Gilles Simon: "Un errore considerare Federer l'ABC del tennis. Per me non esiste un tennis brutto"

Interviste

Gilles Simon: “Un errore considerare Federer l’ABC del tennis. Per me non esiste un tennis brutto”

Il francese intervistato da L’Equipe. “In Francia Federer è il tennis supremo ma così ci tarpiamo le ali. Spero che tutti i Fab 3 pareggino a 20 Slam. Anche un difensore può essere vincente. Coppa Davis? Devi piacere al capitano. Mai avuta la fiducia di Forget”

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Gilles Simon fuori dagli schemi. L’ex n. 6 del mondo (oggi attuale 63 ATP) dimostra, ancora una volta, una franchezza e una perspicacia fuori dal comune nell’analizzare (e spesso criticare) il modus operandi “alla francese”, dalla formazione dei giovani tennisti, alla gestione dei giocatori in Coppa Davis e la selezione della squadra, fino alla pressione imposta ai giocatori perché diventino campioni e vincano Slam.

Il 35enne di Nizza ne parla a L’Equipe, in una lunga intervista per commentare e spiegare alcuni passi del suo libro uscito alcune settimane fa, Ce sport qui rend fou (Questo sport che rende pazzi), del quale pubblicheremo su Ubitennis una recensione completa. Con l’equilibrio e la calma che lo contraddistinguono, Simon affronta temi scottanti come il suo rapporto con gli ex capitani di Coppa Davis o come smettere di essere schiavi del “bel gioco alla Federer”.

Sono diverse le perle di saggezza che Gillou snocciola nell’intervista al celebre quotidiano francese. Si può essere d’accordo o meno con lui, ma vale comunque la pena ascoltarlo, se non altro per il coraggio di spingere sempre oltre la riflessione nel tentativo di capire perché le cose a volte funzionano e a volte no. E perché è necessario avere il coraggio di cambiare idea e direzione. Consigli preziosi per i giovani che intendono avvicinarsi al tennis e tentare una carriera agonistica, da un tennista estremamente acuto, che ha basato la sua carriera sull’intelligenza di gioco, la strategia, le geometrie e il sapersi, lui per primo, mettere in discussione.

 

Il primo consiglio tra tutti? Uscire dagli schemi sui quali, da sempre, si basa il sistema francese: “Nonostante l’assenza di risultati, la parola d’ordine è non cambiare nulla. Il nostro progetto di formazione è sconnesso dalla realtà del campo” afferma Gilles. “I nostri giovani vengono allenati tutti allo stesso modo. Certo, c’è una struttura, ma non ti spinge a distinguerti, a farti trovare la tua propria identità di giocatore, con il tuo stile o le tue ambizioni. Sappiamo che Novak Djokovic si è ispirato solo a Novak Djokovic. Non gli è stato detto: “Ti ispirerai a Tizio o a Caio”. Rafael Nadal, era prevedibile che con tutta la sua famiglia concentrata su di lui, avrebbe giocato come nessun altro. Alla fine, il nostro sistema vorrebbe imporsi su tutti gli altri. Ciò funziona quando l’obiettivo è far entrare il maggior numero di giovani nella top 100. Ma coloro che volessero puntare alla top 10 o andare avanti negli Slam, dovrebbero contare sul loro talento e la loro forza mentale, cioè su loro stessi“.

Ma lo stesso Simon è il prodotto della formazione alla francese, con un bilancio negli Slam che non va oltre i quarti di finale...

Nessuno potrà mai dire che non abbia voluto vincere uno Slam o i grossi tornei. Soddisfatto dei miei risultati? Sì, perché non avrei potuto fare di più. Con il mio stile di gioco, spendevo troppe energie nei primi turni, questo era il mio vero difetto. Mentalmente non avevo abbastanza convinzione, il mio secondo grande limite. […]. Il tennista francese cresce con l’idea che un vincitore slam non debba “tremare”. Ai bambini, quando cominciano a giocare e si fanno prendere dalla paura e perdono, viene detto: “Non ci riuscirai mai”. Io direi loro: “Accetta la tua paura, parliamone, cerchiamo di capirne la causa, poi cercheremo di forgiare le tue armi per crescere in campo“.

Gilles Simon – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Secondo Simon, tutti hanno paura, anche ai livelli più alti, perfino Federer…

In Federer forse si vede meno che negli altri. Ma perché Djokovic fa yoga? E Rafa, il fatto che si colpisca sempre la coscia urlando “vamos” significa che ha il killer instinct? Mi spiace, ma conosco vincitori Slam che non hanno la stessa “rabbia”. Alcuni giorni fa ho parlato con Marin Cilic che mi ha detto: ‘essere competitivo, non fa per me’. Vi ricordo che Marin ha vinto lo US Open (2014) e ha disputato altre due finali major (Wimbledon 2017 e Australian Open 2018) e ci ha battuto spesso in Coppa Davis. Perché non sarebbe un esempio da seguire?”

Secondo Gilles, il mantra del tennis francese sarebbe seguire il modello Federer…

“Non dico esattamente questo. Dico che in Francia si punta da sempre su un tennis offensivo e si associa il tennis d’attacco a uno stato d’animo. Si dice ai giovani che devono aggredire, andare avanti, fare serve&volley… quando il serve&volley è praticamente scomparso […]. Ai ragazzi viene insegnato che o fai come Federer o niente. Io dico: smettetela con questi discorsi, smettetela di esaltare un attaccante supremo su cui dovrebbero forgiarsi tutti. Ci sono tanti altri modi di esprimersi e di vincere. E poi, per me, non esiste un tennis brutto“.

Con questa idea di considerare Roger Federer l’ABC del tennis, ci chiudiamo delle porte. Perché non considerare che un difensore vincente possa fare bene al tennis? Djokovic è un conquistatore, Nadal è un conquistatore. Non vedo l’ora che tutti e tre i grandi siano alla pari con 20 Slam, così una volta sorpassato Roger, forse la smetteranno di dire: “Il tennis supremo è Federer”.

E poi la Coppa Davis. In un capitolo del libro, Gilles parla di “Ricatto di bandiera” (Chantage au drapeau).

La Coppa Davis fa parte della nostra cultura. La si vuole giocare ad ogni costo. Per questo, bisogna piacere al capo. Nel mio caso, il mio capo, il mio capitano, è stato a lungo Guy Forget. Ma a forza di sentirlo dire che Tizio giocava sempre meglio di me sull’una o un’altra superficie, mi persuadevo che tutti gli altri fossero migliori di me, anche i giocatori al di fuori della top 30. Così tornavo a casa totalmente depresso. Arnaud Clément ha creduto che potessi essere solo il quinto uomo della squadra. Poi, Yannick, si lasciava guidare dal suo feeling, mentre io cercavo di avere un approccio razionale in gara. Con Clément, – che pensava io avessi un problema con la Coppa Davis – sono riuscito a conquistare la sua fiducia alla fine del suo mandato. Per quanto riguarda Guy Forget, non ho mai avuto la sua fiducia e non l’ho mai conquistata. Con Yannick non ho mai perso una partita quando era capitano ma il suo fare istintivo mi destabilizzava. In Coppa Davis, avevo la sensazione che ad ogni allenamento ci fosse la mia vita “in gioco”. Per alcuni funziona. Nel mio caso, ciò non fa che provocare stress”.

E a Gilles Simon, in futuro, piacerebbe essere capitano di Davis?

“Mi piacerebbe moltissimo perché per me sarebbe l’occasione di fare diversamente. Fino ad ora, l’idea comune dei capitani era quella di appoggiarsi a un leader – Jo Tsonga la maggior parte delle volte, a cui capitava perfino di giocare infortunato . Potevi essere più forte o battere il leader in allenamento, non avevi nessuna possibilità di essere il n. 1 della squadra. Se fossi capitano, terrei conto piuttosto degli avversari che di questa gerachia predefinita. E mi appoggerei esclusivamente ai giocatori di singolare. In Francia si ha l’idea che bisogna per forza vincere il doppio. Ma il doppio è un punto su cinque, eppure, per i miei capitani, era quasi sempre il punto più importante del tie. La loro spiegazione: ” Abbiamo sempre fatto così, perché dovremmo cambiare?“.  

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

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Focus

Altre due chiacchiere con Yoxoi: dai tennisti che brontolano al Bublik scanzonato

Seconda parte dell’intervista con i soci fondatori di Yoxoi, azienda italiana che produce abbigliamento sportivo. “Il tennista si limita a brontolare se il prodotto non è perfetto!” (articolo sponsorizzato)

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Spazio sponsorizzato da Yoxoi


Seconda parte dell’intervista fatta a Diego Mandarà e Giacomo Ruzza, soci fondatori di Yoxoi, l’azienda che sta portando una rivoluzione tecnologica nel mondo dell’abbigliamento dedicato al tennis. Nella prima parte ci siamo soffermati sul prodotto e sulla filosofia che ispira Yoxoi; nella seconda affronteremo temi più direttamente legati al mondo dei tennisti professionisti.


In formula uno il pilota dà un contributo essenziale alla messa a punto della macchina. Succede anche nel tennis?
GR/DM: Assolutamente no. Nel tennis il giocatore si limita a brontolare se il prodotto che gli fornisci non è perfetto! Diciamo, per essere buoni, che possono aiutare nell’evidenziare possibili difetti…

 

Quanto pesano i testimonial alla voce “investimenti” per una società come la vostra?
DM
: I primissimi giocatori del mondo sono fuori portata per aziende delle nostre dimensioni. Un atleta tra la ventesima e la cinquantesima posizione invece lo è e rappresenta una voce di costo importante. Un conto è poi sponsorizzare un ventenne numero 50 del mondo e un conto un trentenne: il primo costa di più. I contratti di sponsorizzazione prevedono poi dei meccanismi di adeguamento del cachet direttamente proporzionali alle performance dell’atleta.

GR: Contano anche la nazionalità dell’atleta sponsorizzato e la classifica che occupa. Un tennista in grado di prendere parte di diritto ai tornei dello Slam ed a maggior ragione ai 500 ed ai 1000 costa incomparabilmente di più rispetto a un tennista la cui classifica non glielo consente.

Dura la vita per chi è sotto la posizione numero 130…
GR
: È così, o, se vuoi leggerla in positivo, dolce per chi rientra tra i primi 130 giocatori del mondo e dolcissima tra i primi 60-70. Per chi è fuori da queste fasce oggettivamente al giorno d’oggi è difficile mantenersi giocando a tennis.

I vostri testimonial attualmente sono Tennys Sandgren e Alexander Bublik. A regime quanti vi piacerebbe averne?
DM
: Una volta sviluppato un buon volume di affari crediamo che per le nostre esigenze quattro potrebbero essere sufficienti. Potessimo sceglierne uno tra i giovani ci piacerebbe avere Frances Tiafoe o Ugo Humbert. Per l’anticonformismo che un po’ contraddistingue il nostro marchio anche Benoit Paire non ci dispiacerebbe, ma siamo consci dei rischi che si corrono con un testimonial come lui! Sarebbe infine bellissimo vestire un italiano. Ci proveremo.

GR: A me piacerebbe anche per una volta vedere Rafa Nadal e Stefano Tsitsipas indossare una nostra maglietta. Se funziona con loro…

Quando nacque il rapporto con Alexander Bublik?
DM
: Noi abbiamo puntato su questo giocatore quando era ancora giovanissimo e al di sotto di quella fatidica soglia di classifica di cui parlavamo poco fa. Ci eravamo innamorati di lui e del suo stile vedendolo giocare il primo turno a Wimbledon nel 2017 contro Murray: originale e creativo. Ci sembrava rappresentare perfettamente lo spirito Yoxoi. Lo abbiamo aspettato dopo che un infortunio lo aveva fatto precipitare oltre la duecentesima posizione (nel 2018, NdA) e adesso la nostra pazienza è stata ricompensata. Crediamo abbia le carte in regola per arrivare molto più in alto di quanto già non sia ora.

Fuori dal campo che tipo è?
GR
: È come lo si vede in campo: simpatico, scanzonato, spontaneo e con la battuta pronta. Un ragazzo brillante e molto disponibile.

Prima avete accennato all’importanza della nazionalità dei potenziali testimonial. Yoxoi su quali mercati sta puntando in questo momento e attraverso quali canali di distribuzione.
DM
: Per ora siamo concentrati soprattutto sull’Italia e il canale di distribuzione è rappresentato dai negozi specializzati, attualmente una settantina. Una volta ben consolidati in Italia punteremo all’estero e quindi anche alla vendita on line.

Oltre all’abbigliamento per il tennis avete in mente di produrne anche per altri sport?
GR: Tennis, paddle e squash. Stop. Non vogliamo defocalizzarci. È questo che ci differenzia dai marchi sportivi più celebri. Per queste società l’intero segmento “abbigliamento sportivo” rappresenta spesso una percentuale piccola del loro fatturato globale e quello per il tennis è decisamente marginale; sono impegnate a sfornare collezioni su collezioni ogni anno, rincorrendo e creando mode volte soprattutto a spingere le vendite dei loro prodotti “leisure”, meno le collezioni “sport”. Non ha quindi per loro molto senso fare importanti investimenti nel campo della ricerca e dello sviluppo del prodotto “tennis match”. Per noi è esattamente l’opposto, dal momento che dagli sport con racchetta ricaviamo il 100% del nostro fatturato.

DM: Yoxoi vuole portare cultura tecnologica in questo ambito; fare sì che chi pratica questi sport dia l’importanza che merita a ciò che indossa sul campo da gioco. Il successo della nostra impresa passa da qui.

Ed è con questo messaggio che si è conclusa la nostra intervista. Noi aggiungiamo un sincero in bocca al lupo.

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Il segreto di Nadal: “La verità è che non voglio perdere. Nel tennis non c’è autocompiacimento”

Nadal dopo il 12° titolo a Barcellona, il 61° sulla terra battuta: “Il momento perfetto per vincere il primo titolo della stagione. Ho margine per giocare meglio di così”

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Rafael Nadal - ATP Barcellona 2021 (courtesy of Barcelona Open Banc Sabadell)

Ci sono record che imbarazzano al solo citarli e poi ci sono quelli di Rafael Nadal sulla terra battuta, che creano imbarazzo già in fase di lettura. Con la vittoria in finale a Barcellona, dove Nadal fa 12 (seconda dozzina spuntata dopo Parigi, ci sono buone chance di riuscirci anche a Montecarlo – dove è fermo a quota 11 dal 2018), diventano 61 i titoli vinti su questa superficie. Per darvi un’idea, sommando tutti i titoli vinti sulla terra dagli altri nove giocatori attualmente in top 10, si arriva a quota 51. Per pareggiare invece il numero di partite vinte da Nadal sulla terra battuta nel circuito maggiore, 452, serve mettere assieme quelle di Djokovic e Federer.

Uno potrebbe chiedersi ma come fa, dove trova ancora la voglia. Lo ha spiegato lo stesso Rafa in una conferenza stampa virtuale trilingue, nella quale il maiorchino è passato dal castigliano al catalano – alle Baleari si parla appunto il balearico, che fa parte della famiglia dei dialetti catalani – prima di concludere in inglese. “La verità è che non voglio perdere. E mi piace vincere! Certo, mi piace anche solo competere, ma voglio farlo con la certezza di aver provato tutto, di aver giocato al mio miglior livello possibile. Se posso giocare al 60%, devo provarci e non devo accontentarmi del 40%. Certo è meglio poter giocare al 100%, ma non sempre è possibile. Si tratta di giocare al miglior livello che è possibile raggiungere in quel momento. Questa settimana sono riuscito a giocare sempre un po’ meglio della partita precedente. In finale è andata un po’ meglio della semifinale“.

Il suo livello è stato un po’ più alto di quello mostrato a Montecarlo, che non era stato sufficiente a battere un Rublev in grande spolvero. I punti percentuali di forma in più rispetto alla scorsa settimana sono stati cruciali per prevalere su uno Tsitsipas gagliardo, tanto gagliardo da arrampicarsi fino al match point fallito il quale il greco si è visto costretto a iscrivere per la seconda volta il suo nome nel club più nutrito del tennis: quelli che hanno provato a battere Nadal in una finale sul rosso e hanno fallito (sinora ce l’hanno fatta solo Federer, Djokovic, Murray e l’intruso Zeballos). “Stefanos gioca con molta passione, è giovane e ‘sente’ lo sport” ha commentato Rafa. “Ha talento e motivazioni per crescere, è normale che stia migliorando in tutti gli aspetti del gioco. È uno dei candidati per vincere tutti i tornei che gioca, al momento“. Anche perché è il numero uno della Race, aggiungeremmo noi.

 

Nadal sottolinea poi come questa vittoria, la prima del 2021, sia arrivata proprio al momento giusto. “Per la mia fiducia e per il valore del titolo in sé” specifica. “Barcellona è uno degli ATP 500 più importanti, un torneo con grande tradizione che ho giocato praticamente sempre in carriera. È il momento perfetto della stagione per vincere il primo titolo, questa settimana può aiutarmi per quello che sarà nelle prossime. Credo di avere ancora margine per giocare meglio di così, per alzare un po’ il livello“. La frase che tutti attendevano per compilare con il suo nome, come ogni anno da ormai più di una decade a questa parte, la prima casella nel listino dei favoriti per il Roland Garros.

Il passaggio dal due su tre al tre su cinque, che sarà effettivo dopo i tornei di Madrid e Roma, non sembra preoccupare chi sulla lunga distanza non ha perso praticamente mai (ricordiamo il suo record sulla terra best of five: 125-2). “Non sono stato in grado di giocare molte partite negli ultimi due mesi, ma partite come questa finale (durata tre ore e quaranta minuti, ndr) mi rendono più pronto ad affrontare altre battaglie. Mi sono sentito abbastanza bene in campo dal punto di vista fisico. Ho lavorato sodo per arrivare a giocare così. Certo, sono un po’ stanco, ma è normale; probabilmente anche Stefanos è un po’ stanco, nonostante sia più giovane di me. Dopo una partita di questo tipo, mi sento più pronto ad affrontare un match tre su cinque“.

La masterclass su come si continua a vincere a quasi 35 anni con la stessa voglia dei 20 continua in coda alla conferenza. “In questo sport non esiste autocompiacimento per i titoli già conquistati o per le finali del passato. A carriera finita, solo allora si può vivere del passato e di tutto quello che si è vinto. Vivo nel presente, la mia intenzione è essere pronto per quello che sarà nel futuro immediato“. Che ha il nome del Mutua Madrid Open, al via tra una settimana. “Sono contento di giocare di nuovo davanti al mio pubblico, forse è il torneo in cui ricevo il supporto più importante“. La Caja Magica sarà aperta al 40% della sua capienza. In questi tempi di porte chiuse, quasi un miraggio.

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Berrettini: “Mi sento un Top 10, non ho mai dubitato del mio livello”

L’azzurro commenta la vittoria di Belgrado: “Ho avuto più occasioni di Karatsev, direi che è stato il mio miglior tie-break di sempre!”

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Matteo Berrettini - ATP Belgrado 2021 (via Twitter, @atptour)

“Dopo una sconfitta torno sempre più forte”. Questo è stato il leit motif della conferenza stampa di Matteo Berrettini a seguito della vittoria di ieri contro Aslan Karatsev nella finale del torneo di Belgrado. Il tennista romano si è soffermato più volte sulle difficoltà di questi ultimi mesi e sul significato di questa vittoria: “Mi dà molta fiducia, non che l’avessi persa ma venivo da un infortunio patito in un momento in cui stavo giocando benissimo in Australia. Strapparsi l’addome non è un infortunio semplice quando poi devi andare a servire di nuovo. Comunque sono contento perché ho visto che non mi servono troppe settimane o troppi match per tornare ai miei migliori livelli“.

L’INFORTUNIO, MONTECARLO E LA RIVALSA

“Venivo da un periodo difficile, sia per l’infortunio che dal punto di vista mentale, perché una cosa è stare bene e l’altra è essere pronti al 100 percento a giocare il proprio miglior tennis”, ha detto. La sconfitta di Montecarlo [con Davidovich Fokina, ndr] è stata molto dolorosa, ma con il mio team ci siamo detti che è una cosa positiva, perché significa che ci tengo molto. Dal giorno successivo ho iniziato ad allenarmi molto duramente per essere nella miglior forma possibile, e questi sono i risultati”.

Tornando sulla sconfitta al secondo turno del Principato, ha continuato: “Sono stato triste per un paio di giorni, mi allenavo con fatica, e Vincenzo [Santopadre] è stato tosto perché non mi ha permesso di sottrarmi alle difficoltà; dal giorno successivo gli ho detto, ‘voglio giocare come se fossimo in partita’, perché ritenevo che a Montecarlo mi fosse mancata soprattutto quell’attenzione, in termini di gioco non mi ero sentito male. Il tennis è prima di tutto uno sport mentale, quindi se l’attenzione vacilla anche il gioco ne risente. Ho lavorato con il mio mental coach per capire cosa mi stesse dando più fastidio e ci abbiamo lavorato giorno dopo giorno, attraversando anche i giorni in cui volevo uscire dal campo perché non ce la facevo più, ma è così che si costruisce un giocatore”.

 

LA FINALE: IL LIVELLO DI KARATSEV E IL PRIMO TITOLO DAVANTI AI GENITORI

Dei suoi quattro titoli, questo è il terzo conquistato sulla terra battuta. Per qualcuno questa potrebbe essere una sorpresa se si considera il precipuo ruolo del servizio nel suo gioco, ma lui non la vede così: “Sono cresciuto sulla terra [la superficie, non il pianeta, quello sarebbe pleonastico, ndr], ce l’ho nel sangue e nelle vene, quindi non sono stupito di aver vinto il mio terzo torneo su questa superficie. La cosa importante è che mi sento a mio agio su tutte”.

Parlando dei match del weekend, i residui dubbi sulla consistenza di Aslan Karatsev ad altissimi livelli sono stati sciolti dalla sua vittoria di ieri contro il numero uno al mondo Novak Djokovic in oltre tre ore di grande tennis. Non è un mistero che per molti addetti ai lavori (forse quelli un po’ meno attenti) il russo sia stato la grande scoperta di inizio 2021, ma Berrettini, come molti colleghi, è sempre stato consapevole del suo valore: “Sono molto oggettivo, e ho riconosciuto che quello di ieri è stato un match pazzesco, anche perché loro due si incastrano bene. Lo rispettavo anche da prima del match con Djokovic, mi ero allenato con lui una volta, e so che gioca benissimo. Alla fine, però, lui meritava di essere in finale, ma lo meritavo anch’io. In una finale conta chi vuole vincere di più, non contano le classifiche, conta chi è più pronto, e oggi immagino di essere stato migliore di lui. Quando le mie armi funzionano tutti devono stare attenti, e anche se lui sabato ha giocato bene ero convinto di vincere“.

Dopo aver dominato il primo set, Berrettini si è trovato in lotta nel terzo, non riuscendo a sfruttare un break di vantaggio e un match point sul 6-5. Alla fine, però, ha sempre saputo di avere qualcosa in più: “Come ho detto al mio team, ho un cuore molto grande, so combattere e digerire situazioni complicate. Mi sono buttato nella mischia senza paura, ed è una cosa positiva, perché credo di essere un buon giocatore ma credo anche di essere ancora più forte come persona. Oggi ho avuto più chance di lui su cui non sono riuscito a capitalizzare, perché questo è il tennis, ma arrivato al tie-break sono riuscito a giocare il mio miglior tennis”.

La partita si è risolta con anti-climax, perché il N.10 ATP ha vinto tutti e sette i punti: “Nel tie-break mi sono solo detto che avrei cercato di fare del mio meglio fino all’ultimo punto. Sapevo di aver sprecato un match point, ma sapevo anche che l’unico modo di vincere era fare quello che ho fatto, sfruttando l’energia che era montata durante l’incontro. Servizio e dritto hanno funzionato bene, credo di essere stato bravo a riprendere come se nulla fosse dopo aver sprecato delle chance. Credo di aver giocato bene anche in difesa, sì, dai, possiamo dire che sia stato il mio miglior tie-break di sempre!Ha poi aggiunto: “Ricordo che una volta ho vinto 7-6 al terzo un torneo Under-16 in Germania una volta, ed è incredibile perché le sensazioni sono le stesse di allora”.

Belgrado 2021, infine, sarà sempre un titolo speciale per Matteo, perché l’ha conquistato davanti ai suoi genitori, cosa mai successa prima: “Mio padre era venuto a vedermi solo per una finale, a Monaco, quando ho giocato due match in un giorno, vincendo la semi ma perdendo la finale con Garin; mia madre invece non era mai venuta a vedermi giocare una finale. Allora mi sono detto, ‘questo è il momento giusto per vincere di fronte a loro’; credo che ci ricorderemo questa finale per sempre, mi sostengono da quando sono nato e sono sempre con me, anche se non fisicamente”.

IL SUO LIVELLO, IL CONFRONTO CON SINNER, E ROMA

In questi ultimi mesi, i riflettori del tennis italiano avevano un po’ abbandonato Berrettini, visti i suoi problemi fisici e soprattutto un’abbondanza di talento giovane a cui il movimento nazionale non era abituati (ben lungi); come ha sottolineato spesso anche Sonego, però, ai giocatori l’interesse mediatico tange relativamente: “Io mi sento un Top 10, non ho mai dubitato del mio livello, tutto ciò che ho fatto l’ho conquistato col sudore senza che mi venisse regalato tutto; comunque non è una rivincita di nessun tipo, è solo un modo per dire a me stesso che sono forte dentro, perché ci sono momenti difficili”.

Ora Jannik Sinner è il numero due italiano, mentre Lorenzo Musetti è il più giovane membro della Top 100, tutte cose che lo motivano: Tutte le volte che vedo Jannik e Lorenzo faccio loro i complimenti, non mi dà fastidio l’attenzione che ricevono. Anzi, con Jannik ci siamo allenati per tre giorni di fila a Montecarlo ed entrambi i nostri coach erano molto contenti di come abbiamo giocato; allenarmi con un ragazzo giovane che sta salendo in classifica è una cosa che mi stimola, quindi credo che lo faremo sempre più spesso”.

Per finire, Berrettini ha speso due parole anche sulla capitale serba: “Non sono riuscito a vedere Belgrado perché siamo in una bolla, ma i tifosi sono stati con me dall’inizio. Spero di poter tornare in condizioni normali”. La capitale che gli interessa di più è però sempre un’altra, e non è difficile immaginare quale: “Roma è una tappa speciale. Tutti i grandi tornei sono degli obiettivi, e uno Slam è uno Slam, chiaramente, ma anche vincere Roma andrebbe bene!

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