I migliori giocatori su terra nell’Era Open: uno studio

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I migliori giocatori su terra nell’Era Open: uno studio

Un’analisi su oltre 200 tornei ci permette di verificare chi sono stati i più vincenti e continui nel tennis maschile sul rosso dal 1968 a oggi

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Rafael Nadal - Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)
 

Per chi fosse interessato a vedere il dataset completo, questo è il link


Il tennis su terra battuta sta per entrare nel vivo con il Roland Garros. L’inizio dello swing sul rosso è generalmente percepito come una rinascita per i tifosi europei, un po’ perché il gotha del tennis mondiale si ritrova nel Vecchio Continente al termine delle trasferte oceaniche e nord-americane, un po’ perché le partite ricominciano a svolgersi ad orari che non compromettano ritmi circadiani e vite private, un po’ per la vetusta associazione con le fioriture della primavera romanza, arma a doppio taglio del maggio romano, soprattutto per chi è allergico ai pioppi.

Quest’ultimo aspetto non ha ragion d’essere nel 2020, visto che la terra si è presentata in un’inedita mise tardo estiva o proto-autunnale, ma per certi versi quello del rinnovamento non è mai stato più pertinente, per le ragioni note a tutti. Vista la cesura che la pandemia ha rappresentato per il tennis e non solo, la redazione ha deciso di tirare le somme su 52 stagioni di tennis Open sulla superficie (più Roma 2020), provando a trovare dei parametri oggettivi per vedere chi siano stati i più dominanti nella specialità.

 

L’analisi è incentrata sul concetto, assurto a grande popolarità negli ultimi anni fra i fan dei Big Three, di big titles”, ovvero Slam e Masters 1000 o qualunque fosse il loro nome dalla creazione del Grand Prix (avvenuta nel 1970) – da allora si sono chiamati Grand Prix Super Series (fino al 1989, includendo anche eventi del circuito WCT), e poi Championship Series, Super 9 e Masters Series, prima di approdare all’appellativo odierno nel 2009. Nel caso della terra, quindi, si parlerà del Roland Garros, di Montecarlo, di Amburgo/Madrid e di Roma. Ma non solo, come si vedrà.

Per studiare il rendimento dei giocatori nei suddetti tornei sono stati scelti due dati che dessero una panoramica completa o che quantomeno consentissero di studiarli e valorizzarli da più punti di vista – il risultato è stato un dataset di 258 righe per 11 colonne, consultabile attraverso il link posto all’inizio dell’articolo. Il primo è lo score totale ottenuto nei tornei di cui sopra, con un sistema di punteggio molto semplice: da un lato, 2 punti per una vittoria Slam, 1 per una finale, 0,5 per una semi, 0,25 per un quarto; dall’altro, un punto per una vittoria in un 1000 o Masters Series o Super 9 che dir si voglia, 0,5 per una finale, e 0,25 per una semifinale. Questo dato è il più rilevante, perché consente di individuare i migliori performer sul lungo periodo, vale a dire, banalmente, chi ha effettivamente vinto di più.

Rafael Nadal – Roma 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il contre per un valore tanto netto è, evidentemente, la media conseguita dai giocatori nei tornei in cui sono arrivati in fondo (le sconfitte ai primi turni non fanno dunque parte dello studio, perché il punto dell’articolo è definire l’animus vincendi dei vari atleti). Questo è un valore più ambiguo ma utile allorché interpretato correttamente e in sinergia con l’altro, perché una media alta permette di capire quali siano stati i giocatori capaci di vincere più spesso quando sono arrivati alle fasi calde dei tornei.

Una breve digressione: i big data (o advanced statistics, o sabermetrics, o moneyball) stanno rivoluzionando tutti gli sport, che piaccia o meno, fornendo dei mezzi per superare i preconcetti legati alla disciplina singola, in particolare da un punto di vista tattico, e sono infinitamente più complessi dello studio qui riportato. Cifre legate alla lunghezza degli scambi, allo spin o alla direzione della battuta ci aiutano a comprendere il gioco mentre accade, per certi versi coadiuvando l’immedesimazione (nel limite della conoscenza delle condizioni psico-fisiche dei giocatori, decisamente meno prevedibili), laddove un’analisi secca del rendimento (che prende in esame solo i risultati finali e la loro continuità) è totalmente ex post, e quindi ha un valore puramente storico, fotografa l’esistente quasi come la Legge Mammì (o legge polaroid come fu chiamata allora) – in sostanza, non ci sono inferenze con un valore pratico.

L’articolo al massimo può essere chiamato un dibattito da social nell’iperuranio, vale a dire un dibattito da social in cui i contendenti portino dei dati concreti e imparziali a sostegno delle proprie argomentazioni (magari con un atteggiamento urbano) – John Lennon ci direbbe che è facile immaginarlo, per quanto improbo possa sembrare. Cleuasmo finito, si può passare all’analisi.

L’ANALISI

Cercando di evitare le perifrasi, la posizione meno interessante di questo studio è la prima: Rafa Nadal è l’equivalente del military-industrial complex denunciato da Eisenhower, una struttura economica di tale portata da rendere il budget bellico americano superiore alla somma di quelli dei Paesi che vanno dal secondo al settimo posto – ecco, Nadal è così. Ciò che ha fatto il maiorchino negli ultimi tre lustri su una superficie (con una piccola pausa nel biennio 2015-2016) non ha eguali nella storia del tennis e forse dello sport, tanto che ESPN l’ha appena premiato come atleta più dominante del ventunesimo secolo per i suoi 12 titoli parigini.

Come noto, l’unico tennista capace di obnubilare la concorrenza sul rosso alla stessa maniera è stato Bjorn Borg, che ancora oggi detiene il record per il minor numero di giochi persi in uno Slam maschile (32, nel 1978), ma che, come si vedrà, è paragonabile al Toro di Manacor solo in termini intensivi (nei suoi anni dominava allo stesso modo) ma non estensivi (l’ha fatto per molto meno tempo).

Bjorn Borg e e Victor Pecci – Finale del Roland Garros 1979

D’altronde, una prima occhiata ai big titles su terra ci restituisce un’immagine molto precisa:

  1. Nadal, 37 (12 Slam+25 Masters Series/Masters 1000);
  2. Borg, 14 (6+8);
  3. Lendl, 11 (3+8);
  4. Djokovic, anche lui a 11 ma con un solo Slam vinto (1+10);
  5. Vilas, 9 (2+7);
  6. Kuerten, 7 (3+4);
  7. Federer, Muster, Nastase, Orantes, anch’essi a 7 ma con un solo Slam vinto (1+6);
  8. Wilander, 6 (3+3);
  9. Bruguera e Courier, 4 (2+2);
  10. Connors e Ferrero, come nel caso precedente, 4 ma con un solo Major (1+3).

Rafa ha dunque più grandi vittorie su terra dei tre che lo seguono combinati, e ha più titoli a Bois de Boulogne di quanti ne abbiano gli altri, Orso a parte, in totale. Questo valore è talmente fuori scala da riflettersi pedissequamente nel primo dato, quello sui punti totali:

  1. Nadal, 53,75 punti (24,25 negli Slam, 29,5 nei 1000);
  2. Djokovic 23,75 (8,5+14,25);
  3. Borg (13,75+9) 22,75;
  4. Vilas, 21,75 (9+12,75);
  5. Federer, 20,25 (8,5+11,75);
  6. Lendl, 18 (8,5+9,5);
  7. Wilander, 14,5 (8,75+5,75);
  8. Orantes, 13,75 (4,5+9,25);
  9. Nastase, 12,5 (4,5+8);
  10. Kuerten (6,5+5,25) e Connors (7+4,75), 11,75;
  11. Muster, 9.5 (2,75+6,75);
  12. Bruguera, 9,25 (5,5+3,75);
  13. Ferrero, 8,25 (4+4,25);
  14. Courier (5,75+2) e Agassi (6+1,75), 7,75.

Come si può vedere, alcuni valori sono però piuttosto diversi (Borg e Djokovic appaiati, Lendl superato da Vilas e Federer, e via dicendo), e questo ci porta al dato riguardante la media:

  1. Borg, 1,197;
  2. Courier, 1,107;
  3. Nadal, 1,097;
  4. Kuerten, 0,979;
  5. Lendl, 0,947;
  6. Muster, 0,864;
  7. Bruguera, 0,841
  8. A. Medvedev, 0,821;
  9. Wilander, 0,763;
  10. Ferrero, 0,75;
  11. Nastase, 0,658
  12. A. Gomez, Panatta e Gerulaitis, 0,656;
  13. Federer e Connors, 0,653;

Il vertice è molto più appiattito in questo caso, con Rafa addirittura al terzo posto e superato non solo da Borg ma anche da uno che ha vinto tanto di meno come Courier, mentre fanno capolino anche gente che non ha mai vinto Slam sul rosso (Andrei Medvedev e Vitas Gerulaitis) con punteggi più alti rispetto a quelli di Federer o di Nole – il serbo è addirittura fuori dai primi 15.

Per tirare le somme di due classifiche molto diverse fra loro, si può guardare al piano cartesiano seguente (media in ascissa, totale in ordinata). Come anticipato, al punteggio totale viene attribuito un valore superiore, e infatti qui possiamo vedere il rapporto fra i due valori per i giocatori con un punteggio di almeno 5,75, in totale 26 (sembrano due numeri scelti a caso, ma era il massimo di giocatori che potesse essere inserito senza rendere il piano cartesiano del tutto inintelligibile):

Va sottolineato che il valore medio per i giocatori con un valore maggiore o uguale a 3 è di 8,53 punti (7,625 se escludiamo Nadal) e 0,644 di media.

Altra digressione (messa in questo punto perché altrimenti si sarebbe arrivati alle cifre fra un paio di secoli). Al di là dell’attualità del tema data dall’avvicinarsi di Parigi, la terra si presta particolarmente a questo tipo di analisi in quanto superficie estremamente circoscritta da un punto di vista cronotopico e tecnico, ma allo stesso tempo varia in termini di allori: la stagione dei quattro grandi tornei su terra, infatti, si consuma sostanzialmente in tre Paesi (Francia, dato che il Country Club monegasco si trova tecnicamente in terra gallica, e Italia, più la Spagna che ha sostituito la Germania) nel giro di meno di due mesi (scappatella lisergica nord-americana di cui sopra a parte), proponendo condizioni climatiche spesso molto simili al netto dell’eccezione dell’alta quota di Madrid che favorisce un gioco più aggressivo.

Inoltre, i tre Masters 1000 su terra usano tutti palline Dunlop, quindi con le medesime caratteristiche – il Roland Garros ha usato Dunlop fino al 2010, passando poi a Babolat e, da quest’anno, a Wilson. Non solo il picco della stagione su terra è condensato, ma la superficie stessa propone (oggi magari di meno, per via del passaggio a palline Type 1 del 2002 che ha velocizzato il gioco avvicinandolo a quello delle altre e favorendo attaccanti che necessitano di un attimo in più per sbracciare, epigoni di Kuerten come Wawrinka o Thiem) un modo di intendere il tennis peculiare, fondato su accorgimenti tattici specifici e su una preparazione fisica talmente avanzata che Gianni Clerici ha ribattezzato il suo torneo principale “il Giro di Francia del tennis”.

Anche la stagione su erba si compie in una bolla (termine di moda) temporale e geografica, ma ha un solo grande evento, Wimbledon – come noto, tanti giocatori di alto livello, inclusi Nadal e Djokovic, tendenzialmente non fanno una preparazione sull’erba, anche se il serbo ha lievemente invertito la tendenza negli ultimi anni nei momenti in cui aveva bisogno di punti e partite, giocando a Eastbourne nel 2017 e al Queen’s nel 2018.

Di contro, il cemento si gioca ovunque, tutto l’anno, su superfici anche molto diverse fra loro, e con palline che vanno da Dunlop a Wilson a Head Penn, ed è quindi difficile: a) creare una classifica unitaria, e b) creare una classifica interessante, visto che la frequenza dei tornei sul duro (si può quasi dire che sia la superficie attraverso la cui frequenza e medietà definiamo le caratteristiche peculiari delle altre) fa sì che sia lì che quasi tutti i migliori portano a casa la maggior parte dei propri punti – la classifica dei migliori sul cemento si chiama ATP Ranking.

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Nakashima: “Devo migliorare sui cinque set, Sinner ne aveva più di me allo US Open” [ESCLUSIVA]

Intervistato da Steve Flink, il vincitore delle Next Gen Finals Brandon Nakashima parla del percorso nel torneo milanese, “Più corti sono i set più c’è divertimento”, gli insegnamenti di Pat Cash, “Andare a rete il più possibile”, e dei suoi big match in stagione

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Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)
Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)

Nel 2022 ha vinto nella natia San Diego il suo primo e finora unico titolo ATP, ma ha alzato anche il trofeo Next Gen a Milano. Classe 2001, anche in questa stagione Brandon Nakashima ha continuato il percorso di miglioramento in quel termometro che è il ranking di fine anno. Se nell’agosto del 2021 aveva fatto l’ingresso in top 100, quest’anno ha sfondato il muro successivo e lo ritroviamo così al numero 47, dopo un picco al 43° posto.

Intervistato da Steve Flink per Ubitennis.net, Brandon ha cominciato la conversazione rispondendo alle domande sull’esperienza milanese, soprattutto per quanto riguarda la gestione del formato particolare e delle regole differenti. “Con i set brevi, subisci un break e in pratica vai al set successivo. Toglie dall’equazione l’elemento del cercare di rientrare quando sei in svantaggio perché è estremamente difficile farlo. Personalmente preferisco il solito sistema di punteggio, ma è una buona idea provarlo per le Next Gen Finals. Più corti sono i set, più divertimento c’è per i fan”.

Naturalmente, ha approfittato del vantaggio di aver già giocato con queste regole l’anno prima, quando aveva raggiunto le semifinali, sconfitto da Korda. “Mi ero un po’ abituato al formato, ma ero comunque nervoso prima dell’esordio di quest’anno. Sapevo di avere l’opportunità di fare bene e avevo delle aspettative alte”.

 

E, in effetti, proprio il suo primo match è stato quello più impegnativo, con Matteo Arnaldi unico a costringerlo al quinto set sulle ali dell’entusiasmo del pubblico amico. “Un incontro che mi ha aiutato per quelli successivi in termini di mentalità e approccio ai punti decisivi”.

Lo ha certo aiutato nella vertiginosa semifinale contro Jack Draper, del quale dice: “Ha un buon gioco a tutto campo per diventare un top player. Sono certo che questa non sarà stata l’ultima volta che ci gioco. Ci spingeremo l’un l’altro a migliorare nei prossimi anni”.

La parte più difficile della finale è stata giocare di nuovo contro Lehecka, giù battuto nel girone. “Sapevo che il primo match non significava granché a quel punto. Lui cercava la rivincita e sarebbe partito forte, quindi dovevo superare la tempesta. Un paio di punti nei tie-break hanno fatto la differenza. Alla fine, questo torneo sarà un trampolino”.

Abbiamo detto del primo titolo, che era uno degli obiettivi stagionali per Nakashima. “Sapevo di aver il gioco per riuscirci, mancava solo l’occasione giusta. Vincere nella mia città natale con famiglia e amici a tifare è stato speciale, non lo dimenticherò mai”.

Brandon aveva già avuto modo di dire che il suo idolo era Roger Federer, nonostante il suo gioco assomigli più a quello di Djokovic. Tenere i piedi sempre vicini alla linea di fondo sembra quasi un dogma per lui, tanto che nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi, se in determinate situazioni si prendesse un po’ più di tempo e spazio. 188 cm di altezza, inappuntabile dal punto di vista atletico e muscolare, è sedicesimo nella classifica dei migliori battitori dell’anno compilata dall’ATP. Non è bastato per superare colui che in quella classifica è secondo, Nick Kyrgios, trascinato comunque al quinto agli ottavi in Church Road per il miglior risultato Slam del californiano. “Ho avuto l’opportunità di giocare contro alcuni dei più forti e ho tirato fuori il mio tennis migliore. Mi ha dato tanta fiducia. È stato fantastico giocare sul Centrale di Wimbledon oppure sull’Armstrong allo US Open nonostante abbia perso. La vittoria su Dimitrov a New York è stata uno dei migliori momenti della mia stagione”.

Brandon si sofferma poi sull’esperienza con Pat Cash, terminata alla fine del 2020. “Andare a rete il più possibile è una delle tante cose che ho imparato da lui. Poi ho provato diversi coach e ora ho Eduardo [Infantino] e Franco [Davin]. Collaborano e comunicano molto ed entrambi aggiungono valore al mio tennis”.

B-Nak, questo il suo soprannome, è uno dei nove statunitensi in top 50. “Il tennis Usa è messo bene, quindi per me è grandioso essere a questo punto, ma voglio continuare a migliorare. Gli obiettivi per il prossimo anno sono l’ingresso tra i primi 25 o 30 e andare avanti in tutti gli Slam. Ho 21 anni, quindi sto ancora costruendo la mia forma e diventando più forte e veloce. Una delle chiavi sarà migliorare la resistenza nei tre su cinque. Sento che allo US Open Sinner ne aveva assolutamente più di me negli scambi tirati. Ci sto lavorando, so che differenza può fare”.

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Luca Vanni entra nello staff del Piatti Tennis Center: sarà maestro

L’ex n.100 ATP trasmetterà i suoi valori e conoscenze ai giovani del centro di Riccardo Piatti a Bordighera

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Luca Vanni - ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

La legge non scritta che nel tennis si possa arrivare in alto solo se si esplode in età abbastanza giovane, e che i treni passano poche volte, è stata ribaltata, forse non così frequentemente, ma non mancano gli esempi. E in tal senso, per quanto riguarda i colori italiani, Luca Vanni è uno dei maestri. Il 37enne ex n.100 al mondo, ritiratosi nel 2021, ha iniziato a emergere a certi livelli solo verso i 30 anni (best ranking raggiunto proprio a quell’età), mostrando come abnegazione e sacrificio spesso possano ribaltare storie apparentemente già scritte. E così, memore della sua carriera, dopo un anno in cui ha seguito Andrea Pellegrino, si è lanciato in una nuova, entusiasmante avventura: sarà maestro al Piatti Tennis Center di Bordighera. La notizia è stata annunciata con grande entusiasmo dal direttore sportivo Andrea Volpini: “Il nostro obiettivo era di alzare ulteriormente il livello dei maestri, inserendo nel team un coach che avesse grande conoscenza del gioco sulla base di esperienze vissute sulla propria pelle. Ho pensato a Luca: ottima persona e professionista affidabile, con un’enorme passione per il tennis e altrettanta conoscenza di questo sport“.

E lo stesso Vanni, che vanta anche una finale ATP (San Paolo 2015, persa al tie-break del terzo contro Pablo Cuevas), è apparso ben felice di mettere a disposizione dei giovani, dei ragazzi che sognano di emergere in questo sport, la sua esperienza e competenza. “A Bordighera“, spiega Luca, “ho trovato un ambiente davvero stimolante, nel quale si lavora sodo e c’è grande spirito di squadra. Qui i maestri insegnano, ma allo stesso tempo imparano. Trascorrendo ore e ore in campo, a grande intensità, si cresce costantemente. Nella mia prima settimana di impegno ho toccato con mano il funzionamento di un centro come questo, iniziando a capire quali sono i punti cardine del metodo Piatti“. Dunque una collaborazione che promette grandi soddisfazioni, sia per il Piatti Tennis Center, che potrà vantare un ex top 100 tra i propri maestri, sia per Luca Vanni, che avrà l’occasione di trasmettere il suo vissuto e provare a fare da allenatore anche di più di quanto fatto nell’ottima carriera da giocatore.

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ATP

Casper Ruud: reincarnazione tennistica di David Ferrer, esponente del pragmatismo

Due stili di gioco polivalenti e molto simili, uniti da uno score (per ora) quasi sempre uguale nelle finali contro i migliori. Riuscirà il norvegese a fare meglio dello spagnolo già dal 2023?

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Casper Ruud e David Ferrer

La più grande sfortuna di David Ferrer – così come di tanti altri potenziali fuoriclasse della sua generazione – è senza dubbio stata quella di nascere nell’epoca tennistica sbagliata. Diventato professionista nel 2000, lo spagnolo si è trovato a fronteggiare molto spesso mostri sacri come Rafa Nadal, il giocatore che ha affrontato di più in carriera, con un record negativo di 6-26 tra vittorie e sconfitte. Anche contro gli altri due big3 il bilancio non è stato positivo, né con Novak Djokovic (5-16) né Roger Federer (0-17), contro il quale non è mai riuscito a vincere.

Oltre ai tre fuoriclasse di cui sopra, il classe 1982 iberico ha molto spesso incrociato la racchetta con altri fenomeni della sua generazione. Da Andy Murray (6-14) a Robin Soderling (4-10), da Juan Martin Del Potro (6-7) a Stan Wawrinka (7-7), fino ai confronti plurivincenti con David Nalbandian (9-5) e Andy Roddick (7-4), sono davvero innumerevoli gli scontri diretti con tennisti estremamente competitivi.

Non solo contro di loro però, perché non si gioca sempre e soltanto contro i migliori. Una delle grandi certezze che David Ferrer ha sempre avuto nel corso della sua carriera era che, contro chi era meno forte di lui, non perdeva quasi mai. E in uno sport come il tennis ciò non è assolutamente scontato. Le ragioni, oltre ovviamente ad una maggior qualità e solidità tennistica, erano molteplici. Ferru era uno di quei giocatori che, quando chiamato a vincere, vinceva. Difficilmente sbagliava. La sua forza mentale, quella di un giocatore abituato sempre a gettare il cuore oltre l’ostacolo e a non dare mai un punto per perso anche durante una giornata storta, è sempre stato un suo tratto distintivo.

 

Uno dei tanti esempi che si possono liberamente scegliere a favore di questa tesi è un’incredibile battaglia contro Nadal alle ATP Finals 2015. Entrambi erano già sicuri del proprio destino – Rafa era già qualificato come primo del girone, David già eliminato – eppure non si sono mai tirati indietro in un match che, a conti fatti, era inutile. Per dovere di cronaca lo vinse 6-7(2) 6-3 6-4 l’attuale n°2 del ranking, ma ciò che rimase impresso di quella partita fu appunto un indomito spirito combattivo dei protagonisti, due che hanno sempre e comunque rifiutato la sconfitta nel corso delle loro carriere.

Eccezion fatta per l’ultimo periodo della carriera, quando il fisico ha iniziato a presentare il (salato) conto, Ferrer è sempre stato uno stacanovista. Basti pensare che, nel corso delle ultime dieci stagioni, nessun tennista ha disputato più partite di lui in un singolo anno: furono 91 nel 2012 (76-15). Se oggi c’è un giocatore che tanto si avvicina ai valori a lungo mostrati dentro e fuori dal campo dallo spagnolo – incarnandoli alla perfezione – quello di certo è Casper Ruud. I tratti comuni a questi due giocatori sono davvero molteplici: proviamo a snocciolarli insieme.

Il primo tratto somigliante è certamente lo stile di gioco solidissimo. Tanto l’iberico quanto il norvegese sono sempre stati maestri di regolarità, con una spiccata predilezione per gli scambi lunghi e una manovra ordinata e avvolgente, più alla ricerca dell’errore dell’avversario che al vincente immediato e/o spettacolare. Difficile ricordare più di un tweener di Ferrer o un rovescio vincente in salto di Ruud, proprio perché sono colpi che a loro non appartengono. Con buona pace dello spettacolo, gli aspetti primari da preferire sono sempre stati concretezza e pragmatismo. E i risultati hanno sempre dato loro ragione.

Un simile tipo di gioco, va da sé, si adatta meglio alla terra rossa, non a caso superficie più cara ad entrambi. Tanto Ferrer quanto Ruud, ad esempio, hanno raggiunto la prima finale a livello ATP, il primo titolo in carriera e la prima finale Slam proprio sul mattone tritato. Nel caso dell’iberico parliamo di Bucarest (2002, prima finale e titolo) e del Roland Garros 2013, mentre per lo scandinavo si tratta di Houston (prima finale, 2019), Buenos Aires (primo titolo, 2020) e ovviamente il Roland Garros di quest’anno.

Ciononostante, nessuno dei due ha fatto fatica ad adattarsi anche al cemento in tempi brevi (con il classe 1982 capace anche poi di vincere, più tardi, il Masters1000 di Parigi Bercy nel 2012). Nel 2007 lo spagnolo ha trionfato ad Auckland e a Tokyo, raggiungendo anche la finale alle ATP Finals di fine anno alla prima apparizione assoluta. Un discorso molto simile si può fare anche per Ruud, capace di imporsi lo scorso anno a San Diego – unico torneo vinto sul cemento dei nove conquistati finora – e di compiere un vero e proprio exploit in questa stagione, approdando in finale a Miami, allo US Open e alle Finals.

In queste occasioni il norvegese si è fermato soltanto di fronte ad Alcaraz (due volte) e Djokovic. Prendendo in considerazione anche la finale (stra)persa al Roland Garros contro Nadal, risulta evidente come tre indizi facciano una prova. Esattamente come molto spesso accadeva a Ferrer, anche Ruud ha finora mostrato diverse difficoltà a battere i fuoriclasse. Contro i tre giocatori più forti della sua epoca (e non solo della sua), Ferru non è mai riuscito ad imporsi in finale. Addirittura, contro Alcaraz, Nadal e Djokovic, il 23enne norvegese non ha mai vinto un match nei nove confronti diretti totali.

Lungi dall’essere feroci critiche, le constatazioni di cui sopra evidenziano in maniera lampante una forbice forse nemmeno troppo netta tra Ferrer e i big3, ma spiegano bene la differenza tra il perché quei tre abbiano vinto 63 Major e il buon Ferru nessuno. Questo non vale soltanto per lui – beninteso – ma anche per qualunque altro “umano” paragonato ad uno dei tre dei del tennis. È inevitabile che il confronto non regga. Ciononostante, in una coinvolgente intervista concessa ad Ubitennis ad inizio anno, l’iberico si è detto entusiasta di aver potuto giocare nella stessa epoca di Roger, Rafa e Nole, anche se inevitabilmente la scena è stata catalizzata sempre o quasi da loro.

Se Casper Ruud seguirà le sue orme anche sotto questo aspetto non è dato saperlo, anche perché la giovane età del numero 3 del ranking – che a settembre era ad un solo match dal n°1 – unita ad una carta d’identità sempre più pesante per gli ultimi due moschettieri rimasti, prospetta una carriera certamente diversa da quella dello spagnolo. Differente, quantomeno, nella (im)possibilità di incontrare i big3 in fondo ai tornei più importanti. Situazione che Ferrer, al contrario, non ha mai potuto evitare.

Nella stessa intervista di cui sopra, il 40enne spagnolo ha voluto giustamente sottolineare come l’esser riuscito a raggiungere il n°3 ATP in quell’epoca fosse un enorme motivo d’orgoglio. Oggi – aggiungo io – per quanto incredibile rimanga il traguardo della la top3 per un giocatore, in termini di difficoltà e costanza di rendimento lo sforzo che sarebbe stato richiesto fino a 4/5 anni fa sarà inevitabilmente un pochino meno estremo. Ma non per questo varrà di meno.

Nel tennis, come nella vita, non si può far altro che guardare avanti. Anche le leggende prima o poi passano e fanno il loro corso, perché l’unica cosa che alla fine resta è l’essenza pura e vera di questo sport meraviglioso. Un’essenza che alcuni tennisti incarnano, fanno propria e lasciano evaporare solamente a fine carriera, consapevoli di aver dato tutto ciò che si poteva dare. David Ferrer è un uomo, prima ancora che un tennista, che perfettamente rientra in questa descrizione: lo ha fatto per tutta la sua carriera.

Al termine di una stagione simile, tuttavia, sembra que questa essenza si sia nuovamente reincarnata in Casper Ruud. Che di Ferrer ha quasi tutto, tranne la possibilità di affrontare 70 volte i tre tennisti più forti di sempre. Ma non è detto che, per lui, questa sia necessariamente una cattiva notizia.

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