Steve Flink e il declino del tennis USA: “Dobbiamo mettere la racchetta in mano ai migliori atleti"

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Steve Flink e il declino del tennis USA: “Dobbiamo mettere la racchetta in mano ai migliori atleti”

Il Direttore Scanagatta torna in un nuovo video per parlare della crisi del Paese che dominava il nostro sport fino a meno di vent’anni fa. Il tennis attira poco rispetto agli altri ‘big sport’: basket, football e baseball

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Prosegue la serie di pezzi di Ubitennis dedicata al tennis americano. Dopo il contributo di Mark Winters, questa volta è l’amico del sito e Hall of Famer Steve Flink a cercare di rispondere a diversi quesiti: perché non ci sono più giocatori americani in cima alle classifiche ATP? C’è luce in fondo al tunnel? Questo e altro nel video.  

00:00 – Ubaldo: “Il miglior giocatore americano, Isner, ha 35 anni ed è fuori dai top 20 del ranking e l’unica vera promessa sembra essere il diciannovenne Brandon Nakashima (per quanto Korda, ndr…). Questo potrebbe essere il punto più basso per il loro tennis maschile”. Steve: “I fatti sono chiari così come era chiaro da moltissimo tempo quale fosse la tendenza. Vorrei dire una cosa, però. Credo che ci siano un po’ più giocatori che potenzialmente potrebbero esplodere. Credo che Taylor Fritz abbia una possibilità, anche se ha deluso quest’anno”.

02:30 – Ubaldo: “Quando il ranking è stato introdotto, c’erano 23 giocatori americani nei primi 100, sei nella top 20 e tre nella top 10. Oggi abbiamo soltanto 9 statunitensi nei 100 e zero tra i primi 10 e 20. Quali sono le ragioni principali?”. Steve: “Credo che il vero punto di svolta in negativo per il tennis americano ci sia stato quando la generazione di Sampras, Agassi, Courier e Chang (con l’aggiunta anche di Martin e Washington) ha dominato gli anni 90. A loro sono succeduti Roddick e Blake, poi il nulla. Non so se sia stato il nostro sistema che è calato o i grandi miglioramenti fatti nelle altre nazioni. Ci sono atleti da tantissimi Paesi ora, lo sport è più popolare. Noi facciamo fatica a portare i nostri migliori atleti verso il tennis piuttosto che verso il basket, il football o il baseball, dove hanno maggiori chance di guadagno”.

06:10 – Ubaldo: Vorrei sapere se il denaro è il fattore principale per cui gli statunitensi provano prima altri sport, magari anche perché nel tennis soltanto i primi 100 guadagnano discretamente”. Steve: “Sì, i tennisti, se arrivano ad un certo livello, trovano degli sponsor e guadagnano fuori dal campo, ma un sacco di giocatori non hanno questa possibilità e devono arrangiarsi con i premi, mentre gli atleti di baseball, basket, football e hockey vengono contrattualizzati, spesso su basi pluriennali, dalle squadre. Questo certamente attrae di più molti dei nostri giovani”.

07:40 – Ubaldo: “In Europa lo sport principale è il calcio e almeno 6000, forse anche 8000 atleti europei giocano nei campionati principali e guadagnano più di 300.000 euro l’anno. C’è una grandissima differenza tra il riuscire ad essere uno di quei 6000 calciatori e uno dei primi 100 tennisti al mondo, il primo è certamente un cammino più facile. Penso che in America ci sia una situazione simile con i quattro sport principali. Ho l’impressione che l’USTA non abbia un buon sistema per aiutare i giocatori giovani ad emergere, altrimenti ci dovrebbe essere una base di giocatori di buon livello che invece non c’è. In Italia, ad esempio, le cose hanno cominciato a cambiare quando la FIT ha deciso di aiutare anche coloro che hanno allenatori privati. Mi chiedo se questo avvenga anche negli Stati Uniti o se la USTA privilegi soltanto i propri centri federali, senza aiutare i giovani che hanno percorsi differenti”.

12:16 – Steve: Da noi ci sono moltissimi centri di allenamento federali, il principale ad Orlando, e molti allenatori che seguono giocatori importanti. Ma non sono sicuro che il problema siano loro. Il programma di sviluppo per i giovani è stato creato nella seconda metà degli anni 80, quando Connors e McEnroe hanno iniziato a calare. Poi in pochi anni è uscito quel gruppo con Sampras, Agassi, Chang, ma questo aveva probabilmente poco a che fare con il programma federale, semplicemente loro erano ottimi giocatori. In parte questo è un fenomeno ciclico, arriverà un momento in cui noi avremo un buon gruppo di giocatori come quelli che avete ora in Italia. Sono rimasto sorpreso della piega che il nostro tennis ha preso dopo l’addio di Roddick e non so bene se sia a causa del nostro sistema, o semplicemente dovuto al miglioramento delle altre nazioni, dove il tennis ha una priorità più alta”.

 
Andy Roddick, Steve Flink e Kim Cljisters

14:00 – Ubaldo: “Tutti quei nomi che hai citato prima, Sampras, Agassi, Chang, sono tutti figli di immigrati, molto motivati. In Italia abbiamo avuto un gruppo di ottimi giocatori, Panatta, Barazzutti, Bertolucci, che provenivano da famiglie modeste e avevano forse maggiore motivazione rispetto ad altri più agiati. Questo conta. Oggigiorno negli USA e anche in Europa le famiglie benestanti non spingono i loro figli a dedicarsi sei ore al giorno ad un unico sport, preferiscono che pratichino tre o quattro attività diverse e quindi, se hai queste origini, è più difficile dare tutto te stesso per diventare un tennista”. Steve: “È un punto molto valido, quello della fame e del bisogno di avere successo, credo che abbia senz’altro un ruolo. Ma qui, con tutte le strutture di allenamento messe in piedi dalla USTA, ci si aspetterebbe di vedere emergere dei giocatori che possiedono quella dedizione, quell’ossessione di emergere. Ecco, forse è proprio l’ossessione di emergere che manca, ma non so il motivo”.

18:42 – Ubaldo: “Forse non ci sono abbastanza incentivi. In America più che altrove il denaro è molto importante. Mark Winters ritiene che i giovani americani non abbiano abbastanza fame, che quando dicono di stare lavorando molto, siano più parole che fatti. Sei d’accordo?” Steve: “Io rispetto molto Mark e suo ruolo nello sviluppo della generazione di cui abbiamo parlato prima, che continua oggi nell’Associazione della California del Sud. Non so se sono d’accordo, ma credo lui sappia quello che dice”.

20:40 – Ubaldo: “La politica spesso è importante nello studiare il sistema, gli incentivi e i metodi per aiutare i giovani. Perché oggi, a differenza di venti o trent’anni fa, se non sei un grande talento, riesci ad arrivare a vivere economicamente di tennis soltanto attorno ai 23-25 anni. Chang, Wilander e Becker, invece, sono diventati ricchi a da teenager. Se inizi a competere attorno ai 10-12 anni, prima di riuscire a guadagnare abbastanza per mantenere te stesso e il tuo team, devi lavorare e allenarti per una dozzina d’anni”.

22:35 – Steve: “C’è un altro fattore. Una volta a 30 anni un giocatore pensava di avere già dato. Oggi la generazione attuale sta dimostrando che le carriere possono durare molto di più nella parte finale. Federer sarà ancora della partita a 40 anni”. Ubaldo: “Vero, ma questo non aiuta la creazione di nuovi giocatori. Una volta che sei arrivato, rimani in vetta più a lungo e continui a guadagnare, ma il problema è che, se non sei economicamente indipendente e i tuoi genitori non sono ricchi, non ti puoi permettere di aspettare i 12 o 14 anni necessari per arrivare ad un buon livello”.

24:15 – Ubaldo: “Le federazioni nazionali dovrebbero trovare il modo di aiutare i giovani per questi 12-14 anni, finché costruiscono la propria carriera. Qui è dove è importante la politica. In Italia la situazione è molto critica per tutte le federazioni sportive, perché le persone nelle poltrone importanti vogliono rimanerci per sempre. Ed è sbagliato a mio parere. Ma è anche sbagliato ciò che accade nella USTA, dove si cambia presidente ogni quattro anni e manca la continuità. Se una persona rimane al proprio posto per quattro anni, non ha alcun interesse a costruire un sistema che durerà molto più a lungo della sua carica”. Steve: “Sì, ma noi abbiamo anche i direttori esecutivi che possono fare più attenzione allo sviluppo dei giocatori rispetto al presidente, perché rimangono al loro posto per più tempo. Ma hai ragione nel dire che il sistema è problematico in riferimento alla leadership.

26:50 – Ubaldo: “Quante sono le persone davvero responsabili del tennis americano, a parte il presidente della USTA?” Steve: “I direttori esecutivi stanno al loro posto a lungo. Non so se abbiano contratti per un numero preciso di anni, ma rimangono lì molto tempo e questo dà loro la possibilità di pensare di più ai giocatori, ai giovani e a portare il tennis statunitense di nuovo al livello in cui tutti vogliamo che torni”.

27:45 – Ubaldo: “Hai idea di quanti soldi siano investiti in questi settori? Immagino che avere gli US Open, un’autentica fabbrica di soldi, sia importante per avere risorse da redistribuire”. Steve: “Non ho le cifre precise, ma so che gli allenatori federali sono pagati molti soldi, non c’è dubbio che investano molto. Si è dovuto fare qualche aggiustamento a causa della pandemia, ma fino a quest’anno, il problema non credo fossero le risorse. Il fenomeno è in parte inspiegabile, per me: abbiamo ottimi allenatori e programmi molto buoni e, malgrado la fuga dei giovani verso altri sport, ci sono sempre numerosi giovani promesse. Sul perché non siano diventati dei nuovi Andy Roddick, non lo so. Davvero”.

30:27 – Ubaldo: “La situazione di un allenatore che riceve un salario fisso da una federazione indipendentemente dai giocatori che riesce a produrre è molto differente rispetto alla situazione europea, in cui molti team privati iniziano praticamente senza soldi e investono su sé stessi facendo una scommessa. È una grossa differenza in termini di motivazione e la fame degli allenatori diventa anche la fame dei giocatori. Non so se gli allenatori federali che hai nominato tu abbiano o meno lo stipendio garantito senza riguardo ai loro successi, né se in America ci siano team privati o magari dei genitori che investono, come nel caso del padre di Sofia Kenin o di Stefano Capriati [padre di Jennifer, ndr]. Mi chiedo se negli USA queste realtà, genitori che investono nei loro figli come il padre delle Williams ci siano ancora”. Steve: “In molti casi ci sono. Credo che questo ci riporti alla vecchia questione se i campioni lo siano per nascita o possano essere costruiti. La verità è che è un qualcosa che viene da dentro”.

35:15 – Steve: “Oggi ci sono anche diverse ragazze eccellenti, come Madison Keys o Sloane Stephens, che si sono formate negli stessi programmi di cui parlavamo prima. In generale il tennis femminile oggi è a livello più alto di quello maschile. Ubaldo: “Ma allora dobbiamo capire il perché tra i migliori teenager ci sono soltanto Nakashima e Brooksby…”. Steve: “Guarda, davvero non riesco a trovare un senso. Alcuni atleti, come Isner, giocano al college e vengono fuori più tardi, forse questo è parte del motivo per cui noi non abbiamo giovani come Sinner. Ma davvero, me lo sto chiedendo da 15 anni e non riesco a trovare molte valide spiegazioni, se non che potrebbe cambiare tutto in breve tempo. Nei prossimi anni, quando meno ce l’aspettiamo, potrebbero uscire improvvisamente tre giocatori che oggi hanno meno di 16 o 14 anni e di cui non sappiamo ancora nulla. Sul finire degli anni 80 nessuno si aspettava che quel gruppo di giocatori fosse anche solo lontanamente così forte come poi è stato. Non ho perso la speranza”.

Sofia Kenin con il trofeo – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

39:10 – Ubaldo: “Un tempo negli USA avevate i college che costruivano i campioni del futuro, non soltanto americani, perché c’erano anche giocatori stranieri che venivano a giocare là. Oggi, i giocatori non vogliono attendere così tanto e non pensano nemmeno di poter diventare buoni giocatori dopo il college, a 24-25 anni e quindi non ci provano nemmeno…”. Steve: “Quello che cercavo di dire prima è che penso che alcuni dei giovani oggi, guardando a Federer, Nadal, Djokovic, ma anche Wawrinka e molti altri, che giocano alla grande ben oltre i trent’anni, potrebbero fare valutazioni differenti. Potrebbero pensare di avere la possibilità di andare al college, finirlo a 22 anni e avere ancora a disposizione 10-15 anni di tennis professionistico davanti a sé”. Ubaldo: “In quel caso servirebbero due fattori concomitanti. Primo, un ragazzo maturo ed intelligente, paziente abbastanza e senza la fretta di far soldi. Secondo, l’organizzazione del college e l’aiuto che la USTA dovrebbe dare agli istituti che sviluppino un buon programma”.

42:20 – Ubaldo: “Negli USA non si possono dare incentivi in denaro agli atleti di college non professionisti, ma bisognerebbe trovare un sistema per garantire un sostegno ai ragazzi al termine dei loro studi. Magari a quelli che riescono ad entrare tra i primi 50 o 80 del mondo, cosicché i giovani studenti avrebbero la motivazione per raggiungere un certo traguardo”. Steve: Mi piace quest’idea di sostegno ai college e credo sia qualcosa a cui si sta pensando in questo momento, soprattutto visto che l’età del tennis competitivo si sta alzando”.

44:15 – Ubaldo: “Hai detto che credi che ci si stia pensando, ma non lo sappiamo per certo. Io, te o Mark Winters potremmo provare a chiedere o a lanciare la proposta, magari parlando con Stacey Allaster o qualcuno che possa risponderci”. Steve: “Mi piace l’idea. Penso che potrò senz’altro mandare una mail a Stacey Allaster e chiederle di venire a parlare con noi. Perché persone come lei sanno esattamente cosa sta succedendo. Così magari riusciremo ad avere delle risposte”.

47:00 – Ubaldo: ”Da italiano non dovrei nemmeno avere troppo interesse nel promuovere il tennis americano, ma sarebbe un’ottima cosa per il nostro sport se qualche giocatore australiano o statunitense fosse in grado di vincere il proprio Slam di casa”. Steve: “Sono d’accordo, è molto importante che un giocatore americano maschio riesca ad emergere, almeno per essere della partita. Più o meno come accadeva ai tempi di Roddick: ovviamente Federer era migliore di lui, ma era divertente guardarli affrontarsi. C’è bisogno di un miscuglio di nazioni diverse. Qualche americano in mezzo al gruppo aumenterebbe la popolarità del tennis nel nostro paese, ma anche a livello globale, perché il pubblico di tutto il mondo è abituato a vedere giocatori statunitensi di successo”.

48:15 – Ubaldo: E anche per quanto riguarda il tennis australiano… è un peccato che due nazioni con così tanta tradizione e cultura siano praticamente scomparsi dalle prime pagine. Oltretutto, gli esempi sono importanti. Dopo Borg, altri tre svedesi hanno raggiunto la top 10, a Becker, Graf e Stich sono seguiti i vari Tommy Haas e Kiefer. Ad oggi, sembrano uscire nuovi giocatori croati e serbi quasi giornalmente. Ma c’è anche del lavoro che deve essere fatto dietro le quinte e dovremmo capire cosa stiano facendo gli USA e l’Australia per fermare questo declino”. Steve: “È vero, gli australiani hanno avuto i maggiori successi quando il gioco era prevalentemente su erba, anche se poi sono arrivati Hewitt e Rafter, che erano probabilmente migliori sui campi duri”.

Ubaldo: “Be’ gli altri Paesi, a parte forse il Regno Unito, praticamente non avevano campi in erba, e infatti era normale che americani e australiani dominassero quell’epoca. Ma oggi, che il 75% del tennis è giocato su campi duri, non c’è alcuna ragione per cui Stati Uniti e Australia non abbiano giocatori in Top 20. È una questione di denaro, incentivi, e anche background sociali, se famiglie non ricche preferiscono mandare i loro figli a praticare sport dove è più facile arrivare a guadagnare. Potremmo discuterne con Stacey Allaster, non da politici, ma come interessati al benessere del nostro sport”. Steve: “Sì, e potremmo magari anche parlare con John Newcombe, per sapere un po’ della situazione in Australia”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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WTA

WTA Indian Wells: Azarenka trema, è Badosa che alza il trofeo

A due punti dal match, Victoria Azarenka smarrisce la vittoria e permette a Paula Badosa di conquistare il primo trionfo in un WTA 1000. Per la spagnola quasi sicura anche la qualificazione alle WTA Finals

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Paula Badosa - Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

[21] P. Badosa b. [27] V. Azarenka 7-6(5) 2-6 7-6(2)

È stata una splendida finale, come davvero non se ne vedevano da tanto tempo nei grandi tornei femminili. Due giocatrici con stili abbastanza simili, ma in fasi diverse delle rispettive carriere e con un’interpretazione differente del loro gioco. Victoria Azarenka aveva la possibilità di diventare la prima giocatrice a vincere il torneo per tre volte, dopo le affermazioni del 2012 e del 2016, ed è arrivata a due punti (forse uno e mezzo) da questo traguardo, ma i nervi l’hanno tradita ed ha rimesso in gara Paula Badosa che sembrava aver alzato bandiera bianca. Nel tie-break finale poi è stato quasi un monologo della spagnola fino al diritto vincente conclusivo seguito dalla caduta a terra “stile Nadal”.

Badosa è stata sicuramente nel corso del match la migliore colpitrice, ha espresso un tennis decisamente più potente rispetto ad Azarenka, ma anche più monocorde. La campionessa bielorussa almeno per tutto il primo set, ha giocato con grande attenzione colpi a parabola arcuata per mettere in difficoltà i fondamentali di spinta di Badosa, e così come è poi successo nel finale di partita, era arrivata molto vicina a trovare la chiave del match.

 

Nel combattutissimo primo set ci sono state due coppie di break, quasi omologhe: prima nel settimo e ottavo game (in entrambi i casi a “15”) e poi nell’undicesimo e dodicesimo game, quando due straordinari punti in difesa di Azarenka hanno rimediato il patatrac compiuto nel game precedente (tre errori gratuiti negli ultimi quattro punti) trascinando il set al tie-break. Qui, dopo una partenza sprint di Badosa (4-0), Azarenka ha ancora una volta rimontato fino all’aggancio sul 5-5, ma sul set point per l’avversaria si è inspiegabilmente messa a fare a pallate, dopo averlo evitato per quasi un’ora e venti minuti, prendendosi un rovescio vincente in faccia e ritrovandosi sotto di un set.

Victoria Azarenka – Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

L’approccio mentale al secondo set di Azarenka, dopo aver perso un primo set così combattuto, è stato di quelli che si devono insegnare nelle scuole tennis: totalmente positiva, carica al punto giusto, tanto da entrare in campo e travolgere una Badosa che sicuramente aveva fatto calare la tensione. Vika è andata 3-0 pesante in un attimo, ha rintuzzato il tentativo di rimonta di Badosa per tornare sul 4-1, mettendo poi il sigillo al terzo set in soli 33 minuti.

Il set decisivo è stato uno dei migliori dell’anno: 72 minuti di grandi scambi ed emozioni a non finire, con Badosa che è arrivata vicinissima a perdere il bandolo della matassa facendosi rimontare sue volte un game da 40-15 e salvandone un terzo per il rotto della cuffia. Era stata la spagnola a sprintare subito 2-0, ripresa però immediatamente dalla sua avversaria sul 2-2. Sul rettilineo finale è successo di tutto: nel nono game Badosa dal 40-15 ha infilato un doppio fallo e tre errori gratuiti mandando Azarenka a servire per il match. La bielorussa, però, una volta issatasi 30-0 ha mancato un diritto piuttosto comodo per andare a tre match point inanellando una serie di quattro errori gratuiti che hanno riaperto completamente la finale.

Il tie-break finale, come detto, non ha avuto storia: Badosa era troppo più sicura nei suoi colpi da fondo campo ed è andata subito 3-0, poi 5-1 e infine 7-2.

Con questa vittoria Paula Badosa conquista il suo primo titolo WTA 1000 e sale all’11° posto della classifica WTA, ma soprattutto si qualifica (quasi) matematicamente alle WTA Finals di Guadalajara, che ora vedono il proprio campo di partecipazione già completato (Sabalenka, Krejcikova, Pliskova, Swiatek, Sakkari, Muguruza, Badosa e Jabeur, dando per scontato il forfait di Barty, già tornata in Australia).

Per Victoria Azarenka come detto sfuma la possibilità del terzo titolo a Indian Wells, deve registrare una sconfitta in un match in cui ha vinto nove punti in più dell’avversaria, un match che durando 3 ore e 4 minuti è diventato la finale del BNP Paribas Open più lunga della storia (superando di un minuto la finale 2017 tra Vesnina e Kuznetsova), ma può celebrare il ritorno tra le prime 30 approdando al n. 26.

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ATP

ATP Indian Wells: Basilashvili-Norrie, finale tra esordienti

Cameron Norrie supera in due set Grigor Dimitrov. Nikoloz Basilashvili ferma Taylor Fritz. Norrie irrompe nei Top 20

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Cameron Norrie - Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

[27] C. Norrie b. [23] G. Dimitrov 6-2 6-3

Si ferma in semifinale la corsa di Grigor Dimitrov al BNP Paribas Open di Indian Wells, dopo le splendide, ma anche molto dispendiose, vittorie contro Medvedev e Hurkacz, Dimitrov non è riuscito a riprodurre lo stesso livello di tennis contro uno dei giocatori più continui del 2021, che qui nel deserto della California è riuscito a raggiungere la sua sesta finale stagionale, sicuramente la più prestigiosa.

Il bulgaro ha iniziato il match giocando in maniera molto irregolare, sbagliando parecchio e facendo scappare Norrie sul 4-0 compromettendo il primo set, che infatti è scivolato via in soli 31 minuti. Ci sono voluti altri due giochi nel secondo set perché Dimitrov riuscisse a prolungare gli scambi provando a manovrare le direzioni per crearsi le aperture necessarie per i suoi affondi. Ma la strategia era comunque troppo laboriosa per il Grigor della giornata odierna, solo sporadicamente capace di infilare quei magnifici vincenti capaci di infiammare la folla.

 

Norrie ha tenuto grande compostezza, controllando sapientemente i suoi turni di battuta e annullando l’unica palla break concessa sul 2-1 con un bel diritto inside in, e recuperando da 0-30 due game più tardi.

Ho cercato di allungare gli scambi, non ho mai pensato all’importanza della posta in palio – ha detto Norrie una volta arrivato in conferenza stampa, oltre due ore dopo la fine del match – nemmeno quando ho servito per il match. Nel secondo set ho risposto peggio rispetto al primo set, ma ero molto concentrato sul mio tennis”.

Grigor Dimitrov – Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Con questa vittoria Cameron Norrie conquista il suo più importante piazzamento in un torneo Masters 1000 e soprattutto si propone come solido contendente alle ATP Finals. La finale lo porta a 2440 punti nella Race, all’11° posto immediatamente dientro a Jannik Sinner e a soli 115 punti dall’italiano, con l’occasione di poterlo superare in caso di vittoria del titolo domenica.

[29] N. Basilashvili b. [31] T. Fritz 7-6(5) 6-3

Non si è realizzata la favola del giocatore di casa che vince il suo primo grande torneo a due passi da dove è nato. Taylor Fritz non è riuscito a resistere al bombardamento da fondo messo in atto da Nikoloz Basilashvili ed ha dovuto alzare bandiera bianca in due set, nonostante abbia avuto tre set point nel primo set per passare in vantaggio e provare a raggiungere la finale.

Partita decisamente diversa dalla precedente, quella tra Fritz e Basilashvili: la palla camminava almeno 20 chilometri l’ora più veloce durante gli scambi pieni di mazzate tirate sia di diritto sia di rovescio. Era Basilashvili ad avere più spesso il controllo dello scambio, commettendo però qualche errore in più. Fritz è arrivato ad avere tre set point nel primo set, due sul 5-4 e uno sul 6-5, tutti però giocati molto bene e in maniera aggressiva da Basilashvili. Forse qualche recriminazione in più sul primo di questi set point, nel quale Fritz ha messo lungo un rovescio lungolinea di palleggio, ma nel complesso in questi frangenti decisivi del set il georgiano ha giocato meglio, così come anche nel tie-break successivo, nel quale è andato avanti di un minibreak sul 5-4 con un diritto poderoso, e poi ha incassato i due errori da fondocampo di Fritz sul 5-5 per chiudere il primo set in 59 minuti di gioco.

Nikoloz Basilashvili – Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Volevo giocare in maniera aggressiva, ma mi ero reso conto che non potevo picchiare la palla se non partendo dal mio servizio – ha spiegato Fritz dopo il match – Non mi sembra di aver avuto possibilità di provare a giocare un colpo vincente nelle palle break che ho avuto, i suoi colpi erano troppo forti e profondi”.

Nel secondo set l’americano ha provato a tenere maggiormente lo scambio, ha avuto altre due palle break sull’1-1, annullate ancora da due vincenti di Basilashvili, che per tutto il match ha modulato molto bene la sua prima di servizio, assicurandosi di tenere una percentuale elevata ed evitare così di essere aggredito sulla seconda.

Sul 3-2, il georgiano ha trovato due super-risposte sul 30-30 che gli hanno procurato l’unico break della partita e il vantaggio decisivo per raggiungere la sua prima finale Masters 1000. Nel game finale la tensione stava per fargli un brutto scherzo e l’ha costretto ad annullare due palle del controbreak dopo aver fallito tre match point, ma alla fine la quarta palla partita è stata quella buona.

Taylor mi ha fatto giocare tante palle – ha spiegato Nikoloz dopo la partita – ho dovuto giocare molto bene da fondo per vincere. Sono contento di essere rimasto calmo nei momenti importanti e di essere riuscito a tirare i colpi che volevo tirare”.

In finale Basilashvili incontrerà il tennista che ha vinto più partite in questa stagione, ben 50, e che domenica disputerà il suo 71° match ufficiale. “Basilashvili è un grande giocatore – ha detto Norrie del suo avversario in finale – quando gioca bene può battere chiunque. Sarà molto difficile, ma mi sento bene fisicamente e sarò pronto alla battaglia”.

I due si sono affrontati una volta sola nella loro carriera professionistica, al primo turno dell’ABN AMRO di Rotterdam lo scorso marzo: in quel caso vinse Norrie molto agevolmente (6-0, 6-3).
In caso di sconfitta in finale, Norrie entrerà comunque nei Top 20 al n. 17, mentre se dovesse vincere il titolo salirebbe di un’ulteriore posizione al n. 16; Basilashvili invece salirà alla posizione n. 27, e nel caso in cui dovese aggiudicarsi il titolo tornerebbe anche lui nei Top 20 alla posizione n. 18.

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Editoriali del Direttore

Indian Wells: analisi di una doppia delusione azzurra e i dubbi sulle scelte di casa Piatti per Jannik Sinner

I timori sulla condizione di Matteo Berrettini. Sarà stanco per la lunga e stressante stagione? Recupererà per Torino? Su Sinner: non c’è stata incoerenza fra le modifiche attuate ora al servizio e l’obiettivo Torino?

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Parliamoci chiaro. Per le nostre aspettative, quelle generalmente condivise dagli appassionati italiani, il torneo di Indian Wells è stato una grande delusione. E il fatto che alle semifinali del torneo siano giunti 4 tennisti non compresi fra i primi 25 del mondo accentua inevitabilmente quella delusione.

Anche se, d’altro canto, un po’ l’attenua il fatto che Fritz, il giustiziere della nostra squadra di Coppa Davis, abbia colto poi anche lo scalpo del tennista che pareva più in forma degli altri, Zverev. Il quale, detto inter nos, il suo match se l’è proprio mangiato, dal 5-2 in poi e con il doppio fallo sul matchpoint…sia pur con l’alibi del sole. Però è indubbio che Taylor Fritz, se giocasse sempre così, sarebbe un osso duro per chiunque e ci si può perdere benissimo senza arrossire.

Tuttavia resta il fatto che dacché era uscito il sorteggio non c’era stato un media italiano che non si fosse affezionato all’idea di un ottavo di finale tutto italiano, il primo duello fra Berrettini e Sinner. Con un italiano – se quell’eventualità si fosse verificata – garantito nei quarti.

 

Mi sa che gli abbiamo portato tutti male, a entrambi. Affezionarsi a un’idea non voleva dire sognare, come quando -ad esempio – qualcuno aveva sognato che Berrettini battesse anche Djokovjc e trionfasse a Wimbledon. Quello sì che era un sogno, anche se dopo il primo set, la schiera dei sognatori si era infittita.

Questa volta, confidando nell’ordine delle teste di serie di Indian Wells e in un tabellone che pareva piuttosto buono fatta eccezione per Isner sulla strada di Sinner (e pure Isner ha poi invece dato via libera spianando la strada) era un pronostico – ancor più che una speranza – che pareva avere solide basi di concretezza. L’ostacolo Fritz, una doppia gabbia se fosse stato un concorso ippico, non pareva insormontabile.
Invece nel Masters 1000 più abbordabile della storia degli ultimi 17 anni, senza Djokovic, Nadal e Federer, con Aliassime subito fuor di scena, un Medvedev fuor …di testa (pazzesco il modo in cui avanti 6-4 e 4-1 è riuscito a perdere con Dimitrov, anche se poi il russo ha dato la colpa alla lentezza della superficie e alla enorme difficoltà nello sfruttare l’efficiacia del servizio), i nostri due migliori giocatori hanno deluso ogni aspettativa giocando… malissimo Berrettini e male pure Sinner!

Ciò sebbene sia giusto osservare che Fritz è stato tutto fuorché un amico – battutaccia cui nessuno si è sottratto, e c’è stato anche chi nei social ha optato per l’aperitivo preferito da Sinner e Berrettini… il gin-Fritz! –  in particolare contro Sinner quando è sembrato in giornata di vena davvero straordinaria (come del resto ha replicato nel secondo set contro Zverev).

L’americano ha comandato sempre lui il gioco, salvo che nei primi 6 giochi, favorito peraltro da un Sinner disastroso al servizio: 0 ace, 4 doppi falli 51% di prime palle ma intorno al 40% per più di un set, 34% soltanto di punti vinti con seconde palle spesso servite pianissimo, 12 palle break a Fritz che non è davvero Djokovic ma Jannik lo ha fatto apparire tale (per questi dati assai accurati ringrazio l’affezionato lettore Brandon).

Di giocare male ci sta. Accade, più o meno, a tutti. Nessuna giornata è uguale all’altra, anche per noi che non giochiamo a tennis. Sappiamo tutti che i grandi campioni, i Fab Four un esempio infinito per tutti, sono quelli che sono anche i più continui nell’esprimersi ad altissimo livello.

E in termini di continuità mi sembra che quest’anno noi ben poco possiamo rimproverare a Matteo Berrettini, che non solo è rimasto saldamente fra i primi 8 del mondo smentendo quanti dubitavano del suo ruolo di top-ten ma è salito a n.6 con una serie di risultati impressionanti che avrebbe potuto essere addirittura ancora migliori se non avesse avuto la sfortuna di imbattersi nel n.1 del mondo Djokovic in tre Slam (Parigi, Londra, New York) e non fosse stato costretto a ritirarsi a Melbourne. Devo ricordare che sono i tornei che distribuiscono più punti?

E ben poco, sempre in termini di continuità, possiamo rimproverare a Jannik Sinner che aveva chiuso il 2020 a un già lusinghiero n.37 ATP  e lunedì prossimo, a 20 anni e 2 mesi, lo ritroveremo a n.13 del mondo (ovviamente suo best ranking) e ancora in corsa per le ATP finals, mentre per le NextGen è semplicemente il primo in graduatoria. A un ventenne che sale 24 posti in classifica non si può che dire bravo.

Se quest’anno è stato un anno magico per il tennis azzurro lo dobbiamo principalmente a loro due, anche se a far parlare di rinascimento del tennis italiano hanno contribuito in tanti. E cioè almeno tutti quei dieci giocatori che in certi periodi sono stati contemporaneamente fra i top 100, stimolando anche i colleghi giornalisti di altri Paesi a scrivere e chiedersi del fenomeno italiano. E ciò è accaduto proprio nell’anno in cui Torino si appresta ad ospitare le finali ATP che per 12 anni erano state a Londra e mai prima in Italia. Di quest’ultimo successo, ottenuto su un campo diverso, quello politico-organizzativo, dobbiamo essere grati a tutti coloro che si sono battuti per raggiungerlo: cioè la federtennis, gli enti locali piemontesi, ex sindaco Appendino in testa, il Governo all’epoca in sella.

Tutto ciò ampiamente premesso e sottolineato, con giusto orgoglio e direi perfino con la dovuta riconoscenza… perché sono i buoni risultati che fanno crescere l’interesse della pubblica opinione e di conseguenza gli spazi nei media nonchè il maggior coinvolgimento delle aziende e degli sponsor, questo non ci esime dall’esprimere le nostre opinioni su quanto abbiamo visto accadere a Indian Wells.

Voglio aggiungere alla lunga premessa anche il fatto che, probabilmente per le condizioni climatiche, la strana luce, i campi davvero lenti, quasi nessuno dei top-player ha giocato fin qui bene (salvo forse Zverev fino al 5-2 al terzo con Fritz prima di rovinare ogni cosa). Lo stesso Tsitsipas, n.2, era stato in notevole difficoltà con Fabio Fognini e le ha confermate con Basilashvili. Questo per dire che se si sono trovati male anche Berrettini e Sinner, beh ci sta. Peccato però. Quei punti del Mille di Indian Wells, così tanti, facevano gola e servivano da morire.

Dispiacerebbe però che questi riscontrati in California potessero rivelarsi segnali di affaticamento, conseguenti a una lunga e stressante stagione. Tanto più stressante perché seguita al semestre Covid di riposo forzato nel 2020.

E dispiacerebbe perché ci sono ancora 4 settimane di tornei importanti, forse decisivi sia per la qualificazione alle finali – per Berrettini voglio sperare sia quasi scontata –  sia per la classifica di fine anno che è super importante per la posizione nel seeding del prossimo Australian Open e…per i contratti con gli sponsor.

Nelle 4 settimane che restano al massimo si puo’ partecipare a un paio di  250, a un 500 e a un Masters 1000. C’è Anversa la settimana prossima (o Mosca, entrambi 250), Vienna quella successiva (500 o St Petersburg 250), Parigi-Bercy (1000, dal 1 al 7 novembre), Stoccolma (250 dal 7 al 13…e chi la gioca non può fare le Next Gen, come Sinner sa e come a Aliassime non interessa perché ha detto che alle NEXT Gen non partecipa comunque).

Matteo Berrettini non si è imbattuto nel Fritz che ho poi visto contro Jannik Sinner e Zverev – anche se il risultato con cui si è imposto sui due azzurri il ragazzo californiano con il viso da attore è stato identico, 6-4,6-3 – ma mi è parso terribilmente imballato, lento e scarico.

Non so spiegarmene il perché. Troppo a lungo fermo dopo l’US Open? Può essere. La lucrosa esibizione della Rod Laver Cup non può davvero essere considerata vero momento d’agonismo.

Matteo non era stato brillante con Tabilo al primo turno, ma la sua prova incolore poteva anche essere conseguenza di una certa sottovalutazione dell’avversario.

Contro Fritz si è probabilmente demoralizzato quando ha visto che la sua arma migliore, il servizio, era proprio spuntata. Per uno abituato a raccogliere il massimo da quel colpo, prodromo di un dritto altrettanto mortifero, può essere un piccolo trauma.

Non fai ace né servizi vincenti e ti disperi, entri nel panico. Forzi di più e il servizio entra ancora meno. Perdi fiducia e serenità, ne viene contagiato tutto il resto del gioco. Ciò detto, però, mi ha impressionato davvero negativamente – più di qualuqnue altra cosa – la lentezza all’uscita della battuta.

Fritz aggrediva le seconde palle di Matteo come se fossero arrivate delle mozzarelle. Le ribatteva lunghe e profonde, quando anticipando e spiazzandolo, quando giocandogli addosso, al corpo. E Matteo sembrava piantato sul cemento. Come non mi era più capitato di vederlo da tempo. E il guaio è che non è mai riuscito a scuotersi.

Anzi, piatto lo si vedeva scuotere la testa senza neppure provare a reagire, a caricarsi, a cacciare anche qualche bell’urlo…che di solito non amo, ma ammetto che certe volte scuotono e servono. A volte mi chiedo se non potrebbero farlo anche i coach, sebbene non sia elegante. Di certo papà Tsitsipas non si pone questo problema.

Vabbè, una volta ci può stare. Lui stesso, mi pare d’avergli sentito dire nel corso delle interviste rese di Vanni Gibertini – unico giornalista italiano presente di persona a Indian Wells …tutti hanno ripreso quel che Vanni ha scritto, ci fosse stato uno (salvo Slalom.it la miglior newsletter tra tutte, insieme alla nostra Warning di Claudio Giuliani per Ubitennis…cui vi consiglio spassionatamente di registrarvi) che si fosse degnato di citare Ubitennis! Non usa più…– ha definito quella sua partita “la peggiore dell’anno”.

E che sia stata la partita peggiore dell’anno personalmente non mi crea eccessive preoccupazioni. Mi preoccuperebbe invece se Matteo fosse giù di fisico a tal punto da rendere complicato un suo pieno recupero per il prossimo mese di tennis. Dando per scontata, o quasi, la sua presenza a Torino sarebbe un vero peccato se non riuscisse a presentarsi nelle migliori condizioni. Perché a Torino ci potrebbero essere chance di successo per tutti, quasi come a Indian Wells. Non dimentico che alle finali ATP di Londra ho visto trionfare Dimitrov, Zverev e Tsitsipas quando nessuno di loro era davvero uno dei favoriti della vigilia.

Piuttosto…speriamo che chi si occupa di scegliere la velocità del campo del PalaAlpitour – Sergio Palmieri? – non la sbagli. Un piccolo vantaggio a chi gioca in casa tutti gli organizzatori l’hanno sempre considerato, senza per questo macchiarsi di colpe rimproverabili da chicchessia.

E ora vengo a Jannik Sinner. Non doveva battere per forza un ottimo Fritz. E, come hanno giustamente sottolineato in telecronaca SKY Elena Pero e Paolo Bertolucci, l’aspetto più positivo è stato il constatare che anche nella situazione di punteggio più compromessa Jannik ha continuato a lottare, a caricarsi, a crederci (al contrario di quanto aveva mostrato Berrettini).

Direte che non è un aspetto sorprendente in relazione al Sinner che ormai abbiamo imparato a conoscere, però a 20 anni è quasi più normale lasciarsi andare, mandare tutti al diavolo, compreso se stesso, piuttosto che continuare a lottare irriducibilmente come ha fatto Jannik.

Non è poco. Anche in questo aspetto il ragazzo dai capelli rossi è un’eccezione nei confronti dei suoi coetanei, per non dire un fenomeno.

Diciamo però che alla voglia di lottare non si è aggiunta – anche dal suo angolo? – la voglia di pensare un po’ prima a un qualche cambiamento tattico-strategico che forse si sarebbe dovuto fare.

Magari ci se ne accorge più facilmente stando seduti fuori dal campo che dentro. Per questo, però, ho scritto che magari dall’angolo qualche piccolo segnale gli poteva essere…ILLEGALMENTE (ma così fan tutti) trasmesso.

Forse ciò è accaduto perché nei primi game Sinner aveva condotto le danze, fino al 4-2 e allora lui e i suoi hanno pensato che se gli fosse tornata quella efficace precisione d’inizio gara ciò gli sarebbe bastato.

Il problema è che Jannik non si è reso conto che il suo gioco, quel tipo di gioco basato sul corri e tira senza variazioni di tagli e potenza, aveva messo in palla Fritz. Purtroppo per lui. Sinner ha, purtroppo di nuovo, un tennis un po’ monocorde, potente ma piatto, che può mettere in palla gli avversari che sono capaci di reggerlo.

Fritz, rinfrancato dall’ottimo esito dei game successivi al 2-4, non ha più sbagliato una palla facile, anzi. Ha tirato sempre più forte e profondo e Jannik che, come ho accennato sopra, ha servito malissimo subendo 4 break di fila e 5 in 9 turni di battuta, è sempre più affondato nelle sue angoscie, come quando ha perso 8 game di fila.

Vanni Gibertini che ha seguito il match a Indian Wells sostiene che il match è girato su poche palle e accenna a diversi se e ma. Io, che ho visto il match meno bene, e cioè alla tv, ho avuto invece una sensazione assai diversa. E cioè che Fritz avesse sempre in mano il match, dopo i primissimi game in cui ha preso le misure a Jannik. Più vedevo il match e più pensavo che l’americano avrebbe potuto vincere con un punteggio ancora più netto. Il mondo è bello perché vario, così come le opinioni.

Chi ci legge sa che Sinner ha deciso recentemente di cambiare diversi dettagli nel servizio. Ma dettagli non sono, anzi. La posizione dei piedi, l’altezza del lancio di palla.

Due modifiche non da poco. Chiedo: era il caso di affrontarle proprio adesso? Proprio adesso che l’obiettivo delle finali ATP di Torino, ancora raggiungibile ma forse meno di una settimana fa visti i risultati di Hurkacz e il vantaggio di Ruud, è alla portata?

Per favore non si dica che a quell’obiettivo nel clan Piatti non si dà troppa importanza, visto che Jannik stesso rispondendo a una mia domanda quand’era ancora a Sofia dichiarò che avrebbe forse giocato anche a Stoccolma se avesse potuto sembrargli utile. O altrimenti invece a Milano per le Next Gen, sorprendendoci un po’ perché pensavo che avendole già vinte non avrebbe avuto troppo piacere a giocarle…salvo che non fosse un quasi obbligo di Sponsor. Intesa Sanpaolo è il title sponsor di quel torneo e Sinner di Intesa Sanpaolo – così come Lorenzo Musetti – ne è un ambassador (come dicono coloro che non vogliono più chiamarli testimonial).

E’ vero, va detto visto che ho poco fa accennato a…casa Piatti, che per Jannik si è sempre parlato di un programma a lunga scadenza, due, tre anni di lavoro e di attesa senza troppa fretta, cercando pian piano di migliorare tutto il migliorabile.

Jannik è il primo ad essere convinto di questa filosofia, lo ripete in tutte le salse, “lavorare, lavorare e lavorare, ci vuole tempo, non bisogna avere troppa fretta di raggiungere subito certo risultati, meglio costruirsi il bagaglio tecnico necessario per arrivare in alto, al massimo del proprio potenziale”.

Però, allora, anche la programmazione dovrebbe essere coerente. Che senso ha programmare un tour de force, un torneo dopo l’altro, cambiando in corso d’opera dettagli tecnici che non sono dettagli e che emergono in tutta la loro complessità quando nascono serie difficoltà nel corso di un match, se le modifiche tecniche cui si vuole metter mano – e che non si limitano al servizio a quanto mi disse Jannik sia pure senza voler rivelare quali fossero le altre “Se non le vedete non ve le dico…” – sono più importanti dei risultati? Pensare di conquistare le une (le modifiche) e gli altri allo stesso tempo (i risultati) non è fortemente presuntuoso?

E i risultati negativi non potrebbero avere ripercussioni negative altrettanto negative, sia pure nella testa di un ragazzo solido nei suoi determinati proponimenti come quelli di Jannik?.

Se cambiare fortemente l’esecuzione di un servizio è considerato un processo importante, fondamentale, decidere di farlo un po’ più in qua, quando le sorti per la qualificazione alle finali ATP fossero già decise, in un senso o nell’altro (dentro o fuori), non era più saggio? E non solo più prudente?

Il servizio è un colpo terribilmente delicato. Se entra o non entra ne risente tutto il resto del gioco. Più di qualsiasi altro colpo. Soprattutto su certe superfici. E soprattutto ai livelli in cui giocano i Berrettini, i Sinner. Se perdi, come è accaduto a Jannik,  5 game di servizio su 9, potete star certi che anche il dritto, il rovescio peggioreranno inevitabilmente. Tutto verrà travolto, financo i nervi. Difatti ho visto Sinner abbozzare qualche risolino nervoso, autoironico verso se stesso come mai gli avevo visto fare prima, gesti di stizza, mezzi tentativi di scagliare via una palla alla Djokovic (i giudici di linea non c’erano…), di buttare la racchetta a terra. Gesti di nervosismo abituali per quasi tutti i tennisti del globo, ma abbastanza  inconsueti per lui.

Insomma io, lo confesso, sono proprio perplesso (fa pure rima…). Certezze non ne ho, salvo che una: e cioè il fatto che la decisione presa di cambiare modo di servire durante Sofia (dove il cast dei partecipanti era ben altro e anche i punti in palio erano ben altri) e durante Indian Wells, quando al contempo il calendario agonistico era invece così impostato, non mi sono sembrati strategicamente coerenti. Due diverse lunghezze d’onda. Cambiamo questo colpo così delicato, il servizio, in tutto e per tutto, pur consapevoli del rischio (come non esserlo?), ma tentiamo ugualmente di fare la corsa alle finali di Torino. Mah…

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