Del rifiuto di Naomi Osaka e dell'importanza di avere una buona reputazione

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Del rifiuto di Naomi Osaka e dell’importanza di avere una buona reputazione

Naomi Osaka ha scelto di non giocare la semifinale contro Mertens, aderendo al boicottaggio nato negli ambienti NBA a favore del movimento Black Lives Matter. La WTA, che ‘pesa’ meno di lei, ha dovuto inseguirla

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Naomi Osaka - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)
 
 

Tanto tuonò che piovve‘, leggenda vuole abbia detto Socrate a mezza bocca dopo essere stato colpito da un gavettone di sua moglie Santippe, che intese chiudere così un furioso litigio. Il modo di dire è poi diventato di uso comune per indicare il verificarsi di un evento ormai inevitabile, o quantomeno largamente previsto. Così anche il tennis è stato travolto dalle conseguenze del Black Lives Matter, nello specifico dalle proteste conseguenti al ferimento di Jacob Blake, un uomo di colore di 29 anni colpito sette volte dall’arma di un poliziotto a Ketosha, in Wisconsin, domenica 23 agosto.

Il trait d’union è stata la presa di posizione di Naomi Osaka, che qualche ora dopo aver faticosamente conquistato un posto in semifinale al Western&Southern Open ha pubblicato un breve comunicato a mezzo Twitter per annunciare la sua intenzione di non scendere in campo contro Elise Mertens, quest’oggi. In qualche modo costretti dalle circostanze, ATP e WTA si sono allineati alla scelta della giapponese rinviando di un giorno semifinali e finali del torneo che si sta disputando a New York.

Sulle conseguenze del gesto di Osaka non c’è ancora chiarezza. Qualcuno sostiene di aver ricevuto conferme dalla WTA circa la sua intenzione di scendere in campo venerdì, mentre il giornalista del New York Times Ben Rothenberg riferisce, per il tramite dell’agente di Osaka (Stuart Duguid), che dietro il comunicato dell’ex numero uno del mondo ci sia l’intenzione di ritirarsi dal torneo. La sensazione generale, confermata da alcuni nostri colleghi negli Stati Uniti e da alcune fonti vicine al suo entourage, è che Naomi sarà in campo venerdì.

 

LEGHE E SQUADRE AL FIANCO DEGLI ATLETI – Come spesso accade quando si incrociano sport e proteste in favore dei diritti civili, la scintilla è scattata in una lega statunitense – nello specifico in NBA, un campionato composto per il 75% da atleti di colore che dunque sono particolarmente sensibili al tema delle violenze contro i cittadini afroamericani.

A pochi minuti dall’inizio del match tra Milwaukee Bucks e Orlando Magic, la quinta gara del primo turno dei playoff di questa stagione, i giocatori di Milwaukee hanno fatto sapere di non essere intenzionati a scendere in campo (con una vittoria avrebbero ottenuto il passaggio al turno successivo). La franchigia del Wisconsin ha immediatamente assecondato la scelta dei giocatori, diramando un comunicato di pieno supporto, e gli Orlando Magic non hanno accettato di vincere per forfait, passando di fatto la palla alla lega. In appena 70 minuti è arrivato anche il comunicato dell’NBA, che ha rinviato sia la sfida tra Milwaukee e Orlando che gli altri due incontri in programma mercoledì 26 agosto (sarebbe dovuto scendere in campo anche Lebron James), legittimando dunque la presa di posizione dei giocatori.

Non stupiscono né la piena comunione d’intenti tra giocatori, squadre e vertici della lega né il fatto che la protesta sia germogliata tra i giocatori di Milwaukee, una città che dista appena 40 miglia dal luogo del ferimento di Jacob Blake. Secondo ESPN, i ‘Bucks’ avrebbero in qualche modo concordato la scelta del boicottaggio con il procuratore generale e il vice-governatore del Wisconsin, a testimonianza dell’impatto sociale e politico costituito dall’universo NBA – e di conseguenza dalla presa di posizione di alcuni giocatori – sull’opinione pubblica statunitense.

Un impatto sicuramente più grande di quello che è in grado di ottenere il tennis, la cui forza è costituita più dal valore mediatico dei singoli giocatori che dal ‘peso’ della sigla – tutti gli appassionati di sport (e non solo) conoscono e riconoscono l’NBA come marchio, mentre ATP e WTA possono contare su una diffusione assai meno capillare. Per questo per bloccare il tennis è stato necessario il traino di Naomi Osaka, che negli ultimi mesi ha aggiunto al suo curriculum l’incarico di ‘role model‘ a quelli di tennista di vertice e sportiva più pagata del mondo, prendendo una netta posizione a favore delle proteste del Black Lives Matter – e addirittura partecipandovi di persona a Minneapolis. Chiaramente, l’altra condizione che ha contribuito a innescare il boicottaggio di Osaka è la sede di disputa del torneo: se il circuito si fosse trovato in Europa, probabilmente le cose sarebbero andate in modo diverso.

Naomi Osaka – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

IL SIGNIFICATO DEL GESTO – Veniamo al dunque, la scelta di Naomi Osaka. Spontanea o in qualche modo indotta dalle responsabilità connaturate alla sua figura? Legittima o antisportiva? Giusta o sbagliata? Di sicuro agli sponsor che s’accalcano sull’abito di scena di Naomi (da Nike a Nissin Foods, passando per Shiseido e Mastercard) non dispiace che il mondo stia parlando di lei in questi termini, ma ugualmente il dibattito sulla genuinità della scelta rischia di essere fin troppo speculativo. Possiamo però dire che la scelta non è da definirsi illegittima, poiché Osaka ha attuato un suo diritto esponendosi al rischio del walkover – probabilmente scongiurato dal rinvio della partita, se come sembra scenderà in campo – mentre scomodare la dicotomia giusto/sbagliato appare fuori luogo nel contesto di una scelta che dobbiamo assumere come soggettiva e personale.

Una cosa possiamo osservare, in conclusione. In un’epoca di giudizio collettivo compulsivo, dove tutte le azioni dei personaggi pubblici vengono analizzate al microscopio, è assai complicato ottenere un patentino di spontaneità – ci sarà sempre qualcuno pronto a cercare col lanternino un secondo fine in quello che scegli di dire o fare. Se però esiste una cerchia ristretta di personaggi pubblici con un’immagine abbastanza candida da riuscire a conquistare il favore della maggioranza, di questa cerchia fa oggi sicuramente parte Naomi Osaka. Per rendersene conto basta ipotizzare uno scenario semplice: se al posto della giapponese ci fossero stati Novak Djokovic o Serena Williams, quanti avrebbero creduto di trovarsi di fronte a una scelta ‘di convenienza’? Probabilmente più di quelli che hanno fatto lo stesso pensiero sul conto di Naomi, i cui detrattori sono una sparuta minoranza al cospetto di una gran folla che l’apprezza per quello che fa in campo e soprattutto fuori. Nole e Serena, a fronte di tantissimi tifosi, hanno però qualche hater in più.

Volendo fare (forse inutilmente) le pulci al ‘rifiuto’ di Osaka, si potrebbe assumere che lo ha fatto a basso rischio. Era tutto sommato prevedibile che la WTA avrebbe fatto il possibile per garantire la regolarità del torneo e dare in pasto alle televisioni le quattro semifinali ‘pattuite’. Anche ipotizzando un comportamento intransigente della WTA, però, cosa avrebbe potuto perdere Osaka a parte la possibilità di guadagnare qualche migliaia di dollari e vincere un trofeo importante, sì, ma che non è uno Slam? Una sorta di win-win, per la tennista giapponese.

A scanso di equivoci, chi scrive nutre una grande simpatia nei confronti di Naomi Osaka, e se dovesse scommettere il famoso euro bucato lo farebbe sulla completa spontaneità della scelta. Però non si può fare a meno di ricordare quel vecchio proverbio: “Fatti un buon nome e piscia a letto: ti diranno che hai sudato“.

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Di Alcaraz e della sua capacità di elevare il gioco degli avversari

È possibile che incontrare Carlos porti lo sfidante al suo picco, a qualità finanche mai espresse? Esiste un “effetto Alcaraz”?

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Carlos Alcaraz – ATP Miami 2022 (foto via Twitter @ATPTour_ES)

Durante il torneo di Indian Wells, alla fine del tiratissimo primo set fra Carlos Alcaraz e Hubert Hurkacz, l’ATP Graphic & Statistics Operator Enrico Maria Riva ha twittato, dando voce (testo…) a quello che milioni di occhi stavano osservando: “È presto per dirlo, ma pare che uno dei principali effetti di Alcaraz sia di alzare enormemente la qualità del gioco degli avversari”. Un presunto effetto da non confondere con la capacità di Dominic Thiem di rendere fenomeni per un giorno avversari come Herbert e Ramanathan (2017), Ebden e Sandgren (2018), Fabbiano e Ruusuvuori (2019), però perdendoci, magari anche nettamente. Ma entriamo nel dettaglio di questo “effetto Alcaraz” dando uno sguardo agli ultimissimi sfidanti di colui che sembra aver già messo la freccia nei confronti dei nextgen originali, che ancora si accontentano di rimanere in coda ai Big Tir, ehm, Three, approfittando dei loro occasionali stop forzati.

Nel 2016, Miomir Kecmanovic (qui il suo profilo) è stato numero 1 junior nel 2016. Dopo un 2021 in cui ha restituito con interessi da usura quanto ottenuto nelle due stagioni predecenti, è riemerso dalla off-season in versione agguerritissima. All’Australian Open, l’assenza di Djokovic aveva creato un buco nel tabellone, una valle fino agli ottavi per… Sonego? Tommy Paul? No, ci si è infilato Misha. Bisogna dire che i suoi successi di questi primi tre mesi hanno anche un’importante benché involontaria componente “azzurra”, nel senso che tutti i nostri rappresentanti si sono fatti da parte al suo passaggio: Travaglia, Caruso, Sonego (due volte), Cecchinato e Berrettini. Attento, solidissimo, fisicamente robusto e inappuntabile… un po’ noiosetto, insomma. Ma il quarto di finale che lo ha visto impegnato contro Carlos è stato avvincente: 143 minuti tutti da assaporare, arricchiti da scambi mozzafiato vinti ora dall’uno, ora dall’altro, per un livello stellare da parte di entrambi i contendenti.

Compiamo un piccolo balzo fino a Casper Ruud, analizzando il più velocemente possibile la sua semifinale floridiana perché va bene vederla una volta, ma riviverla significa infierire, tenendo anche presente che sulla carta era paragonabile al secondo turno di Gstaad 2021, quando Ruud affrontò il n. 124­ Dennis Novak. Contro Francisco Cerundolo, per inciso bestia nera di Kecmanovic nella gira sudamericana e quindi fonte di preziose informazioni che i nostri dovrebbero avere il buon senso di chiedergli (o carpirgli, hackerargli, vale tutto), Casper avrebbe potuto giocare un tennis brillante, sempre nei limiti delle proprie caratteristiche, com’è solitamente possibile fare in presenza di un importante divario in termini di classifica. Invece, forse complice la pressione per la ghiotta chance di agguantare la sua prima finale Masters 1000, ha preferito limitarsi a un sorta di compitino e neppure ben fatto, un po’ come fece nel 2019 Dusan Lajovic in finale a Umago contro il qualificato Attila Balazs, quando non fu neppure sfiorato dal pensiero di giocare a braccio sciolto, salvo poi, se non fosse stata giornata, avere tutto il tempo per mettere le mani sul trofeo ripiegando su posizioni conservative. No, “palleggio” fin dall’inizio. Il norvegese visto contro il maggiore dei Cerundolo è stata davvero una versione… fantasmina rispetto a quello della finale, almeno finché ha tenuto botta. È partito sparato, Ruud, conscio che avrebbe potuto mettere in difficoltà l’avversario solo salendogli sopra. Un po’ come salire sopra alla prima di servizio di Opelka. Così Casper è entrato in campo pensando “vabbè, togliamoci subito questo dente”, che poi se l’è tolto davvero qualche giorno dopo, postando pure la foto del del giudizioso molare insanguinato. Ma, fosse capace di giocare “sempre” a quell’intensità per interi match, Splatter Casper diventerebbe un problema anche per i pochi che riescono a vincerci già adesso. Sul 4-1 per lui, la grafica confermava l’evidenza visiva: la velocità media del suo dritto era di oltre 146 km/h. Contro Cerundolo, 127. Per dire.

 
Carlos Alcaraz - Miami Open 2022 (foto Twitter @MiamiOpen)
Carlos Alcaraz – Miami Open 2022 (foto Twitter @MiamiOpen)

E Hurkacz, citato all’inizio? Il mite Hubert si trova talmente a proprio agio nell’umida Miami – campione uscente e semifinalista, vincitore in doppio – che si potrebbe coniare un termine per riassumere la fruttuosa relazione con il torneo della Florida: hubidity? Il suo incontro più spettacolare è stato proprio quello contro Carlitos, dove ha mostrato un gran livello. Per dovere di informazione, ricordiamo che dopo la sconfitta il polacco ha dichiarato di “poter giocare meglio di come ha fatto”. Ma ci sentiamo anche in diritto di replicare iperbolicamente, “Hubi, Hubi, se avessi giocato così in finale contro Sinner l’anno scorso, gli avresti lasciato tre game”. Poi è chiaro che nei due tie-break che hanno deciso la semi Hurkacz sbaglia un paio di dritti sui punti importanti, ma sono colpi che fanno parte del suo repertorio e che possono ben riaffiorare nei momenti di maggiore tensione.

A proposito, sta emergendo in maniera viepiù evidente, quasi inevitabile, la capacità del teenager spagnolo di mantenere alto il livello e mettere le mani sui punti che più pesano, anche sfidando quelli che sembrano leggi consolidate del tennis come della vita. Ci riferiamo all’episodio di massima sportività in cui ha concesso la ripetizione del punto dopo che l’arbitro aveva rilevato un inesistente doppio rimbalzo sul recupero di Hubert, vincendo di nuovo quel “15” a dispetto della regola per cui nessuna buona azione resterà impunita.

In definitiva, anche se continua a essere troppo presto per un’affermazione assiomatica, sembra proprio che tu, avversario di turno del classe 2003, sia destinato a rimanere intrappolato appena fuori dalla porta del paradiso dopo averci bussato speranzoso; certo, contro altri giocatori ti dimostrerai più solido nei momenti decisivi, vanterai vittorie di tutto rispetto, ma molto probabilmente non divertirai il pubblico come hai fatto contro questo Carlitos. Perché Alcaraz ti prende per mano, eleva la tua prestazione, ti sprona a tirare fuori il tuo meglio, forse addirittura qualcosa di più, portandoti a un passo dalla tua vittoria più sfavillante. Poi, in un attimo, cala il buio, lui cala maschera e, tra gli applausi più scroscianti, ti sbrana.

Tuttavia, quest’ultima parte a volte manca. È successo con Rafa Nadal nel deserto e ancora nel suo match di esordio a Monte Carlo con Sebastian Korda. Una sfida, che sarebbe stata migliore senza il fastidioso vento, tra il nextgen ormai solo di nome e quello che non lo è più per raggiunti limiti di età – oltre che, come l’altro, per essersi guadagnato lo status di present-gen, nel senso di generazione che ha già cominciato a farci dei graditi regali in termini di scontri ad alta intensità. Non che Sebi non ci avesse già deliziato con partite estremamente piacevoli, come quella entusiasmante contro Aslan Karatsev a Bercy.

Intanto, la caduta spagnola di fronte al figlio d’arte ci dà l’opportunità di analizzare, da un punto di vista se vogliamo parziale, cosa (non) è andato storto. Carlos è da molti considerato finito, nel senso di completo, che non ha margini di miglioramento se non ridotti e in pochissime parti del suo tennis. In pratica, per lui sarebbe molto meglio avere, per esempio, il rovescio bimane di Berrettini, che potenzialmente può arrivare al livello-Zverev, in quel caso portando l’azzurro a vette inimmaginabili; viceversa, quello del diciottenne spagnolo non può migliorare nella stessa misura essendo già un ottimo colpo. Ma non siamo qui a commiserare lo sfortunato Carlitos, uéi, ci mancherebbe altro. Ci interessa piuttosto questo supposto “effetto Alcaraz” della cui esistenza cominciamo ad accumulare indizi. Perché, forse, a mettere tutti d’accordo è appunto questo aspetto in cui il Nostro ha tanto margine: smettere di facilitare l’avversario nell’ottenere il proprio “nuovo massimo” e farlo invece giocare anche sotto i suoi standard. Tutti d’accordo, ça va sans dire, nell’augurarci che non ci riesca, perché significherebbe privarci dell’opportunità di un futuro costellato di gustosi match di pregevolissima fattura.

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“Una situazione scomoda”: il delicato equilibrio del rapporto tennista-coach

Che si tratti di Roger Federer o di Emma Raducanu, da sempre i tennisti digeriscono a fatica l’idea di pagare qualcuno che gli dica cosa fare

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Roger Federer e Ivan Ljubicic - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Traduzione dell’articolo di Tumaini Carayol, pubblicato sul The Guardian il 22 marzo 2022

Siamo a Melbourne, è da poco iniziata la stagione tennistica e in una conferenza stampa post-partita a Simona Halep viene chiesto come valuta le sue scelte in materia di allenatori. “Sono stata fortunata: ho trovato la persona giusta praticamente ogni volta”, risponde, facendo spallucce. “Non posso dire che sia stato difficile, ecco. Ho seguito il mio istinto, ho fatto quel che mi sentivo di fare. Credo di aver sempre preso le decisioni più giuste per la mia carriera”. Tra tutti i tennisti intervistati in quell’occasione, era stata proprio Halep a rispondere con maggiore sicurezza alle domande sul tema del coach – eppure, poche settimane dopo, la sua squadra si è sfaldata. A febbraio, a cinque mesi dalla separazione a sorpresa con il suo coach Darren Cahill, Halep ha annunciato la fine della collaborazione anche con i Rumeni Daniel Dobre e Adrian Marcu. Ha poi dichiarato che avrebbe giocato senza coach, per questioni di crescita personale e per capire “dove sarebbe riuscita ad arrivare, da sola”. Parrebbe non essere arrivata molto lontano.

Infatti, successivamente a Indian Wells, Halep aveva già effettuato una brusca inversione a U, assumendo dei nuovi volti nel suo team. Ha dichiarato di essersi resa conto in solo due tornei di quanto fosse difficile allenarsi, viaggiare e giocare i match, senza un coach. Così scopriamo che perfino un’atleta di successo di 30 anni, con 16 anni di esperienza alle spalle, si trova ancora a dover imparare, giorno dopo giorno. Negli sport “maggiori”, soprattutto in quelli di squadra, i coach hanno molto potere e controllo sulla carriera dell’atleta, mentre spesso, in quelli individuali, le sorti dell’atleta sono influenzate dalle federazioni nazionali. E poi c’è il tennis, dove l’atleta è al contempo datore di lavoro e oggetto del business stesso: assume delle persone nel suo team, ma poi va in campo da solo per la performance. “Quando ne ho parlato con atleti di altri sport, rimanevano scioccati”, racconta con una risata Daria Kasatkina, ex top 10 della WTA. “Mi dicevano tipo: ‘Wow, ma come fate a fare una cosa del genere?’”.

 

Avere così tanta autonomia nella propria carriera porta anche una serie di difficoltà. Come la strana dinamica di potere che si crea quando il tennista assume delle persone, spesso molto più anziane, che gli dicono cosa fare e che lo criticano.  “Devi trovare i mezzi per mantenere il tuo team e crearti la tua piccola azienda”, spiega la ex numero 1 Garbiñe Muguruza. “Ho trovato estremamente difficile assumere delle persone il cui lavoro fosse dirmi cosa dovevo fare, essere umile e dire a me stessa: ‘Se mi cerco il team migliore, il miglior coach, poi devo essere disposta ad ascoltare quel che mi dicono.’ Anche se la nave è la mia, devo trovare un capitano che la diriga”. L’entourage di persone di cui un tennista si circonda è sempre più grande. Ora i tennisti viaggiano con diversi coach, fisioterapisti, fitness coach, agenti e perfino psicologi. Milos Raonic una volta si è definito il “CEO di Milos Raonic tennis”, poco dopo aver aggiunto un terzo coach al suo team.

“Credo che in fondo sarebbe più semplice se avessi qualcuno che mi dica in che tornei devo giocare, dove devo essere, così non devo pensarci io”, spiega Raonic. “Sono sempre qui a chiedermi come dovrei organizzarmi per giocare al meglio, settimana dopo settimana”. Verso la fine dello scorso anno le decisioni sulla scelta del coach erano diventate un tema scottante anche per Emma Raducanu, che aveva deciso di non prolungare la sua collaborazione con Andrew Richardson, il coach a interim scelto da Emma per la sua spettacolare corsa al titolo degli US Open. Questa decisione le costò parecchie critiche, finché non scelse di assumere definitivamente Torben Beltz. Gli anni da adolescente possono essere davvero brutali per certi atleti. I tennisti passano la gioventù a preparare il proprio gioco e il proprio corpo, eppure molti sentono di essere lasciati soli nella gestione delle enormi responsabilità legate all’avanzare della loro carriera.

Nonostante tutti i successi raggiunti, Andy Murray ha trovato spiacevole la sua esperienza di datore di lavoro: “Personalmente, non mi piace”, racconta. “L’ho trovato difficile. E’ complicato quando hai 18, 19, 20 anni e non hai l’esperienza per gestire queste situazioni”. Secondo Roger Federer, il fatto di elargire degli stipendi in giovane età è già di per sé bizzarro. “E’ un po’ imbarazzate all’inizio”, mi ha confessato nel 2018. “Essere un ragazzo giovane, che paga gli stipendi, non è molto usuale. Infatti, ho apprezzato il periodo in cui avevo il supporto della federazione e non dovevo curarmi di questi aspetti”. Murray è dell’idea che gli atleti dovrebbero ricevere del supporto all’inizio del loro percorso per prendere quelle decisioni che potrebbero incidere sulla loro carriera. “E’ un po’ strano a 19 anni dare lavoro a persone che hanno 20/25 anni più di te e che hanno molta più esperienza di te”, spiega. Le cose non dovrebbero andare così. Dovrebbe essere l’opposto o quantomeno dovrebbe esserci una figura – un performance manager, o qualcosa di simile – che condivida il peso delle scelte con l’atleta”.

Con queste strane dinamiche si creano relazioni atleta-coach che sono difficili da mantenere. “Forse ora che stai pagando il suo stipendio potresti pensare: ‘Non mi piace, devo liberarmi di lui”, spiega Federer. “Ma è davvero sbagliato ragionare in questo modo e fortunatamente non ho mai ragionato così, né mi sono sentito in questo modo. Ho sempre pensato semplicemente che, beh, i coach sono più grandi, hanno più esperienza, sanno di cosa stanno parlando”. Naomi Osaka è dello stesso parere di Federer: “Credo che sia fondamentale comunicare regolarmente, bisogna assicurarsi di essere sempre allineati su uno stesso percorso, di condividere i medesimi obiettivi”.

E’ fin troppo facile per il tennista dare la colpa agli altri, esercitare il proprio potere e prendere decisioni emotive quando le cose non vanno al meglio: serve pazienza. “Bisogna essere molto pazienti”, dice Kasatkina. “Ma è tosta, perché giochiamo torneo dopo torneo, punto su punto… A volte riesci a difenderti, a volte perdi un po’ di terreno. È tutto così veloce e tu stessa vuoi ottenere risultati il più velocemente possibile”. Nell’ultimo anno, anche Murray è salito sulla giostra del coaching, separandosi dal suo storico coach Jamie Delgado per fare diversi periodi di prova con altri coach, fino a ri-assumere Ivan Lendl, con cui si è ritrovato questa settimana a Miami. Murray si racconta: “Negli anni ho fatto molta fatica a esprimere come mi sentivo rispetto a certe situazioni, mi preoccupavo della reazione delle persone con cui lavoravo, di come l’avrebbero presa e come mi avrebbero risposto”.

Una cattiva comunicazione non può che portare al peggiore dei risultati: il licenziamento. In alcuni casi le separazioni filano lisce, senza intoppi, come dimostra Félix Auger-Aliassime, che descrive la separazione dal suo coach Guillaume Marx nel 2020 come “probabilmente una delle decisioni più difficili della sua giovane età”, ma che da allora è cresciuto arrivando nei top 10.  Un classico esempio di separazione tragica è invece quella avvenuta agli US Open del 2019 quando un’allora ventunenne Aryna Sabalenka, dopo aver perso nel torneo di singolare, annunciò la fine del rapporto con il coach Dmitry Tursunov. Pochi giorni dopo, scrisse una lettera dai toni drammatici su Instagram, pregandolo di tornare da lei. Lui quella settimana le rimase a fianco mentre lei alzava il trofeo di doppio femminile agli US Open. Ma il loro rapporto terminò definitivamente pochi mesi più tardi.

“Anche io ho avuto delle brutte esperienze agli inizi della mia carriera, quando ho terminato il rapporto con alcuni coach”, dice Murray. “Cercavo di parlare con i coach, ma l’esito non era quello che speravo. Esperienze negative e scomode come queste, a 18 o 19 anni, possono influenzare il modo in cui affronterai situazioni simili più avanti nella tua carriera”. Il tema della rottura con i coach provoca una risata in Kasatkina: E’ un po’ come separarsi dal fidanzato o dalla fidanzata. E’ dura. A volte non se lo aspettano, o non te lo aspetti tu. Spesso sono gli atleti a interrompere la collaborazione, altre volte capita che siano i coach a farlo. Nella maggior parte dei casi il rapporto non si chiude molto bene”.

A queste complicazioni se ne aggiungono altre specifiche per il tennis femminile, dal momento che vengono assunti tantissimi uomini sia come coach che come membri del team dell’atleta. Come mi ha raccontato Maria Sharapova, nel 2018: “Ci sono dinamiche molto diverse, che nascono perché sei una donna che gestisce un team, un team composto anche di uomini, e perché spesso sei la più giovane”. “Per una donna è difficile andare dall’uomo e dirgli: “Ti licenzio”, spiega Kasatkina, con una risata. “E’ una situazione difficile da gestire. Ma a volte devi trovare il modo di farlo. Certo, è sempre meglio porre termine al rapporto rimanendo in buoni rapporti, ma non sempre è possibile”.

Kasatkina, 24 anni, è una giocatrice professionista da oltre otto anni. Nata in Russia, le sue ambizioni di carriera l’hanno portata a trasferirsi da sola in Slovacchia a 17 anni, ma ora vive in Spagna. Ancora oggi, scuote vigorosamente la testa quando le si chiede se ora si sente adulta, dopo aver gestito tutte queste responsabilità da così tanto tempo.  “Non ancora. Non nella mia carriera, ma neanche nella mia vita privata”, risponde. Posso fare la seria, ma credo che ci debba sempre esser spazio per la ragazzina, perché il tennis è un gioco e io penso che nei giochi i ragazzini siano più bravi degli adulti. Poi ride.

Traduzione di Giulia Bosatra

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Giocatori bassi, calze lunghe o corte, progressi tecnici e allenatori: Matthew Willis e le domande dei suoi follower

Che impatto hanno i super-coach? Perché Rafa batte Medvedev, e Djokovic no? Il noto analista del tennis Matthew Willis, chiarisce alcuni dubbi

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Hard Rock Stadium - Miami 2022 (foto Ubitennis)

Traduzione dell’articolo di di Matthew Willis, pubblicato su The Racquet il 3 marzo 2022

Domanda: È l’unica domanda che conta… Calzini corti o calzini lunghi?
Matt: Calzini lunghi. I calzini corti nel tennis sono un peccato capitale per il quale Agassi e Fish non saranno mai perdonati.

D: Domanda divertente: perché i giocatori scelgono le palle prima di servire? L’ho visto succedere molte volte, guardano le palline e ne scelgono alcune… perché? Ho visto alcuni giocatori addirittura annusarle…
Matt: Dipende dal giocatore e dalle circostanze. Alcuni giocatori sono superstiziosi. Gasquet, ad esempio, spesso si mette in testa che una o due palle in particolare siano “fortunate” e continuerà a chiederle al raccattapalle più e più volte. Altri vogliono una palla veloce se stanno servendo, cioè la meno soffice delle palle in uso. Altri preferiscono una palla più lenta, forse perché il loro avversario sta colpendo particolarmente bene, e sentono l’esigenza di rallentare un po’ il gioco.


D: Domanda molto aperta: qual è il colpo più facile da migliorare nel corso di una carriera? Soprattutto pensavo al topspin di diritto o di rovescio. Questa domanda mi è venuta in mente pensando agli sviluppi attuali/futuri di Berrettini e Musetti
D: Quando i giocatori lavorano sulla tecnica (cambiamenti fondamentali), quando lo fanno? Durante la pausa stagionale? Sembra difficile farlo durante la stagione mentre si è soprattutto concentrati sui risultati.

Matt: Dipende da quanto è grande il cambiamento. Nell’allenamento, ci sono cambiamenti ad alta e bassa latenza. Una modifica radicale della tecnica del diritto o del servizio, ad esempio (molto difficile per i professionisti adulti) dovrebbe aver luogo durante il periodo della pausa stagionale (sebbene spesso non sia abbastanza lunga per portare perfettamente a termine processi come questo). Mannarino è un buon esempio di giocatore che ha modificato in modo significativo la tecnica del diritto e Del Potro ha fatto lo stesso con il rovescio, ma entrambi lo hanno fatto durante lunghe assenze forzate per infortunio al polso, e quindi per necessità.

Se invece si tratta di lavorare sugli schemi di gioco, sulla strategia o su piccoli aggiustamenti tecnici (ad esempio, sia il servizio di Nadal che quello di Djokovic nell’ultimo decennio sono cambiati per lo più in modo graduale piuttosto che con interventi drastici), allora quello è un lavoro in corso d’opera, costante per tutta la stagione e che prosegue durante la pausa. Il colpo più facile da migliorare? Direi il servizio e la risposta, soprattutto perché sono due colpi su cui i giocatori possono fermarsi e pensare prima di colpirli, diversamente dal diritto e dal rovescio durante gli scambi, dove l’intuizione e le abitudini (spesso radicate nei giocatori fin dalla giovane età) possono essere più difficili da cambiare.

D: Volevo capire l’impatto che gli allenatori hanno sui giocatori. Quanto è tattico, quanto è mentale, magari con qualche esempio? Mouratoglou andava bene per Serena? Ivanisevic andava bene per Nole? e Becker? Moya è stato utile a Nadal?
Matt: Dipende molto dal singolo giocatore e dal contesto. Ad esempio, non è un segreto che Mouratoglou sia poco più di un cheerleader e di un motivatore per Serena, e che non ha veramente aggiunto qualcosa di particolarmente tecnico. Per Goran e Djokovic, sembra che la vera priorità sia stata lavorare sul servizio e sul gioco a rete nonché su alcuni degli elementi più basilari della strategia e del primo colpo. Va detto che il servizio, in questa ultima parte di carriera di Novak è stato eccellente fin dalla metà del 2018 (e stava già migliorando notevolmente dal 2014/15 in poi). Moya ha avuto un impatto specifico sulla tecnica di servizio di Nadal, sull’aggressività della seconda di servizio, sulla sperimentazione del nastro di piombo sulla testa della racchetta, sulla costruzione dei punti brevi e sul rovescio. Ma ancora una volta, come con tutti questi grandi giocatori, può essere difficile distinguere quanto sia merito loro, e quanto sia stato l’impatto dell’allenatore.

D: Qual è il futuro per i giocatori professionisti alti meno di 1 metro e settanta? E possiamo trovare un esponente Serve & volley moderno migliore di Cressy (se vogliamo vederlo come il portabandiera contemporaneo di questo stile)?

Matt: Mi stupirei davvero se un giocatore più basso di 1,70 vincesse uno Slam tra gli uomini nei prossimi dieci anni. Qualcuno potrebbe farcela fra vent’anni e oltre, ma è così lontano nel tempo ed è praticamente impossibile prevedere quali modifiche al gioco ci potranno essere. Penso che tu debba accontentarti di Cressy per ora, se vogliamo pensare ad un gioco di puro serve & volley (anche se a me piace guardare Cressy giocare). Non è la strategia ottimale, almeno non esclusivamente, per la maggior parte dei tennisti con ambizioni d’élite in questi giorni. Le cose potrebbero cambiare in futuro.

D: Pensi che essere più muscoloso rispetto al tennista professionista medio aiuterebbe, oppure sarebbe dannoso per un giocatore? E come domanda a margine, quale sarebbe un fisico ideale per il tennis?
Matt: Non aiuterebbe affatto e probabilmente sarebbe dannoso per il gioco. Djokovic, o probabilmente qualcuno un paio di centimetri più alto come Auger-Aliassime considerando la recente evoluzione del gioco moderno, rappresentano il fisico maschile ideale del tennis in questo momento. Gambe forti, ma parte superiore del corpo molto asciutta anche se con un tronco molto tonico; avambraccio dominante ampio, glutei sviluppati (un po’ il mostro di Frankenstein…). Kokkinakis è un esempio di quanto possano essere inutili e controproducenti alcuni esercizi di potenziamento della massa muscolare, spesso dettati dalla semplice vanità.

D: Perché Rafa è in grado di battere regolarmente Medvedev, ma non fa progressi contro Nole quando invece Meddy ha battuto e può battere Nole (o almeno dimostrarsi più competitivo di Rafa) – domanda specifica per il coach.
Matt: È un caso abbastanza semplice di differenze di abbinamento. La prima di servizio di Medvedev può garantire un discreto vantaggio contro Djokovic. I suoi colpi da fondo arrivano piatti, bassi e spesso centrali, e possono costringere Djokovic a spingere e a cercare gli angoli. Inoltre la giovane età e la forma fisica di Medvedev gli permettono di sovrastare a volte Djokovic sotto l’aspetto fisico. Al contrario, il servizio di Nadal, seppur migliorato, si scontra contro un muro quando ha a che fare con la risposta di Djokovic, la migliore di tutti i tempi. La risposta di rovescio di Djokovic contrasta il servizio dal lato sinistro, il preferito di Rafa, meglio di chiunque altro. Nadal ha anche notevoli difficoltà a rispondere al servizio in slice di Djokovic, molto migliorato in questa fase finale di carriera, e la potenza del dritto incrociato di Rafa negli scambi, s’infrange sul rovescio di Djokovic, il quale è molto abile a gestire il topspin sul rimbalzo sui campi in cemento. Un Nadal più giovane potrebbe sopperire ad alcuni di questi problemi con le proprie capacità fisiche. Il Nadal più anziano, che fa più che mai affidamento su scambi brevi sul cemento, spesso non riesce ad appoggiarsi sul servizio e sull’eventuale successivo diritto a chiudere che mettono in difficoltà tutti tranne Djokovic. Al contrario il gioco Nadal funziona abbastanza bene con Medvedev su molti campi in cemento all’aperto (ma meno su quelli indoor). Detto questo, non credo che un Nadal in buona salute sia sempre destinato a perdere contro Djokovic sul cemento, come spesso si sente dire. Tuttavia parte sicuramente da sfavorito.

Traduzione di Michele Brusadelli

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