Internazionali di Roma: a una giornata memorabile per gli azzurri, ne seguirà un’altra?

Editoriali del Direttore

Internazionali di Roma: a una giornata memorabile per gli azzurri, ne seguirà un’altra?

Sei italiani si sono aggiunti alle due teste di serie al secondo turno. Non un record, ma quasi. Musetti formidabile con un Wawrinka così così. Ma attenti a non ripetere l’errore di Sinner. Cecchinato e Caruso che guerrieri. Con chi qui scrive… nuova figuraccia FIT!

Pubblicato

il

Lorenzo Musetti - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Che meraviglia sarebbe stata per gli spettatori del martedì al Foro Italico… se avessero potuto esserci. Chissà quando mai succederà di nuovo che tre italiani raggiungano i tre che si erano qualificati per il secondo turno lunedì pur avendo, tutti e sei, giocato contro classifica e forse anche contro pronostico.

Di certo nessuno poteva pronosticare Lorenzo Musetti vittorioso contro Stan Wawrinka, anche se si poteva dubitare un po’ sullo stato di forma dello svizzero che aveva preferito evitare la trasferta americana. Ma Lorenzo, uscito dalle qualificazioni dopo una aspra battaglia con l’amico Zeppieri, sembrava alla vigilia un po’ troppo tenero per impensierire un giocatore dal CV (tre Slam) e dalla personalità di Stan The Man. Invece, dopo avergli rifilato un 6-0 al primo set che per i bookmakers non avrebbe avuto quota, Musetti ha dimostrato una freddezza e una tranquillità inaspettata anche nella gestione del secondo set, quando Wawrinka si è rifatto sotto e ha cacciato anche qualche urlo guerriero non appena ha recuperato il break e raggiunto il 3 pari.

Ma non solo quelle sono le qualità espresse dal tennista di Carrara che io vidi vincere il torneo junior di Pasqua alle Cascine di Firenze nel 2018, 20 anni dopo Roger Federer che lo aveva vinto anche lui prima di compiere i 17 anni. Potete rivederlo qua sotto con quel trofeo in mano prima della mia intervista.

 

Lorenzo, ex campione junior poi all’Australian Open, nel conquistare la prima vittoria di un 2002 in un Masters 1000 sotto gli occhi del suo mentore Simone Tartarini che lo ha seguito ovunque con l’affetto di un secondo padre, ha messo in mostra anche un grande talento: eh sì, la naturalezza con la quale ha duettato contro Wawrinka anche sulla diagonale dei rovesci, a una mano il suo come quello di Stan The Man che gode fama di essere uno dei primissimi al mondo, è stata non solo spesso vincente, ma davvero impressionante. Ha giocato anche un passante di rovescio stretto e incrociato da… spellarsi le mani per gli applausi.

Che peccato che al Foro ci fossero solo quattro gatti ad ammirarlo. Chi stava davanti alla tv come me – al sottoscritto la FIT ha ritenuto di non dare un accredito di presenza al Foro, ma solo uno virtuale, a differenza di 48 colleghi evidentemente… più simpatici a Binaghi e soci – non poteva trasmettergli tutto l’entusiasmo e la partecipazione che certamente avrebbero comunicato gli appassionati italiani.

GUAI A PARLARE ORA DI MUSETTI COME È STATO FATTO PER SINNER

Non illudiamoci ora. Se Piatti ha sempre detto che per Sinner occorreva aver pazienza, anche per Musetti occorre averla. Incontra Nishikori adesso. Il giapponese ha saltato il fake Cincinnati e New York, ma se a Roma ha battuto al primo turno Ramos-Vinolas che sulla terra rossa non è l’ultimo arrivato, beh non sarà un avversario tenero. Quindi non sovraccarichiamo le spalle (pur assai rafforzate: serve sopra i 200 km l’ora! E con mille variazioni di effetti e angoli) del giovanissimo Musetti pretendendo che si ripeta in omaggio alla famosa prova del nove. Speriamo che giochi un’altra bella partita, senza timori reverenziali, questo sì. Non innalziamo per Musetti i cori innalzati troppo presto al pur bravissimo Jannik Sinner, che secondo troppi avrebbe dovuto giocare da top ten già quest’anno per diventare numero 1 l’anno prossimo.

Se Musetti ha fatto il colpo del boom, grande ammirazione si deve agli altri due azzurri protagonisti di giornata. Non so dire chi dei due avesse l’avversario più tosto. Tennys Sandgren, l’abituale giustiziere degli italiani (Cecchinato, due volte Fognini, Berrettini, Sonego) nelle occasioni importanti, oppure Kyle Edmund, il bombardiere del Regno Unito che una volta lottava con Quinzi e poi ha raggiunto le semifinali dell’Australian Open?

Caruso ha lottato con un cuore ammirevole in una giornata caldissima ed è riuscito a battere uno che – a differenza di Paire e tanti altri – non molla un punto che è uno. Sandgren in Australia aveva avuto sette matchpoint con Federer. Non avrebbe certo mollato il matchpoint ieri al Foro, se Salvo non fosse stato bravo a lottare senza paura. Quando al ragazzo di Avola scappava… un doppio fallo, rimediava subito con un servizio vincente. Che grande prova di carattere. Idem dicasi per Cecchinato che, battuto nove volte di fila al primo turno nel suo annus horribilis, non aveva troppi motivi per aver fiducia in se stesso, sebbene per la verità avesse detto il contrario pochi giorni fa, ispirato dalla nascita del primogenito e rasserenato dalla maestria al suo fianco di Max Sartori, un nome che è una garanzia di serietà e professionalità ai massimi livelli.

Cosa sia successo fra Piatti e Sartori perché Max si sia allontanato da Bordighera –magari nulla, so che voleva avvicinarsi all’anziana madre a Vicenza – non lo so, ma diciamo che prendersi cura di un cavallo un po’ imbizzarrito come Cecchinato non era affar semplice e banale, ma il duo ha lavorato sodo ed è arrivato questo risultato importante in un torneo importante… che certo restituirà fiducia a un tennista che era salito addirittura al n.16 del mondo nel 2018 e che se anche non valesse quel livello è certo che vale molto di più del suo ranking attuale. Sulla terra rossa Marco può stare tranquillamente fra i primi 30. E aspirare anche a qualcosa di più. Anche senza battere Djokovic in un altro Slam.

Poichè avevano vinto lunedì altri tre azzurri, ne contiamo adesso sei lì, più i due teste di serie, Berrettini n.4 e Fognini n.7. Non è un record averne 8: anche nel ’69 ne avemmo 8 e nel 1973 addirittura 10. Un gran bel segnale anche agli scettici che dicessero: “L’importante è vedere quanti andranno in fondo”. Ok per calma e gesso, però Sinner ha 19 anni, Musetti 18, Zeppieri tre mesi in più, Berrettini 24 e Sonego 25…vengono quasi trattati come veterani! E Cecchinato a 28, fresco padre, è un nonno, così come Travaglia, anche lui 28?

IL SEGRETO DI PULCINELLA

Ora finalmente sento dire da tutti – con una quindicina di anni di ritardo rispetto a quando invece non era sciocca competizione ma vera guerra aperta – che la collaborazione fra FIT e team privati ha segnato la svolta ed è all’origine di questi progressi del tennis italiano. Ce n’è voluto per capirlo, meglio tardi che mai. Era il segreto di Pulcinella. Probabilmente sono state le vittime del vecchio sistema che, finalmente coinvolte nella più recente gestione federale, hanno fatto in modo che gli errori del passato non si ripetessero.

Ma perché ciò accadesse era necessario che, appunto, i vecchi giocatori d’esperienza internazionale – come aveva sempre fatto la Federtennis francese che sapeva di potersi affidare a giocatori di un certo spessore anche intellettuale e culturale (Dominguez, Moretton, Bedel, Portes, Haillet, Caujolle, Forget) – la mettessero al servizio del loro Paese. Da noi invece perfino per tre componenti su quattro della squadra che ha vinto la nostra unica Coppa Davis si è messa in mostra più ostilità che spirito di collaborazione. E anche i vari Pozzi, Pescosolido, Sanguinetti (i primi che mi vengono in mente) non sono stati ritenuti capaci di apportare contributi validi e interessanti. Forse non erano abbastanza pronti a stendere tappeti rossi.

OGGI PROSEGUIREMO SU QUESTA STRADA?

Ora speriamo soltanto che il torneo prosegua, almeno in parte, sulla strada intrapresa. Chiaramente Berrettini è quello che sembra avere più possibilità di riuscirci. Altrimenti non avrebbe la classifica che ha e non sarebbe testa di serie n.4. Ma la classifica, lo abbiamo visto ieri, conta fino a un certo punto. E il fattore campo avrebbe aiutato, se ci fosse stato. Per Cecchinato c’è Krajinovic, suo coetaneo di vecchia data nei challenger: lo ha battuto tre volte su sette. L’unico duello nel circuito maggiore è avvenuto in Australia a gennaio: aveva vinto i primi due set, ci ha perso al quinto.

Caruso con Djokovic onestamente non può aspirare che a cercare di fare una buna partita, anche se il n.1 del mondo di solito non è incline a far fare bella figura ai suoi avversari. Almeno Salvo giocherà libero. Sono curioso di vedere Sinner con Tsitsipas. Giocarono contro anche un anno fa. Chi ha fatto più progressi dei due? È la risposta che proveremo a darci stasera. Anche se un solo match in realtà non la può dare. Sono pessimista sul conto di Fognini dopo aver seguito la sua prova a Kitzbuhel. E mi è sembrato pessimista anche lui. Travaglia con Coric non può illudersi, ma ci può provare perché Coric non gioca sempre bene. Ci proverà anche Sonego con Ruud, brutto pesce norvegese (non son tutti salmoni). Ma se ieri, oltre agli exploit degli azzurri, Koepfer ha battuto De Minaur e Coria Struff, quasi nessun risultato è davvero scontato. Come dicon tutti: si parte sempre dallo 0 a 0.

UN SOTTOZERO PER L’ULTIMA FIGURACCIA FIT

Sotto zero invece mi sembra, ancora una volta, il comportamento della FIT che mi ha negato un accredito stampa al Foro Italico, commettendo un’altra clamorosa gaffe se non un abuso. Ho un accredito virtuale, cioè posso seguire e partecipare alle conferenze stampa – bontà loro – ma al contrario di 48 colleghi che sono stati… ammessi a corte, io non ne sono stato ritenuto degno. Chissà, forse avrei dovuto scrivere che la Fit aveva fatto proprio bene a non restituire i soldi dei biglietti ai loro creditori. Come hanno fatto tutti gli altri Masters 1000 che non si sono disputati. Buon tennis a tutti dalla tv di casa mia.

P.S. Dimenticavo: recentemente L’ International Hall of Fame mi ha fatto l’onore di nominarmi membro del comitato che seleziona annualmente i campioni da inserire eventualmente nella Hall of Fame. Unico giornalista italiano. La proposta di inserirmi nell’Enshrinement Nominating Committee (di cui fanno parte Martina Navratilova, Pam Shriver, Jan Kodeš, Mark Woodforde, Frew McMillan, Fred Stolle, Arantxa Sanchez e altri vincitori di Slam) e’ venuta da Todd Martin e Stan Smith e sono stato orgoglioso di accettare. Qualcuno lo segnali a chi si occupa di fare gli accrediti FIT.


Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Meno male che non sono andato a Montecarlo

Italiani k.o. Nadal e Djokovic irriconoscibili e inguardabili. Un clima orribile da Costa assai poco Azzurra. Cambio della guardia o De Profundis… alla Federer? Gli alti e bassi di Edberg nell’anno dell’addio

Pubblicato

il

Meno male che non sono potuto andare a Montecarlo! Si dirà magari che faccio il verso alla volpe e l’uva “Non ci arrivo, ma tanto è troppo acerba”.

Però ho sentito dire da Fabio Fognini che faceva un freddo boia, c’era un vento dal mare che avrebbe messo in imbarazzo lo skipper di Luna Rossa Spithill, un’umidità da tagliare con il coltello. E, per una volta, mi sento di condividere tutte le parole di Fabio dalla A alla Z. Se ne è rimasto quasi sconvolto lui che è nato e vive da quelle parti, oltre ad aver vissuto lì la più grande soddisfazione della sua carriera, figurarsi come lo sarei stato anch’io che al Country Club ho preso su quelle tribune sopraelevate e scomode più mal di gola che nel resto dei miei giorni. Costa Azzurra? Costa Nera semmai.

Del resto bastava guardare la TV per capire da quei volti incappucciati e non solo infelicemente mascherati, dai passamontagna da rapinatori senza pistola, dai piumini stra-abbottonati, che quei pochi che erano assiepati a bordo campo lì sotto i tendoni verdi che restituivano a Rolex tutta quella visibilità strapagata non erano per nulla dei privilegiati. Non c’era quasi alcuna traccia visibile dei VIP solitamente paparazzati al Country Club. Ricordo che una volta furono ribattezzati very important pigs da Gianni Clerici, certo più indignato che geloso delle rumorose abboffate che facevano sulle terrazze prospicienti il “Ranieri II” come tanti “wannabe” assai fieri di poter gozzovigliare a due passi dalla tavola del principe Alberto, di Nicola Pietrangeli e Lea Pericoli, con l’elite dei più ricchi cortigiani italo-monegaschi.

 

Problemi climatici a parte, questo torneo era nato sotto una cattiva stella fin dal giorno del sorteggio. E l’avevo subito scritto. Da una parte si celebrava il record delle nove partecipazioni azzurre in un 1000, dall’altra una sfiga bestiale negli accoppiamenti, nei corridoi che non c’erano o che, se c’erano, erano toccati ai nostri meno in forma. Reincarnatomi mio malgrado nelle scomode vesti bruciacchiate di Cassandra, purtroppo ho visto accadere tutto quel che temevo. Dal k.o. dell’ancor peso leggero Musetti contro il bulldozer russo Karatsev – già basta quel cognome ad intimorire  _  alla morìa degli altri otto piccoli italiani, uno dopo l’altro come in quel celebre film dove invece erano indiani.

Un altro articolo, ahinoi lugubre come un De Profundis, ha tentato di consolare gli inconsolabili, sottolineando la caducità delle umane cose, la rapida transumanza dagli altari di una presunta epoca d’oro per il tennis italiano alle polveri di un crollo che ha coinvolto senza misericordia otto italiani su nove, ultimo superstite dei nostri mohicani, il vecchio irriducibile Fabio Fognini. Gli altri? Tutti cacciati via, quasi senza ritegno e senza set (quasi) dal Principato già entro il secondo turno. Che per il nostro miglior classificato, Matteo Berrettini, top-ten ferocemente accusato di usurpazione, era in realtà il primo. Da Musetti in poi, solo bastonate.

Meno male che non c’ero a pigliar freddo e delusioni, ancorchè attese e pronosticate. E meno male che non ho incontrato Medvedev, certo con un diavolo per quei pochi capelli. Ma si può aver più sfortuna – di sfiga ho già scritto – che l’essere eliminato dal COVID la prima volta che in un torneo sulla terra battuta si è – stando al seeding fatto da un computer che non capisce di tennis – più favoriti di Rafa Nadal, el campeon principe di 11 tornei monegaschi?

Se Daniil fosse andato in hotel come tutti gli altri…a) forse non avrebbe beccato il virus b) gli avrebbero fatto un tampone ogni 4 giorni e intanto sarebbe arrivato a giocare contro Fognini. Con quel Krajinovic che ha dato via libera al nostro “vet” pur sfiduciato dopo la toccata e fuga da Marbella (Munar…), forse anche il Medvedev che odia la terra rossa… perché gli si sporcano i calzini…) – ma se non ha la lavatrice giochi con i calzini rossi! – i quarti li avrebbe probabilmente raggiunti.

Vabbè, dai, non ha senso dire che è stato meglio non andare a Montecarlo solo perché gli italiani hanno perso prima che si facesse sul serio. In fondo in quasi mezzo secolo di trasferte al Country Club, e al Casinò, le volte che i “nostri” mi hanno dato un po’ di soddisfazione patriottica, le posso contare sulle dita di una mano.

A veder Nicola Pietrangeli trionfare le sue tre volte infatti ci andò mio padre, non meno appassionato di me. E poi mia madre al Casinò vinceva sempre. Io ero ancora troppo piccolo. Più grandicello mi ricordo a malapena Barazzutti prendere una discreta stesa da Borg nel ’77 (6-3 7-5 6-0) ma era pur sempre una finale eh, e lungo il percorso aveva battuto bei giocatori (Okker, Taroczy, Kodes). Corrado l’anno dopo andò ancora bene, fino alle brutta semifinale persa 6-3 6-1 con un non irresistibile Tomas Smid. Mi ricordo poi Panatta e Bertolucci vincere a sorpresa il torneo di doppio del 1980 (6-2 5-7 6-4) in finale su McEnroe-Gerulaitis. Quella dei due amiconi newyorkesi era per la verità una coppia anomala, forse più affiatata nella vicina discoteca del Jimmy’z che sul campo da tennis, ma i nomi erano altisonanti. Eppoi Supermac era Supermac. Il suo abituale partner Peter Fleming aveva pronunciato, proprio più per convinzione che per umiltà, una “quote” rimasta celebre: “La coppia più forte di sempre? JohnMcEnroe e un altro”.

L’anno dopo Adriano Panatta arrivò in semifinale. Lo aspettava Vilas che lui aveva battuto nella finale di Roma nel ’76. Solo che Adriano la sera prima andò a letto alle 4 del mattino e… indovinate il risultato. Sciagurato Adriano? No, sciagurati i suoi due amici, Paolo Villaggio e Ugo Tognazzi che per vederlo giocare partirono da Roma troppo tardi. Non riuscirono ad arrivare a Montecarlo (anziché all’ora prevista, le 21) prima di mezzanotte. Di fatto lo costrinsero ad aspettarli. Mangiarono lautamente, annaffiando il tutto senza risparmio con del vino d’annata da Rampoldi, davanti al Casinò, e fra frizzi e lazzi fecero le due.

Quando Adriano sta finalmente per mettersi sotto le coltri pronto a riposare come il Principe di Condè, ecco che arriva una chiamata di soccorso. Tognazzi, l’ideatore dello “Scolapasta d’oro” e gran bella forchetta aveva esagerato a cena e si era sentito male. Era steso a terra in un giardino davanti all’hotel. Villaggio, preoccupatissimo, riuscì a rintracciare Adriano. Che non potè restare indifferente. Si alzò, rivestì, andò in soccorso dell’amico, lo sollevò di peso, lo portò al suo hotel, fino in camera arrivando a spogliarlo. “Andai a letto alle 4 e il giorno dopo – ha raccontato la vera vittima di quella serata di non programmata baldoria – con quel cagnaccio di Guillermo non ci fu gara. Finì 6-2 6-2”.

Da quel 1981 al 1995, alla semifinale che Andrea Gaudenzi avrebbe dovuto vincere ma perse (6-3 7-6) con l’amico di cui era sparring-partner Thomas Muster, a Montecarlo ho vissuto sporadici exploit azzurri, tipo un Pistolesi che sorprende uno spento Wilander  – forse anche lo svedese era stato da Rampoldi a cena la sera prima – ma niente di davvero memorabile fino a Fognini che centra la prima semifinale nel 2013 e poi il trionfo del 2019 quando però… seguito il torneo fino ai quarti, avevo lasciato Montecarlo per il Rajasthan e un viaggio con la famiglia.

Insomma, vi avevo detto, tanti ricordi monegaschi in azzurro come la Costa quante le dita di una mano, dito più o meno. Commentavo in TV, questo sì, e questo oggi mi manca più delle imprese azzurre che non ci sono quasi mai state. Ma torno ab ovo e al mio meno male che non sono andato a Montecarlo quest’anno. Eh sì, perché passi che gli italiani non ci abbiano regalato un solo risultato a sorpresa, un exploit degno di tal nome, però chi se lo poteva aspettare che Djokovic – il virgolettato riferisce parole sue dopo il k.o. più inatteso con Dan Evans – avrebbe giocato “una delle più brutte partite che io abbia mai giocato in vita mia”? Già che c’era …non era meglio se la giocava altrettanto brutta contro Sinner?

E chi poteva aspettarsi che Rafa Nadal, 11 volte principe a Montecarlo, fosse capace di perdere sette volte il servizio in tre set contro Rublev perdendo primo e terzo 6-2 dopo essere stato sotto 3-1 e palle break anche nel secondo set poi miracolosamente recuperato? “Il mio servizio è stato un vero disastro… e con il rovescio non ricordo di aver fatto un punto!” ha detto invece Rafa Nadal senza che nessuno potesse smentirlo. Io sarò anche come lo smemorato di Collegno, ma non ricordo un solo torneo importante giocato da Djokovic e Nadal in cui entrambi abbiano giocato così male, vere controfigure di se stessi. Imbarazzanti. Sospetto che non sia un problema di memoria. Credo non sia mai successo.

Djokovic a Montecarlo (ph. by Corinne Dubreuil/ABACAPRESS.COM)

E allora, mentre mi domando se le cause possano essere conseguenti ai due mesi di inattività – un bell’handicap soprattutto per giocatori che dell’allenamento agonistico, del ritmo di gara, hanno fatto un percorso religioso – o invece le prime avvisaglie di un possibile declino dovuto all’età.

Dopo che tanti – ricordo bene un articolo sul Corriere della Sera di 7, 8 o 9 anni fa, ma il Corrierone non fu davvero il solo “media” a inciampare fragorosamente– avevano preso un colossale abbaglio intonando anzitempo, molto anzitempo, il de Profundis nei confronti di un Roger Federer da poco over 30, invito tutti e per primo me stesso alla prudenza anagrafica. Non sarebbe la prima volta che Rafa zoppica in alcuni tornei che precedono il Roland Garros – a Montecarlo nel 2014 e nel 2019, a Madrid nel 2918 e nel 2019, a Roma nel 2017 e nel 2020 – e poi a Parigi straccia tutti senza pietà. Non tutti i suoi 13 trionfi sono stati preceduti da percorsi immacolati.

Ciò anche se forse ieri sera è stata la prima volta che ho visto Rafa piegarsi in due dalla fatica, e con la faccia stravolta, dopo gli scambi più lunghi, duri e lottati con Rublev che lo ha bombardato di missili dalla prima palla all’ultima, di dritto come di rovescio. Io mi spiego il nervosismo insolito di Rafa con le stesse sagge parole con cui lo ha spiegato lui “Quando non ti entra mai il servizio e lo perdi 7 volte, quando con il rovescio non ti apri gli angoli ma lo giochi corto… è normale innervosirsi. Giochi male, ti accorgi che l’altro gioca molto meglio di te e merita di vincere, per forza uno si innervosisce, è umano”.

Beh, Rafa negli ultimi 15 anni sulla terra rossa tanto umano non lo è stato, è stato piuttosto un marziano, un extraterrestre. Direi che si tratta di un fatto, non di un’iperbole. Così come è un fatto, altresì, che Rafa viaggia spedito verso i 35 anni e Nole verso i 34. Attenzione, non fraintendete: penso che saranno ancora loro i primi due favoriti al Roland Garros, ma –  e l’ho scritto ormai fino alla noia ricordando l’anno del canto del cigno di Stefan Edberg nel ’96  – quando gli anni e l’età incalzano non sono le punte di rendimento a crollare improvvisamente, è semmai la continuità di prestazione a vacillare.

Edberg battè fortissimi giocatori in quell’anno in cui aveva annunciato il suo addio alla racchetta, ma perse anche da mediocrissimi avversari. Ora, intendiamoci, Rublev è il n.8 del mondo e ieri mi è parso anche straordinariamente ispirato – sebbene abbia fatto ‘il Rublev’ sul 3-1 del secondo set fino a perdere il set 6-4 – e non è quindi un mediocre avversario, però ricordate la partita persa da Rafa a Roma con Schwartzman? Anche in quel caso Rafa era stato parecchio tempo fermo, e ha poi innestato la marcia superiore a Parigi dove il solo che gli ha creato una minima apprensione è stato Sinner, e solo per il primo set, però io non credo di sbagliarmi se penso che pian piano sia Djokovic che Nadal, fenomeni e mostri di continuità per tre lustri, incapperanno sempre più in giornate no. Ricordate Djokovic contro Sonego a Vienna?

I bassi non diventeranno troppo presto frequenti quanto gli alti, ma anche perché calerà presto il timore reverenziale dei loro avversari – è accaduto perfino con Federer – quelle che oggi noi non possiamo che definire clamorose sorprese saranno sempre meno clamorose. È inevitabile che sia così.

Molti saranno contenti di assistere ad un cambio della guardia – più o meno prossimo; se è morto perfino il Duca Filippo di Edimburgo… – altri saranno invece più nostalgici dei Fab Four. Per quanto mi riguarda, io sono abbastanza cinico perché data l’età avanzata…(ma mi sono vaccinato, ancora per un po’ reggo!)  di cambi della guardia, da Connors, McEnroe e Borg, a Lendl e Wilander, a Becker e Edberg, a Sampras e Agassi… ne ho già vissuti diversi senza troppi patimenti. Però alla fine di questo lungo tormentone, prima delle semifinali Tsitsipas-Evans (e sì che Evans ha un tennis d’antan che mi diverte… certo se penso che in Sardegna ha perso da Musetti il cuor mi si stringe) e della probabilmente più monotona sfida tutta Ru-Ru, Ruud-Rublev, ritorno a far la volpe con l’uva. E mi dico meno male che non sono potuto andare a Montecarlo! Si sta così bene a Firenze.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Su Jannik Sinner e gli altri azzurri a Montecarlo la penso così

8 k.o. su 9, ma quali sorprese? Molte analisi e qualche diagnosi. Cecchinato sottovalutato dall’opinione pubblica. Berrettini e Sonego diversi trend. Per Sinner pretese assurde

Pubblicato

il

Jannik Sinner - ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Solo il vecchio guerriero Fabio Fognini è in ottavi a Montecarlo, ma non è una sorpresa anche se gli azzurri al via e in tabellone di questo Masters 1000 erano nove (record). La tentazione di inserire qui un link all’articolo di presentazione al torneo nel giorno del sorteggio è irresistibile. Però quanto è successo, con quattro azzurri sconfitti contro avversari molto meglio classificati merita forse un’analisi e magari pure una diagnosi. Più facile la prima che la seconda.

Si è detto tanto volte che le classifiche, soprattutto con quelle “congelate” di questi tempi, lasciano spesso il tempo che trovano. Ma non proprio sempre quando il divario, sia di classifica sia di esperienza, è tanto alto. Fra Djokovic e Sinner 21 posti, da n.1 a n.22. Fra Goffin e Cecchinato 77 posti da n.15 a n.92. Fra Zverev e Sonego 22 posti da n.6 a n.28. Fra Rublev e Caruso 81 posti da n.89 a n.8. Insomma, tanta roba. E guarda caso l’unico a vincere Fognini su Thompson, 45 posti da n.18 a n.63. Avevano perso secondo classifica anche Musetti 84 con Karatsev 29, Fabbiano 171 con Hurkacz 16, Travaglia 67 con Carreno Busta 12. Quindi, a ben guardare, il solo ad aver perso contro un avversario peggio classificato è stato Matteo Berrettini, n.10 “congelato” con Davidovich Fokina n.58 in chiara ascesa.

Ai lettori di Ubitennis è inutile ricordare l’infortunio australiano di Matteo, lo stop di oltre due mesi, la diversa fatica che normalmente fa un giocatore d’un metro e 96 a ritrovare la miglior condizione psicofisica. Appena ha cominciato a giocare ha subito il break e non è mai stata la risposta la prerogativa tecnica che ha fatto le fortune del tennista romano. Che gli sia riuscito fare un break è già tanto. Ma se lui perde tre volte il servizio in due set, la maggior parte delle volte la campana suona a morto. Il trend sembra in discesa, ma certo quando sei n.10 e hai tanti cagnacci che ti vogliono mordere i polpacci è più facile scendere che salire.

 

Della sconfitta patita da Caruso con Rublev non c’è molto da analizzare. La differenza tecnica è troppo netta al momento. E non vedo come possa attenuarsi in prospettiva, perché il russo è pure più giovane di cinque anni. Vero che noi italiani siamo abituati a venire fuori alla distanza, ma è semmai Rublev che dovrebbe avere margini di progressi. Gli manca, ad oggi, un po’ di varietà e fantasia in più. Gioca bene, ma sempre uguale. Troppo prevedibile per fare quel salto di qualità che corrisponde ad un’affermazione in uno Slam.

Cecchinato si è detto contento di aver giocato alla pari con Goffin, a dispetto del 64 60: “Nel secondo set non ho mollato come parrebbe suggerire il punteggio, perché avremmo potuto essere 3 pari, non 6-0!”. Resta il fatto che credevo che Goffin fosse un po’ in calo e invece corre invece ancora come una spia. Ha ripreso come se nulla fosse – grazie anche all’indiscutibile intuito – anche alcune micidiali smorzate, specialità della casa Cecchinato. Certo a ripensare a quel “miracoloso” Roland Garros 2018 in cui Cecchinato battè proprio Goffin, sembra trascorso un secolo e non a favore del più giovane siciliano emigrato alla corte di Max Sartori. Ha vinto qualche partita però, dopo le delusioni australiane, e allora pian piano ritroverà la fiducia che gli serve. Tutti ricordano – è scontato – l’exploit parigino.

Però sul conto di Cecchinato e delle sue qualità mi sono accorto che serpeggia ovunque una certa sfiducia. Invece sarebbe giusto anche ricordare che uno che vince Budapest e Umago 2018, Buenos Aires 2019, fa finale a Cagliari al Forte Village 2020 e si comporta più che dignitosamente a Roma e al Roland Garros (dopo aver centrato in passato anche semifinali a Doha e Monaco 2019) scarso non è. Magari quel suo best ranking n.16 non lo centrerà mai più per il fatto che il suo miglior tennis sembra troppo circoscritto alla terra battuta e la stagione sul “rosso” è diventata troppo corta rispetto a un tempo, però che sotto la guida di una persona seria come Sartori Marco possa riguadagnare una cinquantina di posti secondo me è possibilissimo. Non è che i 40 che gli stanno davanti siano tutti fenomeni.

Per quanto concerne Sonego la testa è buona, il fisico anche, il coach è quanto di più serio e preparato ci sia in giro, i progressi per salire qualche posizione ancora ci sono. Magari non troppe. Ma i trentenni e over 30 che gli stanno davanti – augurando lunga vita agonistica a tutti – non sono pochi: a cominciare dai 3 Fab Four Djokovic, Nadal e Federer, per proseguire con Bautista Agut, Monfils, Goffin, Dimitrov, Fognini, Raonic, Wawrinka. Solo questi sono in dieci. Per carità, gli arriveranno tre, quattro o cinque che oggi gli stanno dietro (Musetti? Alcaraz? Karatsev?), però fategli fare qualche progresso che sicuramente farà e Lorenzo fra i primi 20 ci può arrivare, così come a suo tempo ci sono arrivati giocatori come Furlan, Gaudenzi, Seppi, Gaudenzi i quali avevano soprattutto nella testa, nella serietà, nella determinazione più che nelle caratteristiche tecniche la loro forza. Quindi il suo trend mi pare in ascesa, magari lenta, diesel, ma progressiva.

Lorenzo Sonego – ATP Cagliari 2021 (via Twitter, @atptour)

Arrivo al tennista cui sono dedicate le maggiori attenzioni, le profezie più lusinghiere: Jannik Sinner. La sua partita con Djokovic ha deluso chi stravedeva per lui, ma non chi conosce Djokovic e chi ha avuto modo di vedere quelle che sono ancora le carenze tecniche di Jannik. Carenze che Riccardo Piatti e lui conoscono benissimo, per fortuna.

Potrei partire dal post-match Djokovic-Sinner che, però, non dice in realtà niente che già non si sapesse o intuisse. Parla Djokovic e dice (come ampiamente titolato e riportato): “Sinner rappresenta il futuro del tennis, ma è già anche il presente”. Sinner, incassa il complimento, ma dice quel che pensa (lui e tutti…): “La strada è ancora lunga”. Farei qui una chiosa. Delle “investiture” (più o meno di cortesia) degli altri giocatori mi fido pochissimo. Ne ho sentite tante su tanti “prospect” che poi non si sono mai affermati. Da gran presuntuoso quale sono direi che mi fido più di me stesso. Perché su quei nomi che ho citato sopra non ricordo di avere avuto dubbi. Chissà, magari mi sono dimenticato invece quelli sui quali credevo di più. Ad ogni modo penso che la strada di Jannik sia più lunga di quanto pensi chi si illude anche se le premesse per un bel futuro ci sono tutte. Ho visto tanti dei migliori giocatori del mondo a 17-18-19-20 anni, come mi è capitato con Nadal, Federer, Djokovic e prima di loro, con Borg, McEnroe, Lendl, Noah, Wilander, Becker, Edberg, Chang. Non meno forte nelle giornate buone, Panatta. Forse un po’ d’occhio in tutti questi anni me lo sono fatto.

Sono proprio i limiti, ancora notevoli, di Sinner a farmi credere in lui. Moltissimi dei giocatori che ho citato sopra servivano proprio maluccio all’inizio della carriera. Penso in particolare a Borg, Lendl, Wilander, Djokovic, Chang: tutti hanno fatto progressi enormi qualche anno dopo i loro primi exploit. A Jannik oggi manca la capacità di scendere a rete quando si è aperto il campo. Se trova uno che gli rilancia – e come glieli rilancia Djokovic! – quattro missili, al quinto tentativo sbaglia, inevitabilmente.

Borg sapeva a malapena volleare ai suoi debutti, e batteva maluccio. Si preoccupava di mettere più del 90% di prime, in molte occasioni, come quando giocò la finale di Parigi contro il paraguaiano Victor Pecci al quale voleva impedire gli attacchi sulla sua “seconda”. Lendl tirava forte, ma soprattutto di dritto. Il rovescio lo migliorò tantissimo tre o quattro anni dopo i primi successi. Mentre Wilander non tirava mai così forte. Semmai, soprattutto di rovescio, anticipava tantissimo. Non c’erano tanti giocatori capaci di giocare il lungolinea come lui. E anche i lob passanti. Però Wilander imparò ad andare a prendersi i punti a rete nell’88, nella finale dell’US Open in cui rovesciò contro Lendl l’esito della finale dell’anno precedente, sei anni dopo aver vinto il primo di tre Roland Garros. E dopo aver vinto un doppio a Wimbledon, lui che a rete all’inizio carriera non ci andava mai e fu perfino fischiato per i suoi asfissianti palleggi nella finale parigina con Vilas dell’82.

E Chang che si fece allungare la racchetta di qualche centimetro per migliorare l’efficacia del servizio, e cominciò a fare 7 o 8 ace a partita, sia pur sacrificando qualcosa nel controllo? E il rovescio di Sampras? Quando lo vidi perdere a Parigi da Chang, in una partita che credo di aver commentato insieme a Rino Tommasi, mi fece un’impressione per nulla positiva. Vero, peraltro, che Pete è stato un grandissimo giocatore dappertutto fuorché sulla terra rossa; uno che è stato n.1 di fine stagione per sei anni di fila, a Parigi ha raggiunto una sola semifinale. Come Cecchinato, mi verrebbe voglia di dire.

Ma perché il rovescio di Federer, di Nadal, a 20 anni era efficace come quello che i due hanno fatto vedere dopo i 30 anni? Peter Lundgren, uno dei primi coach di Federer, mi disse una mattina all’aeroporto di Melbourne: “Roger a rete è ancora un pesce fuor d’acqua, anzi ci si muove come se fosse circondato dai pescicani!”.

Ora smetto di attraversare i miei amarcord che non interessano nessuno, ma suscitano tanti ricordi in me, e dico che Jannik poteva giocare già ieri certamente meglio contro Nole ma si è scontrato contro una muraglia che credeva di conoscere per averla vista in TV, ed essercisi allenato un paio di volte (con anche il set di esibizione ad Adelaide), ma in realtà non conosceva. Un conto è vedere uno che risponde benissimo ed è considerato il miglior ribattitore della sua epoca, un altro – pur dopo essersi allenato con lui e con Nadal – è ritrovarsi la palla che ti torna addosso in pancia, oppure già negli angoli, quando non hai ancora finito di riprenderti dall’esecuzione del servizio.

Fare il punto negli scambi da fondocampo a Djokovic è roba vera, non si può pretendere che ci riesca anche un pur promettentissimo giovanotto che sta lavorando duro da vero professionista. In qualche modo, eppure, ho avuto l’impressione che Novak lo temesse, ne fosse preoccupato. Forse era preoccupato del suo esordio sulla terra dopo due mesi di stop, fatto sta che l’urlo che ha cacciato quando ha vinto il primo set la dicono lunga.

Novak Djokovic – ATP Montecarlo 2021 (via Twitter, @atptour)

Oggi come oggi Jannik gioca il suo tennis basandosi su due colpi, in particolare il rovescio. E qualche gran dritto, incrociati come lungolinea, se la palla non gli arriva troppo bassa. Ma il servizio è da migliorare, come percentuale di prime, come angoli, come potenza, come velocità, come lancio di palla. La volée è da migliorare, sia come posizione sia come tocco. La smorzata è da migliorare. Il lob è da migliorare. Lo smash, al volo come al rimbalzo, è da migliorare. La tenuta fisica è da migliorare (questo lo ha ammesso anche lui stesso, che negli scambi lunghi fa fatica). L’approccio alla partita è da migliorare. La strategia di gioco, che a volte può essere anche semplicemente pazienza, oppure scelta del momento per spingere o per tenere, la capacità di pensare a un attacco in controtempo, a un serve& volley al momento giusto, al fattore sorpreso, è da migliorare. Oggi si può spendere per lui ancora l’ossimoro caro a Rino Tommasi: “un regolarista falloso”. Ma va aggiunto un bel… per ora!

Con tutti questi limiti – di cui per fortuna Jannik e il suo team sono perfettamente consapevoli (il guaio sarebbe se non lo fossero) e quindi sono certo che non si offenderanno se li ho elencati impietosamente – Jannik è a ridosso dei top 10. Considerando validi soltanto i punti ATP da metà agosto – quando si è interrotta la pausa COVID – a oggi Jannik sarebbe lì lì.

Quelli accennati sono limiti soltanto per chi viene considerato capace di migliorarli tutti, con il tempo e la pazienza che invoca Riccardo Piatti, perché per uno che ha le sue caratteristiche – solidità, maturità, potenza, serietà, determinazione, convinzione nei propri mezzi, formidabile timing sulla palla con entrambi i fondamentali, naturalezza e fluidità straordinarie (che i pur bravi Thiem, Tsitsipas, Zverev a mio avviso non hanno altrettanto sviluppato su tutti e due i lati…) per un ragazzo di 19 anni – è giusto, anzi sacrosanto, porsi obiettivi ambiziosi di crescita, di progresso.

Ripeto: anche contro Djokovic – che si è potuto allenare sulla terra rossa e proprio su quei campi da più di una settimana – Jannik ha mostrato personalità. Ha giocato decisamente male un paio di game, quello finale del primo set su tutti, il settimo game del secondo set quando poteva recuperare sul 2-4 il break, e si sa che nel tennis un paio di game, a volte un paio di punti, bastano a farti perdere una partita. Ma negli scambi ha retto molto meglio di tanti altri giocatori di nome contro il n.1 del mondo. Se avesse avuto uno un tantino più debole, e per tale intendo un Bautista Agut n.11 già battuto due volte, un Carreno Busta n.12, un Goffin n.15 – per non scomodare paragoni con un top-ten – l’esito secondo me sarebbe stato diverso. La verità è che da lui si pretende troppo e troppo presto. Pretese oggi assurde.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Il tennis azzurro lassù è sempre più blu

Quattro italiani nella top 30 del ranking ATP: Berrettini, Fognini, Sinner e Sonego. Non accadeva dal 1977

Pubblicato

il

Lorenzo Sonego - ATP Cagliari 2021

Ero abituato a seguire anche uno solo, oppure due e magari tre tennisti italiani fra i primi 100 del mondo. Spesso nelle retrovie. Per quasi 40 anni. Adesso, dopo che ieri Lorenzo Sonego ha vinto a Cagliari il suo secondo torneo ATP ed è entrato a vele spiegate fra i primi 30 del mondo, ne abbiamo ben quattro fra i primi 30. Non parliamo più di momento magico, ma semmai di periodo magico. Un periodo che sembra destinato a prolungarsi felicemente nel 2021 e negli anni a venire. E non mi sembra vero.

Eccezion fatta per motivi anagrafici per il quasi trentaquattrenne Fognini (n.18) cui va dato merito per averci tenuto in piedi fra i top 20 negli ultimi tre lustri, infatti tre dei nostri attuali moschettieri sono giovani e in grande progresso. Ha 19 anni Jannik Sinner n.22 ATP, ne hanno 25 Matteo Berrettini n.10 e Lorenzo Sonego n.28. Mentre alle loro spalle incalza Lorenzo Musetti un altro diciannovenne di grandi speranze che, sebbene al momento sia appena n.84 per aver giocato pochi tornei, ieri Tsitsipas mi ha detto di considerare favorito nell’odierno match nel Masters 1000 di Montecarlo contro il russo Karatsev, n.29 ATP e semifinalista all’Open d’Australia.

Dieci azzurri tra i primi 100 del mondo (con Travaglia 67, Caruso 89, Cecchinato 92, Seppi 96 e Mager 97) ci mettono alla pari con Francia e Spagna nelle graduatorie mondiali top100, ma 4 nei primi 30 li ha solo la Russia di Medvedev 2, Rublev 8, Khachanov 23 e Karatsev 29, e la Spagna ne ha solo tre anche se di gran qualità, Nadal 3, Bautista Agut 11 e Carreno Busta 12.

 

L’ultima volta che potemmo vantare 4 azzurri contemporaneamente fra i primi 30 risale al 3 luglio 1977 grazie a Panatta 17, Barazzutti 20, Bertolucci 22 e Zugarelli 27. La generazione migliore di sempre resta al momento ancora quella, perché Panatta è stato 4, Barazzutti 7, Bertolucci 12 e Zugarelli 24, però io penso che questa potrà far meglio. Anche se forse non già dopo Montecarlo dove il sorteggio non è stato davvero dei migliori.

Il più atteso dei nostri dopo l’exploit della finale di Miami, Jannik Sinner, sa che se batte Ramos-Vinolas (già un osso duro; è stato finalista a Montecarlo nel 2017 ed era in semifinale a Marbella sabato) avrà al secondo turno Djokovic, due volte campione nel Principato. Anche Sonego poteva capitar meglio: l’ungherese Fucsovics è tosto, ci ha perso 3 volte su 4 e semmai poi c’è Zverev n.6 ATP. E Musetti, se passa Karatsev, ha Tsitsipas n.5. Sono quasi certo che dopo Madrid, Roma e per il resto dell’anno staremo ancora meglio.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement