Perché sono sempre i fratelli minori ad avere la carriera più brillante?

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Perché sono sempre i fratelli minori ad avere la carriera più brillante?

FiveThirtyEight ha cercato di spiegare uno dei fenomeni più curiosi evidenziati dalla scienza dello sport, ma non ditelo a Patrick McEnroe, Claudio Panatta, Javier Sanchez, Alvaro Fillol

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Serena e Venus Williams - US Open 2015 (photo Art Seitz)

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Venus è stata la prima figlia in casa Williams ad avere un forte impatto nel tennis professionistico. Ma papà Richard era da sempre sicuro che la carriera migliore l’avrebbe avuta la sua quinta (ed ultima in ordine di età) figlia, Serena, più giovane di Venus di quindici mesi. Ha avuto ragione; se consideriamo la pur magnifica carriera di Venus, condita da sette Slam, questa si ridimensiona al confronto dei successi conquistati dalla sorellina Serena, che di Slam ne ha portati a casa ben ventitré, guadagnandosi dalla stragrande maggioranza degli addetti ai lavori la reputazione di miglior giocatrice di tutti i tempi (qualcuno si spinge oltre, mettendola davanti anche ai colleghi uomini nella classifica all-time).

Questa situazione verificatasi nella famiglia Williams, dove il fratello minore è quello ad avere più successo, sembra quasi una regola nel mondo dello sport: viene definita “l’effetto del fratello minore”, una delle scoperte più particolari nel mondo della scienza applicata agli sport: secondo questa teoria, i fratelli minori hanno molte più possibilità di diventare degli sportivi d’élite rispetto ai fratelli più grandi, come documentato nel libro “The Best: How elite athletes are made”. L’analisi è stata condotta su 33 diversi sport tra Canada e Australia, prendendo come campioni gli atleti al top (cioè quelli che avevano disputato tornei a livello internazionale) ed atleti un gradino sotto quel livello, che avevano quindi raggiunto lo stesso livello da juniores o si erano fermati a quello nazionale da professionisti. Il dato più evidente è che la maggior parte degli atleti elitari sono i figli minori in famiglia.

Entrambi i gruppi analizzati avevano all’incirca lo stesso numero di fratelli; la differenza constava nel fatto che gli atleti al top avevano 1.04 fratelli maggiori in media; gli atleti meno performanti “solo” 0.61. La percentuale cresce quando prendiamo in considerazione le atlete donne: nel 2014, uno studio sulle atlete in lotta per un posto nella nazionale di calcio degli Stati Uniti rivelò come i tre quarti delle giocatrici avesse un fratello maggiore; solo il 20% aveva fratelli minori, il restante 5% era figlio unico. Le stelle di quella nazionale, Megan Rapinoe, Alex Morgan e Mia Hamm, erano tra coloro che da bambine giocavano a calcio con i loro fratelli maggiori.

 

Nel caso in cui entrambi i fratelli riescano ad entrare nel professionismo, è sempre quello minore che tende ad avere un successo maggiore. Nel 2010, Frank Sulloway e Richard Zweigenhaft analizzarono ben 700 coppie di fratelli che avevano giocato nella Major League Baseball, ed evidenziarono come i fratelli minori della coppia avessero più del doppio delle possibilità di diventare migliori battitori, e, più in generale, potessero aspirare ad una carriera di due anni e mezzo in media più lunga, per un totale di 226 match giocati in più.

La spiegazione di questa curiosa “regola” potremmo rintracciarla nello sforzo che i fratelli minori devono compiere per provare a raggiungere lo standard in famiglia imposto dal fratello più grande. Un esempio classico, Michael Jordan: il più piccolo di tre fratelli nonché quarto di cinque figli totali nella famiglia Jordan. Larry Jordan, di soli 11 mesi più grande di Michael, veniva considerato un cestista migliore e batteva regolarmente i fratelli nel giardino di casa. “Non credo che sarei arrivato a questo livello senza il confronto continuo con i miei fratelli”, Michael ha raccontato in “The last dance”. “Quando arrivi a scontrarti con le persone che ami, la competizione per me si accende ancora di più. Mi sembrava di competere con mio fratello per guadagnarmi le attenzioni di nostro padre… Volevo la sua approvazione. Per questo motivo la mia determinazione cresceva, perché volevo diventare come ed anche meglio di mio fratello”.

Una dinamica simile la possiamo ritrovare nella famiglia scozzese dei Murray, dove il fratello maggiore Jamie è diventato uno dei migliori doppisti al mondo nel tennis, mentre il più giovane dei due ha vinto tre titoli del Grande Slam nel singolare. “Credo che avere un fratello maggiore abbia aiutato Andy a diventare molto competitivo”, racconta sua madre Judy in “The Best”. “Il fatto di avere un fratello più grande di lui e più forte fisicamente durante la sua gioventù lo ha certamente portato ad essere lo sportivo ultra-competitivo che tutti conoscete oggi. L’unica cosa che voleva era battere il fratello Jamie”.

La competizione con un fratello maggiore comporta anche uno sviluppo più rapido delle altre abilità. Gli atleti professionisti imparano di più nelle sconfitte, perché le situazioni di difficoltà che portano a quel risultato fungono da feedback, così che possano individuare le aree dove si è fallito ed apportare i miglioramenti richiesti. Mentre la figura di una persona più grande può portare inconsciamente ad un rilassamento, potendo contare su un vantaggio fisico e di esperienza, la posizione di svantaggio del fratello minore porta quest’ultimo a dover cercare altre vie per compensare il gap, e quindi possiamo verificare miglioramenti nelle aree tattiche (capacità di prendere le decisioni giuste in campo, provare a sfruttare i punti deboli dell’avversario) e tecniche per tenere il passo e non restare indietro.

I suddetti miglioramenti daranno poi un grande vantaggio quando il divario atletico sarà colmato. Volontariamente o meno, inoltre, i fratelli maggiori possono trasmettere consigli importanti. “La strategia perfetta per un fratello minore è cercare di scegliere lo sport in cui il proprio fratello sia già affermato, in modo da poter beneficiare di una guida importante nel futuro, afferma Sulloway.

Un altro indicatore importante in questi studi è la quantità di tempo che gli (aspiranti) atleti hanno trascorso giocando in un ambiente informale. Il risultato è stato ottenuto comparando due gruppi diversi di giovani calciatori: il primo era composto da ragazzi appartenenti alle squadre giovanili della Premier League (a detta di molti la più competitiva lega di calcio al mondo), il secondo da altri calciatori che erano stati invece tagliati da queste ultime perché non avevano raggiunto il livello che ci si aspettava da loro. Ebbene, a parità di ore trascorse nelle strutture di allenamento, i giocatori che ancora facevano parte delle giovanili di queste squadre avevano in media speso il doppio del loro tempo, in passato, giocando in un ambiente informale (come ad esempio le sfide in famiglia o nei campetti con gli amici) rispetto all’altro gruppo.

La NBA ha confermato, tramite propri studi, che un ambiente informale porta i ragazzini a confrontarsi con più variabili, quali il giocare in più ruoli e posizioni o in squadre con un numero sempre diverso di componenti, comportando una maggiore e più rapida capacità di adattamento alle situazioni diverse che si verificano in campo. Questi nuovi dati si applicano anche alla “teoria del fratello minore”: va da sé che chi ha un fratello maggiore avrà da subito la possibilità di confrontarsi con un “avversario” migliore rispetto a chi non ha fratelli o deve aspettare che questi crescano.

Patrick e John McEnroe durante un match di doppio (foto Art Seitz)

Sono anche i genitori ad avere un ruolo spesso decisivo in questa teoria, perché sono soliti trattare i figli più piccoli in modo diverso, con un fare spesso più indulgente: i numeri ci dicono che questi vengono spinti a praticare anche sport da contatto pericolosi per una percentuale più alta del 40% rispetto ai fratelli maggiori, consentendo loro in tal modo di avere più possibilità di riuscire a sfondare nel professionismo. Il carattere gioca un ruolo fondamentale. Sappiamo che di solito i più piccoli in famiglia sono anche quelli più intraprendenti: nella MLB, è stato dimostrato da Sulloway e Zweigenhaft che proprio i fratelli minori hanno 10,6 volte più probabilità di effettuare un tentativo di rubare una base, riuscendoci con successo per 3,2 volte in più rispetto ai fratelli più grandi. Sono inoltre di media i più colpiti dai lanci di pallina, suggerendo una minore paura dello scontro, forse proprio perché temprati durante gli scontri nel giardino di casa in gioventù.

“Nel caso in cui abbiano due fratelli professionisti nello stesso sport, i genitori avranno una familiarità maggiore con l’ambiente”, aggiunge Melissa Hopwood, co-autrice degli studi condotti sugli atleti canadesi e australiani. Già conoscono i migliori coach, l’approccio migliore, per cui sanno come muoversi senza commettere errori dovuti all’inesperienza”.I giovani inoltre già sanno cosa non ha funzionato nella carriera del proprio fratello maggiore, potendo regolarsi di conseguenza.

È il caso della famosa famiglia degli Ingebrigtsen, al top per quanto riguarda le gare di mezzofondo nell’atletica. I tre fratelli norvegesi si sono portati a casa l’oro europeo nei 1.500 metri. Jakob, il più piccolo dei tre, è però l’unico ad aver vinto l’oro anche nella gara dei 5.000 metri; nel 2018, a soli 17 anni, fece la doppietta 1.500 e 5.000 metri. Sia Filip che Jakob hanno imparato dai miei errori, dichiarò infatti Henrik, il più grande dei tre, a margine della vittoria a Berlino di Jakob. “Ed io ne ho fatti tanti! Ogni anno cerchiamo di stilare un programma di allenamenti e un calendario di corse ottimali, ma è sempre Jakob ad avere quello perfetto”. E proprio Jakob potrebbe essere definito come l’esempio più limpido della teoria secondo la quale sono sempre i fratelli minori ad avere la migliore carriera sportiva in famiglia.

Traduzione a cura di Antonio Flagiello

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È vero che i tennisti più forti alzano il proprio rendimento sotto pressione?

Partendo dall’esempio di Emma Raducanu, il Guardian ha raccontato di uno studio che ha analizzato le prestazioni nei punti importanti dei migliori giocatori al mondo

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

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Emma Raducanu si sta già dimostrando maestra nel sovvertire le aspettative: a Wimbledon alcuni avevano messo in dubbio il suo temperamento dopo che si era ritirata dal quarto round con difficoltà respiratorie, ma due mesi dopo gli stessi critici sono stati costretti a rimangiarsi quelle parole dopo la straordinaria vittoria riportata allo US Open.

Emma ha aggiunto nuove sfumature a come viene percepita dal pubblico e dai media in occasione di un evento celebrativo nella sua città natale: il 24 settembre, al National Tennis Center di Toronto, ha infatti mostrato il suo lato pratico e spietato, rivelando di aver rinunciato ai servigi di quello che era stato il suo allenatore a New York, Andrew Richardson. Certo, è stata la decisione giusta: Richardson aveva un contratto a breve termine e poca esperienza nel circuito WTA. E, anche a 18 anni, Raducanu è abbastanza grande da sapere che le favole possono presto essere fatte a pezzi, soprattutto nel feroce mondo dello sport professionistico.

 

Ma Raducanu ha anche detto qualcosa che merita una certa attenzione quando le è stato chiesto cosa avesse fatto per affrontare meglio i match dal punto di vista mentale nel periodo intercorso tra gli stenti patiti contro Ajla Tomljanovic a Wimbledon – quando un errore non forzato si è trasformato in un altro e poi un altro – e lo US Open, dove si è dimostrata coriacea come granito: “Sono abbastanza resiliente e quando sono giù, o affronto delle avversità, normalmente tendo a riprendermi abbastanza velocemente e a non lasciare che la delusione mi colpisca“. Ma come comportarsi quando si commette un errore non forzato su un punto importante come può esserlo uno allo US Open, come cercare di assicurarsi che non accada di nuovo? “Cerco solo di riconoscere quello che è successo in quel colpo e di non ripetere l’errore in seguito“, ha risposto.

Gli psicologi hanno una frase per questo: “expertise-induced amnesia” [amnesia indotta dalla competenza acquisita, ndr], usata per descrivere la natura automatica e inconscia delle prestazioni sportive o professionali. E forse aiuta a spiegare perché Raducanu è stato in grado di affrontare così bene gli occasionali momenti di difficoltà vissuti a New York.

Questa informazione è contenuta in un nuovo affascinante studio, “Psychological pressure and compounded errors during elite-level tennis”, (pressione psicologica ed errori cumulativi nel tennis d’élite), che ha esaminato più di 650.000 punti giocati in ogni singolare maschile e femminile nei 12 tornei del Grande Slam dal 2016 al 2019 per cercare di comprendere meglio il persistente enigma che circonda chi sa far fronte alla pressione, distinguendosi così da chi invece tende a soffrirla. Per ogni punto, il team di accademici dell’Università di Exeter e del Royal Holloway ha posto due domande chiave:
1) qual era il livello di pressione sui giocatori?
2) cosa hanno fatto in quella situazione? Hanno colpito un vincente, un errore non forzato o un doppio fallo?

Se, ad esempio, un giocatore era sotto 30-40 sul proprio servizio sul 4-5 nel set decisivo, questo creerebbe il punteggio massimo di pressione, rispetto a uno molto più basso in una situazione di 5-0 in proprio favore.

E quindi cosa hanno scoperto i ricercatori?

Primo, che il tasso di errori non forzati per i punti importanti, dove la pressione cresce, era superiore di ben 1,75 volte rispetto a quello riscontrato nei punti a bassa pressione. Non è stata una sorpresa, e né forse è sorprendente la rivelazione che, quando un giocatore o una giocatrice hanno commesso un errore non forzato, le possibilità che lo facciano di nuovo aumentino significativamente nei punti successivi.

Tuttavia, cosa più intrigante, i ricercatori hanno anche scoperto che questi due effetti interagiscono anche per creare un “ciclo di pressione: confusione, più pressione, di nuovo confusione”, come spiega uno degli autori, il dottor David Harris. Questo è interessante. Nello sport, si sente molto parlare della “mano calda” – la situazione in cui un colpo andato a segno tira l’altro, poi un altro, e all’improvviso il commentatore urla “è in trance agonistica!” e l’atleta non sembra poter più sbagliare. Tuttavia, gli accademici suggeriscono provvisoriamente che questo studio potrebbe essere un’ulteriore prova della teoria della “mano fredda“, in cui errori e voci interiori negative portano a più errori e ad una spirale discendente.

La ricerca contiene un’altra scoperta interessante. I più grandi nomi del tennis maschile e femminile sono spesso considerati più “centrati” sotto pressione – in altre parole, giocano ancora meglio quando la posta in gioco è più alta. Tuttavia, gli accademici non hanno trovate molte prove di questo luogo comune. Naturalmente i giocatori di successo hanno un miglior rapporto tra vincitori ed errori non forzati in ogni situazione. “Tuttavia, per i punti caratterizzati da un livello di pressione più elevata, le distribuzioni dei vincenti rispetto agli errori non forzati erano molto simili alle distribuzioni complessive“, hanno osservato gli accademici, “indicando che i giocatori di successo hanno semplicemente mantenuto il loro vantaggio generale sotto pressione e non hanno in qualche modo ‘aumentato il loro livello di gioco’ in corrispondenza di questi frangenti”. Schemi simili sono stati trovati nell’NBA, con i giocatori ritenuti “centrati” che in realtà non migliorano la loro percentuale di tiro negli ultimi cinque minuti di gioco, sebbene abbiano effettuato più tiri che potrebbero aver alterato le percezioni.

Allora qual è la migliore strategia per far fronte alla pressione? Come notano gli accademici, “i benefici delle routine pre-tiro per l’esecuzione sotto pressione sono vari e non ancora del tutto spiegati scientificamente“. Tuttavia, l’approccio punto per punto di Raducanu per far fronte alla pressione è notevolmente simile a come Annika Sörenstam, una delle più grandi golfiste di sempre nel Ladies PGA Tour, reagiva agli errori. Nelle interviste, la svedese ha affermato di ricordare a malapena di aver commesso un errore sul percorso. Dopo un brutto colpo, analizzava brevemente l’errore e passava subito oltre, concentrandosi sul “now shot”, il prossimo colpo da eseguire.

L’approccio di Raducanu è molto simile: “Quando ero più giovane ero piuttosto emotiva e tendevo ad arrabbiarmi in campo, ma è stato un atteggiamento che ho dovuto superare abbastanza rapidamente. Ai miei genitori non piaceva, quindi sin da piccola ho dovuto sviluppare questa mentalità e mantenere la calma“. Qualcuno provi a spiegarlo con calma a Piers Morgan [il controverso personaggio televisivo britannico che l’aveva duramente attaccata a Wimbledon, ndr], ma finora l’atteggiamento della giovane tennista sembra funzionare.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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WTA Tenerife, Giorgi sprecona: in finale va Osorio Serrano

Camila va in vantaggio nel primo set e serve per il secondo sul 5-4, subendo in entrambi i casi la rimonta dell’avversaria

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M. Osorio Serrano b. [4] C. Giorgi 6-4 7-5

Finisce in semifinale – e non senza rimpianti – la corsa di Camila Giorgi nel torneo di Tenerife. A frapporsi tra lei e la finale è stata l’omonima Maria Camila Osorio Serrano, giocatrice molto difficile da affrontare soprattutto per una tennista come Giorgi. La colombiana infatti è riuscita ad assorbire i colpi dell’azzurra costringendola col passare del tempo a giocare sempre un colpo in più e finendo col mandarla fuori giri. A pesare sono stati comunque i molti errori di Camila nei momenti più delicati dell’incontro, in particolare quando ha mancato tre consecutive palle del 5-3 nel primo set e poi quando ha subìto il break sul 5-4 del secondo set. Osorio Serrano giocherà dunque la seconda finale in carriera dopo quella vinta nel torneo di casa a Bogotà lo scorso aprile. Nel discorso post partita la colombiana ha scherzato in maniera molto simpatica sull’omonimia con Giorgi: “So che qualcuno di voi stava facendo il tifo per lei, ma visto che abbiamo lo stesso nome ho fatto finta che fossero tutti per me”. La sua prossima avversaria sarò Ann Li che ha dominato Alizé Cornet 6-2 6-1

IL MATCH – L’avvio di match della marchigiana è molto promettente: nel primo game si procura infatti ben cinque palle break (tre consecutive), ma non riesce a sfruttarle. Il suo rendimento alla battuta è ottimo e le permette di trovare diversi punti gratis, mentre Osorio Serrano mostra la solita solidità e intelligenza tattica. Entrambe mantengono una posizione molto aggressiva in risposta sulla seconda dell’avversaria. La partita è decisamente godibile. Sul 2-2, Osorio Serrano avanti 40-15 si fa trascinare ai vantaggi e con un doppio fallo concede ancora palla break, sulla quale Giorgi entra prepotentemente col dritto. L’azzurra avrebbe una mini occasione di aumentare il vantaggio quando si ritrova avanti 4-2 0-30, ma il tutto si risolve in un nulla di fatto. Il set (e probabilmente il match) gira sul 4-3, quando Giorgi perde il servizio da 40-0 in maniera piuttosto sorprendente, commettendo anche un doppio fallo sulla palla break. Sul 5-4 Giorgi sale 40-15, ma ancora una volta subisce il ritorno di Osorio che gioca due ottimi punti e si porta ai vantaggi. Giorgi le dà una bella mano affossando in rete due dritti e permettendole di completare la rimonta.

 

Nel secondo set, Osorio prova a spezzare ulteriormente il ritmo con slice e smorzate intelligenti che effettivamente mettono in crisi Camila. Gli errori dell’italiana aumentano, così come la sua fretta di chiudere i punti, il che non fa altro che fare gioco alla colombiana. Fortunatamente al servizio Giorgi riesce a difendersi con relativo agio e a mantenersi in scia nel punteggio. L’azzurra pesca un paio di risposte profonde sul 3-3 e si procura ben due palle break, senza però riuscire a convertirle. L’occasione persa non demoralizza Camila e anzi sembra scuoterla un po’: nel successivo turno di risposta riesce infatti a trovare il break e si presenta a servire sul 5-4. Al momento di chiudere però commette troppi errori e rimette in carreggiata l’avversaria. Ancora la fretta la tradisce sul 6-5 consegnando a Osorio due match point consecutivi: alla colombiana basta il primo, vinto con l’ennesimo smorzata che costringe Giorgi a una lunga rincorsa in avanti.

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Identikit statistici: Dominic Thiem

Quali colpi potranno riportare ai vertici l’austriaco dopo un difficile 2021?

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Dominic Thiem
2020 US Open - Campione Singolare Maschile - Dominic Thiem (Photo by Darren Carroll/USTA)

Dopo Medvedev, in questo nuovo articolo per la rubrica “Identikit statistici” ci occupiamo di Dominic Thiem. Classe 1993, il tennista austriaco appartiene a una generazione, a dire il vero, piuttosto sfortunata, dato che è molto difficile sfuggire al cono d’ombra proiettato da tre giganti come Federer, Nadal e Djokovic (detentori di venti titoli del Grande Slam ciascuno).

Tuttavia, un passo alla volta, con grande regolarità, Thiem ha saputo conquistare il suo spazio (in particolare sulla terra e sul cemento) fino ad aggiudicarsi, nel 2020, il suo primo titolo Slam a Flushing Meadows. Cercheremo di capire quali caratteristiche gli abbiano permesso di raggiungere tali risultati e quali ulteriori miglioramenti possano condurlo ancora più lontano quando rientrerà dall’infortunio che lo ha costretto a concludere anticipatamente, e senza grandi risultati, la stagione 2021.

PALMARÈS

Già a livello juniores, Thiem fa parlare di sé, in particolare raggiungendo la finale del Roland Garros nel 2011. Lo stesso anno fa il suo esordio nel circuito ATP, nei tornei di Kitzbühel, Bangkok e Vienna; in quest’ultimo elimina il connazionale Thomas Muster (all’epoca quarantatreenne) in un vero e proprio passaggio di consegne. Nel 2014, vince in Australia la sua prima partita in uno Slam, battendo João Sousa. A Madrid, sconfigge l’allora numero tre del mondo Stan Wawrinka in tre set. A Kitzbühel, raggiunge la sua prima finale a livello ATP, perdendo da David Goffin dopo essere stato avanti di un set. A fine anno, è il più giovane giocatore tra i primi 50 del mondo.

 

Nel 2015 si aggiudica tre titoli ATP (Nizza, Umag e Gstaad) ed entra in Top 20. L’anno successivo, forte anche della sua prima semifinale Slam, centrata a Parigi, fa il suo ingresso in Top 10, venendo ripescato per le Finals di fine anno in virtù del forfait di Rafa Nadal. Nel 2017, continuando il suo regolare e piuttosto impressionante processo di crescita, Thiem si qualifica per la prima volta per la finale di un torneo Masters 1000, a Madrid. Viene sconfitto da Nadal, ma, a sorpresa, sconfigge il maiorchino sulla terra di Roma nei quarti di finale prima di arrendersi a Djokovic in semifinale. Raggiunge nuovamente la semifinale all’Open di Francia e finisce la stagione alla quinta posizione del ranking mondiale, certificando il proprio status di top player.

A questo punto, inizia la caccia al primo titolo Slam: nel 2018 raggiunge la finale a Parigi e viene sconfitto nettamente da Nadal. A testimonianza di una grande solidità tecnica e mentale, raggiunge i quarti di finale dello US Open e, trovandosi ancora di fronte Nadal, lo impegna in una maratona di quasi cinque ore, che lo spagnolo si aggiudicherà sì, ma all’ultimo respiro. Chiude la stagione in leggera flessione, ma sempre in Top 10 (per la precisione, come numero otto).

Il 2019 è un’ottima annata per Thiem: vince il suo primo titolo 1000 sul cemento di Indian Wells, sconfiggendo Sua Maestà Roger Federer in finale. Non solo: bissa la finale al Roland Garros superando Djokovic in una semifinale che rappresenta sicuramente uno dei match migliori della sua carriera. Cede ancora in finale all’eterno Nadal, ma sembra avvicinarsi giocando alla pari per due set prima di crollare. Come ciliegina sulla torta, raggiunge per la prima volta la finale del Master di fine anno, sconfitto da Tsitsipas.

È nel 2020 però che la tenace rincorsa di Thiem allo Slam viene premiata: dopo essere stato ad un set dal titolo a Melbourne, si qualifica per la finale dello US Open e si trova di fronte il grande amico Alexander Zverev. Sascha si porta avanti due set a zero, ma Thiem riesce a rimontare e trova definitivamente il suo posto tra i grandi del tennis. A fine anno raggiunge per la seconda volta la finale delle ATP Finals, sconfiggendo Djokovic in semifinale e cedendo soltanto ad un Medvedev in forma strepitosa.

Nel 2021, qualcosa sembra incrinarsi. Dopo gli ottavi in Australia, un infortunio al ginocchio e, dopo essere rientrato, alcune prestazioni non degne della sua qualità, come ad esempio la sconfitta al primo turno del Roland Garros per mano di Andujar dopo essere stato avanti di due set. Purtroppo, Thiem subisce anche un infortunio al polso (sull’erba di Maiorca) che lo costringe a terminare anticipatamente la stagione. Annuncia di voler tornare in campo in Australia nel 2022, più carico che mai. Su quali armi potrà contare per ritrovare il suo posto tra i pretendenti ai titoli più ambiti?

UNO SGUARDO D’INSIEME

Prima di approfondire l’analisi, alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Thiem con una serie di statistiche i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Dominic Thiem, match di singolare in tornei del Grande Slam

Possiamo osservare un saldo medio positivo tra vincenti ed errori non forzati su tutte le superfici. Colpisce come la differenza a favore dei vincenti sia massima sull’erba di Wimbledon, lo Slam più avaro di soddisfazioni per l’austriaco (ottavi di finale nel 2017, sconfitte al secondo turno nel 2015 e nel 2016, sconfitta al primo turno nel 2014, 2018 e 2019). Troviamo un primo spunto di risposta al nostro dubbio in altre due statistiche: le palle break ottenute da Thiem e il numero delle discese a rete. Sull’erba, Thiem sembra faticare di più a procurarsi delle occasioni sul servizio dell’avversario, e si presenta a rete in misura molto maggiore rispetto al suo stile abituale. Forse l’efficacia di Thiem nei pressi della rete, specie se verticalizza il proprio gioco in modo un po’ forzato, alla ricerca di variazioni, non è sufficientemente elevata per giustificare una modifica così marcata nel suo stile di gioco?

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa da questo punto di vista:

Figura 2. Ulteriori statistiche medie di gioco per Dominic Thiem, match di singolare in tornei del Grande Slam

Osserviamo che, in effetti, l’efficacia di Thiem sotto rete è buona ma non eccezionale e diminuisce sull’erba, scendendo sotto il 70%. Oltre a ciò, osserviamo che, sempre sull’erba, calano le percentuali di palle break realizzate e salvate. Nonostante un buon contributo del servizio (soprattutto della prima palla), l’austriaco, numeri alla mano, mostra di trovarsi in maggiore difficoltà nei punti importanti.

Forse, cercando di interpretare le statistiche in una chiave tecnica, il fatto che non soltanto Thiem giochi il rovescio a una mano, ma lo faccia in modo piuttosto “sbracciato”, con un movimento molto efficace ma piuttosto ampio, lo mette in difficoltà nel preparare il colpo su una superficie veloce e imprevedibile come l’erba. Tale fattore strutturale potrebbe spiegare un maggiore nervosismo del numero uno d’Austria che, trovando uno dei suoi colpi più efficaci tramutato in una potenziale debolezza, fatica a mantenere il consueto equilibrio, e si trova a forzare il proprio gioco, con risultati modesti.

Questa, perlomeno, può essere la nostra prima impressione. Fino a questo momento però, ci siamo concentrati sul gioco di Thiem esaminando un aspetto alla volta: proviamo ora invece, con l’aiuto della tecnologia, a considerare più aspetti contemporaneamente, ovvero a sviluppare un’analisi multivariata, verificando in modo più approfondito e robusto la validità delle nostre ipotesi.

I PATTERN PIÙ SIGNIFICATIVI, GLI ELEMENTI-CHIAVE DEL GIOCO DI THIEM

In particolare, ci chiederemo quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, faremo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Thiem alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. “Se Thiem totalizza una percentuale di punti vinti sulla prima superiore di almeno il 5.1% rispetto all’avversario e si aggiudica una percentuale di punti sulla seconda anche peggiore rispetto al suo avversario, ma con uno scarto inferiore al 9% , allora si aggiudica la partita”. Il pattern è piuttosto generale, ed estremamente preciso: si è verificato in 47 casi e, in tutti e 47, Thiem ha vinto il match.
  2. “Se Thiem totalizza una percentuale di punti vinti sulla seconda superiore di almeno il 6.5% rispetto all’avversario e si procura almeno 6 palle break, allora vince il match”. Il pattern ha simile generalità e precisione rispetto al primo: si verifica in poco più di due terzi dei match vinti da Thiem in tornei del Grande Slam (ovvero in 48 partite) e in nessuna delle sue 30 sconfitte.
  3. “Se Thiem ha un rendimento sulla seconda palla di servizio inferiore all’avversario di oltre il 9% e non si aggiudica più del 77% di punti quando mette la prima in campo, viene sconfitto”. La regola si è verificata, fino a oggi, 14 volte. In tutti e 14 i casi Thiem è stato sconfitto.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione austriaco. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si rivelano decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Thiem. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Come possiamo osservare in Figura 3, buona parte della partita di Thiem si gioca sull’efficacia dei suoi game al servizio, in particolare quando è costretto a servire la seconda palla. Se riesce comunque a imporre il proprio gioco, ha probabilità decisamente maggiori di portare a casa il match.

Le due feature più correlate con la vittoria di Thiem infatti, sia da sole che in combinazione con altre, sono la differenza nella percentuale di punti vinti sulla seconda e sulla prima rispetto all’avversario. In terza posizione troviamo la superficie di gioco: l’osservazione sulla base delle prime statistiche descrittive, che ci portava a individuare una certa avversione di Thiem per l’erba, trova conferma. In Figura 4 (visibile di seguito) infatti osserviamo in che modo la superficie di gioco è correlata con la vittoria dell’austriaco: positivamente soltanto in caso si giochi su terra o cemento.

In quarta posizione troviamo un dato all’apparenza controintuitivo: la probabilità di vittoria è inversamente correlata (per quanto debolmente) con il numero di vincenti. Leggendo in controluce questo dato però, ci troviamo a riflettere sul fatto che Thiem, se è in controllo della partita, può sfruttare al meglio la propria razionalità e solidità mentale, correndo pochi rischi e guadagnando il punto in progressione. Se mette a segno molti vincenti, più del solito, può significare che è in gran forma, ma anche (a quanto ci dicono i dati, leggermente più spesso) che sta forzando il proprio gioco rischiando di pagarne le conseguenze. In conclusione, la quinta feature più correlata (in questo caso direttamente) con la vittoria è la percentuale di punti vinti con la prima: la prima palla di Thiem è piuttosto pesante e, naturalmente, assicurarsi punti facili riduce anche la pressione sugli altri colpi, facilitandogli il compito.

Figura 4. Value ranking relativo alla superficie di gioco, associato ai match di Grande Slam di Thiem. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Cercando di sintetizzare, Thiem si presenta come un giocatore di grande solidità e affidabilità nelle occasioni in cui riesce a controllare l’andamento del gioco. Se riesce a portare l’avversario a giocare la sua partita diventa un cliente difficilissimo per chiunque, come dimostra il fatto che abbia saputo battere almeno una volta sia Federer che Djokovic che Nadal. In tutte quelle occasioni invece in cui l’avversario, o la superficie, lo portano su terreni meno esplorati e meno congeniali al suo stile di gioco, in tutte quelle circostanze in cui cioè si sente in dovere di stringere i tempi, e di affrettare la giocata, va in maggiore difficoltà.

Se ne potrebbe dedurre quindi che il recupero dovrà essere psicologico, oltre che fisico: una volta ritrovata la forma fisica, Thiem andrà nuovamente alla ricerca delle proprie certezze e della propria calma. Riguadagnato questo equilibrio, anche i dati dimostrano che l’austriaco potrà tornare a essere un cliente difficile per chiunque e un serio pretendente a nuove, prestigiose vittorie.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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