“The History of Tennis” di Richard Evans è un viaggio irripetibile da Tilden a Federer

Focus

“The History of Tennis” di Richard Evans è un viaggio irripetibile da Tilden a Federer

Lo storico e giornalista britannico si è espresso su molti grandi dibattiti: su tutti, secondo lui bisogna parlare di un “Big Four” con Murray insieme allo svizzero, a Nadal e a Djokovic

Pubblicato

il

Bjorn Borg e John McEnroe (foto via Twitter, @Wimbledon)

Lo stimato storico del tennis britannico Richard Evans ha scritto non meno di 22 libri nel corso della sua straordinaria vita. È uno dei decani del giornalismo tennistico, nonché un’autorità ineccepibile riguardo l’evoluzione del gioco e riguardo tutti i grandi giocatori che hanno colpito nella maniera più vivida la fantasia del pubblico. Evans è stato un eccezionale giornalista per più di sei decenni, scrivendo per quotidiani e riviste sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, oltre ad essere stato autore di diverse pubblicazioni. Ha inoltre ricoperto dei ruoli a livello politico, lavorando per l’ATP in differenti frangenti negli anni ’70 e ’90. In molti modi, attraverso così tante epoche piene di talenti, Evans è stato sinonimo di tennis, vivendolo e respirandolo dalla sua giovinezza fino agli ottant’anni, assistendo a tutti i cambiamenti radicali che si sono susseguiti e raccontando il tennis con esuberanza e sagacia. Evans ha viaggiato più di chiunque altro nel suo campo e, con educazione e raffinatezza, ha avuto un ruolo nell’aumentare la popolarità del tennis con il suo astuto reporting e l’entusiasmo sfrenato per quello che era il ruolo del tennis nel tessuto sociale.

Considerando la sua levatura in qualità di giornalista, è giusto che Evans abbia pubblicato un nuovo libro intitolato “The History of Tennis”. Questo deve essere considerato il suo lavoro più importante fino ad ora. A dire il vero, ci sono stati altri autori che hanno copiosamente scritto essenzialmente sullo stesso argomento e hanno fortemente contribuito alla letteratura del tennis: Gianni Clerici ha pubblicato un libro molto apprezzato e forse il più autorevole sulla storia del tennis negli anni ’70; Bud Collins ha scritto la sua prima enciclopedia più di quarant’anni fa, “The Bud Collins History of Tennis” – l’ultima edizione è uscita dopo la morte di Collins nel 2016. Altri si sono cimentati sul tema della storia del tennis con simili pubblicazioni di livello accademico.

Evans fa un ottimo lavoro nel suo libro combinando l’analisi statistica con un’ampia panoramica sui campioni e sulle personalità più importanti, oltre ad isolare gli sviluppi fondamentali nell’evoluzione del tennis, quali, tra gli altri, l’inizio dell’era Open nel 1968, la formazione delle “Original Nine” nel 1970, essenziale per il tennis femminile e il boicottaggio di Wimbledon da parte dell’ATP nel 1973. È nel chiarire gli aspetti principali del tennis che Evans dà il meglio di sé. Avendo seguito alcune campagne e convention presidenziali negli Stati Uniti negli anni ’60 e ’70, ha sempre avuto una mente agile, un occhio acuto e un buon orecchio per la politica sia in generale che nell’universo del tennis.

 

Questo viaggio nel cuore della storia del tennis è davvero coinvolgente. Evans sceglie saggiamente di dedicare uno spazio limitato all’evoluzione del tennis nelle sua fase embrionali. Nonostante ciò, la sua capacità di cogliere ciò che conta è indiscutibile. Evans racconta le origini di questo sport, tracciandone l’evoluzione dal sedicesimo secolo fino al 1874, anno della nascita ufficiale del gioco inventato dal maggiore Walter Clopton Wingfield. Ci sono molti motivi per cui Wingfield voleva che il suo lavoro venisse riconosciuto, ma, come scrive Evans, “non c’è dubbio che fosse principalmente interessato ai profitti – la sua famiglia era caduta in rovina ed era ansioso di ottenere il brevetto per quanto fatto. Questo gli venne finalmente riconosciuto nel febbraio 1874, nonostante alcune persone avessero affermato di aver praticato qualcosa di simile per anni”.

Evans prosegue parlando della nascita del gioco in Inghilterra e negli Stati Uniti; la prima edizione di Wimbledon nel 1877 vide al via 22 giocatori solo per il tabellone maschile, seguita dagli US Championships quattro anni dopo. Descrive magistralmente anche l’inizio della Coppa Davis nel 1900 e come la prestigiosa competizione internazionale a squadre decollò, ampliando l’interesse per il tennis a livello mondiale. Ma ci è voluto del tempo. Descrivendo la prima partita di Coppa Davis tra le isole britanniche e gli USA al Longwood Cricket Club in Massachusetts, iniziata il 7 agosto 1900, Evans racconta: “Tutto sommato, non è stato un inizio di buon auspicio. I conflitti in Sud Africa, dove la guerra boera era al culmine, e Cuba, dove Teddy Roosevelt ei suoi Rough Riders erano stati impegnati duramente, impoverirono entrambe le squadre. I due migliori americani, William Larned e Robert Wrenn, erano entrambi impegnati a Cuba, mentre il britannico Dottor W.V. Eves era coinvolto nella guerra boera. E, sebbene i fratelli britannici Reggie e Laurie Doherty non fossero nell’esercito, entrambi trovarono una scusa per declinare l’invito [per la Davis]”.

La storia di questo sport eccezionale continua ad essere esposta in modo spettacolare attraverso gli occhi di Evans in quella che si può definire una visione di ampio respiro. Il modo in cui ha strutturato il libro lo ha reso facile da seguire e comprendere. Dopo aver esaminato in modo completo gli inizi del tennis e i decenni successivi, Evans dedica dei capitoli ad ogni differente epoca storica: il periodo successivo alla Prima guerra mondiale e gli anni Venti; i Trenta; i Quaranta e Cinquanta; i Sessanta; i Settanta; gli Ottanta; i Novanta; e infine il ventunesimo secolo. Determinato a mettere le donne sullo stesso piano degli uomini, dedica un capitolo alla nascita del circuito femminile e della WTA. Questo tipo di suddivisione è una formula di grande successo per spaziare senza problemi attraverso i decenni e rendere tutto semplice da digerire. Non lascia nulla di intentato. Il doppio è presente. Le Olimpiadi ci sono. Gli accattivanti riquadri laterali sono un bonus.

Nonostante tutto, Evans ha ben chiare le proprie priorità. Scrivendo in relazione al periodo successivo alla Prima guerra mondiale, che è stato così critico nell’evoluzione del tennis e nell’affermazione di superstar che hanno trasformato il mondo dello sport, Evans sottolinea: “Il decennio successivo alla Prima guerra mondiale è stato dominato da sette campioni straordinari, cinque dei quali erano francesi. Bill Tilden, noto per la sua personalità imponente tanto quanto il suo gioco brillante, era l’eccezione americana tra gli uomini, e Helen Wills, una bellezza oltre che una grande tennista, lo era tra le donne. Due dei sette giocatori sono diventati le prime star di livello mondiale di questo sport: Tilden e Suzanne Lenglen, che ha spazzato via tutte le giocatrici arrivate prima di lei con uno stile di tennis leggiadro che si è rivelato invincibile. L’elegante Wills dal volto indecifrabile è stata l’unica giocatrice degna di essere menzionata insieme a Lenglen”.

Evans poi parla dei Moschettieri (René Lacoste, Henri Cochet, Jean Borotra e Jacques “Toto” Brugnon) per completare quel cast scintillante di sette giocatori che ha individuato per rappresentare quell’era così importante per il gioco. Passando agli anni ’30 e all’importanza di Don Budge (il primo giocatore ad essersi assicurato il Grande Slam nel 1938), Fred Perry (il miglior giocatore britannico di tutti i tempi), Wills (vincitrice di 19 Major in singolo), Helen Jacobs (vincitrice per quattro volte degli U.S. Championship) e la a tratti misteriosa Alice Marble (cinque volte campionessa Major in singolo), Evans è assorto completamente nel racconto della storia, come quando parla di Marble alla fine degli anni ’30, “A quel punto, la vita di Marble aveva preso molte strade. Era sempre la benvenuta nella villa californiana di William Randolph Hearst, dove divenne buona amica di Clark Gable e Carole Lombard. In breve tempo ebbe amanti di entrambi i sessi. Il dramma non è mai stato lontano dalla sua vita. Come si direbbe a Hollywood, Alice Marble era una tosta”.

Passando al capitolo sugli anni Quaranta e Cinquanta, Evans porta in primo piano gente come Jack Kramer e Lew Hoad. L’autore è stato a lungo nel campo degli osservatori eruditi che riveriscono Hoad. Evans racconta che Lew era vicino a conquistare il Grande Slam nel 1956 prima di inchinarsi contro il suo amico Ken Rosewall nella finale di Forest Hills. In merito a quel match, l’autore scrive: “Hoad sembrava sulla buona strada per il Grande Slam quando vinse il primo set per 6-4. Se Lew non si fosse rilassato o se non avesse perso un po’ di concentrazione, il suo nome sarebbe rimasto impresso per sempre nel pantheon di questo sport come uno dei tre più grandi giocatori di tutti i tempi”. Evans non chiarisce chi si sarebbe unito a Hoad in quel territorio d’élite qualora Hoad si fosse davvero assicurato il Grande Slam, ma si sospetta che la sua scelta potrebbe ricadere su Rod Laver e Roger Federer.  Evans, nel ricordare gli anni ’60, prende in considerazione il tentativo fallito per pochi voti durante l’assemblea generale dell’ITF di inaugurare l’Open Tennis già all’inizio di quel decennio piuttosto che nel 1968, quando il progetto finalmente si realizzò.

La votazione in quella riunione non andò a buon fine perché tre delegati non votarono e quindi non fu garantita la maggioranza di due terzi necessaria per l’approvazione. Evans scrive: “I tre colpevoli avrebbero forse agito diversamente se si fossero resi conto che, impedendo il progresso del mondo tennistico per ben otto lunghi anni, hanno privato Pancho Gonzales e Ken Rosewall delle loro migliori possibilità di vincere Wimbledon, cosa che nessuno dei due ha fatto. Si può solo supporre quanti altri titoli del Grande Slam avrebbero vinto Lew Hoad e Rod Laver, ma una cosa è chiara: i record stabiliti nella storia del tennis sono distorti a causa della negligenza e della stupidità di alcuni”.

A pagina 2, Richard Evans dice la sua sulle rivalità più importanti degli ultimi 30 anni: Graf-Seles, Agassi-Sampras e i Big Three (o Big Four)?

Pagine: 1 2

Continua a leggere
Commenti

WTA

WTA Roma: Pliskova, perché qualcuno deve pur vincere. In semifinale sfida a Petra Martic

La ceca salva tre match point e batte Ostapenko al tie break del terzo. Partita schizofrenica, soggetta a mille capovolgimenti di fronte e condizionata da moltissimi errori. La croata batte Pegula e colora una stagione sinora disastrosa

Pubblicato

il

Karolina Pliskova - WTA Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Le annate di Karolina Pliskova sono altalenanti, e c’è da giurare continueranno a esserlo: alla soglia dei trenta è difficile cambiare le proprie abitudini. Una certezza nelle ultime stagioni della trampoliera di Louny tuttavia si è consolidata: al Foro si arriva in semifinale, quantomeno. Terza volta consecutiva tra le ultime quattro nella Capitale, e qualche chance di migliorare la campagna condotta nell’ anomala, passata edizione autunnale, conclusa con un mesto ritiro nell’ultimo atto contro Simona Halep. Le possibilità di arrivare in fondo con il trofeo saranno legate alle lune del weekend, ma difficilmente le basterà il tennis offerto oggi per superare in una partita schizofrenica Jelena Ostapenko.

Una partita tirata, emozionante perché costantemente in bilico, ma più dei colpi, delle tattiche, delle tecniche, e insomma del tennis visto in quasi due ore e mezza di zuffa nervosa, ha eccitato il pubblico l’incertezza, utile a emendare l’esorbitante numero di errori offerti a getto continuo dalle due pretendenti. Karolina ha infine vinto giocando un eccellente tie break decisivo, ma poco prima – decimo gioco del terzo set – si era vista costretta a cancellare tre match point, di cui due consecutivi, dopo aver fatto e disfatto, costruito e distrutto e, in definitiva, sprecato l’impossibile.

È partita malissimo la Pliskova destrimane, sotto a un macigno di zero a quattro e due break in una ventina di minuti passati a tirare scientificamente fuori dalle righe, ma si è ripresa in tempo, perché i canonici dieci minuti di blackout hanno improvvisamente colto anche la rivale, Aliona Ostapenko, notoriamente non la tennista che salta alla mente di chi scrive quando ragiona sul concetto di solidità. Alla soglia della rimonta – sul tre a quattro – un fallo di piede accettato supinamente dalla ceca avrebbe potuto lanciare Ostapenko a servire per la prima frazione, ma dopo aver annullato due palle break Pliskova ha pareggiato sul quattro pari. La volata le ha detto male, tuttavia: brava a tirarsi fuori da un nono game funestato da tre errori di rovescio, poi festeggiato con un tonitruante “C’mon!”, l’ennesimo, Aliona ha raccolto il set in quello successivo, regalato da Karolina insieme a uno sciagurato schiaffo al volo, a un doppio fallo e a un recupero in rete con il back di rovescio giocato con le solite gambe rigide.

 

Ostapenko è schizzata avanti di un break anche nel secondo facendo leva su un dritto in giornata, ma nei pressi della metà del parziale è stata completamente abbandonata dal servizio (43% di prime in campo nell’intera frazione), consentendo a Pliskova di mettere la testa avanti, nonostante i continui scialacqui di quest’ultima. Sprecata una prima volta l’occasione di servire per il set sul cinque a quattro, l’ex numero uno non ha potuto esimersi dallo sfruttare un game senza prime della lettone, e alla seconda occasione per chiudere ha finalmente esibito una prestazione al poligono degna della sua fama.

Il terzo è stato un valzer: di errori, di vincenti in cross di Ostapenko e di un’insospettabile versione di Pliskova, abile a cogliere, addirittura in difesa, i frutti portatile dalle frequenti esagerazioni di Aliona. Un valzer di tormenti mentali, specie di quelli infestanti la mente di Karolina: un paio di volte avanti di un break e in più di un’occasione sul punto di assestare il jab decisivo, la ceca ha costantemente restituito gli omaggi, rischiando la fine del topo e salvandosi solo con il favore degli Dei.

Domani, nella semifinale della parte bassa, affronterà Petra Martic, la quale ha imposto il fermo alla corsa della sorpresa Jessica Pegula. Sorprendente anche Petra, va detto, sin qui autrice di una stagione desolante, con un solo quarto di finale raggiunto (Philip Island) e due sconfitte all’esordio nei due tornei disputati sulla terra battuta, a Istanbul e Madrid. Un’ora e quaranta, due momenti decisivi, coincidenti con l’undicesimo gioco del primo set (dodici punti, break Croazia alla quarta occasione) e con il nono del secondo (quattordici, scippo riuscito alla terza chance). Prima, Petra aveva rimontato un precoce svantaggio sullo zero a due all’alba dell’incontro. “È stata una partita difficile – ha detto la croata senza sorprendere -, lei è un’avversaria diversa dalle altre che ho affrontato. La pallina arrivava più veloce, ho dovuto modificare qualcosa. La chiave è stata prendere il controllo dello scambio, so che lei detesta il kick. Per qualche motivo a Roma non ho mai giocato bene, ma adesso so che posso riuscirci e sono felice“.

Felici per lei e anche per Francesca Schiavone, che la segue da qualche settimana e sembra aver dato nuova linfa alla sua carriera. “Non trovavo fiducia nel mio tennis” ha detto Petra tra le altre cose.Quando ho iniziato a lavorare con Francesca, è questa una delle prime cose che le ho detto: ho bisogno di ritrovarla“. Per questo motivo, quella di domani non sarà una sfida chiusa.

Il tabellone completo con i risultati

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Sonego e Nadal non muoiono mai. Se l’azzurro batte anche Rublev non mi stupisco più

ROMA – Per come ha sconfitto un grande Thiem n.4 può farcela anche con il russo n.7. Ma avrà recuperato? Stesso interrogativo si pone per Rafa Nadal di fronte a Zverev

Pubblicato

il

Lorenzo Sonego - ATP Roma 2021 (ph. Giampiero Sposito)

Qualcuno ha titolato un magazine speciale sugli Internazionali d’Italia “Il Futuro è Jannik” con Sinner nella foto di copertina. Spero tanto che queo qualcuno abbia ragione, che l’abbia proprio azzeccato quel titolo, e del resto lo pensano in tanti, ma intanto il presente al Foro Italico è Lorenzo Sonego! Nemmeno Matteo Berrettini che ha giocato alla pari solo un set contro Tsitsipas, il primo, finendo per essere dominato nel secondo.

Il match che Lori ha vinto ieri sera contro Thiem, n.4 del mondo, campione in carica dell’US Open, due volte finalista e due volte semifinalista al Roland Garros, è stato stupendo, magnifico, così bello e intenso da apparirmi quasi incredibile. L’ho seguito soffrendo fino al match point annullato a un Thiem che ha lottato alla grande come se fosse la finale di uno Slam, seduto a pochi metri dall’arbitro, in mezzo ai Sonego-friends gioendo fino all’ultimo punto trasformato, quello del trionfo e del balletto spontaneo di Lorenzo e dei suoi amici più cari, fidanzata, coach e padre putativo Gipo Arbino e compagna, Umberto Rianna, Filippo Volandri, il manager Corrado Tschabuschnig e compagna, Diego Nepi Molineris, un paio di dirigenti di Reale Mutua sponsor di Lorenzo… nonché del video che vi invito a cliccare.

Ammetto che, assai poco professionale, mi sono trovato a ballettare in mezzo a loro perfino io subito dopo il match point trasformato da Lorenzo grazie a un gran servizio. Ma non parteciperò al prossimo “Ballando tra le stelle“, tranquilli.

 

Mi avevano caricato di adrenalina i primi due set finalmente vissuti in mezzo alla gente, in un catino ribollente d’entusiasmo come quello del Grand Stand, ben più piccolo e rimbombante del Centrale, e alla presenza di un pubblico molto più giovane di quello che era solito frequentare il Foro Italico. Un bel segnale per il tennis, il ringiovanimento della sua audience. 

L’ho sentita io quella carica, figurarsi Sonego e Thiem. Nei primi due set insieme agli spettatori finalmente ritrovati un’atmosfera davvero bella e trascinante. Mi è sembrato di rivivere, non ho quasi avvertito la terribile umidità che aveva costretto ad arrendersi quasi tutti i colleghi. Un’atmosfera carica è in qualche modo sopravvissuta anche per il terzo set, sebbene fossimo rimasti in pochissimi, sebbene Thiem avesse solo il papà ad incoraggiarlo e Lorenzo invece una ventina di persone quando, a conclusione del secondo set e intorno alle 21,30, Diego Nepi Molineris si è trovato nella scomoda posizione di dover allontanare il pubblico per via del coprifuoco e dell’obbligatorio rientro a casa entro le 22. 

Si è generosamente beccato qualche fischio, qualche buuh ma neppure troppi perché ha saputo gestire bene la situazione, ricordando che essere tornati in deroga governativa a vedere due ore di gran tennis non era stata una conquista da poco. Di come mi sono goduto quella terza ora più intima, più fredda eppure più calda, lo scrivo più in basso.

RAFA – Non sarebbe giusto ignorare, nel nome di Sonego, la battaglia Nadal-Shapovalov. Anche nel pomeriggio avevo visto una bella ed emozionante partita, con Nadal che sotto 6-3 e 3-0 con la palla del 4-0 per Shapovalov – Sciupavolov? – ha vinto la sua sedicesima battaglia in carriera annullando almeno un match point.

Due stavolta, come due erano stati quelli che gli ho ricordato aveva cancellato a Roger Federer qui al Foro nella finale del 2006 (di quella partita mio figlio conserva gelosamente la maglietta gialla ancora imbrattata di terra rossa che Rafa gli donò dopo essere rotolato appena conquistato l’ultimo punto di quel 7-6 al quinto) e che lui ha detto essere quelli che gli sono rimasti più in mente: “Non li ricordo tutti e 16 i match vinti con il match point contro, in questo momento, ma non mi pare di averne mai annullati nella finale d’uno Slam. Quindi quelli della finale di Roma sono probabilmente i più significativi. Oggi contano meno perchè era una partita di terzo turno” ha spiegato lo spagnolo che anche quando non gioca bene non si arrende mai, non muore mai.

Bravo Rafa, un po’ pollo Shapovalov che però ha un tennis super divertente e spettacolare seppur …natalizio. Fa davvero troppi regali.

E Rafa? Non è più il vero Rafa, secondo me, anche se trova ancora il modo di vincere. Lo ha fatto, annullando match point anche lì, a Barcellona con Tsitsipas, si è ripetuto qui, ma soffre troppo, subisce troppo, ha meno spunto di velocità, finisce troppo facilmente sospinto indietro, verso i teloni di fondocampo e così lascia scoperti troppi angoli. Per un set e mezzo Shapovalov lo ha infilato come un tordo, di qua e di là. Poi però ha commesso troppi errori nei frangenti decisivi.

Smettetela di chiedermi ogni santo giorno se sto progredendo rispetto al giorno prima! ha sbuffato Rafa – Per carità ci penso anch’io… capisco perché lo fate, volete capire anche voi come me se sarò pronto al massimo delle mie possibilità per il Roland Garros che è certamente il mio primo obiettivo. però di rispondere a questa continua misura dei miei progressi, giorno dopo giorno, non se ne può più”.

Rafael Nadal – Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Allora, prima di tornare a scrivere del mio eroe Lorenzo Sonego la taglio corta: mai come quest’anno mi pare che Rafa rischi di perdere lo scettro del Roland Garros, dopo 13 trionfi. Anche se magari oggi dovesse vendicare la sconfitta patita con Zverev a Madrid questo Nadal mi convince meno di sempre. Spesso è in affanno, è nervoso, sbaglia colpi che di solito non sbaglia mai, gioca spesso corto. Compensa tutto con quell’indomita grinta da guerriero che gli consente di inseguire e recuperare palle irrecuperabili per chiunque altro, non molla mai neppure nelle situazioni apparentemente più disperate, ma i i suoi sono diventati quasi tutti match in salita. E non è possibile che tutti quelli che lo battono o lo mettono in difficoltà, Rublev, Tsitsipas, Zverev, Shapovalov giochino per l’appunto il match della vita contro lui. È lui che dà loro una mano a far bella figura, esattamente l’opposto di quello che ha fatto per anni. 

Per affrontare Zverev certamente Madrid è per me il peggior torneo sulla terra battuta, è certo meglio per me giocarci a Roma, Montecarlo, Barcellona e Parigi”.

Non mi sento di escludere che da qui al 30 di maggio le cose cambino, che magari la distanza dei tre set su cinque lo favorisca come è sempre stato in passato, ma a 35 anni – quanti ne compierà il 3 giugno – è più probabile che i tempi di recupero fra una maratona e l’altra si allunghino. Già oggi con Zverev vedremo se Rafa si sarà ripreso dalla faticaccia di ieri. A Parigi, secondo me, molto dipenderà dal sorteggio, dal tabellone.

TORNANDO A SONEGO – Ma ora, voglio esprimere tutta la mia ammirazione per Lorenzo Sonego che al di là del match straordinario che ha saputo giocare per oltre tre ore contro un osso duro, durissimo come Thiem, ha fatto vedere tali e tanti progressi tecnici da lasciarmi esterrefatto. Servizio, rovescio, a due mani come tagliato a una mano, la smorzata di dritto come di rovescio, la volée alta di rovescio che diventa quasi uno smash, il pallonetto liftato. Solo a rete non mi ha sempre convinto. Ha sbagliato qualche voleée davvero facile.

Credo che molti colleghi si sentiranno forse un po’ in colpa per avergli dato meno spazio e credito di quello che Lorenzo meritava. Per quanto mi riguarda c’è un articolo che ho scritto in cui mi ero invece piuttosto sbilanciato sulle sue possibilità. Lo avevo messo quasi sullo stesso piano del suo gemello diverso Berrettini, perché molto più agile e rapido in difesa. Matteo o comanda o va sotto. Lorenzo no. Il suo dritto però fa meno male di quello di Matteo.

Forse ero stato allora influenzato dal suo coach e Pigmalione Gipo Arbino, una persona che stimo molto e che mi aveva magnificato i suoi progressi tecnici, dal servizio al rovescio, al tocco di palla, alla facilità nell’inventare gioco e schemi, la smorzata, il rovescio tagliato. Si è scritto nella settimana di Madrid di un Berrettini trascurato colpevolmente dai media, invaghitisi della nouvella vague costituita dai Sinner, dai Musetti… ma che dire allora di Sonego? Quanti lo hanno considerato capace di giocare ad armi pari con un tipo come Thiem sulla terra rossa, con il n.4 del mondo?

Beh, in tutta onestà fino a questo livello neppure il sottoscritto si era fatto grandi illusioni. Pensavo che perdesse, in tutta sincerità, oppure che vincesse contro un Thiem non in grande forma. E invece ha battuto un ottimo Thiem, voglio assicurarlo a chi non abbia visto il match in TV. E vi dirò che vederlo dal vero è un’altra cosa. Perché il ritmo e la profondità di quegli scambi era pazzesco. Non so come facessero, davvero. Soprattutto non so come facesse Lorenzo. Applausi, applausi e standing ovation.

Lori non è solo cuore. Quello sul campo da tennis lo ha sempre dimostrato fin da quando lo chiamavano “Polpo” per i recuperi che riusciva a fare su palle impossibili grazie alle sue lunghe leve e a una mobilità fuori dal comune per un ragazzo così alto (1.91). È diventato ormai ricorrente e – lasciatemi dire –  piuttosto banale accennare sempre al suo tifo per il Torino, al suo cuore granata. Vero è, peraltro, che si batte con un’ostinazione pazzesca anche quando le cose volgono al peggio, tipo ieri nel terzo set quando da 2-0 avanti si è ritrovato indietro 4-2 e 5-3 e ad annullare un match point seguendo il servizio a chiudendo una gran volée, mente Gipo insisteva a gridargli “Non si molla, Lori, non si molla

Un monento terribile è stato quando con Lorenzo avanti 5-3 nel tie-break: Thiem ha sparato due rovesci lungolinea formidabili, ai confini dell’incoscienza… beh quei due vincenti pazzeschi avrebbero tramortito un toro vero, con la t minuscola, altro che cuore o non cuore granata. “È la miglior partita che gli ho mai visto giocare!” mi ha confessato, con gli occhi ancora arrossati per l’emozione e la commozione, Gipo mentre uscivamo dal campo dove si era celebrata l’apoteosi con tanto di balletto. Se lo dice Gipo che lo conosce meglio di chiunque, potete crederci. Io posso solo dire, dopo aver visto migliaia di partite, che questa è stata una di quelle che non scorderò.

E ADESSO I QUARTI – Lorenzo sarà in grado di ripetersi contro Rublev? Non lo so perché non posso sapere quanto Lorenzo abbia speso fisicamente e mentalmente. Intanto è arrivato a un tiro di fionda da Fabio Fognini che è n.28 ATP con 1958 punti. Sei punti più indietro, a n.29 virtuale con 1952 punti c’è Lorenzo. Dovesse vincere con Rublev, che ha disposto abbastanza agevolmente di Bautista Agut con un doppio 6-4, due break conquistati per set e uno ceduto, ovviamente sarebbe sorpasso nei confronti di Fabio

Fra lui e il russo, senza contare un precedente antico (2016 a Cortina, Rublev vinse 6-3 7-5) c’è l’unico confronto diretto che conta, la finale di Vienna 2020. Sonego aveva battuto un Djokovic che non valeva, per determinazione e voglia di vincere, la metà di Thiem ieri sera. In finale perse contro Rublev più nettamente del punteggio, 6-4 6-4. Ma sulla terra rossa, con le varianti che Lorenzo può mettere in campo, la smorzata, gli attacchi improvvisi, l’aggressione sulla seconda palla non irresistibile del russo, se non è stanco Lorenzo potrà giocarsela. Ecco, già dire che affrontando uno dei tennisti più “caldi” del 2020-2021 e n.7 del mondo, Lorenzo può giocarsela alla pari, dice tutto.

In breve accenno alla notevole curiosità che mi destano tutti i quarti di finale maschili odierni: Djokovic-Tsitsipas sarà presto una finale in qualche Slam, Zverev-Nadal potrebbe esserlo anche a Parigi, di Rublev-Sonego ho detto. Non c’è dubbio che il “quarto” più sorprendente e inatteso è quello fra Delbonis, l’argentino dal servizio sincopato, brutto quanto efficace e sulla terra capace di battere anche grandi giocatori (ricordo Federer fra le sue vittime in quel di Amburgo) e il gigante di 2 metri e 11 cm Opelka.

Questi è una vera sorpresa sulla terra rossa. In tutta la sua vita, mi ha segnalato Claudio Giuliani che si occupa brillantemente della nostra newsletter – e se non vi ci iscrivete mi date un dispiacere, siamo a quota 4.700… ci leggete in oltre 100.000 al giorno, se non si arriva velocemente  a 10.000 iscritti mi deludete! – Opelka aveva vinto due sole partite sulla terra rossa. Qui a Roma ne ha già vinte tre. 

ISCRIVITI A WARNING

* indicates required

Una mail alla settimana, di venerdì, con un po’ di rassegna (non solo nostra), qualche link, qualche considerazione seria per quanto si può essere seri col tennis. Dateci una chance

Ubisporting srl userà e conserverà il tuo indirizzo email solamente per spedirti la newsletter. Puoi cambiare idea e cancellarti dalla newsletter quando vorrai, ogni volta che la riceverai ci sarà in fondo un link per cancellarti. Ma vedrai che ti convinceremo a rimanere.

Come provider di gestione utilizziamo Mailchimp, qui la pagina che spiega i termini d’uso. Letta la Privacy Policy, presto il mio consenso per l’invio a mezzo email, da parte di questo sito, di comunicazioni informative e promozionali, inclusa la newsletter, riferite a prodotti e/o servizi propri e/o di terzi e per lo svolgimento di ricerche di mercato.

Chissà, forse Reilly Opelka, si sta ribellando alla scoraggiante situazione del tennis statunitense: per la prima volta nella storia dal XX secolo in poi, non c’è neppure un tennista americano fra i primi 30 del mondo! Mentre i francesi si sono lamentati qui perchè per la prima volta da non ricordo più quando nessun francese è approdato al secondo turno di un Mille.

Scusate se dopo tutte le emozioni della giornata, stanco quasi come Sonego, accenno solo brevemente alla situazione del torneo femminile: una sola testa di serie superstite nella metà bassa, Pliskova che affronta Ostapenko, e l’altro quarto è Martic-Pegula. In alto invece due duelli molto più  interessanti: Barty-Gauff, Swiatek-Svitolina. Ma sono le 4 del mattino e mi scuserete se ora vado a letto. Oggi Sonego, Nadal e io abbiamo una giornata pesante.  

Continua a leggere

ATP

Roma, Djokovic in crescendo: steso Davidovich Fokina, adesso un quarto di finale da top 10

Poco più di un’ora è bastata al numero uno ATP per superare lo spagnolo, messo subito fuori dalla partita. “Ho vinto bene – ha commentato -, contro Berrettini o Tsitsipas mi attende una grande sfida”

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

In attesa di un quarto di finale nobile (affronterà Stefanos Tsitsipas), Novak Djokovic ha archiviato velocemente l’inedito incrocio con l’emergente Alejandro Davidovich Fokina, 21 anni. Uno che di tempo ne avrà per togliersi di dosso la fisiologica timidezza che viene fuori questi livelli. Dopo aver lottato contro Medvedev a Madrid, lo spagnolo – risalito dalle qualificazioni – si è questa volta schiantato su un ostacolo più alto. Eppure il primo set, per la testa di serie numero uno degli Internazionali, è arrivato a destinazione più facilmente di quanto potesse sembrare in avvio. Questo perché il numero 48 ATP era partito anche bene: subito prendendosi il break al primo game, poi facendosi applaudire per un pregevole lob e – in sostanza – costringendo Djokovic ad alzare immediatamente il livello.

ACCELERATA – Sul 2-2, in ogni caso, il serbo ha cambiato passo tra accelerazioni improvvise sulle diagonali e palle corte che hanno spezzato il ritmo da fondo campo. Il primo parziale si è concluso con 11 punti su 12 finiti dalla parte di Djokovic, che ha spaccato così la partita intimidendo l’avversario anche sul piano psicologico. Un significativo passo in avanti in termini di sicurezza rispetto al primo turno, quando ha superato Fritz viaggiando però a marce più basse. Totalmente senza storia il secondo set, in cui Davidovich Fokina non è mai riuscito a tenere il servizio se non alla fine, giusto in tempo per evitare il peso del 6-0. Pratica archiviata in un’ora e undici minuti, con lo sguardo subito puntato sulla Grand Stand Arena per scoprire il prossimo avversario.

In ogni caso affronterò un top 10 – ha commentato Nole in sala stampa – sono contento di come ho vinto oggi e sicuramente andrò incontro a una grande sfida. Berrettini non mi ha sorpreso raggiungendo la finale di Madrid. È vero, è stato infortunato (e quindi protetto dalla classifica, ndr), ma si è guadagnato del tutto la posizione che ha raggiunto“. Purtroppo, nonostante le belle parole di Nole, non sarà Berrettini a sfidarlo ai quarti ma Stefanos Tsitsipas. Il greco ha severamente impegnato Djokovic nell’ultimo confronto al Roland Garros, allungandolo fino al quinto set.

 

Ma il numero uno ha voglia di rivincita. Dopo le delusioni di Montecarlo e Belgrado, per Djokovic Roma sembra in ogni caso il posto giusto per riavvicinarsi agli standard di inizio stagione. “Mi sento sempre a casa quando vengo agli Internazionali – ha raccontato -, non soltanto per i tifosi, anche per il rapporto con gli organizzatori, persino gli autisti che mi portano in giro. Probabilmente aiuta il fatto che parlo italiano. ‘La gioia della vita’, come dicono qui“.

Il tabellone maschile di Roma con tutti i risultati aggiornati

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement