Si può quantificare il rovescio di Federer? Intervista con Edoardo Salvati

Focus

Si può quantificare il rovescio di Federer? Intervista con Edoardo Salvati

Prima parte di una chiacchierata con il fondatore di settesei.it, il sito che propone in italiano una selezione di analisi statistiche sul tennis professionistico, tra cui gli articoli pubblicati su Tennis Abstract, il portale fondato da Jeff Sackmann

Pubblicato

il

Roger Federer - Australian Open 2019 (foto di Roberto Dell'Olivo)

Come i nostri lettori sanno, Ubitennis ha lanciato una serie di articoli sulle statistiche nel tennis, che potete leggere qui. Questo ci ha portato a contattare alcuni dei migliori esperti nel settore, ed Edoardo Salvati è certamente fra loro: romano di nascita e milanese di adozione, 43 anni, laurea in economia aziendale, nel 2016 ha fondato settesei.it, dove si occupa di tradurre pezzi scritti su Tennis Abstract, il principale sito web pubblico per quanto riguarda il tennis e le statistiche, e su altri blog di settore.

Il suo tentativo è di coniugare la formazione in campo economico con una passione per l’“uguaglianza di simmetria” del gioco: “L’alternanza al servizio, la sequenza di punteggio, la geometria delle linee, la disposizione dei giocatori in campo, il trattare i due impostori Successo e Sconfitta allo stesso modo, monito di Rudyard Kipling che incombe sui duellanti in procinto di sfidarsi sul centrale di Wimbledon. È per questo che amo il tennis”. E in effetti quella che definisce la sua “prima stranezza statistica” riguarda una delle partite più equilibrate nella storia del gioco, vale a dire la semifinale di Wimbledon ‘91 fra Edberg e Stich, di cui lo svedese oggi afferma che, senza tie-break, sarebbe ancora in corso. Da allora, Edoardo ha raggiunto “la beatitudine alla Rod Laver Arena nella finale degli Australian Open 2017”, prima di concludere “lo Slam dello spettatore” a Londra.

Con interessi come i suoi, il richiamo verso Tennis Abstract è stato naturale, e da lì è nata una collaborazione con uno scopo ben preciso: “Documentandomi su varie fonti di giornalismo anglosassone, mi sono imbattuto nel lavoro di Jeff Sackmann, precursore dei molteplici impegni finalizzati a rendere disponibili a tutti dati di tennis quantitativamente e qualitativamente migliori. Contribuire allo sforzo di raccolta di dati punto per punto delle partite professionistiche da lui avviato, con il nome di Match Charting Project, ha consolidato la conoscenza reciproca. Il suo appoggio è stato fondamentale per creare settesei.it, la cui idea di base è convogliare in lingua italiana la grande ricchezza analitica sul tennis prodotta in inglese da cultori della materia”. 

 

Di seguito la prima parte della nostra intervista con lui (la seconda uscirà nei prossimi giorni). Oggi ci concentreremo sul ruolo delle statistiche nel tennis e su quali siano o meno le chiavi per vincere un match, mentre nella prossima puntata Edoardo parlerà di chi ipotizza potrà vincere molto nei prossimi anni e di come quantificare fattori come la fatica e la tensione all’interno di un match.

Ubi: Iniziamo da una domanda di ampio respiro, nel senso che potrebbe voler dire tutto e niente: che direzione stanno prendendo le statistiche nel tennis, e qual è il loro impatto? 

Edoardo Salvati (ES): Proviamo a invertire la domanda, chiedendoci cioè che traguardo hanno raggiunto le statistiche nel tennis. Se si considera che l’attuale struttura del circuito è frutto di lente modifiche per cui fino a prima dell’era Open il tennis era fondamentalmente uno sport dilettantistico, che non più tardi degli anni ’80 molti giocatori saltavano l’Australian Open per via della distanza o che il database storico dell’ATP è ancora soggetto a frequenti revisioni sul numero o sui risultati delle partite dei decenni scorsi, direi che l’enorme quantitativo di dati grezzi che girano oggi intorno al tennis è un sostanziale passo avanti. La tecnologia, soprattutto con la diffusione del sistema Hawk-Eye, ha certamente fornito uno strumento preziosissimo di raccolta della massa di informazioni che ciascuna partita è in grado di generare.

Non si è ancora verificato però quel salto incrementale che si auspica da tempo, vale a dire lo sviluppo dei dati in termini di aggregazione e pubblica disponibilità che consentirebbe una vera rivoluzione analitica. Si potrebbe muovere così verso quella che Sackmann definisce statistica granulare, un grado di dettaglio più efficace perché capace di descrivere situazioni di gioco più direttamente controllabili dal giocatore stesso e propedeutico all’elaborazione di strategie dedicate. In presenza di un livello competitivo ormai spinto al limite per preparazione tecnica, fisica e nutrizionale, e per tecnologia dei materiali, avere benefici addizionali può fare la differenza. Difficile ipotizzare se e quando questo accadrà.

Halep utilizza il sistema SAP – Tennis Analytics on-court coaching

La proprietà e la raccolta dei dati nel tennis sono però estremamente frammentarie – è questo uno dei motivi per cui il gioco è così indietro rispetto agli sport americani da questo punto di vista? 

ES: È senza dubbio una grande barriera allo sviluppo dell’analisi nel tennis. In un articolo che ho tradotto tempo fa s’indagava il tema della proprietà dei dati generati da Hawk-Eye. Il tentativo dell’autore di risalire a chi appartenessero e come si potesse fare per ottenerli era lastricato di peripezie degne di Indiana Jones, al punto che anche una richiesta ufficiale da parte del torneo di Basilea a Tennis Properties (la società di management dell’ATP, ora ATP Media) era rimasta inevasa. Un torneo del circuito maggiore non riusciva ad avere dati sulle sue stesse partite! Di fatto, non è prevista la concessione in licenza a terze parti e non c’è chiarezza su chi ne è davvero proprietario: gli organizzatori, ATP Media, le Federazioni, i giocatori?

In un ambiente super protetto e poco trasparente, solitamente non c’è spazio affinché una diffusione su larga scala dei dati o di una parte di essi sblocchi l’enorme potenziale innovativo derivante dall’attività di sviluppatori esterni (appassionati, ricercatori, aziende, analisti, ecc), che si porrebbe come circolo virtuoso con ricadute positive per la collettività tennistica, senza che il valore commerciale loro intrinseco ne venga ridotto. Questa disposizione così conservativa non è più giustificata e contribuisce in buona sostanza a far sì che il tennis sia indietro rispetto agli altri sport, soprattutto quelli americani. L’esempio più clamoroso arriva dalla Major League Baseball, in cui i dati prodotti dal sistema pitch f/x, l’equivalente di Hawk-Eye, sono resi pubblici a fine partita e poi raccolti in un singolo database facilmente accessibile. Non è così paradossale quindi che, pur in un’attività da svariati miliardi di dollari, a dare il via alla rivoluzione analitica magistralmente raccontata da Michael Lewis in Moneyball, (da cui l’omonimo film con Brad Pitt), sono stati dei personaggi esterni, fra tutti Bill James con la sabermetrica, e dei ricercatori indipendenti. Purtroppo, non sembra che questo possa diventare realtà anche nel tennis, pure in un futuro più lontano. 

Ubi: Come si pongono in quest’ottica gli accordi con partner commerciali come quello appena siglato fra WTA e Stats Perform? 

ES: Onestamente dà più idea di essere un’operazione di marketing o di PR che un veicolo di avanzamento nell’approfondimento legato al tennis. Così si è verificato in passato quando IBM era sponsor dell’ATP e adesso con Infosys. In più occasioni le analisi fornite da queste organizzazioni hanno evidenziato valore statistico ridotto, facilmente superato dai risultati di modelli molto più semplici e soprattutto non sbandierati come l’ultimo ritrovato tecnologico. Lo stesso comunicato di Stats Perform mette gli appassionati per ultimi nell’elenco dei possibili fruitori. È notizia poi recente che dal 2021 l’App congiunta WTA/ATP per seguire il punteggio in diretta delle partite non sarà più in funzione. Non credo serva aggiungere altro. L’analisi probabilistica del tennis risale quasi al periodo della teoria delle probabilità stessa, per merito del matematico svizzero Giacomo Bernoulli, nato e vissuto a Basilea, forse non a caso. È un peccato aver perso questo vantaggio.

A pagina 2, parliamo di quali statistiche siano più importanti per vincere e dell’importanza dei media nella promozione del tema statistiche

Pagine: 1 2

Continua a leggere
Commenti

Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

Pubblicato

il

Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

Continua a leggere

ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

Pubblicato

il

Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

Continua a leggere

ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

Pubblicato

il

A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement