Vasek Pospisil, perché era il momento giusto per formare la PTPA

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Vasek Pospisil, perché era il momento giusto per formare la PTPA

Il canadese, artefice della PTPA assieme a Novak Djokovic, ha concesso una lunga intervista a Tennis Majors per parlare della creazione della nuova associazione, dell’imminente coinvolgimento femminile, e di come vorrebbe convincere Roger Federer e Rafael Nadal

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Vasek Pospisil - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Qui il link all’articolo originale. L’intervista è stata rilasciata prima dell’inizio della stagione sulla terra battuta


Vasek Pospisil e il numero 1 mondiale Djokovic sono le menti dietro alla formazione della PTPA, che è stata lanciata, fra lo stupore generale, alla vigilia dello US Open. Pospisil, che ha raggiunto il quarto turno a Flushing Meadows, racconta il processo di formazione della nuova unione, come potrebbe funzionare, cosa potrebbe fare, e quali sono le sue speranze per il futuro.

Quali sono state le ragioni principali per la creazione della PTPA?
La ragione principale è semplicemente un problema che sussiste da 30 anni, ovvero che non siamo rappresentati come vorremmo. Non siamo una voce unificata, non possiamo influire sulle decisioni che determinano i nostri mezzi di sussistenza. Il problema è la struttura dell’ATP. È qualcosa che i giocatori volevano e di cui avevano bisogno da oltre 30 anni. Altri sport ce l’hanno, il tennis no. Mi sono detto, OK, facciamolo. L’anno scorso, quando ho creato un movimento con Norton Rose, a cui si sono poi aggiunti Novak e delle giocatrici, avevamo più di 70 delle prime 100 donne e quasi 80 uomini; quello era un approccio leggermente diverso, puntavamo a rinegoziare il prize money del Grande Slam e la redistribuzione degli introiti, incanalando qualsiasi successo avessimo ottenuto nei Challenger. La fase due avrebbe sempre cercato di creare un’associazione di giocatori, quello era sempre il piano, che avremmo cercato di strutturare internamente dopo quello Slam [Wimbledon 2019, ndr]. Questa volta siamo andati direttamente a cercare di organizzare i giocatori. Non è un movimento bellicoso in questo momento.

 

Quindi è sulla struttura unica dell’ATP – tre rappresentanti dei tornei, tre rappresentanti dei giocatori – che non puoi apportare modifiche?Assolutamente. Il più grande malinteso è che questo gruppo sarebbe dannoso per lo sport e per la visione che l’ATP sta cercando di realizzare, il che non potrebbe essere più lontano dalla verità. Personalmente mi piacciono molto Massimo (Calvelli, l’amministratore delegato) e Andrea (Gaudenzi, il presidente), penso che siano davvero bravi ragazzi, uomini di principio, competenti, intelligenti. Di sicuro, alcune cose avrebbero potuto essere gestite in modo diverso negli ultimi tempi, ma questa è una pandemia, non li abbiamo mai davvero incolpati per ciò che è successo negli ultimi cinque mesi, ad essere onesti.

Non ha niente a che fare con la gestione in questo momento. Stiamo solo cercando di organizzarci, tra i giocatori, il che sarebbe necessario in qualunque momento. Anche se avessero realizzato la loro visione, i giocatori avrebbero comunque bisogno di un qualche tipo di rappresentanza per essere ascoltati un po’ di più. Ma in questo momento ci stiamo organizzando dall’interno e daremo loro tutto il tempo del mondo per attuare la loro visione. Quindi quell’argomentazione è completamente irrilevante e non fattuale, e non dovrebbe essere usata come ragione per cui non dovremmo fare l’associazione. Quindi daremo loro tutto il tempo, perché ci piace la visione, diremo solo, OK, perché non iniziamo a cercare di organizzarci, così, se non dovessero avere successo, almeno avremmo fatto progressi per i giocatori.

Quando dici rappresentanza, parli di rappresentanza legale, per difendersi da cose che non vi piacciono?
Sì. Sto parlando di essere trattati come partner commerciali. In questo momento non è così. Dovremmo essere in grado di sederci al tavolo con giocatori e tornei e lasciare quella discussione in cui entrambe le parti si sono sentite come se avessero ottenuto dei compromessi e tutti sono felici. È così che dovrebbe essere fatto, perché ovviamente portiamo un enorme valore ai tornei. Loro gestiscono lo spettacolo, noi siamo lo spettacolo. Non è un sindacato, ma essere unificati è ciò che alla fine ci permette di avere discussioni d’affari come partner e non solo come gente a cui dire, OK, ecco qua ragazzi, prendete semplicemente quello che facciamo, queste sono le nostre decisioni, che vi piacciano o no. Questa è la cosa principale. Quello che vogliamo è costruire un vero team professionale di imprenditori, così da poter avere accesso ai numeri, ai dati finanziari di questi eventi, che non abbiamo. In questo momento non lo sappiamo nemmeno veramente, siamo all’oscuro in termini di finanze. E ci sono altri problemi: il calendario, le pensioni, le assicurazioni, tutte cose in cui il tennis è inferiore ad altri sport. Quindi ci sono un sacco di cose che devono essere riviste e discusse. Ecco perché siamo dove siamo oggi e perché è nata la PTPA.

A Wimbledon, l’anno scorso, hai detto che l’ATP ti avrebbe dato accesso ai libri contabili dei tornei. Cos’è successo?
Sì, all’epoca dicevano che gli eventi Masters 1000 avevano accettato, ma alla fine non lo fecero.

Quante persone si sono iscritte alla PTPA? Novak ha detto in stampa che erano circa 150.
Non sapevo che avesse già detto il numero, OK, buono a sapersi. Stiamo puntando i 200 e avremo un aumento significativo del supporto non appena coinvolgeremo delle donne.

PTPA, la foto di primi aderenti

Sì, nell’annuncio sembrava che le donne fossero state trascurate.
Non le abbiamo trascurate. Sembrava decisamente così. Penso che sia chiaro, sulla base del movimento che abbiamo fatto lo scorso anno, che consideriamo la parte delle donne alla pari e apprezziamo il valore che portano, perché lo abbiamo fatto con loro. Abbiamo lo stesso studio legale, gli stessi leader, io e Novak, non c’è motivo per cui dovremmo cambiare improvvisamente idea in 12 mesi su quanto sia importante il tennis femminile o su quanto peso dovrebbe avere al tavolo delle trattative. Fondamentalmente, è successo tutto così velocemente, nel senso che era già tutto pronto, ma in termini di contattare i giocatori e dire, OK, ora creeremo effettivamente questa cosa e otterremo le firme, è successo abbastanza rapidamente, ho lavorato tutto il giorno per ottenere numeri di telefono fra i membri ATP, e contemporaneamente stavo parlando con Sloane Stephens, stavo dicendo che stiamo facendo questo, coinvolgeremo anche voi subito dopo.

Guardando indietro, in retrospettiva, mi sarebbe piaciuto avere un paio di giorni in più per prepararmi perché penso che quella foto sarebbe stata molto diversa. Sfortunatamente, la realtà è che era un buon momento per andare avanti perché tutti erano presenti prima del torneo, allo US Open. Una volta che i giocatori iniziano a giocare a un evento, diventa impossibile fare qualcosa del genere. I giocatori iniziano a perdere, volano a casa. Vorrei che avessimo avuto forse 48 ore in più, ma sono abbastanza sicuro che entro sette giorni sentirai una storia molto diversa.

L’ATP ha detto che non può esserci una coesistenza con la PTPA. Hanno ragione?
Non vedo davvero perché non dovremmo poter convivere. In un certo senso, la PTPA sostituisce semplicemente il Players Council e i nostri rappresentanti nel Board. Penso che l’unica cosa che fa davvero sia organizzare i giocatori in un modo che non avevamo e fornire una protezione legale, perché in questo momento non siamo tutelati all’interno dell’ATP. Il Tour può svolgersi come sta andando adesso, ma all’interno dell’ATP non abbiamo alcuna protezione, mentre con la nostra associazione l’avremo. Forse qualcosa dovrà essere ristrutturato sulla carta, ma la funzionalità effettiva del Tour non dovrebbe cambiare in alcun modo, in termini di calendario. Penso che solo i negoziati sarebbero molto diversi. Ma in termini di impatto effettivo sul Tour, non vedo alcun motivo per cui sarebbe così, a meno che avessimo in programma di creare un nostro Tour con altri investitori (le regole ATP ci impediscono di partecipare ad eventi sotto l’egida di altre associazioni), ma questa è una discussione diversa.

Non è affatto nostra intenzione in questo momento. Ma ovviamente non sono nemmeno ingenuo, se vai avanti velocemente di sei, 12 mesi, 24 mesi, all’improvviso le cose potrebbero sembrare molto diverse. E se lo fanno, significa semplicemente che l’ATP non ha fatto un buon lavoro, perché se abbiamo migliori opportunità di quelle che ci stanno offrendo, allora saremmo pazzi a non prenderle. Non stiamo cercando di farlo e di interromperlo. Cosa succederà e quale sarà il risultato secondario deve ancora essere visto, ma nel breve termine, le due associazioni possono assolutamente coesistere. Per questo il nostro approccio non è combattivo – il loro lo è decisamente di più – ma forse la vedono in questo modo e quindi pensano che non sarebbe possibile.

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Montecarlo 2021, LIVE: i match di venerdì 16 aprile. Davidovich Fokina si ritira, Tsitsipas in semi

La diretta dei quarti di finale dell’ATP Masters 1000 di Montecarlo. Fognini-Ruud terzo match di giornata. A seguire Nadal contro Rublev

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Stefanos Tsitsipas - Montecarlo 2021 (via Twitter, @ROLEXMCMASTERS)

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13:35 – Evans tiene il break fino al 5-4 e servizio, ma al momento di concretizzare cade sotto i colpi di un Goffin finalmente più convinto. 5-5, set ancora in bilico

 

13:04 – Buona partenza di Evans, che va avanti di un break e conduce 3-1

12:45 – Sono scesi in campo Evans e Goffin, un po’ prima del previsto visto il ritiro di Davidovich Fokina dopo un set.

12:11 – Con un servizio da sotto sul set point, Davidovich Fokina si consegna al suo avversario che chiude col rovescio vincente in risposta. Subito dopo, il giocatore spagnolo decide di ritirarsi. Stefanos Tsitsipas accede in semifinale, con pochissima fatica nelle gambe

12:07 – Le condizioni fisiche di Davidovich-Fokina sembrano in leggero miglioramento, tiene un bel turno di servizio. Tsitsipas non si distrae nel successivo e va 6-5

11:57 – Ad auto-break risponde auto-break: lo spagnolo, adesso visibilmente limitato nei movimenti, regala praticamente il game a zero. 4-4

11:53 – Tsitsipas si esibisce… in un auto-break! Davidovich Fokina gioca una gran palla corta e poi si limita a tenere la palla in campo, al resto pensa il greco che prende anche un warning per un’imprecazione. Fokina, invece, al cambio campo prende un antidolorifico e un altro breve trattamento alla coscia

11:48 – Il fisioterapista ha eseguito il trattamento, una pomata e un massaggio alla coscia sinistra. Davidovich Fokina scuote la testa: proverà a tornare in campo, ma sembra ugualmente vicino al ritiro

11:44 – Dopo aver venuto un turno di servizio con più fatica dei precedenti, Davidovich Fokina chiede l’intervento del fisioterapista. Il problema sembra alla coscia sinistra. Tsitsipas, nel frattempo, si mette a provare qualche servizio

11:40 – Partita molto divertente. Lo spagnolo attacca di più, proposito e vicino alla riga; Tsitsipas è costretto a difendersi, ma la sua palla ha più peso e può provare il vincente anche quando è lontano dal campo. Per ora siamo 3-3

11:00 – Giornata di quarti di finale al Rolex Montecarlo Masters. Si parte con la sfida tra Tsitsipas e Davidovich Fokina, poi Evans-Goffin

COSA È SUCCESSO NEL DAY 5

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Classifica ATP e non solo. Quale tennista italiano ha la più grande fan base?

Questa particolare classifica social vi stupirà. O forse no. Così come la prepotente ascesa di Jannik Sinner

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È insita nel concetto stesso di sport. Non riusciremmo a immaginare nessuna attività agonistica sportiva che possa prescindere da una graduatoria. Si compete anche per quello; per far sì che il proprio valore sul campo possa essere estrinsecato in qualcosa che dia un senso alle fatiche e un gusto ancora più particolare alle vittorie, permettendo di superare il confine puramente edonistico del labile piacere della vittoria, per concretizzarsi in qualcosa di concreto.

“In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro”; questo mantra cinematografico motivazionale, libera citazione di “Any Given Sunday” (Regia Oliver Stone, 1999), raffigura pienamente lo sforzo che ogni agonista compie per primeggiare, quello sforzo che sta dietro ad ogni piccolo passo in avanti. Basta concettualmente sostituire centimetri con una posizione in classifica e il gioco (più o meno al massacro, fate voi) è fatto.

Concretizzando il tutto e riportandola nel concetto più caro ai lettori di Ubitennis, mai come in questo periodo storico, la classifica ATP sorride ai colori azzurri. Sono infatti ben dieci i giocatori italiani a rappresentare il tennis nostrano nelle prime 100 posizioni, quattro addirittura tra i primi 30, segno tangibile dello stato di forma della racchetta maschile italiana. Il capofila nel ranking è Matteo Berrettini (numero 10) seguito da Fabio Fognini (18). Appena più dietro, Jannik Sinner (22) seguito da Lorenzo Sonego (28), poi più distaccato Stefano Travaglia (67). A completare il quadro dei ’10 cavalieri azzurri’ sono Lorenzo Musetti (84), Salvatore Caruso (89), Marco Cecchinato (92), Andreas Seppi (96) e Gianluca Mager (97): pas mal, direbbero gli amici transalpini considerando anche solo l’età media dei singoli giocatori.

Tutto molto bello fin qui. Ma ci siamo chiesti, qual è l’appeal di questi giocatori nei confronti del pubblico? Se prendessimo gli stessi dieci e stilassimo una classifica in base a quella che è la fan base di ognuno di loro, cosa otterremo? Chi, tra questi, è il tennista con più follower? Ci ha aiutato a rispondere la ricerca in tal senso portata avanti dalla IQUII Sport, società che si occupa di trasformazione digitale a supporto di atleti e team per misurare il dato di fan engagement. Il risultato che ne viene fuori è abbastanza sorprendente e ve la mostriamo:

Grafica IQUII Sport

Il leader indiscusso di questa classifica è Fabio Fognini che, sommando i follower di Instagram e Twitter, supera abbondamene i 675.000 fan. Ben distanziato al secondo posto (ma crediamo con ottimi margini di miglioramento) troviamo Jannik Sinner con “soli” 363.000 fan (340.000 dei quali su Instagram, dove un anno fa erano appena un terzo). Completa questo particolare podio Matteo Berrettini che somma quasi 239.000 follower. Chiude questa speciale classifica Gianluca Mager che può contare una fan base stimata in circa settemila unità.

“Il successo che sta avendo Sinner e la performance di sabato 10 aprile di Sonego che vola in finale all’ATP 250 di Cagliari, sono tutti segnali che il movimento del tennis italiano è in salute, forse come non lo è mai stato dagli anni ’70-’80 e questo si riflette nei numeri che ritroviamo nel ranking social da noi sviluppato”. Queste sono le parole di Fabio Lalli, Chief Business & Innovation Officer di IQUII, raggiunto telefonicamente per un commento a questa particolare classifica. La nuova generazione ha una forte prospettiva di coinvolgimento digitale attraverso le piattaforme come Twitter o Instagram e questo è un grande volano per il tennis in Italia e per le opportunità di sponsorizzazione legate ai giovani atleti emergenti, soprattutto in prospettiva delle Nitto ATP Finals di Torino del prossimo novembre”.

È indubbio quindi che l’attenzione al tema sia giustamente massima, perché è inevitabile che il tennista di oggi debba essere ancora più attento che in passato alla propria immagine e che il focus sulla propria reputazione sui social media sia da considerare come elemento imprescindibile. In tal senso si inserisce anche l’operazione compiuta dallo staff di Jannik Sinner di dotarsi di un logo. Sebbene Jannik abbia specificato da Montecarlo che il logo ha la funzione di supportare una iniziativa benefica di recente ideazione, resta il segno concreto dell’attenzione che l’atleta, il tennista e l’uomo devono riservare a dei canali di comunicazione diretta che rappresentano il tornaconto della propria attività, fuori e dentro il campo. Parafrasando nuovamente “Any Given Sunday” e con un minimo di licenza più o meno poetica potremmo dire: “È il marketing ragazzi, è tutto qui”.

Articolo a cura di Carlo Galati

 

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Editoriali del Direttore

Su Jannik Sinner e gli altri azzurri a Montecarlo la penso così

8 k.o. su 9, ma quali sorprese? Molte analisi e qualche diagnosi. Cecchinato sottovalutato dall’opinione pubblica. Berrettini e Sonego diversi trend. Per Sinner pretese assurde

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Jannik Sinner - ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Solo il vecchio guerriero Fabio Fognini è in ottavi a Montecarlo, ma non è una sorpresa anche se gli azzurri al via e in tabellone di questo Masters 1000 erano nove (record). La tentazione di inserire qui un link all’articolo di presentazione al torneo nel giorno del sorteggio è irresistibile. Però quanto è successo, con quattro azzurri sconfitti contro avversari molto meglio classificati merita forse un’analisi e magari pure una diagnosi. Più facile la prima che la seconda.

Si è detto tanto volte che le classifiche, soprattutto con quelle “congelate” di questi tempi, lasciano spesso il tempo che trovano. Ma non proprio sempre quando il divario, sia di classifica sia di esperienza, è tanto alto. Fra Djokovic e Sinner 21 posti, da n.1 a n.22. Fra Goffin e Cecchinato 77 posti da n.15 a n.92. Fra Zverev e Sonego 22 posti da n.6 a n.28. Fra Rublev e Caruso 81 posti da n.89 a n.8. Insomma, tanta roba. E guarda caso l’unico a vincere Fognini su Thompson, 45 posti da n.18 a n.63. Avevano perso secondo classifica anche Musetti 84 con Karatsev 29, Fabbiano 171 con Hurkacz 16, Travaglia 67 con Carreno Busta 12. Quindi, a ben guardare, il solo ad aver perso contro un avversario peggio classificato è stato Matteo Berrettini, n.10 “congelato” con Davidovich Fokina n.58 in chiara ascesa.

Ai lettori di Ubitennis è inutile ricordare l’infortunio australiano di Matteo, lo stop di oltre due mesi, la diversa fatica che normalmente fa un giocatore d’un metro e 96 a ritrovare la miglior condizione psicofisica. Appena ha cominciato a giocare ha subito il break e non è mai stata la risposta la prerogativa tecnica che ha fatto le fortune del tennista romano. Che gli sia riuscito fare un break è già tanto. Ma se lui perde tre volte il servizio in due set, la maggior parte delle volte la campana suona a morto. Il trend sembra in discesa, ma certo quando sei n.10 e hai tanti cagnacci che ti vogliono mordere i polpacci è più facile scendere che salire.

 

Della sconfitta patita da Caruso con Rublev non c’è molto da analizzare. La differenza tecnica è troppo netta al momento. E non vedo come possa attenuarsi in prospettiva, perché il russo è pure più giovane di cinque anni. Vero che noi italiani siamo abituati a venire fuori alla distanza, ma è semmai Rublev che dovrebbe avere margini di progressi. Gli manca, ad oggi, un po’ di varietà e fantasia in più. Gioca bene, ma sempre uguale. Troppo prevedibile per fare quel salto di qualità che corrisponde ad un’affermazione in uno Slam.

Cecchinato si è detto contento di aver giocato alla pari con Goffin, a dispetto del 64 60: “Nel secondo set non ho mollato come parrebbe suggerire il punteggio, perché avremmo potuto essere 3 pari, non 6-0!”. Resta il fatto che credevo che Goffin fosse un po’ in calo e invece corre invece ancora come una spia. Ha ripreso come se nulla fosse – grazie anche all’indiscutibile intuito – anche alcune micidiali smorzate, specialità della casa Cecchinato. Certo a ripensare a quel “miracoloso” Roland Garros 2018 in cui Cecchinato battè proprio Goffin, sembra trascorso un secolo e non a favore del più giovane siciliano emigrato alla corte di Max Sartori. Ha vinto qualche partita però, dopo le delusioni australiane, e allora pian piano ritroverà la fiducia che gli serve. Tutti ricordano – è scontato – l’exploit parigino.

Però sul conto di Cecchinato e delle sue qualità mi sono accorto che serpeggia ovunque una certa sfiducia. Invece sarebbe giusto anche ricordare che uno che vince Budapest e Umago 2018, Buenos Aires 2019, fa finale a Cagliari al Forte Village 2020 e si comporta più che dignitosamente a Roma e al Roland Garros (dopo aver centrato in passato anche semifinali a Doha e Monaco 2019) scarso non è. Magari quel suo best ranking n.16 non lo centrerà mai più per il fatto che il suo miglior tennis sembra troppo circoscritto alla terra battuta e la stagione sul “rosso” è diventata troppo corta rispetto a un tempo, però che sotto la guida di una persona seria come Sartori Marco possa riguadagnare una cinquantina di posti secondo me è possibilissimo. Non è che i 40 che gli stanno davanti siano tutti fenomeni.

Per quanto concerne Sonego la testa è buona, il fisico anche, il coach è quanto di più serio e preparato ci sia in giro, i progressi per salire qualche posizione ancora ci sono. Magari non troppe. Ma i trentenni e over 30 che gli stanno davanti – augurando lunga vita agonistica a tutti – non sono pochi: a cominciare dai 3 Fab Four Djokovic, Nadal e Federer, per proseguire con Bautista Agut, Monfils, Goffin, Dimitrov, Fognini, Raonic, Wawrinka. Solo questi sono in dieci. Per carità, gli arriveranno tre, quattro o cinque che oggi gli stanno dietro (Musetti? Alcaraz? Karatsev?), però fategli fare qualche progresso che sicuramente farà e Lorenzo fra i primi 20 ci può arrivare, così come a suo tempo ci sono arrivati giocatori come Furlan, Gaudenzi, Seppi, Gaudenzi i quali avevano soprattutto nella testa, nella serietà, nella determinazione più che nelle caratteristiche tecniche la loro forza. Quindi il suo trend mi pare in ascesa, magari lenta, diesel, ma progressiva.

Lorenzo Sonego – ATP Cagliari 2021 (via Twitter, @atptour)

Arrivo al tennista cui sono dedicate le maggiori attenzioni, le profezie più lusinghiere: Jannik Sinner. La sua partita con Djokovic ha deluso chi stravedeva per lui, ma non chi conosce Djokovic e chi ha avuto modo di vedere quelle che sono ancora le carenze tecniche di Jannik. Carenze che Riccardo Piatti e lui conoscono benissimo, per fortuna.

Potrei partire dal post-match Djokovic-Sinner che, però, non dice in realtà niente che già non si sapesse o intuisse. Parla Djokovic e dice (come ampiamente titolato e riportato): “Sinner rappresenta il futuro del tennis, ma è già anche il presente”. Sinner, incassa il complimento, ma dice quel che pensa (lui e tutti…): “La strada è ancora lunga”. Farei qui una chiosa. Delle “investiture” (più o meno di cortesia) degli altri giocatori mi fido pochissimo. Ne ho sentite tante su tanti “prospect” che poi non si sono mai affermati. Da gran presuntuoso quale sono direi che mi fido più di me stesso. Perché su quei nomi che ho citato sopra non ricordo di avere avuto dubbi. Chissà, magari mi sono dimenticato invece quelli sui quali credevo di più. Ad ogni modo penso che la strada di Jannik sia più lunga di quanto pensi chi si illude anche se le premesse per un bel futuro ci sono tutte. Ho visto tanti dei migliori giocatori del mondo a 17-18-19-20 anni, come mi è capitato con Nadal, Federer, Djokovic e prima di loro, con Borg, McEnroe, Lendl, Noah, Wilander, Becker, Edberg, Chang. Non meno forte nelle giornate buone, Panatta. Forse un po’ d’occhio in tutti questi anni me lo sono fatto.

Sono proprio i limiti, ancora notevoli, di Sinner a farmi credere in lui. Moltissimi dei giocatori che ho citato sopra servivano proprio maluccio all’inizio della carriera. Penso in particolare a Borg, Lendl, Wilander, Djokovic, Chang: tutti hanno fatto progressi enormi qualche anno dopo i loro primi exploit. A Jannik oggi manca la capacità di scendere a rete quando si è aperto il campo. Se trova uno che gli rilancia – e come glieli rilancia Djokovic! – quattro missili, al quinto tentativo sbaglia, inevitabilmente.

Borg sapeva a malapena volleare ai suoi debutti, e batteva maluccio. Si preoccupava di mettere più del 90% di prime, in molte occasioni, come quando giocò la finale di Parigi contro il paraguaiano Victor Pecci al quale voleva impedire gli attacchi sulla sua “seconda”. Lendl tirava forte, ma soprattutto di dritto. Il rovescio lo migliorò tantissimo tre o quattro anni dopo i primi successi. Mentre Wilander non tirava mai così forte. Semmai, soprattutto di rovescio, anticipava tantissimo. Non c’erano tanti giocatori capaci di giocare il lungolinea come lui. E anche i lob passanti. Però Wilander imparò ad andare a prendersi i punti a rete nell’88, nella finale dell’US Open in cui rovesciò contro Lendl l’esito della finale dell’anno precedente, sei anni dopo aver vinto il primo di tre Roland Garros. E dopo aver vinto un doppio a Wimbledon, lui che a rete all’inizio carriera non ci andava mai e fu perfino fischiato per i suoi asfissianti palleggi nella finale parigina con Vilas dell’82.

E Chang che si fece allungare la racchetta di qualche centimetro per migliorare l’efficacia del servizio, e cominciò a fare 7 o 8 ace a partita, sia pur sacrificando qualcosa nel controllo? E il rovescio di Sampras? Quando lo vidi perdere a Parigi da Chang, in una partita che credo di aver commentato insieme a Rino Tommasi, mi fece un’impressione per nulla positiva. Vero, peraltro, che Pete è stato un grandissimo giocatore dappertutto fuorché sulla terra rossa; uno che è stato n.1 di fine stagione per sei anni di fila, a Parigi ha raggiunto una sola semifinale. Come Cecchinato, mi verrebbe voglia di dire.

Ma perché il rovescio di Federer, di Nadal, a 20 anni era efficace come quello che i due hanno fatto vedere dopo i 30 anni? Peter Lundgren, uno dei primi coach di Federer, mi disse una mattina all’aeroporto di Melbourne: “Roger a rete è ancora un pesce fuor d’acqua, anzi ci si muove come se fosse circondato dai pescicani!”.

Ora smetto di attraversare i miei amarcord che non interessano nessuno, ma suscitano tanti ricordi in me, e dico che Jannik poteva giocare già ieri certamente meglio contro Nole ma si è scontrato contro una muraglia che credeva di conoscere per averla vista in TV, ed essercisi allenato un paio di volte (con anche il set di esibizione ad Adelaide), ma in realtà non conosceva. Un conto è vedere uno che risponde benissimo ed è considerato il miglior ribattitore della sua epoca, un altro – pur dopo essersi allenato con lui e con Nadal – è ritrovarsi la palla che ti torna addosso in pancia, oppure già negli angoli, quando non hai ancora finito di riprenderti dall’esecuzione del servizio.

Fare il punto negli scambi da fondocampo a Djokovic è roba vera, non si può pretendere che ci riesca anche un pur promettentissimo giovanotto che sta lavorando duro da vero professionista. In qualche modo, eppure, ho avuto l’impressione che Novak lo temesse, ne fosse preoccupato. Forse era preoccupato del suo esordio sulla terra dopo due mesi di stop, fatto sta che l’urlo che ha cacciato quando ha vinto il primo set la dicono lunga.

Novak Djokovic – ATP Montecarlo 2021 (via Twitter, @atptour)

Oggi come oggi Jannik gioca il suo tennis basandosi su due colpi, in particolare il rovescio. E qualche gran dritto, incrociati come lungolinea, se la palla non gli arriva troppo bassa. Ma il servizio è da migliorare, come percentuale di prime, come angoli, come potenza, come velocità, come lancio di palla. La volée è da migliorare, sia come posizione sia come tocco. La smorzata è da migliorare. Il lob è da migliorare. Lo smash, al volo come al rimbalzo, è da migliorare. La tenuta fisica è da migliorare (questo lo ha ammesso anche lui stesso, che negli scambi lunghi fa fatica). L’approccio alla partita è da migliorare. La strategia di gioco, che a volte può essere anche semplicemente pazienza, oppure scelta del momento per spingere o per tenere, la capacità di pensare a un attacco in controtempo, a un serve& volley al momento giusto, al fattore sorpreso, è da migliorare. Oggi si può spendere per lui ancora l’ossimoro caro a Rino Tommasi: “un regolarista falloso”. Ma va aggiunto un bel… per ora!

Con tutti questi limiti – di cui per fortuna Jannik e il suo team sono perfettamente consapevoli (il guaio sarebbe se non lo fossero) e quindi sono certo che non si offenderanno se li ho elencati impietosamente – Jannik è a ridosso dei top 10. Considerando validi soltanto i punti ATP da metà agosto – quando si è interrotta la pausa COVID – a oggi Jannik sarebbe lì lì.

Quelli accennati sono limiti soltanto per chi viene considerato capace di migliorarli tutti, con il tempo e la pazienza che invoca Riccardo Piatti, perché per uno che ha le sue caratteristiche – solidità, maturità, potenza, serietà, determinazione, convinzione nei propri mezzi, formidabile timing sulla palla con entrambi i fondamentali, naturalezza e fluidità straordinarie (che i pur bravi Thiem, Tsitsipas, Zverev a mio avviso non hanno altrettanto sviluppato su tutti e due i lati…) per un ragazzo di 19 anni – è giusto, anzi sacrosanto, porsi obiettivi ambiziosi di crescita, di progresso.

Ripeto: anche contro Djokovic – che si è potuto allenare sulla terra rossa e proprio su quei campi da più di una settimana – Jannik ha mostrato personalità. Ha giocato decisamente male un paio di game, quello finale del primo set su tutti, il settimo game del secondo set quando poteva recuperare sul 2-4 il break, e si sa che nel tennis un paio di game, a volte un paio di punti, bastano a farti perdere una partita. Ma negli scambi ha retto molto meglio di tanti altri giocatori di nome contro il n.1 del mondo. Se avesse avuto uno un tantino più debole, e per tale intendo un Bautista Agut n.11 già battuto due volte, un Carreno Busta n.12, un Goffin n.15 – per non scomodare paragoni con un top-ten – l’esito secondo me sarebbe stato diverso. La verità è che da lui si pretende troppo e troppo presto. Pretese oggi assurde.

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