Il Black History Month, perché quest’anno è più importante che mai

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Il Black History Month, perché quest’anno è più importante che mai

Mark Winters e Cheryl Jones raccontano il mese in cui si commemora l’importanza degli eventi e i personaggi di spicco nella storia della diaspora africana

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In molti Paesi, il Black History Month è celebrato a febbraio. Negli USA, nello stesso mese, si celebra anche il “Mese del Cuore”, e non bisogna tralasciare il fatto che, verso la fine del V secolo, Papa Gelasio I stabilì la festività di San Valentino proprio il 14 di febbraio. Anche in Canada il Black History Month viene celebrato nel secondo mese dell’anno, mentre lo stesso non si può dire di Olanda, Irlanda e Gran Bretagna, dove viene invece celebrato ad ottobre. San Valentino, invece, è universalmente festeggiato il 14 febbraio.

Le attenzioni per il nostro organo più importante sono in crescita negli ultimi anni, visti i ritmi sempre più frenetici della vita moderna, e la conseguente preoccupazione per la salute; la stessa festività di San Valentino è un’occasione in cui le persone ricordano ai propri cari quanto essi siano importanti, con regali come rose o cioccolato. Il febbraio di quest’anno, tuttavia, dovrebbe essere più incentrato sul Black History Month in virtù degli eventi occorsi nel 2020, che hanno risvegliato la necessità di riconoscere che negli Stati Uniti, e più in generale in tutto il mondo, tutte le persone sono state create allo stesso modo, e per questo motivo hanno pari diritti.

 

Nel 1926, lo storico Carter Woodson (insieme all’Association for the Study of Negro Life and History) sviluppò l’idea di rendere la seconda settimana di febbraio (settimana nella quale erano nati due personaggi del calibro di Abraham Lincoln e Frederick Douglass) la “Negro History Week”. La speranza era di portare all’attenzione generale che esistesse un gruppo di cittadini americani dimenticato da tutti ma che aveva dato il loro contributo alla formazione del paese. L’obiettivo dichiarato era di restituire al Paese una visione culturale caduta nel dimenticatoio, che avrebbe ridato importanza alla popolazione di etnia afroamericana. All’epoca erano infatti passati più di cinquant’anni dalla fine della guerra, una guerra che nelle intenzioni del governo federale avrebbe dovuto finalmente sancire l’uguaglianza per tutti.

L’iniziativa della “Negro History Week”, con l’obiettivo di insegnare alle nuove generazioni la storia e la cultura “Black”, non fu ben accolta. Nonostante ciò, la seconda settimana di febbraio fu dedicata alla commemorazione della diaspora africana fino al 1969. Successivamente, il gruppo dei “Black United Students” della Kent State University propose di rendere l’intero mese di febbraio il “Black History Month”: fu così che un anno dopo se ne tenne la prima celebrazione ufficiale, proprio in quell’università. Nel 1976, anno della Celebrazione del Bicentenario degli Stati Uniti d’America, il “Black History Month” venne riconosciuto ufficialmente dal governo americano.

Il 2020 è stato un anno di devastazione. Il COVID-19 ha causato tantissime vittime e ha sconvolto l’economia del mondo intero; lo stress quotidiano è aumentato ed ha portato a manifestazioni di frustrazione e, in alcuni casi, rabbia. Episodi di violenza per le strade sono esplose a livello internazionale. Il 25 maggio 2020 è stato un punto di svolta personale per noi due. La morte di George Floyd ci ha aperto gli occhi su dove fossero il mondo e il tennis rispetto a tanti temi; abbiamo potuto constatare da vicino, in quanto giornalisti di lunga data, le difficoltà nell’appartenere alla comunità afroamericana. Sappiamo che è necessario fare molto di più per liberare il mondo dai pregiudizi razziali: “Black Lives Matter”… ora più che mai. Beninteso, “All lives matter”, sempre, ma è innegabile che esistano delle disparità di trattamento nei confronti della comunità afroamericana, e che questi comportamenti passino spesso sottotraccia.

Allo scorso US Open, Naomi Osaka ha usato le sue mascherine per richiamare l’attenzione sulle vittime più recenti del razzismo: Ahmaud Arbery, Philando Castile, George Floyd, Trayvon Martin, Elijah McClain, Tamir Rice, Breonna Taylor e molti altri; con questo gesto, la speranza era di rendere consapevoli sempre più persone che esistevano molti più casi di vittime di colore della violenza perpetrata dalla polizia negli USA di quanti ne vengano trattati dai media.

Naomi Osaka – US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Prima di partire per New York e disputare il torneo, Osaka si era recata a Minneapolis, dove George Floyd era stato ucciso, ed aveva preso parte alla protesta pacifica che si stava tenendo contro la police brutality. Nel mese di luglio, aveva poi scritto un articolo apparso su Esquire Magazine sul tema del razzismo, mentre dopo l’episodio dell’uccisione di Jacob Blake, colpito alle spalle più volte da un poliziotto a Kenosha, nel Wisconsin, aveva deciso di ritirarsi dal torneo Western & Southern Open, dove aveva raggiunto la semifinale, in segno di protesta. Comprendendo l’importanza della decisione, il direttore del torneo decise di sospendere la competizione per l’intera giornata, in sostegno alla giustizia sociale.

Alcuni colleghi di Osaka hanno seguito il suo esempio, supportando pubblicamente le proteste del movimento Black Lives Matter: in primis la giovanissima Coco Gauff, e poi Frances Tiafoe, Sloane Stephens, così come James Blake e le sorelle Williams, sono solo alcuni dei nomi coinvolti. Opportunamente, lo US Open, durante i suoi ultimi giorni, ha ospitato una mostra sull’Arthur Ashe, “Black Lives to the Front”, in cui sono state esposte le opere di diciotto artisti.

Con questo si vuole rimarcare che il mese di febbraio non è soltanto un’occasione per leggere un libro che esalta la vita e le opere di celebri persone di colore, ma deve piuttosto invitarci a riflettere sul fatto che la storia non è stata scritta esclusivamente dal mondo “bianco”; con la conoscenza e la comprensione di “tutto” ciò che la storia racconta, abbiamo gli strumenti che possono cambiare il futuro e lasciare il passato alle nostre spalle, che è il posto in cui dovrebbe restare.

Traduzione a cura di Antonio Flagiello

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Indagine esclusiva: il tennis ha un problema di inclusività nei confronti della comunità LGBT+?

È solo una coincidenza il fatto che nel circuito maschile non ci siano giocatori che abbiano fatto coming out, oppure c’è una ragione più significativa con cui il mondo del tennis dovrebbe fare i conti?

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Alison Van Uytvanck - WTA Budapest 2019 (foto via Twitter @HUNgarianTENNIS)

Il tema dell’inclusività continua ad essere centrale nella conversazione tennistica. Per questo motivo abbiamo deciso di riproporre in italiano un’intervista di inizio 2021 di Adam Addicott a diversi addetti ai lavori su questo tema. Seguirà nei prossimi giorni la traduzione di un altro articolo comparso su Ubitennis.net, nel quale abbiamo approfondito le modalità tramite cui l’ATP si sta muovendo per rendere l’ambiente più accogliente per gli appartenente alla comunità LGBT+.

Qui potete leggere l’articolo originale di ubitennis.net

Il tennis ha una reputazione illustre nel campo della rappresentatività LGBT+ rispetto ad altri sport. Billie Jean King, il cui orientamento sessuale è stato reso pubblico dai media nel 1981, ha giocato un ruolo determinante nella creazione del circuito WTA e nella campagna per la parità dei montepremi, sottolineata dal suo famoso match contro Bobby Riggs, la “Battle of the Sexes”. Sempre nel 1981, Martina Navratilova ha fatto coming out; nonostante fosse una delle più grandi star del tennis, la pluricampionessa Slam ammette di aver perso contratti di sponsorizzazione per via del suo orientamento sessuale. Oggigiorno la situazione e la promozione di giocatori LGBT+ sono migliorate, ma è necessario fare qualcosa in più?

 

Negli ultimi anni il tennis ha aderito in maniera incostante alla campagna Rainbow Laces, con il forte sostegno della British Lawn Tennis Association. L’iniziativa è nata dall’associazione LGBT+ Stonewall ed era inizialmente rivolta nello specifico alla Premier League. L’idea è di far indossare ai giocatori lacci delle scarpe color arcobaleno così da sensibilizzare sul tema della rappresentatività LGBT+ nello sport. L’efficacia nel contrastare l’omofobia rimane discutibile.

“Nel Regno Unito le squadre hanno supportato Rainbow Laces per gli ultimi sette anni, eppure il linguaggio omofobico rimane diffuso. Due terzi dei calciatori adolescenti e quasi metà dei rugbisti maschi hanno ammesso di aver usato recentemente linguaggio omofobo verso i compagni (ad esempio, frocio [fag nell’originale, NDT]) che in genere fa parte del loro gergo e senso dell’umorismo. A livello amatoriale, gli uomini gay e bisessuali rimangono invisibili”. Così scrive in una relazione Erik Denison del Laboratorio di Ricerca delle Scienze Comportamentali dell’università Monash. “Comunque, ricerche recenti suggeriscono che spostare l’attenzione dell’attuale campagna Rainbow Laces, che è ancora in corso, dalle squadre professionistiche allo sport amatoriale potrebbe aiutare a risolvere questi problemi. Dobbiamo anche cambiare qualcosa nell’istruzione che viene impartita”.

È importante prendere con le pinze la conclusione di Denison visto che il suo giudizio si basa solamente su sport di squadra e non sul tennis. Alcune delle sue conclusioni potrebbero ovviamente essere applicabili al tennis, ma non si sa chiaramente fino a che punto. Se l’approccio di Rainbow Laces non aiuta in qualche modo la comunità LGBT+ e quindi i giocatori che tengono nascosto il proprio orientamento, i vertici del tennis dovrebbero fare di più per promuoverlo? Ubitennis ha contattato tre organi di governo per raccogliere i loro punti di vista, e tutti e tre si sono detti a favore della partecipazione dei giocatori.

Un portavoce ATP ha dichiarato a Ubitennis che “il lavoro che la Premier League e Stonewall stanno facendo per aumentare la consapevolezza verso l’inclusione LGBT+ dà un grande esempio, e noi supporteremmo assolutamente qualsiasi giocatore ATP desideroso di sostenere un’iniziativa del genere o di esprimersi personalmente. Crediamo che il tennis giochi un ruolo importante nella promozione dell’inclusività nello sport e in tutta la società, e nel 2020 Tennis United è stato uno strumento attraverso cui l’ATP ha dato spazio alle opinioni su questo importante tema. L’ATP ha indirizzato i suoi sforzi per un cambiamento positivo con il programma ATP Aces For Charity, che si occupa di varie cause, e al momento stiamo valutando il nostro approccio complessivo su questo tema”.

Al contrario della controparte femminile, al momento non c’è alcun giocatore apertamente membro della comunità LGBT+ nel circuito ATP, e nella storia ce ne sono stati pochi. Bill Tilden, vincitore di 10 titoli del Grande Slam negli anni 20, ha lottato con la sua sessualità in un periodo in cui il sesso tra gay era illegale e non tollerato dalla società. Più recentemente l’americano Brian Vahaly, ex top 100 nei primi anni 2000, ha fatto coming out ma solo dopo il suo ritiro dal tennis.

La WTA fa notare di aver lavorato con l’ATP nella scorsa stagione e di aver affrontato le questioni LGBT+ durante lo show “Tennis United trasmesso online. Un comunicato afferma che “la WTA è stata fondata su principi di uguaglianza e pari opportunità, assieme al progresso e alla positività, e supporta e incoraggia con tutto il cuore l’impegno verso iniziative LGBT+ di giocatori, membri dello staff, partner e appassionati. La WTA sostiene progetti LGBT+ degli Slam e degli altri tornei sia dal punto di vista finanziario che logistico, fa sentire le voci delle nostre atlete sull’argomento grazie alle piattaforme globali del circuito, e ha sensibilizzato incorporando lo spirito LGBT+ nella nostra identità aziendale a giugno, su tutte le nostre piattaforme globali. Nonostante le sfide del 2020, quest’anno abbiamo celebrato il mese dell’orgoglio LGBT+ con una serie di podcast e articoli sul web, abbiamo intervistato ospiti provenienti dalla comunità LGBT+ durante lo show virtuale Tennis United di WTA e ATP, e attraverso la collaborazione di WTA Charities con You Can Play, abbiamo donato equipaggiamento e fatto donazioni, mentre le giocatrici hanno partecipato ad un gruppo di discussione virtuale”.

L’ITF è responsabile per la supervisione della gestione del circuito juniores, della Coppa Davis, della coppa Billie Jean King (la vecchia Fed Cup) e del torneo olimpico. Un portavoce ha dichiarato che la ITF supporterà qualsiasi campagna contro le disparità nel tennis facendo riferimento alla campagna Advantage All, che punta a “sviluppare e sostenere il tennis come uno sport a vantaggio equo per tutti”: “Il tennis ha una lunga e illustre storia di atleti in prima linea come portavoce di cambiamenti sociali positivi, che hanno usato la loro voce e i loro canali di comunicazione per sensibilizzare. Noi sosterremo le iniziative che ribadiscono il messaggio positivo che il tennis è uno sport equo, aperto a tutti”.

È NECESSARIO FARE DI PIÙ?

Visto che ATP, WTA e ITF sembrano incoraggiare entusiasticamente campagne come Rainbow Laces o simili, c’è una domanda chiave: il tennis deve lavorare di più sulle sue politiche di inclusione LGBT+?

Dal punto di vista accademico ci sono stati pochi studi condotti in questo campo negli ultimi anni, ma un gruppo di ricercatori in Australia ha cambiato le cose: Ryan Storr, Jessica Richards e Gina Curro della Western Sydney University sono le menti dietro a “Game On”, uno studio di 31 pagine che esplora l’inclusione LGBT+ nel sistema del tennis australiano. Hanno concluso che “uno dei messaggi più chiari provenienti dai dati della relazione è che molti partecipanti hanno avuto esperienze iniziali negative nello sport, e hanno un forte desiderio di poter giocare e dedicarsi al tennis in un ambiente sicuro e proattivo”. Hanno inoltre scritto: “Quindi un messaggio chiave da tenere a mente per coloro che lavorano nel tennis e operano per facilitare l’inclusione LGBT+ è che quei giocatori, e gli uomini gay in particolare, non arrivano al tennis con un foglio bianco, ma bensì con esperienze ed emozioni negative quali paura del giudizio, vergogna e stigma, nonché poca autostima riguardo alle proprie abilità di gioco (ad esempio per via dello stereotipo secondo cui le persone omosessuali non sono brave negli sport)”.

La ricerca non riguarda il tennis professionistico, ma bensì quello amatoriale. Ad ogni modo, alcuni di questi punti chiave possono essere facilmente estrapolati per migliorare l’approccio ai giovani tennisti, in particolare quello dei giocatori adolescenti che intendono praticare lo sport a livello professionistico ma potrebbero nutrire riserve per via del loro orientamento sessuale. Uno studio condotto da un gruppo di accademici italiani ha rivelato che gli uomini gay hanno più probabilità di smettere di giocare per via di “un timore di essere vittime di bullismo e una maggiore pressione familiare a conformarsi a sport più mascolini”.

Queste “esperienze negative” sono state raccontate in precedenza dall’ex N.63 ATP Vahaly, che ha dichiarato ad atptour.com quanto segue: “Non ho mai sentito di avere persone nello sport con cui potessi parlarne, perché sapevo che era un ambiente iper-mascolino e intenso e sapevo che non avrebbero capito. Francamente è anche difficile essere vulnerabili davanti a giocatori con cui sei in competizione, perché stiamo combattendo per lo stesso assegno. È una cosa che ho dovuto inevitabilmente accettare”.

Il tennis è storicamente stato sempre un ambiente accogliente per esponenti LGBT+ e sono state condotte diverse campagne a riguardo. Fra questi, gli eventi di maggior successo sono quelli di LBGTennis di Nick McCarvel, in cui le persone possono discutere di argomenti legati alla comunità gay; sono organizzati in concomitanza dei maggiori tornei di tennis, e in passato hanno ospitato figure quali Kevin Anderson. “C’è un po’ di conservatorismo nello sport, e questo va bene, ma se hai la possibilità di essere il vero te stesso sul campo, negli spogliatoi, in sala stampa, nei corridoi degli stadi degli Slam in giro per il mondo – è una cosa veramente, estremamente importante”, ha dichiarato McCarvel a Ubitennis l’anno scorso.

Però sembra ancora esserci una certa distanza su questo argomento se si pensa agli enti governativi del tennis. Forse ci vorrà che qualcuno di essi prenda l’iniziativa per mettere in moto gli altri, una cosa che gli autori di “Game On” sperano possa accadere presto. Gli autori concludono che “Tennis Australia dovrebbe usare le sue piattaforme e mostrare alle persone LGBT+ in Australia e nel resto del mondo come il tennis sia uno sport in cui si può essere sé stessi, accettati e accolti per ciò che si è. Sii te stesso e gioca a tennis”.

COME ANDARE AVANTI?

Forse la direzione più giusta da prendere dovrebbe essere indicata dalle esperienze dei pochi giocatori dichiaratamente omosessuali che sono già nel circuito. Tara Moore ha come best-ranking il numero 145 al mondo, e ha vinto nove titoli ITF. Moore ha scritto per e-mail a Ubitennis che “quello che le squadre di calcio e la Football Association stanno facendo con Rainbow Laces e Rainbow Bands è una grande iniziativa, e mette in luce l’inclusività e soprattutto l’accettazione all’interno del loro sport. Nel tennis, anche se siamo accettati dai nostri colleghi, credo che la WTA e la ATP potrebbero adottare qualcosa di simile ai lacci arcobaleno e far parlare del tema i loro giocatori più in vista. Il fatto che negli sport maschili ci siano così pochi gay dichiarati parla chiaro, c’è ancora uno stigma a riguardo”.

I discorsi di Moore su un potenziale stigma causano preoccupazione in molti, incluso Ryan Storr, che sottolinea come un atleta che provi a nascondere la propria sessualità potrebbe avere un impatto negativo sulle sue prestazioni.  

Parlando con Ubitennis, Storr fa notare come il tennis sia uno sport popolare tra gli uomini gay nonostante la mancanza di giocatori gay dichiarati. “Una cosa evidente è la quantità di uomini gay nel campione, quindi sappiamo che gli uomini gay sono attratti dal tennis, ma ai livelli più alti non fanno outing”, ha commentato sulla sua ricerca per lo studio Game On. “Confrontiamoli però con le donne, tra cui ci sono moltissime giocatrici di punta dichiarate, sia presenti che passate (Demi Schuurs, Sam Stosur) rispetto a pochi uomini, sotto i riflettori soprattutto dopo aver fatto coming out. Jan-Michael Gambill posta regolarmente su Instagram riguardo al suo compagno, ma non ci sono molti articoli in cui parli della propria omosessualità. Brian Vahaly ne ha parlato e adesso ha anche una famiglia. Una cosa da sottolineare è che quando atleti professionisti uomini devono nascondere la loro identità e chi sono veramente, questo avrà senza dubbio un impatto sulle prestazioni”.

L’anno scorso la International Review for the Sociology of Sport ha pubblicato uno studio che ha rilevato come gli atleti tendano ad essere più felici e ad avere più fiducia in sé stessi dopo aver fatto coming out. Tali scoperte sono basate sulle testimonianze di 60 atleti che sono state pubblicate su outsports.com. Storr spiega che “quando i giocatori possono essere sé stessi e fare outing, c’è un impatto positivo sulle persone LGBT+ che può attirarle verso lo sport, visto che hanno la percezione che esso sia accogliente. Se gli organi direttivi vogliono far crescere il loro giro di affari, vendere più biglietti, attrarre più fans, e sviluppare un vero business case, devono mostrare di essere inclusivi, e i loro giocatori sono il maggior punto di forza per vendere. Dovrebbero fare tutto quel che è in loro potere per aiutare i giocatori ad essere sé stessi, pubblicizzarli adeguatamente e supportarli”.

Riguardo a quanto dovrebbe essere fatto, una raccomandazione per gli organi direttivi del tennis è di mettere in atto una strategia pensata nello specifico per le persone LGBT+ così da attirarle verso lo sport. Da qui l’importanza di una campagna come Rainbow Laces, almeno in una certa misura. Stanno perdendo per strada un gruppo di talenti LGBT+, se tali atleti non percepiscono il mondo del tennis come sicuro e accogliente. Ma consideriamo che dalle stime le persone LGBT+ risultano essere, nelle società occidentali, circa il 10-15 percento della popolazione. Da organizzazione sportiva globale non possono ignorare e non coinvolgere e promuoversi verso una così larga parte della popolazione”, spiega ancora Storr. “Ecco perché eventi come quello gestito da Nick McCarvel e l’Australian Open (il Glam Slam e la Pride Arena) sono così importanti per promuovere e in ultimo comunicare che il tennis, o qualsiasi organizzazione tennistica, sono accoglienti e vogliono che le persone LGBT+ si sentano coinvolte e sappiano di essere supportate”.

Ci sono oltre 1500 giocatori con un ranking professionistico nel circuito ATP, ma nessuno di essi è apertamente LGBT+. Forse, come con la Premier League, ci vuole una prima persona coraggiosa che faccia outing e inizi il cambiamento. Ad ogni modo, è chiaro che serva fare di più.


Traduzione a cura di Alberto Tedesco

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A Portorose ottime vittorie di Jasmine Paolini e Lucia Bronzetti

Sempre meglio la romagnola che batte in due Peterson, settima favorita in gara. A Lussemburgo pomeriggio tranquillo per Vondrousova e Ostapenko

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Lucia Bronzetti - Campionati Italiani Assoluti 2020 (Foto Giampiero Sposito)

Con il circuito ATP in vacanza fino a lunedì prossimo sono appena due gli eventi di rango maggiore in cartellone questa settimana, entrambi al femminile. Si gioca a Portorose, Slovenia, e a Città del Lussemburgo. Com’è relativamente normale che sia non sono molte le altissime vedette impegnate, considerati i postumi da US Open ancora in corso, e tuttavia riflettori opportunamente indirizzati sull’Istria, dov’era ed è nutrita la rappresentanza azzurra. Ieri in campo quattro italiane e bilancio in pareggio: due vittorie, peraltro di rilievo, ottenute da Lucia Bronzetti e Jasmine Paolini; due sconfitte, discretamente nette, subite da Sara Errani e Cristiana Ferrando.

La romagnola da Villa Verucchio, qualificata, ha vinto una gran partita contro la svedese Rebecca Peterson, ottanta WTA e settima testa di serie in gara, forse non ancora del tutto ripresasi dalla valanga di chance sprecate al primo turno dello US Open contro Elise Mertens ma pur sempre giocatrice solida e habitué del contesto International. Lucia, che cavalca il proprio best ranking alla centosessantasette della classifica in coda a un’estate da cambio di passo, al secondo round avrà un match duro contro Bernarda Pera: tra le due esiste un precedente discretamente datato, all’ITF di Padova 2017. L’americana di Zadar dominò, ma Bronzetti non era ancora parente della giocatrice attuale.

Bene anche Jasmine Paolini, lei pure gratificata dal miglior ranking della carriera (eguagliato) alla ottantasette WTA. La ragazza da Castelnuovo Garfagnana ha approfittato del ritiro nella seconda frazione di Dayana Yastremska, quand’era comunque avanti di un set e di un break. Il prossimo ostacolo, per Jasmine, avrà le sembianze di Anna Kalinskaya, ventiduenne moscovita attualmente rintracciabile alla centoquarantacinquesima piazza del ranking.

 

Sconfitte in due set, invece, per Sara Errani e Cristiana Ferrando. Sarita ha ceduto all’ucraina Anhelina Kalinina avendo invano servito per il primo set sul cinque-tre, mentre poco ha potuto Ferrando, bravissima a superare le qualificazioni, al cospetto della semifinalista dell’ultimo Roland Garros Tamara Zidansek, quinta favorita ai nastri di partenza. Cristiana è comunque tornata a giocare in modo molto confortante dopo un periodo complicato, ed è risalita negli immediati pressi della top 300 WTA. Colpi e prospettive ci sono: le speranze di vederla scalare ancora la classifica sembrano ben riposte. Da segnalare, a margine ma non troppo, anche l’uscita di scena della prima testa di serie Petra Martic, battuta senza appello dalla padrona di casa Kaja Juvan

In una settimana permeata da relativa calma, i quarti di nobiltà residui se la giocano nel Granducato: in attesa del debutto delle prime quattro teste di serie, nel pomeriggio di ieri vittorie tranquille per Jelena Ostapenko (terza favorita in gara) e Marketa Vondrousova (quinta), brave a liberarsi senza troppi patemi di Jule Niemeier e Alison Van Uytvanck. Per il resto, programma allungato da due match fiume: la qualificata olandese Arianne Hartono ha sconfitto in due ore e quarantadue minuti Ana-Lena Friedsam; a seguire, Greet Minnen ha avuto ragione di Nuria Parrizas-Diaz, in tre ore e tre tie break.

Risultati:

WTA Portorose, primo turno

[Q] L. Bronzetti b. [7] R. Peterson 6-3 6-3
[3] A. Riske b. P. Lovric 7-5 6-3
[Q] K. Boulter b. K. Zavatska 7-5 6-3
A. Kalinskaya b. D. Kovinic 6-0 6-4
[Q] A. Krunic b. Z. Falkner 6-3 6-1
T. Martincova b. K. Kucova 6-4 6-1
[2] Y. Putintseva b. J. Cristian 6-4 6-4
J. Paolini b. [6] D. Yastremska 7-6(5) 4-1(Rit.)
[Q] V. Kuzmova vs [Q] T. Mrdeza 6-2 6-3
K. Juvan b. [1] P. Martic 6-3 6-4
A. Kalinina b. S. Errani 7-6(3) 6-2
[5] T. Zidansek b. [Q] C. Ferrando 6-1 6-1

WTA Lussemburgo, primo turno

A. Sasnovich b. [Q] L. Tsurenko 7-5 7-6(6)
[5] M. Vondrousova b. A. Van Uytvanck 6-2 6-3
[Q] A. Hartono b. [WC] A-L. Friedsam 7-6(5) 3-6 7-6(4)
Z. Diyas b. A.K. Schmiedlova 6-0 1-6 6-4
G. Minnen b. N. Parrizas-Diaz 7-6(4) 6-7(1) 7-6(2)
[WC] M. Minella b. V. Gracheva 6-3 6-4
[3] J. Ostapenko b. [Q] J. Niemeier 6-2 6-2

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Al femminile

Emma Raducanu, una impresa senza precedenti

Come è stato possibile che una giocatrice diciottenne, sconosciuta fino a tre mesi fa, sia riuscita a vincere lo US Open in un modo mai riuscito prima?

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

L’ultimo US Open femminile è stato lo Slam delle sorprese e dei record. Gli storici e gli statistici si sono sbizzarriti a identificare tutti i numeri che hanno sancito l’eccezionalità della vittoria della giovane Emma Raducanu: i record sono così tanti che per non diventare noiosi è meglio ricordarne solo alcuni.

Prima volta nell’era Open che una giocatrice vince partendo dalle qualificazioni. E senza lasciare set per strada: un totale di dieci partite (tre più sette) con uno score di 20 set vinti e zero persi. Prima dell’era Open a conquistare uno Slam alla seconda partecipazione in assoluto in un Major (anche Pam Shriver nel 1978 aveva raggiunto la finale al secondo tentativo, ma aveva perso contro Evert a New York). Raducanu lo ha fatto senza avere ancora vinto una partita in carriera a livello di “normali” tornei WTA, visto che fuori dai Major aveva affrontato due soli tornei, perdendo sempre all’esordio (Nottingham e San Josè).

Più giovane finale Slam dallo US Open 1999 (Serena Williams contro Hingis). Più giovane campionessa Slam dai tempi di Maria Sharapova a Wimbledon 2004. Seconda vincitrice della storia fuori dalle prime 100 del ranking, preceduta da Kim Clijsters nel 2009 (sempre a New York) quando al rientro nel tennis non aveva ancora una classifica per l’esiguo numero di tornei giocati. Ma anche terza teenager della storia a vincere lo US Open senza concedere set (dopo Seles nel 1992 e Hingis nel 1997).




 

Ultimo dato prima di entrare nel merito delle partite newyorkesi: Raducanu ha vinto il torneo senza affrontare Top 10. Nel corso del suo cammino, infatti, ha incontrato solo due teste di serie: nei quarti la numero 11 Bencic e in semifinale la 17 Sakkari. Ma naturalmente non gliene si può fare una colpa: questo le ha offerto il tabellone, ed Emma più che lasciare le briciole a tutte le avversarie che le sono capitate, non poteva fare.

Ma visto che stiamo parlando di una semi-esordiente, il dato che colpisce è che in carriera non ha ancora mai affrontato una Top 10. In compenso vanta un record niente male: ha giocato 13 volte contro una Top 100 vincendo 11 partite e perdendone solo 2: sconfitta da Zhang Shuai a San Josè e da Tomljanovic a Wimbledon (a Londra Emma perse per ritiro).

Le partite di Emma Raducanu allo US Open
Dopo la wild card ricevuta a Wimbledon in quanto giocatrice di casa, Raducanu si presenta allo US Open senza avere la classifica necessaria per essere ammessa direttamente al tabellone principale. Da numero 150 del ranking è soltanto testa di serie 31 del torneo di qualificazione. Superato piuttosto brillantemente, come detto, senza perdere set. 6-1, 6-2 a Bibiane Schoof, 6-3, 7-5 a Mariam Bolkvadze, e infine 6-1, 6-4 a Mayar Sherif, testa di serie n. 4 delle Quali.

Con i tre successi nelle qualificazioni, Emma conquista l’accesso nello Slam vero e proprio. Il posto capitato nel main draw non è proprio favorevolissimo: primo ostacolo la testa di serie numero 14 Jennifer Brady, semifinalista lo scorso anno, e finalista all’Australian Open 2021. Soprattutto sul cemento, una avversaria davvero impegnativa.

Ma in extremis le cose cambiano. Brady è costretta alla rinuncia a causa di un infortunio. Quando Jennifer dichiara forfait, ormai il sorteggio è fatto, e quindi la porzione di tabellone di Raducanu perde la testa di serie più alta. A sostituirla è la lucky loser Stephanie Voegele. I due set della partita si sviluppano con un andamento identico: Emma parte lenta, subisce un break in avvio, ma dall’1-2 sotto, cambia marcia: controbreak immediato e resto del set dominato. Finisce così 6-2, 6-3, anche se le occorrono ben sette match point per chiudere l’incontro.

Al secondo turno Raducanu trova Zhang Shuai, proprio la giocatrice che l’aveva sconfitta in modo netto all’inizio di agosto a San Josè (6-3, 6-2). Purtroppo non sono riuscito a seguire le loro due partite, e quindi non posso entrare nel merito. In linea generale, penso si possa ricordare questo: la Zhang più recente è un po’ scesa nel ranking perché è diventata piuttosto discontinua; se la mattina si alza con la luna giusta è capace di dare filo da torcere anche alle più forti, ma se invece le manca l’ispirazione, aumenta di molto gli errori e diventa molto più abbordabile.

Con questo non sto affatto dicendo che il risultato opposto delle due partite sia dipeso da Zhang e non da Raducanu. Anzi. Agli atti rimane semmai una dichiarazione di Emma nella conferenza stampa successiva al loro ultimo incontro, nella quale racconta: “Avevo perso contro di lei un mese fa, ma sento che match dopo match sto migliorando, sto imparando a tenere alto il mio livello di gioco senza cali durante la partita. In queste settimane avere affrontato tante avversarie di alto livello mi ha fatto crescere sempre di più”. Sentire parlare di crescita nel corso di un solo mese, una crescita tale da permetterle di rovesciare completamente il risultato contro una giocatrice esperta e di valore come Zhang, sembrerebbe esagerato. Ma nel caso di Emma sono proprio gli eccezionali traguardi raggiunti a rendere credibili affermazioni del genere.

Forse il passaggio più interessante di questa stessa conferenza stampa è quando spiega il suo modo di prepararsi contro le avversarie: “A livello WTA la maggior parte delle giocatrici non ha grandi debolezze; per esempio non puoi pensare di insistere sempre dalla stessa parte in attesa di un errore. Dunque si tratta sia di dare il meglio per quanto riguarda il proprio tennis, sia di saper individuare piccole scappatoie che creino qualche disagio a chi hai di fronte. Con il mio team mi preparo con questi obiettivi. Non sempre ci si riesce, e allora devi andare in campo almeno riuscendo a esprimerti al tuo massimo”. In pratica Emma racconta che affronta i match con un duplice intento: da una parte sviluppare al massimo il suo gioco, ma dall’altra cerca anche di modularlo di volta in volta in funzione del tipo di avversaria che ha di fronte, per metterla a disagio. Cosa che puntualmente si verificherà nei turni successivi del suo torneo.

Superare le qualificazioni, sconfiggere con percorso netto Voegele e Zhang sono rimarchevoli traguardi per una giovanissima. Ma, per quanto mi riguarda, la partita che mi ha davvero fatto drizzare le antenne sul torneo di Raducanu è stata quella di terzo turno contro Sara Sorribes Tormo.

Sorribes nell’ultimo periodo è cresciuta moltissimo, trasformandosi in una specie di muro difensivo. Al punto che oggi è forse la giocatrice più dura da affrontare sul piano della pazienza tattica e della tenuta mentale e fisica, perché regala quasi nulla e riesce a contenere e rimettere in campo una quantità enorme di attacchi, allungando moltissimo ogni scambio. Se non la si affronta con la condizione giusta si rischia di soccombere, come è capitato alla numero 1 Barty alle Olimpiadi di Tokyo.

Invece Emma domina l’incontro con una condotta vicina alla perfezione. Vince addirittura i primi 11 game, e si trova con un match point sul 6-0, 5-0. Sorribes si salva dal cappotto completo, ma rimanda solo di una game la conclusione: 6-0, 6-1. Per Raducanu sono 60 punti vinti complessivi, appena 33 persi, e un saldo finale di +7 tra vincenti ed errori non forzati (23/16). Agli spettatori lascia una sensazione di grande efficacia e chiarezza tecnico-tattica: tanti vincenti ottenuti (appunto 23 su 60 punti totali), senza però mai dare l’idea del colpo tirato alla “va o la spacca”. Emma al contrario è riuscita a trovare la chiave per vincere senza andare sopra le righe.

Riepiloghiamo. Diciotto anni, esordiente senza esperienza a livello WTA, e senza disporre della potenza di Serena Williams o di Aryna Sabalenka. E però capace di lasciare un solo game a Sorribes Tormo, infliggendole la peggiore sconfitta da quando Sara è diventata Top 50. Obbligatorio seguirla con estrema attenzione.

Con queste premesse, la curiosità sul valore di “questa” Raducanu sembrava potesse essere soddisfatta attraverso il più probante ostacolo possibile: il confronto con la numero 1 del mondo Barty. La massima favorita del torneo, e potenziale avversaria al quarto turno. Al termine del match di terzo turno, in conferenza stampa i giornalisti chiedono a Raducanu se è pronta ad affrontare Barty. Emma, forse presaga, prima di entrare nel merito avverte: “Mah, il match di Ashleigh non è ancora cominciato, e la sua avversaria, Shelby Rogers, giocherà di fronte al pubblico di casa. Difficile dire chi vincerà. Quando giochi con il pubblico di casa dalla tua, hai un differente livello di motivazione…”.

Come sappiamo, Shelby Rogers è davvero riuscita fare lo sgambetto a Barty (o forse la stessa Bartiy si è inciampata da sola), ed è quindi Shelby la rivale di quarto turno. Tra Raducanu e Rogers, la partita fila via rapida. Sarà la più breve del torneo di Emma: un’ora e 6 minuti complessivi, con gli spettatori americani presto ammutoliti dalla troppa differenza in campo.

Dopo i primi due game persi in fase di assestamento (ricordo che era la prima volta che Raducanu giocava sull’Arthur Ashe), Emma infila una serie di 11 game consecutivi, esattamente come contro Sorribes, che segnano definitivamente il match. Nel secondo set, concesso il game del 5-1, chiude sul proprio servizio per 6-2, 6-1. Una partita nella quale Rogers lascia la sensazione che, dopo aver dato tutto per superare Barty, non fosse pronta per misurarsi alla pari contro una avversaria motivata, concentrata, e poco disposta a regalare punti come la Raducanu di questo torneo.

Chi si aspettava che la pesantezza del dritto di Shelby potesse diventare un fattore, viene smentito, e nemmeno il servizio l’ha aiutata a rimanere in partita. Infatti Emma non solo ha risposto benissimo, ma per la maggior parte degli scambi ha tenuto in mano l’iniziativa, e questo ha costretto Rogers a rimanere in difesa, l’ambito di gioco nel quale è di gran lunga meno forte.

a pagina 2: Le partite decisive allo US Open

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