Hiroshima 75 anni dopo: la mattina che ha cambiato il mondo

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Hiroshima 75 anni dopo: la mattina che ha cambiato il mondo

Bill Simons di Inside Tennis ha condiviso con i lettori il ricordo della sua visita (avvenuta nel 2000) alla città giapponese su cui l’Enola Gay sganciò la prima delle due bombe atomiche, ribattezzata “Little Boy”, il 6 agosto del 1945. Non è un articolo tennistico, ma ci sembrava significativo al punto da doverlo riproporre in italiano

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Oggi vogliamo fare una piccola pausa dal tennis per presentarvi un articolo scritto da Bill Simons sul blog Inside Tennis, del quale vi abbiamo già proposto in passato altre traduzioni. Trovate qui il link all’articolo originale: l’argomento è piuttosto triste, purtroppo, ma ci è sembrato doveroso riproporre il ricordo di uno dei giorni più tragici del secolo scorso


Tre giorni dopo la fine dello US Open del 2000, mi chiamò la Yonex, nota azienda di racchette. Volevano che andassi in Giappone per intervistare Monica Seles ed essere il primo giornalista a visitare il loro stabilimento. Andando in Giappone, mi sentivo in dovere di visitare uno dei posti più importanti al mondo. In occasione del 75° anniversario dello sganciamento della bomba atomica (avvenuto il 6 agosto 1945, ndr), vorrei condividere ciò che ho potuto vedere durante la mia difficile visita ad Hiroshima. Questo è il mio ricordo.

Era una mattina come le altre – tepore estivo e cielo limpido – quando Kimoke Uedo alzò lo sguardo. Le sirene degli allarmi antiaereo erano suonate come sempre alle 7:31 del mattino, eppure qualcosa non andava. Ben presto sentì il suono di un bombardiere B-29 americano. Guardò il cielo mentre esplodeva in un terrore rosso e arancio. Un boato che vibrò nell’aria, feroce e spaventoso; un calore bruciante le strappò la pelle, corrodendole la carne.

 

Quel momento ha cambiato la sua vita e il destino del nostro mondo. La morte e la disperazione erano state sempre un punto fermo nella storia dell’uomo, ma mai prima del 6 agosto 1945 lo sterminio di massa era stato scatenato in così pochi secondi. Più di 200.000 persone sarebbero morte; innumerevoli bambini non ancora nati avrebbero subito danni permanenti; una città fu rasa al suolo, uno sciagurato conflitto terminò. E con tutto questo, alle 8:15 di una calda mattinata, la nostra innocenza andò perduta – per sempre.

Un patto faustiano era stato siglato: il genio di Einstein aveva portato all’orrore di Hiroshima e il demone atomico poteva danzare allegramente. Avevamo vinto la guerra – alleluia! Ma l’ombra dell’autodistruzione, allora e per sempre, ci avrebbe seguiti.

Così iniziò il dibattito: saggi, filosofi e soldati presero a porre domande scomode. Quali erano le opzioni del presidente Truman? Perché non sganciare la bomba su un bersaglio meno popolato? Le armi nucleari dovevano necessariamente suscitare un orrore inevitabile? A chi dare la colpa? E, peggio ancora, se in realtà non ci fosse stato nessuno da biasimare? Rimangono tuttora domande inquietanti.

Allo stesso modo, anche Hiroshima rimane. Ricostruita con vigore e coraggio, oggi è la classica città portuale straordinariamente ordinaria, tutta navi e negozi. Un adolescente annoiata legge l’oroscopo, e spopola Toys ”R” Us [catena americana di giocattoli, ndr]. D’altro canto, però, nulla è ordinario in questa città. Mentre il mio treno si avvicina, un tramonto arancione divampa, ma la bellezza è illusoria. Il pensiero va inevitabilmente al cielo 55 anni fa, altresì arancione ma per ragioni diverse. Passo la prima notte nel bar dell’albergo, dove un anonimo cantante intona melodie familiari. Ma qui il più classico degli “It’s a Wonderful World” stona parecchio.

Similmente, la distesa erbosa dove i due fiumi di Hiroshima si incontrano può sembrare un parco cittadino come tanti. Ragazze in berretti rossi inseguono i piccioni mentre gli adolescenti si allenano e i senzatetto sonnecchiano sulle panchine. Da un vicino stadio da baseball giunge l’incessante, invadente chiasso di tamburi e trombette. In questa stagione, l’amatissima squadra locale degli Hiroshima Carp sta stentando, trovandosi a 14 partite di distanza dalla vetta della Japanese Central League. Ciononostante, le casse dello stadio insistono con il loro “We will, we will, rock you!”. Gli scampoli di vita ordinaria finiscono grossomodo qui

L’Hiroshima Memorial Peace Park è un luogo senza tempo. Una rievocazione quasi sacra, apparentemente immortale, che mostra ciò che non deve essere dimenticato: l’impatto raccapricciante, quasi impensabile, delle armi atomiche. Allo stesso tempo, il parco incarna un sommesso, elegante e coraggioso richiamo alla pace; una sorta di Ground Zero per coloro che sperano di liberare il pianeta dagli armamenti nucleari.

Ed ecco che posso osservare i pellegrini della pace giunti sul luogo, in sella a vecchie e malmesse bici nere o scesi da splendenti bus turistici: scorgo una suora belga, una coppia di bruschi australiani, un’ingenua insegnante di Miami che tiene in mano degli origami di pace che i suoi studenti hanno accuratamente modellato. E, naturalmente, intere generazioni di giapponesi che arrivano in un solenne silenzio. Toccati dal cordoglio, entrano nel museo; volti tristi, lacrime che scorrono – “Com’è potuto accadere?” è la domanda inespressa.

Il museo descrive nel dettaglio l’orribile realtà. Hiroshima è stata a lungo una base strategica per un brutale impero espansionistico, una rampa di lancio per le campagne di morte del Giappone: dalla Siberia alla Birmania, dalla Manciuria alla Corea e al Guadalcanal. Estendendosi su una pianura circondata da montagne, Hiroshima non era stata bombardata durante la guerra. La città militare era un bersaglio perfetto.

E quando l’orrore colpì, l’oscurità scese. Il crepitio delle fiamme mise a tacere tutte le richieste di aiuto. Gli orologi si fermarono, gli aghi dei sarti furono piegati, le mattonelle spezzate, i vestiti a brandelli, le vite distrutte. In una fabbrica di latta un uomo venne schiacciato a morte da dei libri. Migliaia di persone fuggirono, intasando i fiumi. Per giorni, i bambini vagarono senza meta né scopo in un deserto atomico carbonizzato. Pochi andarono ad aiutare – quelli che lo fecero subirono l’esposizione alle radiazioni.

Al museo, un uomo di nome Bill Hayden, da Salem, Oregon, ha notato tristemente: Questo posto ti aiuta e vedere le cose sotto la giusta prospettiva. Ieri sono rimasto bloccato in treno per quattro ore in un tunnel buio a causa di un terremoto. Ho pensato che stesse andando tutto male; ora il mio punto di vista è sicuramente diverso”. Denise Chapman, un’insegnante di Beaverbrook, Ohio, ha parlato di vergogna. “Ero così imbarazzata. Volevo scusarmi con tutti i presenti. Ma come avrei potuto? Forse prima o poi troverò un modo per farlo”.

Fuori dal museo, molti suonano il campanello della pace, o posizionano origami su un monumento in onore di Sadako Sasaki, un’eroina paragonabile ad Anna Frank che piegò 640 gru di carta nella futile convinzione che l’avrebbero aiutata a guarire dalla leucemia che aveva contratto – la statua commemora tutti i bambini morti a causa dell’ordigno atomico.

In una sorta di trance, i visitatori arrivano ad una delle vedute più suggestive al mondo. Da una semplice tomba commemorativa a forma di tradizionale casa sepolcrale giapponese in argilla (sotto la quale sono presenti i resti di 70.000 vittime), l’occhio si focalizza sulla fiamma della pace che arderà fino a quando le armi nucleari non saranno bandite. Infine, oltre l’orizzonte, si scorge l’inquietante costruzione del vecchio edificio per la promozione industriale di Hiroshima. Un tempo considerata una delle strutture d’avanguardia della città, oggi è una cornice scheletrica e spettrale circondata da cumuli di macerie che evocano un orrore indicibile.

Un viaggio al Memorial Peace Park è rivelatorio, scoraggiante, estenuante. In qualche modo è anche un’epifania di rinascita – una testimonianza del potere della natura, delle profondità del male, e del nostro feroce istinto di sopravvivenza e rinnovamento. Toccato profondamente dall’esperienza, suono il campanello della pace e penso alla mia famiglia e alla grande famiglia che è l’umanità, e penso a Kimoke Uedo, che vide il fuoco nel cielo di una calda mattina d’estate.

Traduzione a cura di Marco Tidu

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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