Berrettini torna ad Antalya: "È cambiato tutto, mi giocavo un punto ATP e per pochi spiccioli ero avvelenato..."

Interviste

Berrettini torna ad Antalya: “È cambiato tutto, mi giocavo un punto ATP e per pochi spiccioli ero avvelenato…”

Il numero 1 italiano commenta il ritorno sui campi che gli hanno regalato il primo punto ATP nel 2015. “Sempre bello tornare qui. La bolla? Guarda, la sera facciamo le feste…” scherza Matteo. “Finalmente sono tornato a stare bene”

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Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Ho giocato un buon match, solido, ho servito molto bene. Le condizioni qui sono abbastanza lente, quindi ho cercato di colpire più forte che potevo. Finalmente sono tornato a stare bene: questa è la cosa che mi mancava più di tutte. Le basi per fare una buona annata ci sono. Ovvio che l’obiettivo è fare risultato nei grandi tornei, ma come prima cosa ci sono la salute e la continuità“.

Così si è espresso Matteo Berrettini, dopo aver sconfitto la wild card turca Kirkin al primo turno del torneo di Antalya, nella prima ‘zoomata’ di un 2021 che (per ora) promette ancora qualche mese di conferenze virtuali.

La decisione di non giocare, da una parte, può essere condivisibile” ha detto Matteo riguardo alla scelta di alcuni giocatori, tra cui Jannik Sinner, di cancellarsi dalla liste di Antalya per non rischiare la positività al virus e dunque di non giocare l’Australian Open. “Prendere il virus ora può essere pericoloso e può costringerti a saltare la trasferta australiana. Però con il mio team abbiamo pensato che, prendendo le giuste precauzioni, giocare potesse essere la soluzione migliore visto che nel 2020 non ho giocato molto. E poi negli ultimi due anni non è che abbia fatto una pre-season chissà quanto lunga; lo scorso anno quasi non l’ho fatta per nulla, perché ero infortunato, quest’anno è durata poco più di quattro settimane“.

 

Insomma, la voglia di campo ha prevalso sulla paura. Probabilmente hanno contribuito anche i buoni ricordi legati ad Antalya, dove Matteo ha vinto le sue prime due partite da professionista e conquistato il primo punto ATP ormai quasi sei anni fa “È sempre bello tornare qui anche se il villaggio non è proprio lo stesso del 2015, è quello accanto, ma i campi sono gli stessi. Fa strano, sono passati tanti anni ma sembra ieri. Nell’ultimo allenamento dicevo a Vincenzo che è cambiato tutto; allora mi giocavo un punto ATP e per pochi spiccioli ero avvelenato…“. Siamo andati a spulciare l’archivio ATP e precisamente Matteo si aggiudicò 292 dollari e due punti ATP per aver battuto il n.392 Miki Jankovic e il n.947 Gabor Borsos. La vittoria di oggi gli ha fruttato invece 5700 dollari, una cifra venti volte superiore.

Fa strano, decisamente. Così come rinchiudersi nell’ennesima bolla tennistica. “Guarda, la sera facciamo le feste…” scherza Matteo sul suo soggiorno turco. “Siamo in una sorta di bolla perché ci sono clienti nel villaggio (il Limak Arcadia Sport Resort, ndr). Noi ci siamo posti l’obiettivo di essere molto prudenti, di evitare tutti i contatti tranne quelli necessari. Mi dispiace perché sono un ragazzo abbastanza socievole, ma è una cosa che adesso bisogna fare“.

La chiusura è sui giochi Olimpici di Tokyo 2021, ai quali gli atleti italiani rischiano di partecipare senza il tricolore – come gli atleti russi e bielorussi – per via di un procedimento disciplinare del CIO che emetterà un verdetto il 27 gennaio. “Sarebbero comunque delle Olimpiadi, anche se perderebbero qualcosa – l’inno e la bandiera sono le cose che ho sempre sognato di portare lì“.

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Interviste

Gaudenzi: “Il tennis sopravviverà al ritiro di Federer, Nadal e Djokovic”

Il presidente ATP ha parlato con la Gazzetta dello Sport, dalle Finals di Torino alle questioni legate a ranking e calendario. La sinergia con WTA e ITF e i danni economici causati dalla pandemia

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Andrea Gaudenzi (foto ATP Tour 2019)

Andrea Gaudenzi si sta preparando alla sua seconda stagione a capo dell’ATP, e ha parlato con Riccardo Crivelli delle sfide affrontate in questo primo anno segnato prima dagli incendi australiani e dall’interruzione del circuito per via della pandemia. Senza dubbio si è trattato del momento più complicato per il tennis (e non solo) dalla seconda guerra mondiale ad oggi, ma secondo Gaudenzi la crisi ha comunque avuto un piccolo risvolto positivo, cioè quello di “[u]nire le varie anime del tennis. La pandemia ha portato solo una cosa di buono: abbiamo lavorato finalmente in sinergia con WTA e ITF. Del resto le settimane sono 52 per tutti ed è inutile forzare la mano da una parte o dall’altra. Ci sono troppe regole diverse, troppe complessità organizzative: è il momento di superarle“.

Per questo motivo, il dirigente non guarda con favore al terzo grande scoglio emerso nel 2020, cioè la secessione operata dalla PTPA di Djokovic e Pospisil, un progetto che a suo parere non può portare benefici: “Ci sono tre giocatori nel board dell’ATP, nessuna decisione può essere presa contro il loro interesse. Siamo aperti al confronto e ai suggerimenti, ma la divisione non porterà da nessuna parte“.

Gaudenzi ha rivelato che presto le classifiche potrebbero tornare alla normalità: Da marzo vorremmo riprendere il ranking classico, e avere una Race con i soli risultati stagionali. A patto di poter disputare un numero elevato di tornei”. Proprio la densità del calendario, però, è la questione più complicata da dirimere al momento: “Siamo ancora in piena pandemia, pur sforzandoci non possiamo ragionare troppo a lungo termine. Per questo aggiorneremo il calendario ogni trimestre: fino all’estate avremo delle preoccupazioni, poi credo che dall’autunno, grazie al vaccino, ci avvicineremo alla normalità. In ogni caso al momenti tutti i tornei in programma da aprile in poi sono confermati”.

 

La problematica, tuttavia, non è solamente legata agli impedimenti generati da questa ondata del coronavirus, ma anche ai danni economici causati ai tornei minori da quella precedente, e Gaudenzi lo sa bene: “Stiamo ancora studiando le carte, certamente è stato un periodo durissimo. Tutti i tornei giocati dopo il lockdown hanno subito perdite, gli Slam e i Masters 1000 più o meno hanno resistito, il problema sono stati, e saranno, i 250. Ma per loro gli aiuti economici arriveranno più corposi”.

C’è poi una potenziale asperità a lungo termine, vale a dire l’impatto sul circuito maschile del ritiro di Federer, Nadal e Djokovic, che ormai non può essere troppo distante. Il numero uno ATP, tuttavia, non si dice troppo preoccupato: “Ho cominciato a giocare con Sampras e Agassi e si diceva che dopo di loro ci sarebbe stato il diluvio. Gli Internazionali d’Italia o Wimbledon mantengono la loro grandezza a prescindere dai protagonisti”. In Italia, in particolare, il gioco sembra destinato a crescere sempre di più, un po’ per le Finals, un po’ per la presenza di tanti grandi realtà e prospetti, Jannik Sinner su tutti. Qual è il parere di Gaudenzi sull’altoatesino? Ha testa e talento, è solido, arriverà lontano. Lo aspettiamo a Torino, ovviamente. Con gli altri italiani fortissimi”.

A proposito di Torino, Gaudenzi si è detto felice di quanto fatto finora per prepararle: “Un grande lavoro, di cui stiamo già valutando la bontà. Siamo molto ambiziosi, abbiamo uno standard molto alto fissato a Londra in 12 anni con più di 3 milioni di spettatori. Siamo fiduciosi che Torino, il Piemonte, l’Italia, faranno ancora meglio. Noi, come ATP, possiamo garantire la qualità dello show e del prodotto tennis a chi acquista il biglietto, ma sull’indotto serve l’impegno delle istituzioni sportive e politiche. Mi sembra che siamo sulla buona strada”.

L’ultima domanda dell’intervista ha invece riguardato il dibattito su potenziali cambiamenti regolamentari per rendere lo sport più rapido e appetibile, ma secondo Gaudenzi il lifting di cui ha bisogno il tennis riguarda la vendita del prodotto, non il prodotto in sé: Non sono fautore del cambiamento delle regole. Piuttosto pensiamo di rendere questo tennis più fruibile attraverso le nuove piattaforme. Dopo, magari, penseremo alle regole”.

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Focus

L’appassionato di tennis e il sogno che si avvera

La storia di Matt Roberts: da spettatore-appassionato in pochi anni è divenuto conduttore di uno dei podcast più popolari. I problemi con i social media e lo US Open in roulotte

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I conduttori di The Tennis Podcast: Catherine Whitaker (sinistra), David Law (centro) e Matt Roberts (destra)

Ogni tanto nel tennis vediamo alcuni giocatori che dopo tanti anni di lacrime e sangue tra ITF e Challenger riescono a raggiungere quell’equilibrio che consente di raccogliere i frutti di tanto lavoro e vedersi catapultati alle luci della ribalta del circuito maggiore. Ma non capita solamente ai giocatori: qualche volta capita anche a semplici appassionati come Matt Roberts, londinese di 24 anni, che per una serie di giochi del destino è riuscito a diventare una delle voci di The Tennis Podcast, uno dei più quotati podcast in ambito tennistico a livello mondiale.

The Tennis Podcast è nato quasi nove anni fa da un’idea di David Law, ex Communication Manager dell’ATP che ora fa il giornalista freelance, e Catherine Whitaker, il principale volto tennistico di Amazon Prime Video nel Regno unito. Il podcast è cresciuto di anno in anno e nel 2017 ha iniziato a raccogliere fondi attraverso campagne Kickstarter ogni anno sempre più trionfali.

La campagna Kickstarter per la stagione 2021, lanciata all’inizio del dicembre scorso, ha raggiunto il suo target di 80.000 sterline britanniche (circa 88.500 euro) in soli due giorni e a dieci giorni dalla scadenza si trova a oltre 107.000 sterline (118.000 euro) raccolte. David, Catherine e Matt producono ogni settimana e sono seguiti da circa 25.000 spettatori ad ogni episodio, con la frequenza che diventa giornaliera nel corso dei tornei più importanti.

 

Durante questa off-season abbiamo parlato con Matt Robert per capire meglio come è riuscito a trasformare la sua passione in un lavoro.

Matt, quando hai iniziato a seguire il tennis e come sei entrato a far parte del team a The Tennis Podcast?

Ho iniziato a seguire il lo sport quando avevo 7-8 anni. A quell’epoca abitavo a pochi passi dal Surbiton Tennis Club, lo stesso che ogni anno ospita il torneo Challenger, ma durante quel periodo non avevo mostrato alcun interesse verso il tennis. È cominciato tutto appena abbiamo traslocato. A 10 anni mia nonna mi accompagno per una giornata a Wimbledon: aveva vinto il sorteggio per poter avere i biglietti per il Campo 1 il sabato della seconda settimana, quindi non c’erano match di tabellone principale, tuttavia sono riuscito a vedere Roger Federer che si allenava sui campi laterali. Mi ricordo di aver sgomitato per arrivare vicino al campo e fare qualche foto sfuocata di Federer e di Tony Roche con la mia macchina fotografica monouso; sono sicuro di avere ancora da qualche parte quelle foto. È stata un’esperienza splendida”.

Per quel che riguarda il podcast, è cominciato tutto quando ero all’Università, dove studiavo Francese e Spagnolo. Durante le vacanze pasquali del primo anno mandai un tweet a David chiedendo se avessero bisogno di uno studente per uno stage. Erano alcuni anni che ascoltavo il podcast, e come a volte capita nella vita il mio tempismo fu perfetto, perché David e Catherine avevano deciso di mantenere la frequenza settimanale per il podcast ma avevano bisogno di aiuto a portare avanti il lavoro. C’era bisogno di qualcuno che potesse dare una mano con i social media, le ricerche, insomma un po’ tutto. E quindi per i successivi tre anni ho lavorato dietro le quinte ai podcast mentre completavo gli studi per la mia laurea”.

Non ho mai avuto intenzione di diventare una voce del podcast, ma nell’estate del 2018 mi hanno assunto part-time, e a un certo punto, mi hanno messo un microfono in mano e ho iniziato a trasmettere”.

Gli ascoltatori del podcast avevano sentito parlare dello “Studente Matt” prima di sentire la sua voce, e in breve tempo lo “Studente Matt” è diventato il “Laureato Matt” per poi diventare…solo Matt!

Qual è stato il tuo primo torneo con l’accredito al collo?

È stato al Queen’s nel 2015, pochi mesi dopo aver contattato il podcast via Twitter. David voleva farmi sperimentare un torneo da dietro le quinte per la prima volta, non feci molto in quella occasione, andai a vedere un sacco di partite, assistendo anche alle conferenze stampa…

A sentir così sembra un sogno che si avvera…

Lo è stato veramente! C’era Nadal, c’era Wawrinka che aveva appena vinto il titolo a Parigi. Non riuscivo a credere di essere vicino a queste persone che prima per me esistevano solamente in televisione”.

Ho lavorato al Queen’s ogni anno da allora, mentre il primo torneo in cui sono stato accreditato come “The Tennis Podcast” è stato le ATP Finals 2018. Fu un passaggio molto importante per noi, perché non avevamo idea di come saremmo stati ricevuti a livello di ‘media’, e da quel momento in poi ci siamo resi conto che potevamo essere on-site, e produrre contenuti sul posto, che è il modo in cui rendiamo al meglio”.

C’è stato un momento in cui hai realizzato che la tua vita era cambiata?

Sì! Mentre stavo andando in Australia nel 2019, era sempre sembrato un tale volo pindarico, andare all’Australian Open, e mentre ero seduto sull’aereo andando a Melbourne ho pensato ‘Accidenti, gli ascoltatori del podcast hanno pagato per mandarmi in Australia”. È stato un momento molto intenso – ho provato insieme gratitudine, eccitazione, ansia. E una volta arrivato là c’è stata la giornata di Murray-Bautista Agut, nel quale andai a dormire dopo le 5 del mattino, puntando la sveglia per un paio d’ore più tardi per ricominciare tutto da capo. A quel punto ero talmente preso dal turbinio del torneo che non ho avuto il tempo di pensare a nient’altro. Poi, durante il mese successivo, ho cominciato davvero a realizzare quello che era successo, e non volevo far altro che partire di nuovo per andare a un altro torneo. Ho capito che potevo fare questa vita e che questa vita mi piaceva”.

Qual è l’aspetto di questa vita che di piace di più e quello che ti piace di meno?

Andare sul posto ai tornei è sicuramente la cosa che mi piace di più. Chiaramente non quest’anno… Si possono trovare contenuti migliori quando si è sul posto, si vive di adrenalina, e riusciamo a portare gli ascoltatori con noi attraverso il podcast. Inoltre, mi piace molto poter avere al mio fianco David e Catherine sia come amici sia come mentori. Trovo l’ambiente della sala stampa ancora abbastanza intimidante, giusta o sbagliata che sia ho l’impressione che tutte le persone che sono lì dentro siano più preparate ed esperte di me, che si siano guadagnate il diritto di essere lì, mentre io ci sono capitato quasi per caso. Mi rassicura molto che [David e Catherine] rappresentino il mio ‘spazio sicuro’, e sono molto felice di essere riuscito a trovare una situazione lavorativa così appagante così presto”.

Ciò che mi piace di meno… beh, i social media sono una battaglia costante e per il momento ancora difficile da risolvere. Ovviamente devo molto ai social media, è così che sono riuscito a contattare David, ci fanno arrivare tanti messaggi di supporto dagli ascoltatori, e rappresentano un’incredibile fonte di statistiche e di notizie oltre ad essere un formidabile strumento di marketing”.

Ma possono anche far affiorare i lati peggiori delle persone, abbiamo avuto la nostra dose di troll, specialmente dalle persone che non ascoltano il nostro programma. Perché quelli che ascoltano sanno che ci piace vedere il lato divertente dello sport e farci una risata ogni tanto, anche se ovviamente ci interessa molto il tennis e prendiamo il nostro lavoro molto seriamente. Riuscire a trovare il giusto tono sui social media può essere complicato. Magari è colpa mia che reagisco in maniera spropositata, ma un brutto commento può tranquillamente rovinarti la giornata se preso in maniera troppo personale”.

Catherine, Matt e David durante una registrazione (foto: The Tennis Podcast)

Essere un appassionato di tennis è una scelta di vita: richiede molte ore passate davanti alla TV, spesso ad orari poco socievoli. Come ha influenzato la tua vita negli anni dell’adolescenza?

Seguire il tennis può essere un’attività molto solitaria, a meno di non avere un gruppo di amici che anche loro hanno la stessa passione. Ma è comunque uno sport di nicchia e molto spesso si è soli a guardare le partite, ed è anche per questo che i social media hanno avuto un impatto molto importante sugli appassionati di questo sport. Ho bei ricordi delle notti passate a guardare l’Australian Open, quando mi alzavo preso per poter guardare alcune ore di tennis prima di andare a scuola, e probabilmente quello è stato il segnale che ero abbastanza dedicato e forse anche sufficientemente svitato da essere un appassionato di tennis”.

E a causa della pandemia ci ha costretto tutti a tornare le vecchie abitudini seguendo i tornei in televisione. Durante lo scorso US Open hai adottato una strategia piuttosto singolare, vero?

Sì. Il piano era quello di andare a New York, ma ovviamente la pandemia ha impedito a me e a tutti gli altri di farlo. Per produrre la copertura del torneo che avevamo in mente sarebbe stato necessario di fatto vivere con gli orari di New York pur rimanendo nel Regno Unito, e dal momento che vivo con i miei genitori, la situazione sarebbe stata abbastanza sconveniente sia per me sia per loro. Quindi David e Catherine mi hanno permesso di affittare un luogo tutto mio per poter vivere lì nel corso delle due settimane dello US Open e in questo modo poter essere più libero di seguire gli orari del torneo. E guarda caso c’è una rimessa di roulotte proprio a 10 minuti da casa mia, così sono riuscito ad affittare una di quelle roulotte per due settimane e coprire il torneo vivendo lì. Era molto più economica di qualunque altra sistemazione, e abbiamo trasformato la cosa in una specie di ‘fil-rouge’ per tutte le due settimane”.

Il tennis è uno sport che davvero dirotta la tua vita, il calendario diventa il calendario tennistico: non si pensa più in termini di mesi, aprile smette di essere aprile ma diventa l’inizio della stagione sulla terra battuta. Probabilmente è per questo motivo che ho finito per scoprire il podcast, perché avevo solo un amico che seguiva il tennis, e diversi altri che giocavano ma non erano appassionati di tennis professionistico, e quindi volevo qualcuno con cui parlare”.

Credo di aver capito che il tennis era parte di me quando, il giorno dopo la finale maschile di Roma nel 2006, quella tra Federer e Nadal durata cinque ore, andai a scuola dichiarando con grande senso di orgoglio che avevo guardato tutto il match dall’inizio alla fine”.

Per finire, ho preparato una serie di domande a raffica.

Slam preferito?
Australian Open

Torneo preferito?
Probabilmente ancora l’Australian Open, ma da un punto di vista personale direi il Queen’s perché è stato dove tutto è iniziato

ATP o WTA?
Non posso scegliere! Entrambi!

Fusione tra ATP e WTA: Sì o no?
Mi piacerebbe vedere una fusione; ma temo che non sia un’ipotesi realistica. I tornei migliori sono quelli combined, quindi credo che la fusione sarebbe una cosa positiva per il tennis, ma la vedo di difficile realizzazione.

L’autunno e i WTA Championships in Cina. È stata una decisione giusta o no?
La WTA ha probabilmente preso la decisione che aveva più senso in quel momento. Credo che sia positivo che la WTA abbia raggiunto il mercato asiatico, è dove c’è il maggior potenziale di crescita. Personalmente preferirei che i tornei di fine anno, sia ATP sia WTA, si trasferissero più spesso, diciamo ogni 2-3 anni. Capisco la logica di creare una tradizione in un luogo solo, di diventare parte del calendario locale, ma è davvero un peccato che il tennis non riesca a portare in giro maggiormente questi tornei.

Domanda classica: al meglio dei 3 o al meglio dei 5?
Non vedo perché si debba scegliere. C’è spazio per entrambi i formati. Non voglio veder sparire il meglio dei 5, dobbiamo mantenerlo.

Quale soluzione preferisci per il set decisivo di una partita tra le quattro che vengono proposte dai tornei dello Slam?
Nel caso di partite al meglio dei 3 set, vorrei vedere il set ad oltranza [come al Roland Garros]; Per i match al meglio dei 5 set, la soluzione dell’Australian Open con il tie-break a 10 punti è quella che preferisco.

Davis Cup classica o Kosmos Cup?
È una domanda difficile. Ho avuto la fortuna di assistere all’ultima finale con la formula classica nel 2018, e l’atmosfera era incredibile. Entrambe le formule hanno vantaggi e svantaggi. In definitiva, credo che una riforma fosse necessaria, quindi preferirei la versione Kosmos, ma con qualche cambiamento. Vorrei vedere un turno in più con la formula casa/trasferta, non credo che uno solo sia sufficiente, e poi fare una finale con solo 8 squadre, preferibilmente a eliminazione diretta.

Let o no-let?
Let.

Ad o no-ad?
Ad.

Coaching o no-coaching?
No-coaching.

Sessione diurna o sessione serale?
Sessione serale.

UTS o NextGen Finals?
NextGen Finals.

Djokovic, Federer o Nadal?
È un tranello? Da quale punto di vista?
Pensa al gioco della torre: chi butteresti giù dovendone eliminare due?
Così è ancora peggio! Manteniamo in vita tutti, e diciamo che in una valutazione complessiva il migliore è Nadal.

A Wimbledon, bianco o colori?
Colori.

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Focus

Si può quantificare il rovescio di Federer? Intervista con Edoardo Salvati

Prima parte di una chiacchierata con il fondatore di settesei.it, il sito che propone in italiano una selezione di analisi statistiche sul tennis professionistico, tra cui gli articoli pubblicati su Tennis Abstract, il portale fondato da Jeff Sackmann

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Roger Federer - Australian Open 2019 (foto di Roberto Dell'Olivo)

Come i nostri lettori sanno, Ubitennis ha lanciato una serie di articoli sulle statistiche nel tennis, che potete leggere qui. Questo ci ha portato a contattare alcuni dei migliori esperti nel settore, ed Edoardo Salvati è certamente fra loro: romano di nascita e milanese di adozione, 43 anni, laurea in economia aziendale, nel 2016 ha fondato settesei.it, dove si occupa di tradurre pezzi scritti su Tennis Abstract, il principale sito web pubblico per quanto riguarda il tennis e le statistiche, e su altri blog di settore.

Il suo tentativo è di coniugare la formazione in campo economico con una passione per l’“uguaglianza di simmetria” del gioco: “L’alternanza al servizio, la sequenza di punteggio, la geometria delle linee, la disposizione dei giocatori in campo, il trattare i due impostori Successo e Sconfitta allo stesso modo, monito di Rudyard Kipling che incombe sui duellanti in procinto di sfidarsi sul centrale di Wimbledon. È per questo che amo il tennis”. E in effetti quella che definisce la sua “prima stranezza statistica” riguarda una delle partite più equilibrate nella storia del gioco, vale a dire la semifinale di Wimbledon ‘91 fra Edberg e Stich, di cui lo svedese oggi afferma che, senza tie-break, sarebbe ancora in corso. Da allora, Edoardo ha raggiunto “la beatitudine alla Rod Laver Arena nella finale degli Australian Open 2017”, prima di concludere “lo Slam dello spettatore” a Londra.

Con interessi come i suoi, il richiamo verso Tennis Abstract è stato naturale, e da lì è nata una collaborazione con uno scopo ben preciso: “Documentandomi su varie fonti di giornalismo anglosassone, mi sono imbattuto nel lavoro di Jeff Sackmann, precursore dei molteplici impegni finalizzati a rendere disponibili a tutti dati di tennis quantitativamente e qualitativamente migliori. Contribuire allo sforzo di raccolta di dati punto per punto delle partite professionistiche da lui avviato, con il nome di Match Charting Project, ha consolidato la conoscenza reciproca. Il suo appoggio è stato fondamentale per creare settesei.it, la cui idea di base è convogliare in lingua italiana la grande ricchezza analitica sul tennis prodotta in inglese da cultori della materia”. 

 

Di seguito la prima parte della nostra intervista con lui (la seconda uscirà nei prossimi giorni). Oggi ci concentreremo sul ruolo delle statistiche nel tennis e su quali siano o meno le chiavi per vincere un match, mentre nella prossima puntata Edoardo parlerà di chi ipotizza potrà vincere molto nei prossimi anni e di come quantificare fattori come la fatica e la tensione all’interno di un match.

Ubi: Iniziamo da una domanda di ampio respiro, nel senso che potrebbe voler dire tutto e niente: che direzione stanno prendendo le statistiche nel tennis, e qual è il loro impatto? 

Edoardo Salvati (ES): Proviamo a invertire la domanda, chiedendoci cioè che traguardo hanno raggiunto le statistiche nel tennis. Se si considera che l’attuale struttura del circuito è frutto di lente modifiche per cui fino a prima dell’era Open il tennis era fondamentalmente uno sport dilettantistico, che non più tardi degli anni ’80 molti giocatori saltavano l’Australian Open per via della distanza o che il database storico dell’ATP è ancora soggetto a frequenti revisioni sul numero o sui risultati delle partite dei decenni scorsi, direi che l’enorme quantitativo di dati grezzi che girano oggi intorno al tennis è un sostanziale passo avanti. La tecnologia, soprattutto con la diffusione del sistema Hawk-Eye, ha certamente fornito uno strumento preziosissimo di raccolta della massa di informazioni che ciascuna partita è in grado di generare.

Non si è ancora verificato però quel salto incrementale che si auspica da tempo, vale a dire lo sviluppo dei dati in termini di aggregazione e pubblica disponibilità che consentirebbe una vera rivoluzione analitica. Si potrebbe muovere così verso quella che Sackmann definisce statistica granulare, un grado di dettaglio più efficace perché capace di descrivere situazioni di gioco più direttamente controllabili dal giocatore stesso e propedeutico all’elaborazione di strategie dedicate. In presenza di un livello competitivo ormai spinto al limite per preparazione tecnica, fisica e nutrizionale, e per tecnologia dei materiali, avere benefici addizionali può fare la differenza. Difficile ipotizzare se e quando questo accadrà.

Halep utilizza il sistema SAP – Tennis Analytics on-court coaching

La proprietà e la raccolta dei dati nel tennis sono però estremamente frammentarie – è questo uno dei motivi per cui il gioco è così indietro rispetto agli sport americani da questo punto di vista? 

ES: È senza dubbio una grande barriera allo sviluppo dell’analisi nel tennis. In un articolo che ho tradotto tempo fa s’indagava il tema della proprietà dei dati generati da Hawk-Eye. Il tentativo dell’autore di risalire a chi appartenessero e come si potesse fare per ottenerli era lastricato di peripezie degne di Indiana Jones, al punto che anche una richiesta ufficiale da parte del torneo di Basilea a Tennis Properties (la società di management dell’ATP, ora ATP Media) era rimasta inevasa. Un torneo del circuito maggiore non riusciva ad avere dati sulle sue stesse partite! Di fatto, non è prevista la concessione in licenza a terze parti e non c’è chiarezza su chi ne è davvero proprietario: gli organizzatori, ATP Media, le Federazioni, i giocatori?

In un ambiente super protetto e poco trasparente, solitamente non c’è spazio affinché una diffusione su larga scala dei dati o di una parte di essi sblocchi l’enorme potenziale innovativo derivante dall’attività di sviluppatori esterni (appassionati, ricercatori, aziende, analisti, ecc), che si porrebbe come circolo virtuoso con ricadute positive per la collettività tennistica, senza che il valore commerciale loro intrinseco ne venga ridotto. Questa disposizione così conservativa non è più giustificata e contribuisce in buona sostanza a far sì che il tennis sia indietro rispetto agli altri sport, soprattutto quelli americani. L’esempio più clamoroso arriva dalla Major League Baseball, in cui i dati prodotti dal sistema pitch f/x, l’equivalente di Hawk-Eye, sono resi pubblici a fine partita e poi raccolti in un singolo database facilmente accessibile. Non è così paradossale quindi che, pur in un’attività da svariati miliardi di dollari, a dare il via alla rivoluzione analitica magistralmente raccontata da Michael Lewis in Moneyball, (da cui l’omonimo film con Brad Pitt), sono stati dei personaggi esterni, fra tutti Bill James con la sabermetrica, e dei ricercatori indipendenti. Purtroppo, non sembra che questo possa diventare realtà anche nel tennis, pure in un futuro più lontano. 

Ubi: Come si pongono in quest’ottica gli accordi con partner commerciali come quello appena siglato fra WTA e Stats Perform? 

ES: Onestamente dà più idea di essere un’operazione di marketing o di PR che un veicolo di avanzamento nell’approfondimento legato al tennis. Così si è verificato in passato quando IBM era sponsor dell’ATP e adesso con Infosys. In più occasioni le analisi fornite da queste organizzazioni hanno evidenziato valore statistico ridotto, facilmente superato dai risultati di modelli molto più semplici e soprattutto non sbandierati come l’ultimo ritrovato tecnologico. Lo stesso comunicato di Stats Perform mette gli appassionati per ultimi nell’elenco dei possibili fruitori. È notizia poi recente che dal 2021 l’App congiunta WTA/ATP per seguire il punteggio in diretta delle partite non sarà più in funzione. Non credo serva aggiungere altro. L’analisi probabilistica del tennis risale quasi al periodo della teoria delle probabilità stessa, per merito del matematico svizzero Giacomo Bernoulli, nato e vissuto a Basilea, forse non a caso. È un peccato aver perso questo vantaggio.

A pagina 2, parliamo di quali statistiche siano più importanti per vincere e dell’importanza dei media nella promozione del tema statistiche

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