Steve Flink e il declino del tennis USA: “Dobbiamo mettere la racchetta in mano ai migliori atleti"

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Steve Flink e il declino del tennis USA: “Dobbiamo mettere la racchetta in mano ai migliori atleti”

Il Direttore Scanagatta torna in un nuovo video per parlare della crisi del Paese che dominava il nostro sport fino a meno di vent’anni fa. Il tennis attira poco rispetto agli altri ‘big sport’: basket, football e baseball

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Prosegue la serie di pezzi di Ubitennis dedicata al tennis americano. Dopo il contributo di Mark Winters, questa volta è l’amico del sito e Hall of Famer Steve Flink a cercare di rispondere a diversi quesiti: perché non ci sono più giocatori americani in cima alle classifiche ATP? C’è luce in fondo al tunnel? Questo e altro nel video.  

00:00 – Ubaldo: “Il miglior giocatore americano, Isner, ha 35 anni ed è fuori dai top 20 del ranking e l’unica vera promessa sembra essere il diciannovenne Brandon Nakashima (per quanto Korda, ndr…). Questo potrebbe essere il punto più basso per il loro tennis maschile”. Steve: “I fatti sono chiari così come era chiaro da moltissimo tempo quale fosse la tendenza. Vorrei dire una cosa, però. Credo che ci siano un po’ più giocatori che potenzialmente potrebbero esplodere. Credo che Taylor Fritz abbia una possibilità, anche se ha deluso quest’anno”.

02:30 – Ubaldo: “Quando il ranking è stato introdotto, c’erano 23 giocatori americani nei primi 100, sei nella top 20 e tre nella top 10. Oggi abbiamo soltanto 9 statunitensi nei 100 e zero tra i primi 10 e 20. Quali sono le ragioni principali?”. Steve: “Credo che il vero punto di svolta in negativo per il tennis americano ci sia stato quando la generazione di Sampras, Agassi, Courier e Chang (con l’aggiunta anche di Martin e Washington) ha dominato gli anni 90. A loro sono succeduti Roddick e Blake, poi il nulla. Non so se sia stato il nostro sistema che è calato o i grandi miglioramenti fatti nelle altre nazioni. Ci sono atleti da tantissimi Paesi ora, lo sport è più popolare. Noi facciamo fatica a portare i nostri migliori atleti verso il tennis piuttosto che verso il basket, il football o il baseball, dove hanno maggiori chance di guadagno”.

06:10 – Ubaldo: Vorrei sapere se il denaro è il fattore principale per cui gli statunitensi provano prima altri sport, magari anche perché nel tennis soltanto i primi 100 guadagnano discretamente”. Steve: “Sì, i tennisti, se arrivano ad un certo livello, trovano degli sponsor e guadagnano fuori dal campo, ma un sacco di giocatori non hanno questa possibilità e devono arrangiarsi con i premi, mentre gli atleti di baseball, basket, football e hockey vengono contrattualizzati, spesso su basi pluriennali, dalle squadre. Questo certamente attrae di più molti dei nostri giovani”.

07:40 – Ubaldo: “In Europa lo sport principale è il calcio e almeno 6000, forse anche 8000 atleti europei giocano nei campionati principali e guadagnano più di 300.000 euro l’anno. C’è una grandissima differenza tra il riuscire ad essere uno di quei 6000 calciatori e uno dei primi 100 tennisti al mondo, il primo è certamente un cammino più facile. Penso che in America ci sia una situazione simile con i quattro sport principali. Ho l’impressione che l’USTA non abbia un buon sistema per aiutare i giocatori giovani ad emergere, altrimenti ci dovrebbe essere una base di giocatori di buon livello che invece non c’è. In Italia, ad esempio, le cose hanno cominciato a cambiare quando la FIT ha deciso di aiutare anche coloro che hanno allenatori privati. Mi chiedo se questo avvenga anche negli Stati Uniti o se la USTA privilegi soltanto i propri centri federali, senza aiutare i giovani che hanno percorsi differenti”.

12:16 – Steve: Da noi ci sono moltissimi centri di allenamento federali, il principale ad Orlando, e molti allenatori che seguono giocatori importanti. Ma non sono sicuro che il problema siano loro. Il programma di sviluppo per i giovani è stato creato nella seconda metà degli anni 80, quando Connors e McEnroe hanno iniziato a calare. Poi in pochi anni è uscito quel gruppo con Sampras, Agassi, Chang, ma questo aveva probabilmente poco a che fare con il programma federale, semplicemente loro erano ottimi giocatori. In parte questo è un fenomeno ciclico, arriverà un momento in cui noi avremo un buon gruppo di giocatori come quelli che avete ora in Italia. Sono rimasto sorpreso della piega che il nostro tennis ha preso dopo l’addio di Roddick e non so bene se sia a causa del nostro sistema, o semplicemente dovuto al miglioramento delle altre nazioni, dove il tennis ha una priorità più alta”.

 
Andy Roddick, Steve Flink e Kim Cljisters

14:00 – Ubaldo: “Tutti quei nomi che hai citato prima, Sampras, Agassi, Chang, sono tutti figli di immigrati, molto motivati. In Italia abbiamo avuto un gruppo di ottimi giocatori, Panatta, Barazzutti, Bertolucci, che provenivano da famiglie modeste e avevano forse maggiore motivazione rispetto ad altri più agiati. Questo conta. Oggigiorno negli USA e anche in Europa le famiglie benestanti non spingono i loro figli a dedicarsi sei ore al giorno ad un unico sport, preferiscono che pratichino tre o quattro attività diverse e quindi, se hai queste origini, è più difficile dare tutto te stesso per diventare un tennista”. Steve: “È un punto molto valido, quello della fame e del bisogno di avere successo, credo che abbia senz’altro un ruolo. Ma qui, con tutte le strutture di allenamento messe in piedi dalla USTA, ci si aspetterebbe di vedere emergere dei giocatori che possiedono quella dedizione, quell’ossessione di emergere. Ecco, forse è proprio l’ossessione di emergere che manca, ma non so il motivo”.

18:42 – Ubaldo: “Forse non ci sono abbastanza incentivi. In America più che altrove il denaro è molto importante. Mark Winters ritiene che i giovani americani non abbiano abbastanza fame, che quando dicono di stare lavorando molto, siano più parole che fatti. Sei d’accordo?” Steve: “Io rispetto molto Mark e suo ruolo nello sviluppo della generazione di cui abbiamo parlato prima, che continua oggi nell’Associazione della California del Sud. Non so se sono d’accordo, ma credo lui sappia quello che dice”.

20:40 – Ubaldo: “La politica spesso è importante nello studiare il sistema, gli incentivi e i metodi per aiutare i giovani. Perché oggi, a differenza di venti o trent’anni fa, se non sei un grande talento, riesci ad arrivare a vivere economicamente di tennis soltanto attorno ai 23-25 anni. Chang, Wilander e Becker, invece, sono diventati ricchi a da teenager. Se inizi a competere attorno ai 10-12 anni, prima di riuscire a guadagnare abbastanza per mantenere te stesso e il tuo team, devi lavorare e allenarti per una dozzina d’anni”.

22:35 – Steve: “C’è un altro fattore. Una volta a 30 anni un giocatore pensava di avere già dato. Oggi la generazione attuale sta dimostrando che le carriere possono durare molto di più nella parte finale. Federer sarà ancora della partita a 40 anni”. Ubaldo: “Vero, ma questo non aiuta la creazione di nuovi giocatori. Una volta che sei arrivato, rimani in vetta più a lungo e continui a guadagnare, ma il problema è che, se non sei economicamente indipendente e i tuoi genitori non sono ricchi, non ti puoi permettere di aspettare i 12 o 14 anni necessari per arrivare ad un buon livello”.

24:15 – Ubaldo: “Le federazioni nazionali dovrebbero trovare il modo di aiutare i giovani per questi 12-14 anni, finché costruiscono la propria carriera. Qui è dove è importante la politica. In Italia la situazione è molto critica per tutte le federazioni sportive, perché le persone nelle poltrone importanti vogliono rimanerci per sempre. Ed è sbagliato a mio parere. Ma è anche sbagliato ciò che accade nella USTA, dove si cambia presidente ogni quattro anni e manca la continuità. Se una persona rimane al proprio posto per quattro anni, non ha alcun interesse a costruire un sistema che durerà molto più a lungo della sua carica”. Steve: “Sì, ma noi abbiamo anche i direttori esecutivi che possono fare più attenzione allo sviluppo dei giocatori rispetto al presidente, perché rimangono al loro posto per più tempo. Ma hai ragione nel dire che il sistema è problematico in riferimento alla leadership.

26:50 – Ubaldo: “Quante sono le persone davvero responsabili del tennis americano, a parte il presidente della USTA?” Steve: “I direttori esecutivi stanno al loro posto a lungo. Non so se abbiano contratti per un numero preciso di anni, ma rimangono lì molto tempo e questo dà loro la possibilità di pensare di più ai giocatori, ai giovani e a portare il tennis statunitense di nuovo al livello in cui tutti vogliamo che torni”.

27:45 – Ubaldo: “Hai idea di quanti soldi siano investiti in questi settori? Immagino che avere gli US Open, un’autentica fabbrica di soldi, sia importante per avere risorse da redistribuire”. Steve: “Non ho le cifre precise, ma so che gli allenatori federali sono pagati molti soldi, non c’è dubbio che investano molto. Si è dovuto fare qualche aggiustamento a causa della pandemia, ma fino a quest’anno, il problema non credo fossero le risorse. Il fenomeno è in parte inspiegabile, per me: abbiamo ottimi allenatori e programmi molto buoni e, malgrado la fuga dei giovani verso altri sport, ci sono sempre numerosi giovani promesse. Sul perché non siano diventati dei nuovi Andy Roddick, non lo so. Davvero”.

30:27 – Ubaldo: “La situazione di un allenatore che riceve un salario fisso da una federazione indipendentemente dai giocatori che riesce a produrre è molto differente rispetto alla situazione europea, in cui molti team privati iniziano praticamente senza soldi e investono su sé stessi facendo una scommessa. È una grossa differenza in termini di motivazione e la fame degli allenatori diventa anche la fame dei giocatori. Non so se gli allenatori federali che hai nominato tu abbiano o meno lo stipendio garantito senza riguardo ai loro successi, né se in America ci siano team privati o magari dei genitori che investono, come nel caso del padre di Sofia Kenin o di Stefano Capriati [padre di Jennifer, ndr]. Mi chiedo se negli USA queste realtà, genitori che investono nei loro figli come il padre delle Williams ci siano ancora”. Steve: “In molti casi ci sono. Credo che questo ci riporti alla vecchia questione se i campioni lo siano per nascita o possano essere costruiti. La verità è che è un qualcosa che viene da dentro”.

35:15 – Steve: “Oggi ci sono anche diverse ragazze eccellenti, come Madison Keys o Sloane Stephens, che si sono formate negli stessi programmi di cui parlavamo prima. In generale il tennis femminile oggi è a livello più alto di quello maschile. Ubaldo: “Ma allora dobbiamo capire il perché tra i migliori teenager ci sono soltanto Nakashima e Brooksby…”. Steve: “Guarda, davvero non riesco a trovare un senso. Alcuni atleti, come Isner, giocano al college e vengono fuori più tardi, forse questo è parte del motivo per cui noi non abbiamo giovani come Sinner. Ma davvero, me lo sto chiedendo da 15 anni e non riesco a trovare molte valide spiegazioni, se non che potrebbe cambiare tutto in breve tempo. Nei prossimi anni, quando meno ce l’aspettiamo, potrebbero uscire improvvisamente tre giocatori che oggi hanno meno di 16 o 14 anni e di cui non sappiamo ancora nulla. Sul finire degli anni 80 nessuno si aspettava che quel gruppo di giocatori fosse anche solo lontanamente così forte come poi è stato. Non ho perso la speranza”.

Sofia Kenin con il trofeo – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

39:10 – Ubaldo: “Un tempo negli USA avevate i college che costruivano i campioni del futuro, non soltanto americani, perché c’erano anche giocatori stranieri che venivano a giocare là. Oggi, i giocatori non vogliono attendere così tanto e non pensano nemmeno di poter diventare buoni giocatori dopo il college, a 24-25 anni e quindi non ci provano nemmeno…”. Steve: “Quello che cercavo di dire prima è che penso che alcuni dei giovani oggi, guardando a Federer, Nadal, Djokovic, ma anche Wawrinka e molti altri, che giocano alla grande ben oltre i trent’anni, potrebbero fare valutazioni differenti. Potrebbero pensare di avere la possibilità di andare al college, finirlo a 22 anni e avere ancora a disposizione 10-15 anni di tennis professionistico davanti a sé”. Ubaldo: “In quel caso servirebbero due fattori concomitanti. Primo, un ragazzo maturo ed intelligente, paziente abbastanza e senza la fretta di far soldi. Secondo, l’organizzazione del college e l’aiuto che la USTA dovrebbe dare agli istituti che sviluppino un buon programma”.

42:20 – Ubaldo: “Negli USA non si possono dare incentivi in denaro agli atleti di college non professionisti, ma bisognerebbe trovare un sistema per garantire un sostegno ai ragazzi al termine dei loro studi. Magari a quelli che riescono ad entrare tra i primi 50 o 80 del mondo, cosicché i giovani studenti avrebbero la motivazione per raggiungere un certo traguardo”. Steve: Mi piace quest’idea di sostegno ai college e credo sia qualcosa a cui si sta pensando in questo momento, soprattutto visto che l’età del tennis competitivo si sta alzando”.

44:15 – Ubaldo: “Hai detto che credi che ci si stia pensando, ma non lo sappiamo per certo. Io, te o Mark Winters potremmo provare a chiedere o a lanciare la proposta, magari parlando con Stacey Allaster o qualcuno che possa risponderci”. Steve: “Mi piace l’idea. Penso che potrò senz’altro mandare una mail a Stacey Allaster e chiederle di venire a parlare con noi. Perché persone come lei sanno esattamente cosa sta succedendo. Così magari riusciremo ad avere delle risposte”.

47:00 – Ubaldo: ”Da italiano non dovrei nemmeno avere troppo interesse nel promuovere il tennis americano, ma sarebbe un’ottima cosa per il nostro sport se qualche giocatore australiano o statunitense fosse in grado di vincere il proprio Slam di casa”. Steve: “Sono d’accordo, è molto importante che un giocatore americano maschio riesca ad emergere, almeno per essere della partita. Più o meno come accadeva ai tempi di Roddick: ovviamente Federer era migliore di lui, ma era divertente guardarli affrontarsi. C’è bisogno di un miscuglio di nazioni diverse. Qualche americano in mezzo al gruppo aumenterebbe la popolarità del tennis nel nostro paese, ma anche a livello globale, perché il pubblico di tutto il mondo è abituato a vedere giocatori statunitensi di successo”.

48:15 – Ubaldo: E anche per quanto riguarda il tennis australiano… è un peccato che due nazioni con così tanta tradizione e cultura siano praticamente scomparsi dalle prime pagine. Oltretutto, gli esempi sono importanti. Dopo Borg, altri tre svedesi hanno raggiunto la top 10, a Becker, Graf e Stich sono seguiti i vari Tommy Haas e Kiefer. Ad oggi, sembrano uscire nuovi giocatori croati e serbi quasi giornalmente. Ma c’è anche del lavoro che deve essere fatto dietro le quinte e dovremmo capire cosa stiano facendo gli USA e l’Australia per fermare questo declino”. Steve: “È vero, gli australiani hanno avuto i maggiori successi quando il gioco era prevalentemente su erba, anche se poi sono arrivati Hewitt e Rafter, che erano probabilmente migliori sui campi duri”.

Ubaldo: “Be’ gli altri Paesi, a parte forse il Regno Unito, praticamente non avevano campi in erba, e infatti era normale che americani e australiani dominassero quell’epoca. Ma oggi, che il 75% del tennis è giocato su campi duri, non c’è alcuna ragione per cui Stati Uniti e Australia non abbiano giocatori in Top 20. È una questione di denaro, incentivi, e anche background sociali, se famiglie non ricche preferiscono mandare i loro figli a praticare sport dove è più facile arrivare a guadagnare. Potremmo discuterne con Stacey Allaster, non da politici, ma come interessati al benessere del nostro sport”. Steve: “Sì, e potremmo magari anche parlare con John Newcombe, per sapere un po’ della situazione in Australia”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

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A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

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