Naomi Osaka e le superfici - Pagina 2 di 4

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Naomi Osaka e le superfici

Ad appena 23 anni Osaka vanta già quattro titoli Slam, vinti però solo sul cemento. Riuscirà a conquistare successi importanti anche su erba e terra?

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Naomi Osaka - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

I precedenti di Radwanska, Wozniacki, Muguruza, Barty e Sharapova
Solitamente si dice che nel tennis contemporaneo le superfici sono omologate: la terra è stata velocizzata, l’erba rallentata, a Wimbledon il cambio di specie della vegetazione dei prati ha alzato il rimbalzo, favorendo un tennis più simile alle altre superfici. Sono tutti dati ormai assodati, ma resta il fatto che a fronte di tenniste capaci di disimpegnarsi in modo simile ovunque, ancora oggi ci sono giocatrici che cambiano di rendimento in base ai terreni su cui si compete.

Proviamo a vedere chi è stata capace di superare queste difficoltà e chi invece non ci è riuscita del tutto. Cominciamo con esempi negativi, che evidentemente non possono che riguardare tenniste già ritirate, per le quali abbiamo la certezza che alcuni limiti non sono mai stati del tutto rimossi.

 

Agnieszka Radwanska ha finito per arrendersi di fronte alla idiosincrasia per la terra battuta. Era una tennista intelligente sul piano tattico, forte in difesa, con una ottima mano a rete e con una eccezionale palla corta. Sulla carta, doti perfette per il rosso; eppure non si è mai trovata a suo agio. Probabilmente per un certo disagio nel gestire parabole a rimbalzo alto, ma soprattutto per un deficit di potenza, che rendeva per lei troppo faticoso far viaggiare la palla; e con un problema strutturale del genere, tutte le altre qualità diventavano secondarie, insufficienti per risolvere il problema.

A un certo punto Radwanska deve aver dato per irrisolvibile la situazione, tanto da dedicarsi meno alla terra. Per esempio nella seconda parte della carriera non andava più nemmeno a Roma (ultima edizione giocata nel 2014): scelta molto inusuale per una giocatrice europea. Certo, al Roland Garros non ha mai rinunciato, ma non ha comunque raccolto grandi soddisfazioni: al massimo un quarto di finale nel 2013, battuta in due set da Sara Errani. Immaginiamo lo stesso confronto tra Aga e Sara sull’erba, e abbiamo una idea di quanto a volte possa incidere la superficie.

Secondo esempio: Caroline Wozniacki. Come Osaka, anche Wozniacki ha conquistato tutti i maggiori titoli sul cemento. Vincitrice dell’Australian Open 2018, del Masters 2017, più volte finalista a New York, e però mai davvero protagonista a Wimbledon e Roland Garros. Per la verità Wozniacki aveva vinto a Wimbledon da junior e non giocava male in altri tornei sui prati inglesi. Ma ai Championships delle adulte, solo delusioni.

Questo dato ci aiuta ad aggiungere un dettaglio. Anche se a livello WTA si gioca solo sui prati europei, rimangono comunque differenze fra i diversi campi in erba dove si disputano i tornei. Tutte le volte che, da inviato a Wimbledon, l’ho chiesto alle giocatrici, ho sempre avuto la stessa risposta: i campi dei Championships non sono uguali a quelli di Eastbourne o di Birmingham, e ogni torneo tende ad avere le proprie caratteristiche, perché i prati sono “vivi”, le variabili che li influenzano sono tante e finiscono per emergere in modo percepibile. Forse anche per questo Caroline vanta tre finali (due vinte) a Eastbourne, mentre a Wimbledon non è mai andata oltre il quarto turno (su 13 partecipazioni).

Radwanska e Wozniacki: due esempi non proprio positivi. Ma ci sono anche esempi di giocatrici che sono state capaci di cambiare la propria attitudine nel corso dalla carriera, al punto tale da sorprendere perfino loro stesse con risultati eccezionali. Ho scelto tre casi.

Il primo è quello di Garbiñe Muguruza. Questa è la conferenza stampa di Muguruza alla vigilia di Wimbledon 2016, da fresca reduce dal successo al Roland Garros in finale contro Serena Williams. Ricordo che Muguruza era stata finalista a Wimbledon 2015 (sconfitta da Serena):

Le sue parole sono inequivocabili. Sintetizzo: “Da ragazzina odiavo l’erba, anche se mi dicevano che il mio tennis poteva essere efficace sui prati. Poi è stato odio/amore con Wimbledon, però all’inizio è stata dura. Ho ancora un po’ da lavorare, non è ancora la mia “comfort zone”, ma ora sono convinta di poter giocare bene anche qui”. Sicuramente Garbiñe non ha formato il proprio gioco su questo genere di campi, ma poi ha saputo interpretarli davvero bene, arrivando a vincere il titolo nel 2017, dodici mesi dopo questa conferenza stampa. Non siamo abituati ad associare l’erba al tennis spagnolo, malgrado il precedente di Conchita Martinez (allenatrice di Muguruza e vincitrice inattesa nel 1984), ma abbiamo la dimostrazione che con l’esperienza si può diventare molto competitive.

Secondo storia positiva, quella di Ashleigh Barty. La campionessa del Roland Garros 2019, nata e formata in Australia tra campi in cemento ed erba, non amava per nulla la terra battuta. Tanto che durante il torneo di Charleston 2018, aveva scherzosamente dichiarato tutto il proprio disagio con questa battuta: “Ogni settimana trascorsa su terra significa avvicinarsi di una settimana all’erba” (“Every week on clay is a week closer to grass”).

Poi però aveva aggiunto più seriamente: “Ma no, credo di dover affrontare la situazione in modo positivo, essere pronta per il prossimo paio di mesi a sporcarmi scarpe e calze prima che arrivi il momento dell’erba”. Come Muguruza, anche Ashleigh dodici mesi dopo sarebbe diventata campionessa dello Slam che sentiva meno affine, il Roland Garros, sorprendendo anche se stessa. Garbiñe avrebbe vinto il titolo a 23 anni e mezzo, Ashleigh a 23 e un mese.

Terza e ultima storia positiva, probabilmente la più eclatante e famosa: quella di Maria Sharapova. Campionessa di Wimbledon a 17 anni, poi anche vincitrice dello Slam americano e di quello australiano, sembrava che per lei il successo a Parigi fosse quasi impossibile. Ma sapeva che se fosse riuscita ad affermarsi al Roland Garros avrebbe chiuso il cerchio, conquistando il Career Grand Slam.

Nel 2007, in occasione del torneo francese, aveva rilasciato una dichiarazione che sarebbe stata citata infinite volte: “Giocare su terra per me non è naturale. Non ci gioco per 10 mesi all’anno. Mi sento come una mucca sul ghiaccio”. Nel 2008, intervistata da David Letterman, ripete la frase. E aggiunge qualche motivazione: dopo i primissimi anni di tennis, ha giocato poco sulla terra, e non le piacciono le condizioni più lente rispetto alle altre superfici:

Poi però le cose nel corso del tempo cambiano. Dagli zero titoli su terra rossa registrati fino al 2010, nella seconda parte di carriera la situazione si ribalta. Dal 2011 Sharapova ottiene: 2 vittorie al Roland Garros (2012, 2014), 3 a Roma, 3 a Stoccarda (rosso indoor), 1 a Madrid. Nello stesso periodo raccoglie due soli titoli importanti al di fuori della terra: Indian Wells 2013, Pechino 2014. Se teniamo conto che Sharapova è nata nel maggio del 1987, il cambiamento radicale è avvenuto a circa 24 anni. E se alla vigilia di questo cambiamento qualcuno avesse predetto il futuro palmarès di Maria, sarebbe stato preso per un pazzo incompetente.

Ricapitolando. Le prime vittorie negli Slam più inattesi per Muguruza, Barty e Sharapova sono arrivate fra i 23 e i 25 anni. Osaka ne compirà 24 in ottobre. Al di fuori del cemento cosa saprà fare?

a pagina 3: Il futuro di Naomi Osaka sulla terra

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Ancora su Wimbledon: Pliskova, Sabalenka, Jabeur e Muchova

Gli ultimi Championships hanno rafforzato il primato di Ashleigh Barty, ma il torneo ha messo in luce anche altre protagoniste

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Karolina Pliskova - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Secondo articolo del martedì dedicato a Wimbledon 2021. Dopo il pezzo della scorsa settimana sulla vincitrice Ashleigh Barty, questa volta è il momento di occuparsi di alcune delle protagoniste che non hanno soltanto fatto più strada nel torneo, ma hanno anche offerto tennis di qualità. E se, come credo, lo Slam sull’erba ha regalato match di livello superiore rispetto al Roland Garros, una parte dei meriti va ricondotta proprio a queste giocatrici.

Prima di entrare nel tema, anticipo che il prossimo martedì uscirà un terzo articolo dedicato ai Championships, orientato all’approfondimento statistico. E ora cominciamo con Pliskova.

 

Karolina Pliskova
Karolina Pliskova si è presentata al via dell’ultimo Wimbledon con parecchi dubbi, alimentati da diversi fattori. Innanzitutto nella settimana che precedeva i Championships, per la prima volta dopo molte stagioni, si era trovata fuori dalle prime 10 della classifica WTA; non le capitava dall’agosto 2016.

Ma anche i risultati più recenti non erano incoraggianti: in giugno, nei match sull’erba di preparazione allo Slam aveva raccolto zero vittorie e due sconfitte (contro Pegula a Berlino e contro Giorgi a Eastbourne). E perfino la finale raggiunta a Roma in maggio si era trasformata in un ricordo negativo, a causa del 6-0, 6-0 subito da Swiatek. Un punteggio che in meno di un’ora aveva cancellato tutto quanto di buono le era accaduto nella settimana italiana.

Alla vigilia di Wimbledon, per non farsi travolgere dal pessimismo, erano due gli elementi positivi a cui aggrapparsi. Il primo era la poca aspettativa che la circondava: con poco da perdere, poteva scendere in campo più serena. Il secondo era la sicura attitudine nei confronti della superficie. Ecco cosa avevo scritto nell’articolo di presentazione dello Slam: “La situazione di Karolina Pliskova per certi aspetti ricorda quelli di Barty: in passato ha dimostrato di trovarsi bene sull’erba, ma… Ecco perché: a livello WTA vanta 5 finali, di cui 2 vinte, e una ottima percentuale di vittorie sui prati, superiore a quella sulle altre superfici. Però a Wimbledon le cose sono andate meno bene: mai oltre il quarto turno. Il suo 2021 sinora è stato deludente: saprà sorprenderci invertendo la tendenza a Londra?”

A conti fatti, nella finale di Wimbledon, si sono ritrovate proprio Barty, la più attesa, e Pliskova, che la gran parte degli osservatori considerava pochissimo. Insomma, Karolina ha smentito tutti. E questo malgrado al primo turno la partenza fosse stata preoccupante: subito sotto 2-5 contro Tamara Zidansek. A questo punto Pliskova ha improvvisamente alzato il livello: cinque game di fila le sono valsi il primo set (da 2-5 a 7-5), e da quel momento ha continuato a offrire dell’ottimo tennis, che le ha permesso di vincere le prime cinque partite senza concedere set alle avversarie. 7-5, 6-2 a Zidansek, 6-2, 6-2 a Vekic, 6-3, 6-3 a Martincova. Ma se dovessi indicare il match che mi ha fatto rivalutare il ruolo di Pliskova nel torneo, sceglierei il quarto turno contro Liudmila Samsonova (6-2, 6-3).

Samsonova era reduce dal successo a Berlino, dove partendo dalle qualificazioni aveva finito per vincere il torneo superando Vondrousova, Kudermetova, Keys, Azarenka e Bencic. Sull’onda di quella impresa, Liudmila aveva continuato a vincere a Wimbledon sconfiggendo Kanepi, Pegula e Stephens. Dieci successi consecutivi, che l’avevano trasformata nella giocatrice più vincente sull’erba del 2021.

Dunque l’ostacolo per Pliskova non era affatto semplice, anche se forse per Karolina era comunque preferibile rispetto a un’altra avversaria tra quelle che la porzione di tabellone avrebbe potuto offrirle. Mi riferisco alla testa di serie numero 22 Jessica Pegula che nel 2021 ha incontrato 4 volte Pliskova battendola 4 volte. Una autentica bestia nera.

Contro Samsonova, Pliskova ha disputato un match molto lineare, nel quale ha scavato il solco decisivo non soltanto grazie al servizio dei tempi migliori (7 ace e il 44% di battute non ritornate, mentre Samsonova si è fermata al 26%), ma forse ancora di più grazie a una ritrovata mobilità. Una volta entrata nello scambio, infatti, Karolina ha mostrato di saper manovrare come non la si vedeva da parecchio, riuscendo a prevalere anche nei punti di lunghezza media (11 vinti e appena 5 persi negli scambi fra 5 e 8 colpi). 

E così il 6-2, 6-3 rifilato alla giocatrice più “on fire” sull’erba ha permesso a Pliskova di superare per la prima volta in carriera lo scoglio del secondo lunedì di Wimbledon. Finalmente oltre gli ottavi di finale, e con un pronostico da favorita nel turno successivo, i quarti di finale. Pronostico rispettato; non poteva essere Viktorija Golubic a fermarla: troppo leggera per prevalere sull’erba (6-2, 6-2).

a pagina 2: La semifinale contro Sabalenka

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La conferma di Ashleigh Barty

Al via dei Championships c’era una giocatrice che partiva come numero uno per i pronostici ma anche per le gerarchie ufficiali. E questa volta è stata all’altezza delle aspettative

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Il Roland Garros e Wimbledon, i due Slam che si disputano in Europa nel giro di poche settimane, nelle stagioni più recenti si sono trasformati nei due Major più lontani fra loro, al punto da apparire quasi agli antipodi. Infatti se scorriamo i nomi delle ultime vincitrici, ci troviamo di fronte a risultati opposti. Nelle ultime sei edizioni, a Parigi ha sempre vinto una giocatrice con un passato senza titoli Slam, alcune volte addirittura classificata fuori delle teste di serie. Nelle ultime sette edizioni di Wimbledon, invece, ha sempre vinto una giocatrice con almeno già uno Slam nel palmarès, e mai al di fuori delle prime 16 teste di serie.

Anche nel 2021 è andata così: il Roland Garros è finito nelle mani dalla numero 33 del ranking Krejcikova, Wimbledon in quelle della numero 1 Barty. In sostanza i recenti albi d’oro dei due Major suggeriscono concetti opposti: imprevisto contro previsto, novità contro conferma, rivoluzione contro tradizione. Del resto a Londra la monarchia governa, mentre a Parigi le teste coronate sono finite alla ghigliottina.

Sembrerebbe tutto molto semplice, e ci scappa perfino la banalizzazione sulla storia delle delle due nazioni come condimento del tennis. Invece se approfondiamo la questione, entrando nel dettaglio dei nomi, scopriamo che le cose sono più complesse di così, e che fra i due tornei c’è anche un sorprendente intreccio. Infatti è come se il Roland Garros si facesse carico di fare da apripista per quanto accadrà nella edizione successiva dei Championships. Negli ultimi quattro Wimbledon, per ben tre volte si è aggiudicata il titolo una giocatrice che aveva cominciato a vincere Slam proprio a Parigi. Muguruza: Roland Garros 2016 + Wimbledon 2017. Halep: Roland Garros 2018 + Wimbledon 2019. Barty: Roland Garros 2019 + Wimbledon 2021.

 

C’è infine un altro aspetto da sottolineare: per quanto queste tre giocatrici abbiano vinto molti tornei anche sul cemento, tanto da diventare numero della classifica 1 WTA (più o meno a lungo), al momento nessuna delle tre è riuscita a vincere un Major sul duro. Terra più erba sì, ma anche il cemento no. Faccio fatica a capire se si tratta di un caso, o se esiste una qualche spiegazione logica, che però al momento mi sfugge: sono aperto ai suggerimenti dei lettori.

Ultima curiosità: per tutte e tre due vittorie Slam contro avversarie della stessa nazione. Statunitensi per Muguruza (Serena e Venus Williams) e Halep (Stephens e Serena). Ceche per Barty (Vondrousova e Pliskova).

Dovessi trarre un bilancio complessivo di questo Wimbledon direi che è stato uno Slam piuttosto ben giocato, a mio avviso ampiamente superiore al Roland Garros, e questo malgrado anche a Londra ci siano state assenze e forfait pesanti: mancavano due delle prime tre giocatrici del ranking (Osaka e Halep, che oltretutto era la campionessa in carica), a cui si è aggiunta l’uscita per infortunio di Serena Williams, dopo pochi game della partita di esordio. Eppure rispetto a Parigi penso di aver visto più tennis di qualità con tanti bei match distribuiti nel corso delle due settimane. Naturalmente lo dico tenendo presente che non è mai possibile seguire tutto il tennis giocato in un torneo a 128 partecipanti, per cui rimane un forte elemento di aleatorietà (e soggettività) nei giudizi.

In ogni caso il torneo ha offerto moltissimi spunti e diverse protagoniste. Questa volta mi limito alla vincitrice, ma ci sarà tempo di tornare ancora su Wimbledon nelle prossime settimane.

a pagina 2: Barty e le pressioni di Wimbledon

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Wimbledon, lo Slam dell’esperienza?

Dopo la cancellazione del 2020, il tennis torna finalmente a giocare sull’erba: tantissime incognite e poche certezze alla vigilia dei Championships femminili

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Ad appena due settimane dalla fine del Roland Garros, e con una preparazione alla superficie più limitata del solito, è già il momento di giocare a Wimbledon. Sfogliando l’albo d’oro con i nomi delle vincitrici delle ultime edizioni, ci si rende conto che il più importante torneo su erba sta diventando una eccezione in WTA. Infatti mentre negli altri Slam la generazione più giovane è sempre riuscita a prevalere, a Londra ultimamente le cose sono andate in modo diverso.

Se per esempio si confrontano le vincitrici dei Championships con quelle del Roland Garros emergono due tendenze opposte. A Parigi da sei anni consecutivi si afferma sempre una giocatrice al primo titolo Slam della carriera. A Wimbledon accade l’opposto: dal 2014 hanno vinto solo giocatrici che già vantavano successi in precedenti Major. Per ritrovare una “esordiente” occorre risalire al 2013, con Marion Bartoli, che pure al momento della vittoria aveva 28 anni compiuti, e comunque vantava una finale a Wimbledon raggiunta nel 2007 (sconfitta da Venus Williams, ma dopo aver eliminato Justine Henin).

 

Quale potrebbe essere la spiegazione? La più logica mi sembra questa: l’erba richiede una certa esperienza, soprattutto perché durante la stagione si gioca pochissimo sui prati e quindi le tenniste con qualche anno in più di carriera riescono meglio a interpretare la superficie di gran lunga meno praticata nel circuito.

Sotto questo aspetto lo spostamento in avanti del Roland Garros 2021, che ha ridotto a sole due settimane la distanza tra i due Slam, non ha agevolato la preparazione alla nuova superficie, e sicuramente metterà a dura prova il rendimento tecnico di tutte le protagoniste, specie nei primi turni. Insomma: le sorprese potrebbero aumentare ulteriormente.

A fronte di questa compressione di calendario, le scelte di programmazione delle tenniste di vertice sono state le più disparate: c’è chi si è iscritta a entrambi i WTA 500 previsti (Berlino ed Eastbourne), chi ha optato per un solo impegno (la prevalenza è per il secondo, Eastbourne), e chi proprio non scenderà in campo. E non si tratta di nomi da poco: Barty, Halep, Williams per esempio, hanno preso questa strada, e si presenteranno ai Championships senza aver disputato alcun match dopo il Roland Garros.

Aspettiamoci anche diversi ritiri precauzionali dai tornei in corso questa settimana (Eastbourne e il WTA 250 di Bad Homburg), proprio perché la vicinanza con lo Slam consiglia massima prudenza. Decisioni in tal senso sono già arrivate, per esempio, da Stephens, Keys e Vekic, che si sono cancellate all’ultimo momento dal tabellone.

Insomma, per il tennis sono ancora tempi non facili. Si naviga a vista, e tutte queste complicazioni logistiche (più o meno direttamente collegate alla pandemia) non favoriscono uno svolgimento lineare dei grandi tornei.

Non è finita: dopo l’esperienza del Roland Garros, con le prime tre giocatrici del mondo (Barty, Osaka, Halep) fermate da ritiri o forfait, ci ritroviamo in una situazione molto simile. Esattamente come a Parigi, prima ancora che si cominci una assenza è già sicura. In Francia era assente Simona, in Inghilterra mancherà Naomi, ma rimangono comunque dubbi sulla piena efficienza fisica di Barty e di Halep. E, lo ricordo, Halep è la campionessa del 2019, oltre che campionessa in carica, visto che nel 2020 Wimbledon non si è disputato.

Le prime sedici teste di serie
Una premessa indispensabile: nel momento in cui scrivo non sono ancora state rese note le teste di serie ufficiali. Non si possono escludere ulteriori forfait e in più a Wimbledon, per quanto riguarda le donne, esiste la possibilità di aggiustamenti nelle teste di serie a discrezione degli organizzatori. Per esempio nel 2018 Serena Williams era oltre il numero 180 del ranking, ma venne accreditata della testa di serie numero 25 (e poi arrivò in finale). Non credo che quest’anno ci saranno interventi, ma naturalmente la certezza l’avremo solo a tabelloni sorteggiati.

Prima di entrare nel dettaglio dei singoli nomi, ecco una tabella che spero possa aiutare nella valutazione delle prime sedici giocatrici, perché non tutte vantano rendimenti su erba paragonabili a quelli ottenuti sulle altre superfici. La differenza tra percentuale di vittorie in carriera e percentuale di vittorie su erba dovrebbe evidenziare se a Wimbledon vanno considerate più o meno forti rispetto al loro rendimento complessivo.

A titolo di curiosità: queste sono le teste di serie delle giocatrici che hanno vinto a Wimbledon dal 2010 in poi. Tra parentesi il numero di testa di serie: Serena W. (1) Kvitova (8), Serena (6), Bartoli (15), Kvitova (6), Serena (1), Serena (1), Muguruza (14), Kerber (11), Halep (7). In sostanza la vincitrice è sempre uscita dal gruppo delle prime sedici.

a pagina 2: La situazione delle teste di serie da 1 a 8

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