scendere sotto questa quota, anche intervistando numerosi altri giocatori di spicco.

Ci sentiamo di aggiungere che una grande importanza, all’interno del contesto di ‘allenamento della mente’, è rivestita dalla cura dall’emotività dell’atleta. Per molto tempo si è erroneamente creduto che il tennis si potesse insegnare solo ed esclusivamente attraverso la trattazione della tecnica, e che gli altri aspetti individualizzati e finalizzati al miglioramento o mantenimento delle condizioni psico-fisiche dell’atleta, tattico-strategico e coordinativo, fossero di marginale importanza.

Oggi si sostiene che tutti gli elementi sopra menzionati debbano essere affrontati dagli istruttori/maestri/coach nell’ambito dell’allenamento, della competizione e non solo, al fine di favorire la crescita equilibrata dell’uomo atleta-tennista.

 

Lo sport si può definire un campo di esperienza con una specificità educativa tale da giustificare una rilevanza pedagogica. La dimensione ludica e quella atletico-sportiva sono strettamente legate fino a confondersi l’una con l’altra. Lungo il cammino di una professione come quella di un istruttore/maestro/coach, deve essere messa al primo posto l’autentica intenzione di immedesimarsi con il mondo dei bambini (soprattutto con quelli più piccoli) per far risaltare le doti di questa professione, divenendo a tutti gli effetti degli educatori. Bisogna essere disposti a ‘servirli’ nel senso più nobile del termine, diventando una persona che ispira fiducia.

Con i bambini, bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi e farsi piccoli” (Janusz Korczack, pedagogo). Giocando, il bambino libera la mente da contaminazioni esterne – primo fra tutti il giudizio altrui – e sperimenta la possibilità di scaricare la propria istintività ed emotività. Per questa ragione ha bisogno di una persona accanto, un educatore che sappia ascoltare, un maestro di cognizioni e virtù, una guida spirituale.

Nella visione didattica moderna del maestro di tennis, a nostro modo di vedere, l’aspetto emotivo deve precedere gli altri come importanza. Stiamo parlando dell’empatia (dal greco enphatos, “sentire dentro”), che è una competenza fondamentale dell’intelligenza emotiva. L’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri. L’imitazione sul piano corporeo, se vogliamo, è alla base dell’empatia nascendo dalla corteccia motoria. Prima di tutto, noi imitiamo il movimento.

Nel 1982 la American Psychological Association (APA) condusse una ricerca e i professionisti appartenenti a diversi orientamenti psicologici descrissero Carl R. Rogers, psicologo statunitense, come colui che più di tutti aveva influenzato il loro lavoro nel campo dell’empatia. Carl R. Rogers seppe accogliere e facilitare il cambiamento con profondo rispetto, sviluppando notevoli capacità di ascolto empatico, in tutti i campi, e fu il primo a democratizzare l’asse della relazione e indicare che la qualità di tale relazione determina i risultati. In sintesi: quanto più corretto e ‘di qualità’ sarà l’approccio con l’allievo, tanto più ne raccoglieremo i benefici. Accettazione ed empatia sono le condizioni preliminari per costruire ogni rapporto consolidato e in particolare quello di un coach con il suo atleta.

Il coach traccia il percorso formativo e non si limita ad affidare i compiti e poi a verificare se e come sono stati fatti. La sua azione pedagogica non è asettica, ma si basa sulla costruzione di un rapporto/patto di fiducia.

Nel tennis l’unica regola è che non ci sono regole sostiene un grande coach dei nostri tempi quale Alberto Castellani, ed è il coach che programma strategie di empowerment e responsabilizzazione mettendo in risalto l’atleta-uomo, strategie vincenti rispetto alle altre usate da docenti eccessivamente scolastici. Il coach accetta il suo atleta accogliendolo con rispetto ed empatia facendolo vivere nel suo modo di costruire le esperienze e di rapportarsi con se stesso, con gli altri e il mondo. Facendo leva sull’empatia, il coach potrà dispiegare completamente la capacità adattiva del proprio atleta, ottenendo validi risultati.

In questo senso sono rilevanti esempi di ex tennisti che hanno saputo mettere a frutto l’esperienza sul campo nella nuova vita da allenatori. Un esempio lo abbiamo in casa ed è Vincenzo Santopadre, ex top 100 che ha portato Matteo Berrettini in top 10. “Le giuste competenze si trovano solamente dopo aver vissuto determinate situazioni” ha raccontato in una recente intervista, e il frequente utilizzo del pronome plurale ‘noi’ quando parla dei miglioramenti di Matteo ci suggerisce un approccio marcatamente empatico, nel quale il coach si mette nei panni dell’allievo per comprendere le sue difficoltà e aiutarlo a superarle.

Da qui l’accettazione della tesi che come nell’allenamento fisico, anche in quello mentale – se non adeguatamente ripetuto –  il passato può condizionare il presente in caso di carenza di risultati, anche se è ancora più importante come nel presente visualizziamo e programmiamo il nostro futuro.

METTERE IN PRATICA

A conclusione, descriviamo alcuni esercizi di base che attraverso l’imitazione corporea consentono lo sviluppo dell’empatia tra allenatore e giocatore. L’empatia arriva con il tempo, quando il coach riesce a mettersi – a livello emotivo –  nei panni dell’atleta, e quando quest’ultimo, non sentendosi giudicato, inizia a fidarsi di lui. A questo punto il processo empatico ha raggiunto il suo scopo. Entrambi devono trovare la chiave, che è quella di trarre soddisfazione per quello che si fa fino al punto di affidarsi l’uno all’altro.

Si tenga conto che non esistono esercizi standardizzati per entrare in empatia con l’atleta, ma esiste la capacità del coach di adattare l’esercizio a seconda della situazione emotiva del giocatore. Attraverso semplici esercizi – come quelli elencati nel seguito – che vengono di routine proposti sui campi, l’allenatore deve saper leggere il “qui ed ora” dell’atleta e di conseguenza saper applicare tutte le varianti all’esercizio stesso per fare in modo che l’atleta si diverta, dia il massimo e rimanga soddisfatto.

a) Esercizio di riscaldamento – L’obiettivo è quello di lavorare sulla mobilità articolare, prima di iniziare il lavoro sul campo. L’atleta, con la racchetta in mano, è posto di fronte al coach il quale gli lancia la pallina: l’atleta deve colpire dapprima con la mano destra, successivamente passare la racchetta alla mano sinistra e colpire e così via dicendo. In alternativa l’atleta può ammortizzare la pallina con la racchetta per poi rilanciarla facendola prima passare intorno al proprio corpo controllando bene l’attrezzo. Nasce così l’intesa che consente di non far cadere la pallina.

Esempio di esercizio di riscaldamento

b) Esercizio di reazione – L’obiettivo è quello di afferrare la pallina e rilanciarla per reagire rapidamente e in modo corretto agli stimoli. L’atleta è sempre posto di fronte al suo coach, il quale colpisce alternativamente la pallina con il dritto e con il rovescio e chiede all’atleta di imitare i propri movimenti, lavorando così sull’empatia corporea, solo dopo aver stoppato la pallina, ponendo attenzione alla rotazione e all’estensione lineare del braccio in entrambi i colpi.

Esempi di esercizi di reazione

c) Esercizio di coordinazione –  Coach ed atleta sono posti su una stessa pedana con le racchette in mano: entrambi ruotano a 360° cercando di palleggiare senza sbagliare. L’obiettivo si raggiunge con dei piccoli spostamenti, attraverso una divertente complicità, sviluppando l’empatia tra allenatore e giocatore.


Fulvio Consoli è dottore in Scienze Sociali, coach GPTCA e membro scientifico della ISMCA. L’autore ha scritto “Un mondo in movimento” (2012) e numerosi altri articoli scientifici. Membro dello staff tecnico del Country Club di Cuneo.

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