Steve Flink e il declino del tennis USA: “Dobbiamo mettere la racchetta in mano ai migliori atleti"

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Steve Flink e il declino del tennis USA: “Dobbiamo mettere la racchetta in mano ai migliori atleti”

Il Direttore Scanagatta torna in un nuovo video per parlare della crisi del Paese che dominava il nostro sport fino a meno di vent’anni fa. Il tennis attira poco rispetto agli altri ‘big sport’: basket, football e baseball

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Prosegue la serie di pezzi di Ubitennis dedicata al tennis americano. Dopo il contributo di Mark Winters, questa volta è l’amico del sito e Hall of Famer Steve Flink a cercare di rispondere a diversi quesiti: perché non ci sono più giocatori americani in cima alle classifiche ATP? C’è luce in fondo al tunnel? Questo e altro nel video.  

00:00 – Ubaldo: “Il miglior giocatore americano, Isner, ha 35 anni ed è fuori dai top 20 del ranking e l’unica vera promessa sembra essere il diciannovenne Brandon Nakashima (per quanto Korda, ndr…). Questo potrebbe essere il punto più basso per il loro tennis maschile”. Steve: “I fatti sono chiari così come era chiaro da moltissimo tempo quale fosse la tendenza. Vorrei dire una cosa, però. Credo che ci siano un po’ più giocatori che potenzialmente potrebbero esplodere. Credo che Taylor Fritz abbia una possibilità, anche se ha deluso quest’anno”.

02:30 – Ubaldo: “Quando il ranking è stato introdotto, c’erano 23 giocatori americani nei primi 100, sei nella top 20 e tre nella top 10. Oggi abbiamo soltanto 9 statunitensi nei 100 e zero tra i primi 10 e 20. Quali sono le ragioni principali?”. Steve: “Credo che il vero punto di svolta in negativo per il tennis americano ci sia stato quando la generazione di Sampras, Agassi, Courier e Chang (con l’aggiunta anche di Martin e Washington) ha dominato gli anni 90. A loro sono succeduti Roddick e Blake, poi il nulla. Non so se sia stato il nostro sistema che è calato o i grandi miglioramenti fatti nelle altre nazioni. Ci sono atleti da tantissimi Paesi ora, lo sport è più popolare. Noi facciamo fatica a portare i nostri migliori atleti verso il tennis piuttosto che verso il basket, il football o il baseball, dove hanno maggiori chance di guadagno”.

06:10 – Ubaldo: Vorrei sapere se il denaro è il fattore principale per cui gli statunitensi provano prima altri sport, magari anche perché nel tennis soltanto i primi 100 guadagnano discretamente”. Steve: “Sì, i tennisti, se arrivano ad un certo livello, trovano degli sponsor e guadagnano fuori dal campo, ma un sacco di giocatori non hanno questa possibilità e devono arrangiarsi con i premi, mentre gli atleti di baseball, basket, football e hockey vengono contrattualizzati, spesso su basi pluriennali, dalle squadre. Questo certamente attrae di più molti dei nostri giovani”.

07:40 – Ubaldo: “In Europa lo sport principale è il calcio e almeno 6000, forse anche 8000 atleti europei giocano nei campionati principali e guadagnano più di 300.000 euro l’anno. C’è una grandissima differenza tra il riuscire ad essere uno di quei 6000 calciatori e uno dei primi 100 tennisti al mondo, il primo è certamente un cammino più facile. Penso che in America ci sia una situazione simile con i quattro sport principali. Ho l’impressione che l’USTA non abbia un buon sistema per aiutare i giocatori giovani ad emergere, altrimenti ci dovrebbe essere una base di giocatori di buon livello che invece non c’è. In Italia, ad esempio, le cose hanno cominciato a cambiare quando la FIT ha deciso di aiutare anche coloro che hanno allenatori privati. Mi chiedo se questo avvenga anche negli Stati Uniti o se la USTA privilegi soltanto i propri centri federali, senza aiutare i giovani che hanno percorsi differenti”.

12:16 – Steve: Da noi ci sono moltissimi centri di allenamento federali, il principale ad Orlando, e molti allenatori che seguono giocatori importanti. Ma non sono sicuro che il problema siano loro. Il programma di sviluppo per i giovani è stato creato nella seconda metà degli anni 80, quando Connors e McEnroe hanno iniziato a calare. Poi in pochi anni è uscito quel gruppo con Sampras, Agassi, Chang, ma questo aveva probabilmente poco a che fare con il programma federale, semplicemente loro erano ottimi giocatori. In parte questo è un fenomeno ciclico, arriverà un momento in cui noi avremo un buon gruppo di giocatori come quelli che avete ora in Italia. Sono rimasto sorpreso della piega che il nostro tennis ha preso dopo l’addio di Roddick e non so bene se sia a causa del nostro sistema, o semplicemente dovuto al miglioramento delle altre nazioni, dove il tennis ha una priorità più alta”.

 
Andy Roddick, Steve Flink e Kim Cljisters

14:00 – Ubaldo: “Tutti quei nomi che hai citato prima, Sampras, Agassi, Chang, sono tutti figli di immigrati, molto motivati. In Italia abbiamo avuto un gruppo di ottimi giocatori, Panatta, Barazzutti, Bertolucci, che provenivano da famiglie modeste e avevano forse maggiore motivazione rispetto ad altri più agiati. Questo conta. Oggigiorno negli USA e anche in Europa le famiglie benestanti non spingono i loro figli a dedicarsi sei ore al giorno ad un unico sport, preferiscono che pratichino tre o quattro attività diverse e quindi, se hai queste origini, è più difficile dare tutto te stesso per diventare un tennista”. Steve: “È un punto molto valido, quello della fame e del bisogno di avere successo, credo che abbia senz’altro un ruolo. Ma qui, con tutte le strutture di allenamento messe in piedi dalla USTA, ci si aspetterebbe di vedere emergere dei giocatori che possiedono quella dedizione, quell’ossessione di emergere. Ecco, forse è proprio l’ossessione di emergere che manca, ma non so il motivo”.

18:42 – Ubaldo: “Forse non ci sono abbastanza incentivi. In America più che altrove il denaro è molto importante. Mark Winters ritiene che i giovani americani non abbiano abbastanza fame, che quando dicono di stare lavorando molto, siano più parole che fatti. Sei d’accordo?” Steve: “Io rispetto molto Mark e suo ruolo nello sviluppo della generazione di cui abbiamo parlato prima, che continua oggi nell’Associazione della California del Sud. Non so se sono d’accordo, ma credo lui sappia quello che dice”.

20:40 – Ubaldo: “La politica spesso è importante nello studiare il sistema, gli incentivi e i metodi per aiutare i giovani. Perché oggi, a differenza di venti o trent’anni fa, se non sei un grande talento, riesci ad arrivare a vivere economicamente di tennis soltanto attorno ai 23-25 anni. Chang, Wilander e Becker, invece, sono diventati ricchi a da teenager. Se inizi a competere attorno ai 10-12 anni, prima di riuscire a guadagnare abbastanza per mantenere te stesso e il tuo team, devi lavorare e allenarti per una dozzina d’anni”.

22:35 – Steve: “C’è un altro fattore. Una volta a 30 anni un giocatore pensava di avere già dato. Oggi la generazione attuale sta dimostrando che le carriere possono durare molto di più nella parte finale. Federer sarà ancora della partita a 40 anni”. Ubaldo: “Vero, ma questo non aiuta la creazione di nuovi giocatori. Una volta che sei arrivato, rimani in vetta più a lungo e continui a guadagnare, ma il problema è che, se non sei economicamente indipendente e i tuoi genitori non sono ricchi, non ti puoi permettere di aspettare i 12 o 14 anni necessari per arrivare ad un buon livello”.

24:15 – Ubaldo: “Le federazioni nazionali dovrebbero trovare il modo di aiutare i giovani per questi 12-14 anni, finché costruiscono la propria carriera. Qui è dove è importante la politica. In Italia la situazione è molto critica per tutte le federazioni sportive, perché le persone nelle poltrone importanti vogliono rimanerci per sempre. Ed è sbagliato a mio parere. Ma è anche sbagliato ciò che accade nella USTA, dove si cambia presidente ogni quattro anni e manca la continuità. Se una persona rimane al proprio posto per quattro anni, non ha alcun interesse a costruire un sistema che durerà molto più a lungo della sua carica”. Steve: “Sì, ma noi abbiamo anche i direttori esecutivi che possono fare più attenzione allo sviluppo dei giocatori rispetto al presidente, perché rimangono al loro posto per più tempo. Ma hai ragione nel dire che il sistema è problematico in riferimento alla leadership.

26:50 – Ubaldo: “Quante sono le persone davvero responsabili del tennis americano, a parte il presidente della USTA?” Steve: “I direttori esecutivi stanno al loro posto a lungo. Non so se abbiano contratti per un numero preciso di anni, ma rimangono lì molto tempo e questo dà loro la possibilità di pensare di più ai giocatori, ai giovani e a portare il tennis statunitense di nuovo al livello in cui tutti vogliamo che torni”.

27:45 – Ubaldo: “Hai idea di quanti soldi siano investiti in questi settori? Immagino che avere gli US Open, un’autentica fabbrica di soldi, sia importante per avere risorse da redistribuire”. Steve: “Non ho le cifre precise, ma so che gli allenatori federali sono pagati molti soldi, non c’è dubbio che investano molto. Si è dovuto fare qualche aggiustamento a causa della pandemia, ma fino a quest’anno, il problema non credo fossero le risorse. Il fenomeno è in parte inspiegabile, per me: abbiamo ottimi allenatori e programmi molto buoni e, malgrado la fuga dei giovani verso altri sport, ci sono sempre numerosi giovani promesse. Sul perché non siano diventati dei nuovi Andy Roddick, non lo so. Davvero”.

30:27 – Ubaldo: “La situazione di un allenatore che riceve un salario fisso da una federazione indipendentemente dai giocatori che riesce a produrre è molto differente rispetto alla situazione europea, in cui molti team privati iniziano praticamente senza soldi e investono su sé stessi facendo una scommessa. È una grossa differenza in termini di motivazione e la fame degli allenatori diventa anche la fame dei giocatori. Non so se gli allenatori federali che hai nominato tu abbiano o meno lo stipendio garantito senza riguardo ai loro successi, né se in America ci siano team privati o magari dei genitori che investono, come nel caso del padre di Sofia Kenin o di Stefano Capriati [padre di Jennifer, ndr]. Mi chiedo se negli USA queste realtà, genitori che investono nei loro figli come il padre delle Williams ci siano ancora”. Steve: “In molti casi ci sono. Credo che questo ci riporti alla vecchia questione se i campioni lo siano per nascita o possano essere costruiti. La verità è che è un qualcosa che viene da dentro”.

35:15 – Steve: “Oggi ci sono anche diverse ragazze eccellenti, come Madison Keys o Sloane Stephens, che si sono formate negli stessi programmi di cui parlavamo prima. In generale il tennis femminile oggi è a livello più alto di quello maschile. Ubaldo: “Ma allora dobbiamo capire il perché tra i migliori teenager ci sono soltanto Nakashima e Brooksby…”. Steve: “Guarda, davvero non riesco a trovare un senso. Alcuni atleti, come Isner, giocano al college e vengono fuori più tardi, forse questo è parte del motivo per cui noi non abbiamo giovani come Sinner. Ma davvero, me lo sto chiedendo da 15 anni e non riesco a trovare molte valide spiegazioni, se non che potrebbe cambiare tutto in breve tempo. Nei prossimi anni, quando meno ce l’aspettiamo, potrebbero uscire improvvisamente tre giocatori che oggi hanno meno di 16 o 14 anni e di cui non sappiamo ancora nulla. Sul finire degli anni 80 nessuno si aspettava che quel gruppo di giocatori fosse anche solo lontanamente così forte come poi è stato. Non ho perso la speranza”.

Sofia Kenin con il trofeo – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

39:10 – Ubaldo: “Un tempo negli USA avevate i college che costruivano i campioni del futuro, non soltanto americani, perché c’erano anche giocatori stranieri che venivano a giocare là. Oggi, i giocatori non vogliono attendere così tanto e non pensano nemmeno di poter diventare buoni giocatori dopo il college, a 24-25 anni e quindi non ci provano nemmeno…”. Steve: “Quello che cercavo di dire prima è che penso che alcuni dei giovani oggi, guardando a Federer, Nadal, Djokovic, ma anche Wawrinka e molti altri, che giocano alla grande ben oltre i trent’anni, potrebbero fare valutazioni differenti. Potrebbero pensare di avere la possibilità di andare al college, finirlo a 22 anni e avere ancora a disposizione 10-15 anni di tennis professionistico davanti a sé”. Ubaldo: “In quel caso servirebbero due fattori concomitanti. Primo, un ragazzo maturo ed intelligente, paziente abbastanza e senza la fretta di far soldi. Secondo, l’organizzazione del college e l’aiuto che la USTA dovrebbe dare agli istituti che sviluppino un buon programma”.

42:20 – Ubaldo: “Negli USA non si possono dare incentivi in denaro agli atleti di college non professionisti, ma bisognerebbe trovare un sistema per garantire un sostegno ai ragazzi al termine dei loro studi. Magari a quelli che riescono ad entrare tra i primi 50 o 80 del mondo, cosicché i giovani studenti avrebbero la motivazione per raggiungere un certo traguardo”. Steve: Mi piace quest’idea di sostegno ai college e credo sia qualcosa a cui si sta pensando in questo momento, soprattutto visto che l’età del tennis competitivo si sta alzando”.

44:15 – Ubaldo: “Hai detto che credi che ci si stia pensando, ma non lo sappiamo per certo. Io, te o Mark Winters potremmo provare a chiedere o a lanciare la proposta, magari parlando con Stacey Allaster o qualcuno che possa risponderci”. Steve: “Mi piace l’idea. Penso che potrò senz’altro mandare una mail a Stacey Allaster e chiederle di venire a parlare con noi. Perché persone come lei sanno esattamente cosa sta succedendo. Così magari riusciremo ad avere delle risposte”.

47:00 – Ubaldo: ”Da italiano non dovrei nemmeno avere troppo interesse nel promuovere il tennis americano, ma sarebbe un’ottima cosa per il nostro sport se qualche giocatore australiano o statunitense fosse in grado di vincere il proprio Slam di casa”. Steve: “Sono d’accordo, è molto importante che un giocatore americano maschio riesca ad emergere, almeno per essere della partita. Più o meno come accadeva ai tempi di Roddick: ovviamente Federer era migliore di lui, ma era divertente guardarli affrontarsi. C’è bisogno di un miscuglio di nazioni diverse. Qualche americano in mezzo al gruppo aumenterebbe la popolarità del tennis nel nostro paese, ma anche a livello globale, perché il pubblico di tutto il mondo è abituato a vedere giocatori statunitensi di successo”.

48:15 – Ubaldo: E anche per quanto riguarda il tennis australiano… è un peccato che due nazioni con così tanta tradizione e cultura siano praticamente scomparsi dalle prime pagine. Oltretutto, gli esempi sono importanti. Dopo Borg, altri tre svedesi hanno raggiunto la top 10, a Becker, Graf e Stich sono seguiti i vari Tommy Haas e Kiefer. Ad oggi, sembrano uscire nuovi giocatori croati e serbi quasi giornalmente. Ma c’è anche del lavoro che deve essere fatto dietro le quinte e dovremmo capire cosa stiano facendo gli USA e l’Australia per fermare questo declino”. Steve: “È vero, gli australiani hanno avuto i maggiori successi quando il gioco era prevalentemente su erba, anche se poi sono arrivati Hewitt e Rafter, che erano probabilmente migliori sui campi duri”.

Ubaldo: “Be’ gli altri Paesi, a parte forse il Regno Unito, praticamente non avevano campi in erba, e infatti era normale che americani e australiani dominassero quell’epoca. Ma oggi, che il 75% del tennis è giocato su campi duri, non c’è alcuna ragione per cui Stati Uniti e Australia non abbiano giocatori in Top 20. È una questione di denaro, incentivi, e anche background sociali, se famiglie non ricche preferiscono mandare i loro figli a praticare sport dove è più facile arrivare a guadagnare. Potremmo discuterne con Stacey Allaster, non da politici, ma come interessati al benessere del nostro sport”. Steve: “Sì, e potremmo magari anche parlare con John Newcombe, per sapere un po’ della situazione in Australia”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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ATP

Con Gattinoni le Nitto ATP Finals 2021 sono l’occasione per scoprire e gustare Torino

SPONSORIZZATO – Biglietti con esperienze incluse per scoprire il territorio e vedere il miglior tennis mondiale in prima fila: questa la proposta del Gruppo Gattinoni, official tour operator dell’evento

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È iniziato il countdown per le Nitto ATP Finals, il torneo più importante dell’anno dopo quelli del Grande Slam, che dal 14 al 21 novembre 2021 trasformerà Torino in palcoscenico internazionale per tutti coloro che amano il tennis. Le sfide ai massimi livelli si terranno al Pala Alpitour.

Il Gruppo Gattinoni, official tour operator dell’evento che si occupa di turismo ed eventi, dispone di biglietti per tutte le date del torneo, insieme con esperienze e servizi di incoming. Oltre a far vivere l’emozione delle gare, Gattinoni infatti mette a disposizione una ricca gamma di servizi personalizzabili, che vanno dalla logistica – pernottamenti in albergo e trasferimenti – agli spazi a disposizione dell’Hub Gattinoni in centro città e la navetta per il Pala Alpitour, fino ad esperienze che rendono il soggiorno a Torino e nel Piemonte unico e sorprendente.

Alcune proposte sono declinate sull’ASPETTO ENOGASTRONOMICO. Esperienza Vermouth vi trasformerà in raffinati barman; a Torino il vermouth è nato e diventato rito, e sarà divertente cimentarsi fra vino, zucchero, erbe e spezie per creare la propria versione, con tanto di bottiglia personalizzata. Un percorso interattivo con un indiscusso maestro, fra aneddoti, curiosità, pubblicità vintage, postazioni con imbuti e contagocce e naturalmente degustazione.

 

Un’altra eccellenza torinese si gusta con la Esperienza Giandujotto; il laboratorio sul famoso cioccolatino prevede la storia, le proprietà delle nocciole, l’arte della pasticceria e il cimentarsi in prima persona nella preparazione. Se non volete essere artefici, Sweet Torino vi svelerà i luoghi storici che hanno deliziato i palati più illustri. L’itinerario guidato vi condurrà nei locali dove sono nati i dolci torinesi dal Settecento in poi; fra una passeggiata e un assaggio, vi calerete nell’atmosfera di una Torino d’altri tempi.

Se non siete dolci-addicted vi intrigherà di più Aperitivo d’artista, alla scoperta della tradizione. Passeggiando nelle principali piazze scoprirete un lato festoso di Torino, ascolterete storie su protagonisti e bevande, e naturalmente approfitterete di test, con due degustazioni. Noi italiani siamo manici del caffè, si sa. “Aroma di Caffè” è l’esperienza nel Museo Lavazza, che fa seguire il racconto e la visita a una preparazione diretta, dove i partecipanti mettono in pratica segreti e tecniche delle varie miscele.

Altre proposte del Gruppo Gattinoni ruotano attorno all’ASPETTO CULTURALE. Non vi aspettereste di scoprire laTorino Sotterranea e invece, a 15 metri di profondità, vi verranno svelate le gallerie del ‘700, i rifugi della seconda guerra mondiale e le ghiacciaie del più grande mercato cittadino.

Rimarrete a bocca aperta con l’esperienza Torino Magica perché probabilmente non sapete che la città ha un lato esoterico. Sorta alla confluenza di due fiumi, Po e Dora, e posta al vertice di due triangoli, quello della magia bianca e quello della magia nera, Torino custodisce enigmi, simboli e storie inquietanti. Dal mistero del Portone del Diavolo agli spettrali dragoni, dalle grotte alchemiche alla donna velata che regge il calice del Sacro Graal: da non perdere!
Amore a prima vista è decisamente più tradizionale: si visiteranno i capolavori dei grandi architetti che hanno celebrato i fasti di Casa Savoia. Ma anche luoghi insoliti e poco conosciuti, scrigni che testimoniano la magnificenza dell’antica città Reale.

Il “Museo Egizio” di Torino è secondo solo a quello del Cairo. Immancabile la visita guidata che vi aiuterà ad orientarvi fra 5000 anni di storia, nei meandri di una delle civiltà più evolute. Last but not least il “Museo del Cinema”, all’interno della Mole Antonelliana, monumento simbolo della città. L’edificio, progettato da Antonelli come sinagoga e mai utilizzato come tale, offre una collezione su cinque piani e uno spettacolare ascensore panoramico della città, cinta dalle Alpi. 

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Editoriali del Direttore

Olimpiadi Tokyo 2020: nulla da fare per Giorgi e Fognini. La ‘maledizione’ di Hubert de Morpurgo

TOKYO – Tennisti azzurri lasciano Tokyo con zero medaglie olimpiche Perfino in un anno in cui il tennis italiano aveva brillato, Ma Berrettini e Sinner non c’erano. I 9 falli di piede di Fognini non sono…accettabili!

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Camila Giorgi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Per come andavano le cose quest’anno, con il tennis italiano che ha certamente vissuto un periodo magico, si potrebbe parlare dell’infinito protrarsi della… “maledizione di De Morpurgo”.

Infatti dacchè il barone Hubert Louis de Morpurgo, conquistò un bronzo nel 1924 ai Giochi di Parigi – quando giocarono 124 tennisti di 27 nazioni, l’oro andò all’americano Vinnie Richards, l’argento al francese Henri Cochet; il tennis era incluso fra le discipline fin dalla prima Olimpiade di Atene del 1896, si affrontarono 13 tennisti di 7 nazioni   – non c’è più stato verso di conquistare un medaglia.

E sì che de Morpurgo era un italiano per modo di dire. Infatti era nato a Trieste, il 12 gennaio 1896, quando il capoluogo giuliano era una città austriaca che divenne italiana soltanto dopo la prima guerra mondiale. Ma non è solo per questo motivo che lo si poteva definire un italiano sui generis. La sua mamma, Mary Catherine Lili Branson era inglese. Il padre, Julius von Morpurgo, era un barone di origini tedesche. A Hubert fu fatto prendere un passaporto cecoslovacco, forse perché l’essere nato a Trieste in tempi incerti non dava sufficienti garanzie di continuità.

 

Più cosmopolita di così! E anche globetrotter in tempi in cui quelli che potevano permettersi di viaggiare alla grande, e di giocare ovunque a tennis, appartenevano certamente a un’assoluta elite iper-privilegiata. Lui, di famiglia ovviata agiata oltre che aristocratica, era stato campione junior inglese nel 1911, perchè aveva frequentato in Gran Bretagna la high school. Poi si era trasferito a Parigi e lì aveva vinto nel 1915 i campionati studenteschi universitari.  Insomma, Hubert de Morpurgo può dire di essere stato campione inglese, francese, italiano, cecoslovacco.

Così quando la rivista americana Tennis scrisse di lui che lui era il Tilden del suo Paese – forse perché aveva un ottimo servizio, un bel dritto piatto, una buona copertura della rete anche se sullo smash era piuttosto falloso – non era scontato capire bene a quale Paese si riferisse. Anche perché quelle righe furono date alle stampe ben prima che Benito Mussolini, nel 1929, lo nominasse direttore tecnico del tennis italiana, dopo che de Morpurgo aveva raggiunto i quarti a Wimbledon 1928 e prima che centrasse le semifinali al Roland Garros 1930, in entrambi i casi perdendo da Henri Cochet, uno dei quattro celebri mousquetaires francesi.

La nomina da parte del Duce – appassionato di tennis di cui è rimasta famosa la frase che disse al suo Maestro Mario Belardinelli dopo l’ennesimo rovescio sbagliato “Noi tireremo dritto!” – fu fatta, alla vigilia della prima edizione degli Internazionali d’Italia che, per cinque anni furono giocati a Milano prima di trasferirli al Foro Italico.

De Morpurgo giocò quella prima edizione, approdando alle due finali, del singolare come del doppio. Perse entrambe da – appunto – Big Bill Tilden: 6-1 6-1 6-2 in singolare, 6-0 6-3 6-3 da Tilden e Wilbur Coen, lui in coppia con Placido Gaslini. Fu comunque il Barone a decidere di giocare nobilmente per l’Italia… così almeno una medaglia di bronzo la federazione italiana, nata al mio Circolo Tennis Firenze delle Cascine il 18 maggio 1910 con primo presidente il marchese “secolare vinattiere” Piero Antinori, la può vantare. Prima o poi la vincerà anche il presidente Binaghi, me lo sento.

Paolino Canè e Raffaella Reggi nel 1984 a Los Angeles, vinsero una medaglia di… finto bronzo. Non valeva. Il tennis era …”sport dimostrativo”. Nel 1981 era stato deciso che il tennis sarebbe stato riammesso ai Giochi, 60 anni dopo Anversa (1928). Ma si sarebbe ufficializzato il rientro nel 1988 a Seul. La doppia impresa di Canè e Reggi non è dunque finita in alcun palmares. E ancor meno c’è finito quel torneo che si svolse a Guadalajara nel ’68, durante i Giochi di Città del Messico, e che fu vinto dopo cinque set da Manolo Santana su Manolo Orantes che, diciannovenne, nei quarti aveva sconfitto Nicola Pietrangeli, ormai trentaquattrenne.

Insomma, per quanto riguarda Tokyo 2020 il medagliere azzurro dovrà sperare nel contributo di altre discipline. Restano zero le medaglie tennistiche dopo quella primissima e unica conquistata dal Barone.

Hubert De Morpurgo

Purtroppo era prevedibile che ciò accadesse fin dal momento in cui Matteo Berrettini aveva dovuto dare il suo addolorato forfait a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi. Il romano finalista a Wimbledon sarebbe stato testa di serie n.6, la posizione poi occupata da Carreno Busta che, battuto stamattina il tedesco Koepfer, giocherà questo giovedì per una medaglia nei quarti contro Medvedev, il russo sofferto giustiziere di Fabio Fognini (6-2 3-6 6-2).

Un punteggio bugiardo. Fognini è stato molto più in partita di quanto non dica in particolare il 6-2 del terzo set, che potrebbe far presumere un crollo che non c’è stato. Medvedev aveva dovuto superare una grossa crisi fisica, per il calore e l’umidità di una giornata che non aveva nulla in comune con quella fresca di martedì (causata dalla grande depressione denominata Nepartak e ovunque presentata come un tifone che però non c’è stato).

Medvedev, di cui registriamo a parte la furibonda reazione ad una domanda rivoltagli in inglese malcerto da un collega di cui Daniil ha chiesto in modo assai brusco addirittura l’espulsione dai Giochi, ha dovuto superare un momento difficilissimo nel secondo set e poi salvare tre palle break consecutive nel primo game del terzo. Quindi altre tre sul 4-2 per lui dopo aver conquistato il break decisivo nel secondo game in cui forse  Fabio ha commesso l’errore di ripensare alle occasioni perdute nel game precedente. Dall’0-40 del primo game Fabio ha infatti ceduto dieci punti di fila. E quel break non è più riuscito a recuperarlo.

Il Medvedev che ha battuto Fognini non mi è parso imbattibile. Certo per batterlo bisogna avere una capacità di concentrazione diversa da quella di cui è evidentemente capace Fognini. Anche in una giornata in cui ha complessivamente giocato bene. E, come ha detto lui, alla pari con il secondo tennista più forte del mondo.

Ma un tennista che non fa serve&volley non può incappare su nove falli di piede! Basta stare un minimo attento prima di andare a servire. Ho capito che faceva un caldo insopportabile, quello che ha costretto Badosa a ritirarsi dopo il primo set e ha messo in crisi lo stesso Medvedev che diceva di non riuscire più a respirare. Però che ci vorrà mai a guardare la riga di fondo e, all’atto di servire, stare attento a mettere i piedi cinque centimetri più indietro? Soprattutto quando ti rendi conto che i giudici di linea qui sono “gendarmi” inflessibili, pignoli al millimetro. Nell’arco di un match equilibrato e ben giocato, rinunciare a priori a nove prime palle di servizio, innervosendosi immancabilmente prima di giocare la “seconda” è un handicap che non si può concedere al n.2 del mondo.

Fabio ha fatto solo due doppi falli, l’ultimo sul match point…, ma è inevitabile che quando giochi la “seconda” non puoi che farlo in modo conservativo, la giochi più piano. E con un avversario che risponde come Medvedev non fare che una brutta fine. Non esistono sensori che inseriti nelle scarpe (nella testa?) di Fognini lo avvertano quando sta per toccare la linea bianca?

A questo punto fra i quattro che hanno raggiunto i quarti di finale della metà bassa del tabellone, Khachanov (vittorioso su Schwartzman) e Humbert (su Tsitsipas), Medvedev sembra il più serio candidato a un posto in finale. Dove, per quanto concerne la metà alta, qualunque nome diverso da Djokovic – che nei quarti trova Nishikori e poi il vincente di Zverev-Chardy – sarebbe una gran sorpresa. Anche se Zverev non ha sempre perso con Djokovic: il bilancio è 6-2 per Nole, con Sasha che ha vinto due finali, a Roma 2017 e a Londra ATP Finals 2018.

Piuttosto, dopo l’accenno di poco fa all’assenza di Berrettini, non c’è dubbio che anche la rinuncia di Jannik Sinner ci abbia tolto un’altra gran bella possibilità. Soprattutto se si pensa che un quarto di finale lo giocheranno due sue recenti vittime: Khachanov e Humbert. Qui c’erano solo 16 teste di serie e Jannik n.23 ATP avrebbe potuto capitare ovunque. Anche dove si trovano Humbert e Khachanov.

Le Olimpiadi sono decisamente un torneo che fa storia a sé. Al Roland Garros per la prima volta nella storia del tennis francese i nostri “cugini” d’Oltralpe non avevano avuto un solo giocatore, uomo o donna al terzo turno. Qui hanno due tennisti nei quarti, in lotta per una medaglia. E gli svizzeri che non hanno né Federer né Wawrinka, hanno Bencic in semifinale con chance niente male per un posto in finale dovendo affrontare la kazaka Rybakina che ha battuto la deludente Muguruza. Inoltre Bencic e Golubic sono in semifinale in doppio e dovranno giocare contro il non irresistibile duo brasiliano Pigossi-Stefani!

Francamente, anche se questa giornata con i duelli di ottavi Medvedev-Fognini e ancor più (di quarti) Giorgi-Svitolina, avevano risvegliato l’interesse dei giornalisti presenti a Tokyo sul tennis, non ero per nulla ottimista. Vero che il cammino di Camila Giorgi fino ai quarti di finale era stato tutt’altro che scontato. Durante il percorso aveva battuto la finalista di Wimbledon Karolina Pliskova per la seconda volta consecutiva, conquistando la dodicesima vittoria su una top-ten. Il che testimonia le sue eccellenti qualità potenziali, ma sottolinea anche certi limiti di tenuta psicologica.

Oggi per esempio è partita con uno 0-4 nel primo set, poi 1-5, e con un 1-4 nel secondo set, frutto di due break. Ma come si fa recuperare? Poi si dirà che è un peccato perché degli ultimi quattro game del primo set Camila ne ha fatti tre, e degli ultimi 5 del secondo idem. Quindi poteva esserci partita, si dirà. E partita c’è stata perché Svitolina che fino ai primi due set point mancati sul 5-1 non aveva fiatato, ha cominciato dal 5-3 a sottolineare con dei ruggiti ogni colpo spinto con maggior intensità, mentre il suo fresco sposo Gael Monfils si faceva anche lui via via più vocale dalla tribuna in cui era circondato dalle maglie giallocelesti dei dirigenti ucraini.

Non ero ottimista, pur avendo visto giocare benissimo Camila nei turni precedenti, perché come ho detto a Vanni Gibertini anche nel podcast della quarta giornata fatto per Ubi Radio, secondo me Elina Svitolina era la peggior avversaria che potesse capitare a Camila. A Camila non danno noia le donne che tirano, forte, come Pliskova, ma quelle che tirano più piano – e lei nell’intervista post match lo ha anche detto – che le danno palle da spingere più che da incontrare, palle spesso non uguali. Anche pallonetti a candela se necessario. E sul 5-4 del primo set, servizio Svitolina e 0-15, Cami ha steccato uno smash contro sole che forse le è costata la possibile rimonta, insieme a un pizzico di fortuna, una riga presa di un millimetro dall’ucraina sul 30-15 con la successiva palla di Cami che si è fermata sul nastro sopo aver dato l’illusoria sensazione di poter passare.

Ma il problema che le dava la Svitolina consisteva anche nelle sue eccellenti capacità difensive e di recupero. Mentre Pliskova sulla riga di fondocampo – che è lunga 8 metri e 23 – gioca straordinariamente bene e colpisce alla grande se la palla le cade nel raggio dei sei metri centrali (circa eh…), ma sull’ultimo degli otto metri a sinistra come a destra arriva male e sparacchia spesso fuori di metri senza sapersi difendere, Svitolina invece corre e recupera il recuperabile. Correndo sulla sua destra fa dei dritti con il taglio sotto che ricordano proprio le armi difensive del suo consorte Monfils.

Con una tennista che recupera tre volte di più quel che non recupera la Pliskova, Camila finiva per sbagliare dopo tre-quattro affondi che contro la ragazzona ceca le avrebbero procurato il punto, mentre con l’ucraina andava ancora fatto. Dai, picchia e mena, alla fine arrivava l’errore. Nihil novi sub sole. Me l’aspettavo, purtroppo. Non mi facevo illusioni. Speravo in qualche “basso” della Svitolina. Ma non c’è stato nella misura in cui sarebbe servito. Appena qualcosina. Peccato, perché secondo me era proprio lei, più della Vondrousova al turno successivo, l’ostacolo più serio.

È andata così. A Tokyo zero medaglie ma a Parigi, fra tre soli anni, avremo più chance perché i vari Berrettini, Sinner, Musetti, Sonego saranno tutti cresciuti ancora. E Camila Giorgi, sui 32 anni, con la forza e il fisico che ha, sarà ancora competitiva, e magari più continua, oltre che tatticamente un pochino più smaliziata. È mai possibile, ad esempio, che non possa lavorare un minimo sullo slice, sulla smorzata? Vabbè, di coach in pectore sono pieni i circoli di tennis…e io non mi voglio sostituire a papà Sergio.

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ATP Atlanta: a Kyrgios la sfida contro Anderson, Sinner troverà O’Connell all’esordio

Accedono al secondo turno anche Paire, Isner e Fritz

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Nick Kyrgios - ATP Melbourne 2, Murray River 2021 (via Twitter, @atptour)

Mentre gli occhi del mondo sono tutti puntati, giustamente, verso Tokyo e le sue Olimpiadi, il mondo continua ad andare avanti e con esso il circuito tennistico professionistico. È infatti in scena ad Atlanta (a proposito di Olimpiadi…) il primo 250 della lunga stagione sul veloce americano che culminerà con gli US Open di fine agosto; torneo quello che si disputa nella capitala della Georgia che vede tra gli altri il ritorno in campo del nostro Jannik Sinner. Dopo il forfait olimpico e la sconfitta al primo turno di Wimbledon per mano di Fucsovics (ultimo match disputato dall’altoatesino) Sinner, testa di serie numero due del torneo, debutterà contro il qualificato Christopher O’Connell che ha battuto lo statunitense Denis Kudla 4-6 6-3 6-3. Sarà la prima volta che i due incroceranno le racchette in campo.

Vittoria difficile ma meritata quella di Nick Kyrgios, campione ad Atlanta nel 2016, che ha battuto al primo turno l’ex finalista Wimbledon, il sudafricano Kevin Anderson con il punteggio di 7-6(4), 6-3. Match molto combattuto, tra due big server del circuito, nel quale l’australiano non ha dovuto affrontare nessuna palla break, vincendo l’86% di punti con la prima di servizio e mettendo a segno 15 ace. Kevin non è un avversario facile, è finalista Slam e sa come vincere le partite, ha detto Kyrgios nell’intervista post gara sul campo. “Il suo servizio è uno dei migliori al mondo, quindi sapevo che oggi sarebbe stato incredibilmente difficile. Non ho giocato molte partite, ma stavo servendo bene e adoro giocare qui ad Atlanta”. Kyrgios affronterà al secondo turno Cameron Norrie: terzo incontro tra i due dopo e una vittoria a testa finora. I precedenti incontri sono stati disputati nel 2018 proprio ad Atlanta (vittoria per Norrie) e all’ATP Cup 2020 dove ad avere la meglio è stato l’australiano.

Tra gli altri incontri del primo turno da segnalare la vittoria di John Isner sul connazionale J.J. Wolf per 6-4 6-7(3) 6-4, match durato oltre due ore, e quella di Taylor Fritz sul qualificato russo Evgeny Donskoy (6-3 6-4), grazie alla quale si regala il derby nel secondo turno con Steve Johnson che a sua volta ha battuto l’australiano Alexei Popyrin. Secondo turno anche per Benoit Paire che ha battagliato a lungo sul campo con il giapponese Yasutaka Uchiyama, avendo la meglio soltanto al terzo set: 7-5 6-7(2) 6-4. Il tennista transalpino affronterà il finlandese Emil Ruusvori che ha battuto l’americano Mackenzie McDonald per 7-6(3) 7-5.  

 

Il tabellone aggiornato di Atlanta

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